Names behind Numbers: un impegno quotidiano per la pace dall’Area della Ricerca del CNR di MilanoNon siate compassionevoli, siate esatti, dateci un nome, non “loro”, non
“vittime”, nominateci uno per uno, dite i nostri nomi finché non vi mancherà il
fiato, è solo quello il punto in cui la lingua si redime.
(Francesca Mannocchi)
Names behind Numbers è un’iniziativa promossa da un gruppo di lavoratrici e
lavoratori dell’Area della ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR di
via Corti 12 a Milano, che consiste nella lettura collettiva e ad alta voce
dell’elenco delle bambine e dei bambini israeliani e palestinesi (0-12 anni)
uccisi dal 7 ottobre 2023.
Ci si incontra nel cortile dell’Area, accanto al punto di raccolta usato in caso
di emergenza, tutti i giorni, indipendentemente dalle condizioni meteo, a
partire dalle 12.00 e si va avanti per una ventina di minuti; c’è anche chi
viene ma non legge e ascolta in silenzio. L’incontro si chiude con una formula
di saluto in arabo.
La lettura è cominciata il 7 ottobre 2025 – a due anni dall’attacco del gruppo
militare di Hamas a Israele e dell’inizio della guerra con conseguente genocidio
a Gaza – e andrà avanti per mesi in quanto l’elenco, di 257 pagine, contiene
quasi 13.000 nomi (per l’esattezza 12.265).
I dati sui 16 bambini israeliani provengono dall’agenzia giornalistica
israeliana Haaretz; quelli relativi alle migliaia di palestinesi da un database
open source creato dal collettivo Tech For Palestine, un gruppo di volontari che
raccoglie i dati dal Ministero della Salute di Gaza, che a sua volta utilizza
registri ospedalieri e dell’obitorio, nonché resoconti verificati delle famiglie
delle vittime e di media affidabili. L’elenco si ferma al luglio del 2025,
perciò non è definitivo. Ad oggi, sempre secondo fonti del collettivo
palestinese, i bambini morti sono circa 22.000, ma è un dato sottostimato:
rintracciare e identificare i morti a Gaza è diventato sempre più difficile a
causa del collasso del sistema sanitario dell’enclave, dei ripetuti sfollamenti
ed esodi delle famiglie. In questo contesto, molti bambini non sono identificati
e non arrivano neanche ad avere un nome.
Non è un caso che l’iniziativa riprenda il titolo dato dal gruppo palestinese al
proprio lavoro, Names behind Numbers, nel quale sono stati raccolti i dati di
oltre 73.000 persone uccise. Lo abbiamo adottato perché ricorda – a noi che
facciamo ricerca e usiamo spesso i numeri come criterio per dimostrare
l’attendibilità di un fenomeno – che anche se i numeri ci danno le dimensioni
della grandezza di una tragedia, spesso ce la fanno percepire come lontana,
astratta, irreale. Dietro i numeri ci sono storie, vite, famiglie, comunità.
Come con le vittime di violenza o i migranti morti in mare, di cui conosciamo
spesso solo i numeri, dare un’identità ai loro corpi, conoscere i loro nomi,
renderli pubblici è un gesto per sottrarre all’oblio chi è stato ucciso o è
morto ingiustamente, per ricordare il suo diritto alla vita negato e calpestato,
per dar visibilità a una storia che viene sistematicamente rimossa, dimenticata
e in alcuni casi negata.
L’iniziativa di leggere i nomi delle vittime di violenza, come quelle del 7
ottobre e del genocidio di Gaza, peraltro non è nuova; da quando sono stati
pubblicati i dati sul Washington Post nel luglio 2025, molte iniziative analoghe
si sono svolte e continuano a svolgersi in tutta Italia e nel mondo, dove i nomi
vengono letti o anche trascritti sulla carta, sulla stoffa, sui muri,
coinvolgendo artisti e artiste e cittadini e cittadine di molte città e paesi in
azioni pubbliche che cercano di mantenere viva la memoria collettiva e
individuale.
L’importanza di preservare la memoria è molto presente nel popolo palestinese: i
nomi dei bambini e delle bambine sono brevi ma composti da una successione di
altri nomi, 4,5 a volte 6, che ricordano quelli dei padri e dei nonni, in una
sorta di staffetta tra generazioni che cerca di mantenere vivo il ricordo delle
origini e di tenere unito il filo sottile che lega passato e presente, di fare
in modo che non si spezzi, perché in quel nome è scritto anche il futuro delle
giovani generazioni.
Il presidio di lettura dell’Area di Ricerca di Milano è partecipato da 10-20
persone a seconda della giornata.
Le motivazioni sono tante e ognuno viene con le sue.
È certamente un modo per non dimenticare, per testimoniare, per cercare di
rimanere lucidi in questi tempi terribili in cui, parafrasando Shakespeare,
“matti guidano ciechi”.
È un gesto di solidarietà. Un modo, per dirla con le parole di Francesca
Mannocchi, “per abitare la guerra, per stare scomodi, ogni giorno, non solo
loro, ma noi.”
È anche un modo per sentirsi e per fare “comunità”, al di là dei nostri ruoli,
tecnici, amministrativi, di ricerca, delle nostre età, del nostro genere e delle
nostre discipline. Per opporsi non soli ma uniti alla logica della guerra e
della sopraffazione.
È, infine, un gesto di responsabilità. Sebbene ci limitiamo a leggere dei nomi –
spesso non li leggiamo neanche correttamente – ogni nome lo accompagniamo con il
nostro respiro e in quel respiro c’è il nostro piccolo impegno di umanità e di
pace, un impegno che rinnoviamo ogni giorno. Perché la cultura della non
violenza si costruisce anche così.
Se qualcuno/a volesse riprendere l’iniziativa, siamo contenti di condividere il
nostro elenco. L’Area della Ricerca non è accessibile al pubblico, è un luogo di
lavoro ma se qualcuno volesse qualche volta venire a trovarci può scrivermi.
Alba L’Astorina, IREA CNR Milano
lastorina.a@irea.cnr.it
Redazione Milano