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Evasioni. «Zapruder» 67 in tour http://storieinmovimento.org/2025/10/23/evasioni-zapruder-67-in-tour/?pk_campaign=feed&pk_kwd=evasioni-zapruder-67-in-tour #presentazioniZapruder #repressione #Iniziative #reclusione #carcere
La classe operaia va in paradiso. La vita politica di Vincenzo Guagliardo
Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle […] L'articolo La classe operaia va in paradiso. La vita politica di Vincenzo Guagliardo su Contropiano.
GENOVA: SCARCERATI TRE CITTADINI PALESTINESI, IN ATTESA DELLE MOTIVAZIONI MOHAMMED HANNOUN RESTA IN CARCERE
Si incrina il castello accusatorio che a fine dicembre ha portato in carcere nove cittadini palestinesi, accusati di finanziare Hamas, sulla base di “prove” fornite dai servizi segreti israeliani, raccolte durante il genocidio in corso a Gaza dall’ottobre 2023. Per gli avvocati “dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi. Pare che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ israeliana. È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza”. La difesa continuerà “a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”, tra 30 giorni: probabile che, poi, arrivi il ricorso anche in Cassazione. Al momento, comunque, 3 delle 7 misure carcerarie eseguite (altre due persone invece si trovano da tempo all’estero) sono state annullate. Resta invece in carcere – e in isolamento – Mohammad Hannoun, architetto di 64 anni – ben 42 dei quali trascorsi a Genova – fondatore e portavoce dell’Associazione Palestinesi d’Italia. Il commento di uno degli avvocati difensori, il penalista Nicola Canestrini. Ascolta o scarica Il commento del difensore di Mohammad Hannoun, l’avvocato Fabio Sommovigo. Ascolta o scarica
Mario Burlò, chi è il “santo” imprenditore liberato dalla “Alcatraz chavista”
Pubblichiamo un’importante riflessione della latinoamericanista Federica Cresci, coordinatrice dell’associazione solidale Cuba Mambí, sui lati oscuri dell’imprenditore torinese Mario Burlò, colui che secondo i media mainstream italiani sarebbe un “santo” che finalmente è stato liberato dalla “Alcatraz” dei chavisti venezuelani. Mario Burlò, imprenditore torinese di 52 anni, era stato arrestato il 10 novembre 2024 in territorio venezuelano, dove sarebbe entrato, via terra, dalla Colombia. Era stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito con accuse che non sono mai state chiarite e i suoi legali hanno sempre sottolineato che era detenuto «arbitrariamente» senza che a suo carico fosse formalizzata alcuna accusa. Burlò, a capo di diverse aziende in Italia, aveva detto alla famiglia che sarebbe partito per il Venezuela per esplorare “nuove opportunità imprenditoriali”. Recentemente ha dichiarato che la sua priorità ora è di aiutare tutti i “prigionieri di Maduro” dichiarando che la sua “non era una prigione, ma un campo di concentramento” simile a “Guantanamo”. Mario Burlò non è un cittadino qualunque finito per caso sotto i riflettori. È un imprenditore torinese, attivo da anni nel settore dei servizi e dell’outsourcing, con una forte esposizione pubblica anche nello sport (Auxilium Basket Torino) e un preciso retroterra politico. Secondo quanto riportato dalla stampa, ha avuto un passato nella Democrazia Cristiana piemontese ed è poi transitato nell’orbita del centrodestra, con rapporti e vicinanze con l’area di Forza Italia, cioè quello stesso mondo politico che oggi sostiene il governo. Questo dato non è un dettaglio folkloristico: è parte del contesto che spiega perché oggi la sua vicenda venga raccontata in modo così selettivo e indulgente. Sul piano giudiziario italiano, Burlò non è mai stato estraneo ai tribunali. È stato coinvolto nel processo Carminius, una delle più importanti inchieste sulla ’ndrangheta in Piemonte. In quel procedimento è stato assolto in Cassazione, ma va detto con precisione, senza slogan: non perché sia stata accertata la sua innocenza, bensì per insufficienza di prove a sostenere l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È una differenza enorme. La Cassazione non ha certificato che Burlò non avesse rapporti o responsabilità, ma che le prove raccolte non erano sufficienti per una condanna. In uno Stato di diritto questo basta per assolvere — giustamente — ma non equivale a una patente morale. E soprattutto, quella non è l’unica storia giudiziaria che lo riguarda. In Italia Burlò ha ancora processi aperti. È imputato nel procedimento sul crac dell’Auxilium Basket, dove la Procura contesta gravi irregolarità fiscali, l’uso di crediti tributari inesistenti e indebite compensazioni. La sua posizione è stata stralciata e rinviata, non archiviata. Quel processo deve ripartire e, in caso di condanna, le conseguenze non sarebbero simboliche: anni di reclusione, sanzioni economiche pesanti, possibili interdizioni. C’è poi il procedimento di Terni, per violazioni tributarie strutturate, legate a meccanismi di accollo dei debiti e compensazioni fittizie. Anche qui: se rinvio a giudizio e condanna arriveranno, si parla di reati che prevedono il carcere, almeno sulla carta. E allora la domanda vera — politica, non morale — è inevitabile: che cosa ci fa un imprenditore con questo curriculum giudiziario in Venezuela? Non un cooperante, non un turista sprovveduto, ma un soggetto con procedimenti penali pendenti e rischi concreti di condanna in Italia. Quale razionalità, quale prudenza, quale senso delle istituzioni porta una persona in quella posizione ad andare in uno dei Paesi più “instabili” e opachi del mondo, (perchè cosi il Venezuela è considerato dai liberatori esultanti di centro destra e i lecchini democratici a comando del centro sinistra che di sinistra c’ha solo la falsa morale)? E soprattutto: perché, una volta tornato, diventa improvvisamente un simbolo mediatico? Perché il suo racconto della detenzione viene amplificato senza che quasi nessuno ricordi cosa lo aspetta qui? Perché si costruisce una narrazione emotiva che lo trasforma in vittima assoluta, mentre le carte giudiziarie italiane finiscono in fondo, quando va bene, o scompaiono del tutto? Qui entra la questione più scomoda. Un governo che ha fatto dell’anticomunismo di maniera, della demonizzazione del Venezuela e della propaganda “law & order” una cifra politica — il governo di Giorgia Meloni — ha tutto l’interesse comunicativo a esibire un caso come questo. Serve a rafforzare una linea ideologica, a parlare alla propria base, a costruire consenso. Ma cosa ottiene Burlò in cambio di questa esposizione? Solo attenzione mediatica? O anche un clima più indulgente, più distratto, più pronto a dimenticare che in Italia non è un perseguitato politico, ma un imputato in procedimenti penali seri? La riflessione dura è questa: in Italia la galera vera spesso non la fa chi ha soldi, avvocati, relazioni e tempo, ma chi non ha voce. Burlò, paradossalmente, ha conosciuto il carcere all’estero prima di affrontare davvero i suoi conti con la giustizia italiana. E oggi rischiamo di assistere a un copione già visto: santificazione pubblica, vittimismo mediatico, silenzio sulle carte giudiziarie, e poi — magari — prescrizioni, sconti, pene alternative, oblio. Ma c’è un’ultima ipocrisia da smascherare, perché questo non è un gioco esclusivo del centrodestra. Lo stesso schema viene praticato dal centrosinistra che ama definirsi progressista, ma che nei fatti è un centrosinistra svuotato, sinistrato, perfettamente integrato nel sistema di potere. È lo stesso campo politico che santifica mercenari italiani, contractor, personaggi ambigui coinvolti in teatri di guerra, in nome di falsi diritti umani a geometria variabile. Diritti buoni per i comunicati, ma del tutto compatibili con politiche di guerra, riarmo, esportazione di armi e fedeltà cieca agli interessi geopolitici dominanti. Il centrodestra usa casi come Burlò per propaganda ideologica. Il centrosinistra usa casi analoghi per ripulire figure discutibili e giustificare interventi militari e politiche belliche. Cambiano le parole, non la sostanza. Cambiano i colori, non il meccanismo. Alla fine, se non è zuppa è pan bagnato. E questo è il punto politico centrale: non siamo davanti a una battaglia per la giustizia o per i diritti, ma a una gestione cinica delle narrazioni, dove le persone diventano strumenti, i processi vengono messi tra parentesi e la responsabilità penale resta sempre un problema di qualcun altro. Finché questo schema non verrà rotto, destra e finto centrosinistra continueranno a giocare la stessa partita, con gli stessi silenzi, le stesse assoluzioni morali anticipate e la stessa, eterna, impunità selettiva. Federica Cresci, coordinatrice dell’associazione solidale Cuba Mambí – gruppo di Azione Internazionalista. Redazione Italia
Verità e luce per Christian
Il 29 dicembre 2025 Christian Guercio si toglie la vita nel carcere di Quarto d’Asti. Christian era un uomo di 38 anni, dj ed elettricista, una persona con delle fragilità, una storia di sofferenza psichica e dipendenza nota ai servizi sanitari.L’intervista all’avvocato Lamattina, legale di Christian Guercio, ricostruisce una vicenda che chiama in causa responsabilità profonde e strutturali. In un momento di crisi, una richiesta di aiuto si trasforma invece in un arresto e in una detenzione. Un intervento sanitario diventa un’operazione di polizia, senza adeguate valutazioni cliniche né una reale presa in carico. La detenzione viene usata come risposta alla sofferenza mentale, fino all’epilogo tragico del suicidio in carcere. Nell’intervista emergono i punti oscuri della vicenda e le falle del sistema sanitario, giudiziario e penitenziario, che troppo spesso trattano i soggetti fragili con il solo strumento repressivo e punitivo. Una storia che non riguarda purtroppo solo Christian, ma un meccanismo che continua a colpire le persone più vulnerabili. Una morte che, secondo quanto emerge, poteva essere evitata.
GRAN BRETAGNA: NEGATO NUOVO CONTRATTO A ELBIT SYSTEMS, ATTIVISTI/E DI PALESTINE ACTION INTERROMPONO LO SCIOPERO DELLA FAME
Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Sytems UK è stato negato un contratto governativo cruciale: è stata quindi accolta una richiesta fondamentale degli scioperanti. I tre attivisti di Palestine Action erano a rischio imminente di morte poiché in sciopero della fame rispettivamente da 73, 66 e 52 giorni. Gli attivisti hanno iniziato a rialimentarsi in conformità con le linee guida sanitarie. Tra i motivi principali dell’interruzione della protesta, come riportato dal sito Prisoners for Palestine, l’annuncio che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, la filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit, si è aggiudicata oltre 10 appalti pubblici. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per un periodo di dieci anni, è andato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che erano in combutta sia con Elbit Systems UK che con la sua società madre Elbit Systems in riunioni riservate e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Attiviste e attivisti hanno sottolineato in un comunicato la svolta significativa dello scorso venerdì 9 gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria avevano finalmente incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie e le raccomandazioni terapeutiche. Inoltre Prisoners for Palestine ha annunciato una serie di vittorie dello sciopero della fame, elencandole in una dichiarazione: “vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono iscritte per intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale genocida, più di quante ne abbiano intraprese con Palestine Action durante gli ultimi 5 anni. Durante questa campagna quinquennale, 4 fabbriche di armi israeliane sono state chiuse”. Altra vittoria riguarda il trasferimento di Heba Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia. “Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato della Gran Bretagna, durato complessivamente 73 giorni, con Heba Muraisi che si è concluso a 73 giorni” commenta il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine, che hanno anche sottolineato che “la vittoria più importante dello sciopero della fame è stata l’aumento dell’impegno per l’azione diretta”. L’aggiornamento con Carlo Gianuzzi, nostro storico corrispondente sulle questioni irlandesi (e non solo) oltre che co-curatore della rubrica e del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica
FREE ALL ANTIFAS! CORTEO A MILANO IL 24
Prosegue il processo aperto per i fatti di Budapest contro compagnx antifa provenienti da tutta Europa. Lx imputatx rischiano, nei peggiori dei casi, fino a 24 anni di carcere, con l’accusa di aver partecipato in forma considerata violenta alle contromanifestazioni della “Giornata dell’onore”, raduno annuale dell’estrema destra e dei movimenti neofascisti europei. A quasi 3 anni di distanza, nel mese di gennaio le vicende giudiziarie avranno una brusca accelerazione, con i processi che inizieranno in Germania e Ungheria e la pronuncia sulle richieste di estradizione in Francia. Dal 15 gennaio sono previste manifestazioni di solidarietà in tutta Europa. A Milano il 24 gennaio è previsto un corteo che partirà alle 18 da Porta Genova per arrivare al carcere di San Vittore. Con un compagno del Comitato antirepressione di Milano abbiamo fatto il punto sul processo e abbiamo parlato della chiusura dei conti bancari di varie organizzazioni politiche, riconducibili all’area antifascista, da parte di GLS e Sparkasse in Germania.
Morire di psichiatria a Livorno
di Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud Un’altra morte nel reparto di Psichiatria di Livorno riapre interrogativi mai risolti. Tra contenzione, carenze strutturali e silenzi istituzionali, il “caso sentinella” appare tutt’altro che …