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All’Osservatorio Contro la Militarizzazione nelle Scuole il Premio Nesi 2025
L’Associazione Nesi/Corea e il Movimento Nonviolento di Livorno organizzano, mercoledì 11 marzo alle 17,30 a Livorno in via La Pira 11, un incontro con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università al quale sarà conferito anche il “Premio Nesi” 2025. La cerimonia di premiazione sarà seguita da un incontro aperto sul tema della militarizzazione che da tempo sta coinvolgendo, sempre di più, anche il mondo delle istituzioni educative (attraverso forme di propaganda, addestramento e reclutamento da parte delle organizzazioni militari) e sulla necessità, sentita dai promotori del premio e organizzatori dell’incontro, di rompere l’incantesimo della “normalità” militarizzata che penetra nei linguaggi, nelle scuole, nei giochi, nelle mode, nei media. Serve smascherare il sistema e il processo che plasmano mentalità e desideri attraverso una coscienza vigile e attenta che contribuisca, assieme a molto altro, a costruire e imparare la pace, attraverso l’educazione nonviolenta e la pratica quotidiana per coltivare semi di disarmo culturale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 4, 2026
Pressenza
Resconto dell’udienza per le azioni di Ultima Generazione nel 2022 e nel 2023
Si è tenuta ieri mattina l’udienza per le azioni alla Fabbrica del Vapore del 18 novembre 2022 e all’Arco della Pace del 15 novembre 2023. L’udienza di oggi in particolare è stata dedicata all’esame delle persone imputate, da parte del pm, una per ogni azione. Ambedue le azioni coinvolgono opere d’arte, per quanto di tipologia e contesto molto diverse: – la BMW M1 dipinta da Andy Warhol in mostra alla Fabbrica del Vapore; – l’Arco della Pace di epoca napoleonica. Per quest’ultima azione il Ministero della Cultura si è costituito parte civile. Era un’azione di protesta il cui scopo era quello di “risemantizzare” come ha scritto Tomaso Montanari nella sua perizia, l’opera coinvolta (Montanari si riferisce in particolare all’Arco della Pace ma la stessa considerazione può valere per l’auto di Warhol); sottrarle alla fruizione passiva di orpelli scenografici e riportarle sulla scena, caricandole di nuovi significati, in linea con il messaggio delle proteste, senza l’intenzione di danneggiarli. “La scelta della vernice (una lavabile vernice ad acqua) – continua Montanari nella sua relazione riferendosi all’azione all’Arco della Pace – dichiara e dimostra che il fine dell’azione non era il danneggiamento dell’opera, ma appunto una sua temporanea risignificazione”. Il fatto che l’opera sia stata sottoposta a operazioni di ripristino rientra nella routine di un monumento di questo tipo, esposto alle intemperie e all’inquinamento automobilistico. Una delle persone imputate, Maria Letizia, che è docente di scienze dei materiali, ha dichiarato: > Oggi sono stata interrogata come imputata al processo contro le persone che > hanno agito nell’ambito della campagna di Ultima Generazione per protestare > contro l’inazione di chi dovrebbe proteggerci dai disastri economici e sociali > causati dalla crisi climatica ed invece è complice della casta dei petrolieri > e dei tecno miliardari. > > Sono orgogliosa di aver provato a scuotere le coscienze e non temo le > conseguenze legali perché, che io sia assolta o che io sia condannata, avrò > comunque vinto due volte. > > Avrò vinto la mia dignità di cittadina che ha assolto al principio, che permea > tutta la nostra costituzione, del diritto/dovere di protestare quando la > dignità e la libertà delle persone viene messa in pericolo dai governanti > stessi. > > Avrò vinto come donna e come madre che non si è voltata dall’altra parte > quando delle giovani, che potevano essere mie figlie o mie studentesse, > comunicavano così forse la loro richiesta di azione. La sentenza per questo processo è prevista per il 20 aprile PROCESSI IN CORSO: * Firenze 3 marzo ore 9.00 – 1° udienza dibattimentale per imbrattamento sede della regione Toscana del 12 febbraio 2023 * Roma 4 marzo ore 11.30 – 3° udienza dibattimentale per blocco stradale sulla via Aurelia del 7 dicembre 2021 * Roma 5 marzo – udienza predibattimentale per blocco di Ponte Milvio del 18 aprile 2023 Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22. Ultima Generazione
March 3, 2026
Pressenza
Campagna raccolta fondi 2026 di Pressenza
> Da 17 anni l’Agenzia Stampa Pressenza è un’iniziativa unica, non solo per i > nostri contenuti, dedicati alla pace e alla nonviolenza, ma anche per il modo > in cui operiamo. Il nostro lavoro si basa interamente sul volontariato e sulla > nostra campagna annuale di raccolta fondi, ovvero sul tuo sostegno > finanziario, con bonifico bancario o via Pay Pal: * Bonifico bancario a: Pressenza – Support Association, Helmholtzstr. 34, 10587 Berlin GLS Bank IBAN: DE45 4306 0967 1074 1427 00 BIC: GENODEM1GLS * Attraverso PayPal:  Donate by PayPal Ogni donazione è importante, l’importo lo può decidere ognuno liberamente. Il giornalismo per la pace e la nonviolenza dà spazio alle azioni che sensibilizzano sulla violenza, le sue radici e le sue diverse forme, promuovendo al contempo azioni volte a superarla e sradicarla. Puntiamo i riflettori su persone e azioni che promuovono la riconciliazione, i diritti umani, la pace e la giustizia sociale, spesso al di là dell’attenzione dei media mainstream. Questo tipo di giornalismo cerca di rafforzare la dignità di ogni essere umano, la libertà di opinione e di parola, le voci della società civile, le iniziative per la pace e la riconciliazione, la speranza. ontrasta la rassegnazione e, alla fine, ispira il cambiamento. In questo modo, ci impegniamo ogni giorno per contribuire a superare la violenza. Pratichiamo il giornalismo per la pace e la nonviolenza in 11 lingue, attraverso articoli, interviste, traduzioni, interviste, contenuti sui social media, produzioni audio e audiovisive, fotoreportage, collaborazione con altri media indipendenti, pubblicazione di libri, attività educative e altro ancora, Tutto questo lavoro viene svolto da volontari, spinti dalla nostra convinzione che il valore centrale sia l’essere umano e non il profitto. Per farlo, abbiamo bisogno anche di risorse per le infrastrutture tecniche, il server, i viaggi, il coordinamento, la consulenza legale e altro ancora. Vi invitiamo a partecipare a questo progetto. Pressenza prospera grazie a tutti voi che credete in un futuro di pace e nonviolenza. https://www.pressenza.com/it/donazione/ Redazione Italia
March 1, 2026
Pressenza
Intervista a Lama Michel Rinpoche, 4° parte: “Abbiamo bisogno di silenzio”
> Abbiamo intervistato Lama Michel Rinpoche all’Albagnano Healing Meditation > Centre, sopra Verbania sul Lago Maggiore. L’intervista integrale viene > pubblicata su Pressenza in 4 puntate. Questa è la quarta e ultima. Link alle > altre puntate alla fine. Pressenza: Tu hai scritto un bellissimo libro ‘Dove vai così di fretta?’ Come possiamo rallentare o fermarci a meditare in un mondo che premia la fretta, la velocità, l’accelerazione, l’entropia? Forse credere che la morte sia “la fine di tutto” rappresenta uno dei problemi fondamentali delle persone. Forse la paura della morte c’entra con la fretta, con la violenza, con l’accaparrare tutto ciò che si può, perché non esiste un dopo? Lama Michel Rinpoche: Secondo me la paura della morte è un pensiero troppo evoluto, non siamo ancora lì, abbiamo dei problemi ancora più basici che portano a questa fretta, è più sistemico. Il modo in cui noi viviamo con questo senso di dover correre, correre, correre e fare, fare, fare, non è causato da un processo concettuale, non è causato da uno stato emotivo, da qualcosa che pensiamo, che facciamo, ma da uno stile di vita particolare. Facciamo un esempio. Immaginiamo che abbiamo un lavoro dove arriviamo in ufficio e dobbiamo prendere un documento, leggerlo, fare una sintesi e prendere delle decisioni. In generale per farlo bene ci vorrebbero 2-3 ore, io ho a disposizione 4-6 ore, quindi lo posso fare bene. Comincio a leggere il documento e mentre lo sto leggendo arriva un collega con un altro documento e me lo mette davanti. Quindi io cosa devo fare? Interrompere quello che sto facendo e guardare quel documento. Guardo di cosa si tratta e torno a quello che stavo facendo. Cerco di riconcentrarmi, dopo un po’ mi arriva un’altra cosa. Ah, questo è importante, ma decido di farlo dopo. Torno a concentrarmi, mi arriva un’altra cosa. Quello che accade è che alla fine della giornata, visto che ogni cinque minuti mi arriva qualcosa, mi si genera la sensazione di non aver tempo per fare quello che devo fare. La mia mancanza di tempo non è perché manca il tempo oggettivo, ma perché il mio spazio è pieno di tante altre informazioni e non riesco a elaborarle tutte, è troppo. Anche perché il nostro sistema dà priorità a quello che arriva a livello grossolano, quello che vedo, quello che sento. Se sto facendo una cosa e ne arriva un’altra, la priorità va in quella. C’è stato uno studio recente negli Stati Uniti su quanto spesso veniamo interrotti, negli uffici per esempio. Interrotti da che cosa? Dal messaggino che arriva, dall’email che arriva, dalla notifica di una cosa, da una chiamata, piuttosto che da quello che sia. Negli Stati Uniti, negli uffici, le persone vengono interrotte in media ogni 90 secondi. Pensiamo alla nostra vita, quanto spesso stiamo facendo qualcosa e siamo interrotti da qualcos’altro. E poi lo studio arrivava a un punto che è ancora peggio: hanno constatato che quando una persona è abituata a essere interrotta, quando non è più interrotta, che cosa fa? Si interrompe da sola! Sei lì ed a un certo punto senti che devi fare qualcos’altro. Questo non è la causa, ma è una delle cause di questa fretta, perché la mancanza di tempo non è causata dalla mancanza di tempo dell’orologio. È la troppa informazione e le troppe cose da elaborare, quindi rimaniamo su un livello superficiale e c’è quella sensazione di non aver mai tempo abbastanza per fare le cose, di non riuscire mai ad approfondire, di non riuscire a concludere le cose bene. Non è causato dalla mancanza di tempo, di consapevolezza, o dal fatto di voler fare tutto perché io fra un po’ devo morire. Perché quando uno genera la consapevolezza della morte questo lo porta a un altro risultato, che è il risultato di voler rivedere le proprie priorità. E sarebbe una cosa ottima. Se mi arriva una diagnosi che dovrò morire, quello che faccio è cancellare i meeting, andare a parlare con i figli con cui non parlo da tempo, cercare di risolvere le mie cose, cercare di rivedere le mie priorità, ed è una cosa molto sana. Invece quello che accade è che noi siamo così bombardati da una quantità enorme di informazioni e abbiamo una dipendenza verso questa quantità enorme di informazioni, anche perché una delle cose che genera la dopamina è la novità. Ci sono quattro cose che generano dopamina: suono, movimento, colore e novità. Se prendiamo un bambino piccolo e vogliamo la sua attenzione, che cosa utilizziamo? Suoni, movimento, colori e novità. Cosa abbiamo nei cellulari? Suono, colore, movimento e novità. Noi di solito non siamo interessati al contenuto, siamo interessati a soddisfare quella sensazione interna, quel vuoto che viene e quel bisogno di una sensazione di piacere. Ed è la storia della dopamina perfetta. Quindi questo senso di fretta in cui noi viviamo oggi è causato da un aspetto forte di uno stile di vita malsano in cui noi viviamo. Perciò per uscire da questo dobbiamo cambiare stile di vita in un modo non indifferente. E questo riguarda diminuire la quantità di informazioni e stimoli che abbiamo. Permetterci di stare in silenzio. Il silenzio è una delle cose più importanti, perché viviamo in un’epoca con il maggiore livello di stress cronico della nostra storia. Lo stress è causato da minacce. Mi trovo davanti a una minaccia e c’è una reazione di stress che è giusta.  Perché quando c’è una minaccia, noi siamo fatti proprio così, dobbiamo o scappare o lottare o immobilizzarci, sono queste le tre risposte fondamentali dell’essere e lo stress è quello che ci permette questo. Quindi lo stress fa salire il cortisolo nell’affrontare la minaccia. Per esempio, perché in una persona che è in stress cronico uno dei possibili sintomi è la perdita dei capelli? Perché dinanzi a una minaccia, quanto sono importanti i capelli? Quello che è importante è avere le braccia forti, le gambe forti, quindi l’energia va da un’altra parte.  La stessa cosa vale per la fertilità. Comunque sia, quello che accade è che il nostro sistema vive la minaccia fisica presente, percepita dai sensi, e la minaccia immaginaria mentale nello stesso modo. Quindi se io penso che domani possa succedere qualcosa, io mi metto in una reazione di allarme. Qual è la differenza fondamentale? Che il nostro sistema dopo 90 secondi circa si guarda intorno e dice: la minaccia c’è ancora? No. E quindi automaticamente va ad attivare l’amigdala che va a calmare quella reazione di stress e abbassa il cortisolo, riporta la calma. Se io guardo e dico: la minaccia c’è ancora, il sistema rimane attivato. Quando la minaccia è fisica, c’è il fuoco, scappo ancora. Non c’è più il fuoco, mi posso calmare. Quando la minaccia è mentale, quel pericolo c’è? Sì, c’è. E certe volte possiamo rimanere in quello stato attivato per giorni, mesi e anni. E questo è connesso con la dipendenza dalle informazioni che noi riceviamo. Per esempio, una delle cose che accade che è connessa con questa fretta, è la nostra difficoltà con il sonno, il non dormire bene. Nel nostro sistema una delle priorità è dormire. Quindi cosa succede quando uno non dorme, ha bisogno di dormire ma non dorme? Perché c’è una minaccia. Quindi il nostro sistema, quando noi non ci riposiamo quando ne abbiamo bisogno, reagisce alzando il cortisolo. Perché vuol dire c’è una minaccia, quindi ho bisogno di essere più attento, sale il cortisolo e quindi riesco a dormire ancora meno. Accade certe volte che uno non riesce a dormire perché è troppo stanco. Questo va a creare un circolo vizioso. Non dormo bene, mi sveglio, sto male, mi viene più ansia, E anche questo crea fretta. Cosa fare? Diminuire gli stimoli, permetterci di vivere il silenzio. Cose pratiche: togliere tutte le notifiche del telefono. Non è uno scherzo, è difficile, ma fa una differenza enorme. Spegnere ogni tanto il telefono, uscire di casa senza, metterlo in un cassetto quando arrivi a casa e prenderlo il giorno dopo, quando ne hai veramente bisogno, finché uno riesce ad arrivare allo stato di maturità in cui quando prende il telefono in mano dice: è perché lo voglio o è perché ho bisogno? Cosa devo fare? Devo scrivere a quella persona, scrivo a quella persona e basta, non vado a vedere altre 20 cose nel frattempo. E questa è una cosa. Permettersi di respirare in un modo più consapevole. Il modo in cui noi respiriamo va ad attivare la parte del sistema simpatico-parasimpatico. Se noi respiriamo nel petto, respirazioni corte e alte, ci attiviamo di più. Una respirazione più profonda, addominale, più lenta, va ad attivare la parte più di calma, che è quello di cui noi abbiamo più bisogno oggi. E quindi per diminuire la fretta dobbiamo cambiare lo stile di vita. Quello che io ho visto in tutte le parti del mondo è gente nella stessa dinamica di fretta. E che cosa hanno in comune fra di loro? Uno stile di vita che ormai è diffuso dappertutto, dove c’è questa quantità enorme di stimoli ricevuti, con tutte le conseguenze che vengono insieme. Quindi il mio consiglio è: permettiamoci di annoiarci, Anche perché una conseguenza che mi preoccupa di questa fretta, è che ci porta ad avere sempre meno due degli stati mentali più importanti che abbiamo: la creatività e l’intuizione. Le cose spirituali, quelle materiali, fino a quelle scientifiche e artistiche da dove nascono? Dalla creatività e dall’intuizione. Poi c’è tutta la parte più teorica, però nasce da quello inizialmente. E se noi rimaniamo in questo ciclo di stress, di fretta, non ci permettiamo le condizioni per accedere all’intuizione e per essere creativi. Quindi per essere creativi dobbiamo permetterci di annoiarci. Trascendendo la noia, sorge la creatività. Dobbiamo permetterci di stare in silenzio. Quando una persona è in silenzio, non solo il silenzio fisico, quindi senza suoni, senza stimoli dei sensi, non in silenzio leggendo e vedendo video, no, in silenzio di tutti i sensi, e riesce anche a creare un silenzio nella mente, fermare quel dialogo interno, questo automaticamente fa abbassare il cortisolo. Noi abbiamo bisogno di silenzio, è una cosa che abbiamo sempre meno ed è estremamente importante. Pressenza: Grazie per questa lunga e interessante intervista. Vuoi aggiungere qualche ultimo commento? Lama Michel Rinpoche: C’è ancora un punto, visto che abbiamo parlato del cellulare, che secondo me è importante. E ‘una cosa su cui ho riflettuto da poco. Il cellulare è uno strumento tramite il quale noi metaforicamente abbiamo il mondo nelle nostre mani, e anche a livello pratico noi possiamo accedere a tutto tramite questo oggetto. Quindi da un lato c’è tutto il mondo lì dentro, però è tutto un mondo a cui posso accedere tramite i miei bisogni, i miei tempi, la mia volontà. Questo va ad aumentare un’attitudine autoreferenziale narcisista. Faccio un esempio pratico: noi oggi come oggi abbiamo sempre difficoltà a chiamare una persona, piuttosto gli mando un vocale o gli mando un messaggio. Perché quando chiamo qualcuno devo confrontarmi con l’altro, l’altro esiste, devo ascoltarlo. Quando mando un messaggio è solo per me, non devo confrontarmi con l’altro. Quindi l’utilizzo di questo oggetto, di questo cellulare, ci sta portando sempre di più in un’attitudine autoreferenziale narcisista e togliendo l’altro dalla nostra vita. Questo porta a delle conseguenze disastrose. All’epoca ancora delle e-mail, prima dei messaggini, c’era una persona nell’ambito lavorativo che diceva: se tu mandi un’e-mail a una persona, quella persona ti risponde, e tu devi ancora rispondere con un’altra mail, e se la persona ti risponde, tu non rispondere più, fissa un appuntamento. E quello che succede è che tanti conflitti che abbiamo oggi nascono da questo modo di comunicare dove l’altro non c’è. C’è quello che io voglio dire e non c’è l’altro. C’è un filosofo contemporaneo che parla molto di questo, Byung-Chul Han, coreano-tedesco. Lui parla molto di questo. Spesso non ci accorgiamo che parliamo tanto degli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro, su tante cose, ma non stiamo affrontando come queste tecnologie stanno cambiando il modo di vivere e stanno già influenzando la psiche umana. Questa è la cosa più preoccupante di tutte. Se l’essere umano sta più o meno bene, cambia il tipo di lavoro, se ne trova un altro e riusciamo a parlarci, a comunicare, a dialogare. Ma quando c’è un cambio nella psiche umana, dove c’è la perdita di fiducia in sé stessi e negli altri quello porta delle conseguenze enormi. Ed è quello il maggior pericolo della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo oggi. Byung-Chul Han parla proprio di questo: stiamo togliendo l’altro dalla nostra esistenza. E questo porta a delle grandi conseguenze, anche perché noi siamo esseri da branco, abbiamo bisogno di scambiare, abbiamo bisogno di connetterci. Non lo stiamo più facendo e questo porta altre conseguenze. Per concludere. Quando qualcuno mi chiede: ma tu sei ottimista o pessimista? Se io guardo in generale sono pessimista. Se guardo il mondo in un senso più ampio, a breve-medio termine, io credo che non abbiamo ancora toccato il fondo e siamo in un momento di discesa. A livello geopolitico, a livello della salute umana sia a livello fisico che mentale, emozionale. Su tanti livelli del pianeta, dell’ambiente, non entriamo in questo argomento perché il problema dell’ambiente non è quello che facciamo, ma è l’attitudine che noi abbiamo verso la natura, dove ci manca la consapevolezza che noi siamo “parte” della natura. Noi non siamo lì per possederla o sfruttarla. La natura non sono le risorse naturali, noi facciamo parte della natura. Guardando in un senso generale è molto difficile essere ottimista, pensando a breve e lungo termine. Poi, come per tutte le cose, si arriva al punto più basso, e a un certo punto si risale, portando in sé le cicatrici e le ferite di quello che si è vissuto. Però quando vado a vedere da un punto di vista individuale, nello specifico, nel micro, io non posso che essere ottimista. Io non ho mai visto nessuno a cui si può dire: qua non c’è niente da fare. Tutte le persone che ho conosciuto fino ad oggi sono convinto che se messe nei contesti giusti, se aiutate, possono assolutamente sviluppare un modo più sano di vivere sia dentro che fuori. Quindi nello specifico, nell’individuale, io sono molto ottimista. Nel macro, sono pessimista. Perciò la conclusione qual è? Il macro è fatto del micro, quindi siamo ottimisti. Però dobbiamo lavorare sul micro, non sul macro. Alla fine, ognuno di noi fa la sua piccola parte e con quello si può fare tanto. Io volevo concludere questa intervista con qualcosa di ottimista. E la realtà è che si può fare tanto. Cambiando la nostra visione, gradualmente cambiamo anche il collettivo, inevitabilmente. Il modo di vivere lascia un impatto nel futuro di tutti quelli che verranno dopo di noi. Noi facciamo qui al Centro di Albagnano un campo estivo con i ragazzi dai 9 ai 18 anni. La volta scorsa abbiamo avuto più di 60 ragazzi. Poi proprio i ragazzi che stanno così bene ci hanno chiesto di vederci più spesso e quindi abbiamo fatto il campo invernale e poi adesso il campo di primavera. E vedo i ragazzi come cambiano e come sono aperti. Il nome che noi diamo al campo è: Gli esploratori dello spazio interiore. Quest’anno hanno voluto che facessi un incontro con loro per approfondire la differenza fra bisogni, sogni, obiettivi e desideri. E abbiamo discusso su tutte queste cose, imparare a riconoscere quali sono i nostri bisogni, riconoscendo i nostri bisogni creiamo degli obiettivi per soddisfare quei bisogni, permettersi di sognare, e la forza che ci spinge è il desiderio. Poter parlare con ragazzi da 9 a 18 anni di queste cose, dove è da loro che nasce la richiesta, è una cosa bellissima. Quindi si vede che esiste tanta possibilità, però hanno bisogno di un ambiente sano che permetta queste cose. Tanti ragazzi ci vengono a dire: questo è l’unico posto dove sento di poter essere me stesso. Quindi questa è una cosa che vedo, c’è tanta speranza, ma c’è bisogno di creare l’ambiente giusto. Durante il campo il telefonino è proibito. I ragazzi quando sono qua hanno tre regole principali: devono rispettare se stessi, rispettare l’altro, rispettare l’ambiente. Noi vediamo i risultati, si vedono, è pazzesco. Ho avuto dei momenti di emozione, di gioia nel vedere questa sessantina di ragazzi. Questo per dire che c’è speranza, che si può fare tanto. Un passettino dopo l’altro si mette energia in una buona direzione, i risultati ci sono. Noi diciamo: più ti trovi nel buio, e più potente è ogni piccola luce. -------------------------------------------------------------------------------- Lama Michel Tulku Rinpoche, nato nel 1981 a Sao Paolo in Brasile, è un maestro buddhista e guida spirituale di diversi centri buddhisti nel mondo. Per maggiori informazioni sui Centri Kunpen Lama Gangchen: https://kunpen.ngalso.org/ Libro: Dove vai così di fretta? Di Lama Michel Rinpoche -------------------------------------------------------------------------------- La 1° puntata dell’intervista si può trovare qui. La 2° puntata qui. La 3° puntata qui. Intervista a cura di Barbara De Luca, Giorgio Schultze e Thomas Schmid. Redazione Milano
February 26, 2026
Pressenza
Acqua tra mercato e bene comune
SERVIZIO IDRICO IN EMILIA-ROMAGNA: FERRARA RIAPRE LA PARTITA Proprio in questi giorni, a Ferrara si torna a parlare seriamente di ripubblicizzazione del servizio idrico. Il dibattito si inserisce in una discussione più ampia che attraversa l’Emilia-Romagna e l’intero Paese: l’acqua deve essere trattata come una merce o come un bene comune sottratto alle logiche di mercato? Anche a Parma c’è un’iniziativa in corso per affrontare la posibilità della ripubblicizzazione del servizio idrico. Riprendendo gli spunti proposti da Corrado Oddi nel suo intervento “Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta”, la questione non è solo gestionale ma profondamente politica e culturale. In gioco vi sono due visioni opposte di società: da un lato chi ritiene che i beni essenziali debbano essere governati attraverso strumenti pubblici e partecipativi; dall’altro chi considera il mercato il regolatore principale anche dei servizi fondamentali. IL NODO FERRARESE E LA SCADENZA DEL 2027 Nella provincia di Ferrara, alla fine del 2027 scadranno le concessioni del servizio idrico oggi affidate a Hera (per Ferrara e comuni dell’Alto Ferrarese) e a CADF, società interamente pubblica attiva nel Basso Ferrarese. La normativa nazionale e regionale orienta verso l’individuazione di un unico gestore a livello provinciale. Lo scenario che si prospetta è quindi duplice: una gara che consoliderebbe ulteriormente la gestione in capo alla multiutility quotata in Borsa, oppure un percorso di unificazione pubblica attorno a CADF, eventualmente integrandola con ACOSEA Impianti, proprietaria di reti idriche nell’Alto Ferrarese. La scadenza può sembrare lontana, ma le scelte strategiche si stanno definendo ora. IL CASO EMILIA-ROMAGNA: CARATTERISTICHE PECULIARI L’Emilia-Romagna si distingue per una forte presenza di grandi multiutility quotate, come Hera e Iren, e allo stesso tempo per l’esistenza di società interamente pubbliche come Romagna Acque, CADF, Emiliambiente e ACOSEA. Questo modello a forte prevalenza di grandi multiutility quotate in Borsa la differenzia da molte altre regioni italiane, dove prevale la gestione in house o tramite società interamente pubbliche. IL REFERENDUM DEL 2011: UN MANDATO DISATTESO Il tema non può essere separato dall’esito del referendum del 2011. Il 12 e 13 giugno di quell’anno, oltre 26 milioni di cittadine e cittadini votarono per abrogare le norme che favorivano la privatizzazione del servizio idrico e garantivano la remunerazione del capitale investito. Il risultato — con oltre il 95% di voti favorevoli — rappresentò una chiara indicazione politica: l’acqua come bene comune sottratto alla logica del profitto. Eppure, come documentato dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e da numerose inchieste giornalistiche, l’assetto complessivo del settore non ha subito una trasformazione coerente con quel mandato. Le grandi multiutility hanno consolidato il proprio ruolo e la gestione tramite società per azioni è rimasta dominante. Ferrara, oggi, si trova di fronte alla possibilità di riaprire quella discussione a livello territoriale. LA PROPOSTA REGIONALE SULL’ACQUA DI RECA E LEGAMBIENTE Tra le proposte di legge di iniziative popolari promosse da RECA e Legambiente Emilia-Romagna, quella dedicata all’acqua si concentra su: • Riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto umano fondamentale, richiamando il referendum del 2011. • Incentivazione della gestione pubblica integrale del servizio idrico, privilegiando affidamenti “in house” e riducendo l’influenza delle logiche di profitto. • Partecipazione dei cittadini e dei lavoratori nei processi decisionali, con strumenti consultivi e trasparenza sui piani industriali. • Tutela della risorsa in chiave climatica, puntando alla riduzione delle perdite di rete e agli investimenti su manutenzione e resilienza. Questa proposta mira a tradurre in norma regionale una cornice coerente con la ripubblicizzazione sostanziale del servizio idrico. Ed è proprio qui che la discussione ferrarese diventa decisiva: la ripubblicizzazione non è impossibile, ma richiede una volontà politica coordinata tra Comuni, Regione e soggetti gestori, oltre a un solido progetto tecnico-finanziario. Non si tratta di ideologia astratta: servono aggregazioni societarie, piani industriali credibili e equilibrio economico per garantire continuità e qualità del servizio. ACQUA PUBBLICA E CRISI CLIMATICA La riflessione assume ulteriore rilievo alla luce della crisi climatica. L’Italia è tra i Paesi europei più esposti a fenomeni estremi: siccità prolungate e alluvioni sempre più frequenti. L’Emilia-Romagna ne ha avuto drammatica esperienza negli ultimi anni. La gestione dell’acqua richiede investimenti infrastrutturali, manutenzione delle reti, tutela delle falde e pianificazione a lungo termine. La domanda di fondo resta: tali scelte devono essere orientate prioritariamente alla sostenibilità collettiva o alla distribuzione di dividendi? Il piano industriale di Hera al 2029 prevede una crescita degli utili e un incremento progressivo dei dividendi agli azionisti. È una strategia legittima per una società quotata; ma solleva un interrogativo politico quando riguarda un servizio essenziale. LE MULTINAZIONALI DELL’ACQUA IN BOTTIGLIA Accanto al servizio idrico integrato, vi è un capitolo spesso trascurato: lo sfruttamento delle acque minerali. I canoni concessori pagati dalle aziende imbottigliatrici alla Regione Emilia-Romagna sono oggi regolati con tariffe che vanno da circa 1,18 € a 2,94 € per metro cubo di acqua imbottigliata, più 25,72 € per ettaro di concessione. Tali valori restano significativamente modesti se confrontati con i ricavi del settore dell’acqua in bottiglia, che hanno prezzi al consumo decine di migliaia di volte superiori. Questo conferma il tema generale già emerso nei dossier nazionali di varie associazioni ambientaliste: i canoni concessori sono molto bassi rispetto alla scala economica del mercato dell’acqua imbottigliata (che ha prezzi al consumo decine di migliaia di volte superiori). Nel territorio regionale operano multinazionali del beverage come Nestlé (con i marchi Sanpellegrino, Acqua Panna, Levissima, ecc.) e grandi produttori italiani come San Benedetto o Refresco, che imbottigliano e distribuiscono acque minerali e altre bevande commerciali. Il tema non è solo economico, ma anche ambientale: ai canoni ridotti si aggiungono i costi collettivi di gestione della plastica, che gravano sui sistemi pubblici di raccolta e smaltimento. BENI COMUNI O BENI PER POCHI? La discussione che si riapre a Ferrara non riguarda solo l’efficienza gestionale. Interroga il modello di sviluppo locale e il ruolo della cittadinanza nella cura dei beni essenziali. Scegliere la ripubblicizzazione significherebbe avviare un percorso complesso, industriale e amministrativo, ma anche simbolico: riaffermare che l’acqua è un diritto universale e una responsabilità collettiva. Lasciare che la gestione si concentri in un unico grande operatore di mercato significherebbe invece consolidare un modello in cui anche un bene vitale è inserito pienamente nelle dinamiche finanziarie. La partita è aperta. E riguarda non solo Ferrara, ma l’intera Emilia-Romagna. FONTI : Ferrara: Beni Comuni o Beni per pochi? La partita è aperta di Corrado Oddi Acque in bottiglia, un paradosso tutto italiano, Legambiente 2026 Regioni Imbottigliate – il dossier sui canoni di concessione per le acque minerali di Legambiente ed Altraeconomia Acque minerali, termali e di sorgente – Regione Emilia Romagna Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua https://www.acquabenecomune.org/ 4 Leggi – Proposte di Legge di Iniziativa Popolare https://4leggi.emilia-romagna.it/ RECA – Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna https://www.recaemiliaromagna.it/ Redazione Romagna
February 26, 2026
Pressenza
Noi, i familiari delle vittime del massacro di Cutro
Noi, i familiari delle vittime del massacro di Cutro Noi, i sopravvissuti della Summer Love È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari, che sono arrivati morti sulle vostre coste. Vivere giorno per giorno nella speranza che non accada ad altri; vivere nella paura che altri membri delle nostre famiglie – bambini, padri, madri, nonni –non siano costretti ad attraversare il mare per piangere sulle tombe dei propri cari. Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Passa un anno, poi due e già si avvicina un’altra commemorazione. Alle promesse del vostro Primo Ministro non sono seguiti fatti concreti. I ricongiungimenti familiari in cui abbiamo creduto e che abbiamo sperato non si sono realizzati. Nessuna delle altre promesse che i politici ci hanno fatto in questi anni è stata mantenuta. Con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare a Roma nei luoghi delle promesse infrante. Torneremo nel vostro Paese per guardarvi negli occhi e chiedervi: Perché vi siete dimenticati di noi? Vogliamo tornare il prossimo febbraio e non sentirci soli nella notte di Steccato di Cutro, in balia di un mare di promesse e lacrime che – ormai per il terzo anno consecutivo – non porteranno a nulla. Seguono i nomi delle famiglie (Afghanistan) Il 13 gennaio a Crotone dovevano riprendere le udienze del processo per il massacro di Cutro. Si è proceduto invece ad un “mero rinvio ad altra composizione collegiale”. In sostanza una nuova udienza in data da destinarsi. Conseguentemente è saltata la prevista conferenza stampa delle ONG riconosciute parti civili nel dibattimento. Ne abbiamo discusso e pensiamo valga la pena dare comunque voce alle famiglie rendendo pubblica la lettera che ci hanno inviato con la speranza di vederla pubblicata. Soprattutto crediamo sia una buona premessa per la costruzione delle iniziative per il prossimo 26 di febbraio. Sarebbe auspicabile raccogliere in calce all’appello le adesioni di quanti credono che la strage non debba essere dimenticata, perchè si risponda con verità e giustizia alle domande dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime. Per quanti volessero aderire e supportare l’appello delle famiglie: scrivete a carovanemigranti@gmail.com Riportiamo qui il Programma della Carovana per una Calabria aperta e solidale 24 febbraio Crotone ore 14.00: Tribunale di Crotone – Conferenza stampa dei famigliari delle vittime, sopravvissuti e associazioni Dalle ore 14.30 alle 17.30: Presidio davanti al Tribunale a cura di Carovane Migranti 25 febbraio Crotone ore 10.00: Campo di Tufolo, Via G. Da Fiore – Partita di calcio Friendly match a cura di ResQ ore 16.30 Piazza dell’Immacolata c/o Mara Vinart, Stragi nel Mediterraneo e nelle rotte di terra. Prospettive e strumenti per dare voce ai diritti dei superstiti, delle famiglie delle vittime e degli scomparsi Coordina Gianfranco Crua. Parlano: – I famigliari delle vittime di Steccato di Cutro -Sabina Talović, Bona Fide, Pljevlja, Montenegro -Tareke Brhane, Comitato 3 Ottobre (in collegamento) -Erminia Rizzi e Lidia Vicchio, avvocate ASGI -Giacomo Donadio, Carovane Migranti (a cura di Carovane Migranti) ore 20:00 Viale Regina Margherita, Cinema Teatro Apollo Proiezione docu-film Cutro, 94… and more diretto da Angelo Resta e scritto da Angelo Resta, Vincenzo Montalcini, Bruno Palermo e Francesco Pupa (a cura degli autori) 26 febbraio Crotone/Cutro ore 04.00 veglia Steccato di Cutro, Veglia Commemorativa delle vittime, Raduno partecipanti da Crotone in Piazza Nettuno alle ore 03.30 (a cura di Vincenzo Montalcini e Bruno Palermo) ore 11.30 Municipio di Crotone, Piazza della Resistenza, Conferenza Stampa Introduce Marta Peradotto Le voci dei famigliari di ritorno dall’alba di Steccato e di Giuseppe Pipita, uno dei primi giornalisti accorsi sul luogo della tragedia, autore della mostra fotografica I sogni attraverso il mare (a cura di Carovane Migranti) ore 15.00 Crotone, Piazza dell’Immacolata c/o Mara Vinarte Genocidio, migranticidio, guerra e disinformazione di massa. Coordina Alfonso Di Stefano -Tony La Piccirella, portavoce Global Sumud Flotilla -Barbara Antonelli, Sos Mediterranee -Luciano Scalettari, ResQ -Giorgia Linardi, Alberto Mallardo. Sea Watch (in collegamento) (a cura di Carovane Migranti) ore 17:00 Cutro, Sala polivalente, Proiezione docu-film Cutro, 94… and more ore 17.00 Crotone, Casa della Cultura, Presentazione libro Un viaggio verso Cutro di Daniela De Marco con illustrazioni di Tiziana Tosi (a cura di Sabir) 27 febbraio Riace/Caulonia ore 11.30 Riace, Aula Consiliare, Incontro con Mimmo Lucano, sindaco ed europarlamentare ore 17.30 Caulonia, Biblioteca comunale, Resistere, esistere. Dal basso, contro la barbarie del migranticidio e del genocidio a Gaza Saluti del Sindaco Francesco Cagliuso; Modera Giovanni Maiolo, direttore di Ciavula.it. Intervengono: -Coordinamento Locride per la Palestina -Maleki, una famiglia afghana che ha perso i suoi cari nella strage di Cutro -Sabina Talovic, Associazione Bonafide, Pljevlja, Montenegro -Tony La Piccirella, portavoce Global Sumud Flotilla -silvia b., autrice di In mezzo c’è the border 28 febbraio Reggio Calabria ore 10,30 Reggio Calabria, visita al cimitero di Armo ed al Museo diocesano delle migrazioni ore 17.00 Gallico (Rc),Via Quarnaro primo, Assemblea conclusiva della seconda Carovana per una Calabria aperta e solidale al Csoa Cartella LENZUOLI DELLA MEMORIA MIGRANTE I lenzuoli ci accompagneranno per tutto il viaggio; pagine bianche di un libro scritto a cominciare dal 2020 per raccontare e dare un nome alle persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo, lungo le rotte migratorie delle Canarie e di Calais, dalla rotta di terra balcanica  a quella mesoamericana. Intorno al lenzuolo per le vittime di Cutro si troveranno i ricamatori e le ricamatrici, e chiunque lo vorrà, strada facendo. #lenzuolimemoriamigrante **Le iniziative a Crotone a a Cutro, dal 24 al 26 febbraio, sono all’interno delle attività della Rete 26 Febbraio** Verso Cutro per Rompere il silenzio https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=1454272930067151&id=100064533738736&mibextid=wwXIfr&rdid=LK81NilcekSuRUFj# Redazione Italia
February 21, 2026
Pressenza
Libriamoci, le Giornate di lettura nelle scuole
Come ci ricordano i dati dell’Osservatorio AIE sulla lettura, a cura di Pepe Research, in Italia nel 2025 sono cresciute del 4% le persone tra i 15 e i 74 anni che si dichiarano lettrici e lettori (almeno un libro letto anche in parte negli ultimi dodici mesi, compresi e-book e audiolibri), raggiugendo i 33,9 milioni: sono adesso il 76% della popolazione, contro il 73% dell’anno precedente. La crescita riguarda tutte le fasce d’età: tra i 15-17 anni i lettori sono cresciuti del 5% nell’ultimo anno e sono adesso l’89% della popolazione, nella fascia 18-34 anni sono cresciuti del 2% e sono ora l’82%, nella fascia 35-54 anni sono cresciuti del 3% e sono ora il 79%, nella fascia 55-74 anni sono cresciuti del 2% e sono ora il 68%. Tuttavia, calano tempi e frequenza di lettura: la quota di chi apre un libro almeno una volta a settimana è passata dal 72% dei lettori del 2022 al 61% del 2025, mentre quella di chi legge solo qualche volta al mese è passata dal 26% al 38%. Inoltre, per quanto riguarda il tempo medio settimanale dedicato in particolare alla lettura di libri a stampa, questo è calato da 3 ore e 32 minuti nel 2022 a 3 ore e 7 minuti nel 2025. Il 37% dei lettori legge fino a tre libri, e-book o ascolta fino a tre audiolibri l’anno. Il 22% legge tra 4 e 6 libri l’anno, il 19% tra 7 e 11 e il 22% 12 o più. E si conferma il gap di genere, che è di quasi dieci punti percentuali: tra le donne le lettrici sono l’81% della popolazione, tra gli uomini i lettori sono il 72%. Insomma, c’è ancora tanto da fare per sostenere e incrementare la lettura e raggiungere anche i lettori più deboli. E in tale direzione va l’iniziativa in corso “Libriamoci. Giornate di lettura nelle scuole” (dal 16 al 21 febbraio 2026). Libriamoci è una grande festa diffusa e collettiva per celebrare la lettura ad alta voce. Una campagna nazionale rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, dai nidi alle superiori, sia in Italia che all’estero partita il 16 febbraio e che si concluderà domani, 21 febbraio, anche se quest’anno sarà prolungata sino al 28 febbraio per la parziale sovrapposizione alle festività di Carnevale. Durante queste Giornate su invitano tutte le scuole a ideare e organizzare iniziative di lettura ad voce alta, sia in presenza che online, volte a stimolare nelle studentesse e negli studenti il piacere di leggere. L’obiettivo del progetto, promosso dal Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura che da dodici anni – d’intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – porta la lettura ad alta voce nelle scuole italiane e all’estero, è da sempre quello di diffondere e accrescere l’amore per i libri e l’abitudine alla lettura, attraverso momenti di ascolto e partecipazione attiva come sfide e maratone letterarie tra le classi, realizzazione di audiolibri, performance di libri viventi, gare di lettura espressiva, incontri con lettori volontari esterni, gare di dibattito a partire da singoli romanzi ecc. Come ogni anno, nella realizzazione delle iniziative ci si potrà ispirare al tema istituzionale che caratterizza ogni edizione: per il 2026, Libriamoci ha scelto “Ogni libro è una creatura viva”, celebrando così la lettura come strumento di relazione e di armonia: un modo per imparare a vivere insieme, riconoscendo nel libro un compagno di viaggio capace di insegnarci a rispettare la natura, a capire gli altri e a costruire un futuro più giusto e condiviso. Al tema si affiancano inoltre i tre filoni tematici collegati, ciascuno pensato per ospitare diversi generi, stili e tipi di libri e lettura: Cantare la bellezza, dedicato alla bellezza segreta del creato e quella nascosta in noi stessi, la magia di mondi immaginari e quella del linguaggio capace di costruirli; Creature in cammino, in cui racconti e romanzi di vite vissute o immaginate esplorano paesaggi interiori, emozioni, relazioni e Creature nel nostro tempo incentrato sulle sfide del presente con uno sguardo responsabile e costruttivo verso gli altri e verso l’ambiente. E per offrire alle scuole un motivo in più per proseguire il percorso di lettura lungo tutto l’anno scolastico, Libriamoci condividerà tema e filoni con l’altra grande campagna del Centro per il libro e la lettura, Il Maggio dei Libri (dal 23 aprile al 31 maggio 2026). In questo modo si rafforza la continuità progettuale e si valorizza l’impegno delle scuole che scelgono di partecipare a entrambe le iniziative, realizzando attività che prendano avvio a febbraio e si concludano in primavera. Come ogni anno, i rappresentanti delle Città che leggono, sindaci, assessori e bibliotecari comunali si mettono a disposizione come lettori incontrando alunni e alunne grandi e piccoli delle diverse scuole dei loro comuni. Quest’anno saranno attive le città di: Arquata Scrivia (AL), Bologna, Borghetto Santo Spirito (SV), Brindisi, Bugnara (AQ), Cairo Montenotte (SV), Casoli (CH), Castelforte (LT), Castellammare di Stabbia (NA), Collegno (TO), Ercolano (NA), Este (PD), Firenze, Formigine (MO), Guardea (TR), Santa Croce sull’Arno (PI), Sant’Elpidio a Mare (FM). Partecipare a Libriamoci è semplice e per farlo c’è tempo fino al 28 febbraio: gli insegnanti che nel periodo di svolgimento della campagna avranno realizzato una o più attività di lettura dovranno soltanto iscriversi alla banca dati sul sito https://libriamoci.cepell.it/II/ e registrarla. Dopo la convalida delle iniziative inserite, sarà possibile scaricare dalla propria area utente in banca dati l’attestato ufficiale di partecipazione. Il sito fulcro digitale della campagna, consente di visualizzare, su una cartina dell’Italia, le attività inserite nella banca dati e fornisce suggerimenti di lettura, bibliografie tematiche, un elenco di buone pratiche da condividere, materiali utili da scaricare e notizie. Qui per approfondire i tre filoni tematici Giovanni Caprio
February 20, 2026
Pressenza
Il problema siamo noi
Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale «Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito. La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali differenti. La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali. In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda: cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui? CONTRADDIZIONI ETICHE E FINANZIAMENTI Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni tra valori dichiarati e contesto istituzionale, un tema comune in molti movimenti sociali. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS, iniziative di consumo critico e reti orizzontali come l’EZLN o Wu Ming 1, dove il volto del leader cede spazio al “noi” e ai processi condivisi. Pur dando l’impressione di frammentazione, queste reti possono dimostrare pluralità, diversità di approcci e cooperazione orizzontale in caso di emergenze³. Movimenti come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono stati criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Anche in Europa, la criminalizzazione del dissenso colpisce chi pratica forme di protesta non violenta ma destabilizza la cornice culturale dominante. Nessuno è privo di contraddizioni: persone come Madre Teresa, anche Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate⁴ : la reazione scandalizzata spesso riflette identificazione individualista, quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. RESISTENZE STORICHE E ATTUALITÀ DEI CONFLITTI Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. L’asimmetria del conflitto – tecnologica, militare o giuridica – è centrale per interpretarne la legittimità. Questo quadro storico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”. Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali. Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano centri strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non significa condividerle o praticarle, ma evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale. Nel continente americano, manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione e procedimenti giudiziari — anche giornalisti, osservatori e mediatori — sollevando gravi preoccupazioni per i diritti civili. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, come evidenziano le azioni dell’ICE negli USA e le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano crimini ambientali. La violazione dei diritti umani è documentata e dimostra come nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, sia risparmiata. Questa distinzione etica resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali extra europei. In Europa, attivisti e movimenti definiti altrove “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, suscitano disagio, così come accade quando voci afrodiscendenti italiane denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. PROSPETTIVA DECOLONIALE In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali⁵. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra e non è sempre legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società. Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica o o restano gerarchiche? Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Noam Chomsky. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile: qual è la differenza tra democrazia e dittatura? NOTE A PIÈ DI PAGINA ¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è stata criticata per violazioni del giusto processo, come detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista. ² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza. ³ Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva. ⁴ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995); in almeno un’occasione ricevette cure mediche all’estero per problemi cardiaci e respiratori, in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici spesso assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata e per il suo rapporto con il sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014); José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore. ⁵ Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR. Organizzazioni per i diritti umani segnalano che misure preventive e penali colpiscono anche proteste non violente. Valentina Fabbri Valenzuela
February 18, 2026
Pressenza
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
Incontro a Praga sul tema delle convinzioni e dei pregiudizi
Venerdì 6 febbraio 2026 si è tenuto a Praga un altro degli incontri serali ispirati ai documentari del festival internazionale del cinema sulla non violenza FICNOVA, che nell’ambito della terza Marcia mondiale per la pace e la non violenza è stato organizzato lo scorso anno a Praga da diverse organizzazioni: l’organizzazione umanista Mondo senza Guerre e Violenza, l’organizzazione pacifista HWPL, Škola 21 e altre. L’accogliente spazio per lo svolgimento di questi incontri è messo a disposizione dalla Tibet Open House in via Školská nel cuore di Praga. Questa volta il tema della serata era CONVINZIONI E PREGIUDIZI: dove nascono, come ci influenzano e come possiamo liberarcene. La prima parte della serata è stata dedicata a un gioco di riflessione sociale chiamato “Cerchio o croce”. I partecipanti, divisi in quattro squadre, hanno ricevuto un obiettivo chiaro: “Ottenere il maggior numero possibile di punti positivi”. All’inizio, la maggior parte dei giocatori e tutte le squadre hanno iniziato a giocare in modo che la loro squadra ottenesse più punti a scapito delle altre, anche se nelle regole non era specificato che si trattasse di una competizione tra singole squadre. È emerso chiaramente che nella società attuale l’impostazione è automaticamente competitiva e che è più difficile pensare che il modo migliore per ottenere il maggior numero di punti sia solo attraverso la collaborazione. Alla fine tutti hanno capito che giocando per il bene comune avrebbero ottenuto un punteggio migliore e che ciascuno avrebbe tratto il massimo beneficio dal successo dell’insieme. La riflessione finale sul gioco è stata estremamente interessante per tutti i partecipanti ed è stata ulteriormente arricchita dalla riflessione personale sui propri pregiudizi e dalla condivisione di esperienze concrete sui pregiudizi nella nostra società in piccoli gruppi, in modo che tutti avessero la possibilità di esprimersi. Successivamente sono stati proiettati due brevi documentari del festival FICNOVA (www.ficnova.org): Il documentario “KANDIA” riguardava la convivenza di culture diverse in Italia, nella città di Lecce, dove il coro misto della parrocchia locale è diventato un’occasione di incontro e avvicinamento tra persone di culture diverse e ha permesso la nascita di amicizie straordinarie e di una più profonda integrazione, dando vita a una nuova comunità. Il documentario “Mahbuba Maqsoodi” raccontava la storia di una ragazza afghana, una delle sette sorelle. Nonostante il difficile ruolo delle donne in Afghanistan, queste ragazze sono cresciute libere e felici. La protagonista ha arricchito le sue esperienze anche con un soggiorno in Russia e Germania, dove si dedica alla creazione di vetrate artistiche in spazi sacri. È seguito uno scambio di impressioni su questi due esempi significativi di come sia possibile liberarsi dai pregiudizi. Il tema della fede e dei pregiudizi si è rivelato profondo e attuale in una società globalizzata. Allo stesso tempo, è emerso che i pregiudizi sono in una certa misura inevitabili, ma che un passo avanti è prenderne coscienza e lavorarci consapevolmente. Tra gli altri temi emersi durante la discussione vi era la necessità di riflettere più profondamente sul senso della vita, lavorare su se stessi, credere nel futuro, aiutare gli altri e mantenere la calma interiore in questa fase di transizione, dal mondo dei vecchi valori ormai superati a un mondo più umano, fatto di amore e compassione. All’incontro hanno partecipato più di venti persone ed è stato accompagnato da un piccolo rinfresco che ha reso la serata ancora più piacevole, in un’atmosfera accogliente di condivisione di esperienze e riflessioni personali sui temi trattati. Il prossimo incontro simile è previsto per venerdì 27 febbraio 2026 alle 18:30, sempre al Tibet Open House (Školská 28, Praga 1). Il tema sarà “la non violenza attiva” e verrà proiettato il documentario “Se Davide avesse convinto Golia”. Se quindi, come gli organizzatori, avete la sensazione che sia necessario cercare nuove strade e contribuire a creare una società in cui la pace, l’umanità, la capacità di compassione e solidarietà, la comunicazione non violenta e la cooperazione tra culture diverse sostituiscano la paura delle differenze, competizione, crudeltà, discriminazione, violenza, incitamento alla guerra e militarizzazione, allora non perdetevi queste serate. Toni Antonucci
February 12, 2026
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