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TUNISIA: LA POLIZIA USA LA FORZA E BLOCCA L’INIZIATIVA DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA AL PORTO DI SIDI BOU SAID. LA FLOTILLA RIPARTI AD APRILE
Un presidio autorizzato, poi vietato all’ultimo minuto e infine disperso con la forza: è quanto successo in Tunisia ad attiviste-i deLLA Global Sumud Flotilla che la sera di mercoledì 4 marzo si sono recati al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, dove era prevista una iniziativa chiamata da tutta la comunità solidale e dai lavoratori portuali. Il porto di Sidi Bou Said non è uno sfondo qualsiasi: è lo stesso scalo dal quale la flotilla salpò durante la sua ultima missione, lo stesso dal quale, come racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Tony La Piccirella, membro della Global Sumud Flotilla “abbiamo subito due attacchi da parte dei droni” ed è lo stesso che accolse la flotilla “con migliaia e migliaia di persone”. Il presidio era autorizzato, ma circa un’ora prima dell’inizio, “l’autorità tunisina ha informato sia i manifestanti già sul luogo, sia noi, che avevano ritirato l’autorizzazione senza altre giustificazioni“. Il gruppo ha deciso comunque di raggiungere il porto ma, appena scesi dal bus, sono stati avvicinati dalle prime forze di polizia, che hanno intimato di fermarsi: “noi abbiamo proseguito e dopo sono intervenuti con l’antisomossa”. Due le attiviste ferite. Tra i  motivo della presenza in Tunisia c’era anche un incontro organizzativo, della Global Sumud Flotilla, della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand Madleens. La prossima missione è prevista verso fine aprile, in un contesto sempre più urgente: negli ultimi giorni infatti, il regime israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza, invocando lo stato di emergenza nazionale e non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, interrompendo così il già scarso flusso di cibo, acqua e carbutante verso i 2 milioni di abitanti della Striscia già stremati da due anni di genocidio. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Tony La Piccirella, compagno della Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica.
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
La Ocean Viking salva 97 persone nella zona SAR tra la Tunisia e Malta
La nave Ocean Viking di SOS Mediterranee ha salvato ieri sera 97 persone, tra cui 14 minori non accompagnati, a seguito di un allarme lanciato da Alarm Phone. Molti dei naufraghi erano disidratati e due persone hanno richiesto un intervento medico. Erano partiti dalla Libia due giorni prima. L’imbarcazione di legno a due piani in difficoltà è stata individuata nella zona SAR tra la Tunisia e Malta, e il salvataggio è stato riconosciuto dal Maritime Rescue Coordination Centre (MRCC) tunisino. Le autorità italiane ci hanno assegnato il lontano porto di Livorno, a oltre tre giorni di navigazione. Redazione Italia
February 23, 2026
Pressenza
Meloni-Ue: più bianchi e meno diritti
Articoli di Maurizio Alfano, Andrea Ceredani, Marco Bellandi Giuffrida e della redazione Diogene. A seguire un podcast di Lunaria.   La profilazione razziale. La militarizzazione delle politiche migratorie. di Maurizio Alfano I fenomeni migratori in Europa, come in Italia, sempre più rappresentati come una minaccia per autoctoni e vecchi residenti, sono attraversati, da alcuni anni, da un’analisi politico-istituzionale che non
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Arnaqueur: la parola della promessa tradita
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Arnaqueur è la prima parola. Quella che apre il Contro Dizionario.  L’ha redatta Enrico Fravega. L’ha ascoltata in Tunisia la prima volta, l’ha ritrovata nella pagina facebook di Marino Dubois, mama Africa, l’ha tessuta discutendo con le persone in movimento che ha incontrato negli Zitounes. Arnaqueur nomina una figura centrale e ambigua del viaggio: è chi regala la promessa di attraversare e al contempo tradisce la fiducia di chi parte. Non è solo un truffatore. È un nodo opaco delle reti informali che rendono possibile e al contempo rischiosa  la mobilità nel Mediterraneo Centrale.  La sua reputazione si costruisce sul tradimento di una promessa a cui non ha tenuto fede.  Le azioni dell’arnaqueur producono perdita economica per le persone in movimento e sono la traduzione di un mercato che, come tale, lascia spazio agli scambi, ma anche alla truffa. Come qualunque altro mercato.  Quando l’Arnaqueur viene identificato e denunciato, spesso tramite messaggi che passano sulle reti sociali come un tam tam, per lui è la fine. Esposto alla pubblica gogna, segnalato, isolato, paga il prezzo del suo inganno col corpo e con l’esclusione dalle reti sociali.  Questa voce  del Controdizionario mostra come il viaggio di chi cerca di arrivare in Europa non sia fatto solo di rotte e barche, di cammini, sentieri e strade percorse, ma di relazioni fragili, fiducia negoziata e violenze che passano anche attraverso le parole. ARNAQUEUR Utilizzato anche come sinonimo di voleur, escroc o fake-cokseur e derivato dal francese arnaquer («truffare»), questo termine, traducibile come «truffatore», identifica chi, attraverso il raggiro, trae un vantaggio economico dagli aventuriers che cercano di attraversare il Mediterraneo a partire dalle coste tunisine. Normalmente l’arnaque comporta la vendita di falsi passaggi per l’Europa, il mancato rimborso del denaro versato per il passaggio su tobà (si veda Tobà) non effettivamente partite, o la vendita di falsi visti che non va a buon fine. Può implicare anche il pagamento per beni che non sono poi resi disponibili (per esempio il mancato conferimento del motore fuoribordo o dei salvagenti). Molte delle piattaforme social che costituiscono l’infrastruttura informativa attraverso la quale bozayeurs (Si veda boza) e aventuriers organizzano la propria quotidianità e il proprio viaggio riportano dei veri e propri avis de recherche, corredati da tutte le informazioni necessarie a identificare l’arnaqueur, come nomi, cognomi, soprannomi, nazionalità, fotografie della persona e descrizione della truffa operata. La pubblicazione dell’avis de recherche si configura sia come una risorsa informativa per chi potrebbe trovarsi ad avere a che fare con il truffatore, sia come una forma di svalorizzazione del capitale sociale dell’arnaqueur. In questo senso l’avis de recherche si configura come una sorta di gogna social che permette l’identificazione dell’arnaqueur e, operando in modo non dissimile dal modo in cui funzionano le piattaforme di recensioni online (per esempio Tripadvisor, ma anche Google e lo stesso Facebook), rivela il ruolo cruciale della reputazione nelle reti informali attraverso cui prende forma il viaggio. Oltre alle sanzioni simboliche (biasimo e rifiuto sociale), qualora siano catturati, gli arnaqueurs possono essere soggetti a sanzioni negative economiche (multe) o fisiche. In altre parole, si applica loro il fakop (si veda Fakop). La figura dell’arnaqueur testimonia la densità e l’opacità delle relazioni che legano gli aventuriers alle reti degli intermediari che operano nello spazio stratificato delle migrazioni, e che si strutturano lungo linee reticolari legate all’amicizia, alla parentela, all’identità etnica o a relazioni di conoscenza maturate nel corso dei viaggi stessi. In questo quadro la rottura della relazione di fiducia attraverso la quale opera la truffa mostra l’importanza del legame sociale e delle forme di riconoscimento reciproco in tutte le interazioni e le negoziazioni che danno forma alla mobilità illegalizzata. ESEMPI DAL CAMPO TUNISIA…  Cocxeur disonesto  Nome: _viapi  Nazionalità: guineana  Era stato concordato che versassi il deposito il 10 seconda data il 20 ottobre… nessuna notizia nessuna risposta alle chiamate telefoniche arnaqueur. Mafia, come dice il tuo passeggero…  Post sulla pagina facebook marino dubois officiel
Paese di origine sicuro? La Tunisia non lo è
«Non si può rendere sicuro un paese semplicemente inserendolo in un elenco». È da questa affermazione netta che prende le mosse la dichiarazione congiunta sottoscritta 1 da 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani, alla vigilia del voto del Parlamento europeo sulla proposta di istituire un elenco UE dei cosiddetti paesi di origine sicuri 2. Al centro dell’appello 3 c’è la Tunisia, indicata dalla Commissione europea come possibile paese “sicuro” 4, una definizione che – secondo le ONG – «è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo» e rischia di compromettere gravemente il diritto di asilo. Rapporti e dossier “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 UN ELENCO CHE NEGA PROTEZIONE Secondo le organizzazioni firmatarie, l’elenco UE dei paesi di origine sicuri non è uno strumento neutro, ma «un mezzo per negare l’accesso alla protezione e legittimare violenze e persecuzioni». La classificazione di uno Stato come “sicuro” consente infatti procedure di asilo accelerate e facilita le deportazioni, riducendo drasticamente le possibilità di un esame individuale, equo ed effettivo delle domande di protezione. Nel caso tunisino, avvertono le ONG, questa scelta avrebbe conseguenze particolarmente gravi. «Designare la Tunisia come paese di origine sicuro compromette fondamentalmente il diritto di asilo ed è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo», si legge nell’appello. LA CORNICE GIURIDICA EUROPEA Secondo il diritto dell’Unione europea, un paese di origine sicuro può essere tale 5 solo se, in modo generale e coerente, non vi sono persecuzioni, né rischio di tortura o di trattamenti inumani o degradanti, se è garantito il rispetto dello Stato di diritto e se esiste una protezione effettiva dei diritti fondamentali. Nell’agosto 2025 6, la Corte di giustizia dell’UE ha ribadito che questa qualificazione deve fondarsi su prove aggiornate e affidabili, applicarsi all’intero territorio nazionale e non può ignorare l’esistenza di gruppi esposti a persecuzioni o a gravi danni. Anche se tale interpretazione non sarà più formalmente vincolante con l’entrata in vigore, il 12 giugno 2026, del nuovo regolamento sulle procedure di asilo che introduce l’elenco UE dei paesi sicuri, la sentenza resta un riferimento centrale per i giudici chiamati a valutare la legittimità di queste designazioni, soprattutto in relazione agli standard probatori, alla certezza del diritto e alla tutela effettiva dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’UE. Alla luce delle numerose e credibili evidenze di repressione, discriminazione e gravi violazioni dei diritti umani che colpiscono gruppi identificabili in Tunisia, le organizzazioni firmatarie concludono che la classificazione del paese come paese di origine sicuro non è giuridicamente né fattualmente sostenibile. LA DERIVA AUTORITARIA DELLA TUNISIA Dal 2021, con l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente Kais Saïed, la Tunisia ha attraversato una profonda trasformazione autoritaria. Le organizzazioni denunciano «la repressione dilagante contro gli oppositori politici, la soppressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media», oltre a gravi violazioni dei diritti fondamentali che colpiscono sia cittadini tunisini sia persone migranti e rifugiati 7. Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) 8, avverte che la designazione di “paese sicuro” avrebbe un effetto devastante: «Equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per continuare la loro politica repressiva. Non colpisce solo migranti e rifugiati, ma facilita anche un controllo ancora più stretto dello spazio pubblico, attraverso la criminalizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale». Negli ultimi anni, ricordano le ONG, si sono moltiplicati i processi contro oppositori politici e attivisti, con condanne durissime, «da 22 a 66 anni di carcere, fino alla pena di morte per aver criticato il governo» 9. MIGRAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA L’appello collega esplicitamente l’elenco dei paesi sicuri alla più ampia strategia europea di esternalizzazione delle politiche migratorie. «Classificare la Tunisia come paese di origine sicuro estende ulteriormente la logica di deterrenza dell’UE», si legge nel testo. Una logica che, secondo Marie Michel di SOS Humanity, si traduce nella sistematica negazione del diritto d’asilo: «Da anni assistiamo alla strategia spietata dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere. Classificando Stati come la Tunisia come paesi sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se riescono a raggiungere le coste europee. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo». Le ONG ricordano come il Memorandum d’intesa UE–Tunisia del 2023, con finanziamenti fino a un miliardo di euro, abbia rafforzato il ruolo delle autorità tunisine nel controllo delle frontiere e nella cosiddetta ricerca e soccorso, «facilitando intercettazioni illegali in mare e respingimenti verso un paese in cui i diritti fondamentali non sono garantiti». UN “MARCHIO DI APPROVAZIONE” PER GOVERNI REPRESSIVI Durissime anche le parole di Karl Kopp, direttore di Pro Asyl, che definisce l’elenco dei paesi sicuri come una sorta di legittimazione politica: «Il Parlamento europeo sta assegnando un marchio di approvazione in materia di diritti umani a governi autoritari che li violano sistematicamente. Così l’UE scredita sé stessa e abbandona le persone perseguitate». Secondo le organizzazioni, ignorare le evidenze documentate da Nazioni Unite, ONG internazionali e realtà locali «in nome del controllo dell’immigrazione costituisce un grave fallimento politico e morale». L’APPELLO AL PARLAMENTO EUROPEO Le 39 organizzazioni firmatarie chiedono al Parlamento europeo di respingere la proposta dell’elenco UE dei paesi di origine sicuri e di rispettare il diritto europeo e gli obblighi internazionali. «La Tunisia non è né un paese di origine sicuro per i suoi cittadini, né un porto sicuro per le persone intercettate o soccorse in mare», affermano. E concludono con un monito chiaro: «L’estensione degli strumenti di asilo basati su presunzioni non ridurrà la migrazione, ma minerà il diritto fondamentale all’asilo, aumenterà le violazioni dei diritti e renderà l’UE complice della repressione e della violenza invece di prevenirle». Un messaggio che, nel giorno del voto europeo, chiama in causa non solo le politiche migratorie, ma la credibilità stessa dell’Unione come spazio di tutela dei diritti fondamentali. 1. Qui le organizzazioni firmatarie ↩︎ 2. Un comunicato stampa ufficiale del Parlamento europeo che annuncia una conferenza stampa post-voto con i relatori principali della normativa (inclusa la lista dei paesi di origine sicuri) ↩︎ 3. Qui l’appello integrale ↩︎ 4. Joint Statement: Tunisia is Not a Place of Safety for People Rescued at Sea – HRW (ottobre 2024) ↩︎ 5. Directive 2013/32/EU of the European Parliament and of the Council of 26 June 2013 ↩︎ 6. Asylum policy: the designation of a third country as a safe country of origin must cover its entire territory (Judgment of the Court in Case C-406/22) ↩︎ 7. La pagina di Amensty International sulla Tunisia ↩︎ 8. Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere. Un policy paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) – MP (gennaio 2026) ↩︎ 9. “All Conspirators”. How Tunisia Uses Arbitrary Detention to Crush Dissent – Un rapporto di Human Rights Watch (aprile 2025) ↩︎
Appello delle Ong al Parlamento Europeo: la Tunisia non è un Paese sicuro
Nella loro dichiarazione pubblicata oggi, 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani esortano con forza i membri del Parlamento Europeo a respingere la proposta di un elenco a livello europeo dei cosiddetti Paesi di origine sicuri. L’appello delle ONG, incentrato in particolare sulla Tunisia, è stato lanciato in relazione al voto odierno del Parlamento Europeo. Le organizzazioni sottolineano che designare la Tunisia come Paese di origine sicuro è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo. Insieme ad altre organizzazioni, SOS Humanity – operativa nella ricerca e nel soccorso nel Mediterraneo centrale – chiede ai parlamentari europei di tenere conto della trasformazione antidemocratica dello Stato nordafricano partner dell’UE: la repressione della società civile, che comporta violenze contro migranti e rifugiati. “Siamo profondamente preoccupati dal fatto che l’UE stia tentando di estendere la sua politica di prevenzione dell’asilo in Europa al confine dell’UE nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. “Da anni assistiamo alla spietata strategia deterrente dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere con respingimenti violenti dei rifugiati in fuga dalle coste nordafricane. Classificando Stati come la Tunisia come Paesi di origine sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se hanno avuto la fortuna di raggiungere le coste dell’Europa, apparentemente un luogo sicuro. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo”. Le organizzazioni per i diritti civili e umani in Tunisia sono altrettanto preoccupate per il deterioramento della situazione nel Paese, compresa la repressione dilagante contro gli oppositori politici, la limitazione dell’indipendenza giudiziaria e dei media e le gravi violazioni dei diritti umani nei confronti dei cittadini tunisini. “Riclassificare la Tunisia come ‘Paese sicuro’ equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per continuare la loro politica repressiva”, afferma Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES). “Questo non solo prende di mira migranti e rifugiati, ma facilita anche un controllo più stretto dello spazio pubblico attraverso la continua criminalizzazione e stigmatizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale. Con la polizia e la magistratura sotto stretto controllo, coloro che riescono a fuggire continuano a essere minacciati di espulsione e deportazione”. Il direttore generale dell’organizzazione tedesca per i diritti umani Pro Asyl, Karl Kopp, sottolinea che il concetto di “Paesi di origine sicuri” legittima la violenza e la persecuzione in questi Paesi: “Classificandoli come “Paesi di origine sicuri”, il Parlamento europeo, in qualità di colegislatore, sta assegnando una sorta di marchio di approvazione in materia di diritti umani a governi autoritari che violano i diritti umani. La situazione in Paesi come la Tunisia, l’Egitto e la Turchia viene ignorata e l’UE sta completamente screditando sé stessa sulle questioni relative ai diritti umani. Sta abbandonando le persone perseguitate in questi Paesi”. Richieste delle ONG all’UE  Nella loro dichiarazione, le organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani sottolineano di aver assistito negli ultimi anni al costo umano degli accordi migratori tra l’UE e la Tunisia: più violazioni dei diritti umani dei rifugiati e dei migranti e più morti in mare. Di conseguenza, invitano il Parlamento Europeo a rispettare il diritto dell’UE e gli obblighi internazionali e ad agire in solidarietà con le persone che devono cercare protezione, respingendo quindi la proposta di un elenco UE dei “Paesi di origine sicuri”.   Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
«Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo»
«Restituire un nome non è stato solo un atto burocratico, ma un gesto umano e politico necessario a riconoscere chi è stato cancellato. Nominare significa anche ancorare i corpi alle loro storie, farne memoria, affermare presenze contro le assenze prodotte dall’ordine di frontiera» 1.  PH: Mem.Med Nominare, come atto politico, è uno degli obiettivi di Memoria Mediterranea (MEM.MED), un’associazione che fornisce supporto alle famiglie delle persone migranti disperse o defunte nel tentativo di attraversare le frontiere, accompagnandole nelle procedure di riconoscimento dei corpi, di sepoltura in Sicilia o di rimpatrio nel Paese d’origine, e contribuendo alla costruzione di una contro-narrazione del fenomeno migratorio.  Nel rapporto sull’attività del 2025 leggiamo date e sigle di nomi (lasciati anonimi per rispetto della privacy, tranne se esplicitamente richiesto dalle famiglie) di persone decedute o scomparse nel tentativo di attraversare i confini: ognuna di loro porta con sé una storia, una vita, non solo interrotta ma anche invisibilizzata dalle politiche migratorie europee, le quali mettono in atto «una violenza che oltrepassa il confine e prosegue fino alla sepoltura» 2. Per portarla alla luce, l’associazione ha documentato le difficoltà che ostacolano il ritrovamento e il riconoscimento delle persone decedute alle frontiere, la rimozione delle responsabilità istituzionali, l’abbandono nell’oblio delle famiglie in cerca dei propri cari 3.  Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Uno dei modi in cui la memoria di queste persone viene ulteriormente intaccata, infatti, è la gestione delle sepolture, che potrebbe essere un momento di elaborazione della perdita e invece diventa un altro veicolo di sofferenza. Molto spesso le procedure sono estremamente lunghe e costringono i familiari ad attendere giorni e giorni mentre le salme dei loro cari sono abbandonate all’aperto in condizioni critiche 4, o seppellite in loculi a causa della mancanza di spazio.  Inoltre, se e quando i corpi ottengono una sepoltura, non viene rispettato in alcun modo il credo religioso, soprattutto nel caso delle persone musulmane, dal momento che in Sicilia mancano degli spazi dedicati, ad eccezione del cimitero di Messina, ormai saturo 5. Anche nel caso di richiesta di rimpatrio della salma nel Paese di origine, comunque, le procedure sono lunghe e complicate e prolungano il dolore delle famiglie. Come sostengono autrici e autori del rapporto, «è attraverso questa cancellazione sistematica che si tenta di neutralizzare il conflitto, sottrarre queste morti alla sfera politica e rendere accettabile l’inaccettabile» 6.  Porto Empedocle, sbarco delle salme e dei sopravvissuti della strage del 13 agosto 2025. PH: Silvia Di Meo Madri in protesta davanti al Consolato di Tunisia a Palermo, giugno 2025. PH: Sara Biasci In questo modo, alla violenza materiale, di per sé sempre più diffusa nel regime di controllo delle frontiere, si aggiunge una violenza simbolica che investe le persone migranti perfino dopo la morte. Come si legge alla voce disparu (scomparso) nel Contro-dizionario del confine, un glossario frutto del lavoro di ricercatori e ricercatrici dell’università di Genova e di Parma per comprendere il mondo delle migrazioni “dal basso”, il termine «non rimanda semplicemente all’assenza di una persona – morta o scomparsa senza lasciare tracce – rinvia piuttosto a una condizione liminale di scomparsa che sfida le categorie di vita e morte, producendo una sofferenza che è al tempo stesso individuale, familiare e sociale. […] Per le famiglie la battaglia per ritrovare i propri cari diventa anche una lotta contro l’ingiustizia di un mondo dove persino nella morte si applicano forme di discriminazione economica e razziale» 7. Tutto ciò, comunque, non ferma la resistenza e il coraggio di chi cerca di opporsi a questo regime istituzionalizzato di violenza. Diverse mobilitazioni si sono succedute lungo tutto l’anno, anche grazie al supporto delle attiviste e degli attivisti di MEM.MED. Carta del Mediterraneo dei pescatori delle isole Kerkennah, Sfax. PH: Silvia Di Meo CommemorAction delle famiglie a Palermo, giugno 2025. PH: Valentina Delli Gatti Ad esempio, il 6 febbraio 2025, in Tunisia, si è tenuta una “CommemorAction” per chiedere verità e giustizia sulle morti in mare dei familiari e per ricordarne la scomparsa. La CommemorAction «non è solo un momento di ricordo, ma un atto politico che rifiuta l’oblio imposto dai regimi di frontiera e rivendica giustizia per le vite spezzate. È un grido collettivo che denuncia la violenza sistemica delle politiche migratorie e l’impunità di chi le attua, riaffermando il diritto alla libertà di movimento. 8» La data non è casuale: il 6 febbraio del 2014, la Guardia civile spagnola utilizzò del materiale antisommossa contro più di 200 persone che stavano tentando di raggiungere Ceuta a nuoto: la strage del Tarajal. Solo 15 corpi sono stati recuperati, e decine di persone non sono state ritrovate. Si è deciso allora di mantenere questa data, «simbolo del razzismo e del classismo che strutturano questa violenza. Simbolo della sofferenza delle persone che restano, in attesa di notizie, di un corpo, di verità e giustizia. Ed è proprio da loro, da chi aspetta i e le loro carə partitə che è nata la necessità di denunciare e ricordare. Dall’incontro delle famiglie con attivistə che si battono per un mondo senza frontiere, è nata la CommemorAction» 9.  Un’altra CommemorAction si è svolta il 14 giugno, stavolta dall’altra sponda del Mediterraneo, a Palermo, in memoria del naufragio di un’imbarcazione con 750 persone a bordo avvenuto nei pressi di Pylos nel 2023, in cui è stato dimostrato il ruolo della guardia costiera greca 10. MEM.MED si è poi recata a Bologna in occasione del secondo anniversario della strage di Cutro, avvenuta il 26 febbraio 2023, per sostenere le famiglie che sono ancora in attesa di ottenere un visto per visitare le tombe dei propri figli.  Sepoltura presso il Cimitero musulmano di Borgo Panigale a Bologna. PH: Valentina Delli Gatti Cimitero di Canicattì. Sepoltura della figlia e del marito di Uba, sopravvissuta al naufragio del 13 agosto 2025. PH: Silvia Di Meo Nel corso dell’anno si sono svolte anche diverse attività accademiche, come il workshop “Migrazioni e violenze di frontiera. Pratiche del ricordo e dell’oblio attraverso il Mediterraneo” presso la Facoltà di Studi Internazionali, Giuridici, Storico-Politici dell’Università di Milano e il convegno “Morti e sparizioni di frontiera: tra memoria e oblio” presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo.  L’importanza di ricordare queste iniziative, che vedono la collaborazione di attivisti, ricercatori e famiglie delle persone scomparse, risiede anche nel fatto che occorre costruire una narrazione e una pratica politica che contrasti non solo i discorsi di odio e razzismo che dipingono le persone migranti come “clandestini” o “illegali”, ma anche quelli che li descrivono come pure vittime di un sistema impersonale, ridotti a soggetti inermi e semplicemente agiti dalla violenza.  In quest’ottica, la prossima CommemorAction si terrà ancora una volta il 6 febbraio e per la prima volta si unirà la lotta delle famiglie delle persone scomparse sulle rotte migratorie a quella delle famiglie delle vittime delle violenze del sistema penitenziario e dei CPR. Come si legge nel comunicato, “questa convergenza è essenziale e urgente, perché amplifica la nostra voce collettiva e rafforza la nostra determinazione a esigere giustizia per tutte le morti, violenze e sparizioni a carico degli Stati” 11. Il 2025 si è concluso con un naufragio, in cui sono morte 116 persone 12, e anche il 2026 non sembra cominciare in maniera diversa 13: almeno 380 persone partite dalla Tunisia risultano disperse in mare dal 24 gennaio. L’aumento delle partenze sembra dovuto anche alla pressione crescente esercitata dalle forze di polizia tunisine contro gli accampamenti informali intorno a Sfax, parallelamente a un allentamento dei controlli sulle spiagge. In una situazione in cui i governi dei Paesi coinvolti tacciono e cercano di nascondere la realtà dei fatti, il contributo di associazioni come MEM.MED rimane quindi fondamentale proprio per «trasformare ciò che viene reso invisibile in memoria, e la memoria in accusa politica» 14. Lenzuolo delle madri tunisine in dono alle madri centroamericane, maggio 2025. PH: Valentina Delli Gatti CPR Trapani Milo, manifestazione delle madri e sorelle, giugno 2025. PH: Silvia Di Meo Cimitero di Canicattì, Agrigento. Sepoltura di persona non identificata morta al confine. PH: Silvia Di Meo Fatoumata Balde, sorella di Omar Balde, davanti al CPR di Trapani Milo. PH: Valentina Delli Gatti 1. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎ 2. Ibidem. ↩︎ 3. Corpi, diritti e memorie in lotta. Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2024 – 2025) ↩︎ 4. Così è stato nel caso del naufragio di Lampedusa avvenuto il 13 agosto cfr. AA Report strage di lampedusa 13.08.2025 ↩︎ 5. In teoria dovrebbe aggiungersene un altro nell’agrigentino, a Palma di Montechiaro, ma oltre la firma degli atti ufficiali e l’avvio dei preparativi non ci sono notizie sull’avvenuta inaugurazione formale e sull’effettivo funzionamento; Migranti vittime del mare, a Palma apre il primo cimitero islamico della provincia, Agrigento Notizie (agosto 2024) ↩︎ 6. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎ 7. Equipaggio della Tanimar, Contro dizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo centrale, Tamu-Tangerin, Napoli, 2025, p. 91. ↩︎ 8. CommemorAction 2025: Voci di lotta e memoria oltre il confine ↩︎ 9. Cfr. CommemorAction 2025: Voci di lotta e memoria oltre il confine ↩︎ 10. Cfr. Strage di Pylos: indagati 17 membri della Guardia Costiera greca, Melting Pot (giugno 2025) ↩︎ 11. Call for Commemoractions february 6th, 2026 ↩︎ 12. Naufragio di Natale, «le autorità non si sono attivate», Il Manifesto (26 dicembre 2025) ↩︎ 13. Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry, Mediterranea Saving Humans (2 febbraio 2026) ↩︎ 14. 2025: Resistere ad un altro anno di massacro nel Mediterraneo. Una mappatura delle morti e sparizioni di frontiera  – Memoria Mediterranea ↩︎
Nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono
E invece nel Mediterraneo i morti già certi sono 1000. articoli di Luca Casarini, Mediterranea, Paolo Hutter, una trasmissione di Radiotre e una canzone di Luca Faggella   Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle
February 9, 2026
La Bottega del Barbieri
Support the Routes Journal: aiutiamo i corrispondenti bloccati in Libia e Tunisia
Il Routes Journal 1 non è una semplice redazione: è una newsroom all’interno della cosiddetta “underground railroad”, composta da artisti, attivisti, ricercatori, rifugiati e persone che hanno attraversato il Mediterraneo. Una rete di quasi 50 corrispondenti, oggi sono bloccati tra Tunisia e Libia, e rischiano la vita per raccontare storie che altrimenti resterebbero invisibili. Le loro condizioni di vita sono estremamente precarie. Oltre alla lotta quotidiana per trovare cibo e alloggio, devono fronteggiare la violenza strutturale di agenti statali e milizie, la detenzione arbitraria, la tortura, il lavoro sessuale forzato e la richiesta di riscatti per ottenere la libertà. Nonostante tutto, continuano a svolgere il loro ruolo di giornalisti e attivisti per i diritti umani, dando voce a chi spesso rimane invisibile. La raccolta fondi lanciata da Routes Journal mira a garantire supporto immediato nelle emergenze quotidiane: acquisto di farmaci, accesso a servizi medici, cibo e alloggio sicuro. Nei casi più gravi, permette anche di contribuire alla liberazione in caso di detenzione illegale. Ogni contributo è un gesto di solidarietà e di resistenza. Aiutando i corrispondenti del Routes Journal, permettiamo loro di continuare a raccontare, di non arrendersi di fronte alla violenza e all’ingiustizia, e di portare luce su storie che altrimenti rimarrebbero nel silenzio. [Dona ora e sostieni il Routes Journal] 1. Segui Routes Journal su IG ↩︎
Ciclone Harry: forse 1.000 le persone disperse in mare
«Si stanno delineando i contorni della più grande strage degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, rilanciando le nuove testimonianze e i dati raccolti negli ultimi giorni da Refugees in Libya e Tunisia. Nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato confermato alcun soccorso. Le partenze sono avvenute durante condizioni marittime estreme, con onde superiori a sette metri e raffiche oltre 54 nodi causate dal ciclone Harry: le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse in quello che è stato uno dei mari più pericolosi degli ultimi vent’anni. Refugees ha raccolto testimonianze e dati dalle comunità tunisine, che rivelano interi convogli scomparsi senza lasciare traccia. Le partenze sono avvenute da punti lungo la costa di Sfax – noti come “chilometri 19, 21, 25, 27, 30, 31, 33, 35 e 38” – e molti dei convogli non sono mai tornati. Alcune barche trasportavano tra le 50 e le 55 persone, spesso organizzate dallo stesso trafficante, noto come Mohamed “Mauritania”. Dal 15 gennaio in poi, secondo Refugees, diversi convogli sono partiti da più punti costieri, mentre i militari tunisini aumentavano i controlli e le devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax. Persone costrette a restare indietro per mancanza di denaro e parenti dei partenti riferiscono che interi convogli non sono mai tornati. Un caso emblematico è quello di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Sopravvissuto per più di 24 ore in mare, racconta: «La barca su cui ero con circa 50 persone è affondata. Ho perso mio fratello, la moglie di mio fratello, mio nipote e almeno altre 47 persone». Konte è stato recuperato da una barca a vela e consegnato alla Guardia costiera maltese. La sua esperienza conferma che le imbarcazioni partivano in condizioni letali senza alcuna presenza di soccorso preventiva. Il mercantile Star, guidato da Ahmed Omar Shafik, ha documentato il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Partito da Sfax a bordo di un’imbarcazione con circa 50 persone, la barca si è capovolta. Konte è sopravvissuto più di 24 ore in mare, circondato dai corpi dei compagni di viaggio, prima di essere recuperato a est della Tunisia, a sud di Malta. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese. Secondo le informazioni ufficiali trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC di Roma e segnalate dal giornalista Sergio Scandura, al 24 gennaio risultavano disperse almeno 380 persone su otto imbarcazioni partite da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con 36-54 persone ciascuna, tra donne, uomini e bambini. Altri sopravvissuti riportano di barche capovoltesi e convogli interi scomparsi, mentre le famiglie rimaste a terra vivono in uno stato di incertezza insopportabile. Come il medico Dr. Ibrahim, che ha perso cinque familiari: «Il mio bambino, le mie due mogli e altri parenti sono scomparsi». Decine di corpi sono stati recuperati dalle autorità maltesi, mentre altri sono stati salvati dai soccorritori della Ocean Viking nella zona SAR maltese. Ma il numero reale dei dispersi supera ampiamente quello ufficiale, perché molte partenze non vengono registrate e convogli interi restano senza traccia. Refugees in Libya sottolinea che la frammentarietà dei dati non è dovuta a negligenza, ma all’assenza di un sistema centralizzato di monitoraggio e soccorso. La comunità chiede a Italia, Malta, Spagna e Unione Europea di avviare immediatamente operazioni di ricerca e soccorso su larga scala, per riportare le persone a casa, vive o morte. In un Mediterraneo sempre più segnato da tempeste estreme come il ciclone Harry, i numeri ufficiali non possono raccontare da soli la realtà. Dietro ogni cifra c’è una vita spezzata, una strage con responsabilità precise, e il silenzio delle istituzioni europee contribuisce a renderla possibile. «Rimaniamo in contatto», conclude RIL, «con le famiglie e le comunità che vivono attraverso questa incertezza. Ribadiamo la nostra richiesta urgente a Italia, Malta, Spagna e Unione Europea di avviare operazioni di ricerca e soccorso immediate, trasparenti e su larga scala, riportando a casa le persone morte o vive». Per Mediterranea Saving Humans, l’urgenza è politica e umanitaria: «Di fronte a questa strage, il silenzio e l’inazione dei governi sono agghiaccianti», afferma la presidente Laura Marmorale. L’appello è chiaro: verità sui dispersi, giustizia per le vittime e revisione delle politiche migratorie che spingono migliaia di persone a sfidare il mare in condizioni estreme.