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Nuovo numero della “Rassegna stampa Costruire la pace, decostruire la guerra”
E’ disponibile il numero 23, 15 aprile 2026, della “Rassegna stampa Costruire la pace, decostruire la guerra”, scaricala a questo link https://padreangelocavagna.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/04/rassegna-stampa-sito-cavagna_23_14-aprile-2026.pdf In questo numero: – una ampia rassegna stampa su “Trump e il Papa” – Guerra e media: aumentano i servizi sui corpi dell’esercito nei TG di RAI e Mediaset – Bambini, giovani, scuola, donne, mamme nei processi di militarizzazione della società – Armi e armamenti: continua la saga dei coltelli – … e ancora libri, articoli, incontri, formazione L’invio della Rassegna stampa è libero e gratuito per tutti. Scrivi a: 30passi@libero.it I numeri arretrati li trovi qui: https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ Libro Multimage su Angelo Cavagna Vi ricordiamo l’evento di Martedì 28 aprile a Bologna di presentazione del volume dedicato a padre Angelo Cavagna Michelangelo Chiurchiù (a cura di), Padre Angelo Cavagna. Profeta della pace e della nonviolenza, Multimage, Firenze, 2026 Prefazione di don Luigi Ciotti https://www.multimage.org/libri/padre-angelo-cavagna-profeta-della-pace-e-della-nonviolenza?srsltid=AfmBOopB0cJYKe0w9ZS8rWCm_zYVRxZlbjt7EhxiA7jcAx_hshvrVLCL Redazione Italia
April 15, 2026
Pressenza
Il silenzio che ci rende complici
Oggi, 13 aprile, scade il termine utile per impedire il rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele, firmato nel 2003. Se non sarà presentata una formale disdetta – come è ormai certo –, l’accordo si rinnoverà automaticamente per altri cinque anni, senza voto del Parlamento, senza dibattito pubblico e senza alcuna assunzione trasparente di responsabilità politica. Non stiamo parlando di un dettaglio amministrativo. Stiamo parlando di un accordo che, da oltre vent’anni, lega l’Italia a una cooperazione militare strutturata con Israele: programmi congiunti, scambio di tecnologie, integrazione tra apparati della difesa e industria bellica. Non è un meccanismo neutro, non è un protocollo tecnico, ma una scelta politica precisa, reiterata nel tempo. Ed è proprio qui il punto. Questo accordo non è diventato oggi improvvisamente insostenibile. Non lo è mai stato. È stato costruito e mantenuto dentro una logica che ha sempre rimosso la questione fondamentale: l’occupazione dei territori palestinesi, le violazioni sistematiche del diritto internazionale, un conflitto gestito per decenni attraverso la forza. Per anni si è fatto finta che la cooperazione militare potesse essere separata da tutto questo, come se le armi e le tecnologie fossero strumenti neutri. Non lo sono mai state. Oggi però la situazione è ancora più grave, in quanto nessuno può essere inconsapevole di ciò che sta accadendo in Palestina. La guerra in corso a Gaza ha prodotto una devastazione umana e materiale senza precedenti recenti. A gennaio 2026 si contavano oltre 70 mila vittime, in larghissima parte civili, con un numero enorme di bambini uccisi o feriti. Interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture civili distrutte, una popolazione privata di acqua, cure ed elettricità. Non è più possibile nascondersi dietro formule diplomatiche: siamo davanti a una catastrofe umanitaria che sempre più osservatori internazionali definiscono, senza mezzi termini, un genocidio. Se questo accordo è sempre stato moralmente e politicamente indifendibile, oggi lo è ancora di più, alla luce di ciò che sta accadendo. Continuare a mantenerlo significa accettare che anche l’Italia resti dentro una filiera militare che contribuisce, direttamente o indirettamente, a questa distruzione. Non esistono più alibi, non esistono più zone grigie. Il meccanismo del rinnovo automatico rende tutto questo ancora più grave. Il cosiddetto silenzio-assenso non è una procedura neutra, ma uno strumento politico che consente di evitare il confronto e di sottrarre una scelta pesante al Parlamento e all’opinione pubblica. È una forma di deresponsabilizzazione consapevole. Si decide di non decidere e, così facendo, si permette che tutto continui esattamente come prima. Qui non siamo davanti a un vuoto. Siamo davanti a una scelta politica precisa, anche quando si presenta come inerzia. C’è poi un punto che per noi è decisivo: la Costituzione. L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra. Non dice che la limita, non dice che la regola, ma che la ripudia. Questo significa che non può esistere una politica estera che, nei fatti, contribuisce a sostenere apparati militari impegnati in operazioni di guerra di questa natura. Se quel principio ha ancora un valore, deve valere adesso. Altrimenti è solo una formula svuotata. Il Governo guidato da Giorgia Meloni porta una responsabilità piena. Se il Memorandum si rinnoverà automaticamente non sarà un incidente, non sarà un automatismo inevitabile, ma una scelta precisa. Una scelta di continuità, una scelta di allineamento, una scelta di complicità, anche quando questa non viene dichiarata. E allora le parole devono essere chiare. Non siamo di fronte a una questione tecnica, ma a una questione politica e morale di prima grandezza. Non si può invocare la pace nei comunicati ufficiali e poi mantenere in piedi accordi che rafforzano la cooperazione militare con un Paese impegnato in operazioni di questa portata. Non si può richiamare il diritto internazionale e poi aggirarlo nei fatti. Da parte nostra non c’è ambiguità: questo accordo va cancellato, non semplicemente ridiscusso. Va interrotto perché è sbagliato nelle sue basi e perché oggi produce effetti ancora più gravi. E va aperta una discussione pubblica vera su tutto il sistema di cooperazione militare, sulle relazioni industriali nel settore della difesa e sul ruolo che l’Italia vuole giocare in uno scenario internazionale segnato da guerra e riarmo. Il 13 aprile non è una scadenza formale. È uno spartiacque politico. Segna la linea tra chi sceglie di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e chi preferisce nascondersi dietro il silenzio. Ma il silenzio, oggi, non è neutralità. È complicità. Giovanni Barbera
April 13, 2026
Pressenza
Presidio no guerra no riarmo in Sant’Ambrogio Firenze: le foto.
L ‘appuntamento  che prosegue da quasi un anno il venerdì pomeriggio in Sant’Ambrogio nel centro storico di Firenze,  il presidio contro il riarmo, ha visto ieri una partecipazione straordinaria.  Le folli dichiarazioni di Trump che minacciava di annichilire l’Iran bombardandolo, hanno trovato prima una immediata risposta nei giorni precedenti con un flash mob spontaneo  in Piazza della Signoria, e quindi una chiamata generale più organizzata  attorno al  presidio del Coordinamento No-Riarmo a cui hanno partecipato le varie componenti fiorentine del  movimento contro la guerra. All’evento chiamato  da Casa Dei Diritti dei Popoli, rete internazionalista, hanno risposto Donna Vita Libertà Associazione Culturale,( (la parte più di sinistra della frazionata  comunità iraniana), gli Statunitensi contro la Guerra , Firenze per la Palestina, La comunità Palestinese , I Giovani Palestinesi,  il CPA  FirenzeSud , i Sanitari per Gaza, che sono intervenuti declinato con sfumature diverse quanto sta accadendo in medio oriente ma tutti denunciando allo stesso modo l’imperialismo e il colonialismo americano che vuole imporre il proprio dominio di morte a livello globale. A questo progetto si contrappone la resistenza dei popoli che  possono trovare solo al loro interno la forza e  la strada  per la propria liberzione e autodeterminazione senza ingerenze e pelose esportazioni di una falsa democrazia occidentale. Foto di Cesare Dagliana No Guerra No Riarmo No Guerra No Riarmo No Guerra No Riarmo No Guerra No Riarmo No Guerra No Riarmo No Guerra No Riarmo No Guerra No Riarmo No Guerra No Riarmo     Redazione Toscana
April 11, 2026
Pressenza
Presentazioni missioni Global Somud Flotilla 2026 a Trieste
Sono state presentate anche a Trieste le missioni Global Somud Flotilla 2026. Sandra Palmesi e Massimo Marchesini di Global Movement to Gaza hanno introdotto l’iniziativa che si articolerà su missioni di terra (lungo il nord Africa) e di mare (con diverse partenze nel mar Mediterraneo per poi confluire davanti alle coste di Gaza stessa). Entrambe le missioni saranno composte da partecipanti di diversi paesi: è stato sottolineato il valore della partecipazione internazionale. Mentre si parla di tregua, la realtà è fatta di assedio, bombardamenti, fame e distruzione sistematica. Mentre si invoca la pace c’è la finta pace del Peace Board e si continua a sostenere un sistema di occupazione, apartheid e violazione del diritto internazionale. Di fronte a tutto questo, il silenzio non è neutralità ma complicità. Le missioni Global Sumud Flotilla 2026 saranno anche in questa occasione un’iniziativa di solidarietà con beni e viveri da portare alla città martoriata ma vogliono essere soprattutto atti concreti di rottura: dell’assedio, del blocco illegale,  dell’isolamento e della narrazione che normalizza la violenza. Gli ideatori dell’iniziativa sperano inoltre di riportare nelle strade di tutte le città le persone che sono scese in solidarietà a Gaza nel 2025, facendo capire che ora è in atto solo una finta pace. Interessante è stato il collegamento con Sara, che ha partecipato alla missione dell’anno scorso , che ha evidenziato quello che è successo in questa esperienza fino all’arresto da parte delle autorità israeliane e ha illustrato le aspettative per l’edizione di quest’anno, in una situazione internazionale in cui diversi popoli oppressi del mondo, non solo della Palestina, devono lottare per l’affermazione dei loro diritti nei confronti di una superpotenza che vuole dettare legge ovunque. Successivamente è stata presentata l’iniziativa simbolica che si terrà domenica mattina (a partire dalle ore 10.00)  a Trieste, in contemporanea con la partenza della Flotilla da Barcellona: attraccheranno al molo Audace una barca italiana e una slovena. Quella slovena partirà poi nei giorni successivi alla volta di Venezia in una sorta di ideale “staffetta” augurale verso le imbarcazioni dirette verso la Sicilia e oltre. Nella stessa mattinata sono inoltre previsti interventi di Andrea Dezan (presente l’anno scorso sulla nave Zefiro che è stata colpita da droni), Maria Elena Delia (portavoce italiana Global Sumud Flotilla) e due ospiti internazionali: lo spagnolo Rafael de la Rubia, ideatore della Marcia mondiale per la pace e la non violenza, e l’olandese Rikko Voorberg, promotore della PeaceWalk to Jerusalem. Questi ultimi due durante la loro permanenza a Trieste parteciperanno ad un iniziativa-dibattito per discutere di possibili sinergie tra i vari progetti.   Redazione Friuli Venezia Giulia
April 11, 2026
Pressenza
Lunedì dell’angelo: scorgere la luce oltre la notte della croce
“Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto” (Mc, 16, 1-7). Questo è l’annuncio che le donne, recatesi in visita al sepolcro, ricevono una volta giunte lì da un giovane vestito di bianco, secondo il passo del Vangelo di Marco: un messaggio di speranza per l’umanità intera, che illumina il buio dopo la morte. L’episodio avviene la domenica mattina – “il giorno dopo il sabato” – e nella liturgia viene ricordato il Lunedì dell’Ottava di Pasqua, il primo degli otto giorni del periodo pasquale. “Il Lunedì dell’Angelo (come viene anche tradizionalmente chiamato questo giorno): dopo aver percorso la via della croce e aver vissuto la Passione e la morte di Cristo, inizia il tempo della luce”. dice a Interris.it fra Emiliano Antenucci, sacerdote dell’Ordine dei frati minori cappuccini e rettore del Santuario della Madonna del Silenzio ad Avezzano, in provincia di L’Aquila. Fra Emiliano, qual è il messaggio di questo annuncio?  “L’annuncio della Risurrezione è un messaggio di speranza e di gioia. Sentire che Gesù non va cercato tra i morti perché è vivo ci dimostra che il Cristianesimo è una religione della vita”. Perché sono tre donne le prime a ricevere la buona novella? “A quell’epoca faceva fede la testimonianza degli uomini e le donne erano ritenute meno credibili, ma Gesù rovescia tutti i giudizi e i pregiudizi. Sceglie le donne, come si rivolge ai poveri, agli ultimi, perché l’annuncio del Cristianesimo parla a tutti. La Chiesa ci insegna che ogni persona ha una sua dignità infinita e inviolabile”. (Donne erano le due Marie sotto la croce con Giovanni, donna sarà – Maria – la guida degli apostoli il giorno della Pentecoste, della panglossia e dei doni dello Spirito, ndr) Nella vita di ogni giorno ci sono tanti piccoli momenti di difficoltà e di buio. Come possiamo far “vincere la vita sulla morte” nella nostra quotidianità? “Cercando di vivere in piedi e a testa alta per il Signore, rialzandoci dalla sofferenza e dal dolore per guardare al di là della notte della croce e scorgere la luce. Il compianto Papa Francesco diceva che non si deve perdere mai la speranza. Il gesto di alzarsi mi fa pensare ai fedeli che si mettono in piedi per la lettura del Vangelo, dove l’ambone rappresenta il sepolcro vuoto e il sacerdote è, in quel momento, simile all’angelo che dà l’annuncio”. Stiamo vivendo un periodo storico segnato dalla “terza guerra mondiale a pezzi”, dalle diseguaglianze crescenti, dagli effetti del cambiamento climatico, e da un generale senso di sfiducia nel futuro, da parte dei giovani ma non solo. Qual è il “sepolcro” da dove l’umanità deve uscire? “C’è una cultura e una spettacolarizzazione della morte, persino della guerra. Siamo capaci di filmare la violenza e il sangue e c’è pure chi mette ‘like’. Ma non ci sono soltanto le grandi guerre, bensì anche i tanti, piccoli, conflitti interni alla nostra società – che a volte ‘piccoli’ non sono. Il messaggio di speranza della Risurrezione dovrebbe farci sentire fratelli tra di noi ancora di più. Inoltre, come cristiani dobbiamo essere capaci di ‘filmare’ la vita, di mettere ‘mi piace’ alla bellezza e di amare ciò che è luminoso”. Redazione Italia
April 6, 2026
Pressenza
La repressione poliziesca di Piantedosi colpisce anche nelle Marche: denunciati 8 manifestanti proPal
Dello Stato securitario, poliziesco e sempre più post democratico, che lascerà in eredità Piantedosi e l’intero governo, resteranno anche le otto denunce a carico dei manifestanti che, assieme ad altre centinaia di attivisti, si erano avvicendati lo scorso 28 novembre davanti ai cancelli della Civitanavi System Honeywell di Porto S. Elpidio. I capi di imputazione riguardano il codice penale, per l’uso di fumogeni (art. 703 “accensioni ed esplosioni pericolose”) e per violenza privata (art. 610). Il 28 novembre 2025 è stato anche il giorno dello sciopero generale indetto da USB. “Con nostra grande sorpresa – racconta una delle persone denunciate – in quanto la manifestazione si era svolta in maniera totalmente pacifica. Sono gli effetti della stagione dei nuovi decreti sicurezza, che attraverso l’intimidazione e la repressione di chi scende in piazza intendono sigillare gli spazi di dissenso e di aggregazione. Le ragioni politiche e sociali di chi protesta vengono derubricate a problemi di ordine pubblico o addirittura non hanno diritto di cittadinanza, tanto che il Sindaco di Porto S. Elpidio è arrivato a negarci una sala comunale per un dibattito pubblico. Non saranno queste misure autoritarie a fermare un movimento che in tutta Italia sta contestando il regime di guerra in cui siamo coinvolti e le complicità, a vari livelli, dei nostri territori”. Proprio in risposta di questo atto, gli attivisti giovedì 2 aprile si sono dati appuntamento per un nuovo presidio davanti ai cancelli di Civitanavi per denunciare la ricerca, la progettazione e la produzione di componenti ad uso militare e dire NO all’economia di guerra. E per continuare a interloquire con i lavoratori di Civitanavi e la RSU in essa presente sui temi della riconversione al civile e dell’obiezione alla produzione militare. Il Coordinamento Marche per la Palestina denuncia, oltre all’azienda di Porto S. Elpidio, l’attività di tutte le aziende presenti nel territorio marchigiano che contribuiscono all’economia di guerra e del genocidio. Civitanavi System è stata acquistata nel 2024 da Honeywell, gigante americano che produce armi nucleari, sistemi di puntamento, guida e rilevamento per missili e droni, i cui componenti sono stati ritrovati nelle macerie di una scuola di Gaza. Honeywell Civitanavi attualmente produce e commercializza unità di navigazione e puntamento inerziale utilizzabili in jet militari, carri armati e missili e non ha mai risposto alle richieste di chiarimento riguardo allo loro esportazione verso Israele o altri Paesi che violano i diritti umani e come ciò si concili con il codice etico aziendale. “Condivido la vostra lotta – ha detto lo scrittore Angelo Ferracuti – e l’idea che certe aziende del territorio dove vivo non devono essere complici del genocidio perpetuato da Israele verso il popolo palestinese” Inoltre il recente sequestro al porto di Ancona di un imponente carico di munizioni e detonatori, ha messo in luce un traffico di armamenti sotto falsa documentazione che viola la L. 185/90 alla pari delle aziende che continuano a esportare in Israele e in altri teatri di guerre attraverso la copertura di forniture indirette o dual use. Sono ormai migliaia in tutta Italia le attiviste e gli attivisti colpiti in questi ultimi mesi da provvedimenti penali e amministrativi che mirano a criminalizzare il dissenso, in violazione dei principi costituzionali di libertà di pensiero e di riunione, configurando un progetto complessivo di trasformazione dallo stato di diritto allo stato di polizia. “Non saranno queste misure liberticide – hanno spiegato i manifestanti – a intimidirci e a fermare la protesta contro il legame tra guerre, produzione e commercio di armi, scelte economiche e responsabilità istituzionali. Ci opponiamo ad una deriva bellicista che sta comportando anche nei nostri territori una vasta riconversione della produzione dal civile al militare e che sposta gigantesche risorse dal welfare alla macchina militare attraverso politiche di macelleria sociale. Ribadiremo la necessità di una produzione per il solo impiego civile e di tracciare le destinazioni finali della produzione, continuando nel cercare una interlocuzione con i lavoratori e le lavoratrici di Civitanavi e con la rappresentanza sindacale ivi presente, affinché non disgiungano la tutela e la dignità del proprio lavoro dall’imperativo di prendere posizione dalla parte della vita e contro le logiche della guerra e di chi le alimenta”. Nonostante la pioggia sferzante, effetto del cambiamento climatico che insieme a Puglia e Molise ha colpito dannosamente anche le Marche, durante il presidio di giovedì hanno messo in scena un vero e proprio flash mob evocante la via crucis dei bambini di Gaza, che ancora, ma ormai fuori dai riflettori del mainstream, continuano a morire quotidianamente per mano genocida dei militari israeliani. Al presidio anche il sostegno dell’attore marchigiano Giorgio Montanini: “Tantissime aziende italiane, nascondendolo, partecipano all’economia di guerra. Solidarietà gli attivisti colpiti dalle denunce”.   Leonardo Animali
April 3, 2026
Pressenza
Names behind Numbers: un impegno quotidiano per la pace dall’Area della Ricerca del CNR di Milano
Non siate compassionevoli, siate esatti, dateci un nome, non “loro”, non “vittime”, nominateci uno per uno, dite i nostri nomi finché non vi mancherà il fiato, è solo quello il punto in cui la lingua si redime. (Francesca Mannocchi) Names behind Numbers è un’iniziativa promossa da un gruppo di lavoratrici e lavoratori dell’Area della ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR di via Corti 12 a Milano, che consiste nella lettura collettiva e ad alta voce dell’elenco delle bambine e dei bambini israeliani e palestinesi (0-12 anni) uccisi dal 7 ottobre 2023. Ci si incontra nel cortile dell’Area, accanto al punto di raccolta usato in caso di emergenza, tutti i giorni, indipendentemente dalle condizioni meteo, a partire dalle 12.00 e si va avanti per una ventina di minuti; c’è anche chi viene ma non legge e ascolta in silenzio. L’incontro si chiude con una formula di saluto in arabo. La lettura è cominciata il 7 ottobre 2025 – a due anni dall’attacco del gruppo militare di Hamas a Israele e dell’inizio della guerra con conseguente genocidio a Gaza – e andrà avanti per mesi in quanto l’elenco, di 257 pagine, contiene quasi 13.000 nomi (per l’esattezza 12.265). I dati sui 16 bambini israeliani provengono dall’agenzia giornalistica israeliana Haaretz; quelli relativi alle migliaia di palestinesi da un database open source creato dal collettivo Tech For Palestine, un gruppo di volontari che raccoglie i dati dal Ministero della Salute di Gaza, che a sua volta utilizza registri ospedalieri e dell’obitorio, nonché resoconti verificati delle famiglie delle vittime e di media affidabili. L’elenco si ferma al luglio del 2025, perciò non è definitivo. Ad oggi, sempre secondo fonti del collettivo palestinese, i bambini morti sono circa 22.000, ma è un dato sottostimato: rintracciare e identificare i morti a Gaza è diventato sempre più difficile a causa del collasso del sistema sanitario dell’enclave, dei ripetuti sfollamenti ed esodi delle famiglie. In questo contesto, molti bambini non sono identificati e non arrivano neanche ad avere un nome.   Non è un caso che l’iniziativa riprenda il titolo dato dal gruppo palestinese al proprio lavoro, Names behind Numbers, nel quale sono stati raccolti i dati di oltre 73.000 persone uccise. Lo abbiamo adottato perché ricorda – a noi che facciamo ricerca e usiamo spesso i numeri come criterio per dimostrare l’attendibilità di un fenomeno – che anche se i numeri ci danno le dimensioni della grandezza di una tragedia, spesso ce la fanno percepire come lontana, astratta, irreale. Dietro i numeri ci sono storie, vite, famiglie, comunità. Come con le vittime di violenza o i migranti morti in mare, di cui conosciamo spesso solo i numeri, dare un’identità ai loro corpi, conoscere i loro nomi, renderli pubblici è un gesto per sottrarre all’oblio chi è stato ucciso o è morto ingiustamente, per ricordare il suo diritto alla vita negato e calpestato, per dar visibilità a una storia che viene sistematicamente rimossa, dimenticata e in alcuni casi negata. L’iniziativa di leggere i nomi delle vittime di violenza, come quelle del 7 ottobre e del genocidio di Gaza, peraltro non è nuova; da quando sono stati pubblicati i dati sul Washington Post nel luglio 2025, molte iniziative analoghe si sono svolte e continuano a svolgersi in tutta Italia e nel mondo, dove i nomi vengono letti o anche trascritti sulla carta, sulla stoffa, sui muri, coinvolgendo artisti e artiste e cittadini e cittadine di molte città e paesi in azioni pubbliche che cercano di mantenere viva la memoria collettiva e individuale.  L’importanza di preservare la memoria è molto presente nel popolo palestinese: i nomi dei bambini e delle bambine sono brevi ma composti da una successione di altri nomi, 4,5 a volte 6, che ricordano quelli dei padri e dei nonni, in una sorta di staffetta tra generazioni che cerca di mantenere vivo il ricordo delle origini e di tenere unito il filo sottile che lega passato e presente, di fare in modo che non si spezzi, perché in quel nome è scritto anche il futuro delle giovani generazioni. Il presidio di lettura dell’Area di Ricerca di Milano è partecipato da 10-20 persone a seconda della giornata. Le motivazioni sono tante e ognuno viene con le sue.  È certamente un modo per non dimenticare, per testimoniare, per cercare di rimanere lucidi in questi tempi terribili in cui, parafrasando Shakespeare, “matti guidano ciechi”.  È un gesto di solidarietà. Un modo, per dirla con le parole di Francesca Mannocchi, “per abitare la guerra, per stare scomodi, ogni giorno, non solo loro, ma noi.”  È anche un modo per sentirsi e per fare “comunità”, al di là dei nostri ruoli, tecnici, amministrativi, di ricerca, delle nostre età, del nostro genere e delle nostre discipline. Per opporsi non soli ma uniti alla logica della guerra e della sopraffazione. È, infine, un gesto di responsabilità. Sebbene ci limitiamo a leggere dei nomi – spesso non li leggiamo neanche correttamente – ogni nome lo accompagniamo con il nostro respiro e in quel respiro c’è il nostro piccolo impegno di umanità e di pace, un impegno che rinnoviamo ogni giorno. Perché la cultura della non violenza si costruisce anche così. Se qualcuno/a volesse riprendere l’iniziativa, siamo contenti di condividere il nostro elenco. L’Area della Ricerca non è accessibile al pubblico, è un luogo di lavoro ma se qualcuno volesse qualche volta venire a trovarci può scrivermi.   Alba L’Astorina, IREA CNR Milano lastorina.a@irea.cnr.it Redazione Milano
April 2, 2026
Pressenza
“Fair Play Un’amicizia oltre la sfida”, il romanzo di Agim Gruda sulle Olimpiadi di Berlino del 1936
Nel 1936 Berlino si offriva al mondo come vetrina di un ordine costruito, destinato a legittimare un’idea di potenza e di superiorità. A distanza di novant’anni, quel passaggio storico continua a interrogare il presente, anche attraverso traiettorie individuali che sembrano lontane e che invece vi si innestano con naturalezza. È il caso di Gruda Agim, oggi docente di scienze motorie all’Istituto superiore Antonietti di Iseo (BS). Agim lascia l’Albania negli anni della dittatura comunista di Enver Hoxha e approda in Italia dopo un viaggio incerto, condiviso con molti altri che cercavano una via d’uscita. L’arrivo non coincide con un approdo compiuto. È, piuttosto, una sospensione: l’assenza di riferimenti, la marginalità, la necessità di trovare un punto da cui ripartire. Il percorso che segue non ha nulla di lineare. Si costruisce nel tempo, attraverso il lavoro e lo studio, dentro un processo di integrazione che non cancella l’origine ma la rielabora. La scuola, in questo senso, rappresenta un punto di svolta. Non solo come traguardo professionale, ma come spazio in cui una biografia individuale si traduce in responsabilità pubblica. Insegnare significa, per Agim, restituire forma a un’esperienza che ha conosciuto il limite e la precarietà, e trasformarla in occasione di crescita per altri. È in questa prospettiva che si colloca Fair Play – Un’amicizia oltre la sfida, il romanzo che prende spunto dalle Olimpiadi di Berlino e dall’inaspettata amicizia tra Jesse Owens e Luz Long, due famosi atleti di salto in lungo. La vicenda è nota, ma ciò che interessa all’autore non è la celebrazione sportiva. Piuttosto, il punto in cui il gesto individuale si sottrae alla funzione che il contesto gli assegna. In un sistema che pretende di ridurre ogni cosa a rappresentazione, l’atto di riconoscere l’altro come tale introduce una frattura. Quella frattura non cambia il corso della storia, ma ne rivela il limite. Ed è forse qui che il libro incontra la biografia di chi lo ha scritto. Non in un parallelismo diretto, ma in una medesima attenzione per ciò che, anche in condizioni date, resta affidato alla scelta. L’esperienza migratoria, con il suo carico di esposizione e di necessità, rende questo aspetto meno astratto, più concreto. Il fair play, allora, si sposta dal lessico sportivo a quello civile. Non indica soltanto il rispetto delle regole, ma una disposizione che riguarda il modo di stare nel mondo. In questa luce, la storia di Agim precede il libro e, in qualche misura, lo contiene. Non come spiegazione, ma come terreno da cui quel racconto prende forma.   Per approfondimenti: https://amzn.eu/d/0isFdS60 Simona Duci
April 1, 2026
Pressenza
“Un giorno solo”, molto più di un semplice libro
“Non è forse questa la vita: un perimetro di spazio e di tempo dato una volta sola a ciascuno di noi? Non è la vita un’azione che siamo chiamati a fare entro limiti che non scegliamo?” – Alessandro D’Avenia –   Il  22 marzo 2026, alle ore 17:30, al CineTeatro Junior di Sarnico (BG) si è tenuta la presentazione ufficiale del libro “Un giorno solo” di Giuseppe Mutti. Zandobbiese di origine e sarnicese per amore, Giuseppe è nato a Trescore Balneario (BG) nel 1964 ed ha indossato la divisa di infermiere a 16 anni, per dismetterla circa un anno fa, dopo ben 43 anni e rotti di lavoro sempre in ospedali bresciani. Sposato dal 1988 con Gabry che ha conosciuto sui banchi della scuola infermieri, sono genitori di tre figlie. Dopo trent’anni da fumatore ha smesso all’improvviso, a 45 anni, e si è dato allo sport: corsa, montagna e soprattutto bicicletta. Quando le figlie sono diventate grandi, e l’arrivo della pensione era ormai imminente, sognava più tempo per lui e Gabry, per viaggiare e per stare con gli amici. Poi, purtroppo, quei progetti sono crollati all’improvviso quando, dopo un periodo di strani dolori in tutto il corpo, gli viene diagnosticata la SLA: Sclerosi Laterale Amiotrofica, una malattia neurodegenerativa progressiva e grave che colpisce i motoneuroni, provocando la paralisi dei muscoli volontari, inclusi quelli respiratori, mantenendo solitamente intatte le funzioni cognitive. Giuseppe ha terminato la stesura del libro a luglio 2025, scrivendolo velocemente, poichè il tempo gli sembrava poco e gli occhi, come sottolinea lui, gli facevano sempre più male. Leggere questo libro è stato qualcosa di veramente diverso rispetto a tutti gli altri libri che mi è capitato di leggere fino ad ora. Quando mi è passato tra le mani questo manoscritto subito ho pensato che non potesse passare inosservato. Capitolo dopo capitolo mi accorgevo che la commozione che mi provocava e il messaggio che trasmetteva erano qualcosa di diverso da una storia tra le tante. Quello di Giuseppe Mutti non è propriamente un libro, ma una testimonianza di vita, un racconto graduale e crescente che intreccia sentimenti ed emozioni dell’autore con le relazioni umane, i frammenti di vita quotidiana che lo attraversano mentre man mano percepisce il suo corpo cambiare, diventando consapevole di quello che gli sta accadendo. In pochissime pagine, con limpida semplicità e lucidità disarmante, Giuseppe è stato in grado di narrare con un’umanità esplosiva la vita nella sua essenza. Una vita fatta di fatica, di lotta, di sfida, di rinunce, di momenti di sofferenza, di spaesamento, di frustrazione: una vita nella sua crudezza, nei suoi cambiamenti incontrollabili, spesso inevitabili e non sempre come vorremmo. Ma nonostante ciò Giuseppe ci fornisce un punto di vista autentico che a tratti sembra “calmo e quieto”, quasi impassibile, volto a cogliere la bellezza collaterale di quello che gli sta capitando. Percepisce e descrive la ricchezza, la forza e la solidità delle sue relazioni umane, lo splendore della sua famiglia, i momenti di gioia, di speranza, di passione, di amore, di tenerezza: una manifestazione di umanità sana e non-negoziabile che si “prende cura dell’altro” e che ci ricorda che nessuno di noi è un’isola. Leggendo “Un giorno solo” emerge la consapevolezza che siamo parte di una tela che tessiamo ogni giorno, ricordandoci che la prima cura per ogni dolore è esserci per l’altro. Se solo i potenti della Terra si fermassero a riscoprire qualche briciolo di questa umanità, forse smetterebbero di seminare vento e raccogliere tempesta. Non è un caso che “Avere cura” sia il nome della collana di libri a cui appartiene il libro di Giuseppe Mutti, di cui ho avuto l’immenso piacere di curarne l’edizione in quanto direttore editoriale della Collana “Avere Cura” della casa editrice Multimage. “Aver cura” è l’espressione che più riassume il libro di Giuseppe dove tutto viene presentato in uno stile tanto semplice quanto stravolgente, tanto vero quanto inconcepibile, tanto crudo quanto umano: proprio come è la sua vita. Con questo messaggio colgo l’occasione per ringraziare Giuseppe per il suo splendido lavoro e per avermi concesso l’onore di curare il suo scritto. Ringrazio Lisa Alberti per aver curato la revisione del testo e soprattutto voglio rivolgere un grande saluto ed abbraccio a sua moglie Gabriella e alle sue fantastiche figlie Elisa, Chiara e Laura per le bellissime persone che sono, oltre ad essere una lezione vivente di umanità. Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
Grecia. L’ennesima strage: 22 persone muoiono dopo sei giorni in mare
Ventidue persone, provenienti principalmente dal Sudan e dal Bangladesh, sono morte dopo sei giorni alla deriva in mare. È questo il bilancio dell’ennesima strage nel Mar Egeo, avvenuta il 27 marzo 2026 a sud di Creta, nei pressi di Kali Limenes. Un episodio che è ancora, inesorabilmente, il frutto di politiche che chiudono vie di accesso legali e sicure, delegano il controllo a paesi terzi e spingono le persone verso rotte sempre più pericolose. «Secondo le testimonianze dei sopravvissuti», spiega Aegean Boat Report (ABR), «l’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, nella serata del 21 marzo, con 48 persone a bordo. Solo 26 sono sopravvissute. Si contano 22 morti». La mancanza di cibo, acqua e il freddo pungente ha causato la morte dei passeggeri, i cui corpi, sempre secondo i sopravvissuti, sono stati gettati in mare. Immagine tratta da ABR Due giovani, di 19 e 22 anni, cittadini del Sud Sudan, sono stati arrestati dalle autorità greche e accusati di traffico di esseri umani, favoreggiamento e omicidio colposo. Ancora una volta, chi sopravvive diventa bersaglio, e chi mette in luce le responsabilità del sistema rischia conseguenze penali. Ancora una volta, la morte non è un incidente ma il prodotto di un sistema. Ancora una volta, il dispositivo penale si concentra sull’anello più debole della catena: persone che erano sulla stessa barca, nelle stesse condizioni, esposte allo stesso rischio di morire. È uno schema ricorrente: individualizzare la responsabilità, occultare quella sistemica. Mentre si criminalizzano i cosiddetti “scafisti”, resta intatto il contesto che rende queste traversate inevitabili: assenza di vie legali e sicure, esternalizzazione delle frontiere, politiche di deterrenza che spingono verso rotte sempre più lunghe e pericolose. La tragedia, come sottolinea ABR, non inizia in mare. Inizia prima. Inizia con la chiusura delle vie di accesso alla protezione. Con la delega del controllo a paesi terzi. Con un sistema che non lascia alternative. Negli ultimi anni, questo sistema ha prodotto un’evoluzione precisa: partenze dalla Libia orientale, traversate più lunghe, più tempo in mare con scorte insufficienti, soccorsi ritardati o assenti. Tutti fattori che aumentano esponenzialmente il rischio di eventi con numeri elevati di vittime, come quello del 27 marzo. È dentro questo quadro che va letta anche la persecuzione giudiziaria contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report. Notizie IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il suo arresto, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità greche, è stato definito da 37 organizzazioni internazionali come “l’ennesimo atto di persecuzione contro difensori dei diritti umani che hanno denunciato il crimine dei pushback alle frontiere greche”. Oggi, dopo che l’esistenza di respingimenti sistematici è stata riconosciuta da decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e da numerosi rapporti indipendenti, si procede penalmente contro chi denuncia queste pratiche. «A seguito della recente assoluzione di tutti i membri e i volontari dell’organizzazione ERCI da parte di un tribunale di Mitilene», si sottolinea nella dichiarazione congiunta, «il procedimento contro Tommy Olsen è l’ultimo procedimento aperto contro difensori dei diritti umani e attivisti di ricerca e soccorso». Le richieste rivolte alle autorità greche ed europee sono nette: fermare la persecuzione giudiziaria contro chi denuncia violazioni, porre fine alle campagne di disinformazione contro la società civile, indagare tutte le denunce di pushback, cessare le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali alle frontiere. Il nesso tra la strage del 27 marzo e questo procedimento è diretto. Senza realtà come Aegean Boat Report, molte di queste morti resterebbero senza racconto pubblico. Senza reti indipendenti, verrebbe meno la possibilità stessa di far emergere ritardi nei soccorsi, omissioni, responsabilità istituzionali. Criminalizzare chi denuncia non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. Significa ridurre la trasparenza, indebolire i meccanismi di accountability, trasformare la frontiera in uno spazio opaco dove le violazioni possono continuare senza controllo. Mentre si incarcerano sopravvissuti e si perseguono attivisti, il dispositivo che produce morte resta intatto. E continua a operare. Ventidue morti dopo sei giorni in mare. Due sopravvissuti arrestati. Un attivista sotto mandato d’arresto europeo perchè documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Non sono tre fatti separati. Sono lo stesso sistema.