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Όσοι, όσα και όσες πέφτουν στην φωτιά του αγώνα δεν πεθαίνουν ποτέ. Sara και Sandro πάντα παρών (Αναρχική συλλογικότητα Acte, Ελλάδα, Απρίλιος 2026)
Όσοι, όσα και όσες πέφτουν στην φωτιά του αγώνα δεν πεθαίνουν ποτέ. Sara και Sandro πάντα παρών (Αναρχική συλλογικότητα Acte, Ελλάδα, Απρίλιος 2026) Στις 19 Μαρτίου, στα περίχωρα της Ρώμης,…
April 23, 2026
La Nemesi
[Atene, Grecia] Rivendicazione dell’attacco incendiario contro un veicolo dell’azienda Violanta
> Da La Nemesi, 14.04.2026 All’alba del 31 marzo abbiamo piazzato un ordigno incendiario su un furgone della società Violanta in via Baknana, nel quartiere di Neos Kosmos, come minima risposta agli omicidi delle cinque operaie nella fabbrica della Violanta. La morte delle cinque operaie e il ferimento di altri sette lavoratori, a seguito della violenta esplosione avvenuta nello stabilimento della Violanta a Trikala il 26 gennaio, si aggiunge all’enorme mosaico di omicidi padronali perpetrati dallo Stato e dal capitale. Agapi Bounova, Vasiliki Skampardoni, Elena Katsarou, Stavroula Boukouvala, Anastasia Nasiou sono state assassinate. I loro nomi devono rimanere vivi nella memoria di tutti, in quanto donne della nostra classe che sono state uccise. L’assenza delle misure di sicurezza necessarie, gli orari di lavoro estenuanti e le condizioni di lavoro disumane non sono casi isolati, ma rappresentano la realtà che i padroni consapevolmente mantengono. Ogni volta, con l’aiuto dei portavoce dello Stato, si negano le responsabilità attribuendo definizioni come “errore umano” o “incidente sfortunato” per nascondere la vera natura degli eventi. Questi sono omicidi sul lavoro e i padroni devono essere trattati come assassini. Non devono ricevere il sostegno dei lavoratori, come abbiamo dovuto con dispiacere e rabbia constatare da parte di un gruppo di lavoratori che si è radunato fuori dai tribunali. La vita umana viene sminuita e diventa sacrificabile sull’altare del profitto e degli interessi aziendali. Il tentativo di riabilitare Tziortziotis, proprietario della Violanta, è iniziato fin dal primo momento. Tuttavia, ha raggiunto il culmine appena due mesi dopo l’omicidio delle lavoratrici, quando la Violanta ha partecipato indisturbata a una delle più grandi fiere alimentari in Grecia, la FOOD EXPO, dove ha venduto e pubblicizzato i suoi prodotti macchiati di sangue. Proprio mentre lo Stato scagiona ogni padrone assassino, insabbia i propri omicidi e uno scandalo dopo l’altro viene alla luce, l’apparato repressivo mostra i denti. Criminalizza le relazioni di solidarietà, imprigiona e sfoga la sua vendetta contro chi sceglie di opporsi attivamente alla violenza del potere con ogni mezzo, etichettandolo come terrorista. Per noi, però, il terrorismo è la violenza che viviamo ogni giorno. La realtà dello sfruttamento, della miseria, della schiavitù salariale, del patriarcato, del razzismo, delle frontiere e delle carceri. I veri terroristi, però, sono lo Stato e il capitale. Sono loro a uccidere i migranti nell’Egeo, a rinchiuderli nei centri di detenzione e a relegarli ai margini della società. Sono loro i responsabili dell’enorme lista di omicidi di lavoratori. Sono loro che si arricchiscono grazie all’industria bellica e partecipano al genocidio della Palestina. Sono loro a condurre la popolazione verso una povertà sempre più grave. Infine, sull’altare del superprofitto, saccheggiano e distruggono la natura. Con questa azione intendiamo, in una certa misura, restituire la violenza dei potenti che affrontiamo quotidianamente, ponendo in primo piano il principio della controviolenza come mezzo necessario per la rottura con l’esistente, ma anche come minimo segno di solidarietà verso i compagni anarchici in carcere per il caso Ampelokipoi. La difesa della memoria rivoluzionaria dei compagni anarchici italiani Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, morti in seguito all’esplosione di un ordigno artigianale, del guerrigliero anarchico Kyriakos Xymitiris, morto in circostanze analoghe, e di tutto ciò per cui hanno lottato fino alla fine è fondamentale. Dobbiamo mantenere vivi i principi rivoluzionari dei nostri compagni, perché solo così potremo mantenere viva la loro memoria. Il loro sguardo ardente ci accompagna in ogni momento di azione diretta. Sara e Sandro, vivrete per sempre nei nostri cuori; ci ritroveremo insieme sulle strade infuocate. Kyriakos Xymitiris, uno di noi, nostro compagno per sempre sulle strade infuocate. Non dimentichiamo la memoria di Snizana Paraskevaidou, caduta in azione durante un attacco a un obiettivo capitalista, la Banca Nazionale, a Salonicco. Libertà per i compagni in carcere per il caso Ampelokipoi. Αναρχικός Πυρήνας “Φαντασία Αισιοδοξία Ρίσκο” [Gruppo Anarchico “Fantasia, Ottimismo, Rischio”]
[Atene, Grecia] Rivendicazione dell’attacco incendiario contro l’abitazione del preside del Politecnico di Atene, Panayiotis Tsanakas, e di un agente della polizia antisommossa da parte di Nuclei di Azione Diretta – Nucleo Alessandro Mercogliano/Sara Ardizzone
> Da La Nemesi, 06.04.2026 All’alba del 25 marzo abbiamo attaccato con un ordigno incendiario l’abitazione in cui risiedono il preside del Politecnico di Atene, Panayiotis Tsanakas, e un agente della polizia antisommossa nel quartiere di Zografou. Le nostre ricerche sul capo spia della cricca accademica del Politecnico ci hanno rivelato una coincidenza al tempo stesso singolare e poeticamente suggestiva. Una spia e un poliziotto che lavorano e vivono insieme: un’immagine quantomeno commovente. Tsanakas non è solo lo scagnozzo di Chatjigeorgiou (rettore del Politecnico di Atene): come coronamento della sua “carriera” accademica, ha denunciato senza alcuna vergogna alla polizia uno studente che aveva scritto slogan a favore del popolo palestinese nei locali dell’università. Ha però un ruolo più profondo e sostanziale nel mostruoso sistema poliziesco di Chatjigeorgiou: un rettorato che permette e impone la presenza quotidiana di pattuglie di poliziotti all’interno del campus, in piena conformità e obbedienza alle imposizioni del dogma di Nea Dimokratia per il controllo assoluto e, in sostanza, la soppressione delle lotte studentesche e rivoluzionarie negli spazi universitari. Un rettorato che ci ha fatto perdere il conto delle volte in cui ha ordinato l’irruzione delle forze di repressione nei locali dell’università, con una particolare “sensibilità” quando si tratta di chi solidarizza con la lotta del popolo palestinese. Chatjigeorgiou, ovviamente, ha un motivo in più per desiderare la presenza della polizia nei locali del Politecnico di Atene, oltre a voler assecondare i piani del governo. Li usa come buttafuori e gorilla a guardia del “negozietto” che si è costruito in vista di future collaborazioni con la NATO e le industrie belliche ebraiche. Il giorno dopo l’attacco, leggiamo che è stato trovato un modo, attraverso procedure opache e pareri individuali di consulenti legali, per rendere incostituzionale l’articolo 2 della Guida al finanziamento e alla gestione del Conto speciale dei fondi di ricerca (ELKE), che riguarda il Politecnico di Atene e stabilisce espressamente: «[…]La storia del Politecnico di Atene è legata alle lotte per la libertà e la pace. Per questo motivo, presso l’EMP non è consentito condurre o partecipare a ricerche a fini bellici di qualsiasi tipo, ad eccezione della ricerca per le esigenze di difesa del Paese, e non vengono intraprese ricerche finanziate da coalizioni militari internazionali». Ricordiamo che quanto sopra costituisce una conquista del movimento contro la guerra dell’epoca dei bombardamenti della Jugoslavia da parte delle forze della NATO nel 1999. Già dall’ottobre 2023, nel bel mezzo del genocidio dei palestinesi di Gaza da parte dell’esercito israeliano, con le firme di Chatjigeorgiou e del decano Panayiotis Tsanakas, è stato firmato un memorandum di collaborazione tra il Politecnico di Atene e Intracom Telecom. È quindi evidente (a meno che non si sia lobotomizzati) che i risultati della ricerca universitaria nell’ambito di questa collaborazione vengano convogliati verso due filiali di Intracom Telecom: Intracom Defense e Intracom Aviator, che collaborano attivamente con l’esercito israeliano e con le sue attività genocidarie in tutto il Medio Oriente. È evidente, quindi, che oltre a essere un miserabile spione, Tsanakas si dimostra, con azioni come quella sopra citata, un attivo sostenitore del genocidio dei popoli del Medio Oriente e, in quanto tale, deve essere affrontato dalle forze radicali. L’attacco incendiario alla sua abitazione è stato solo un avvertimento. Conosciamo bene la sua vita quotidiana e, in base alle sue azioni future, sarà preso di mira di conseguenza. L’altro inquilino esercita l’infame mestiere di poliziotto antisommossa. Questo discendente di Pantelis Petrou [ndt. vicedirettore della polizia antisommossa (MAT) ucciso nel 1980 dall’organizzazione rivoluzionaria 17 Novembre] e di Ioannis Georgakopoulos [ndt. agente ucciso da una bomba piazzata vicino a un autobus dei reparti MAT nel 1986] è per noi il simbolo degli attacchi omicidi delle forze dell’ordine durante le manifestazioni del movimento studentesco radicale, dei gravi ferimenti subiti dai nostri compagni e dalle nostre compagne durante i cortei in memoria del rivoluzionario Kyriakos Xymitiris e del 6 dicembre, nonché del lungo braccio dello Stato che crede di poter colpire impunemente. Vogliamo salutare ogni azione di intensificazione contro i bastardi della polizia antisommossa che si è verificata negli ultimi tempi. Lasceremo da parte le tante parole e daremo spazio all’azione, nella speranza che possa chiarire che questo “braccio lungo” inizierà a spezzarsi letteralmente. Per ora, che informi i suoi colleghi: le case di alcuni di loro sono a nostra portata, così come quelle di altre organizzazioni in lotta, e saranno presi di mira in base all’intensità dell’attacco repressivo che subiamo. Dedichiamo la nostra azione ai compagni anarchici italiani Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, che hanno perso la vita in seguito all’esplosione accidentale di un ordigno artigianale. Per onorare la loro memoria, abbiamo intitolato a loro il nucleo che ha compiuto l’attacco. Sara, Alessandro, Kyriakos e centinaia di altri combattenti per la libertà sono un monito per tutti noi. Per tutti coloro che parlano di lotta radicale contro il sistema cannibale che distrugge le nostre vite. Un invito affinché ognuno di noi faccia un piccolo passo in più. Aumentare i rischi e gli impegni. Rafforzare la propria determinazione e armarsi. Onoriamo la memoria e le scelte dei nostri compagni e delle nostre compagne caduti, moltiplicando i focolai di resistenza attiva. In un’epoca in cui è necessario lottare con tutte le nostre forze per essere presenti all’appuntamento con la storia e con chi tiene le nostre vite in gabbie soffocanti. Sconfiggiamo coloro che brandiscono la frusta, distruggiamo la cultura della paura e della sottomissione volontaria e non trasformiamoci in reperti museali o in favole per cullare i nostri sogni rivoluzionari perduti. La delusione, il brontolio e la “politica” dei bar e dei caffè devono lasciare il posto alla propaganda delle azioni cospirative. DEDICHIAMO IL NOSTRO ATTACCO AI POPOLI IN LOTTA DEL MEDIO ORIENTE CHE COMBATTONO IL MOSTRO DELL’IMPERIALISMO CON LE ARMI IN MANO SOLIDARIETÀ CON I COMPAGNI E LE COMPAGNE DEL CASO AMPELOKIPOI ALESSANDRO MERCOGLIANO, SARA ARDIZZONE, KYRIAKOS XYMITIRIS: SEMPRE PRESENTI NELLE NOSTRE LOTTE CHE LA PAURA CAMBI CAMPO Nuclei di Azione Diretta Nucleo Alessandro Mercogliano/Sara Ardizzone
Necropolitica dei campi: corpi, diritto e morte nei C.C.A.C. del Mar Egeo
«Dopo essere rimasto bloccato per sette anni e dopo molti rifiuti, capisco profondamente questo dolore. Ci sono stati momenti in cui la vita sembrava senza senso. Vedi amici andarsene. Persone che sono arrivate, hanno ottenuto i loro documenti e sono andate avanti, mentre tu rimani in un vicolo cieco. L’attesa, l’incertezza, il silenzio sul tuo futuro ti distruggono lentamente dentro. Molte persone non muoiono solo durante il viaggio. Molte muoiono psicologicamente dopo il loro arrivo, dimenticate in sistemi che le tengono in attesa per anni. Quante altre vite devono andare perdute prima che qualcosa cambi? Le persone non chiedono lusso. Chiedono dignità, sicurezza e libertà di movimento. Riposa in pace, José non ti dimenticheremo 1» Così scrive R. amico di José Kiesse. José Kiesse, 44 anni, congolese, è morto suicida a Lesbo il 22 febbraio 2026. Chiamarlo suicidio, senza fare riferimento al dispositivo che lo ha prodotto, è però una forma di complicità linguistica. A decidere che ‘doveva’ morire è stata la necropolitica dei Close Control Access Centres (C.C.A.C.) greci impregnata di razzismo neocoloniale: gestione differenziale delle vite, produzione gerarchica di chi può vivere e chi deve morire, spazi di confinamento che sono ‘mondi di morte’ 2, dove la gestione politica dell’attesa prolungata diventa strumento di annientamento. PH: fytilia.lesvos Dopo sei anni dietro il filo spinato, arriva il rigetto definitivo della domanda d’asilo, una sentenza esistenziale dopo un processo di logoramento sistematico, di consumo della vita. Restrizione geografica, campi chiusi e iper-sorvegliati, svuotamento e riutilizzo del diritto come strumento di deterrenza. La Dichiarazione UE-Turchia del 2016 3 ha aperto la strada alla normalizzazione della deportazione. La Legge 5226 di settembre 2025 4, che, tra l’altro, criminalizza l’ingresso irregolare completa il quadro: non più soggetti di diritto, ma corpi colpevoli per esercitare il loro diritto di movimento. José era arrivato a Lesbo, nel Mar Egeo: non solo un’isola, ma un avamposto militarizzato, una zona di sorveglianza della mobilità umana. La frontiera qui non è linea ma spazio diffuso, infrastruttura che cattura, immobilizza, rende invisibili. Da subito, José è stato intrappolato in questa zona grigia dove lo stato di diritto si sospende, generando soggettività precarie. Sopravvissuto all’inferno di Moria, la ‘tomba dei diritti umani’ 5, dove la negazione della dignità è struttura, dopo l’incendio del 2020, José è stato trasferito a Kara Tepe e poi a Mavrovouni, dove l’architettura della detenzione gli ha tolto la vita. Architettura che cresce sull’isola di Lesbo e che, dal campo di Pagani del 2009 fino ai dispositivi detentivi successivi, si sta oggi compiendo nella realizzazione C.C.A.C. di Vastria. PH: CPT Aegean Migrant Solidarity (Vastria) Il report di Community Peacemakers Teams How to Build a Detention Centre: The Case of Vastria in Lesvos 6, lo descrive con chiarezza: Vastria segna il passaggio da centri di detenzione caotici a un’infrastruttura detentiva pensata fin dall’inizio come tale. Isolata. Chiusa. Iper-sorvegliata. Una combinazione di monitoraggio biometrico, restrizione geografica e accesso limitato a ONG, avvocati e personale medico. Situato a circa 30 km, nel cuore di una foresta vergine di pini ad alto rischio di incendio, il sito non è neutro: è una scelta politica. Isolare per rendere invisibile la precarizzazione esistenziale delle persone, la loro trasformazione in corpi ‘scartabili’, in un regime di frontiera paradossalmente ossessionato dalla produzione di dati e dal risk profiling. 240.100 metri quadrati, che classificheranno le persone in (1) popolazione generale, (2) categorie speciali e (3) centro di detenzione pre-rimpatrio, inglobando – dentro quello che formalmente è un centro di identificazione – una struttura analoga ai CPR italiani. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 A seconda della classificazione si è più o meno disposable 7, più o meno deportable 8. Si consolida così la svolta carceraria nelle politiche di gestione della mobilità: la deportazione verso un Paese terzo può essere preparata, organizzata ed eseguita senza mai uscire dal campo. Il carattere allarmante di questa svolta emerge chiaramente osservando le statistiche sulla detenzione e i rimpatri in Grecia. Secondo la Policy Note: Deportation and Immigration Detention Statistics in Greece, 2025 9, pubblicata a marzo 2026 da Refugee Support Aegean, nel 2025 su 26.527 decisioni della polizia ellenica, 11.877 sono state decisioni di rimpatrio ai sensi della Legge 5226/2025, trasponendo la Direttiva Rimpatri, mentre 14.650 rimpatri sono stati effettuati ai sensi della Legge greca 3386/2005 10, in circostanze che sollevano dubbi di conformità al diritto UE. Le principali nazionalità coinvolte erano Afghanistan, Egitto, Siria, Albania e Sudan. Le stesse per cui, paradossalmente, il tasso di riconoscimento dello status di rifugiato è più alto in Grecia. In totale, 5.738 cittadini di Paesi terzi sono stati rimpatriati, di cui 2.464 con rimozioni forzate. Spostandosi all’interno del panorama europeo, il CCAC di Vastria si configura come un dispositivo pienamente coerente – e, in alcuni aspetti, anticipatore – degli sviluppi normativi a livello UE. Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo ha approvato l’avvio dei negoziati con il Consiglio UE sul cosiddetto Regolamento Rimpatri, destinato a riformare e sostituire la Direttiva Rimpatri 2008/115/CE. Le linee guida emerse prevedono un rafforzamento strutturale del paradigma delle espulsioni: estensione dei tempi di trattenimento fino a 24 mesi, ampliamento degli obblighi di cooperazione del soggetto destinatario del rimpatrio, compressione delle garanzie procedurali e, soprattutto, apertura alla possibilità di trasferimenti verso Paesi terzi tramite i cosiddetti return hubs. Notizie/Regolamenti UE/CPR, Hotspot, CPA IL PARLAMENTO EUROPEO DÀ IL VIA LIBERA AL REGOLAMENTO SULLE DEPORTAZIONI Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati 11 Marzo 2026 La necropolitica dei campi non si limita più a governare l’attesa della decisione sulla domanda d’asilo o la predisposizione del rimpatrio in caso di diniego. Essa si estende oltre la giurisdizione europea, integrando la detenzione interna con infrastrutture extraterritoriali. Nella traiettoria segnata da questa necropolitica, il suicidio di José Kiesse risponde pienamente al potere dei campi di decidere chi è ‘sacrificabile’. José trattenuto a Lesbo è stato espropriato del suo progetto di vita e costretto a un rischio di morte insostenibile. Pronunciare il suo nome è un atto di resistenza contro l’esposizione sistemica alla morte prematura e la minaccia costante di rimozione coercitiva che divora silenziosa le vite nei C.C.A.C. È ricordarlo contro la violenza razzista e neocoloniale del dispositivo dei campi. 1. Testimonianza di R. amico di José Kiesse. Fonte: Faseismos kai Frijes ↩︎ 2. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Duke University Press ↩︎ 3. CPT (2026). Ten Years of the EU-Turkey Deal, a Decade of Systemic Harm ↩︎ 4. Legge 5226/2025 ↩︎ 5. Per ulteriori informazioni, guardare: Atreconomia, (2025).‘ The Ashes of Moria’ . ↩︎ 6. CPT, (2025). ‘How to Build a Detention Centre: The Case of Vastria in Lesvos’ ↩︎ 7. Secondo N. De Genova, disposability indica la produzione di condizioni alla frontiera in cui lo Stato può disporre della vita delle persone migranti, esponendole a un rischio sistemico di morte prematura e configurando una condizione razzializzata. (De Genova, N., & Roy, A. (2020). Practices of illegalisation. Antipode, 52(2), 352-364). ↩︎ 8. Secondo N. De Genova, deportability indica la minaccia costante di rimozione coercitiva, ovvero di essere fisicamente espulsi dallo spazio dello Stato nazionale, una vera e propria espulsione dalla vita e dal diritto di vivere. (Ibidem). ↩︎ 9. R.S.A., (2026). Deportation and immigration detention statistics in Greece in 2025 A constant practice of deprivation of refugees’ liberty’ ↩︎ 10. Legge 3386/2005 ↩︎