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Lo sguardo di Gianmarco Pisa negli orizzonti della cultura come prospettiva di costruzione della pace
Un progetto di ricerca-azione per Corpi civili di pace in Kosovo e una ricerca condotta nei luoghi della cultura e della memoria nella ex Jugoslavia e nello scenario europeo sono questi i due elementi alla base del saggio scritto da un operatore e formatore di pace, Gianmarco Pisa, appena pubblicato da Multimage. Tra il 28 e il 30 gennaio prossimi il testo sarà al centro degli incontri tra l’autore e gli studenti di quattro scuole superiori: il Collegio Don Bosco e l’Istituto tecnico Da Vinci a Borgomanero, in provincia di Novara, e l’Istituto d’istruzione superiore D’Adda e l’Istituto alberghiero Pastore a Varallo Sesia, in provincia di Vercelli. Inoltre, giovedì 29 gennaio alle 20:30 nella Biblioteca comunale di Maggiora (via Gattico) Pisa presenterà in anteprima il proprio libro in dialogo con Daniele Longoni, già docente al Liceo artistico Casorati di Romagnano Sesia. Intitolato Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento: l’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace, il saggio indaga il ruolo dei monumenti e in generale della cultura e dell’arte nei processi di costruzione della pace (culture-oriented peacebuilding), nella direzione della “pace positiva”, accompagnata da democrazia, diritti umani e giustizia sociale. L’opera, che conclude la trilogia tematica di Pisa sull’asse cultura-memoria-pace, contiene un ampio reportage fotografico e ospita i contributi critici di George Kent, uno degli accademici più in vista nell’ambito degli studi sulla pace e sui conflitti, e di Alberto L’Abate, il principale promotore del Corso per operatori di pace all’Università di Firenze e il principale ispiratore del progetto delle Ambasciate di pace in zona di conflitto. La serata è promossa dal gruppo di Borgomanero del MIR / Movimento Internazionale della Riconciliazione nell’ambito delle sue attività volte alla diffusione di una cultura di pace, nonviolenza e obiezione di coscienza al servizio militare e all’uso delle armi. In un momento storico e politico così difficile come quello odierno, in cui sembra che la guerra, la sopraffazione, la negazione dei diritti umani, in una parola la violenza, abbiano il sopravvento, i Corpi civili di pace incarnano l’ideale di una difesa nonviolenta, di un’altra difesa possibile. INFORMAZIONI : borgomanero@miritalia.org   Gianmarco Pisa  Formatore e operatore di pace, impegnato in iniziative e in progetti di ricerca-azione per la trasformazione dei conflitti, nell’ambito dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace, ha all’attivo diverse azioni di pace nei Balcani e nello scenario europeo e internazionale. Collabora con riviste e portali di documentazione (tra questi, l’agenzia stampa internazionale Pressenza, il blog di cultura e dibattito Odissea, le riviste di cultura e società Gramsci Oggi, La Città Futura, Mosaico di Pace) e ha all’attivo diverse pubblicazioni sui temi della pace positiva e della costruzione della pace, del conflitto, del ruolo della cultura e della memoria nei processi di trasformazione sociale. Componente dell’area di lavoro dedicata all’Educazione alla Pace nell’ambito della Rete italiana Pace e Disarmo, membro del Comitato scientifico del Centro Studi Difesa Civile, è autore del manuale sintetico Fare pace Costruire società. Orientamenti di base per la trasformazione dei conflitti e la costruzione della pace (Multimage, 2023). Tra le altre pubblicazioni recenti, Ordalie. Memorie e memoriali per la pace e la convivenza (Ad est dell’equatore, 2017), Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente (Multimage, 2021), Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione basata negli spazi e costruzione della pace (Multimage, 2024). Redazione Piemonte Orientale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale  Nel nuovo scenario internazionale, segnato dal ritorno della guerra, dall’indebolimento del multilateralismo e dalla crisi del diritto internazionale, la questione saharawi continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di diritto negato. A ribadirlo è stato il convegno “Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale”, svoltosi il 16 gennaio nella Sala Pilade Biondi del Palazzo comunale di Sesto Fiorentino, città che da oltre quarant’anni mantiene un legame politico, istituzionale e umano con il popolo saharawi. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della vicesindaca facente funzione Claudia Pecchioli, che ha ricordato come Sesto Fiorentino abbia scelto di avviare proprio da qui il progetto “Coltivare Salute”, finanziato dal Ministero della Cooperazione e rivolto ai campi profughi saharawi. Una scelta non casuale, ma radicata in una storia di solidarietà che affonda le sue radici nel gemellaggio con la wilaya di Mahbes, attivo dal 1984. Pecchioli ha sottolineato il ruolo che le amministrazioni locali possono ancora svolgere nel mantenere viva l’attenzione su una causa spesso marginalizzata, riaffermando la necessità di difendere il principio di autodeterminazione dei popoli in un contesto globale in cui il diritto internazionale viene sempre più spesso sacrificato alle logiche di potere e di convenienza geopolitica. Su questa linea si è inserito l’intervento di Irene Falchini, consigliera delegata alla cooperazione internazionale, che ha inquadrato il tema della serata come una vera e propria affermazione politica: parlare oggi di Sahara Occidentale significa confrontarsi con un mutamento profondo degli equilibri internazionali. A partire dal 2020, con gli accordi di Abramo, la causa saharawi è stata progressivamente compressa dentro dinamiche di scambio diplomatico che hanno ulteriormente indebolito il percorso verso il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite. Falchini ha ricordato come, nonostante il passare di quasi cinquant’anni dalla proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, quel diritto resti ancora inattuato, mentre la “legge del più forte” sembra dettare le regole delle relazioni internazionali. Richiamando le parole pronunciate nel 1984 dall’allora sindaco Ennio Marini, Falchini ha ribadito il valore di una cooperazione intesa come scambio, costruzione di cultura di pace e responsabilità condivisa tra comunità. Il tema della cooperazione come pratica politica e non solo tecnica è stato approfondito da Stefano Fusi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’ASL Toscana Centro. Fusi ha messo in guardia da una visione riduttiva della cooperazione, intesa come semplice realizzazione di progetti, sottolineando invece la necessità di relazioni paritarie, reciprocità e comprensione delle cause strutturali delle disuguaglianze. In questo quadro si inseriscono le esperienze di cooperazione sanitaria nei campi profughi, dai progetti sulla sicurezza alimentare e sul benessere animale fino alle più recenti iniziative di contrasto al diabete, una patologia particolarmente diffusa in un contesto segnato dalla dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali. I risultati ottenuti, soprattutto nel miglioramento delle condizioni di salute di centinaia di persone, dimostrano l’efficacia di interventi che valorizzano il personale sanitario locale e rafforzano le istituzioni saharawi. Ma Fusi ha anche sottolineato come questi progetti non possano prescindere da una presa di posizione politica chiara da parte delle istituzioni europee, chiamate a non essere complici di una situazione di occupazione e negazione dei diritti. Lo sguardo storico è stato offerto da Valeria Galimi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, che ha definito il Sahara Occidentale come uno dei casi più evidenti di decolonizzazione incompiuta nello spazio mediterraneo. La fine del dominio coloniale spagnolo non ha prodotto l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma ha congelato la questione dentro nuovi rapporti di forza, svuotando progressivamente di efficacia il diritto internazionale. Galimi ha evidenziato la contraddizione dell’Unione Europea, che continua a richiamarsi formalmente ai principi del diritto internazionale mentre, nella pratica, integra il Sahara Occidentale in accordi economici e strategici con il Marocco, senza affrontarne lo status giuridico. Particolare rilievo è stato dato alla svolta rappresentata dagli accordi di Abramo e al ruolo della Francia, che con il recente sostegno del presidente Macron al piano marocchino di autonomia ha contribuito ad allontanarsi ulteriormente dal lessico dell’autodeterminazione. In questo contesto, la mobilitazione dal basso e l’impegno delle amministrazioni locali emergono come uno dei pochi argini alla marginalizzazione della causa saharawi. Su questo terreno si è collocato l’intervento di Matilde Miniati, dottoranda all’Università di Bologna, che ha illustrato una ricerca dedicata alla storia dei movimenti di solidarietà internazionale con il Sahara Occidentale, in particolare in Italia e Spagna tra gli anni Ottanta e Novanta. Miniati ha evidenziato come, a fronte di una risposta politica spesso insufficiente, siano stati proprio i movimenti dal basso, le associazioni e i gemellaggi tra enti locali a costruire una rete di solidarietà efficace e duratura. Un’esperienza nata in modo frammentario, ma capace nel tempo di strutturarsi e di incidere concretamente sulla vita dei campi profughi, colmando anche un vuoto nella produzione accademica, ancora oggi sorprendentemente scarsa su questi temi.   Il cuore politico ed emotivo dell’incontro è stato l’intervento di Fatima Mafbud, rappresentante della RASD in Italia, che ha restituito il punto di vista saharawi su un diritto internazionale percepito come applicato in modo selettivo. Fatima Mafbud ha denunciato la frattura tra le sentenze delle corti internazionali, che riconoscono il diritto del popolo saharawi alla propria terra, e una politica internazionale che tende a rendere invisibile quel diritto, svuotandolo di speranza. In un mondo in cui le guerre si combattono anche cancellando la visibilità dei popoli, i saharawi continuano a rivendicare il ruolo del diritto internazionale e a partecipare ai negoziati, pur nella consapevolezza delle profonde asimmetrie di potere. Fondamentale, in questo quadro, resta il sostegno delle reti di solidarietà e delle istituzioni locali, capaci di mantenere vivo un legame umano e politico che contrasta l’isolamento. A chiudere i lavori è stato Sandro Volpe, presidente dell’Associazione Ban Slout Larbi, che ha restituito il senso profondo di un impegno costruito nel tempo attraverso scuole, associazioni, parrocchie e luoghi di socialità. Un impegno che non si limita alla solidarietà verso il popolo saharawi, ma interroga il significato stesso di umanità e responsabilità collettiva. Investire nella formazione, nella memoria e nella trasmissione di questi valori alle nuove generazioni è apparso come un modo per continuare a “muovere quel masso pesantissimo” rappresentato da cinquant’anni di ingiustizia. Il convegno di Sesto Fiorentino ha così ribadito che la questione saharawi non è una vicenda lontana o marginale, ma un banco di prova per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle democrazie europee. Un diritto negato non per mancanza di norme, ma per mancanza di volontà politica. Locandina Convegno Saharawi il diritto negato La sindaca Claudia Pecchioli e la consigliera Irene Falchini Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Irene Falchini Intervento di Stefano Fusi Intervento di Valeria Galimi Intervento di Matilde Miniati Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Sandro Volpe Intervento della sindaca Claudia Pecchioli e Intervento di Irene Falchini intervento di Matilde Miniati Intervento di Stefano Fusi Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
Schedare studenti palestinesi non è accogienza, è discriminazione. Valditara mistifica
USB Scuola respinge con forza la risposta del Ministro dell’Istruzione Valditara, che tenta di giustificare la recente richiesta di rilevazione degli studenti palestinesi equiparandola alle misure adottate in passato per gli studenti ucraini. Qui il link per vedere le circolari in modo che ciascuno possa leggere e comprendere le differenze sostanziali tra le due disposizioni. La giustificazione del Ministro si fonda su un paragone artificioso e politicamente scorretto, utile solo a coprire un atto che nulla ha a che vedere con l’inclusione e molto con una pericolosa deriva discriminatoria. La rilevazione degli studenti ucraini avvenne infatti in un contesto radicalmente diverso: un’emergenza umanitaria riconosciuta a livello internazionale, accompagnata da piani straordinari di accoglienza, risorse dedicate, strumenti didattici, supporto linguistico e misure di integrazione esplicite. In quel caso, la raccolta di informazioni serviva a garantire diritti, non a isolare soggetti. Oggi, invece, il Ministero chiede alle scuole di identificare e contare studenti palestinesi senza alcun progetto educativo dichiarato, senza risorse aggiuntive, senza un quadro normativo trasparente e senza tutele chiare. Questa non è accoglienza: è selezione su base nazionale, in un contesto politico nazionale e internazionale segnato da guerre diffuse, da un genocidio ancora in corso in Palestina, da repressione e criminalizzazione della solidarietà. Il tentativo di normalizzare questa operazione attraverso il richiamo al passato è una mistificazione grave. La scuola pubblica statale non può essere trasformata in uno strumento di schedatura indiretta, né può essere piegata a logiche di controllo che nulla hanno a che fare con la didattica, l’inclusione e la tutela dei minori. L’inclusione non passa dalla classificazione degli studenti per origine nazionale, ma dal rafforzamento dei diritti, dall’autonomia educativa delle scuole e da politiche di accoglienza universali, non selettive. Per questo chiediamo il ritiro immediato della nota ministeriale e denunciamo una gestione della scuola sempre più subordinata a logiche securitarie e politiche, lontane dai principi costituzionali di uguaglianza e libertà di insegnamento. La scuola deve restare uno spazio di emancipazione, non un luogo di etichettatura. Su questo non arretreremo e saremo in presidio insieme alle studentesse e agli studenti di OSA il 19 gennaio alle ore 17.00 a Roma presso l’USR del Lazio in via Frangipane 41. Unione Sindacale di Base
Cagliari è col popolo venezuelano e tutti i popoli colonizzati
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, con numerose decine di morti, fra cui anche civili, ed il sequestro del presidente Maduro, pur violando ampiamente il diritto internazionale, viene minimizzato dalla classe politica europea, come non si trattasse di un atto assolutamente arbitrario. Trump sembra tornare alla politica statunitense degli anni Settanta del secolo scorso, quando Nixon e Kissinger diedero il via al golpe di Pinochet in Cile. Solo che l’attuale situazione internazionale è cambiata e gli USA, in declino dal punto vista economico rispetto al continente asiatico, vogliono far prevalere il loro potere militare e marcare il proprio dominio sull’America latina e sul Caribe, il loro famigerato “cortile di casa”. Questo in una logica di riarmo globale, può solo portare ad altri massacri ed altre guerre, dalle conseguenze catastrofiche, tenendo conto del numero di missili a testata nucleare presenti negli arsenali di ben nove Stati. Sabato 10 gennaio a Cagliari, su invito dell’Unione Sindacale di Base e di Potere al Popolo, con l’adesione di numerosi altri movimenti ed organizzazioni, si è svolto un sit-in in piazza Costituzione, per mandare un segnale chiaro, in contemporanea con molte altre piazze nel mondo, al governo degli Stati Uniti, all’Europa, a tutti i governi del pianeta, in nome del rispetto del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli. E’ stato ricordato il genocidio ancora in atto a Gaza e in Cisgiordania, di cui i media ufficiali si disinteressano, ma che continua a suscitare lo sdegno popolare in molte parti del mondo. E’ stato rimarcato negli interventi che oggi la bandiera palestinese è diventata il simbolo della lotta di tutti i popoli colonizzati e offesi. Il presidio si è poi trasformato in un breve corteo per le vie del centro, con slogan per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Le bandiere palestinesi e quelle venezuelane hanno sventolato assieme, nell’aria fredda portata dal maestrale di questa sera di gennaio, fino ad arrivare in piazza Yenne, dove da quasi due mesi e mezzo persiste il presidio ogni sera dalle 18,30 alle 20 per testimoniare in favore della fine di questo crudele massacro da parte dello stato israeliano e dei suoi alleati statunitensi. Solo i popoli, le donne, la società civile, possono opporsi all’alta distruttività dell’imperialismo odierno, rivendicando con forza una nuova democrazia dal basso. Carlo Bellisai
Firenze rilancia la “diplomazia delle città”: presentata a San Miniato la piattaforma “Firenze Città Operatrice di Pace”
Rafforzare il ruolo di Firenze come città promotrice di pace, la difesa del diritto internazionale e la diplomazia e democrazia dal basso: è questo l’obiettivo della piattaforma “Firenze Città Operatrice di Pace”, presentata questo sabato mattina, 10 gennaio 2026,  nella Sala Ex Frantoio dell’Abbazia di San Miniato al Monte. Al centro della proposta, l’istituzione di una Consulta comunale permanente per la pace, capace di coordinare associazioni, cittadini e istituzioni in un impegno stabile contro la guerra, il riarmo e la progressiva erosione del diritto internazionale. Ispirato all’eredità di Giorgio La Pira e all’articolo 11 della Costituzione, il documento è sostenuto da numerose realtà sociali, culturali e religiose della città.   PADRE BERNARDO GIANNI: «DALL’INDUSTRIA DELLA GUERRA ALL’ARTIGIANATO DELLA PACE» Ad aprire la conferenza è stato Padre Bernardo Gianni, priore di San Miniato al Monte, che ha collocato l’iniziativa in una cornice simbolica e storica di forte intensità. L’antico frantoio del monastero – ha ricordato – diventa metafora di un laboratorio della pace, dove al modello dell’industria bellica si contrappone un paziente e faticoso artigianato della pace. Richiamandosi esplicitamente a Giorgio La Pira, Padre Bernardo ha ricordato la missione storica di Firenze come città chiamata a irradiare speranze di pace, civiltà e umanità, soprattutto in tempi segnati dal rischio di una nuova guerra globale. Centrale nel suo intervento anche il riferimento al dialogo tra La Pira e Martin Buber, da cui emerge una visione radicale: non sono i governi a generare la pace, ma gli uomini e le donne di buona volontà che si parlano, si ascoltano e costruiscono dal basso un consenso umano e morale. In un contesto internazionale segnato dal ritorno della “diplomazia della forza” e dall’indebolimento del multilateralismo, Padre Gianni ha ribadito l’urgenza di luoghi di confronto autentico, sul modello delle antiche piazze e dei fori, capaci di contrastare la normalizzazione della guerra e la violazione dei confini e del diritto. Firenze – e San Miniato in particolare – può e deve essere uno di questi luoghi.   MORENO BIAGIONI: UNA TRADIZIONE FIORENTINA CHE VIENE DA LONTANO Moreno Biagioni, portavoce dell’iniziativa, ha ricostruito il percorso storico che lega Firenze all’impegno per la pace, ricordando come già quarant’anni fa il Consiglio comunale approvò all’unanimità la delibera “Firenze città operatrice di pace”, con il contributo decisivo di figure come Ernesto Balducci. Accanto a La Pira, Biagioni ha evocato una vera e propria costellazione fiorentina della pace: da Mario Primicerio ad Alberto L’Abate, da Gigi Ontanetti a Danilo Dolci, fino alle esperienze della Tenda della Pace in piazza San Giovanni e al ruolo del Social Forum europeo del 2002, che fece di Firenze un epicentro mondiale delle mobilitazioni pacifiste. Oggi, ha sottolineato Biagioni, il contesto è forse ancora più grave: la guerra torna a essere legittimata apertamente, il diritto internazionale viene violato senza più neppure il ricorso a giustificazioni retoriche e la legge del più forte prende il posto delle regole condivise. Da qui l’urgenza di rilanciare Firenze come soggetto politico attivo per la pace, chiedendo all’amministrazione comunale l’istituzione di un forum o consulta permanente, dotata di continuità, risorse e capacità di intervento: dalla promozione della diplomazia, allo sviluppo dei corpi civili di pace, dal contrasto al riarmo e alla militarizzazione fino all’educazione nelle scuole.   ANDRÉS LASSO: LA CENTRALITÀ DEL DIRITTO INTERNAZIONALE Andrés Lasso si è concentrato sul cuore politico del documento e, fra gli altri, in particolare, la difesa e l’applicazione del diritto internazionale. Nato da anni di mobilitazioni, incontri e presìdi – come le “domeniche della pace” all’Isolotto – il percorso che ha portato alla piattaforma risponde al bisogno di maggiore incisività e di una massa critica capace di andare oltre la frammentazione delle iniziative. Lasso ha denunciato con forza la crescente delegittimazione delle istituzioni internazionali, ricordando come affermazioni quali “il diritto internazionale vale fino a un certo punto” segnino uno slittamento culturale gravissimo ma anche tolgano il velo dell’ipocrisia a molte posizioni e atteggiamenti di molti governi. Al contrario, il documento ribadisce la centralità dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia, delle sue risoluzioni e dei suoi relatori speciali, a partire da Francesca Albanese, ricordando fra gli altri il pronunciamento del luglio 2024 sull’occupazione illegale dei territori palestinesi. Non si tratta in primis di riscrivere il diritto internazionale, ha insistito Lasso, ma anzitutto di applicarlo. E in questo senso Firenze, forte della sua storia e delle figure che l’hanno attraversata – da La Pira a Terzani – può giocare un ruolo controcorrente, portando nel dibattito pubblico locale e nazionale una voce autorevole in difesa delle regole comuni e della diplomazia come alternativa alla guerra.   Alla fine della conferenza stampa si sono susseguiti diversi interventi dei partecipanti, con spunti e stimoli interessanti che saranno affrontati nella prossima assemblea. C’è stato anche il saluto di Cosimo Guccione, presidente del Consiglio comunale di Firenze, che ha confermato la ricezione formale del documento e l’impegno delle istituzioni cittadine con la volontà di avviare un confronto istituzionale per darvi seguito. Pur evitando di cristallizzarsi sulla soluzione della “consulta”, Guccione ha espresso apertura alla creazione di un tavolo o forum permanente che metta in rete associazioni, cittadini e rappresentanti istituzionali sul tema della pace. L’obiettivo, ha spiegato, è creare le condizioni perché questo percorso non resti simbolico ma diventi fertile, capace di produrre continuità e risultati. Un luogo visibile, condiviso, in cui lavorare insieme non solo sulle grandi questioni internazionali, ma anche sulle relazioni quotidiane, sui territori e sui modi concreti di vivere la pace. Un impegno che il Consiglio comunale, ha assicurato, è pronto a sostenere nelle forme possibili. Padre Bernardo Padre Bernardo Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Bandiera della pace Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Partecipanti nella Sala Ex Frantoio di San Miniat0 Intervento Cosimo Guccione alla conferenza Interventi alla conferenza Interventi alla conferenza Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Partecipanti nella Sala Ex Frantoio di San Miniat0 Padre Bernardo Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Vista Firenze da San Miniato Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Foto Cesare Dagliana, Leonardo Cappellini, Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Iran: nuovo ciclo di proteste. La denuncia di AI e Human Rights Watch
Dal 28 dicembre 2025 le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate nel paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che varie forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia, hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando per lo più in modo pacifico. Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 almeno 28 persone tra manifestanti e semplici spettatori, compresi minorenni, sono state uccise in 13 città di otto province iraniane. “In Iran chi osa esprimere la propria rabbia per decenni di repressione e pretendere un cambiamento profondo viene ancora una volta colpito a morte dalle forze di sicurezza. Questo ci ricorda la rivolta Donna Vita Libertà del 2022. Il massimo organismo iraniano in materia di sicurezza, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, deve ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale della forza e delle armi da fuoco”, ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. Le proteste sono iniziate il 28 dicembre 2025 a seguito della profonda svalutazione della moneta locale, della crescente inflazione, della cronica cattiva gestione statale di servizi fondamentali come la fornitura di acqua e del peggioramento delle condizioni di vita. Precedute dalla chiusura dei negozi e dagli scioperi nel Grande Bazar della capitale Teheran, le proteste si sono rapidamente estese a tutto l’Iran dando luogo a manifestazioni di piazza che invocano la caduta della Repubblica islamica e chiedono diritti, dignità e libertà. “La frequenza e l’insistenza con cui le forze di sicurezza iraniane stanno usando la forza illegale e mortale contro chi manifesta, considerata la sistematica impunità di cui esse beneficiano, è il segno che l’uso di queste armi per reprimere le proteste è una politica di stato”, ha commentato Michael Page, vicedirettore di Human Rights Watch per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato con 26 manifestanti, testimoni oculari, persone che difendono i diritti umani, giornalisti e un professionista sanitario, hanno esaminato dichiarazioni ufficiali e hanno analizzato decine di video pubblicati in rete o ricevuti. Un patologo indipendente consultato da Amnesty International ha visionato le immagini di manifestanti feriti o uccisi. Alte cariche dello stato iraniano hanno demonizzato coloro che manifestano come “rivoltosi” e hanno promesso una “dura” repressione. Il 3 gennaio 2026, giorno in cui le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 11 persone, la guida suprema Ai Khamenei ha dichiarato che “i rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto”. Sempre quel giorno, la direzione dei Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan ha dichiarato che il periodo di “tolleranza” era terminato, impegnandosi a colpire “rivoltosi, organizzatori e leader dei movimenti contro la sicurezza senza pietà”. Due giorni dopo il capo del potere giudiziario ha a sua volta ordinato alle procure di agire “senza pietà” contro i dimostranti e di celebrare velocemente i processi nei loro confronti. Gli stati membri delle Nazioni Unite e gli organismi regionali come l’Unione europea dovrebbero emettere condanne pubbliche e inequivocabili e intraprendere azioni diplomatiche urgenti per premere sulle autorità iraniane affinché cessino il bagno di sangue. Dato il diffuso clima di impunità di sistema che ha consentito alle autorità iraniane di compiere ripetutamente crimini di diritto internazionale quali uccisioni, torture, stupri e sparizioni forzate per eliminare e punire il dissenso, Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto agli organi giudiziari degli altri stati di avviare indagini basate sul principio della giurisdizione universale per emettere mandati di cattura nei confronti dei sospetti responsabili di tali crimini. Uso illegale della forza e uccisioni Le 28 vittime sono state tutte uccise dalle forze di sicurezza con armi da fuoco, inclusi i pallini di metallo. Coerentemente con la radicata politica statale di diniego e silenzio, le autorità iraniane hanno negato ogni responsabilità. Alcuni parenti delle vittime sono stati costretti a dichiarare ai mezzi d’informazione statale che le morti erano state dovute a incidenti stradali o erano state causate da altri manifestanti e sono state minacciate di subire ritorsioni o che i loro cari sarebbero stati seppelliti in luoghi segreti se non avessero obbedito agli ordini. Dopo aver esaminato alcune immagini e notizie, Amnesty International e Human Rights Watch hanno concluso che alcuni manifestanti hanno preso parte ad atti di violenza ma che le proteste sono state largamente pacifiche. In tutte le uccisioni su cui hanno svolto ricerche, le due organizzazioni non hanno riscontrato alcuna minaccia imminente alla vita o di ferimenti gravi ai danni delle forze di sicurezza che avrebbe potuto giustificare l’uso delle armi da fuoco. La repressione più grave ha avuto luogo nelle province del Lorestan e di Ilam, dove vivono minoranze etniche curde e luri, con rispettivamente otto e cinque manifestanti uccisi. Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 sono stati uccisi manifestanti anche nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Fars, Kermanshah, Esfahan, Hamedan e Qom. Una donna di Azna, nella provincia del Lorestan, ha riferito ad Amnesty International che la sera del 1° gennaio 2026 le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro manifestanti pacifici che si erano radunati nei pressi dell’ufficio del governatore in piazza Azadegan. Ha condiviso un video, verificato dalle due organizzazioni, in cui un agente dei Guardiani della rivoluzione apre il fuoco contro la folla. Dopo che questa si disperde, alcune persone si riuniscono nuovamente nei pressi di una stazione di polizia e le forze di sicurezza aprono ancora una volta il fuoco. In un altro video pubblicato in rete, si vedono manifestanti intonare slogan di fronte alla stazione di polizia e si sentono colpi d’arma da fuoco. Ad Azna sono stati uccisi almeno sei manifestanti: cinque di essi sono Vahab Mousavi, Mostafa Falahi, Shayan Asadollahi, Ahmadreza Amani e Reza Moradi Abdolvand. Le autorità continuano a trattenere il corpo di Taha Safari, 16 anni. Il 3 gennaio 2026 suoi familiari si sono recati a una stazione di polizia per chiedere notizie: un agente ha mostrato loro alcune foto di persone decedute, tra le quali hanno identificato quella del ragazzo, con gravi ferite alla testa. Questa è la testimonianza di un manifestante di Malekshani, sempre nella provincia di Ilam, su quanto accaduto in occasione del corteo che il 3 gennaio 2026 si era diretto pacificamente da piazza Shohada verso la sede dei Guardiani della rivoluzione: “Loro hanno aperto il fuoco dall’interno della base, uccidendo a casaccio. Tre o quattro persone sono morte all’istante, molte altre sono state ferite. I manifestanti erano completamente privi di armi”. Due video verificati girati quel pomeriggio mostrano i manifestanti radunati fuori dalla sede dei Guardiani della rivoluzione fuggire mentre risuonano colpi di arma da fuoco. In un altro video si vedono sei agenti all’interno dell’edificio, uno dei quali spara contro i manifestanti. In due video si vedono tre persone a terra, prive di sensi e gravemente ferite. Tre manifestanti – Reza Azimzadeh, Latif Karimi e Mehdi Emamipour – sono stati uccisi all’istante e altri due – Fares (Mohsen) Agha Mohammadi e Mohammad Reza Karami – sono morti a seguito delle ferite riportate. Il 3 gennaio 2026 nel quartiere di Jafarabad, situato nella città di Kermanshah, capoluogo della provincia omonima, sono stati uccisi Reza Ghanbary e i fratelli Rasoul e Reza Kadivarian. Secondo il racconto di un difensore dei diritti umani, agenti in borghese arrivati sul posto a bordo di tre veicoli di colore bianco hanno aperto il fuoco con pallini di metallo contro un gruppo di manifestanti che stava bloccando una strada. Nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari, Ahmad Jalil e Sajad Valamanesh sono stati uccisi il 1° gennaio 2026 nella città di Lordegan e Soroush Soleimani il 3 gennaio 2026 in quella di Hafshejan. Amnesty International e Human Rights Watch hanno visto le immagini dei loro corpi coi tipici segni dei pallini di metallo sul torso. Gravi ferimenti di manifestanti Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato i gravi danni causati dal massiccio uso dei pallini di metallo esplosi dalle pistole in dotazione alle forze di sicurezza, comprese ferite alla testa e agli occhi, così come i ferimenti provocati dall’uso di altre armi da fuoco e dai pestaggi. Un manifestante di Dehdasht, nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Amad, ha raccontato di essere stato colpito durante una protesta in corso il 3 gennaio 2026. Temendo di essere arrestato, ha evitato di ricorrere alle cure mediche rischiando di perdere una gamba. Un patologo indipendente consultato da Amnesty International ha visionato una fotografia e ha ritenuto che la ferita potrebbe essere stata causata da un pallino di metallo. Il 6 gennaio 2026 un fotografo della città di Ilam ha pubblicato un video in cui mostra il suo volto sanguinante raggiunto dai pallini di metallo. Ne mostra uno affermando che le forze di sicurezza stanno usando armi da caccia e dice: “Uccidere un essere umano per loro è come una battuta di caccia. Pensano che noi siamo le prede e loro i cacciatori”. Una donna della città di Esfahan ha dichiarato ad Amnesty International che, mentre stava fuggendo a seguito della violenta dispersione di una protesta, un agente l’ha violentemente sbattuta a terra calpestandola poi sulla schiena. La donna ha condiviso le immagini del suo volto sanguinante per le molteplici ferite riportate: “Più cercavo di divincolarmi, più faceva forza. Alla fine non potevo più muovermi. Piangevo e mi urlava di stare zitta”. Le due organizzazioni hanno notato che la presenza di forze di sicurezza all’interno degli ospedali ha sconsigliato a molti feriti di ricorrere alle cure mediche, col conseguente aumento del rischio di morire. Secondo un difensore dei diritti umani, un manifestante di nome Mohsen Armak è morto ad Hafshejan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari: il 3 gennaio 2026 era stato colpito da un pallino di metallo ma invece di essere portato in ospedale era stato nascosto in una fattoria. Il 4 gennaio 2026 nella città di Iman i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada e picchiando chi si trovava nella struttura, compresi i feriti, i loro familiari e il personale sanitario. Arresti di massa Le forze di sicurezza hanno proceduto ad arresti arbitrari di centinaia di manifestanti, anche di soli 14 anni, durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate dagli ospedali. Molte delle persone arrestate sono state sottoposte a sparizione e a detenzione in isolamento, col conseguente elevato rischio di subire maltrattamenti e torture. Il 5 gennaio Tasnim News, organo d’informazione affiliato ai Guardiani della rivoluzione, ha trasmesso le “confessioni” di una diciottenne e di una sedicenne accusate di “guidare le rivolte”. Le autorità iraniane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino. Amnesty International
“Un altro volo è possibile”: sindaci, associazioni, cittadini per la difesa del parco della Piana e il no al nuovo aeroporto
Un confronto pubblico partecipato, plurale e trasversale, che ha messo al centro il futuro della Piana fiorentina. Il convegno “Un altro volo è possibile: sì al Parco della Piana. Difendiamo il territorio, investiamo in ciò che serve davvero”, ospitato al Teatro Monni di Campi Bisenzio il 17 dicembre 2025, ha rappresentato un momento di sintesi e rilancio di una discussione che attraversa il territorio da oltre quindici anni: quella sul progetto di ampliamento dell’aeroporto di Firenze e, più in generale, sul modello di sviluppo dell’area metropolitana. Amministratori locali, consiglieri regionali, rappresentanti di comitati e associazioni, giuristi e cittadini si sono confrontati su aspetti ambientali, urbanistici, economici e sociali, con l’obiettivo dichiarato di riaffermare la centralità del Parco della Piana come infrastruttura ecologica, agricola e sociale e di riaprire una fase di mobilitazione pubblica.   Il ruolo della cultura e della partecipazione Ad aprire l’incontro è stata Sandra Gesualdi, direttrice del Teatro Monni, che ha richiamato il significato civile dell’iniziativa. Il teatro è stato presentato non solo come luogo di produzione culturale, ma come spazio pubblico di confronto democratico, in cui la comunità può interrogarsi sulle scelte che incidono sulla qualità della vita. Ospitare il convegno è stato quindi, nelle sue parole, un atto di responsabilità verso il territorio, coerente con l’idea che la cultura non sia separata dalla realtà sociale, ambientale e urbana. Gesualdi ha sottolineato come il dissenso, quando fondato su argomentazioni e conoscenza, rappresenti una forma alta di partecipazione democratica, auspicando che dall’incontro potessero nascere nuove alleanze e ulteriori occasioni di confronto pubblico.   La posizione dei Comuni della Piana Il sindaco di Campi Bisenzio, Andrea Tagliaferri, ha inquadrato il convegno come l’avvio di una nuova fase di mobilitazione condivisa tra amministrazioni e cittadini. Il ritorno del progetto aeroportuale, seppur presentato come ridimensionato, è stato descritto come la riproposizione di criticità già evidenziate in passato e riconosciute anche in sede giudiziaria. Nel suo intervento è emerso con forza il tema delle priorità nell’uso delle risorse pubbliche. Tagliaferri ha richiamato gli eventi alluvionali che hanno colpito il territorio negli ultimi anni, sottolineando come investimenti relativamente contenuti potrebbero migliorare in modo significativo la sicurezza idrogeologica. In questo quadro, l’aeroporto è stato indicato come un’opera che non risponde ai bisogni più urgenti delle comunità locali. La contrarietà al progetto è stata quindi ricondotta non a un rifiuto delle infrastrutture in sé, ma a una diversa idea di sviluppo territoriale. Sulla stessa linea si è collocata Claudia Pecchioli, vicesindaca facente funzioni di Sesto Fiorentino, che ha definito il dibattito sull’aeroporto un “déjà vu” che da anni condiziona le scelte di pianificazione. Pecchioli ha ribadito che il Parco della Piana è uno spazio reale e vissuto: un’area agricola, ambientale e di fruizione quotidiana, caratterizzata da elevata biodiversità e da una funzione fondamentale di regolazione idraulica. Nel suo intervento è stato richiamato il precedente storico delle scelte urbanistiche che hanno tutelato Monte Morello, indicando la necessità di una analoga lungimiranza per il futuro della Piana. Centrale anche il riferimento al modello economico: secondo Pecchioli, lo sviluppo non può essere fondato sull’espansione del turismo e sulle rendite immobiliari, ma su ricerca, innovazione, imprese e qualità del lavoro. Il tema della fragilità ambientale della Piana è stato affrontato da più interventi. Giuseppe Carovani, sindaco di Calenzano, ha evidenziato come il territorio costituisca un unico ecosistema, che non può essere governato per compartimenti amministrativi. L’aeroporto è stato descritto come incompatibile con un’area che rappresenta uno degli ultimi spazi verdi continui dell’area metropolitana e che svolge una funzione strategica per l’equilibrio idrogeologico. Carovani ha posto l’accento sul rapporto tra interesse pubblico e interessi privati, sostenendo che la pianificazione non dovrebbe essere subordinata alle logiche di profitto. In questa prospettiva, la discussione sull’aeroporto è stata ricondotta a una questione più ampia di governance del territorio e di visione strategica. Anche Riccardo Palandri, sindaco di Poggio a Caiano, ha collegato il progetto aeroportuale alle difficoltà quotidiane dei Comuni nella gestione delle emergenze, in particolare quelle legate al rischio idraulico. Nel suo intervento è emersa la contraddizione tra le politiche di mitigazione climatica e gli investimenti in infrastrutture percepite come incoerenti con tali obiettivi. Palandri ha inoltre sottolineato le criticità operative dell’attuale scalo e i limiti di accessibilità per molti cittadini della Piana. Il sindaco di Carmignano, Edoardo Prestanti, ha proposto una lettura di lungo periodo, ricordando come il progetto aeroportuale sia stato bocciato due volte dalla giustizia amministrativa. Secondo Prestanti, la questione non riguarda solo un’infrastruttura, ma un’idea di sviluppo che negli anni ha prodotto effetti collaterali evidenti: aumento della vulnerabilità idrogeologica, pressione turistica, crescita delle rendite immobiliari e difficoltà di accesso alla casa. Nel suo intervento è stato richiamato il tema delle risorse disponibili per i piccoli Comuni, mettendo in evidenza il divario tra i grandi investimenti destinati a opere controverse e le limitate capacità di spesa per interventi di messa in sicurezza e servizi essenziali. Dal Comune di Pisa, Francesco Auletta ha portato l’esperienza di un territorio che ha conosciuto gli effetti della privatizzazione aeroportuale. Il suo intervento ha insistito sulla necessità di superare una logica competitiva tra territori, proponendo invece un modello basato sulla cooperazione, sulla tutela della salute e dell’ambiente e su una diversa idea di mobilità. Auletta ha sottolineato come le risorse pubbliche potrebbero essere orientate verso il rafforzamento del trasporto ferroviario e del trasporto pubblico locale, indicando queste scelte come alternative più coerenti con gli obiettivi di sostenibilità e di riduzione delle disuguaglianze. Un fronte ampio e trasversale Nel corso del convegno è emersa la presenza di un fronte articolato, che attraversa appartenenze politiche diverse e coinvolge amministratori locali, rappresentanti regionali, associazioni ambientaliste e cittadini. Al centro del dibattito non è stato solo il rifiuto di una singola opera, ma l’affermazione del Parco della Piana come bene comune e come elemento strutturale per la sicurezza, la qualità ambientale e la vivibilità dell’area metropolitana. Il convegno si è concluso con l’impegno a proseguire il confronto nelle sedi istituzionali, giudiziarie e pubbliche, ribadendo la necessità di decisioni trasparenti e partecipate. In questo senso, l’incontro di Campi Bisenzio ha rappresentato non solo una tappa di una lunga vicenda, ma anche un tentativo di rimettere al centro del dibattito pubblico il rapporto tra sviluppo, ambiente e diritti delle comunità locali.   Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Cisgiordiania e Gaza: Netanyahu fa il bello e cattivo tempo… ma nessuno lo ferma
Un gruppo di coloni armati di mitra hanno arato i terreni agricoli con i trattori, distruggendo tutto il raccolto. È avvenuto all’alba di oggi a Beit Dajan e Foreik, vicino a Nablus. La presenza dell’esercito a protezione dei coloni durante lo scempio compiuto dimostra un piano di colonizzazione guidato dall’alto, e non un’azione di estremisti. In Cisgiordania le forze di occupazione israeliane hanno arrestato, stamattina all’alba, 22 giovani palestinesi durante diverse operazioni di rastrellamento a Dora, Tabka e campo di Al-Fawwar, nella provincia di el-Khalil. E l’esercito di occupazione israeliano continua a violare l’accordo di cessate il fuoco: bombardamenti aerei e di artiglieria hanno colpito varie parti della Striscia di Gaza. I nostri contatti in loco hanno riferito che questa mattina, martedì 23 dicembre, aerei da guerra israeliani hanno aperto il fuoco sulle zone orientali di Gaza City e sul quartiere di Hayy Tuffah. Aerei da guerra israeliani hanno lanciato attacchi a est di Deir al-Balah e a est di Khan Younis. Dall’accordo di Sharm Sheikh, dell’11 ottobre, il numero delle vittime è caloclato di 1˙115 feriti e 649 corpi recuperati. L’ultimo rapporto del ministero della sanità informa di 12 palestinesi uccisi nella giornata di ieri. L’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i diritti umani ha denunciato che “L’occupazione sta trasformando l’inverno in un’arma di morte contro la popolazione di Gaza attraverso il blocco e il divieto di accesso ai rifugi temporanei”. Avvertendo che “I civili sono costretti a scegliere tra due opzioni mortali: case sull’orlo del crollo o tende che non offrono alcuna protezione dal freddo e dalla pioggia. La politica di impedimento degli alloggi fa parte di un approccio sistematico allo sfollamento forzato e alla negazione del diritto della popolazione a un alloggio sicuro”, l’Osservatorio ha dichiarato: “Chiediamo alla comunità internazionale e al Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul Diritto a un Alloggio Dignitoso di fare pressione sulla potenza occupante affinché revochi immediatamente il divieto, poiché la sua prosecuzione durante l’inverno equivale a un omicidio volontario”.   Lanciata alla vigilia della giornata mondiale di solidarietà con il popolo palestinese indetta dall’ONU il 29 novembre di ogni anno, la campagna per la liberazione di Marwan Barghouti, il Mandela palestinese entrerà nel vivo a gennaio prossimo, quando in Italia arriverà suo figlio per partecipare ad un serie di eventi centrali nelle principali città. Sciopero della fame a staffetta contro il genocidio – Dall’avvio della campagna Digiuno x Gaza lanciata a maggio da Anbamed sono passati 7 mesi e 8 giorni. Oggi, martedì 23 dicembre… ANBAMED, notizie dal Sud Est del Mediterraneo ANBAMED
John Ketwig, veterano del Vietnam: “A un certo punto bisogna decidere da che parte stare”
Era il 1967; i Beatles avevano già fatto tre tour negli States ed entusiasmato un’intera generazione e John era tra quelli.  Aveva diciotto anni, gli piaceva la musica, andare a ballare e fare festa, sognava le ruggenti strade della California e il surf; i suoi occhi erano pieni di voglia di vivere e il suo cuore di voglia di amare, non certo di fare la guerra in Vietnam. Il caos, la distruzione fisica e morale si abbatterono su di lui, ma riuscì a sopravvivere e a tornare tra i vivi; con Carolynn nel 1970 mise su famiglia e se ne prese cura lavorando come meccanico. Non aveva mai scritto più di una lettera, non aveva mai pensato di possedere qualità letterarie e invece divenne padre di un romanzo best and long seller “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” (pubblicato nel 1985, ha venduto circa 250 mila copie). È membro di Vietnam Veterans Against War e di Veterans for Peace; oltre alla famiglia e ai doveri comuni da anni è impegnato in colloqui con ragazzi d’età scolare, con associazioni e gruppi civili interessati a costruire una cultura di pace e dialogo, contro ogni militarizzazione della società. Prima del Vietnam non avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata legata a filo doppio alla guerra e alla pace. Mi sembra di capire che fu proprio “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” che creò il vincolo e ti aprì a un orizzonte di rinascita personale. Mi racconti come nacque questo libro, che dopo quarant’anni continua a essere sugli scaffali delle librerie e a essere letto? Carolynn un giorno tornò a casa con un libro sul Vietnam scritto da un’infermiera. Anche Carolynn lo è, è un’ostetrica. Lo leggemmo entrambi e ne fummo scossi. Acquistammo tutti i libri disponibili all’epoca sul Vietnam. Ricordo che uscimmo dalla libreria con due borse piene zeppe di volumi. Li lessi tutti, uno in fila all’altro. Non posso dirti che scrivevano cose sciocche o non vere, ma raccontavano il loro punto di vista, che era molto lontano da ciò che io avevo vissuto sulla mia pelle. Insomma, mi sono detto, questo non è ciò che voglio che sappiano i miei nipoti; ricordo che quasi mi venne paura al pensiero che rimanesse solo quel tipo di racconto. Iniziai a scrivere a penna delle note, volevo fissare i ricordi, ma non avevo alcun progetto chiaro. Poi passai alla macchina da scrivere: ogni notte, messe a letto le figlie, scrivevo come un ossesso pagine e pagine che poi davo a mia moglie da leggere, correggere e valutare. Non dicemmo niente a nessuno e nessuno si accorse di nulla; ai colleghi, agli amici, alla famiglia sembravo il solito John e invece stavo percorrendo un viaggio a ritroso, nei meandri di me stesso, nella notte più nera che avessi mai visto. Mi fermai a trecentocinquanta pagine e con Carolynn decidemmo che quell’opera sarebbe stata per la famiglia: l’avrebbero letta le nostre figlie e i nostri nipoti. Il faldone, per un po’, finì su uno scaffale in salotto. Ma il suo destino era un altro… Che cosa è successo? Un giorno venne a casa un collega, un meccanico come me; di solito siamo in tuta, dunque non avevo mai notato che aveva su un braccio un tatuaggio del Vietnam. Gli chiesi la cortesia di leggere ciò che avevo scritto. Ne rimase entusiasta e concordò al cento per cento con la mia visione della guerra. Mi disse: “Devi pubblicarlo!” Non gli diedi troppo credito, ma, per fortuna, il mio angelo, Carolynn, si diede da fare, così che un giorno mi ritrovai in mano il numero di telefono di un agente letterario. Per un po’ rimasi anchilosato davanti all’apparecchio, oscillando tra: “Adesso lo chiamo!” a “No, non lo chiamo. Non sono un vero autore!” Alla fine chiamai. Il tuo libro voleva proprio nascere! Trovo interessante che ci lavorasti come un matto, di nascosto e per nove mesi… e mi colpisce che al tuo fianco c’era una donna che ti amava ed era esperta di nascite. Carolynn non solo mi ha aiutato nella stesura del libro, ma lei stessa è rimasta vittima della guerra, delle porcherie della guerra. Il nostro primo figlio l’abbiamo trovato morto in culla dopo quattordici giorni di vita. Risultò nato con malformazioni genetiche, ma nelle nostre famiglie non c’erano casi pregressi di strane malattie. Ero io che ero stato esposto all’Agente Arancio in Vietnam e che avevo contaminato lei. Fu un duro colpo anche quello. Caspita, mi dispiace. E immagino nessun risarcimento… nessuna scusa…  Quanti anni avevi quando pubblicasti “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam”? Tutto iniziò tra i trentacinque e i quarant’anni; ben quattordici anni dopo il ritorno dal Vietnam. La scrittura funzionò come una cura potente. Mi piace dire che fu una pozione contro un’infezione che avevo radicata sotto la pelle, ma il processo di guarigione richiese del tempo e fu molto doloroso. Racconti in prima persona? Si. È la mia esperienza, è ciò che ho visto, gli orrori, la paura che ho provato, la distruzione e tanto, tanto nonsenso. Sono cresciuto nell’Upstate New York, vicino a Buffalo, in un momento di grande cambiamento culturale. Pensa che a scuola ci avevano insegnato che noi eravamo la generazione che avrebbe dovuto imparare a dialogare con l’altro, perché non era più pensabile fare guerre, c’era l’atomica, non si poteva “scherzare” con armi simili. E poi arrivarono la controcultura, i Beatles con il loro messaggio di pace e amore universale, gli irriverenti Rolling Stones, la poesia di Bob Dylan, le manifestazioni per i diritti dei neri, delle donne, dei lavoratori. Immagina, questa era la realtà che aveva influenzato la mia struttura morale. Per me contava ciò che diceva John Lennon, i messaggi che mandava nel mondo. Eppure in Vietnam mi ritrovai a vedere e a fare cose che contraddicevano tutto ciò che mi avevano insegnato. Io sono tra i fortunati: sono un sopravvissuto (ci sono 58.315 nomi di caduti nel memoriale di Washington e oggi si stima che oltre 200 mila veterani rientrati dal Vietnam si siano suicidati) e inoltre non dovevo uscire a uccidere armato fino ai denti. Lavoravo nelle officine come preparatore di camion e carri armati. Le cose peggiori sono state vissute da quelli mandati in fanteria. Eppure sei tornato anche tu a casa con una diagnosi di “Sindrome Acuta da Stress Post-Traumatico”. Come vi insegnavano a odiare il nemico? E come sei uscito dalla spirale di odio in cui eri stato gettato? Certo, sono tornato a casa traumatizzato. Gli psicologi lo chiamano “disordine”, ma è molto peggio, è un danno permanente. Il fatto è che diventare crudeli ed efferati era posto come un requisito di sopravvivenza. È questo che ha distrutto più di tutto la mente delle persone e che ancora le tormenta. Abbiamo tacitato la coscienza, ma solo per un po’… Prima di partire ci avevano fatto credere che andavamo a difendere i vietnamiti, invece stavamo andando a ucciderli, a bombardare i loro campi; erano già poverissimi e noi li affamavamo ancora di più. Alla fine del 1968 riuscii a passare in Thailandia; li per la prima volta mi confrontai con una popolazione del Sud-Est Asiatico che non mi era ostile e scoprii che erano esattamente come noi. Volevamo le stesse cose: migliorare la vita quotidiana e garantire qualcosa di meglio per i nostri figli senza essere sottomessi ad altri. Capii che lo desideravano anche i vietnamiti. La gente comune, di qualsiasi popolo, desidera le stesse cose. “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” è un libro chiaramente contro la guerra. Come fu accolto? E che cosa contribuì al suo successo? All’inizio ero preoccupato, perché sapevo che molti veterani nascondevano il loro passato; del resto l’avevo fatto anch’io e invece il libro fu accolto molto bene. All’inizio il volano del successo fu il passaparola. Cominciai a ricevere lettere di ex soldati. Raccontavano di essere stati negli stessi luoghi; li riconoscevano e nelle mie parole ritrovavano le loro ansie, la loro disperazione, la solitudine. Mi ringraziavano perché mogli e compagne dalla lettura del libro avevano capito qualcosa in più di loro, di quel che stava sotto gli strani comportamenti che quando emergevano facevano così male a tutti. Ora ti racconto una storia a lieto fine. Mi contattò una donna perché, grazie al libro, aveva capito di aver sbagliato con il fratello, anche lui un reduce del Vietnam e voleva che gli parlassi. L’uomo da anni rifiutava ogni contatto con la famiglia e viveva solo in un bosco. Insomma, grazie al mio libro i due si sono riavvicinati. Per chiudere la chiacchierata, come pensi che siamo messi oggi? Male. Però siamo in tanti a essere disgustati; non vedo quell’organizzazione culturale che c’era ai miei tempi, ma secondo me qualcosa di grosso sotto si sta muovendo. Credo che un passo che ognuno dovrebbe fare è prendere una posizione pubblica e decidere da che parte stare. Sul mio biglietto da visita ho voluto scrivere: “Sono contrario al militarismo e alla guerra.”  So bene che questa mia azione non cambierà le intenzioni guerrafondaie dell’amministrazione Trump, ma se diventassimo milioni a dire “NO!”? E intanto almeno posso dormire con la coscienza a posto. Una curiosità: in Italia abiti vicino a Maranello? Abbastanza, due ore di macchina. Perché? Sono da tutta la vita un appassionato ed entusiasta di macchine. Uno dei miei sogni è visitare l’officina della Ferrari.   Marina Serina