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CARCERE: RIPRENDE IL PROCESSO SULLE TORTURE DI STATO A SANTA MARIA CAPUA VETERE (CE)
E’ ripreso lunedì 7 settembre nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, il maxi processo sulle torture nel carcere casertano avvenute durante l’aprile del 2020, in piena pandemia. A luglio i Pm avevano chiesto complessivamente quasi 800 anni di reclusione – e condanne fino a 21 anni – per gli oltre 100 imputati tra agenti della polizia penitenziaria, funzionari e medici. Una struttura intera, dunque, accusata di tortura, lesioni personali, abusi, depistaggio, falso favoreggiamento, morte come conseguenza di altro reato. All’udienza si è presentata, tra le parti civili, anche l’Associazione Antigone, l’organizzazione che si occupa della tutela dei diritti umani nelle diroccate e violente galere italiane. Sulle violenze sistemiche nel carcere di Santa Maria Capua Vetere abbiamo intervistato Paolo Conte, Presidente dell’associazione Antigone Campania. Ascolta o scarica Sul tema segnaliamo l’articolo pubblicato da Osservatorio Repressione.
September 10, 2026
Radio Onda d`Urto
La lezione di Roberto Loddo
In ricordo di un militante anomalo in tempi di frazionamenti, integralismi e intolleranze. Per me prima, una quindicina di anni fa, Roberto era quello che stava con Gisella Trincas e gli altri dell’Asarp, l’Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica, della quale continuavo a seguire saltuarialmente qualche evento. Erano anni in cui, per motivi famigliari, frequentavo solo marginalmente ed occasionalmente
September 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Da “trafficanti” a rifugiati politici: depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione del Tribunale di Napoli
AVV. MARTINA STEFANILE, AVV. ARMANDO CERVONE, AVV. TATIANA MONTELLA, AVV. STELLA ARENA Il Collegio napoletano a seguito dell’assoluzione pronunciata il 5 dicembre 2025, e depositata il 16 aprile 2026, nei confronti di quattro richiedenti asilo (tre cittadini sudanesi e un cittadino ciadano) accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ex art. 12 TUI e detenuti presso il carcere di Poggioreale per 17 mesi, ha pronunciato sentenza di assoluzione ai sensi dell’art. 530 co. 3 c.p.p., riconoscendo dunque lo “stato di necessità”. Il Tribunale ha infatti accertato la sussistenza della condotta materiale addebitata agli imputati, consistente nel pilotaggio e nella conduzione dei natanti, ma ha contemporaneamente rilevato la totale mancanza dell’elemento psicologico del reato, ossia il dolo di favorire l’ingresso “irregolare” di altri soggetti sul territorio nazionale, il perseguimento di un profitto o un legame strutturato con la rete dei trafficanti. Nella sentenza si legge che: “Gli stessi [imputati] erano stati costretti a tanto dai trafficanti di esseri umani che hanno gestito il viaggio in Libia. In particolare dalla lettura dei lunghi interrogatori si può percepire il percorso intrapreso da ciascuno di loro dal loro paese di origini fino alla Libia località da cui, dietro l’esborso di significative somme di denaro e dopo un periodo di segregazione riuscirono ad imbarcarsi per l’Europa. In detta ultima fase fu loro imposto, anche a seguito di pesanti intimidazioni, di condurre l’imbarcazione fino alla destinazione finale. Manca qualsiasi elemento certo circa la sussistenza dell’elemento psicologico del reato potendo trovare spazio alla luce dei significativi vuoti probatori emersi in modo significativo la ricostruzione alternativa secondo cui i predetti imputati effettivamente furono costretti ed obbligati dai trafficanti di esseri umani a pilotare le due fatiscenti imbarcazioni. Invero ci si trovi di fronte ad una situazione di impasse che induce il Collegio a ritenere che gli imputati devono essere mandati assolti in quanto vi è un significativo dubbio, in alcun modo risolvibile, che la condotta da loro posta in essere sia stato indotta da una cogente situazione di stato di necessità generata a causa delle violenza e/o minaccia patite ad opera di terzi soggetti presumibilmente esponenti della organizzazione dedita al traffico di essere umani. Pertanto essendo emerso un quadro probatorio non dotato di una significativa gravità e convergenze utile a poter affermare che gli odierni imputati in modo cosciente volontario e libero si sia determinati al trasporto, su fatiscenti imbarcazioni, un significativo numero di migranti, gli stessi devono essere mandati assolti, ai sensi dell’art. 530 co, 3 cpp, perchè il fatto non costituisce reato in quanto è emerso il dubbio che la condotta sia stata posta in essere in stato di necessità”. A seguito dell’assoluzione, i quattro imputati richiedenti asilo, usciti dal circuito penitenziario, hanno potuto portare avanti la domanda d’asilo avanzata sin dal loro ingresso in Italia. La Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Napoli ha già definito alcune delle quattro domande avanzate, riconoscendo loro lo status di rifugiato politico, ovvero la massima forma di protezione internazionale prevista dall’ordinamento. Tribunale di Napoli, sentenza n. 10639 del 5 dicembre 2025 (depositata il 16 aprile 2026)
September 10, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Udine-Trieste, 11 e 22 settembre: Due iniziative solidali e contro il 41-bis
Riceviamo e diffondiamo: DUE INIZIATIVE IN SOLIDARIETÀ CON UN COMPAGNO DELL’ASSEMBLEA CONTRO IL CARCERE E LA REPRESSIONE DEL FRIULI E DI TRIESTE. DUE INIZIATIVE CONTRO IL REGIME DI TORTURA DEMOCRATICA DEL 41 BIS. DUE INIZIATIVE CONTRO IL SISTEMA AUTORITARIO, PREVARICATORE, SFRUTTATORE E VIOLENTO CHE PRODUCE LA SOCIETÀ BASATA SUI PRIVILEGI. Il prossimo 21 settembre, lunedì mattina alle h 9:00, si svolgerà a Trieste, presso il tribunale, l’udienza di appello per un procedimento che vede imputato un nostro compagno. Saremo davanti al tribunale per manifestare la nostra solidarietà e ribadire che il regime di carcerazione del 41 bis è una tortura autorizzata dallo Stato democratico verso i soggetti che non accettano di piegarsi. È il tentativo di blindare questa situazione per accelerare il processo di criminalizzazione del conflitto e portarci alla guerra. L’11 settembre, venerdì sera alle h 20:00, a Udine, allo Spazio autogestito (via de Rubeis), verrà proiettato il documentario autoprodotto 181 giorni contro il 41 bis. Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, che ripercorre e rievoca le mobilitazioni e le piazze “agitate” dell’inverno 2022-’23, al fianco del prigioniero rivoluzionario anarchico Alfredo Cospito, tutt’ora rinchiuso al regime infame del 41 bis. Sarà anche un’occasione di approfondimento e discussione sul recente passato, sulla gestione autoritaria della pandemia covid-19, sulla risposta repressiva dello Stato alle richieste, a volte molto lucide e coscienti, dei detenuti, sull’imposizione del bavaglio a chiunque abbia osato schierarsi al loro fianco. Sulla necessità di non dimenticare e continuare la lotta! liberetutti [at] autistiche.org zardinsmagneticsradio.noblogs.org t.me/zardins Associazione “Senza Sbarre” casella postale 129 34121 TRIESTE — Assemblea permanente contro il carcere e la repressione del Friuli e di Trieste liberetutti@autistiche.org Associazione “Senza sbarre” c.p.129, 34121 Trieste zardinsmagneticsradio.noblogs.org
September 7, 2026
il Rovescio
Padova: Due Palazzi, Arcella. Dal carcere alle strade
Riceviamo e diffondiamo: Veneto, luglio 2026 Note a partire dai recenti atti di insubordinazione nel carcere di Padova e dalle opposizioni spontanee ai rastrellamenti razziali nei quartieri Carcere Due Palazzi di Padova Di uno sbirro all’ospedale non possiamo che rallegrarci, specie se a mandarcelo è un carcerato. Sappiamo quanto possa costare ogni atto di vita, ogni più piccola presa di libertà dentro le galere dello stato. La nostra, però, è un’allegria spuntata, un odio per un mondo che non riconosciamo che si mischia all’amore per la vita che resiste, tradendo mondi vivi possibili e presenti, mondi testimoni della sconfitta di questo presente che con tutti i suoi sforzi ancora non riesce nel suo intento totale di morte. Domenica 21 giugno un detenuto in isolamento al carcere Due Palazzi di Padova si rivolta contro i suoi carcerieri. All’ennesimo rifiuto di poter usare la palestra della sezione ha fatto a pezzi la sua cella per poi scagliarsi contro gli aguzzini in divisa intervenuti per fermarlo, mandandone uno all’ospedale. La settimana prima, ancora un carcerato in isolamento si era opposto al divieto dei secondini di prendere un caffè con un altro detenuto, decidendo di vendicarsi dei soprusi subiti fino ad allora e destinando al pronto soccorso tre guardie. Il 21 maggio un’altra aggressione contro la penitenziaria, per l’ennesimo divieto discrezionale immotivato posto ad un detenuto. Detenuto che ha prontamente proceduto a ricordare che le violenze agite dallo stato e dai suoi servi, anche le più quotidiane, hanno un prezzo: in quel caso un setto nasale rotto e qualche lesione su braccia e mani di tre sbirri. Non ci interessa stare a fare stime su quanta disperazione, quanta rabbia o quanta coscienza abbiano motivato questi gesti, quanto il caldo che rende quei posti roventi e ancora più ostili alla vita sia stato determinante, o quanto i colpi quotidianamente inferti alla dignità umana siano diventati intollerabili. Ciò che ci preme in questo testo è illuminare una radice comune sottesa a quello che sta accadendo al Due Palazzi, ma anche in ogni carcere e cpr che sia, nelle strade e negli istituti di pena minorile. Spontanea e informale si generalizza con nuovo vigore una richiesta di vita tra persone che abitano luoghi distanti in questo mondo, temporalità ed esperienze diversissime: senza che una coscienza politica ben formata sia essenziale, senza che assemblee e riunioni varino la rivolta, questa si accende e si interra carsicamente, abitando le vite dellx ultimx di questa società. Una rivolta che è vita, che è umanità che si riprende il mondo a partire dai più piccoli atti di insubordinazione al destino carcerario (materiale o sociale che sia) e che dà corpo ad una tensione di libertà che è personalissima ma già sempre collettiva. Assistiamo ad un’unica, profonda ed umana richiesta di vita che recita: “Aria!”. Quartiere Arcella, Padova Procede a tappe serrate il programma mortifero di occupazione militare dei territori e di sottomissione delle popolazioni portato avanti dal cosiddetto stato italiano: le istituzioni, con i rami sociali e civili conniventi, approntano gli attacchi decisivi alle ultime province della vita negli spazi-tempi che amministrano, tracciando le vie che conducono all’annichilimento generalizzato. Ma qualcosa di imprevisto sta rovinando questi propositi. Nel mondo della guerra totale si moltiplicano i fronti esterni e si irrobustiscono quelli interni: leggi e nuove narrazioni inaspriscono la repressione accettabile per chi si oppone allo stato delle cose, per tutte quelle resistenze sociali (dalla delinquenza all’illegalità) e/o politiche (basti soffermarsi sulle campagne anti-anarchiche che stanno avendo i loro dolorosi sviluppi) non recuperabili nei fittizi meccanismi del dialogo democratico. In questo scenario le città si svuotano dellx indesideratx, e Padova non fa eccezione. I quartieri cambiano volto mentre viene inesorabilmente portato avanti il programma statale di morte che sta avvelenando gli ultimi pozzi di umanità scavati dalle comunità resistenti in ogni dove. Le grandi opere infrastrutturali segnano il tessuto materiale e umano delle città: in nome del profitto e dell’interesse generale, ovverosia dello stato e dei suoi progetti, il territorio viene deturpato, espropriato alle comunità che vi si erano radicate e consegnato a chi può farne qualcosa di più economicamente remunerativo o strategicamente efficace. Sfratti e daspi informali dalle zone in via di riqualificazione sono consegnati allx indesideratx attraverso fluttuazioni di mercato, emergenze giornalistiche e soprusi ad opera di sbirri particolarmente zelanti. L’accesso a interi quartieri viene sottoposto, anche attraverso le “zone rosse”, a checkpoint polizieschi ben coperti mediaticamente da un’opinione pubblica addomesticata e prezzolata, pronta a soffiare benzina sui venti caldi del razzismo e del classismo fortemente radicati tra alcuni strati della cittadinanza. In questo contesto, gli ultimi anni hanno permesso un buon rodaggio di nuovi meccanismi che concretizzano l’ispirazione razzista dello stato: al fianco del perfezionamento in atto del sistema dei Cpr ne vediamo il suo ampliamento ed il cementarsi di retoriche razziste ad ogni altezza sociale, assieme ad un robusto impianto normativo e di prassi che ne permetta un’agibilità ampia e incontestata. L’istituzione delle zone rosse e la presenza ormai diventata consuetudine di presidi polizieschi permanenti nelle zone a più alta presenza di persone con background migratorio sono solo alcuni esempi di come il razzismo di stato privilegi alla base dei suoi meccanismi un programma massivo di profilazione e persecuzione razziale, che getta le basi per retate, rastrellamenti e deportazioni. Così, interi pezzi di comunità razzializzate, povere o marginalizzate per etnia, provenienza geografica o religione sono lentamente costrette a spostarsi altrove, in zone più lontane dagli occhi dell’opinione pubblica e degli investitori. Nel solo 2025 a Padova, una città da poco più di 200.000 abitanti, sono state identificate quasi 80.000 persone razzializzate, con grande giubilo del questore e delle istituzioni. E quando parliamo della città che si svuota non lo facciamo solamente per l’allontanamento dal perimetro cittadino a cui stanno venendo costrette larghe fette di popolazione, ma ci riferiamo alle oltre 200 persone fermate in strada per un controllo e trattenute per essere immediatamente spedite in un Cpr dall’altro capo dell’Italia senza che nessunx sia avvertitx di ciò (parenti, amicx o avvocatx), o alle 100 persone fermate e condotte nella camera di sicurezza della questura che poi sono state direttamente accompagnate in frontiera. A queste possiamo affiancare gli oltre 150 provvedimenti di espulsione consegnati nelle mani di chi, da lì a pochi giorni, sarebbe stato costretto ad uscire dal territorio nazionale. Più di una persona al giorno, nella sola città di Padova, è stata presa per essere portata in un Cpr, alla frontiera o per essere rilasciata con un ordine di rimpatrio. Questi numeri dimostrano come la macchina del razzismo di stato stia funzionando a pieno ritmo, ma testimoniano anche la piena omertà della società civile e delle istituzioni politiche sull’operato e le direttive inoltrate dal ministero degli interni e felicemente applicate dall’apparato di sicurezza pubblica locale. Negli scorsi mesi si sono verificati vari episodi di resistenza ai rastrellamenti portati avanti quotidianamente in città dalla polizia. In Arcella, una delle zone cittadine più colpite da operazioni sbirresche di profilazione e persecuzione razzista, alcune persone razzializzate sono intervenute spontaneamente durante due fermi particolarmente violenti: assistendo all’ennesimo sopruso in divisa, si sono opposti verbalmente e fisicamente al fermo, rallentando le operazioni e attirando l’attenzione del circondario su ciò che stava succedendo e riuscendo a liberare i malcapitati dalle grinfie degli sbirri, facendo allontanare le pattuglie dalla zona. Episodi come questi, seppur si possonocontare sulle dita di una mano, ci sembra testimonino qualcosa di prezioso. Non sono così rare le storie di chi sceglie di agire spontaneamente nonostante la disparità con il nemico che lx si para dinnanzi e con i suoi mezzi: il racconto di queste storie solitamente ci giunge quando a viverle è qualche “gruppo politico” animato da buone idee e dall’intenzione di applicarle. Ma quando ad esserne protagonisti sono persone senza appartenenza politica e razzializzate, queste storie ci sfuggono; altre memorie vivono, memorie che non ci appartengono e che non ci parlano, racconti segreti e sediziosi che stanno al cuore di comunità a noi sconosciute. Non è quindi nostra intenzione spendere altre parole sulla dinamica dei fatti, non ci interessa trarne benefici tattici o narrare qualcosa che, a nostro parere, debba rimanere sotterraneo, nascosto nei cuori di chi la agisce e delle tradizioni che intesse. Ci piacerebbe sottolineare, però, come i fuochi della vita continuino a incendiare gli animi dell’umanità, come siano indomabili le fiamme di libertà che continuano ad accendersi in ogni dove. Nonostante la miseria e il dolore a cui questo mondo ci destina, nonostante le risorse e i soldi spesi a sostentare l’ imponente e mostruosa macchina statale di morte, nonostante le vite immolate per combattere la battaglia di un mondo più sicuro, perché ormai inerte e inabitabile, combattivamente la vita continua a fiorire e a diffondersi. Saremo ciò che il delitto ha fatto di noi Trafittx da uno sguardo, farfalla fissata su di un tappo di bottiglia, tutti possono vedermi, tutti possono sputarmi addosso. Lo sguardo di questa società fa di me materia costituita. Eppure bisogna vivere, voglio farlo. Anche se alla gogna, la gola stretta in un collare di ferro. Bisogna vivere, ancora non sono argilla, non m’importa che si fa di me, ma ciò che faccio io stessx di ciò che hanno fatto di me. Spacciatorx, delinquenti, teppistx, rapinatorx, ladrx, terroristx: ognunx di noi condivide un tacito impegno alla guerra. Non mera negligenza, o una distruzione noncurante, ma una dedita avversione all’idea stessa di questa società, alla silenziosa guerra che l’ha fondata e che, con la cieca forza della legge e della giustizia, continua incessante a rifondarla. Dal momento che ci rendono la vita invivibile, vivremo quest’impossibilità di vivere come l’avessimo creata apposta per noi. Vogliamo il nostro destino, anche questo destino terribile. Vogliamo la nostra vita, per amarla e odiarla. Certamente la sventura è una cifra delle nostre vite, certamente indica qualcosa. Ma ormai non si tratta più di comprendere, ma di agire. Agire la nostra vita invivibile, agire quella maledizione che ci marchia e che dal fondo del nostro passato risale fino a questo presente. La faremo nostra, e la lanceremo davanti a noi: traccerà la rotta del nostro avvenire. Era il nostro cruccio, ne faremo la nostra missione, la nostra buona, maledetta, balorda stella. Se noi siamo criminali, il nostro crimine è la libertà: la libertà di sottrarci alla miseria di questo mondo, di derubarlo, di imbrattarlo, di rovinarlo, di sabotarlo. Dalle galere alle strade fioriscono umanità illegali, umanità minori e spurie che vivono sotto la pelle di questo mondo morente. In un mondo senza cielo, senza luce, senza aria, noi abbiamo la nostra stella. E tanto ci basta. A questa dolce e speranzosa guerra, all’odio che ci fonda le ossa e irrobustisce la memoria, all’amore che ci lega e ci anima. Per lx compagnx mortx e quelle portateci via. Per le persone messe dentro a una gabbia o tenute in cattività. Che guerra sia.
September 2, 2026
il Rovescio
Biella: un altro suicidio in carcere
Un migrante egiziano, di cui ancora non sappiamo il nome, si è impiccato in carcere con la garza che gli copriva la ferita ad una gamba. In quel carcere di Biella, feudo dell’onorevole Delmastro, apparentemente decaduto. In quelle carceri che non favoriscono il reinserimento, che non aiutano a capire e a cambiare, che puniscono i fragili, i deboli e forniscono un ruolo ai criminali “potenti”. Con la complicità di un sistema giudiziario ineguale, irrispettoso delle diversità e delle povertà, incapace di fornire eguali strumenti difensivi ai poveri ed agli stranieri, a quelli che non hanno voce. Aveva 23 anni, era fragile nel corpo e nell’anima: era seguito dai Servizi, come molti dei detenuti immigrati. Persone distrutte nel corpo per la violenza del viaggio: migliaia di chilometri di fatica, di dolore, di prigioni e torture, …e poi nella psiche per la violenza delle discriminazioni e delle umiliazioni subite altrove e qui in Italia, nell’Occidente educato ed ipocrita che teorizza l’emancipazione del merito, ma solo per i bianchi, meglio se italiani, possibilmente benestanti. Era seguito dai Servizi con impegno ma in un ambito culturale che ignora le diversità culturali e psichiche, che non accetta di mettere in discussione i saperi acquisiti, che crede che ci sia una sola civiltà, che non sa formarsi per le nuove esigenze, che pensa la psiche prevalentemente come rottura neurologica o portato genetico. Dobbiamo smetterla. Dobbiamo uscire dallo stato d’ignoranza e cercare le diversità interpretative del disagio e degli strumenti per intervenire. I migranti appartengono a culture che non conosciamo, sono portatori di diverse visioni del mondo e diverse manifestazioni delle proprie contraddizioni interiori. Possiamo incarcerare un “negro” perché è povero e la sua difesa è insufficiente, possiamo rinchiuderlo perché abbiamo fatto le leggi contro di lui. Possiamo continuare a pensare (erroneamente) che la nostra sia la migliore civiltà possibile, ma non possiamo negare che di quelli come lui non sappiamo nulla, che non comprendiamo nulla e per questo li respingiamo, li induciamo all’autolesionismo e li portiamo al suicidio. Dentro ad un sistema carcerario che agisce fuori dai dettami della Costituzione, abitato da persone private della libertà ma con il diritto alla vita e alla cura. Noi volontari della Ciclofficina Thomas Sankara ci stringiamo con un abbraccio intorno alla sua tragica morte e alla legittima protesta dei detenuti del carcere di Biella Biella, 2 settembre 2026   Arci Solidarietà Ciclofficina Thomas Sankara Redazione Piemonte Orientale
September 2, 2026
Pressenza