
Medici sotto indagine a Ravenna per le non idoneità ai CPR. L’appello: “La cura non è un reato”
Progetto Melting Pot Europa - Saturday, February 14, 2026Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera giornata del 12 febbraio.
Sono sei, al momento, i medici indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di Ravenna, che – secondo quanto riporta l’Ansa – è inerente ai certificati di idoneità sanitaria necessari per il trattenimento delle persone straniere prive di titolo di soggiorno nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR).
L’obiettivo degli inquirenti – prosegue l’agenzia di stampa – è verificare se le attestazioni di non idoneità al trattenimento, e quindi ad un possibile rimpatrio, fossero incomplete o del tutto arbitrarie.
Una contestazione che ha immediatamente sollevato una reazione compatta degli Ordini dei medici e della Federazione nazionale, che parlano di un attacco all’autonomia dell’atto medico e alla sua funzione esclusivamente clinica.
La petizione: “La cura non è un reato”
Per sollecitare una presa di posizione generale, è stata immediatamente lanciata una petizione online su Change.org dal titolo «Appello urgente: la cura non è un reato», indirizzata ai Presidenti degli Ordini dei Medici, alla Fnomceo, al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, alle società scientifiche e all’opinione pubblica.
Nel testo si parla di «punto di rottura inaccettabile tra l’esercizio della medicina e le logiche di pubblica sicurezza» dopo la perquisizione prima dell’alba del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna il 12 febbraio 2026.
Il testo, a firma del promotore Dott. Nicola Cocco, denuncia il grave l’episodio come «un attacco all’autonomia e alla deontologia medica» e invita medici, infermieri, psicologi e operatori sanitari a firmare e a trasformare il caso di Ravenna in una mobilitazione nazionale sull’autonomia della professione medica e sul diritto alla salute.
«Sindacare una valutazione clinica di inidoneità al trasferimento in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) (…) attraverso strumenti repressivi significa trasformare un atto medico in un atto burocratico di polizia. Ribadiamo che la decisione clinica non può essere subordinata a esigenze di ordine pubblico o di gestione migratoria».
Nel secondo punto si richiama anche un recente documento dell’World Health Organization (Policy Brief, gennaio 2026), sostenendo che «la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi» e che certificare l’inidoneità «significa prevenire un danno certo alla salute, in pieno adempimento del principio di non maleficenza».
L’appello parla inoltre di «modus operandi lesivo della dignità ospedaliera», denunciando uno spiegamento di forze «tipico delle operazioni contro organizzazioni criminali» e affermando che tale condotta «si configura concretamente come interruzione di un pubblico servizio (Art. 340 c.p.), mettendo a rischio la continuità assistenziale».
Infine, il richiamo all’articolo 32 della Costituzione: «La salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Questo diritto non decade con lo status giuridico di una persona».
La petizione esprime «piena solidarietà ai colleghi indagati» e richiede «una presa di posizione ferma della FNOMCeO e degli Ordini provinciali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico», nonché «l’intervento del Garante Nazionale per arginare lo sviluppo di un clima inquisitorio».
«Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo».
La reazione compatta è arrivata nel corso della giornata di ieri da parte degli Ordini dei medici dell’Emilia-Romagna e della Federazione nazionale.
La nota unitaria degli Ordini
In una presa di posizione firmata dalla presidente dell’Omceo di Ravenna, Gaia Saini, dal presidente dell’Omceo di Rimini, Maurizio Grossi, e dal presidente dell’Omceo di Forlì-Cesena, Michele Gaudio, i tre Ordini provinciali richiamano i principi fondanti della professione.
«Il medico fonda la propria attività su valori irrinunciabili: rispetto della dignità della persona, tutela della salute, equità, indipendenza e responsabilità professionale. Ogni paziente viene visitato e assistito senza alcuna discriminazione legata a età, sesso, religione, orientamento politico, condizione sociale o provenienza. Questo principio è il presupposto essenziale della relazione di cura: il medico non giudica, non seleziona, non esclude, ma si prende cura».
Gli Ordini ricordano che «l’art. 24 del Codice di deontologia medica impone al medico l’obbligo di rilasciare certificazioni sanitarie veritiere, precise e diligenti, basate su rilievi clinici diretti o documentati» e che, nel caso delle certificazioni per l’idoneità al trattenimento nei Cpr, «la visita è svolta secondo criteri rigorosamente clinici», includendo anamnesi, valutazione delle condizioni fisiche e psichiche, eventuali patologie, disturbi psichiatrici e condizioni di vulnerabilità.
Un passaggio è centrale: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta esclusivamente se, in base alle condizioni cliniche rilevate al momento della visita, sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria».
E ancora: «Le indicazioni fornite dal medico non devono essere utilizzate come strumento di legittimazione o di responsabilità politica. Il parere clinico esprime un giudizio tecnico, circoscritto all’ambito sanitario, e non può né deve diventare un avallo di scelte amministrative che esulano dalla competenza medica».
«Strumentalizzare l’atto medico per attribuirgli una funzione di garanzia dell’ordine pubblico o di giustificazione politica significa snaturarne il senso e compromettere l’autonomia e la responsabilità professionale. Difendere questa distinzione significa tutelare sia l’etica della professione sia i diritti fondamentali delle persone assistite».
L’intervento della Fnomceo
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, dopo le polemiche innescate sui social da un post del vicepremier Matteo Salvini, che aveva invocato, in caso di conferma delle accuse, «licenziamento, radiazione e arresto» per i medici coinvolti.
«Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice deontologico: doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera». E prosegue: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità. Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica».
Il Dott. Anelli esprime «piena fiducia nell’azione della Magistratura», ma anche «solidarietà con questi colleghi, che hanno subito il trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba; che hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare, per rendersi disponibili. E che sono ora indagati a motivo dell’assistenza prestata attraverso una visita medica e la relativa certificazione».
«Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia. Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela della Salute che la nostra Carta Costituzionale pone in capo a ogni individuo, per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86% degli italiani, affidiamo la cura delle persone».