Grecia. L’ennesima strage: 22 persone muoiono dopo sei giorni in mare

Progetto Melting Pot Europa - Monday, March 30, 2026

Ventidue persone, provenienti principalmente dal Sudan e dal Bangladesh, sono morte dopo sei giorni alla deriva in mare. È questo il bilancio dell’ennesima strage nel Mar Egeo, avvenuta il 27 marzo 2026 a sud di Creta, nei pressi di Kali Limenes.

Un episodio che è ancora, inesorabilmente, il frutto di politiche che chiudono vie di accesso legali e sicure, delegano il controllo a paesi terzi e spingono le persone verso rotte sempre più pericolose.

«Secondo le testimonianze dei sopravvissuti», spiega Aegean Boat Report (ABR), «l’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, nella serata del 21 marzo, con 48 persone a bordo. Solo 26 sono sopravvissute. Si contano 22 morti». La mancanza di cibo, acqua e il freddo pungente ha causato la morte dei passeggeri, i cui corpi, sempre secondo i sopravvissuti, sono stati gettati in mare.

Immagine tratta da ABR

Due giovani, di 19 e 22 anni, cittadini del Sud Sudan, sono stati arrestati dalle autorità greche e accusati di traffico di esseri umani, favoreggiamento e omicidio colposo. Ancora una volta, chi sopravvive diventa bersaglio, e chi mette in luce le responsabilità del sistema rischia conseguenze penali.

Ancora una volta, la morte non è un incidente ma il prodotto di un sistema. Ancora una volta, il dispositivo penale si concentra sull’anello più debole della catena: persone che erano sulla stessa barca, nelle stesse condizioni, esposte allo stesso rischio di morire.

È uno schema ricorrente: individualizzare la responsabilità, occultare quella sistemica. Mentre si criminalizzano i cosiddetti “scafisti”, resta intatto il contesto che rende queste traversate inevitabili: assenza di vie legali e sicure, esternalizzazione delle frontiere, politiche di deterrenza che spingono verso rotte sempre più lunghe e pericolose.

La tragedia, come sottolinea ABR, non inizia in mare. Inizia prima. Inizia con la chiusura delle vie di accesso alla protezione. Con la delega del controllo a paesi terzi. Con un sistema che non lascia alternative.

Negli ultimi anni, questo sistema ha prodotto un’evoluzione precisa: partenze dalla Libia orientale, traversate più lunghe, più tempo in mare con scorte insufficienti, soccorsi ritardati o assenti. Tutti fattori che aumentano esponenzialmente il rischio di eventi con numeri elevati di vittime, come quello del 27 marzo.

È dentro questo quadro che va letta anche la persecuzione giudiziaria contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report.

Notizie

Il caso Aegean Boat Report e l’arresto di Tommy Olsen

La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia

Redazione 26 Marzo 2026

Il suo arresto, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità greche, è stato definito da 37 organizzazioni internazionali come “l’ennesimo atto di persecuzione contro difensori dei diritti umani che hanno denunciato il crimine dei pushback alle frontiere greche”.

Oggi, dopo che l’esistenza di respingimenti sistematici è stata riconosciuta da decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e da numerosi rapporti indipendenti, si procede penalmente contro chi denuncia queste pratiche.

«A seguito della recente assoluzione di tutti i membri e i volontari dell’organizzazione ERCI da parte di un tribunale di Mitilene», si sottolinea nella dichiarazione congiunta, «il procedimento contro Tommy Olsen è l’ultimo procedimento aperto contro difensori dei diritti umani e attivisti di ricerca e soccorso».

Le richieste rivolte alle autorità greche ed europee sono nette: fermare la persecuzione giudiziaria contro chi denuncia violazioni, porre fine alle campagne di disinformazione contro la società civile, indagare tutte le denunce di pushback, cessare le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali alle frontiere.

Il nesso tra la strage del 27 marzo e questo procedimento è diretto. Senza realtà come Aegean Boat Report, molte di queste morti resterebbero senza racconto pubblico. Senza reti indipendenti, verrebbe meno la possibilità stessa di far emergere ritardi nei soccorsi, omissioni, responsabilità istituzionali.

Criminalizzare chi denuncia non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. Significa ridurre la trasparenza, indebolire i meccanismi di accountability, trasformare la frontiera in uno spazio opaco dove le violazioni possono continuare senza controllo.

Mentre si incarcerano sopravvissuti e si perseguono attivisti, il dispositivo che produce morte resta intatto. E continua a operare.

Ventidue morti dopo sei giorni in mare.
Due sopravvissuti arrestati.
Un attivista sotto mandato d’arresto europeo perchè documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo.

Non sono tre fatti separati.
Sono lo stesso sistema.