«Non siamo a Minneapolis, ma a Verona»

Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, February 17, 2026

Non è Minneapolis, è Verona. Quanto è accaduto a Moussa Diarra non è successo negli Stati Uniti né poche settimana fa né per mano di agenti incappucciati dell’ICE, ma il 20 ottobre 2024, all’ingresso della stazione dei treni di Verona per mano della polizia italiana.

Nonostante sia successo “a casa nostra”, l’attenzione mediatica su questa vicenda si è riaccesa solo qualche giorno fa dopo la diffusione del video pubblicato dall’on. Ilaria Cucchi, mentre il procedimento rischia ancora di chiudersi con l’archiviazione per “legittima difesa” dello sparo che ha ucciso il giovane.

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«Alle ore 7.50 del 20 ottobre 2024 – scrive la senatrice nel commento su Instagram – viene inserito sulla chat “squadra 2 “ della Polfer di Verona, il filmato che riprende l’uccisione di Moussa Diarra, ragazzo del Mali incensurato ed ‘armato’ di una posata da tavola.

Quel ragazzo è in preda ad una crisi psichiatrica da frustrazione inflittagli dalla burocrazia cinica e violenta del nostro Paese. Giorni e giorni con appuntamenti andati a vuoto per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno che per lui era vitale. Quel lavoro gli serviva per rimanere in Italia e per contribuire al mantenimento della sua famiglia in Mali. All’ennesima volta nella quale si è visto chiudere lo sportello in faccia dopo ore di coda, Moussa non ce l’ha più fatta.

La disperazione da frustrazione ha avuto il sopravvento. Dallo zainetto che conteneva tutta la sua vita ha estratto una posata che usava per mangiare e l’ha usata in modo scomposto per minacciare un agente della Municipale che ha subito compreso lo stato di quel ragazzo incensurato e disperato. Il comandante dei vigili ha organizzato un intervento per eseguire un TSO per quel ragazzo in evidenti difficoltà che se la prendeva, nel frattempo con le auto parcheggiate della Polizia e vetrine della stazione.
Ci hanno pensato quelli della Polfer di Verona.

Avevano taser e scudi, ma hanno preferito prendere solo la pistola. Lo hanno inseguito. Gli hanno sparato tre colpi tutti ad altezza uomo: uno ha forato il cappuccio della felpa di Moussa, un altro la vetrina dietro di lui ed infine il terzo al cuore. Doveva essere fatto così. Dicono. Si deve sparare alla sagoma per colpire organi vitali. I proiettili sono fatti per questo altrimenti non funzionano.

Diarra è morto. Salvini ha subito detto che non ci mancherà.
Siamo a Verona e non Minneapolis. E Salvini non è Trump.
Almeno spero».

La diffusione del filmato è arrivata mentre si attende la decisione della giudice sull’opposizione all’archiviazione presentata dalla famiglia. In queste settimane il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra sta diffondendo sui suoi profili social 1 stralci del corposo dossier con gli elementi che spiegano in dettaglio perché è necessario un processo.

«La ricerca della verità e della giustizia è un percorso difficile», scrive il Comitato, e passa anche attraverso «momenti estremamente dolorosi come la visione del video “organizzato” da A.F., il poliziotto che ha ucciso Moussa Diarra».

Al centro della ricostruzione ci sono i tempi dell’intervento: «Sette secondi, per la precisione: questo il tempo dei 3 colpi tutti alla figura ed in rapida successione, questo il tempo che si è dedicato per decidere della vita di un uomo».

Secondo i legali della famiglia, che ha presentato il ricorso, dall’intercettazione di Moussa da parte di due agenti alla sua morte sarebbero trascorsi solo sette secondi, un intervallo che – si legge nel comunicato – «sembra più una esecuzione che un tentativo di calmarlo».

Il video integrale dura invece molto di più. «I 2 minuti e 37 secondi del video integrale sembrano un’eternità al confronto, ed in pratica sono tutti concentrati su una posata da cucina», afferma il Comitato, riferendosi al coltello che Moussa teneva in mano.

Un passaggio centrale riguarda proprio le modalità di ripresa. «Nelle immagini precedenti si vede A.F. chiedere al suo collega di spostarsi, per poter essere lui sul corpo di Moussa ad essere ripreso», si legge nel comunicato. E ancora: «Si vede e si sente A.F. chiedere al collega di inquadrare bene la mano di Moussa con il coltello da cucina».

Per il Comitato, «solo dopo questa messa in scena, il poliziotto prende la radio e chiama i soccorsi». Un elemento che, insieme ad altri, porta a sostenere che «questo omicidio merita un’indagine ed un processo».

Dopo l’udienza dei giorni scorsi, «restiamo in attesa che la giudice sciolga le riserve sull’opposizione all’archiviazione per poter andare a processo», prosegue il Comitato, «perché la giustizia non abbia un colore».

Le questioni aperte sono molte: perché non sarebbero stati utilizzati strumenti alternativi come taser o manganello? Perché sparare subito ad organi vitali, nonostante la presenza di un collega? E ancora, cosa è accaduto alle telecamere presenti nella zona?

Il team legale della famiglia ha discusso per circa tre ore con la giudice per evitare l’archiviazione e con un obiettivo preciso: «Dimostrare che il poliziotto poteva evitare di sparare, uccidendo Moussa, in quanto non si trovava in pericolo di vita».

Il comunicato del Comitato richiama l’attenzione dell’intera società civile su quanto sta accadendo – qui e ora – in Italia, e sul clima politico e culturale in cui si inserisce la vicenda di Moussa. Una storia che, pur nella sua specificità, non è molto diversa da quella di tante persone con background migratorio che si trovano a fare i conti con violenza burocratica, abusi e abbandono istituzionale.

Allo stesso tempo, ribadisce la necessità che sia un processo pubblico ad accertare responsabilità e verità, anche perché l’ambiente della polizia veronese non è nuovo a gravi abusi e insabbiamenti.

Proprio in questi giorni, infatti, si è chiusa una fase importante dell’inchiesta sui fatti del 2022 dove la Procura della Repubblica ha parlato di vera e propria tortura inflitta dai poliziotti a due uomini sottoposti a fermo di identificazione. Quattro agenti sono coinvolti, ma in totale sono dodici i poliziotti della Questura di Verona rinviati a giudizio accusati, a vario titolo, di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per non aver impedito le violenze commesse dai colleghi.

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