
Paese di origine sicuro? La Tunisia non lo è
Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, February 10, 2026«Non si può rendere sicuro un paese semplicemente inserendolo in un elenco». È da questa affermazione netta che prende le mosse la dichiarazione congiunta sottoscritta 1 da 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani, alla vigilia del voto del Parlamento europeo sulla proposta di istituire un elenco UE dei cosiddetti paesi di origine sicuri 2.
Al centro dell’appello 3 c’è la Tunisia, indicata dalla Commissione europea come possibile paese “sicuro” 4, una definizione che – secondo le ONG – «è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo» e rischia di compromettere gravemente il diritto di asilo.
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3 Dicembre 2025Un elenco che nega protezione
Secondo le organizzazioni firmatarie, l’elenco UE dei paesi di origine sicuri non è uno strumento neutro, ma «un mezzo per negare l’accesso alla protezione e legittimare violenze e persecuzioni».
La classificazione di uno Stato come “sicuro” consente infatti procedure di asilo accelerate e facilita le deportazioni, riducendo drasticamente le possibilità di un esame individuale, equo ed effettivo delle domande di protezione.
Nel caso tunisino, avvertono le ONG, questa scelta avrebbe conseguenze particolarmente gravi.
«Designare la Tunisia come paese di origine sicuro compromette fondamentalmente il diritto di asilo ed è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo», si legge nell’appello.
La cornice giuridica europea
Secondo il diritto dell’Unione europea, un paese di origine sicuro può essere tale 5 solo se, in modo generale e coerente, non vi sono persecuzioni, né rischio di tortura o di trattamenti inumani o degradanti, se è garantito il rispetto dello Stato di diritto e se esiste una protezione effettiva dei diritti fondamentali.
Nell’agosto 2025 6, la Corte di giustizia dell’UE ha ribadito che questa qualificazione deve fondarsi su prove aggiornate e affidabili, applicarsi all’intero territorio nazionale e non può ignorare l’esistenza di gruppi esposti a persecuzioni o a gravi danni.
Anche se tale interpretazione non sarà più formalmente vincolante con l’entrata in vigore, il 12 giugno 2026, del nuovo regolamento sulle procedure di asilo che introduce l’elenco UE dei paesi sicuri, la sentenza resta un riferimento centrale per i giudici chiamati a valutare la legittimità di queste designazioni, soprattutto in relazione agli standard probatori, alla certezza del diritto e alla tutela effettiva dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’UE.
Alla luce delle numerose e credibili evidenze di repressione, discriminazione e gravi violazioni dei diritti umani che colpiscono gruppi identificabili in Tunisia, le organizzazioni firmatarie concludono che la classificazione del paese come paese di origine sicuro non è giuridicamente né fattualmente sostenibile.
La deriva autoritaria della Tunisia
Dal 2021, con l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente Kais Saïed, la Tunisia ha attraversato una profonda trasformazione autoritaria. Le organizzazioni denunciano «la repressione dilagante contro gli oppositori politici, la soppressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media», oltre a gravi violazioni dei diritti fondamentali che colpiscono sia cittadini tunisini sia persone migranti e rifugiati 7.
Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) 8, avverte che la designazione di “paese sicuro” avrebbe un effetto devastante: «Equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per continuare la loro politica repressiva. Non colpisce solo migranti e rifugiati, ma facilita anche un controllo ancora più stretto dello spazio pubblico, attraverso la criminalizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale».
Negli ultimi anni, ricordano le ONG, si sono moltiplicati i processi contro oppositori politici e attivisti, con condanne durissime, «da 22 a 66 anni di carcere, fino alla pena di morte per aver criticato il governo» 9.
Migrazione, esternalizzazione e deterrenza
L’appello collega esplicitamente l’elenco dei paesi sicuri alla più ampia strategia europea di esternalizzazione delle politiche migratorie. «Classificare la Tunisia come paese di origine sicuro estende ulteriormente la logica di deterrenza dell’UE», si legge nel testo.
Una logica che, secondo Marie Michel di SOS Humanity, si traduce nella sistematica negazione del diritto d’asilo: «Da anni assistiamo alla strategia spietata dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere. Classificando Stati come la Tunisia come paesi sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se riescono a raggiungere le coste europee. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo».
Le ONG ricordano come il Memorandum d’intesa UE–Tunisia del 2023, con finanziamenti fino a un miliardo di euro, abbia rafforzato il ruolo delle autorità tunisine nel controllo delle frontiere e nella cosiddetta ricerca e soccorso, «facilitando intercettazioni illegali in mare e respingimenti verso un paese in cui i diritti fondamentali non sono garantiti».
Un “marchio di approvazione” per governi repressivi
Durissime anche le parole di Karl Kopp, direttore di Pro Asyl, che definisce l’elenco dei paesi sicuri come una sorta di legittimazione politica: «Il Parlamento europeo sta assegnando un marchio di approvazione in materia di diritti umani a governi autoritari che li violano sistematicamente. Così l’UE scredita sé stessa e abbandona le persone perseguitate».
Secondo le organizzazioni, ignorare le evidenze documentate da Nazioni Unite, ONG internazionali e realtà locali «in nome del controllo dell’immigrazione costituisce un grave fallimento politico e morale».
L’appello al Parlamento europeo
Le 39 organizzazioni firmatarie chiedono al Parlamento europeo di respingere la proposta dell’elenco UE dei paesi di origine sicuri e di rispettare il diritto europeo e gli obblighi internazionali. «La Tunisia non è né un paese di origine sicuro per i suoi cittadini, né un porto sicuro per le persone intercettate o soccorse in mare», affermano.
E concludono con un monito chiaro: «L’estensione degli strumenti di asilo basati su presunzioni non ridurrà la migrazione, ma minerà il diritto fondamentale all’asilo, aumenterà le violazioni dei diritti e renderà l’UE complice della repressione e della violenza invece di prevenirle».
Un messaggio che, nel giorno del voto europeo, chiama in causa non solo le politiche migratorie, ma la credibilità stessa dell’Unione come spazio di tutela dei diritti fondamentali.
- Qui le organizzazioni firmatarie ↩︎
- Un comunicato stampa ufficiale del Parlamento europeo che annuncia una conferenza stampa post-voto con i relatori principali della normativa (inclusa la lista dei paesi di origine sicuri) ↩︎
- Qui l’appello integrale ↩︎
- Joint Statement: Tunisia is Not a Place of Safety for People Rescued at Sea – HRW (ottobre 2024) ↩︎
- Directive 2013/32/EU of the European Parliament and of the Council of 26 June 2013 ↩︎
- Asylum policy: the designation of a third country as a safe country of origin must cover its entire territory (Judgment of the Court in Case C-406/22) ↩︎
- La pagina di Amensty International sulla Tunisia ↩︎
- Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere. Un policy paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) – MP (gennaio 2026) ↩︎
- “All Conspirators”. How Tunisia Uses Arbitrary Detention to Crush Dissent – Un rapporto di Human Rights Watch (aprile 2025) ↩︎