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Punire, educare, umiliare: il razzismo ai tempi dell’algoritmo
FEDERICA DI BIASI (tratto da Globalproject.info) Il saggio Fruste digitali. Discorsi d’odio e razzismo: i social media per educare e punire, edito da Capovolte e presentato a Sherbooks Festival 2026, analizza da un punto di vista sociologico i rapporti esistenti tra le migrazioni di ieri e di oggi e come le pratiche discriminatorie e i pregiudizi siano stati traslati dalla narrazione della carta stampata alla realtà multimediale dei social, portando all’esasperazione i discorsi d’odio e d’intolleranza, apparentemente legittimati dallo scudo dell’ironia o dell’opinione personale. Trindade, Dottore di ricerca in Sociologia presso la University of Southampton, lavora come ricercatore indipendente e scienziato sociale affiliato all’IPIE e si occupa da tempo delle dinamiche con cui si stigmatizzano le persone razzializzate e migranti e i canali attraverso cui si perpetuano. (N.B. la presentazione inizia al minuto 8:30) Il discorso muove dalla ricerca delle radici di questo fenomeno: dalla storia dei movimenti migratori in Brasile alla fine dell’Ottocento, a come l’arrivo degli italiani, accolti come “manodopera bianca” in sostituzione della manodopera afro-discendente appena liberata e sempre più marginalizzata, ha contribuito alla formazione non solo dell’identità nazionale quanto all’ideologia della “democrazia razziale”.  La necessità di diventare un Paese moderno, dove moderno era sinonimo bianco, ha opportunamente occultato il conflitto razziale, l’élite brasiliana ha deciso di accogliere contadini italiani per rispondere a questa esigenza di “sbiancamento”; ma allo stesso tempo gli italiani che emigravano in nord America venivano considerati “mezzi neri”, una nuova tipologia di schiavi e come tali bersagli di violenza, pregiudizi e vignette satiriche.  Lo stesso principio che ritroviamo oggi impersonato nel cosiddetto jeitinho brasileiro, cioè del “modo di fare alla brasiliana”, che consente, a chi difende la supremazia bianca, di pronunciare freddure razziste, senza preoccuparsi delle conseguenze, giustificandole come manifestazioni simpatiche e affettuose, una sorta di “razzismo cordiale” che lascia disorientata la vittima. Si assiste quasi ad un deficit di memoria collettiva: le storie del passato si rispecchiano nel presente, cambiano solo le posizioni e le origini dei migranti contro cui si punta il dito, dimostrando l’incapacità di imparare dal passato.   Il titolo dell’opera racchiude in sé più di un significato, esemplificativo del passaggio da pratiche di punizioni corporali a vessazioni digitali il cui scopo comune è quello di annientare le soggettività. I social sono descritti come un moderno pelourinho: nelle colonie portoghesi veniva posta, in un luogo ben visibile, una colonna dove le persone schiavizzate erano frustate, come memento punitivo e educativo per la collettività. Una dimostrazione di forza bruta per riaffermare il proprio dominio su chi veniva considerato inferiore e i confini che non poteva valicare.  Una radice traumatica che ritroviamo nel modo in cui i social media si presentano come una piazza virtuale, in cui hanno eco sentimenti d’odio verso chi è ritenuto diverso, che nel contesto sociale offline non sono più accettati, ma che sotto il dominio di algoritmi, creati su logiche di profitto, catalizzano l’attenzione e  ne amplificano la diffusione, grazie alle continue interazioni, creando delle gerarchie atte a mantenere le vittime in una condizione di disumanizzazione, subalternità e marginalizzazione. Una logica che non possiamo più ignorare perché queste interazioni dispregiative migrano anche nella vita reale, divenendo la nuova normalità; la tecnologia digitale è onnipresente nelle nostre, permea le interazioni sociali e influenza i comportamenti e le reazioni offline, in una coodipendenza i cui effetti negativi devono essere esaminati e scardinati. Durante la presentazione è stato chiesto all’autore delle pratiche concrete che possano apportare un cambiamento radicale e contrastare il profitto generato dalle pratiche d’odio e Luiz Valério Trindade ha ribadito come le aziende di tecnologia rifiutando di identificarsi come editori, come testate giornalistiche, negano la propria responsabilità, quindi ne consegue l’importanza di un aggiornamento della giurisprudenza in materia, che segua più da vicino come tali effetti si manifestano nella società; l’assoluta necessità che la popolazione e, in particolar modo, i giovani debbano essere educati alla consapevolezza che quanto commentano e le interazioni che hanno online hanno delle ricadute sulla vita reale, i social non sono una terra di nessuno dove tutto è concesso in virtù di una millantata libertà d’espressione privata di una qualsiasi responsabilità critica.  L’attualità ci insegna purtroppo che, in più di un caso, degli adolescenti sono rimasti vittime del bombardamento dell’algoritmo che li ha sottoposti ad una sovraesposizione a contenuti inappropriati che hanno condotto a decisioni irrimediabili, che non fanno che dimostrare la stretta connessione esistente tra azioni virtuali e vita reale. La presentazione si chiude con l’invito alla presa di coscienza del singolo utente della propria responsabilità individuale e di come ciò a cui diamo visibilità abbia una ricaduta economica, in termini pubblicitari, su cui poter far leva per stimolare un radicale cambio di rotta.  
Vicenza, città UNESCO da smilitarizzare: l’analisi di Antonio Mazzeo
In occasione dei Global Days of Action to #CloseBases, organizzati dal World BEYOND War, associazione radicata negli Stati Uniti per protestare contro le basi militari USA in tutto il mondo, l’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare rende pubblico il video della conferenza integrate da immagini della 173a Brigata aviotrasportata di stanza a Vicenza. La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra” tenutasi di recente, vede il giornalista e attivista Antonio Mazzeo, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato. Il materiale si rivela particolarmente interessante per capire il ruolo strategico della 173a Brigata Aviotrasportata e delle basi presenti in città: dalle esercitazioni in Ucraina (Rapid Trident e Fearless Guardian, 2011-2021) per addestrare le forze ucraine, all’arrivo dei missili V-SHORAD alla caserma Del Din (2023) per la difesa antiaerea a corto raggio, fino al laboratorio Bayonet Team alla caserma Ederle. Qui si progettano e producono droni all’avanguardia – killer, intelligence e “wolf packs” – destinati ai nuovi scenari di guerra, con finanziamenti USA da 1 miliardo di dollari. Il video della conferenza è disponibile su youtube e sarà diffuso nei canali delle associazioni che fanno parte dell’Osservatorio credendo sia un contributo prezioso al dibattito pubblico. Clicca qui per le notizie locali. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
A novembre 2026 sarà pubblicato il libro “UNBROKEN” di Marwan Barghouti
UNBROKEN raccoglie per la prima volta un ritratto intenso e intimo della vita e dell’opera di Barghouti: lettere private alla sua famiglia, scritti personali, corrispondenza con personaggi pubblici di fama mondiale, interviste alla stampa, dichiarazioni pubbliche e rare fotografie personali. Questa è la sua storia, raccontata con le sue stesse parole. Senza censure, senza interruzioni.  Si ringraziano GroundTruth Productions e il documentario Tomorrows Freedom per le riprese video. https://www.instagram.com/reel/DUTUUegkpcD Una breve presentazione in questo video di 1 min:
February 22, 2026
Assopace Palestina
Il ritorno della leva in Italia e in Europa di Serena Tusini dell’Osservatorio contro la militarizzazione
L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ PROMUOVE MOMENTI DI FORMAZIONE PER DOCENTI, STUDENTESSE, STUDENTI E CITTADINANZA. NEL VIDEO L’INTERVENTO DAL TITOLO: “IL RITORNO DELLA LEVA IN EUROPA E IN ITALIA” DELLA DOCENTE SERENA TUSINI, ATTIVISTA DELL’OSSERVATORIO. Le scuole e le università stanno sempre più diventando terreno di conquista di una ideologia bellicista e di controllo securitario che si fa spazio attraverso l’intervento diretto delle forze armate (in particolare italiane e statunitensi) declinato in una miriade di iniziative tese a promuovere la carriera militare in Italia e all’estero, e a presentare le forze armate e le forze di sicurezza come risolutive di problematiche che sono invece pertinenti alla società civile. Questa invasione di campo vede come protagonisti rappresentanti delle forze militari addirittura in qualità di “docenti”, che tengono lezioni su vari argomenti (dall’inglese affidato a personale NATO a tematiche inerenti la legalità e la Costituzione) e arriva a coinvolgere persino i percorsi di alternanza scuola-lavoro (PCTO) attraverso l’organizzazione di visite a basi militari o caserme. Il tutto suffragato da protocolli di intesa firmati da rappresentanti dell’Esercito con il Ministero dell’Istruzione, gli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali e le singole scuole. Smilitarizzare le scuole e l’educazione vuol dire rendere gli spazi scolastici veri luoghi di pace e di accoglienza, opporsi al razzismo e al sessismo di cui sono portatori i linguaggi e le pratiche belliche, allontanare dai processi educativi le derive nazionaliste, i modelli di forza e di violenza, l’irrazionale paura di un “nemico” (interno ed esterno ai confini nazionali) creato ad hoc come capro espiatorio. Smilitarizzare la scuola vuol dire restituirle il ruolo sociale previsto dalla Costituzione italiana. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
«Non siamo a Minneapolis, ma a Verona»
Non è Minneapolis, è Verona. Quanto è accaduto a Moussa Diarra non è successo negli Stati Uniti né poche settimana fa né per mano di agenti incappucciati dell’ICE, ma il 20 ottobre 2024, all’ingresso della stazione dei treni di Verona per mano della polizia italiana. Nonostante sia successo “a casa nostra”, l’attenzione mediatica su questa vicenda si è riaccesa solo qualche giorno fa dopo la diffusione del video pubblicato dall’on. Ilaria Cucchi, mentre il procedimento rischia ancora di chiudersi con l’archiviazione per “legittima difesa” dello sparo che ha ucciso il giovane. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ilaria Cucchi (@ilariacucchiofficial) «Alle ore 7.50 del 20 ottobre 2024 – scrive la senatrice nel commento su Instagram – viene inserito sulla chat “squadra 2 “ della Polfer di Verona, il filmato che riprende l’uccisione di Moussa Diarra, ragazzo del Mali incensurato ed ‘armato’ di una posata da tavola. Quel ragazzo è in preda ad una crisi psichiatrica da frustrazione inflittagli dalla burocrazia cinica e violenta del nostro Paese. Giorni e giorni con appuntamenti andati a vuoto per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno che per lui era vitale. Quel lavoro gli serviva per rimanere in Italia e per contribuire al mantenimento della sua famiglia in Mali. All’ennesima volta nella quale si è visto chiudere lo sportello in faccia dopo ore di coda, Moussa non ce l’ha più fatta. La disperazione da frustrazione ha avuto il sopravvento. Dallo zainetto che conteneva tutta la sua vita ha estratto una posata che usava per mangiare e l’ha usata in modo scomposto per minacciare un agente della Municipale che ha subito compreso lo stato di quel ragazzo incensurato e disperato. Il comandante dei vigili ha organizzato un intervento per eseguire un TSO per quel ragazzo in evidenti difficoltà che se la prendeva, nel frattempo con le auto parcheggiate della Polizia e vetrine della stazione. Ci hanno pensato quelli della Polfer di Verona. Avevano taser e scudi, ma hanno preferito prendere solo la pistola. Lo hanno inseguito. Gli hanno sparato tre colpi tutti ad altezza uomo: uno ha forato il cappuccio della felpa di Moussa, un altro la vetrina dietro di lui ed infine il terzo al cuore. Doveva essere fatto così. Dicono. Si deve sparare alla sagoma per colpire organi vitali. I proiettili sono fatti per questo altrimenti non funzionano. Diarra è morto. Salvini ha subito detto che non ci mancherà. Siamo a Verona e non Minneapolis. E Salvini non è Trump. Almeno spero». La diffusione del filmato è arrivata mentre si attende la decisione della giudice sull’opposizione all’archiviazione presentata dalla famiglia. In queste settimane il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra sta diffondendo sui suoi profili social 1 stralci del corposo dossier con gli elementi che spiegano in dettaglio perché è necessario un processo. «La ricerca della verità e della giustizia è un percorso difficile», scrive il Comitato, e passa anche attraverso «momenti estremamente dolorosi come la visione del video “organizzato” da A.F., il poliziotto che ha ucciso Moussa Diarra». Al centro della ricostruzione ci sono i tempi dell’intervento: «Sette secondi, per la precisione: questo il tempo dei 3 colpi tutti alla figura ed in rapida successione, questo il tempo che si è dedicato per decidere della vita di un uomo». Secondo i legali della famiglia, che ha presentato il ricorso, dall’intercettazione di Moussa da parte di due agenti alla sua morte sarebbero trascorsi solo sette secondi, un intervallo che – si legge nel comunicato – «sembra più una esecuzione che un tentativo di calmarlo». Il video integrale dura invece molto di più. «I 2 minuti e 37 secondi del video integrale sembrano un’eternità al confronto, ed in pratica sono tutti concentrati su una posata da cucina», afferma il Comitato, riferendosi al coltello che Moussa teneva in mano. Un passaggio centrale riguarda proprio le modalità di ripresa. «Nelle immagini precedenti si vede A.F. chiedere al suo collega di spostarsi, per poter essere lui sul corpo di Moussa ad essere ripreso», si legge nel comunicato. E ancora: «Si vede e si sente A.F. chiedere al collega di inquadrare bene la mano di Moussa con il coltello da cucina». Per il Comitato, «solo dopo questa messa in scena, il poliziotto prende la radio e chiama i soccorsi». Un elemento che, insieme ad altri, porta a sostenere che «questo omicidio merita un’indagine ed un processo». Dopo l’udienza dei giorni scorsi, «restiamo in attesa che la giudice sciolga le riserve sull’opposizione all’archiviazione per poter andare a processo», prosegue il Comitato, «perché la giustizia non abbia un colore». Le questioni aperte sono molte: perché non sarebbero stati utilizzati strumenti alternativi come taser o manganello? Perché sparare subito ad organi vitali, nonostante la presenza di un collega? E ancora, cosa è accaduto alle telecamere presenti nella zona? Il team legale della famiglia ha discusso per circa tre ore con la giudice per evitare l’archiviazione e con un obiettivo preciso: «Dimostrare che il poliziotto poteva evitare di sparare, uccidendo Moussa, in quanto non si trovava in pericolo di vita». Il comunicato del Comitato richiama l’attenzione dell’intera società civile su quanto sta accadendo – qui e ora – in Italia, e sul clima politico e culturale in cui si inserisce la vicenda di Moussa. Una storia che, pur nella sua specificità, non è molto diversa da quella di tante persone con background migratorio che si trovano a fare i conti con violenza burocratica, abusi e abbandono istituzionale. Allo stesso tempo, ribadisce la necessità che sia un processo pubblico ad accertare responsabilità e verità, anche perché l’ambiente della polizia veronese non è nuovo a gravi abusi e insabbiamenti. Proprio in questi giorni, infatti, si è chiusa una fase importante dell’inchiesta sui fatti del 2022 dove la Procura della Repubblica ha parlato di vera e propria tortura inflitta dai poliziotti a due uomini sottoposti a fermo di identificazione. Quattro agenti sono coinvolti, ma in totale sono dodici i poliziotti della Questura di Verona rinviati a giudizio accusati, a vario titolo, di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per non aver impedito le violenze commesse dai colleghi. 1. Instagram – Facebook ↩︎
Roma, sit-in per la liberazione di Hannoun con Moni Ovadia e Angelo D’Orsi: “Arresto aberrante”
Tag24. Trascrizione delle dichiarazioni di Moni Ovadia e del prof. Angelo D’Orsi. Moni Ovadia. Innanzitutto oggi in piazza qui alle spalle di Montecitorio con un messaggio e una richiesta chiara: la liberazione di Mohammad Hannoun. Questa è un’operazione politica di infima lega. Infima Lega. Mohammad Hannoun è da anni in Italia e ha mandato aiuti a una popolazione devastata, ma oramai la politica del governo israeliano – un governo guidato da un criminale, un acclarato criminale, la vuole cancellare, vuole cancellare qualsiasi cosa sia palestinese. C’è un accanimento di odio, di spietatezza e qui va al di là anche dei concetti di legalità internazionale, cioè dal punto di vista umano è una tale infamia, una tale infamia… Qui parliamo in anni e anni di aiuti che assommano, credo a 7 milioni di euro in anni e anni. E questa cosa che li dà a Hamas, perché magari qualche soldo arriva a una famiglia che ha avuto una vittima è una è una carognata di proporzioni inimmaginabili. Poi Hamas che se ne fa di 7 milioni di euro? Che se ne fa? Quindi è proprio una ferocia, una spietatezza che richiama i peggiori crimini della storia dell’umanità, di tutta la storia dell’umanità. E io, prima di tutto perché credo nell’uguaglianza e nella dignità di tutti gli esseri umani, per me è, non so come dire, è un principio sacrale e poi anche come ebreo trovo questa cosa così ripugnante e veramente mi sento, mi sento sfregiato in ognuno di questi geni. Come essere umano e come ebreo. Prof. D’Orsi. L’arresto e le incriminazioni a questo straordinario rappresentante della comunità palestinese sono qualcosa di inedito nella storia giudiziaria, ma direi più ampiamente nella storia. Non si è mai visto che un sistema giudiziario usi come prove per incriminare qualcuno quelle fornite dai servizi segreti di un paese straniero. È qualcosa di assolutamente inedito che però si inquadra in questo rovesciamento generale. Noi stiamo assistendo a fatti nuovi che non sono mai verificati nella Storia. A cominciare dal genocidio del popolo palestinese. Certo, ci sono stati genocidi sempre nella storia, ma questa è la prima volta che noi abbiamo assistito a un genocidio in diretta, via streaming. Questo non è mai accaduto e questo genocidio continua anche dopo ilbcosiddetto piano di pace che, in realtà, non è una pace e soprattutto sta dimostrando addirittura la sua efferatezza nel progetto di ricostruzione sui cadaveri perché ormai sappiamo che la ricostruzione avverrà impastando con cemento quelle macerie. Tra quelle macerie ci sono migliaia di pezzi di corpi umani, tra cui tanti pezzi di bambini. Ecco, questo nella Storia non si era mai visto e quindi sono qua per solidarietà a Hannoun, sono qua per protesta contro un arresto che non si può giustificare sulla base di quelle prove.
February 17, 2026
InfoPal