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Il confine come dispositivo
Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot. > «Il confine può essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico > alpino, un tratto di mare o un accordo diplomatico». Che cos’è oggi una frontiera europea? Non è più soltanto una linea tracciata su una carta, né coincide necessariamente con il punto in cui termina il territorio dell’Unione. Negli ultimi anni, il confine europeo si è progressivamente trasformato in un dispositivo mobile e diffuso: può trovarsi lungo una rotta di montagna, in una stazione ferroviaria, nelle strade di una città di frontiera, nel Mediterraneo, in un centro di identificazione o molto lontano dal territorio europeo, attraverso accordi e cooperazioni con i Paesi di origine e di transito. È dentro questa trasformazione che si colloca il percorso di articoli che seguirà. Un viaggio attraverso luoghi, frontiere e storie diverse per osservare come sia cambiata la governance europea della migrazione e come questa trasformazione si rifletta concretamente sulle persone in movimento. Negli ultimi decenni, la politica migratoria europea ha conosciuto uno spostamento progressivo: dalla gestione dell’asilo e dell’accoglienza verso una crescente centralità del controllo delle frontiere, della prevenzione degli arrivi, dei rimpatri e della cooperazione con Paesi terzi. La crisi del 2015 ha accelerato processi già in corso, rafforzando una logica nella quale sicurezza, contenimento e deterrenza sono diventati elementi sempre più centrali della governance migratoria europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta un ulteriore momento di consolidamento di questa trasformazione, collegando più strettamente procedure di frontiera, screening, ritorni, gestione delle crisi e cooperazione con Paesi terzi. Ma cosa significa questa trasformazione quando la si osserva dai luoghi nei quali il confine viene concretamente vissuto? Significa seguire le persone lungo rotte che attraversano più frontiere e più sistemi di controllo. Significa guardare alle frontiere terrestri e marittime, ai confini esterni dell’Unione ma anche a quelli che vengono riprodotti al suo interno. Significa osservare come il confine possa essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico alpino, un tratto di mare, un campo informale, un centro di detenzione o un accordo diplomatico. Per questo, il percorso attraverserà alcuni dei luoghi nei quali questa trasformazione appare con particolare evidenza: dalla Bosnia e dalla rotta balcanica fino a Trieste, dove il confine continua a produrre effetti anche dopo l’ingresso nel territorio europeo; dalle frontiere alpine di Oulx fino a Calais, dove la frontiera franco-britannica mostra come il controllo possa essere esercitato anche attraverso una frontiera materialmente spostata e internalizzata; dalla Grecia e dalle sue frontiere terrestri e marittime fino al Mediterraneo centrale, dove il confine si configura sempre più come uno spazio di sorveglianza, intercettazione e cattura, in cui le operazioni di ricerca e soccorso vengono progressivamente subordinate alle logiche di controllo e contenimento della mobilità. Questi luoghi non saranno raccontati come episodi isolati. Il tentativo sarà quello di seguire il continuum che li attraversa: > la progressiva trasformazione del confine da linea territoriale a sistema di > governo della mobilità. Cambiano gli spazi, gli attori e gli strumenti, ma ricorrono alcune dinamiche: la securitizzazione della mobilità, la differenziazione nell’accesso alla protezione, lo spostamento del controllo attraverso territori e frontiere diverse e una crescente frammentazione della responsabilità. Ma c’è un altro elemento che emerge con forza osservando questi confini: la frontiera non è mai soltanto il luogo della chiusura. In ciascuno dei luoghi attraversati, come Officina 31021, abbiamo incontrato realtà straordinarie di resistenza. Organizzazioni, associazioni, collettivi, volontari, professionisti e singole persone che, dentro spazi segnati dal controllo e dall’esclusione, costruiscono quotidianamente pratiche alternative di cura e atto politico. A Trieste, a Oulx, a Calais, lungo la rotta balcanica e nei luoghi di frontiera del Mediterraneo, abbiamo incontrato persone che rispondono alla violenza della chiusura con forme concrete di presenza, offrendo cibo e riparo, assistenza medica, orientamento legale, soccorso, documentazione, ascolto e, prima ancora, riconoscimento della dignità di chi attraversa il confine. È in questa tensione che vogliamo leggere le frontiere europee: tra la violenza delle politiche di chiusura e la resistenza quotidiana dei movimenti dal basso. Da una parte, dispositivi sempre più sofisticati di controllo, contenimento e deterrenza; dall’altra, reti di solidarietà che cercano di riaprire spazi di protezione proprio laddove le politiche pubbliche li restringono. Il percorso si spingerà però anche oltre la frontiera geografica europea. Perché se il confine può essere spostato, può anche essere anticipato. La seconda parte del progetto guarderà quindi alla crescente esternalizzazione della politica migratoria europea e al ruolo dei Paesi di origine e di transito. In questo contesto assumono particolare rilevanza le categorie di “Paese sicuro”, utilizzate per stabilire dove una persona possa essere rimpatriata o verso quale sistema di protezione possa essere indirizzata. > Ma cosa significa realmente definire un Paese come “sicuro”? E soprattutto: > sicuro per chi? La Tunisia rappresenta, in questo senso, un caso emblematico. Negli ultimi anni il Paese è diventato un partner centrale della strategia europea di contenimento della migrazione, attraverso forme di cooperazione finanziaria, diplomatica e operativa. Il rapporto tra Unione europea e Tunisia mostra come il confine europeo possa essere governato anche attraverso accordi conclusi ben oltre il territorio dell’Unione. Ma mostra anche le contraddizioni che emergono quando una categoria politica e giuridica come quella della “sicurezza” viene confrontata con le condizioni concrete vissute dalle persone. La Tunisia sarà quindi osservata anche attraverso il tentativo di decostruire la categoria di “Paese d’origine sicuro”: non come un’etichetta astratta, ma confrontandola con le condizioni effettive di protezione, discriminazione, violenza, accesso all’asilo e rischio di respingimento. Il caso tunisino permette così di interrogarsi su cosa accade quando la cooperazione migratoria viene costruita attorno all’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo e quando una parte del controllo viene delegata ad attori esterni. È proprio qui che le diverse tappe del percorso si ricongiungono. Dalla Bosnia alla Grecia, dalla rotta balcanica a Trieste, dai valichi alpini di Oulx a Calais, dalle frontiere marittime del Mediterraneo fino alla Tunisia, il confine appare sempre meno come un luogo unico e sempre più come una rete di dispositivi di controllo. Un sistema nel quale il confine può essere fisico o amministrativo, terrestre o marittimo, europeo o esternalizzato; nel quale il controllo può essere esercitato da attori diversi; e nel quale la responsabilità può diventare altrettanto frammentata. Ma dentro questa stessa geografia esistono anche altre mappe: quelle costruite dalla solidarietà, dalla cura e dalle pratiche politiche di resistenza. Sono mappe composte da persone e organizzazioni che attraversano i confini o agiscono all’interno dei sistemi di controllo che li regolano, intervenendo direttamente nella vita delle persone in movimento. Realtà che documentano e contestano questi meccanismi e si impegnano a mitigare le conseguenze violente della chiusura dei confini.  Gli articoli che seguiranno proveranno quindi a raccontare entrambe queste dimensioni: la trasformazione del confine europeo e le persone che quella trasformazione la subiscono, la osservano e vi resistono. Comprendere la nuova frontiera europea significa anche comprendere come l’Europa abbia trasformato il modo in cui decide chi può entrare, chi può chiedere protezione, chi deve essere fermato, chi viene lasciato fuori e chi viene rispedito a casa senza nemmeno aver mai messo piede in Europa. Ma significa anche guardare a chi, proprio su quelle frontiere, continua a contrastare le politiche di chiusura attraverso pratiche concrete di solidarietà, difesa dei diritti e rispetto del diritto internazionale. Raccontare le frontiere europee significa interrogare le politiche che regolano la mobilità, denunciare le violazioni dei diritti e ricostruire le responsabilità di chi le rende possibili. Significa anche dare visibilità alle realtà che, nei luoghi di confine, contrastano le politiche di esclusione attraverso pratiche concrete di solidarietà e resistenza. > È nella tensione tra controllo e libertà di movimento, tra chiusura e > solidarietà, che si gioca oggi il significato della frontiera europea. Con questo reportage, Officina 31021 1 e Caterina Rigo attraversano luoghi e contesti diversi per ricostruire le forme assunte dal confine e osservare come agisce, dove si sposta e quali conseguenze produce sulle persone in movimento. 1. Officina 31021 è una realtà attiva sul territorio che promuove cultura, socialità e partecipazione attraverso festival, eventi e iniziative aperte alla comunità. È attenta alle persone più vulnerabili, tra cui persone senza fissa dimora e richiedenti asilo, e sostiene percorsi di inclusione e solidarietà. È presente, insieme alle diverse realtà delle zone di confine, a supporto delle persone in movimento, contribuendo a creare reti di solidarietà e assistenza. ↩︎
Porti per la Pace, Lavoro con Dignità. I portuali scioperano il 30 ottobre in sei paesi
In seguito al Terzo Incontro Internazionale dei Sindacati dei Lavoratori Portuali e dei Lavoratori dei Porti del Mediterraneo e dell’Europa, tenutosi a Istanbul nel maggio 2026, i sindacati partecipanti hanno lanciato una giornata internazionale comune di mobilitazione per il 30 ottobre 2026. L’incontro si è concentrato sulla lotta contro le […] L'articolo Porti per la Pace, Lavoro con Dignità. I portuali scioperano il 30 ottobre in sei paesi su Contropiano.
October 6, 2026
Contropiano
Resistenze, evasioni e riflessioni dai centri di detenzione in Bulgaria e in Grecia.
In questo episodio di Harraga, due compagne del collettivo Rotte Balcaniche ci hanno restituito aggiornamenti dal centro di screening/detenzione di Pastrogor, dove le proteste scoppiate quest’estate sono continuate con scioperi della fame, tentativi di suicidio e sempre più forte repressione della solidarietà da parte delle forze dell’ordine bulgare. I tentativi di isolare le persone detenute dallx solidali si è concretizzato in un divieto arbitrario di colloqui, reclusi messi in isolamento e solidali arrestatx e processatx. Se la repressione non fa altro che ribadire l’importanza dello stringere legami di solidarietà tra il dentro e il fuori, questi aggiornamenti ci hanno dato l’opportunità di riflettere sugli sviluppi dell’applicazione del nuovo Patto Europeo alle frontiere e nei centri aperti e chiusi. Dall’altra parte della frontiera, in Grecia, anche i campi di Synthiki e Fylakio hanno visto rivolte ed evasioni. Se vengono annunciati progetti di aprire nuovi centri di screening e di detenzione, in Bulgaria come in Italia, i respingimenti alle frontiere e in mare restano il principale strumento di controllo sulle persone in movimento, causando traversate e viaggi sempre più lunghi e pericolosi. I rimpatri volontari vengono imposti con la forza, per deportare più facilmente chi riesce ad entrare, con l’ausilio di organizzazioni internazionali e umanitarie quali l’OIM. I centri di screening e di accoglienza prendono le sembianze di centri di detenzione e determinano, de facto, la reclusione continua dall’ingresso in Europa alla deportazione. In questo quadro di criminalizzazione preventiva, intorno ai giovani uomini viene costruita la figura del nemico, esterno e interno: a farne le spese sono soprattutto i minorenni che vengono sempre meno tutelati e sempre più detenuti insieme agli adulti, qui come a Ceuta. Freedom – حرية – свобода!
October 5, 2026
Radio Blackout - Info
Il caso Aegean Boat Report: al via il processo contro i due difensori dei diritti umani
Il 6 ottobre, a Rodi, inizierà il processo contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report, e Panayote Dimitras, rappresentante del Greek Helsinki Monitor. I due difensori dei diritti umani sono accusati dalle autorità greche di favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza irregolare di cittadini di Paesi terzi. A darne notizia è Amnesty International 1, che in un comunicato stampa torna sul caso e chiede che le accuse contro i due vengano ritirate, denunciando i rischi per chi svolge attività di monitoraggio delle frontiere e difesa dei diritti delle persone in movimento. Al centro del procedimento ci sono le attività svolte dai due nel 2021 sull’isola di Kos: assistere persone che chiedevano protezione internazionale e documentare le violazioni dei diritti umani commesse alle frontiere greche, comprese le operazioni di respingimento, i cosiddetti pushback. Secondo Amnesty International, non vi sarebbero elementi che indichino che l’attività di Olsen e Dimitras sia andata oltre il supporto alle persone nell’esercizio dei propri diritti e la documentazione della situazione alle frontiere. L’organizzazione denuncia l’uso della legislazione greca contro il traffico di persone per colpire attività di tutela dei diritti umani. Il processo arriva dopo un anno segnato da un passaggio giudiziario che ha portato il caso ben oltre i confini greci. Nel marzo 2026 Tommy Olsen era stato arrestato nella sua abitazione a Tromsø, in Norvegia, sulla base di un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità greche nell’ambito dell’inchiesta avviata nel 2022. Dopo alcuni giorni di detenzione era stato rilasciato in attesa dell’esame del ricorso contro l’estradizione. Notizie IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il 15 maggio la Corte d’appello di Hålogaland ha respinto definitivamente la richiesta greca. Secondo la decisione, le condotte contestate a Olsen non costituiscono reato secondo la legge norvegese e l’estradizione avrebbe comportato un rischio concreto per il suo diritto alla libertà di espressione. La decisione non è stata impugnata. La decisione norvegese, tuttavia, non ha chiuso il procedimento in Grecia. Il mandato d’arresto europeo e le accuse nei confronti di Olsen sono rimasti in vigore e il processo è stato fissato per il 6 ottobre a Rodi. Tommy Olsen ha fondato Aegean Boat Report nel 2017 con l’obiettivo di monitorare gli arrivi sulle isole greche, documentare le situazioni di pericolo e denunciare le violazioni dei diritti delle persone in movimento. Nel corso degli anni l’organizzazione ha raccolto e diffuso informazioni sui respingimenti alle frontiere greche, fornendo dati e testimonianze a organizzazioni umanitarie, media e altri soggetti impegnati nel monitoraggio delle frontiere. Panayote Dimitras, attraverso il Greek Helsinki Monitor, ha a sua volta documentato violenze razziste e violazioni dei diritti delle persone migranti e presentato denunce alle autorità greche sui presunti pushback. È proprio questo lavoro ad essere finito nel mirino dell’inchiesta. Per Amnesty International, il caso rappresenta un ulteriore esempio dei rischi legati all’utilizzo della normativa greca contro il traffico di migranti. L’organizzazione sostiene che le norme, formulate in termini ampi e vaghi, non offrano adeguate garanzie a chi svolge attività di tutela dei diritti umani e assistenza. Se condannati, Olsen e Dimitras rischiano fino a 20 anni di carcere. Dimitras, inoltre, è sottoposto dal 2023 a misure cautelari particolarmente restrittive: non può lasciare la Grecia, deve presentarsi periodicamente alla polizia e ha dovuto versare una cauzione di 10.000 euro. Questo procedimento non è un caso isolato. La Grecia è da anni uno dei principali teatri europei della criminalizzazione delle attività di solidarietà con le persone in movimento. Nel gennaio 2026, dopo sette anni di procedimento, 24 operatori umanitari erano stati assolti a Lesbo dalle accuse più gravi legate alle attività di soccorso e assistenza alle persone migranti. Anche in quel caso gli operatori erano stati accusati di favoreggiamento dell’ingresso irregolare. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 Il 6 ottobre, quindi, a Rodi non sarà soltanto la posizione di due operatori per i diritti umani ad essere sottoposta al giudizio del tribunale. Sullo sfondo del procedimento resta la questione di quali attività possano essere considerate assistenza e tutela dei diritti e quali, invece, possano essere ricondotte al favoreggiamento dell’ingresso irregolare. Per Tommy Olsen, il procedimento rischia di produrre un messaggio preciso per chi opera lungo le frontiere europee: documentare le violazioni e assistere le persone in movimento può trasformarsi in un’accusa penale. 1. Grecia: i difensori dei diritti umani Tommy Olsen e Panayote Dimitras sotto processo per il loro lavoro a sostegno di rifugiati e migranti (2 ottobre 2026) ↩︎
«Ρίτσος-mania»: un verso soltanto si può?
Come ogni sabato (*) la “cicala” ci porta nella poesia Entro in un tempio di marmo ogni volta che pronuncio il tuo nome, Grecia. (da «Monocordi, 336 poesie di un verso» traduzione di Nicola Crocetti) Nell’estate 1979, tornato all’isola di Samo, dove trascorse lunghi periodi di esilio, Ghiannis Ritsos compose una straordinaria raccolta di 336 poesie a verso singolo: i
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Grecia: uno stop giudiziario alla repressione della società civile
Il 17 settembre 2026, il Consiglio di Stato greco ha dichiarato incostituzionali alcuni dei pilastri del Registro delle ONG impegnate nella protezione internazionale, nella migrazione e nell’integrazione sociale: un dispositivo di criminalizzazione della società civile, volto a rendere il lavoro delle organizzazioni un vero e proprio inferno criminale, per usare le parole del Ministro della Migrazione e dell’Asilo greco, Thanos Plevris 1. Iniziata nel 2020, la battaglia giudiziaria promossa da Refugee Support Aegean (RSA), HIAS Greece, Equal Rights Beyond Borders e altre organizzazioni della società civile ha portato finalmente a riconoscere come contrarie alla libertà di associazione alcune delle disposizioni che regolano il Registro, recependo i moniti già espressi dall’Ombudsman greco, dal Parlamento europeo e dal Consiglio d’Europa. Nello specifico, la massima giurisdizione amministrativa ha sancito l’incostituzionalità di: * il potere discrezionale del Ministro della Migrazione e dell’Asilo di respingere le richieste di registrazione delle ONG; * l’obbligo per le ONG di rendere noti i dettagli relativi ai propri finanziatori; * il divieto di re-iscrizione al Registro per i due anni successivi alla cancellazione. Inoltre, il Consiglio di Stato ha sottoposto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea alcune questioni pregiudiziali sulla compatibilità con la normativa UE sulla protezione dei dati (GDPR) e sulla libertà di associazione di quelle norme che subordinano l’iscrizione delle ONG all’assenza di procedimenti penali a carico dei loro dirigenti o a condanne per diffamazione. Un passaggio fondamentale, se si considera che in Grecia l’assistenza, anche di base, a persone prive di titolo di soggiorno può configurare il reato di “facilitazione del soggiorno irregolare”. Una linea punitiva rafforzata dalla criminalizzazione dell’ingresso e soggiorno irregolare introdotta nel settembre 2025 e ulteriormente inasprita nel febbraio 2026: da allora, la mera appartenenza ad un’organizzazione iscritta al Registro costituisce una circostanza aggravante specifica, capace di trasformare reati minori in delitti punibili con sanzioni pecuniarie e reclusione fino a dieci anni – pene persino più severe di quelle previste dal codice penale greco per il reato di stupro. Con questa pronuncia, il quadro dei diritti fondamentali sembra ostruire un meccanismo, introdotto nel 2020 con la legge n. 4686/2020, che ha sottoposto la società civile a forme di controllo sempre più pervasive, formalmente giustificate in nome della trasparenza e del miglioramento dei servizi per le persone in movimento. In realtà, si tratta di un dispositivo che non solo mina l’indipendenza operativa degli attori umanitari, ma che ha come fine ultimo quello di allontanare la persona straniera dal tessuto sociale. Più l’individuo è isolato, infatti, più diventa gestibile e controllabile: è questo l’obiettivo primario di un sistema d’asilo che costruisce e narra la migrazione come una minaccia per la sicurezza pubblica. Non è un caso che l’iscrizione al Registro sia una condizione vincolante per operare all’interno delle strutture gestite dal Ministero – dai centri di accoglienza ai centri di detenzione, fino ai campi chiusi ad accesso controllato (CCAC) multifunzione. Infrastrutture spazialmente e socialmente segregate, concepite per imporre una drastica distanza fattuale e giuridica ai richiedenti asilo. La ratio sottesa a questo sistema è chiara: impedire che la società civile comprometta – fornendo assistenza legale, medica e psicologica, oltre ai servizi di interpretariato e mediazione culturale – un modello d’asilo fondato sulla precarizzazione esistenziale delle persone, sulla loro reclusione e su un regime di negazione dei diritti che ne annulla l’autodeterminazione. Inoltre, questo dispositivo burocratico è supportato e legittimato da una doppia strategia: la criminalizzazione giudiziaria delle ONG e la loro delegittimazione nella narrazione pubblica. Ne sono un chiaro esempio l’uso persecutorio dei procedimenti penali come nel caso ERCI – una vera e propria molestia giudiziaria che ha paralizzato le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) nel mar Egeo – e le campagne d’odio orchestrate contro chi opera sul campo, come gli attacchi televisivi diretti dal Ministro della Migrazione e dell’Asilo contro alcuni operatori dell’ONG Human Rights Legal Project (HRLP) a Samos. L’obiettivo esplicito di aumentare sistematicamente paura, autocensura e silenzio 2 si allinea ‘perfettamente’ con prassi governative caratterizzate da violenza di frontiera, pushbacks, morti, sparizioni, criminalizzazione e trattamento inumano dei richiedenti asilo 3. Si punta a neutralizzare le ONG proprio per impedire loro di avviare azioni legali che, negli anni, hanno portato, tra l’altro, all’annullamento della Decisione Ministeriale Congiunta che designava la Turchia come “Paese terzo sicuro”, alla condanna della Grecia dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per i respingimenti sistematici dei richiedenti asilo nello storico caso A.R.E. contro Grecia; e l’avvio dei procedimenti penali a carico di 17 membri della Guardia Costiera Ellenica chiamati a rispondere delle proprie responsabilità nel naufragio di Pylos del 2023, costato la vita a oltre 650 persone. È in questo contesto di repressione che la pronuncia del Consiglio di Stato rappresenta un passaggio strategico fondamentale. Sancire l’incostituzionalità di alcuni dei meccanismi del Registro significa incrinare il quadro normativo con cui si è cercato di comprimere lo spazio civico e, indirettamente, marginalizzare la popolazione in movimento, isolandola. 1. Per ulteriori informazioni: Human Rights NGOs condemn Greece’s New Migration Bill ↩︎ 2. Per ulteriori informazioni si veda: Grecia: salvarsi da un naufragio più sempre più spesso un crimine ↩︎ 3. Per ulteriori informazioni si veda: EU’s involvement and the migration Pact on the ground: Greece ↩︎
September 25, 2026
Progetto Melting Pot Europa
La lunga mano israeliana sull’italia
L’Italia sta assistendo a un fenomeno di penetrazione economica, demografica e territoriale che, sebbene frammentato e offuscato nelle cronache locali e da narrazioni romantiche, rivela un’espansione sistematica. Al di là dei consolidati rapporti diplomatici e militari che legano Roma a Tel Aviv, si sta man mano formando una certa “israelizzazione” […] L'articolo La lunga mano israeliana sull’italia su Contropiano.
September 16, 2026
Contropiano
Dalla Grecia, Epohi-gr: Contro la militarizzazione
DI DIMITRIS GKIVISIS SU WWW.EPOHI.GR DELL’8 SETTEMBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Dimitris Gkivisis, pubblicato sul sito greco epohi.gr l’8 settembre 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La prima mobilitazione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si è svolta lunedì a Roma con grande successo, a causa della crescente presenza militare nell’istruzione, intesa come normalizzazione della guerra, con visite scolastiche alle basi militari, promozione delle carriere militari e lezioni tenute da ufficiali. L’Osservatorio si batte per la completa smilitarizzazione dell’istruzione e il ripristino del ruolo sociale delle scuole… continua a leggere su www.epohi.gr -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente