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Alla GLS Verona, licenziato delegato USB. Presidio in prefettura, pronti a mobilitarsi l’intera filiera fino al reintegro
Nei giorni scorsi il fornitore di servizi attivo nel magazzino GLS di Verona ha licenziato un delegato sindacale USB: le motivazioni portate avanti dall’azienda, del tutto pretestuose, ufficialmente riguardano mancate consegne causate da strade impraticabili con il mezzo a lui assegnato; in realtà si tratta di un provvedimento ritorsivo nei […] L'articolo Alla GLS Verona, licenziato delegato USB. Presidio in prefettura, pronti a mobilitarsi l’intera filiera fino al reintegro su Contropiano.
February 24, 2026
Contropiano
«Non siamo a Minneapolis, ma a Verona»
Non è Minneapolis, è Verona. Quanto è accaduto a Moussa Diarra non è successo negli Stati Uniti né poche settimana fa né per mano di agenti incappucciati dell’ICE, ma il 20 ottobre 2024, all’ingresso della stazione dei treni di Verona per mano della polizia italiana. Nonostante sia successo “a casa nostra”, l’attenzione mediatica su questa vicenda si è riaccesa solo qualche giorno fa dopo la diffusione del video pubblicato dall’on. Ilaria Cucchi, mentre il procedimento rischia ancora di chiudersi con l’archiviazione per “legittima difesa” dello sparo che ha ucciso il giovane. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ilaria Cucchi (@ilariacucchiofficial) «Alle ore 7.50 del 20 ottobre 2024 – scrive la senatrice nel commento su Instagram – viene inserito sulla chat “squadra 2 “ della Polfer di Verona, il filmato che riprende l’uccisione di Moussa Diarra, ragazzo del Mali incensurato ed ‘armato’ di una posata da tavola. Quel ragazzo è in preda ad una crisi psichiatrica da frustrazione inflittagli dalla burocrazia cinica e violenta del nostro Paese. Giorni e giorni con appuntamenti andati a vuoto per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno che per lui era vitale. Quel lavoro gli serviva per rimanere in Italia e per contribuire al mantenimento della sua famiglia in Mali. All’ennesima volta nella quale si è visto chiudere lo sportello in faccia dopo ore di coda, Moussa non ce l’ha più fatta. La disperazione da frustrazione ha avuto il sopravvento. Dallo zainetto che conteneva tutta la sua vita ha estratto una posata che usava per mangiare e l’ha usata in modo scomposto per minacciare un agente della Municipale che ha subito compreso lo stato di quel ragazzo incensurato e disperato. Il comandante dei vigili ha organizzato un intervento per eseguire un TSO per quel ragazzo in evidenti difficoltà che se la prendeva, nel frattempo con le auto parcheggiate della Polizia e vetrine della stazione. Ci hanno pensato quelli della Polfer di Verona. Avevano taser e scudi, ma hanno preferito prendere solo la pistola. Lo hanno inseguito. Gli hanno sparato tre colpi tutti ad altezza uomo: uno ha forato il cappuccio della felpa di Moussa, un altro la vetrina dietro di lui ed infine il terzo al cuore. Doveva essere fatto così. Dicono. Si deve sparare alla sagoma per colpire organi vitali. I proiettili sono fatti per questo altrimenti non funzionano. Diarra è morto. Salvini ha subito detto che non ci mancherà. Siamo a Verona e non Minneapolis. E Salvini non è Trump. Almeno spero». La diffusione del filmato è arrivata mentre si attende la decisione della giudice sull’opposizione all’archiviazione presentata dalla famiglia. In queste settimane il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra sta diffondendo sui suoi profili social 1 stralci del corposo dossier con gli elementi che spiegano in dettaglio perché è necessario un processo. «La ricerca della verità e della giustizia è un percorso difficile», scrive il Comitato, e passa anche attraverso «momenti estremamente dolorosi come la visione del video “organizzato” da A.F., il poliziotto che ha ucciso Moussa Diarra». Al centro della ricostruzione ci sono i tempi dell’intervento: «Sette secondi, per la precisione: questo il tempo dei 3 colpi tutti alla figura ed in rapida successione, questo il tempo che si è dedicato per decidere della vita di un uomo». Secondo i legali della famiglia, che ha presentato il ricorso, dall’intercettazione di Moussa da parte di due agenti alla sua morte sarebbero trascorsi solo sette secondi, un intervallo che – si legge nel comunicato – «sembra più una esecuzione che un tentativo di calmarlo». Il video integrale dura invece molto di più. «I 2 minuti e 37 secondi del video integrale sembrano un’eternità al confronto, ed in pratica sono tutti concentrati su una posata da cucina», afferma il Comitato, riferendosi al coltello che Moussa teneva in mano. Un passaggio centrale riguarda proprio le modalità di ripresa. «Nelle immagini precedenti si vede A.F. chiedere al suo collega di spostarsi, per poter essere lui sul corpo di Moussa ad essere ripreso», si legge nel comunicato. E ancora: «Si vede e si sente A.F. chiedere al collega di inquadrare bene la mano di Moussa con il coltello da cucina». Per il Comitato, «solo dopo questa messa in scena, il poliziotto prende la radio e chiama i soccorsi». Un elemento che, insieme ad altri, porta a sostenere che «questo omicidio merita un’indagine ed un processo». Dopo l’udienza dei giorni scorsi, «restiamo in attesa che la giudice sciolga le riserve sull’opposizione all’archiviazione per poter andare a processo», prosegue il Comitato, «perché la giustizia non abbia un colore». Le questioni aperte sono molte: perché non sarebbero stati utilizzati strumenti alternativi come taser o manganello? Perché sparare subito ad organi vitali, nonostante la presenza di un collega? E ancora, cosa è accaduto alle telecamere presenti nella zona? Il team legale della famiglia ha discusso per circa tre ore con la giudice per evitare l’archiviazione e con un obiettivo preciso: «Dimostrare che il poliziotto poteva evitare di sparare, uccidendo Moussa, in quanto non si trovava in pericolo di vita». Il comunicato del Comitato richiama l’attenzione dell’intera società civile su quanto sta accadendo – qui e ora – in Italia, e sul clima politico e culturale in cui si inserisce la vicenda di Moussa. Una storia che, pur nella sua specificità, non è molto diversa da quella di tante persone con background migratorio che si trovano a fare i conti con violenza burocratica, abusi e abbandono istituzionale. Allo stesso tempo, ribadisce la necessità che sia un processo pubblico ad accertare responsabilità e verità, anche perché l’ambiente della polizia veronese non è nuovo a gravi abusi e insabbiamenti. Proprio in questi giorni, infatti, si è chiusa una fase importante dell’inchiesta sui fatti del 2022 dove la Procura della Repubblica ha parlato di vera e propria tortura inflitta dai poliziotti a due uomini sottoposti a fermo di identificazione. Quattro agenti sono coinvolti, ma in totale sono dodici i poliziotti della Questura di Verona rinviati a giudizio accusati, a vario titolo, di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per non aver impedito le violenze commesse dai colleghi. 1. Instagram – Facebook ↩︎
L’idea di Meloni: i migranti fuori dalla razza umana
Link al rapporto del «Tavolo asilo e Immigrazione». Articoli di Franco Astengo e di Maurizio Fantoni Minnella. Sul caso Ippocrate-Ravenna tre testi rabbiosi di Vito Totire e un appello in solidarietà con i medici “sotto inquisizione”. Notizie da Verona (con un video-choc diffuso da Ilaria Cucchi) e dalla nave Humanity 1.   CPR d’Italia: istituzioni totali Il report del Tavolo
February 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Olimpiadi 2026: tra la retorica della sostenibilità e la realtà del dissenso
Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state presentate come un evento “sostenibile” e “a costo zero”, ma i numeri raccontano un’altra storia. Il costo complessivo sfiora i 5 miliardi di euro, mentre il 57% delle opere sarà completato solo dopo l’inizio dei giochi, con scadenze previste perfino nel 2033. A denunciare la trasformazione dei territori è l’europarlamentare AVS Cristina Guarda, che descrive Cortina come “un paese sventrato e abusato, con la sua popolazione esclusa da qualsiasi decisione, immolata nella speranza di qualche mese di guadagno che probabilmente arricchirà solo qualche Fondo”. Dove un tempo c’erano prati, parchi giochi e natura incontaminata, oggi si ergono cemento e infrastrutture “persino colorate di verde per sembrare meno impattanti”. Molte opere sono considerate inutili e, in alcuni casi, pericolose: la Cabinovia Socrepes, per esempio, è costruita in un’area soggetta a frane. Negli ultimi sei anni Guarda ha seguito da vicino quanto accaduto, tornando anche a pochi giorni dall’inizio dei giochi a verificare le opere e a raccogliere testimonianze di chi vive il territorio: Marina Menardi (Comitato civico Cortina), Silverio Lacedelli (cittadino ed ex ingegnere idraulico forestale), Andrea Gillarduzzi (geologo, residente in località Lacedel-Mortisa) e Roberta De Zanna (consigliera comunale). “Ne sono uscita amareggiata e sconfortata – aggiunge – ma è fondamentale che questo scempio non passi sotto silenzio, e che diventi un monito per le future realtà che ospiteranno i giochi.” Un dissenso poco raccontato In Veneto, le contestazioni sono vive e radicate, sebbene raramente raccontate dai media nazionali. A Verona, già il 18 gennaio gruppi e attivisti hanno manifestato contro il passaggio della fiaccola olimpica, radunandosi in Piazza Brà e in altri punti della città per denunciare quelle che definiscono “le Olimpiadi dello spreco, della devastazione e della guerra”, nonostante le prescrizioni ricevute da alcune di loro. Le mobilitazioni sono riprese il 31 gennaio, dopo l’annuncio della presenza dell’ICE ai giochi, giudicata “intollerabile”. PADOVA: abusi di potere A Padova, la sera del 21 gennaio, Extinction Rebellion – movimento ambientalista di disobbedienza civile nonviolenta – è scesa in strada per il passaggio della fiaccola, denunciando con volantini e cartelloni le criticità gestionali, amministrative e ambientali dell’evento. Nel momento in cui le attiviste si sono avvicinate al percorso della fiaccola, denunciano di essere state più volte fermate con toni intimidatori da polizia, Carabinieri e Digos, e identificate senza presunta ragione, per poi essere pedinate e poste in stato di fermo una volta raggiunte le prossimità di Prato della Valle. Una delle attiviste è stata inoltre minacciata con misure cautelari considerate completamente illegittime. Già dalla mattina la città si era svegliata blindata da decine di camionette, una militarizzazione che – secondo i movimenti – anticipa un nuovo decreto sicurezza ancora più autoritario e una campagna elettorale sul referendum per la separazione delle carriere dei magistrati, sulla quale si moltiplicano gli allarmi per rischi di censura. “È preoccupante il panorama repressivo attuale – testimonia un’attivista in un video denuncia – dove gli abusi delle forze dell’ordine sono all’ordine del giorno. Il rischio di una deriva autoritaria si fa sempre più evidente”. Trieste: sponsor e contestazioni Il 23 gennaio la fiamma olimpica ha raggiunto infine anche Trieste, accompagnata dal corteo degli sponsor ufficiali, con Coca‑Cola ed Eni in primo piano. Per molte associazioni, piazza Unità è stata invasa da una retorica celebrativa in forte contrasto con la realtà dei territori. Il movimento per la Palestina ha contestato la partecipazione di Israele ai giochi e la presenza di sponsor complici del genocidio in corso a Gaza: Eni, Coca-Cola, Leonardo, Intesa Sanpaolo. “I valori olimpici di pace e democrazia sono stati completamente svuotati”, denunciano i presenti. Nel mezzo della folla, un cittadino ha tentato di bloccare il passaggio della fiamma sventolando una bandiera palestinese ed è stato immobilizzato e trascinato via in malo modo. Extinction Rebellion presente in piazza ha ribadito che “non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale”. Intanto i lavori olimpici, proclamati come modello di sostenibilità, hanno già generato danni ambientali e opere giudicate superflue dagli stessi territori ospitanti. Verso il 22 febbraio: manifestazione nazionale a Verona Nonostante la grande attenzione rivolta alla macchina olimpica, il dissenso continua a ricevere poca visibilità. Per questo Verona ha indetto una Manifestazione Nazionale il 22 febbraio 2026, giorno della cerimonia di chiusura all’Arena. Secondo i comitati, la cerimonia – anziché celebrare lo sport – finirà per legittimare lo spreco di fondi pubblici, la devastazione delle aree alpine, l’estrattivismo di sponsor come Eni e la complicità internazionale di aziende come Leonardo e Coca-Cola nel genocidio in corso a Gaza. In città verrà istituita una vasta “zona gialla”, accessibile solo con pass, mentre i prezzi dei biglietti rimarranno fuori portata per la maggioranza della popolazione. Cantieri comparsi da gennaio complicano ulteriormente la vita quotidiana nel centro cittadino. Questi elementi alimentano un malcontento crescente che sfocerà in piazza. Alla vigilia della cerimonia iniziale è chiaro quindi come i cittadini in realtà abbiano già incoronato i vincitori di queste Olimpiadi: l’industria del cemento, l’industria delle armi, il profitto e la guerra. Redazione Italia
February 6, 2026
Pressenza
Morte di Moussa Diarra, il Comitato ha presentato un ricorso contro l’archiviazione
Dopo quindici mesi dall’uccisione di Moussa Diarra e in seguito alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Verona, il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra annuncia di aver depositato l’opposizione formale e decide di rendere pubblico il ricorso presentato dai legali dei familiari, denunciando quello che definisce «un tentativo di rimozione politica e giudiziaria». Notizie LA PROCURA DI VERONA HA CHIESTO L’ARCHIVIAZIONE PER LA MORTE DI MOUSSA DIARRA I legali: «Siamo sinceramente sconcertati dall’atteggiamento della Procura» 13 Novembre 2025 «Pensiamo che sia indispensabile continuare a raccontare la storia di Moussa e a rivendicare verità e giustizia», scrive il Comitato, collegando la richiesta di archiviazione ad altri episodi considerati simbolici, come il danneggiamento dell’angolo di memoria allestito presso la stazione di Porta Nuova. «È sempre più necessario opporsi a ogni tentativo di cancellazione di una vicenda che chiama direttamente in causa organi dello Stato». Secondo il Comitato, la richiesta del pubblico ministero rappresenterebbe «un atto autoassolutorio», capace di legittimare «pratiche e dinamiche violente e repressive sempre più presenti nelle nostre strade», all’interno di un contesto segnato da «politiche razziste e discriminatorie». Da qui la scelta di pubblicare integralmente il testo dell’opposizione all’archiviazione, affiancandolo a una comunicazione a puntate su Instagram dedicata ai passaggi ritenuti più rilevanti. «Pubblicare il ricorso significa tracciare i contorni legali della vicenda, sottolineare le contraddizioni e i giudizi sommari che l’hanno caratterizzata sin dal primo momento», si legge ancora. Negli atti dell’indagine «a senso unico», il Comitato afferma di ravvisare un elemento centrale: «Emerge con assoluta certezza che, se Moussa Diarra avesse avuto la pelle bianca, non sarebbe stato ucciso». L’opposizione all’archiviazione è stata formalizzata dalle avvocate Paola Malavolta e Francesca Campostrini, del Foro di Verona, che assistono i fratelli di Moussa Diarra, e dall’avvocato Fabio Anselmo dall’avvocata e Silvia Galeone, del Foro di Ferrara, difensori della madre e della sorella, anche in qualità di esercenti la potestà genitoriale sulla figlia minore della vittima. Nel documento si contesta apertamente l’operato della Procura, evidenziando «l’evidente carenza delle indagini svolte» e la «manifesta contraddittorietà e illogicità delle valutazioni di fatto e di diritto» contenute nella richiesta di archiviazione, depositata il 5 novembre 2025. I difensori parlano di una ricostruzione incompleta, che non chiarisce le responsabilità dell’indagato né le dinamiche che hanno portato alla morte di Moussa Diarra. I familiari chiedono con fermezza che il procedimento prosegua. «Vogliamo un giusto processo», è la posizione ribadita attraverso i legali, «per rendere giustizia alla vittima e perché tragedie come questa non si verifichino mai più». Un appello che il Comitato rilancia a tutta la società civile: «Affinché non sia solo la memoria, ma anche la giustizia, a diventare un ingranaggio condiviso». «Per Moussa, per noi, per tuttə». Leggi l’opposizione alla richiesta di archiviazione
Alex Langer, facitore di pace
Stiamo facendo ciò che era, è e sarà giusto? UN CONVEGNO NAZIONALE A VERONA, 30-31 GENNAIO E 1 FEBBRAIO 2026 In occasione degli 80 anni dalla nascita e dei 30 anni dalla morte, vogliamo interrogarci sull’oggi e verificare quanto il “metodo Langer” sia ancora attualissimo per “continuare in ciò che era giusto”. Il Convegno, promosso dalla Scuola di Pace e Nonviolenza  (Fondazione Toniolo e Movimento Nonviolento), con il contributo e il patrocinio del Comune di Verona, Diocesi di Verona, Università di Verona, con l’adesione della Fondazione Alexander Langer Stiftung e dell’Istituto Opera Don Calabria. Al Convegno partecipano, tra gli altri,: Donatella Di Cesare (filosofa), Domenico Pompili (Vescovo), Gad Lerner (giornalista), Mauro Bozzetti (filosofo), Federico Faloppa (linguista), Mao Valpiana (Movimento Nonviolento) e inoltre, don Renzo Beghini, Marzio Marzorati (Legambiente), Christine Stufferin e Elisabeth Alber (Fondazione Langer), Lorenzo Faggi, Alessandro Raveggi, Gabriele Santoro, Pinuccia Montanari, Maria Chiara Rioli, gli ex eurodeputati Gianni Tamino e Franco Corleone e le eurodeputate in carica Cristina Guarda e Benedetta Scuderi. Il Convegno, nello spirito del “viaggiatore leggero”, sarà itinerante: – venerdì 30/01 sera, ore 20:45: spettacolo all’Auditorium Don Calabria di San Zeno in Monte; – sabato 31/01 mattina, ore 10:00: Aula Caprioli dell’Università di Verona, presso il polo Zanotto; – sabato 31/01 pomeriggio, ore 14:30: Auditorium della Chiesa di San Fermo; – domenica 01/02 mattina, ore 9:30: Aula Magna del Seminario Vescovile Maggiore. Partecipazione libera, aperta a tutte e tutti gli interessati, fino ad esaurimento posti. In allegato la locandina e il programma del Convegno. Di seguito il link con il programma completo. https://www.movimentononviolento.it/sedi/verona/alex-langer-facitore-di-pace-un-convegno-itinerante-a-verona-31-gennaio-e-1-febbraio-2026 Per maggiori informazioni: Casa per la Nonviolenza, via Spagna, 8 – Verona segreteria@arenadipace.it segreteria@movimentononviolento.it Nei giorni precedenti tel. 045 8009803 Durante il convegno cell. 351 4981281 Movimento Nonviolento
January 19, 2026
Pressenza
Richiedenti asilo senza riscaldamento nel CAS di Vaccamozzi
Sessanta richiedenti asilo e un operatore sono senza riscaldamento dal 24 dicembre nel Centro di accoglienza straordinaria (CAS) di Vaccamozzi nel comune di Erbezzo, in provincia di Verona, a oltre 1.100 metri di altitudine. A denunciarlo è l’Osservatorio Migranti Verona, che il 4 gennaio ha inviato una lettera al prefetto di Verona segnalando una situazione definita «di estrema gravità» che nel momento in cui scriviamo non si è ancora risolta. Secondo quanto riportato, nelle settimane di Natale e Capodanno le temperature nella zona hanno raggiunto «punte minime di meno 5,3 gradi con previsioni di meno 6 gradi nella notte tra il 4 e il 5 gennaio». In queste condizioni, scrive l’Osservatorio, «il riscaldamento è una cosa seria, molto seria». La causa del disservizio sarebbe la mancanza di gasolio necessario al funzionamento dell’impianto. Una responsabilità che, secondo l’Osservatorio, ricade direttamente sulla Prefettura: «La fornitura del gasolio nel Cas demaniale di Erbezzo è competenza con costo a carico della Prefettura». Da qui la richiesta urgente: «Chiediamo immediatamente di rifornire di gasolio il Cas di Vaccamozzi e, nell’impossibilità, di trasferire immediatamente gli ospiti in centri di accoglienza degni di questo nome». La lettera non si limita solo a chiedere un intervento immediato, ma solleva interrogativi sulle responsabilità e sulle eventuali negligenze: «La Prefettura, i funzionari incaricati non ne erano a conoscenza? E dopo che lo hanno saputo perché non si sono attivati in modo urgente e indifferibile, prima di andare in ferie?». Secondo informazioni raccolte informalmente, la necessità di un nuovo rifornimento di gasolio sarebbe stata segnalata già a novembre. Il “CAS di Vaccamozzi” è situato in una ex base militare nel comune montano di Erbezzo, nel Parco Naturale Regionale della Lessinia. E’ definito il CAS più isolato del Veneto e, fin dalla sua apertura, l’Osservatorio Migranti Verona ha denunciato la gestione problematica, evidenziando l’isolamento della struttura tanto da chiederne la chiusura e il trasferimento di tutte le persone accolte. Una situazione che, secondo l’Osservatorio, non sarebbe un caso isolato. «Era già successo negli anni scorsi – e anche nell’ultimo recente autunno – che i riscaldamenti nel Cas di Vaccamozzi venissero accesi oltre un mese dopo quelli degli abitanti di Erbezzo», sempre per mancanza di gasolio. Una responsabilità che viene attribuita nuovamente alla Prefettura. Nel documento vengono richiamate anche le regole europee sulle condizioni di accoglienza: già nel 2016 le linee guida EASO (oggi EUAA) prevedevano che «in tutti gli spazi della struttura è disponibile un sistema di regolazione della temperatura adeguato», stabilito in base alle condizioni climatiche locali. L’Osservatorio denuncia da anni «l’inadeguatezza del Cas di Vaccamozzi», una struttura isolata che oggi ospita il doppio delle persone rispetto al passato. «Ora la Prefettura da tempo ne ha collocate il doppio in condizione logistica isolata ed inaccettabile». Particolarmente critica anche la gestione quotidiana del centro. Secondo quanto riportato, «a gestire la struttura c’è in presenza 24 ore su 24 un unico operatore della cooperativa Stella di Varese, un ex ospite, senza alcuna formazione professionale». Un contesto in cui il «clima relazionale è estremamente problematico» e in cui chi segnala problemi «si vede spesso minacciato di ritorsioni». La segnalazione del freddo sarebbe arrivata all’esterno solo la sera del 2 gennaio. Nel frattempo, racconta l’Osservatorio, agli ospiti veniva promesso che il problema sarebbe stato risolto di giorno in giorno. Dopo una telefonata ai funzionari, riferisce ancora la lettera, «come primo effetto c’è stata l’immediata attivazione dell’operatore della cooperativa che si è messo alla ricerca dell’ospite informatore». L’Osservatorio arriva a ipotizzare una discriminazione: «Abbiamo il sospetto che quanto è successo rappresenti un atto discriminatorio, possibile solo perché chi è ospitato a Vaccamozzi non è considerato una persona». Le persone accolte, si legge, hanno «profili giuridici fragili e quindi facilmente ricattabili», motivo per cui «l’accoglienza dovrebbe essere rigorosamente più rispettosa». Per questo la segnalazione è stata inviata anche al Garante regionale dei diritti della persona e al sindaco di Erbezzo, ricordando che «persone costrette al freddo certo non sono in condizioni sanitarie adeguate».
JOB&Orienta Verona, Pordenone, Modena: orientamento scolastico verso carriere in divisa
Tuttə riconosciamo l’importanza dei progetti di orientamento fatti nelle scuole prima che il percorso di studi giunga al termine. L’orientamento al lavoro e/o alla formazione universitaria è il focus di eventi come il JOB&Orienta di Verona, per esempio. E lì, anche quest’anno, dal 26 al 29 novembre era presente il settore della difesa con esercito, marina, aeronautica e carabinieri. Al padiglione 11 – stand 226 era possibile provare i simulatori di navigazione marittima e di volo, guardare i veicoli tattici e due robot quadrupedi diversi, uno in dotazione all’esercito e l’altro all’arma dei carabinieri. Parte dell’esposizione era dedicata ai settori spaziale e cibernetico. Alla giornata conclusiva hanno partecipato il neoeletto presidente della regione Veneto Stefani e il ministro Valditara, che ha parlato della filiera formativa tecnologica-professionale “4+2”  ricordando che questo è l’ultimo anno di sperimentazione. Sempre nel mese di novembre appena trascorso, a Pordenone, l’arma dei carabinieri ha preso parte al “Punto d’Incontro 2025”, manifestazione di orientamento rivolta alle/gli studenti delle classi 4^ e 5^ superiori. Solito stand informativo ed espositivo con membri della sezione Investigazioni Scientifiche, il simulatore di guida in stato di ebbrezza, indicazioni sulle attività dell’arma e sull’arruolamento.  Poche settimane fa le/gli studenti del “Leopardi-Majorana” di Pordenone sono statə invitatə in questura per conoscere da vicino attività, valori e percorsi della polizia di stato. Ha partecipato solo una rappresentanza di studenti e studentesse del quarto anno, che è stata coinvolta in una sessione sui requisiti richiesti dalla polizia e sui concorsi. Pare sia intervenuto anche il questore della provincia, in persona, sull’importanza di costruire una comunità migliore. Da Modena ci arriva una segnalazione sull’ITIS “Enrico Fermi”: il 26 novembre il dirigente scolastico ha scritto ai/le genitori degli/le studenti invitandolə a partecipare insieme ai/le loro figli/e al pomeriggio di orientamento con AssOrienta su carriere in divisa e accademie militari, il 10 dicembre. Questi incontri nascono da protocolli interministeriali, ma sono in grave contrasto con il mandato sociale affidato costituzionalmente alla Scuola. Inoltre, il percorso di orientamento non può essere svolto in maniera così episodica ed anonima, richiede attenzione e un dialogo continuo tra studenti, studentesse e adulti di riferimento. La contaminazione tra sistema militare e Scuola è inaccettabile. Quanto denunciamo sui nostri canali di comunicazione è solo una parte infinitesimale dell’intero fenomeno, ma continueremo. Al contempo chiediamo agli organi collegiali scolastici di non aderire a queste iniziative in futuro, se davvero vogliamo che la scuola sia un luogo in cui si costruiscono immaginari di pace. Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Militarizzazione e oppressione: voci dal Convegno di Verona del 23 novembre
Il 23 novembre l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Verona ha organizzato l’evento pubblico “Dalla Global Sumud Flotilla alla “tregua”. Quale futuro per la Palestina?”, svoltosi al Centro Tommasoli, stipato per l’occasione oltre ogni immaginazione, a tal punto che si è reso necessario allestire un impianto acustico anche all’esterno. L’iniziativa ha visto la partecipazione di Roberta Leoni (presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università), Donia Raafat (scienziata politica e attivista palestinese), Antonio Mazzeo (giornalista e scrittore impegnato nei temi della pace e del disarmo), Moni Ovadia (attore, artista, co-sceneggiatore, musicista), Triestino Mariniello (docente di Diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool e parte del team della Corte penale internazionale per le vittime di Gaza), Greta Thunberg e Simone Zambrin (attivisti della Global Sumud Flotilla). Dopo il saluto di Miria Pericolosi, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Verona, Patrizia Buffa, moderatrice dell’incontro, ha aperto i lavori illustrando il significato del convegno e riportando alla memoria della platea quanto accaduto nei mesi scorsi: la nascita di un gigantesco movimento per la Palestina, imponente equipaggio di terra che ha accompagnato l’equipaggio di mare, segno tangibile dell’emersione di una coscienza planetaria. La mobilitazione non è stata motivata solo dall’empatia verso la Palestina, ma si è espressa in una vera e propria rivolta contro il potere delle oligarchie finanziarie e militari che hanno supportato e supportano il genocidio. In tutto il pianeta si è palesata la volontà di andare in direzione opposta a quella voluta dalle classi dirigenti. Purtroppo, la cosiddetta tregua ha avuto un’unica finalità: arginare questo movimento planetario. Ora più che mai, conclude Buffa, è il momento di perseverare nella resistenza all’oppressione, nella pratica del Sumud. Roberta Leoni ha messo in luce la militarizzazione totale della società israeliana che mobilita e disciplina l’intera popolazione mediante la leva obbligatoria lunga, instillando in tal modo nelle coscienze un senso d’insicurezza permanente. Un’organizzazione statuale e sociale che si regge su tali presupposti non può che condurre a forme di sorveglianza di massa, apartheid, pulizia etnica e pratiche genocidarie. Per quanto riguarda l’Italia, Leoni aggiunge come le capillari e continue iniziative di militarizzazione avviate dai governi degli ultimi lustri per valorizzare la cosiddetta “cultura della difesa” nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università, sembrano replicare in modo inquietante il modello guerrafondaio e securitario proprio dello Stato sionista. Donia Raafat sostiene che la cosiddetta tregua imposta da Trump non è per nulla una cessazione delle ostilità, bensì il passaggio da una fase di genocidio aperto e massiccio del popolo palestinese a una forma di genocidio incrementale. Ciò che vediamo ora non è un processo di trasformazione o di giustizia, è semplicemente il consolidamento delle stesse dinamiche che da decenni negano l’autodeterminazione del popolo palestinese. Pertanto, non bisogna fermarsi: le mobilitazioni e la rabbia popolare devono farsi sentire con una forza ancora maggiore, anche perché l’oppressione del popolo palestinese è l’emblema di tutte le forme di oppressione. Lottare per una Palestina libera significa lottare per un mondo più giusto. Antonio Mazzeo è intervenuto ricordando e analizzando le varie complicità del nostro governo e del nostro sistema economico col genocidio in atto. Come ha dimostrato nel suo ultimo report Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati, il genocidio in corso è un crimine collettivo che, come ricorda Mazzeo, coinvolge tutti i settori dell’economia italiana, da quello militare a quello finanziario, passando per quello energetico. Moni Ovadia si è invece soffermato sulla fondamentale distinzione tra ebraismo e sionismo, ricordando come ci siano in tutto il mondo moltissimi ebrei antisionisti e definendo il sionismo un’ideologia criminale e genocidaria. L’artista ha poi stigmatizzato il tentativo d’imbavagliare ogni forma di critica a Israele mediante strumenti repressivi come il DDL Gasparri che pretenderebbe di definire che cosa sia l’ebraicità e di equiparare antisionismo e antisemitismo. Secondo Moni Ovadia i veri antisemiti sono coloro che ritengono di poter definire a priori l’identità ebraica. Simone Zambrin ha spiegato il significato eminentemente politico dell’azione della Global Sumud Flotilla che non va confusa con una semplice missione di tipo umanitario proprio perché mirava a riaffermare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Greta Thunberg ha analizzato il rapporto tra genocidio ed ecocidio, evidenziando come ciò che accade in Palestina sia il risultato di un sistema che ha come unico fine il profitto di pochi a danno dei molti. La deumanizzazione del popolo palestinese affonda le radici in questa logica di oppressione che va tutta a vantaggio di un’élite privilegiata che accumula sempre maggiori profitti sulla pelle di tutti. Triestino Mariniello ha confermato come quello in corso a Gaza sia un vero e proprio genocidio, sostenendo come, dai tempi dello sterminio attuato in Ruanda, non esistano altri casi così ampiamente documentati e per i quali vi sia una tale abbondanza di prove. Una delle vie giuridiche indicate dal professore della John Moores University per uscire dall’inerzia potrebbe consistere in un’iniziativa da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU che sconfessi il piano Trump e l’operato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, aprendo la via ad azioni contro Israele. Il convegno organizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha dunque rilanciato la necessità di una mobilitazione permanente contro il genocidio, contro la militarizzazione delle coscienze e contro la censura che del genocidio sono potenti catalizzatori. Qui alcuni scatti della serata del 23 novembre a Verona. Giorgio Lonardi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Verona, 23 novembre: Convegno “Dalla Flotilla alla tregua. Quale futuro per la Palestina?”
DOMENICA, 23 NOVEMBRE, ORE 17:00 SALA CONFERENZE CENTRO TOMMASOLI, VIA L. PERINI, 7, VERONA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università organizza a Verona un evento pubblico sulla drammatica situazione della Palestina dal titolo: Dalla Global Sumud Flotilla alla “tregua”. Quale futuro per la Palestina? L’iniziativa avrà luogo domenica 23 novembre, alle ore 17:00, presso la Sala Conferenze Centro Tommasoli, via L. Perini 7. L’incontro vuol essere un’occasione di confronto sulla grave situazione della Palestina e sulla drammatica congiuntura storica nella quale il diritto internazionale e quello umanitario si stanno rivelando gravemente insufficienti di fronte alle palesi violazioni perpetrate contro la popolazione palestinese. È fondamentale continuare a parlare della Palestina: non possiamo permettere che le sue sofferenze siano dimenticate. Durante l’incontro interverranno: Miria Pericolosi (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – Verona) Roberta Leoni (Presidente Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università) Donia Raafat (scienziata politica e attivista per i diritti umani) Antonio Mazzeo (giornalista e scrittore impegnato nei temi della pace e del disarmo, dell’ambiente e della lotta alle criminalità mafiose) Simone Zambrin (attivista della Global Sumud Flotilla) Triestino Mariniello (docente di Diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool, già nel team legale delle vittime di Gaza di fronte alla Corte penale internazionale) Greta Thunberg (attivista della Global Sumud Flotilla) Moni Ovadia (attore, regista, co-sceneggiatore, musicista) Modera Patrizia Buffa. L’evento è libero e aperto a tutte le persone interessate.