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Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
Salute mentale e disabilità: alla Camera il Manifesto per abbattere le barriere all’accesso alla terapia
Secondo i dati dell’indagine “Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzata dal CENSIS in collaborazione con Lundbeck Italia, l’importanza della prevenzione nella salute mentale è affermata dal 90,3% degli italiani che ritiene possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello. Nella gamma di interventi di prevenzione per tutte le malattie del cervello (cioè, dei disturbi neurologici, del neurosviluppo e psichiatrici) ritenuti più efficaci si enfatizza la dimensione sociale e la necessità di agire su fronti molteplici, come la promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) e la presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%) tra cui quelli di lavoro. Una quota simile (il 44,0%) indica il rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione e richiede il potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale e del cervello (il 43,2%). Il giudizio sull’azione di prevenzione e presa in carico messa in atto dal Servizio Sanitario Nazionale è piuttosto critico: il 40% circa pensa che la prevenzione sia insufficiente per tutte le malattie del cervello, mentre per il 29% lo è solo per alcune. Anche in merito alla capacità del Sistema Sanitario italiano di dare risposte di cura, prevalgono le valutazioni negative: il 56,9% pensa che l’azione del SSN sia poco o per nulla efficace con riferimento ai disturbi neurologici, il 58,2% per quelli del neurosviluppo e il 65,6% per quelli psichiatrici (https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/01/Sintesi-del-Rapporto-Lundbeck-Censis-.pdf). In tema di salute mentale molte persone con disabilità e i loro caregiver incontrano barriere fisiche, logistiche e culturali. Eppure, spesso la loro salute mentale viene messa in secondo piano rispetto agli aspetti clinici e assistenziali. Per cercare di affrontare concretamente questo problema è stato presentato di recente alla Camera dei deputati il Manifesto per l’accesso  alla psicoterapia promosso da Serenis (https://www.serenis.it/),  centro medico online per il benessere mentale e fisico, e FISH, Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie (https://fishets.it/). Il documento nasce dai risultati di una survey congiunta che mette in luce dati che meritano attenzione: quasi il 25% delle persone con disabilità intervistate ha dichiarato di aver rinunciato a intraprendere un percorso psicologico. Le ragioni risiedono in barriere fisiche, logistiche, comunicative e culturali che di fatto negano il diritto fondamentale alla salute mentale. Anche lato caregiver emerge un’urgente necessità di supporto: infatti circa la metà dei rispondenti (43%) ritiene che il supporto psicologico fornito non sia adeguatamente offerto o accessibile. Un segnale chiaro, che viene confermato dal fatto che il 50.4% dei caregiver, pur non avendo mai usufruito di un servizio di psicoterapia online, dichiara di volerlo provare. Un problema che potenzialmente potrebbe coinvolgere 2,9 milioni di persone con disabilità in Italia e i 12,7 milioni di caregiver tra i 18 e i 64 anni (34,6% della popolazione) che si prendono cura dei figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani. Il cuore del Manifesto presentato è il principio di autodeterminazione. L’obiettivo è sollecitare le istituzioni a garantire percorsi di assistenza personalizzati, scelti liberamente dalla persona e integrati nel proprio progetto di vita. Non si tratta solo di accessibilità architettonica per le persone affette da disabilità, ma di una rivoluzione culturale che possa rimuovere ogni forma di pregiudizio e disparità nel sistema di cura. “Non può esserci vera salute senza un adeguato benessere psicologico, ha sottolineato Vincenzo Falabella, presidente di FISH Ets. Eppure, oggi, l’accesso alla psicoterapia è ancora un privilegio per pochi, non un diritto garantito per tutti. Il Manifesto condiviso con Serenis mette in luce una realtà allarmante: il 25% delle persone con disabilità rinuncia alla psicoterapia a causa di barriere fisiche, economiche e culturali. Il supporto psicologico deve, invece, diventare parte integrante del Progetto di Vita, come strumento concreto di autodeterminazione e piena partecipazione sociale. Senza un sostegno adeguato, infatti, il diritto all’autonomia resta incompleto. Garantire un accesso equo e universale alla psicoterapia significa rafforzare non solo le persone, ma l’intera comunità. Vuol dire investire nella coesione sociale, prevenire situazioni di maggiore fragilità, sostenere il benessere di milioni di cittadini”. E Daniele Francescon, co-founder di Serenis ha aggiunto: “Per una persona con disabilità il nodo non è solo trovare uno psicoterapeuta: è trovare il professionista giusto, con competenze specifiche e strumenti di comunicazione adeguati. II digitale può abbattere barriere territoriali e logistiche, ma solo se è progettato in modo accessibile e se facilita l’incontro con terapeuti specializzati. Con FISH, attraverso questo Manifesto, vogliamo mettere a sistema soluzioni concrete, perché la psicoterapia diventi una possibilità reale per persone con disabilità e caregiver.” Qui il Manifesto: https://www.serenis.it/manifesto-fish#1. Giovanni Caprio
March 7, 2026
Pressenza
L’offensiva di Washington contro le brigate mediche cubane
Negli ultimi giorni, circa 170 medici cubani hanno lasciato l’Honduras, dopo che l’attuale governo del conservatore Nasry Asfura ha deciso di non rinnovare l’accordo interistituzionale, firmato durante l’amministrazione dell’ex presidente Xiomara Castro e scaduto lo scorso 25 febbraio. Una scelta che non sorprende e che lo stesso Asfura ha catalogato come “una decisione di politica estera”, visti i legami di estrema sudditanza della nuova amministrazione honduregna nei confronti degli Stati Uniti e l’offensiva lanciata da Donald Trump contro Cuba. È proprio di questi giorni la disposizione del presidente ecuadoriano Daniel Noboa di rompere i rapporti diplomatici con la maggiore delle Grandi Antille ed espellerne il personale accreditato. Per promuovere “libertà, sicurezza e prosperità nella regione”, Noboa, Asfura e altri 10 presidenti latinoamericani allineati fedelmente agli interessi di Washington si riuniranno con Trump il prossimo 7 marzo. Limitare la presenza e l’influenza politica ed economica di Cina e Russia in America Latina, raccattare sostegno diplomatico (e logistico) all’ultima avventura trumpiana in Medioriente e rafforzare la “Dottrina Donroe” nel continente in vista delle elezioni in Colombia e Brasile, sembrano essere i veri obiettivi dell’incontro. In questo contesto, l’attacco sistematico dei governi vassalli a Cuba assume una rilevanza particolare. Sgretolare la credibilità del lavoro svolto dalle brigate mediche in giro per il mondo diventa un tassello strategico per l’amministrazione Trump. Proprio per questo, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno annunciato un ampliamento delle restrizioni sui visti a quelle persone che si beneficiano del presunto “sfruttamento del lavoro” dei medici cubani all’estero. Cuba è stata inoltre inserita in una lista nera di nazioni che non compiono gli standard minimi di lotta contro la tratta delle persone. Nel mirino ci sono lavoratori e funzionari del governo cubano e di quelle nazioni coinvolte in programmi legati alle missioni mediche. Misure in perfetta continuità con le politiche adottate da Trump durante il suo primo mandato. Sono quasi 150 le disposizioni che hanno inasprito la famigerata Legge Helms-Burton. L’attacco alle brigate mediche non è altro che l’ennesimo tentativo di delegittimare il prestigio internazionale di cui gode uno dei bastioni della politica solidale della rivoluzione cubana. Si dà inoltre un’ulteriore spallata agli ingressi di divisa nell’isola. Quattro sono i pilastri del servizio medico cubano verso l’estero: brigate mediche di risposta immediata (durante l’epidemia di Covid, la brigata Henry Reeve ha soccorso circa 1,26 milioni di persone in 40 nazioni), creazione di strutture sanitarie pubbliche all’estero, formazione medica per stranieri e cura di pazienti stranieri a Cuba. Dal 1963, data d’inizio del lavoro delle brigate mediche, la patria di Martí ha mandato più di 400 mila tra medici e infermieri in 180 Paesi. Cuba investe ogni anno il 6,6% del Pil in concetto di assistenza ufficiale per lo sviluppo, la proporzione più alta al mondo. Se la compariamo con lo 0,39% della media europea e lo 0,17% degli Stati Uniti, abbiamo un’idea dell’enorme apporto realizzato nonostante l’asfissia del bloqueo statunitense. Prima della decisione di vari stati latinoamericani di fare a meno del sostegno medico cubano, le brigate operavano in circa 60 Paesi, più del 40% dei quali non pagava nulla per il sostegno ricevuto. “La decisione del nuovo governo honduregno è in sintonia con la politica anti cubana di Washington e con l’ondata neoconservatrice nella regione. Questo mette in evidenza la mancanza d’indipendenza in politica estera del nuovo governo e pregiudica principalmente la popolazione più povera”, dice a Pagine Esteri, Dyron Roque Lazo, membro della Segreteria operativa di ALBA Movimientos. Per il cattedratico ed educatore popolare, il provvedimento non tiene nemmeno in conto l’integralità dell’intervento realizzato, che non consiste solo nell’assistenza medica diretta alla popolazione, ma anche nell’offerta di borse di studio a studenti honduregni. “Purtroppo non è la prima, né sarà l’ultima volta che un governo asservito darà le spalle alla propria gente per garantire gli interessi statunitensi. Per questo noi condanniamo con forza tale decisione”. Dall’aeroporto “Ramón Villeda Morales”, nel nord dell’Honduras, l’ambasciatore cubano Juan Loforte ha ricordato l’importante lavoro svolto dai membri della brigata medica, che durante i due anni di permanenza si sono distribuiti tra ospedali, cliniche e centri di salute in 17 dei 19 dipartimenti del Paese, realizzando circa mezzo milione di visite e almeno diecimila interventi chirurgici. In particolar modo, il diplomatico ha voluto sottolineare quanto fatto con il programma Operación Milagro. “Sono state create cinque cliniche oftalmologiche, realizzando più di 40 mila visite specialistiche e almeno 7 mila operazioni”. Migliaia di persone con scarse capacità economiche, che devono fare i conti con una sanità estremamente deficitaria e che non hanno accesso a cliniche private in cui i costi di queste operazioni variano tra i 4500 e i 5700 dollari. Per Amable Hernández, ex direttore dell’Istituto nazionale di previdenza sociale per i dipendenti pubblici, ente statale che insieme al ministero della Sanità, a quello di Progettazione strategica e all’Istituto di previdenza sociale del settore scolastico hanno firmato la convenzione biennale con Cuba, la decisione di non rinnovare l’accordo è totalmente assurda. “Ogni centro oftalmologico ha la capacità di visitare dagli 80 ai 120 pazienti e di realizzare dalle 10 alle 15 operazioni al giorno, tutto completamente gratis. Quello che il governo dovrebbe fare è rinnovare l’accordo e mandare giovani medici honduregni a Cuba per specializzarsi in oftalmologia e creare risorse per il futuro. Qui non importa il colore politico o l’ideologia, ma il bene della gente. Chiudere queste cliniche è inumano, miope e attenta contro la salute visuale della popolazione”, assicura Hernández a Pagine Esteri. Particolarmente aggressiva la campagna di disinformazione lanciata da settori legati al partito di governo, con il sostegno dei principali mezzi di comunicazione in mano alle grandi famiglie e ai gruppi di potere oligarchico, che sono arrivati addirittura a ipotizzare che i medici fossero “spie del regime cubano” o comunque persone strapagate che nulla avevano a che fare con la professione medica. “Sono state inventate molte cose e ci dispiace. Quello che però è veramente importante è l’apprezzamento della gente per il lavoro svolto. Abbiamo sentito l’affetto, il sostegno e la solidarietà della gente e siamo orgogliosi di avere portato a termine la missione”, ha sottolineato l’ambasciatore Loforte. Oltre all’Honduras, anche Guatemala, Paraguay, Bahamas, Guyana, Antigua y Barbuda, San Vicente y las Granadinas hanno iniziato il ritiro delle missioni mediche. In particolare, il governo “progressista” di Bernardo Arévalo in Guatemala ha annunciato la fine dell’accordo di cooperazione che data quasi 30 anni. Il progressivo ritiro dei 412 operatori sanitari cubani, di cui 333 medici, che lavoravano in 16 dei 22 dipartimenti, specialmente nelle zone rurali con un alto grado di inaccessibilità, dà l’idea del grado di subordinazione al governo statunitense. “La relazione tra Cuba e Honduras è di vecchissima data. Qui si sono esiliati molti indipendentisti cubani e la presenza delle brigate mediche solidali risale agli uragani Fifi (1974) e Mitch (1998). Hanno salvato vite, hanno raggiunto le zone più isolate. Hanno svolto un lavoro impressionante. Non possiamo accettare che l’ingerenza straniera stronchi un’esperienza così importante per la nostra gente”, manifesta a Pagine Esteri, Erasto Reyes, presidente dell’Associazione di amicizia Honduras Cuba. Negli ultimi 25 anni, i medici cubani hanno realizzato 30 milioni di visite, decine di migliaia di operazioni chirurgiche, di cui 80 mila interventi oftalmologici, e quasi 1700 giovani si sono laureati in medicina a Cuba. “Condanniamo la decisione del signor Asfura che colpisce gli strati più poveri della popolazione. Condanniamo l’atteggiamento di totale sottomissione agli interessi di Washington. Rifiutiamo gli attacchi indiscriminati a Cuba, al diritto all’autodeterminazione dei popoli, all’uso di meccanismi di pressione per sottomettere chi non si adegua”, conclude Reyes. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
March 6, 2026
Pressenza
In Lombardia si continua a lottare per difendere la sanità pubblica
In questi giorni, in 60 diverse strutture ospedaliere della Lombardia viene consegnata e protocollata la stessa lettera che chiede ai Direttori Generali del Servizio Sanitario Pubblico Lombardo di rigettare un nuovo provvedimento della Giunta Regionale Lombarda che punta ad affossare ancor più il Sistema Sanitario Nazionale in favore dei privati. I passaggi sono complicati e per capire meglio quali sono i nuovi marchingegni che faranno sì che il servizio pubblico scada ancor di più e le liste d’attesa crescano, vi invitiamo a leggerla. In particolare giovedì 5 marzo abbiamo seguito il gruppo di attivisti e attiviste che hanno a lungo volantinato davanti all’ospedale San Paolo e sono quindi entrati a consegnare la lettera. Battaglieri, generosi, giovani dentro, martellanti nel ricordare cosa siano i diritti, quale sia la storia di un servizio sanitario che era stata una conquista negli anni ’70 e che ora viene colpito a ripetizione. Sono gli uomini e le donne che sostengono gli sportelli salute che aiutano a far valere i propri diritti, accompagnando le persone a ottenere ciò che è stato loro prescritto, con i tempi indicati dal medico. In due parole: ciò che dovrebbe essere normale va reclamato; lasciar andare tutto significa abbracciare il privato (per chi può) o smettere di curarsi (per chi non può). Da tempo nelle piazze di Barcellona si grida: “Retallar en sanitat és assasinar.” In catalano suona bene, difficile ritrovare un ritmo in italiano: “Tagliare in sanità vuol dire assassinare”. Una semplice verità. Consultate www.sportellisalute.lo.it  Non è un semplice sito: è uno strumento di resistenza e di lotta, a cui unirsi e dare una mano. L’11 aprile, comunque, si andrà in piazza, numerosi, nel capoluogo lombardo. Foto di Andrea De Lotto Andrea De Lotto
March 6, 2026
Pressenza
Quando la magistratura condanna la malasanità
Riconosciuto il demansionamento ad un infermiere SI COBAS dell’ospedale di Chivasso: importante vittoria nella sentenza di primo grado Grave demansionamento in AslTo4 ospedale di Chivasso: recita così la sentenza n. 122/2026 del tribunale di Ivrea, pubblicata il 25/02/2026, che condanna in primo grado l’ASL al risarcimento del danno. Migliaia di turni senza personale OSS nel reparto psichiatrico, nel periodo citato nel ricorso. L’infermiere, che fa parte del S.I. Cobas di Torino, per anni ha dovuto svolgere mansioni inferiori, subendo una dequalificazione continua e protratta nel tempo. Il giudizio riconosce chiaramente che “diveniva usuale per i pazienti ed i loro parenti rivolgersi al ricorrente per tali incombenze [quelle adibite al personale di supporto], a discapito di ogni distinzione tra la figura dell’infermiere e la figura dell’OSS, con evidente compromissione della professionalità e dignità del ricorrente medesimo”. La vertenza sul demansionamento è stata portata avanti tuttavia non solo per denunciare la dequalificazione professionale dell’infermiere, ma per portare alla luce e contrastare una situazione frequente di sovraccarico di lavoro che riguarda strutturalmente numerose situazioni ospedaliere e della sanità. I lavoratori sono spesso costretti infatti a barcamenarsi tra infiniti compiti – anche al di fuori della loro competenza – per garantire i servizi minimi ai pazienti, aumentando il rischio di burnout, stress ed errori. Siamo in contatto infatti con altri infermieri che lamentano da tempo, di doversi occupare di mansioni alberghiere. Una situazione frutto di cattiva organizzazione del lavoro e di sistematiche carenze di organico, che sono uno dei malanni di una sanità definanziata e privatizzata. Una vittoria importante pertanto (con pochi precedenti e nessuno nell’ospedale di Chivasso) nella battaglia, che sarà dura e lunga, per il riconoscimento di ritmi umani e della dignità professionale e come lavoratori del personale sanitario. S.I COBAS F.P Redazione Italia
March 6, 2026
Pressenza
25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo
L’obesità è una malattia cronica complessa, caratterizzata da un deposito eccessivo di grasso che può compromettere la salute e danneggiare la qualità della vita. È riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e va ben oltre ai numeri segnati dalla bilancia. Dietro l’obesità ci sono fattori genetici, ambientali, sociali e psicologici e non a caso è una condizione che può essere accertata unicamente da un professionista sanitario qualificato. Nel nostro Paese siamo davanti ad una vera e propria emergenza, con i numeri che parlano chiaro: 4 adulti su 10 sono in eccesso ponderale (3 in sovrappeso e 1 obeso); 1 bambino su 3 è in sovrappeso o obeso, con rischi precoci di diabete di tipo 2, ipertensione e patologie cardiovascolari. Nel 2023, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il 19% dei bambini italiani era in sovrappeso e quasi 1 su 10 obeso. Questi dati evidenziano un problema di salute pubblica che coinvolge oltre 6 milioni di persone, con forti disparità geografiche e sociali. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge n. 1483, l’Italia diventa il primo Paese europeo (e uno dei primi al mondo) a riconoscere ufficialmente l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Una svolta epocale che ridefinisce la prevenzione, la cura e i diritti dei pazienti, inserendo l’obesità nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e istituendo un programma nazionale di intervento. La legge prevede: l’inserimento dell’obesità nei LEA, con accesso gratuito alle prestazioni sanitarie attraverso il Servizio Sanitario Nazionale; un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità, finanziato con 700.000 € nel 2025, 800.000 € nel 2026, 1,2 milioni € annui dal 2027, nonché con fondi aggiuntivi pari a 400.000 € annui per la formazione universitaria e l’aggiornamento di medici, pediatri e operatori sanitari e 100.000 € l’anno per campagne di informazione pubblica; l’istituzione dell’Osservatorio nazionale sull’obesità, con compiti di monitoraggio, studio epidemiologico e indirizzo terapeutico; la Giornata nazionale del 16 maggio, dedicata alla lotta contro l’obesità e contro il body shaming, simbolicamente rappresentata dal colore fucsia. La legge punta molto sulla prevenzione, soprattutto in età pediatrica, attraverso le campagne educative nelle scuole, in collaborazione con famiglie e insegnanti, la promozione dell’attività fisica e di corretti stili di vita e la formazione mirata di medici, pediatri e operatori sanitari per migliorare diagnosi precoce e gestione multidisciplinare. L’educazione alla salute e la sensibilizzazione sociale diventano strumenti chiave per ridurre lo stigma e promuovere un approccio empatico verso le persone con obesità. La quotidianità che vive una persona affetta da obesità è complicata e difficile, caratterizzata in molti casi da una sensazione di profonda solitudine, incomprensione, senso di colpa e percezione di perdita di autocontrollo. Questo genera un circolo vizioso che può portare l’individuo a perdere il contatto con l’esterno anche a causa dello stigma, del senso di inadeguatezza e della vergogna. Secondo i dati Ipsos Doxa, sebbene il tema globale dell’auto-colpevolizzazione sia molto presente anche in Italia, le persone affette da obesità sono meno convinte dell’efficacia delle soluzioni basate esclusivamente sullo stile di vita. Solo la metà (52%) è d’accordo sul fatto che “dieta ed esercizio fisico da soli possano risolvere l’obesità per la maggior parte delle persone“, una percentuale notevolmente inferiore alla media globale (63%). Tuttavia, solo un terzo (34%) riconosce che “la genetica e la biologia siano le cause primarie dell’obesità“, indicando incertezza sulla natura dell’obesità come malattia. Allo stesso tempo, più di tre quarti (77%) riconoscono anche che l’obesità è “una condizione medica che richiede una gestione continuativa“. Ciò evidenzia la stessa contraddizione osservata a livello globale: un conflitto tra comprensione razionale e convinzione interiorizzata. Una malattia cronica, ancora gestita come un fallimento personale: più di otto persone su dieci (84%) affette da obesità hanno cercato o preso in considerazione consigli sulla perdita di peso, ma solo tre su dieci (30%) hanno consultato un medico in merito al proprio peso nell’ultimo anno, sebbene gli italiani si siano mostrati molto meno propensi a provare una dieta alla moda rispetto alla media globale (20% contro 33%). Per le persone affette da obesità che non hanno recentemente consultato un medico in merito al proprio peso, l’ostacolo principale era la paura di fallire, con il 32% che cita “il timore di non riuscire a mantenere i cambiamenti raccomandati“. Tuttavia, coloro che hanno consultato un medico per la gestione del proprio peso riferiscono che le raccomandazioni erano generalmente incentrate su cambiamenti dello stile di vita, come mangiare in modo più sano (57%), fare più esercizio fisico (56%) e mangiare porzioni più piccole (34%). Ciò rafforza l’idea che l’obesità sia principalmente una questione di disciplina personale, piuttosto che una malattia che richiede una gestione medica a lungo termine: https://www.ipsos.com/it-it/giornata-mondiale-obesita-2026-due-terzi-persone-obese-italia-colpa-condizione. L’obesità non di rado è accompagnata da stereotipi e evitare di inciampare nelle battute e generalizzazioni non è sempre facile, ma necessario. Per questo, quando si parla di obesità, è importante scegliere con cura quali parole usare, rispettando chi vive questa condizione ogni giorno. Ieri, 4 marzo, in occasione del World Obesity Day, promosso dalla World Obesity Federation, Parole O Stili (https://www.paroleostili.it/) e Lilly (https://www.lilly.com/it/), con il patrocinio dell’Associazione Amici Obesi (https://www.amiciobesi.it/),  hanno redatto un glossario di 25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo e dare voce a un linguaggio capace di accogliere, includere e promuovere consapevolezza. Qui il glossario “Non c’è forma più corretta”, 25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo: https://cdn.sanity.io/files/m0s2vggy/production/db39c6fad40769f42d76332c07759a97b1d753a3.pdf Giovanni Caprio
March 5, 2026
Pressenza
Nursing Up: a sei anni dalla pandemia il SSN resta un “castello di sabbia”
A sei anni dall’inizio della pandemia il Servizio sanitario nazionale resta un sistema ancora fragile: terapie intensive sotto target, piano pandemico non definitivamente consolidato e una rete territoriale che procede a velocità diverse. Ma soprattutto, ovunque emergano squilibri del sistema, la vera criticità resta la carenza di personale sanitario, a partire dagli infermieri. I dati ufficiali sull’attuazione della Missione 6 – Salute del PNRR, rilevati dalla Ragioneria Generale dello Stato, analizzati nelle relazioni della Corte dei Conti, supportati dall’attività tecnica di AGENAS e oggetto di monitoraggio indipendente da parte dell’Osservatorio PNRR Salute della Fondazione GIMBE, indicano che la messa in sicurezza del Servizio sanitario nazionale non può dirsi definitivamente completata. Il piano di rafforzamento dell’area critica prevedeva un target complessivo di 5.922 nuovi posti tra terapia intensiva e sub-intensiva. Ad oggi risultano attivati 4.227 posti, di cui 1.839 in terapia intensiva e 2.388 in sub-intensiva, a fronte di obiettivi minimi fissati in 2.692 posti di intensiva e 3.230 di sub-intensiva. Restano dunque centinaia di posti ancora da rendere pienamente operativi, con un ritardo stimato di almeno cinque mesi rispetto alle scadenze programmate e con disomogeneità territoriali significative. «L’incremento rispetto al periodo pre-pandemico c’è stato, ma la stabilizzazione strutturale dell’area critica non è affatto conclusa», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up. Secondo il sindacato il vero nodo resta la dotazione di personale: una terapia intensiva non è solo un posto letto, ma un’équipe multiprofessionale operativa h24. «Ogni posto richiede personale formato, turnazioni complete e competenze avanzate. Senza questo elemento l’infrastruttura resta capacità teorica», prosegue De Palma. Il problema è confermato anche dalla letteratura scientifica internazionale: uno studio pubblicato su The Lancet mostra che ogni paziente aggiuntivo assegnato a un infermiere aumenta del 7% il rischio di mortalità ospedaliera a 30 giorni, mentre altre analisi indicano riduzioni della mortalità tra il 10% e il 20% negli ospedali con maggiore dotazione infermieristica. «Abbiamo fin qui potenziato strutture e programmato riforme, ma se non rafforziamo stabilmente il personale la resilienza del sistema resta teorica», conclude De Palma. «Senza infermieri e senza professionisti sanitari non si salvano vite». Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
MSF: in Sud Sudan violenti scontri ad Abiemnhom
Domenica 1° marzo all’ospedale di Abyei sono state ricoverate 80 persone colpite da armi da fuoco, tra cui donne e bambini. Alcuni feriti sono deceduti, tra cui una donna incinta. Erano arrivati al centro supportato da Medici Senza Frontiere (MSF) dopo violenti scontri su larga scala avvenuti nella città di Abiemnhom, situata a nord-ovest dell’area amministrativa di Ruweng, in Sud Sudan. Le équipe di MSF, che assistitono gli abitanti di quest’area che da anni è teatro di violenze tra le comunità, segnalano che il numero delle vittime di questo incidente è particolarmente allarmante. “È stato difficile gestire il gran numero di feriti, ma molti membri dello staff di MSF e del ministero della salute sono venuti a fornire assistenza da altre strutture sanitarie – ha dichiarato Abraham Deng Lual Wek, responsabile del team infermieristico di MSF ad Abyei – Per l’équipe chirurgica è stata una sfida gestire, con solo 2 sale operatorie, tutti i casi di emergenza. La nostra area di triage, il pronto soccorso e i reparti erano gremiti di pazienti e così abbiamo ampliato la capacità di accoglienza utilizzando tende e una sala riunioni, che si sono riempite rapidamente”. Il team di MSF nella vicina contea di Twic ha anche donato forniture all’ospedale Madre Teresa di Turalei. Questa ondata di scontri intercomunitari riflette la fragilità della situazione in alcune zone del Sud Sudan, dove i cicli di violenza continuano ad avere un impatto significativo sulle comunità e a sovraccaricare un sistema sanitario già indebolito. Redazione Italia
March 3, 2026
Pressenza
Crisi geopolitica internazionale e carenza strutturale di medici in Italia
L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, con attacchi su obiettivi strategici e la risposta di Teheran su basi e assetti nell’area, sta determinando una nuova fase di instabilità in Medio Oriente. Le tensioni si estendono dal Golfo al Levante e incidono direttamente sulla sicurezza delle comunità straniere, tra cui migliaia di professionisti sanitari italiani. Secondo le rilevazioni aggiornate delle organizzazioni professionali della rete AMSI-UMEM, nell’area compresa tra Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Oman, Giordania, Libano, Iraq e Iran operano oltre 16.000 professionisti della sanità tra medici specialisti, ortopedici, fisiatri, neurochirurghi, dermatologi, chirurghi plastici, neurologi, pneumologi, farmacisti, fisioterapisti, logopedisti, podologi, osteopati e altre figure dell’area riabilitativa e territoriale. Di questi, il 35% — pari a circa 5.600 professionisti — manifesta la volontà di rientrare in Italia in tempi brevi per ragioni di sicurezza personale e familiare. Parallelamente, tra i professionisti sanitari iraniani — molti dei quali laureati o specializzati in Italia, con piena conoscenza della lingua e in diversi casi già iscritti agli albi professionali — oltre il 30% dichiara la disponibilità a trasferirsi stabilmente nel nostro Paese. Le principali aree di specializzazione riguardano ginecologia, dermatologia, chirurgia generale, fisiatria, ortopedia, pneumologia, farmacia, fisioterapia e odontoiatria, con una presenza significativa di dentisti. QUANDO LA GEOPOLITICA INCROCIA LA CARENZA DI MEDICI Il dato assume un peso ancora maggiore se inserito nel contesto italiano, dove la carenza strutturale è stimata in oltre 30.000 medici e più di 65.000 infermieri, con criticità nei pronto soccorso, nella medicina territoriale e nelle aree interne. Un medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Tor Vergata, il professor Foad Aodi osserva: “Il 35% dei nostri colleghi che opera nell’area mediorientale e desidera rientrare rappresenta un segnale chiaro. Parliamo di circa 5.600 professionisti altamente qualificati, molti inseriti in strutture ospedaliere di eccellenza. La loro tutela deve essere una priorità diplomatica e sanitaria. Accogliamoli e reinseriamoli rapidamente nel Servizio Sanitario Nazionale. In parallelo registriamo la disponibilità di oltre il 30% dei professionisti iraniani formati in Italia, già integrati nei nostri percorsi accademici e professionali. In una fase di forte pressione sul SSN, questa situazione impone una risposta organizzata. Non possiamo permetterci di perdere competenze né di lasciare senza prospettiva chi desidera contribuire al sistema sanitario italiano”. “Rivolgiamo un appello diretto al Governo e al Ministro della Salute – conclude Aodi – Serve una cabina di regia tra Ministero della Salute e Ministero degli Esteri. La sanità non può essere vittima delle tensioni geopolitiche. Può e deve diventare un ponte di stabilità e cooperazione in una fase segnata da conflitti e incertezze”. UN PIANO STRAORDINARIO PER NON DISPERDERE COMPETENZE La rete composta da AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), Co-mai (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AISCNEWS (rete internazionale agenzia di informazione senza confini) e Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE chiede l’attivazione immediata di un piano straordinario di monitoraggio, tutela e reinserimento professionale, con procedure snelle per il rientro sicuro dei sanitari italiani e per l’inserimento regolato dei professionisti già formati nel nostro Paese. www.unitiperunire.org – www.amsimed.org – www.aiscnews.it – www.ciscnetwork.org Redazione Italia
March 3, 2026
Pressenza
Come affrontare le malattie rare: approccio multidisciplinare e comunità solidale
Si definiscono rare per la bassa diffusione nella popolazione, ma poiché sono un gruppo consistente ed eterogeneo di oltre ottomila condizioni, colpiscono 300 milioni di persone nel mondo. In Italia si stima che due milioni ne siano affette, soprattutto bambini, e oltre 300mila risultano censite nell’apposito Registro nazionale, un database che raccoglie le segnalazioni delle patologie incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza. “Nel nostro Paese la prevalenza è inferiore a uno su duemila, ma quando si parla di malattie rare occorre non soffermarsi solo alla definizione epidemiologica. Le malattie rare sono di per sé situazioni complesse, disabilitanti, congenite, che durano tutta la vita a partire dall’infanzia, quindi hanno un forte impatto sulla sanità pubblica”, dice a Interris.it il professor Giuseppe Zampino, pediatra e responsabile del Programma Malattie Rare della Direzione Scientifica del Policlinico Gemelli, in occasione della Giornata mondiale delle malattie rare. LE COMPLESSITÀ Le malattie rare sono, in genere, condizioni complesse sotto diversi profili. Le diagnosi richiedono tempi lunghi e indagini a volte costose e, nonostante l’impegno, diversi pazienti non ne avranno una. Inoltre, necessitano di una integrazione di saperi ed un approccio multispecialistico coordinato. Sono complesse anche perché spesso non vi sono trattamenti definiti e la storia naturale a volte è poco conosciuta, creando un senso di incertezza nel paziente, nella famiglia e negli operatori sanitari. E lo sono per la fragilità delle persone che possono trovarsi isolate ad affrontarla senza una comunità solidale. “Trovare una comunità ed un sistema sanitario che si adatti ai più fragili e che possa garantire la cura anche a un’unica persona è un atto di grandissima civiltà e rappresenta una protezione anche per tutti noi nel momento in cui sperimenteremo la nostra fragilità”, osserva Zampino. APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE Il trattamento di queste patologie richiede il contributo di diversi specialisti e un approccio sanitario multidisciplinare, per evitare la frammentazione delle cure. “E’ necessaria l’integrazione tra centri specialistici e territorio al fine di non avere soluzioni di continuità nei diversi setting di cura, come pure un processo di transizione efficace che garantisca la ‘cura’ in tutte le fasi della vita”, afferma il professore. La continua conoscenza dei processi biologici che determinano la malattia a partire da modificazioni geniche ha portato a molti progressi nel campo delle terapie innovative, come l’utilizzo di terapie geniche, di RNA, di oligonucleotidi, di proteine, di piccole molecole o mediante il riposizionamento di farmaci, spiega Zampino. “Una risorsa è il riutilizzo di quei numerosissimi farmaci in disuso o che non si sono dimostrati efficaci per una specifica patologia – chiarisce – che invece possono essere promettenti per la cura di condizioni rare, a costi inferiori e in tempi più rapidi”. GARANTIRE CURA IN TUTTE LE FASI DELLA VITA Un altro problema è la difficoltà di effettuare, per pazienti con disabilità, una adeguata transizione dall’età pediatrica all’età adulta. “Il Gemelli lavora per garantire ‘cura’ in tutte le fasi della vita e per i pazienti con disabilità intellettiva sono stati individuati nei geriatri le figure mediche che meglio di tutte possono garantire la loro presa in carico. Ci sono però dei casi in cui il paziente, adulto dal punto di vista anagrafico ma che non ha avuto una maturazione fisica ed è dipendente dai genitori, rimane ‘bambino’, ed è opportuno che sia il pediatra a prendersene cura”. UNA RISORSA: LA TELEMEDICINA In un Paese segnato dalla mobilità sanitaria, in cui le persone per curarsi si spostano dalle proprie Regioni, viene da chiedere se le disomogeneità territoriali incidono anche su chi ha una malattia rara, contando che sette tra Regioni e Province autonome non hanno alcun centro di riferimento partecipante all’European Reference Network (Ern) e oltre il 60% degli ospedali che partecipano ad almeno un Ern è in nord Italia. Secondo Zampino, una risorsa è la telemedicina. “Consente di avere accesso a una valutazione e a una cura anche ai pazienti che si trovano nelle aree più difficili, inoltre permette agli specialisti di confrontarsi in ambito diagnostico e di trattamento”. ACCETTARE IL DIVERSO La diagnosi di malattia rara si ripercuote anche sulla famiglia, accrescendone la vulnerabilità. “Quando si parla di condizione genetica, il genitore può sentirsi in colpa per aver generato un figlio con difetto congenito, e già dalla nascita c’è una richiesta di aiuto nel comprendere non solo da cosa sia affetto, ma anche il fine ed il senso di quella esistenza. Questo spinge ad una riflessione multidimensionale. Il compito del medico è quello di dare valore a quella esistenza. Quello che si considera difetto solo perché è fuori delle curve di normalità, in realtà è stata la risorsa che ha permesso alla natura di evolvere e di portarci ad essere uomini. In questo contesto, bisogna osare e cercare nuove strategie di trattamento per fare in modo che tutto ritorni nel contesto di ‘normalità’, ma parimenti dobbiamo lavorare affinché il diverso sia accettato e sia considerato di valore”, considera Zampino. COMUNITÀ SOLIDALE, COMUNITÀ SANA Il medico deve “rompere” la parete dell’ambulatorio per guardare dove il bambino vive e creare l’humus di una comunità solidale. “Essere una comunità solidale con alto capitale sociale significa essere una comunità sana capace di sostenere e contenere la solitudine e la sofferenza di chi ha una condizione rara”, conclude il professore. Redazione Italia
February 28, 2026
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