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AICS: un bando per molti progetti di intervento umanitario multisettoriale in Afghanistan
L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo attraverso la sede di Islamabad ha pubblicato un bando per la selezione di progetti di aiuto umanitario multisettoriale in risposta alla crisi umanitaria protratta in Afghanistan (Iniziativa AID 013365/01/0), per un importo complessivo pari a 7 milioni di euro. Il bando si inserisce nel quadro dell’impegno italiano a sostegno della popolazione afghana, in linea con l’Afghanistan Humanitarian Needs and Response Plan 2026, che stima in oltre 21 milioni le persone bisognose di assistenza umanitaria. L’obiettivo generale dell’iniziativa è garantire l’accesso a servizi salvavita e rafforzare la resilienza delle popolazioni colpite, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, tra cui sfollati interni, returnees, donne, minori e persone con disabilità. I progetti dovranno contribuire al raggiungimento di tale obiettivo attraverso interventi integrati nei seguenti settori prioritari: * Acqua, Igiene e Sanità ambientale (WASH) * Agricoltura e sicurezza alimentare * Salute * Riduzione del rischio di catastrofi (DRR) * Parità di genere * Tutela e inclusione dei minori Le proposte dovranno essere coerenti con i principi umanitari, il principio del Do No Harm, i meccanismi di Accountability to Affected Populations (AAP) e le politiche di prevenzione di sfruttamento, abuso e molestie sessuali (PSEA). La durata massima dei progetti è fissata in 18 mesi. Il finanziamento richiesto all’AICS non può essere superiore a * 1˙200˙000 euro per i progetti presentati da un solo soggetto non profit * 1˙500˙000 euro per i progetti congiunti presentati da due o più soggetti non profit in ATS. Possono presentare proposte progettuali * le Organizzazioni non profit iscritte all’elenco AICS ai sensi dell’art. 26, comma 3, della Legge 125/2014, con comprovata esperienza in interventi umanitari e capacità operativa in Afghanistan o nella regione; * le Organizzazioni non profit non iscritte all’elenco AICS, prive di sede operativa in Italia, purché titolari di un accordo di collaborazione preesistente con un soggetto iscritto all’elenco AICS; * le Associazioni Temporanee di Scopo (ATS), a condizione che tutti i partner soddisfino i requisiti previsti dal bando. Le proposte di progetto dovranno essere presentate alla Sede estera AICS competente entro il 8 febbraio 2026. scarica il bando modulistica e linee guida Redazione Italia
Un welfare sempre più privato
In Italia, al 1° gennaio 2024, risultano attivi 12.987 presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, che dispongono complessivamente di 425.780 posti letto (7,2 ogni 1.000 residenti). Vi operano 15.772 “unità di servizio” e gli ospiti totali risultano 385.871, un numero superiore del 6% rispetto a quello del 1° gennaio 2023. Il 75% degli ospiti è ultra-sessantacinquenne, il 19% ha un’età tra i 18 e i 64 anni e il restante 6% è composto da minori. Sono alcuni dei dati di un recente Report dell’ISTAT. Su circa 16mila unità di servizio attive, 9.407 erogano assistenza socio-sanitaria: si tratta di quasi 334mila posti letto, pari al 78% del totale. Le restanti 6.365 unità offrono servizi di tipo socio-assistenziale, con 91.960 posti letto (il 22% dei posti letto complessivi). Le unità di servizio socio-sanitarie accolgono soprattutto anziani non autosufficienti, cui è destinato il 77% dei posti letto disponibili; un ulteriore 15% è destinato agli anziani autosufficienti e alle persone con disabilità (in entrambi i casi poco più del 7% dei posti); il restante 8% è per gli adulti con patologie psichiatriche (5%), per le persone con dipendenze patologiche (2%) e per minori (1%). Le unità di tipo socio-assistenziale sono orientate principalmente all’accoglienza e alla tutela di persone con varie forme di disagio: il 41% dei posti letto è dedicato all’accoglienza abitativa e un ulteriore 41% alla funzione socio-educativa, che riguarda soprattutto i minori di 18 anni. Le unità che svolgono prevalentemente una funzione tutelare – volta a sostenere l’autonomia di anziani, adulti con disagio sociale e minori all’interno di contesti protetti – coprono il 12% dei posti letto e il restante 6% è dedicato all’accoglienza in emergenza. Per quanto riguarda i minori, più di uno su tre viene accolto per problemi legati al nucleo familiare di origine. > “Sono molteplici, si legge nel Report, le motivazioni che possono condurre un > minore all’interno di una struttura residenziale. Il 36%, quasi 8mila, è > accolto per problemi economici, incapacità educativa o problemi psico-fisici > dei genitori; un ulteriore 22% (quasi 5mila unità) è accolto insieme a un > genitore, il 21% è rappresentato da stranieri privi di assistenza o > rappresentanza da parte di un adulto. Visto che la permanenza degli ospiti > minori dovrebbe essere il più breve possibile, preferendo una sistemazione in > famiglia piuttosto che in struttura, oltre i tre quarti degli ospiti restano > in struttura meno di due anni: il 46,5% vi resta meno di un anno, il 30,9% da > uno a due anni; inoltre, il 14,4% da due a quattro anni e solo il 7,7% resta > nella struttura più di quattro anni, il residuale 0,5% non ha indicato la > durata della permanenza”. L’offerta residenziale sul territorio si differenzia però fortemente rispetto alle categorie di utenti assistiti: nelle regioni del Nord prevalgono i servizi rivolti agli anziani non autosufficienti (72,0% nel Nord-Ovest e 75,0% nel Nord-Est), circa il doppio rispetto al Mezzogiorno. Al Sud, invece, si trova una percentuale più alta, rispetto alle altre ripartizioni, di posti letto dedicati agli anziani autosufficienti, alle persone con disabilità e agli immigrati. Le strutture residenziali sono gestite prevalentemente da enti non profit, nel 45% dei casi, da enti privati nel 25%, da enti pubblici nel 18% e da enti religiosi nel 12%. Nella grande maggioranza dei casi (89%) i titolari gestiscono direttamente il presidio, nel 9% affidano la gestione ad altri enti, nei restanti casi (2%) la gestione è mista. La gestione dei presidi residenziali è affidata prevalentemente a organismi di natura privata (76% dei casi), di cui oltre la metà (51%) appartiene al settore non profit; il 13% delle strutture è gestita dal settore pubblico e l’11% da enti di natura religiosa. Le modalità di gestione si diversificano sul territorio, soprattutto nelle strutture pubbliche: al Nord, 7 strutture su 10 sono gestite – direttamente o indirettamente – da enti pubblici, mentre nel 24% dei casi la gestione è affidata a enti non profit; al Centro e nel Mezzogiorno la quota di strutture pubbliche gestite da enti non profit aumenta considerevolmente, rispettivamente al 37 e al 34%. Per quanto riguarda le strutture a titolarità privata (for profit, non profit o religiosa) non si riscontrano differenze territoriali e la gestione è prevalentemente diretta o affidata a enti con la stessa natura giuridica del titolare. Più del 13% del personale retribuito è composto da cittadini stranieri. Al 1° gennaio 2024 nei presidi residenziali operano complessivamente 394.668 unità di personale, di cui 35.952 volontari e 3.687 operatori di servizio civile. Il personale retribuito, pari a circa 355mila unità, nel 13,5% dei casi è costituito da cittadini stranieri, che in due casi su tre hanno cittadinanza extraeuropea. Nel Nord la quota del personale straniero è più elevata, raggiungendo il 18% nel Nord-Ovest e il 16% nel Nord-Est, mentre nel Mezzogiorno si sfiora appena il 2%. In Emilia-Romagna si riscontra la più elevata presenza di personale straniero (quasi il 27,5%). Le principali figure professionali che caratterizzano il personale retribuito sono in ambito sanitario: più di 203mila addetti sono operatori socio-sanitari (36% del personale retribuito), infermieri (11%) o addetti all’assistenza alla persona (10%); nell’ambito socio-sanitario lavorano anche la maggior parte degli operatori del servizio civile e dei volontari, rispettivamente il 79% e il 73%, con quote che superano il 90% nel Nord-Est del Paese. Qui il Report: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/01/Report-Presidi-2023.pdf. Giovanni Caprio
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale  Nel nuovo scenario internazionale, segnato dal ritorno della guerra, dall’indebolimento del multilateralismo e dalla crisi del diritto internazionale, la questione saharawi continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di diritto negato. A ribadirlo è stato il convegno “Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale”, svoltosi il 16 gennaio nella Sala Pilade Biondi del Palazzo comunale di Sesto Fiorentino, città che da oltre quarant’anni mantiene un legame politico, istituzionale e umano con il popolo saharawi. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della vicesindaca facente funzione Claudia Pecchioli, che ha ricordato come Sesto Fiorentino abbia scelto di avviare proprio da qui il progetto “Coltivare Salute”, finanziato dal Ministero della Cooperazione e rivolto ai campi profughi saharawi. Una scelta non casuale, ma radicata in una storia di solidarietà che affonda le sue radici nel gemellaggio con la wilaya di Mahbes, attivo dal 1984. Pecchioli ha sottolineato il ruolo che le amministrazioni locali possono ancora svolgere nel mantenere viva l’attenzione su una causa spesso marginalizzata, riaffermando la necessità di difendere il principio di autodeterminazione dei popoli in un contesto globale in cui il diritto internazionale viene sempre più spesso sacrificato alle logiche di potere e di convenienza geopolitica. Su questa linea si è inserito l’intervento di Irene Falchini, consigliera delegata alla cooperazione internazionale, che ha inquadrato il tema della serata come una vera e propria affermazione politica: parlare oggi di Sahara Occidentale significa confrontarsi con un mutamento profondo degli equilibri internazionali. A partire dal 2020, con gli accordi di Abramo, la causa saharawi è stata progressivamente compressa dentro dinamiche di scambio diplomatico che hanno ulteriormente indebolito il percorso verso il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite. Falchini ha ricordato come, nonostante il passare di quasi cinquant’anni dalla proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, quel diritto resti ancora inattuato, mentre la “legge del più forte” sembra dettare le regole delle relazioni internazionali. Richiamando le parole pronunciate nel 1984 dall’allora sindaco Ennio Marini, Falchini ha ribadito il valore di una cooperazione intesa come scambio, costruzione di cultura di pace e responsabilità condivisa tra comunità. Il tema della cooperazione come pratica politica e non solo tecnica è stato approfondito da Stefano Fusi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’ASL Toscana Centro. Fusi ha messo in guardia da una visione riduttiva della cooperazione, intesa come semplice realizzazione di progetti, sottolineando invece la necessità di relazioni paritarie, reciprocità e comprensione delle cause strutturali delle disuguaglianze. In questo quadro si inseriscono le esperienze di cooperazione sanitaria nei campi profughi, dai progetti sulla sicurezza alimentare e sul benessere animale fino alle più recenti iniziative di contrasto al diabete, una patologia particolarmente diffusa in un contesto segnato dalla dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali. I risultati ottenuti, soprattutto nel miglioramento delle condizioni di salute di centinaia di persone, dimostrano l’efficacia di interventi che valorizzano il personale sanitario locale e rafforzano le istituzioni saharawi. Ma Fusi ha anche sottolineato come questi progetti non possano prescindere da una presa di posizione politica chiara da parte delle istituzioni europee, chiamate a non essere complici di una situazione di occupazione e negazione dei diritti. Lo sguardo storico è stato offerto da Valeria Galimi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, che ha definito il Sahara Occidentale come uno dei casi più evidenti di decolonizzazione incompiuta nello spazio mediterraneo. La fine del dominio coloniale spagnolo non ha prodotto l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma ha congelato la questione dentro nuovi rapporti di forza, svuotando progressivamente di efficacia il diritto internazionale. Galimi ha evidenziato la contraddizione dell’Unione Europea, che continua a richiamarsi formalmente ai principi del diritto internazionale mentre, nella pratica, integra il Sahara Occidentale in accordi economici e strategici con il Marocco, senza affrontarne lo status giuridico. Particolare rilievo è stato dato alla svolta rappresentata dagli accordi di Abramo e al ruolo della Francia, che con il recente sostegno del presidente Macron al piano marocchino di autonomia ha contribuito ad allontanarsi ulteriormente dal lessico dell’autodeterminazione. In questo contesto, la mobilitazione dal basso e l’impegno delle amministrazioni locali emergono come uno dei pochi argini alla marginalizzazione della causa saharawi. Su questo terreno si è collocato l’intervento di Matilde Miniati, dottoranda all’Università di Bologna, che ha illustrato una ricerca dedicata alla storia dei movimenti di solidarietà internazionale con il Sahara Occidentale, in particolare in Italia e Spagna tra gli anni Ottanta e Novanta. Miniati ha evidenziato come, a fronte di una risposta politica spesso insufficiente, siano stati proprio i movimenti dal basso, le associazioni e i gemellaggi tra enti locali a costruire una rete di solidarietà efficace e duratura. Un’esperienza nata in modo frammentario, ma capace nel tempo di strutturarsi e di incidere concretamente sulla vita dei campi profughi, colmando anche un vuoto nella produzione accademica, ancora oggi sorprendentemente scarsa su questi temi.   Il cuore politico ed emotivo dell’incontro è stato l’intervento di Fatima Mafbud, rappresentante della RASD in Italia, che ha restituito il punto di vista saharawi su un diritto internazionale percepito come applicato in modo selettivo. Fatima Mafbud ha denunciato la frattura tra le sentenze delle corti internazionali, che riconoscono il diritto del popolo saharawi alla propria terra, e una politica internazionale che tende a rendere invisibile quel diritto, svuotandolo di speranza. In un mondo in cui le guerre si combattono anche cancellando la visibilità dei popoli, i saharawi continuano a rivendicare il ruolo del diritto internazionale e a partecipare ai negoziati, pur nella consapevolezza delle profonde asimmetrie di potere. Fondamentale, in questo quadro, resta il sostegno delle reti di solidarietà e delle istituzioni locali, capaci di mantenere vivo un legame umano e politico che contrasta l’isolamento. A chiudere i lavori è stato Sandro Volpe, presidente dell’Associazione Ban Slout Larbi, che ha restituito il senso profondo di un impegno costruito nel tempo attraverso scuole, associazioni, parrocchie e luoghi di socialità. Un impegno che non si limita alla solidarietà verso il popolo saharawi, ma interroga il significato stesso di umanità e responsabilità collettiva. Investire nella formazione, nella memoria e nella trasmissione di questi valori alle nuove generazioni è apparso come un modo per continuare a “muovere quel masso pesantissimo” rappresentato da cinquant’anni di ingiustizia. Il convegno di Sesto Fiorentino ha così ribadito che la questione saharawi non è una vicenda lontana o marginale, ma un banco di prova per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle democrazie europee. Un diritto negato non per mancanza di norme, ma per mancanza di volontà politica. Locandina Convegno Saharawi il diritto negato La sindaca Claudia Pecchioli e la consigliera Irene Falchini Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Irene Falchini Intervento di Stefano Fusi Intervento di Valeria Galimi Intervento di Matilde Miniati Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Sandro Volpe Intervento della sindaca Claudia Pecchioli e Intervento di Irene Falchini intervento di Matilde Miniati Intervento di Stefano Fusi Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “GUERRA O SALUTE”
La prima puntata del 2026 ospita Gavino Maciocco, direttore della rivista salute internazionale e Cecilia Strada, deputata al Parlamento Europeo.   Questa puntata è intitolata “Guerra o salute : Investire nel riarmo significa non solo costruire strumenti per ferire ed uccidere, ma togliere strumenti di cura per i cittadini e le cittadine dei paesi che fanno queste scelte”. Conduce Donatella Albini.  “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione di Radio Onda d’Urto in onda il sabato mattina su Radio Onda d’Urto, dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 17 gennaio. Ascolta o scarica
ISERNIA, MOLISE: DA VENTI GIORNI IL SINDACO DORME IN TENDA PER DIFENDERE IL DIRITTO ALLA SANITÀ PUBBLICA
A seguito di vari tagli nel settore della sanità pubblica si trovano ancora carenze all’interno degli ospedali pubblici molisani. Tra questi c’è anche l’ospedale cittadino di Isernia “Ferdinando Veneziale” che negli ultimi anni è stato ridimensionato e rischia un ulteriore ridimensionamento di alcuni suoi reparti. Il sindaco Piero Castrataro  ha deciso di mobilitarsi in prima persona dormendo in una tenda fuori dall’ospedale per rivendicare il diritto alla sanità. Con le sue parole “stiamo chiedendo il minimo indispensabile per essere salvati e stabilizzati nel momento in cui c’è un evento, come l’infarto, il trauma o l’ictus, che obbliga a raggiungere l’ospedale in breve tempo”. Domenica 18 gennaio è stata organizzata una fiaccolata nella città di Isernia, un’occasione per la cittadinanza molisana di scendere in piazza e continuare la battaglia per difendere la sanità pubblica. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto abbiamo avuto il sindaco di Isernia Piero Castrataro Ascolta o scarica.
Nella Giornata contro i prodotti monouso, le comunità rompono con la cultura dell’usa e getta
> 6 gennaio 2026 – #RefuseSingleUseDay mette in luce un’idea semplice che sembra > quasi antiquata: smettere anzitutto di trattare le cose come oggetti usa e > getta. Dai sacchetti di plastica ai bicchieri di carta, fino agli imballaggi > di origine biologica ingannevoli, gli articoli monouso continuano a mettere a > dura prova gli ecosistemi e la gestione dei rifiuti. La campagna chiede un cambiamento sistemico che ci allontani dall’economia del “prendi-produci-spreca” che ci ha portato alla tripla crisi planetaria dell’inquinamento, della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Il riutilizzo offre un approccio molto più concreto e numerose comunità stanno dimostrando che funziona. I sistemi di riutilizzo si basano su prodotti durevoli e imballaggi privi di sostanze tossiche progettati per cicli di utilizzo ripetuti. Ciò riduce i rifiuti alla fonte, diminuisce la dipendenza da costosi sistemi di smaltimento, preserva le risorse naturali e sostiene l’economia locale con posti di lavoro ecosostenibili. In tutto il mondo, iniziative locali dimostrano come il riutilizzo possa funzionare nella pratica. In Asia, il sistema di ricarica Kuha sa Tingi (prendi piccole quantità) nelle Filippine, i banchi di noleggio stoviglie in India, i servizi di stoviglie riutilizzabili a Hong Kong e il Refillables Dong Day in Vietnam dimostrano che il riutilizzo può adattarsi a molti contesti culturali ed economici. In gran parte del Sud del mondo, il riutilizzo e la ricarica non sono affatto idee radicali. Non molto tempo prima che le aziende introducessero i prodotti monouso nelle nostre case, le persone riempivano i propri contenitori nei negozi di quartiere, prendevano in prestito oggetti condivisi per le riunioni e tramandavano oggetti usati di generazione in generazione. Queste abitudini di lunga data dimostrano che il riutilizzo è pratico, modellato dalle conoscenze locali e protegge l’identità culturale. Il recente afflusso di investimenti e il sostegno politico stanno semplicemente contribuendo a diffondere modelli che hanno funzionato per generazioni. Sebbene queste pratiche non siano mai scomparse in molte parti del mondo, l’Europa sta ora dimostrando come le politiche e gli investimenti possano portare il riutilizzo su scala cittadina: le politiche municipali, le infrastrutture condivise e programmi come Elevating Reuse in Cities (ERIC) e RSVP Reuse Blueprint stanno trasformando i progetti pilota in soluzioni su scala cittadina con sistemi di deposito e restituzione e strategie di appalto pubblico che creano posti di lavoro ecosostenibili a livello locale. Rapporti come The Economics of Reuse Systems (L’economia dei sistemi di riutilizzo) e Unpacking Reuse in Asia (Il riutilizzo in Asia) illustrano i vantaggi sociali ed economici del riutilizzo. Citando iniziative imprenditoriali, i rapporti raccomandano politiche più incisive che includano tasse di Responsabilità Estesa del Produttore che contribuiscano a finanziare le infrastrutture di riutilizzo e attribuiscano chiare responsabilità ai produttori e alle autorità pubbliche. “Il riutilizzo non può essere considerato solo come un progetto pilota, ma deve diventare la nuova norma nei sistemi di produzione e consumo. Inoltre, diversi paesi del Sud-Est asiatico hanno già stabilito delle tabelle di marcia nazionali che possono costituire una solida base in linea con gli obiettivi di riduzione dei rifiuti del Trattato Globale sulla Plastica” sottolinea Rahyang Nusantara di Dietplastik Indonesia, co-convocatore dell’Asia Reuse Consortium, una rete collaborativa di organizzazioni della società civile, imprese e funzionari governativi dedicata alla promozione del riutilizzo come alternativa sostenibile agli imballaggi monouso. Il 6 gennaio ricorre il Refuse Single-Use Day, un’iniziativa globale lanciata nel 2023 per contrastare la nostra cultura dell’usa e getta. La campagna unisce imprese, governi, organizzazioni della società civile e giovani per sfidare le norme dell’usa e getta. Piuttosto che sostituire un flusso di rifiuti con un altro, invita a ridurre la dipendenza da tutti i materiali monouso, siano essi plastica, carta o alternative di origine biologica. Promuovendo sistemi di riutilizzo reali e modulabili, il movimento sostiene il passaggio da un’economia basata sul modello “prendi-produci-spreca” a un futuro fondato sul riutilizzo autentico e sullo zero rifiuti. Quest’anno segna anche un traguardo importante: il secondo anniversario dell’Asia Reuse Consortium, una forza chiave nel promuovere la collaborazione sul riutilizzo in tutta la regione. Un percorso più trasparente da seguire inizia con il finanziamento delle infrastrutture di riutilizzo, l’allineamento su standard condivisi e la diffusione di soluzioni locali che stanno già dimostrando il loro valore. Se fatto bene, il riutilizzo non solo riduce i rifiuti, ma protegge gli ecosistemi e crea posti di lavoro ecosostenibili con una reale capacità di resistenza. Un futuro più sano non è una pia illusione, è pratico, è fattibile ed è a portata di mano. Ricordate: scegliete sempre il riutilizzo (#ChooseReuse). -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI STELLA MARIS DANTE GAIA
Acciaierie d’Italia, Taranto: l’ennesima vita di operaio spezzata
Sciopero immediato di 24 ore in tutto il gruppo Stamani 12 gennaio un operaio di 46 anni è precitato durante il suo turno di lavoro, mentre stava eseguendo un controllo di routine. La dinamica è in fase di accertamento tuttavia  la morte di questo giovane operaio conferma la necessità di mettere i lavoratori in piena sicurezza, a partire dalla manutenzione degli impianti che  l’USB denuncia da tempo. Basta morti sul lavoro, sulla sicurezza servono investimenti non lacrime a posteriori ! L’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero immediato di 24 ore in tutti gli impianti del gruppo, fino alle 7 del mattino di domani 13 gennaio, sciopero articolato secondo le modalità territoriali. USB Lavoro Privato Nazionale Settore industria Link al comunicato per condivisione: Acciaierie d’Italia, Taranto: l’ennesima vita di operaio spezzata, sciopero immediato di 24 ore in tutto il gruppo Unione Sindacale di Base
Haiti, aumento violenze a Port-au-Prince: struttura MSF diventa campo di battaglia, 1 morto
Medici Senza Frontiere (MSF) è profondamente preoccupata per la recente intensificazione degli scontri tra la polizia nazionale haitiana (PNH) e i gruppi armati nel quartiere Bel Air di Port-au-Prince. In questa zona della capitale, dove non sono disponibili altri servizi medici, i team di MSF gestiscono una clinica un giorno alla settimana, mentre volontari locali sono presenti ogni giorno per fornire assistenza di base ai pazienti. Il 6 gennaio l’ex edificio scolastico utilizzato per le attività mediche di MSF è diventato il campo di battaglia di intensi combattimenti tra un gruppo armato e la PNH. 7 volontari locali sono rimasti intrappolati per diverse ore prima di riuscire a fuggire. Questi eventi hanno anche causato la morte di un ex volontario locale che aveva collaborato con MSF nel 2025. Gravemente ferito, è arrivato alla clinica pochi minuti dopo l’evacuazione del personale. Non potendo ricevere le cure di primo soccorso, è morto a causa delle ferite riportate davanti al cancello dell’edificio. Questo non è un caso isolato. L’aumento della violenza sta mettendo seriamente in pericolo la vita di migliaia di civili che vivono in questo quartiere e sta compromettendo in modo allarmante il loro accesso all’assistenza sanitaria. MSF invita tutte le parti a rispettare le strutture mediche, il personale sanitario, i pazienti e i civili. “Gli interventi medici che svolgiamo a Bel Air e Bas Delmas garantiscono cure essenziali a diverse migliaia di pazienti ogni mese. Senza queste cliniche, queste persone sarebbero completamente private dell’accesso all’assistenza sanitaria” afferma Nicholas Tessier, capomissione di MSF ad Haiti. “Oggi, a causa di questo nuovo episodio di violenza, siamo costretti a sospendere tutte le nostre attività a Bel Air fino a nuovo avviso”. Medecins sans Frontieres
Valico di Rafah chiuso e irruzione nell’università di Beir Zeit in Cisgiordania
L’esercito israeliano ha dichiarato che non intende aprire il valico di Rafah al movimento di persone nelle due direzioni. Una misura vendicativa per impedire il ritorno di gazawi dall’Egitto e vietare il trasferimento di migliaia di malati e feriti per cure all’estero. Secondo il Dott. Muhammad Abu Salmiya, Direttore del Complesso Medico Al-Shifa “circa il 50% dei pazienti sottoposti a dialisi renale è morto e si continuano a registrare decessi giornalieri a causa della carenza di oltre il 70% dei loro farmaci. La stessa sorte tocca ai malati di cancro. Si muore di meno sotto le bombe, ma la chiusura dei valichi ha provocato morti e aggravamenti delle condizioni sanitarie della popolazione assediata”. Il genocidio continua con altri metodi. Università di Beir Zeit Università di Beir Zeit. Hannak, Wikimedia Commons Irruzione militare israeliana nell’università di Beir Zeit, in Cisgiordania. Una violazione grave che ha potato al ferimento di 11 studenti. I soldati hanno sparato pallottole di guerra all’interno delle aule universitarie, senza alcuna resistenza da parte di insegnanti e studenti. Al momento dell’aggressione vi erano all’interno della struttura 8.000 studenti. Le truppe hanno divelto il portone di ingresso principale e arrestato il vice rettore, Assem Khalil. “Una condotta repressiva che non condizionerà la nostra volontà di esplorare il mondo della conoscenza, contro ogni tentativo di sopprimere la volontà del nostro popolo di aspirare all’indipendenza e alla libertà e mettere fine all’occupazione coloniale”, ha detto il rettore in una conferenza stampa improvvisata, subito dopo il ritiro dei soldati invasori.   ANBAMED
Emergenza sanitaria: negato il soccorso a un minore con disabilità gravissima
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda indignazione e forte preoccupazione per la vicenda denunciata pubblicamente dal signor Andrea Desilvio, cittadino residente a Mola di Bari, padre di Paolo, ragazzo con disabilità gravissima, totale assenza di autonomia e pluripatologie complesse. Il racconto diffuso attraverso un video sui social non è uno sfogo isolato, ma una drammatica testimonianza di ciò che accade quando i diritti fondamentali vengono schiacciati da procedure rigide, mezzi inadeguati e da una sanità che troppo spesso dimentica la centralità della persona. Il 2 gennaio, a fronte di una gravissima crisi respiratoria, febbre altissima, tremori e tachicardia con frequenza cardiaca pari a 180 battiti al minuto, la richiesta di soccorso urgente si è trasformata in un’attesa di oltre mezz’ora, nonostante la postazione del 118 fosse a pochi minuti dall’abitazione della famiglia Desilvio, a Mola di Bari. L’ambulanza è giunta priva di medico a bordo e con strumentazioni non funzionanti: un elettrocardiografo incapace di collegarsi alla rete ha reso impossibile persino un esame di base. Un’ora trascorsa tra tentativi tecnici falliti e impotenza operativa. La situazione è divenuta ancora più paradossale quando si è posto il problema del trasporto verso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Di Venere di Carbonara di Bari. Paolo, per le sue condizioni cliniche e comportamentali, non può essere immobilizzato su una barella senza rischi seri per la propria incolumità. La richiesta del padre di utilizzare la carrozzina, unico presidio compatibile con la sicurezza del figlio, è stata respinta perché l’ambulanza non era abilitata al trasporto in carrozzina. Neppure la possibilità che il genitore provvedesse autonomamente al trasporto, con un mezzo idoneo, accompagnato dal personale sanitario, è stata presa in considerazione. Persino una comunicazione preventiva al pronto soccorso per segnalare l’arrivo imminente di un paziente con disabilità gravissima è stata negata. Il risultato è stato l’abbandono operativo della famiglia: l’ambulanza è andata via senza aver garantito una reale presa in carico. Anche l’accesso successivo all’Ospedale Di Venere ha confermato, secondo quanto denunciato, un sistema che fatica a riconoscere e tutelare adeguatamente le persone con disabilità complesse, lasciando i familiari soli a fronteggiare emergenze sanitarie che richiederebbero risposte rapide, competenti e umanamente orientate. Questo episodio solleva interrogativi gravissimi: – che valore ha il diritto alla salute se non è realmente accessibile a tutti, a partire dai più fragili? – che senso hanno protocolli e “codici” se diventano ostacoli anziché strumenti di protezione? – dove finisce la responsabilità delle istituzioni quando una famiglia viene lasciata senza soluzioni nel momento di massimo bisogno? Parlare di procedure senza affrontare la realtà concreta delle disabilità gravi significa tradire lo spirito stesso della sanità pubblica. Le persone con disabilità complesse non possono essere considerate un’eccezione scomoda di un sistema standardizzato. Hanno bisogno di priorità reali, di mezzi adeguati, di ambulanze attrezzate per il trasporto in carrozzina, di personale formato e autorizzato a intervenire con flessibilità e competenza. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede con forza: * una revisione urgente dei protocolli di emergenza per i pazienti con disabilità grave; * l’istituzione di ambulanze idonee al trasporto in carrozzina; * una formazione specifica del personale sanitario sui diritti e sui bisogni delle persone con disabilità complesse; * un’assunzione di responsabilità chiara da parte delle direzioni sanitarie e delle istituzioni politiche, a partire dal territorio di Bari e della sua area metropolitana. La civiltà di un Paese si misura da come tutela i più fragili. Quando un padre di Mola di Bari è costretto a denunciare pubblicamente l’abbandono del proprio figlio durante un’emergenza sanitaria, non siamo di fronte a un caso individuale, ma a una ferita profonda dello Stato di diritto. I Diritti Umani non sono uno slogan né una formula retorica: sono un dovere quotidiano. E quando vengono negati, il silenzio diventa complicità. Il Coordinamento non intende restare in silenzio. prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU Redazione Italia