Migranti e insicurezza: una verità capovolta. Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad AmendolaraDa oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera
ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone,
2018). È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea,
nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso
comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si
dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di
remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati,
ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di
origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.
Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche,
scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza
esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.
Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la
sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul
lavoro.
Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro
giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni –
sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi
anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.
Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di
continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a
una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra
il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito
dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa
Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della
protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai
clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo
visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti.
L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma
insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria
storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando
così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o
autoctono che fosse.
Sono passati quasi quarant’anni. Eppure la domanda resta attuale. Chi è davvero
esposto all’insicurezza? Chi paga il prezzo più alto dell’organizzazione
contemporanea del lavoro e delle politiche migratorie nel modo di produzione
capitalistico?
Le risposte non coincidono mai con quelle offerte dalla propaganda mainstream.
I migranti sono infatti sovrarappresentati nei segmenti più fragili del mercato
del lavoro: agricoltura, edilizia, logistica, lavoro domestico, servizi a basso
salario. Sono i settori caratterizzati dai più elevati livelli di precarietà,
sfruttamento, ricattabilità e rischio per la salute (e lo stesso vale per gli
autoctoni negli stessi segmenti: è lo sfruttamento migrante a imporre a tutti le
medesime logiche).
In un mio recente lavoro (Pirrone, 2025), ho sostenuto come il migrante occupi
una posizione specifica nell’ordine salariale. Non è semplicemente un lavoratore
straniero che svolge un’attività economica, ma una forza lavoro inserita
attraverso meccanismi di inclusione differenziale: necessaria all’economia del
capitale, ma privata di gran parte delle garanzie materiali, sociali e
simboliche riconosciute ad altri lavoratori. In questo quadro l’insicurezza non
è una conseguenza accidentale del sistema, ma una componente funzionale allo
sfruttamento e all’estrazione di valore. Il migrante occupa così la posizione
dell’esercito di riserva della forza lavoro, oggi su scala mondiale (Basso,
2023).
Il rischio di licenziamento, di perdere il permesso di soggiorno, di espulsione,
di non trovare casa, di discriminazioni o controlli selettivi alimenta una
vulnerabilità che spinge ad accettare salari più bassi, condizioni peggiori e
minore capacità di conflitto, e talvolta il reclutamento nei circuiti della
devianza.
L’insicurezza diventa così una risorsa economica. Non per chi la subisce, ma per
chi ne trae profitto.
Questa dinamica appare con particolare evidenza nel settore agricolo. Da decenni
il sistema del caporalato prospera grazie alla disponibilità di una forza lavoro
resa fragile dall’intreccio tra bisogno economico, status giuridico incerto e
debolezza contrattuale. I ghetti informali sorti in diverse aree del paese non
sono un’anomalia esterna al sistema produttivo, ma una sua
componente strutturale1. Per questo chi prova a ribellarsi allo sfruttamento
finisce per pagarla, anche con la morte – come i quattro ragazzi arsi vivi nel
cosentino, che, stando al sopravvissuto, chiedevano contratti regolari.
La retorica della sicurezza parla di frontiere da difendere, non delle persone
che le attraversano. Parla dei muri, non delle vite; dei confini, non dei corpi;
delle paure degli inclusi, non di quelle degli esclusi.
Eppure una parte significativa dei migranti sperimenta forme di insicurezza che
investono insieme la dimensione lavorativa, abitativa, sanitaria e giuridica:
alloggi precari, discriminazioni nell’accesso alla casa, occupazioni ad alta
incidentalità. A questa insicurezza si aggiunge quella prodotta dalle politiche
di controllo delle migrazioni.
Negli ultimi decenni l’Europa – come le altre potenze capitalistiche – ha
investito miliardi di euro nel rafforzamento delle frontiere,
nell’esternalizzazione dei controlli e nella costruzione di apparati sempre più
sofisticati di sorveglianza e contenimento – piattaforme digitali, intelligenza
artificiale, sistemi di difesa e di monitoraggio (Molnar, 2024) – con immensi
costi energetici e di risorse minerarie: il che spiega perché assistiamo a una
nuova fase di guerre imperialistiche, determinata proprio dal ritorno
all’estrattivismo necessario all’autonomia energetica delle potenze imperiali su
cui si basa una parte rilevante del capitalismo contemporaneo. Il risultato non
è stata la scomparsa delle migrazioni, ma l’aumento dei costi umani della
mobilità.
Da Jerry Masslo ai lavoratori agricoli morti nei campi, dalle vittime del
caporalato alle migliaia di persone scomparse nel Mediterraneo, emerge una
verità che il discorso pubblico continua a rimuovere: i migranti non sono
l’oggetto delle campagne securitarie, ma le principali vittime dell’insicurezza
sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo.
Sarebbe allora opportuno capovolgere la domanda che domina il dibattito
pubblico.
Non dovremmo più chiederci se i migranti rappresentino una minaccia per la
sicurezza. Dovremmo chiederci perché, in società che si proclamano democratiche,
milioni di persone continuino a essere private della propria sicurezza in quanto
migranti.
Finché non saremo disposti ad affrontare questa domanda, continueremo a
confondere le vittime con il problema e a scambiare l’effetto per la causa.
La storia di Jerry Masslo, come molte altre che l’hanno seguita, ci ricorda da
che parte occorre guardare per comprenderla.
Ammesso che abbia un senso la parola “remigrazione”, così tanto invocata e
osannata dalla destra mondiale – razzista, xenofoba, fascista e nazista –
l’unico che vedo è questo: remigrare gli untori della peste fascista nelle fogne
da cui sono usciti, per parafrasare uno splendido passaggio di Giorgio Gaber
sulla peste fascista (Giorgio Gaber, La peste, 1974): “l’infezione è trasmessa
da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai
tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che son sempre
presenti”
______________
1SULLE DIMENSIONI QUI RICHIAMATE (LA STRUTTURA NON EPISODICA DEL CAPORALATO E
DEL LAVORO MIGRANTE PRIVO DI STATUS, IL NESSO TRA INSICUREZZA GIURIDICA E
SFRUTTAMENTO, IL MODELLO ECONOMICO DEL CAPITALISMO AGRICOLO E L’INTRECCIO CON LA
CRIMINALITÀ ORGANIZZATA) SI VEDA L’APPROFONDITO QUADRO OFFERTO DA S. BECUCCI E
V. SCALIA (A CURA DI, 2025), E IN PARTICOLARE L’INTRODUZIONE DEI CURATORI (PP.
13-17) E I CAPITOLI DI F. CARCHEDI (PP. 117 SS.), V. SCALIA (PP. 147 SS.) E A.
SERGI (PP. 163 SS.).
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
BASSO, P. (2023). MARX SULL’ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA E LE MIGRAZIONI:
VIETATO ABUSARNE!, IN M. MUSTO E A. M. IACONO (A CURA DI), RICOSTRUIRE
L’ALTERNATIVA CON MARX: ECONOMIA, ECOLOGIA, MIGRAZIONE (PP. 219–240). ROMA:
CAROCCI.
BECUCCI S., SCALIA V. (A CURA DI). (2025), CRIMINI E CAPORALI. LO SFRUTTAMENTO
NELL’EPOCA DEL LAVORO FLESSIBILE, FUTURA, ROMA.
MOLNAR P. (2024), THE WALLS HAVE EYES. SURVIVING MIGRATION IN THE AGE OF
ARTIFICIAL INTELLIGENCE, THE NEW PRESS, NEW YORK.
MANNOIA, M., & PIRRONE, M. A. (A CURA DI). (2018). RAZZISMI, INSICUREZZA E
CRIMINALITÀ: RIFLESSIONI TEORICHE E DATI EMPIRICI. PM EDIZIONI, VARAZZE (SV).
PIRRONE M. A. (2025), GUERRA AI MIGRANTI. NEOLIBERISMO E NEOSCHIAVITÙ NEL XXI
SECOLO, PM EDIZIONI, VARAZZE (SV).
MARCO A. PIRRONE È RICERCATORE DI SOCIOLOGIA PRESSO IL DIPARTIMENTO “CULTURE E
SOCIETÀ” DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO
Redazione Italia