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Tunisia, 15 anni dalla rivoluzione del 14 gennaio. Amnesty International: “Tradite le promesse di libertà e giustizia”
In occasione dell’anniversario della “rivoluzione tunisina del 17 dicembre–14 gennaio”, 15 anni dopo una rivolta popolare animata dalle rivendicazioni di dignità, libertà e giustizia sociale, Amnesty International Tunisia ha espresso profonda preoccupazione per il continuo deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese. Quella che dovrebbe essere una ricorrenza di memoria, riconoscimento e rinnovato slancio democratico, si colloca oggi in un contesto segnato dall’incarcerazione dei dissidenti politici, dal soffocamento delle voci critiche e dall’erosione delle principali conquiste della rivoluzione. Tra le persone detenute figurano esponenti storici del movimento per i diritti umani, tra cui Ayachi Hammami, avvocato di primo piano condannato a cinque anni di carcere e al suo quarantaduesimo giorno di sciopero della fame; Salwa Grissa, direttrice dell’Associazione per la promozione del diritto alla differenza; nonché i rappresentanti legali dell’associazione antirazzista Mnemty e dell’associazione per la difesa dei diritti dell’infanzia Enfants de la lune, a Médenine, i cui procedimenti giudiziari sono ancora in attesa di esito. La loro persecuzione giudiziaria si inserisce in un quadro più ampio di delegittimazione della rivoluzione e di riorganizzazione autoritaria della sua eredità. Amnesty International lancia l’allarme per il moltiplicarsi degli attacchi all’indipendenza della giustizia, attraverso pressioni esercitate sui giudici, procedimenti contro avvocati e avvocate e il ricorso sempre più frequente alla giustizia per fini politici. Queste derive si traducono in procedimenti giudiziari avviati contro magistrati, tra cui Anas Hmedi, presidente dell’Associazione dei magistrati tunisini, e contro l’avvocato Ahmed Souab, condannato a cinque anni di reclusione, nonché in numerose indagini nei confronti di avvocati e avvocate, tra cui Dalila Ben Mbarek Msaddak. In questo contesto, Amnesty International è particolarmente preoccupata per la criminalizzazione delle persone che fanno parte dell’opposizione politica, che avviene tramite il ricorso abusivo a procedimenti giudiziari. Questi casi, spesso fondati su elementi deboli o non suffragati da prove, rientrano in una strategia volta a delegittimare e ridurre al silenzio il dissenso pacifico, eludendo le garanzie relative alla libertà personale, alla presunzione di innocenza e al diritto a un processo equo. Tale deriva emerge in particolare nei cosiddetti casi di “complotto”, con la condanna di oltre 37 persone nel caso del “complotto 1” e di più di 34 persone nel caso del “complotto 2”, oltre alla moltiplicazione dei procedimenti contro esponenti politici. L’arresto e la reiterata detenzione del candidato alle elezioni presidenziali Ayachi Zammel illustrano chiaramente la volontà delle autorità di mettere a tacere il dissenso pacifico. Parallelamente le libertà di espressione, di stampa, di associazione e di riunione pacifica continuano a essere gravemente limitate. Giornalisti e giornaliste, persone attiviste, cittadine e cittadini subiscono persecuzioni e intimidazioni per aver espresso opinioni critiche, in un clima di paura incompatibile con gli impegni internazionali assunti dalla Tunisia. Le organizzazioni della società civile sono oggetto di campagne di delegittimazione, restrizioni amministrative e procedimenti giudiziari volti a criminalizzare l’azione associativa e la solidarietà. Le restrizioni alla libertà di riunione pacifica si manifestano anche attraverso la repressione delle mobilitazioni cittadine a favore dei diritti economici, sociali e ambientali. A Gabès le proteste pacifiche e legittime della popolazione contro il grave inquinamento causato dai fumi tossici provenienti dagli impianti del Gruppo chimico tunisino sono state represse dalle forze di sicurezza, che hanno fatto ricorso in modo eccessivo ai gas lacrimogeni. La repressione delle mobilitazioni per la giustizia ambientale e per i diritti economici e sociali evidenzia chiaramente un approccio securitario che si fa sentire quando le comunità denunciano violazioni del loro diritto alla salute e a un ambiente sano, a discapito dell’obbligo delle autorità di proteggerle. Questi eventi riflettono, più in generale, il preoccupante restringimento dello spazio civico in Tunisia. Le violazioni dei diritti umani commesse contro persone migranti, richiedenti asilo o rifugiate, in particolare persone nere o provenienti dall’Africa subsahariana, sono aumentate per frequenza e gravità, in un contesto segnato dalla recente banalizzazione di discorsi razzisti e discriminatori diffusi in televisione, nonché dall’impunità che li accompagna. L’ultimo rapporto di Amnesty International, intitolato “Nessuno ti sente quando urli” la svolta pericolosa della politica migratoria in Tunisia, mostra come, alimentate da discorsi razzisti di esponenti politici, le autorità tunisine abbiano proceduto in modo mirato e su base razziale ad arresti e detenzioni, intercettazioni marittime pericolose, espulsioni collettive di decine di migliaia di persone verso l’Algeria e la Libia, e abbiano sottoposto persone rifugiate e migranti a torture e ad altre forme di maltrattamenti, comprese violenze sessuali e stupri, reprimendo al contempo la società civile che forniva loro un sostegno essenziale. In occasione di questo anniversario altamente simbolico, Amnesty International Tunisia esorta le autorità tunisine a rompere con le attuali pratiche repressive e a rinnovare pienamente il proprio impegno a favore dei valori che hanno animato la rivoluzione: libertà, dignità e giustizia. I diritti umani non sono una scelta politica ma un obbligo legale e morale nei confronti di tutte le persone in Tunisia. Amnesty International Tunisia chiede alle autorità di: rispettare pienamente i propri obblighi nazionali e internazionali; scarcerare tutte le persone detenute per aver esercitato pacificamente i propri diritti; garantire l’indipendenza della giustizia, proteggere lo spazio civico e porre i diritti umani al centro di ogni politica pubblica; abrogare il Decreto-legge n. 54, la cui applicazione abusiva continua a essere utilizzata per criminalizzare l’espressione pacifica, perseguire persone dell’opposizione, giornalisti, avvocati e avvocate, difensori e difensore dei diritti umani, e limitare indebitamente la libertà di espressione. Amnesty International
Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” 1, una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International 2. Rapporti e dossier/Confini e frontiere “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper 3 del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto di esternalizzazione, violenza e controllo, è fondamentale infatti osservare come fondi e investimenti in capacità operative sostengano strumenti che favoriscono abusi e pratiche scorrette nella gestione dei dati e nelle applicazioni tecnologiche. Nel Mediterraneo, il controllo e i respingimenti delle persone in movimento sono sempre più facilitati dalla tecnologia. L’esternalizzazione delle frontiere non è quindi solo strategia politica, ma un’infrastruttura tecnologica e finanziaria che ridisegna il Mediterraneo come spazio di controllo, sorveglianza e respingimento. Il policy paper di FTDES, realizzato in collaborazione con la Fondazione Mozilla, analizza proprio l’uso di queste tecnologie lungo i confini migratori italiani e tunisini. Qui sotto, i principali risultati presentati dal policy paper. ESTERNALIZZAZIONE DEI CONFINI FACILITATA DALLA TECNOLOGIA E FINANZIATA DALL’UE L’attuale ondata di controllo delle frontiere basato su tecnologie digitali nel Nord Africa è tutt’altro che nuova, affondando le sue radici in un decennio di programmi guidati dall’ICMPD 4 e finanziati da diversi governi europei con il supporto tecnico dell’Italia. Queste iniziative hanno preparato il terreno per sistemi come ISMaris, un software di sorveglianza sviluppata localmente ma supervisionata dall’ICMPD e dal Ministero dell’Interno italiano, che oggi integra dati da sensori radar VHF che rilevano il movimento e la presenza di imbarcazioni, GPS e telecamere, utilizzato dalla guardia costiera Tunisina 5. Il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) è un’organizzazione tunisina indipendente, fondata nel 2011, che si occupa di difendere e promuovere i diritti economici, sociali e ambientali. Conduce ricerche, monitora politiche pubbliche e denuncia violazioni su lavoro, migrazioni, disuguaglianze regionali e giustizia sociale. È riconosciuto come una delle principali voci della società civile tunisina. Sebbene l’UE presenti questi strumenti come mezzi per la sicurezza marittima e la cooperazione, la loro governance opaca e i loro effetti operativi raccontano un’altra storia: le intercettazioni di persone migranti sono aumentate sensibilmente e le missioni di ricerca e soccorso vengono ostacolate. Parallelamente, l’Italia ha rafforzato la cooperazione tecnologica con la Tunisia firmando nel 2023 un memorandum che prevede la consegna di motovedette avanzate, dotate di sistemi di sorveglianza capaci di intercettare, identificare e monitorare imbarcazioni e comunicazioni, spesso con il rischio di misidentificare le persone migranti come trafficanti. L’Italia nel frattempo amplia il coinvolgimento della Leonardo‑Finmeccanica 6, consolidando un modello in cui tecnologia, esternalizzazione delle frontiere e interessi industriali si intrecciano. ATTIVISTI NEL MIRINO La strategia italiana per contenere la migrazione dal Nord Africa prende di mira non solo le persone in movimento, ma anche attivisti, avvocati e giornalisti che documentano abusi e respingimenti. All’inizio del 2025, il caso Paragon aveva rivelato l’uso di tecnologie di sorveglianza di livello militare contro la società civile. Sebbene il governo italiano abbia inizialmente negato ogni coinvolgimento prima di giustificare l’operazione come questione di sicurezza nazionale, le analisi forensi mostrano che l’intrusione era iniziata mesi prima e ha successivamente colpito altri giornalisti, suggerendo un modello più ampio di monitoraggio di chi ostacola o denuncia l’agenda di esternalizzazione. La sorveglianza digitale è diventata un nuovo strumento per ridefinire la narrazione migratoria, eludere responsabilità e mettere a rischio sia i migranti sia le reti che li sostengono, in un contesto in cui l’Italia continua a fornire tecnologie avanzate ai partner nordafricani. FRONTEX: SORVEGLIANZA CON I DRONI E L’INDUSTRIA TECNOLOGICA Frontex svolge un ruolo centrale nell’allertare le guardie costiere libiche, egiziane e tunisine, oltre ai Paesi UE mediterranei, riguardo alle intercettazioni e gli arrivi delle persone in movimento (spesso preludio a procedure di espulsione). Parallelamente, l’agenzia rinnova contratti con aziende tecnologiche come ADAS (Germania) e IAI (Israele), consolidando la propria dipendenza da droni che inquadrano i migranti come minacce alla sicurezza. Italia, Grecia e Malta sostengono la sperimentazione di droni avanzati per la sorveglianza marittima. All’interno di Frontex, i finanziamenti destinati a questi sistemi crescono costantemente, mentre viene denunciata l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei droni per il riconoscimento facciale e in altri possibili processi decisionali critici. Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex. SCAMBI ILLECITI DI DATI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Lo scambio di dati per il controllo delle frontiere, un tempo limitato ai database UE come EURODAC 7 ed EU‑LISA 8, si è ampliato fino a includere per anni trasferimenti di dati personali e biometrici tra FRONTEX ed EUROPOL 9. Dal 2016 al 2023, almeno 13.000 persone sono state coinvolte in trasferimenti illeciti di informazioni, con gravi rischi di criminalizzazione senza basi legali. La scarsa trasparenza di EUROPOL suggerisce che tali dati possano essere stati usati per sospetti infondati di terrorismo o criminalità organizzata, alimentando pratiche di profilazione razziale. Approfondimenti/Confini e frontiere TUNISIA: IL CONFINE INVISIBILE D’EUROPA Il punto sulla situazione delle persone migranti tra detenzione e respingimenti Maria Giuliana Lo Piccolo 25 Novembre 2025 Il policy paper mostra con chiarezza come l’UE stia investendo sempre più in tecnologie di sorveglianza marittima che privilegiano l’intercettazione delle imbarcazioni rispetto al soccorso, contribuendo alla militarizzazione e alla trasformazione tecnologica delle operazioni migratorie, senza alcuna tutela per le persone in movimento né per la loro privacy. Parallelamente, chi denuncia queste pratiche (attivisti per i diritti dei migranti, giornalisti e avvocati) diventa a sua volta bersaglio di sorveglianza e intimidazioni. Le istituzioni europee e i governi coinvolti possono invocare la sicurezza per giustificare metodi sempre più invasivi, ma, come ricordano gli autorə del rapporto “la sicurezza non dovrebbe mai essere ottenuta a costo di vite umane né attraverso misure illegali o discriminatorie” 10. 1. FTDES. (2025, 30 April). Tunisia’s designation as a safe third country of origin: The European Commission rewards Tunisian authorities for their cooperation on migration and whitewashes their abuses ↩︎ 2. Tunisia: “Nobody hears you when you scream”: Dangerous shift in Tunisia’s migration policy ↩︎ 3. The nexus of technology and migration tech-facilitated border control and implications for Tunisia, FTDES (27 ottobre 2025) ↩︎ 4. International Centre for Migration Policy Development, Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie ↩︎ 5. Alarmphone. (2024). The Illegal and Violent Practices of the Tunisian National Guard in the Central Mediterranean ↩︎ 6. Business and Human Rights Resource Centre. (2024, 4 June). Leonardo. Business and Human Rights Resource Centre ↩︎ 7. European Dactyloscopy: banca dati biometrica dell’Unione Europea contenente le impronte digitali dei richiedenti asilo e dei cittadini di paesi terzi ↩︎ 8. Agenzia dell’Unione europea per la gestione operativa dei sistemi IT su larga scala nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia ↩︎ 9. Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto ↩︎ 10. Dal policy paper, pagina 24 ↩︎
La Ocean Viking evacua 33 naufraghi salvati dalla nave di supporto Maridrive 703
Nel primo pomeriggio la Ocean Viking di SOS MEDITERRRANEE, da ieri di nuovo nel Mediterraneo, ha evacuato 33 persone salvate dalla Maridrive 703, nave di supporto offshore a una delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo. Tra i sopravvissuti, provenienti soprattutto da Sudan, Ciad e Somalia, ci sono tre donne (di cui una incinta), tre bambine e due minori non accompagnati. Sette delle persone soccorse riportano lesioni, tra cui ustioni da carburante, un arto rotto e dolore generale. Tutti i sopravvissuti sono esausti dopo aver trascorso sette giorni in mare, per poi rimanere bloccati sulla Maridrive 703. Hanno inoltre riferito che un altro gruppo è stato respinto in Tunisia. Redazione Italia
Protezione complementare e valutazione della vulnerabilità: errore sulle COI e nullità della motivazione
La Corte di Cassazione ha cassato un decreto del Tribunale di Lecce che aveva negato ogni forma di protezione a seguito del ricorso avverso una dichiarazione di inammissibilità di una domanda reiterata di protezione internazionale. Il ricorrente è un cittadino gambiano, giunto in Italia in età minorile, al quale era stata inizialmente riconosciuta la protezione umanitaria, più volte rinnovata. Successivamente, il giovane si trasferiva a Milano e iniziava un periodo di instabilità, caratterizzato da spostamenti in diversi Paesi europei, dalla perdita del titolo di soggiorno e, soprattutto, dall’insorgenza di una grave dipendenza da alcool e sostanze stupefacenti, clinicamente accertata. La tossicodipendenza lo conduceva anche alla commissione di alcuni reati (tra cui resistenza a pubblico ufficiale e minacce) e, infine, al trattenimento presso un CPR. Nel corso del giudizio veniva prodotta un’ampia documentazione sanitaria e sociale: referti di Pronto Soccorso – tra cui uno attestante che il giovane era stato soccorso dalla Polizia in stato di incoscienza – relazioni del SERD, con monitoraggi tossicologici finalizzati alla diagnosi, nonché relazioni del CPR. Ulteriore documentazione medica riportava il racconto del ricorrente di aver subito una violenza sessuale mentre si trovava in stato di incoscienza a causa dell’abuso di alcool e droghe. Di tutta questa documentazione il Tribunale di Lecce non faceva alcuna menzione nel provvedimento impugnato, limitandosi ad affermare che lo stato di tossicodipendenza del ricorrente sarebbe stato “agevolmente curabile nel Paese di origine”, individuato però erroneamente nella Tunisia. L’errore risulta macroscopico: il ricorrente è cittadino gambiano, e il Tribunale ha fondato la decisione su COI riferite alla Tunisia, nonostante la difesa avesse prodotto informazioni aggiornate e specifiche sul Gambia, dalle quali emerge come la tossicodipendenza rappresenti una grave emergenza sanitaria non adeguatamente affrontabile, a causa della carenza di strutture, personale specializzato e servizi di presa in carico. La Suprema Corte ha quindi rilevato che “(…) la decisione è inficiata da un errore in ordine alla valutazione delle condizioni esistenti nel Paese di origine, che è il Gambia e non la Tunisia, mentre il diritto alla protezione complementare deve essere valutato tenendo conto delle condizioni di vulnerabilità del soggetto, della durata della presenza sul territorio nazionale, delle relazioni sociali intessute, del grado di integrazione lavorativa e del legame con la comunità, in comparazione con l’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il Paese d’origine e con la gravità delle difficoltà che il richiedente potrebbe incontrare in caso di rientro (Cass., 10 novembre 2025, n. 29593)“. In ragione di tali vizi, la Corte ha dichiarato la nullità assoluta della motivazione, cassando il decreto impugnato e rinviando la causa al Tribunale di Lecce in diversa composizione. Corte di Cassazione, ordinanza n. 31489 del 3 dicembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Mariagrazia Stigliano per la segnalazione della pronuncia e il commento. * Consulta altre decisioni della Corte di Cassazione
Tunisia, Saadia Mosbah, il sogno sotto processo
Saadia Mosbah è la presidente dell’associazione Mnemty, che in arabo tunisino significa “il mio sogno”. Un nome che richiama esplicitamente la celebre frase di Martin Luther King, “I have a dream”: il sogno di una società fondata sull’uguaglianza, sulla dignità e sulla giustizia. Mnemty nasce proprio con questo obiettivo: contrastare il razzismo sistemico in Tunisia, difendere i diritti delle persone migranti e afrodiscendenti e smascherare le discriminazioni strutturali che attraversano lo Stato e la società tunisina. Oggi quel sogno è sotto processo. Saadia Mosbah è in carcere non per un reato, ma per una scelta politica: aver difeso i diritti dei migranti e aver rifiutato la deriva razzista e autoritaria imposta dal presidente Kaïs Saied, in particolare dopo il discorso del 21 febbraio 2023, in cui Saied ha apertamente criminalizzato le persone migranti subsahariane, legittimando una campagna di odio, violenza e repressione senza precedenti. Figura di primo piano della lotta contro il razzismo in Tunisia, Saadia Mosbah, 65 anni, è stata arrestata il 6 maggio 2024 nella sua abitazione, al termine di una lunga campagna di diffamazione e incitamento all’odio sui social network, che ha preso di mira lei, l’associazione Mnemty e altri attivisti. L’organizzazione è stata accusata, senza prove credibili, di partecipare a un presunto “complotto” per favorire l’insediamento dei migranti subsahariani in Tunisia: una narrazione costruita ad arte per criminalizzare la solidarietà e reprimere ogni voce critica. Il suo processo, previsto il 21 dicembre 2025, si inserisce in un contesto più ampio di persecuzione giudiziaria contro oppositori politici, difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti. Saadia Mosbah, insieme ad altri prigionieri politici, resta detenuta nelle carceri del regime di Saied. La loro unica “colpa” è aver osato opporsi, denunciare, resistere. Questo caso smaschera l’ipocrisia della narrazione europea che continua a definire la Tunisia “Paese terzo di origine sicuro”, mentre: * gli attivisti antirazzisti vengono incarcerati, * la solidarietà viene equiparata a un crimine, * il razzismo di Stato diventa strumento di governo, * la repressione politica viene normalizzata con la complicità internazionale. Il processo a Saadia Mosbah non è un fatto isolato: è un processo alla libertà di espressione, alla giustizia sociale e alla possibilità stessa di difendere i diritti umani in Tunisia. È il simbolo di un sistema che punisce chi sogna l’uguaglianza e premia chi alimenta paura e odio. Difendere Saadia Mosbah significa difendere tutte e tutti coloro che rifiutano il razzismo, l’autoritarismo e la criminalizzazione delle migrazioni. Il suo sogno non è un crimine. Il crimine è reprimerlo. Redazione Italia
La Cassazione dichiara illegittimo l’accertamento dell’età praticato a Pantelleria
Nell’ambito del progetto InLimine è stata accolta dalla Corte di Cassazione la richiesta da parte di un cittadino tunisino rappresentato dagli avv. Vittoria Garosci e Salvatore Fachile di annullare il provvedimento con cui il giudice di pace di Caltanissetta aveva dapprima disposto autonomamente e senza interpellare la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni esami socio-sanitari sul ricorrente che più volte si era dichiarato minorenne, e poi aveva illegittimamente convalidato il suo trattenimento sulla base del solo referto rx-anagrafico. In particolare, pur essendoci un fondato dubbio sulla sua età anagrafica, la Questura di Trapani, notificava al ricorrente un provvedimento di respingimento e, sulla base del medesimo, veniva disposto il suo trattenimento presso il Centro di Permanenza per i rimpatri di Caltanissetta. All’udienza di convalida, sebbene il giovane tunisino avesse ribadito di essere minorenne, il giudice di pace, senza neppure chiedere alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di disporre esami socio sanitari secondo la procedura delineata dall’art. 19-bis d.lgs 241/2015, ordinava che lo stesso venisse sottoposto (unicamente) all’“accertamento rx-anagrafico”.           Sulla base poi del solo referto medico redatto dall’ASP 2 Caltanissetta, secondo cui, senza indicare il margine di errore, l’età ossea del ricorrente sarebbe stata “compatibile con età anagrafica superiore ad anni 18”, il giudice di pace decideva di convalidare il trattenimento del ricorrente che, pertanto, il giorno successivo veniva rimpatriato in Tunisia.   Il suddetto provvedimento oltretutto non veniva neppure trasmesso all’Autorità giudiziaria e dunque il ricorrente non veniva neppure messo nella condizione di presentare appello. La sentenza della Corte di Cassazione in epigrafe ribadisce dunque un principio fondamentale: quando sussistono dubbi sull’età di un cittadino straniero, il Giudice di Pace non ha competenza a disporre direttamente consulenze radiologiche o altri accertamenti per la determinazione dell’età anagrafica. In questi casi infatti deve essere rigorosamente applicata la procedura di garanzia prevista dall’articolo 19-bis del D.Lgs. 142/2015, che costituisce normativa specifica e prevalente rispetto a qualsiasi altra disposizione di rango inferiore. Nel caso concreto, la Suprema Corte ha dunque censurato il comportamento del Giudice di Pace che aveva autonomamente disposto uno “sbrigativo esame radiologico“, violando così le garanzie procedurali stabilite dall’articolo 19 bis del D.Lgs. 142/2015 a tutela dei minori stranieri non accompagnati. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato invalida la convalida del trattenimento, in quanto fondata su accertamenti disposti in violazione delle norme procedurali imperative previste per la determinazione dell’età dei soggetti che si dichiarino minorenni. Questa sentenza riveste un’importanza fondamentale poiché mette in evidenza come presso l’hotspot di Pantelleria venga sistematicamente applicata una procedura illegittima per l’accertamento dell’età dei cittadini stranieri che si dichiarano minorenni, in totale violazione del quadro normativo di riferimento. Il caso di Pantelleria evidenzia quindi una prassi amministrativa e giudiziaria sistematicamente contraria alla legge, che bypassa le garanzie procedurali previste per i minori stranieri non accompagnati e si fonda su accertamenti sommari privi delle necessarie tutele. Il minore è stato trattenuto nell’hotspot di Pantelleria, senza alcuna base giuridica o garanzia di tutela. Al momento dello sbarco, il suo telefono cellulare è stato immediatamente confiscato dalle Forze dell’Ordine, non gli è stata offerta alcuna possibilità di comunicazione se non una brevissima chiamata con la madre alla presenza di un mediatore. Quindi, nonostante si fosse dichiarato minorenne e avesse documenti sul suo telefono per provarlo, la sua dichiarazione è stata del tutto ignorata. Non gli è stato permesso di accedere al suo telefono né di contattare i familiari che avrebbero potuto inviare la documentazione necessaria. Di conseguenza, è stato registrato come adulto, escluso dalle tutele che la legge riserva ai minori stranieri non accompagnati. Tale approccio viola non solo la normativa nazionale ma anche i principi sovranazionali di tutela dell’interesse superiore del minore, compromettendo gravemente i diritti fondamentali di soggetti particolarmente vulnerabili. Corte di Cassazione, ordinanza n. 30999 del 26 novembre 2025
Tunisia: il sindacato reagisce alla repressione convocando uno sciopero generale
Dopo l’ondata di arresti che ha messo in galera con la scusa di “complotto contro la sicurezza dello Stato” alcuni dei principali oppositori al regime, il principale sindacato tunisino, l’Union Générale des Travailleurs Tunisiens” (UGTT) ha proclamato uno sciopero generale per il 21 di Gennaio. Di fronte alle pressioni del governo, il segretario generale dell’UGTT, Nourredine Taboubi ha dichiarato “Non ci lasciamo intimidire dalle vostre minacce o dalle vostre prigioni. Non temiamo il carcere”. L’UGTT ha svolto un ruolo centrale nella transizione democratica della Tunisia dopo il 2011, ma in un primo tempo aveva appoggiato il presidente Kais Saied quando aveva nel 2021 sospeso i poteri del parlamento in quello che è stato considerato dall’opposizione un autentico colpo di stato. Pressenza IPA
Tunisia: arrestato un altro oppositore politico
Ahmed Néjib Chebbi è stato arrestato oggi giovedì 4 dicembre a Tunisi  dopo essere stato condannato a 12 anni di prigione in un processo farsa in cui era accusato di “complotto contro la sicurezza dello Stato”. Chebbi, che ha 81 anni, è uno degli oppositori di sinistra più conosciuti nel paese e con una lunga carriera politica che lo ha portato ad essere candidato alla presidenza della Tunisia nel 2009, ministro nel primo governo di unità nazionale dopo la caduta di Ben Alì e membro della Costituente. Nei giorni scorsi Chebbi aveva dichiarato in un video:” vado in prigione con la coscienza tranquilla e sapendo di non aver commesso nessun errore”. Il suo arresto non è un caso isolato, segue infatti l’arresto dell’avvocato Ayachi Hammami e dell’attivista Chaïma Issa, condannati nello stesso processo. Dure le reazioni delle associazioni di difesa dei Diritti Umani. Secondo Sara Hashash, direttrice regionale di Amnesty International, “queste detenzioni confermano l’allucinante determinazione delle Autorità nel soffocare l’opposizione pacifica”; Ahmed Benchemsi, portavoce locale di Human Rights Watch sottolinea che l’opposizione tunisina è ormai in prigione o in esilio. Pressenza IPA
“Nessuno ti sente quando urli”: il sistema di violenza contro le persone migranti in Tunisia
GIORGIO MARCACCIO 1 Il dossier “Nobody hears you when you scream” (Amnesty International, 2025) 2 presenta un quadro sconvolgente: la Tunisia non solo non protegge le persone migranti, ma costruisce attivamente un sistema di violenza contro di loro. Le testimonianze raccolte mostrano un modello coerente: intercettazioni brutali in mare, espulsioni nel deserto al confine con Libia e Algeria, detenzione arbitraria, abusi sessuali e tortura. Parallelamente lo Stato attacca organizzazioni e attiviste/i, escludendo ogni accesso all’asilo. Nonostante ciò, l’Unione Europea continua a finanziare la Tunisia con un Memorandum privo di garanzie sui diritti umani. L’indagine di Amnesty International, condotta tra febbraio 2023 e giugno 2025, ha esaminato le esperienze di rifugiati e migranti in Tunisia, concentrandosi su Tunisi, Sfax e Zarzis. Sono state intervistate 120 persone provenienti da diversi paesi africani e asiatici (92 erano uomini e 28 erano donne), tra cui Afghanistan, Algeria, Nigeria, Sudan, Yemen, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Gambia, Ghana, Guinea, Libia, Mali, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sud Sudan 3. Nel novembre del 2025 Amnesty International ha pubblicato il rapporto “Nobody hears you when you scream”, che denuncia le condizioni disumane subite dalle persone migranti in Tunisia e mette in luce un sistema di discriminazione razziale e xenofoba rivolto soprattutto a uomini e donne dall’Africa subsahariana. Il rapporto ricostruisce in modo dettagliato un apparato repressivo che coinvolge istituzioni, forze dell’ordine e ampi settori della società civile, grazie a testimonianze dirette, missioni di indagine e dichiarazioni pubbliche di figure politiche, tra cui il presidente Kaïs Saïed. Uno dei temi centrali è la violazione sistematica e continua dei diritti umani: tortura, trattamenti inumani, detenzione arbitraria, uso eccessivo della forza durante intercettazioni in mare e sbarchi, espulsioni collettive e sommarie lungo il confine meridionale. Molte di queste violazioni sono attribuite alla National Guard, corpo dipendente dal Ministero dell’Interno, formalmente incaricato della protezione dei confini ma spesso coinvolto direttamente in violenze e abusi. > «Quando sono arrivato alla stazione di polizia, un poliziotto mi ha urlato > contro dicendo: “Voi neri create problemi” e un altro mi ha dato una > ginocchiata allo stomaco». > Milena, studentessa del Burkina Faso Parallelamente, si registra un clima politico apertamente razzista: dal febbraio 2023 il Presidente Saïed ha più volte evocato un presunto “complotto” dei migranti volto a cambiare la composizione demografica del Paese, alimentando ostilità e giustificando misure discriminatorie. Approfondimenti TUNISIA: IL CONFINE INVISIBILE D’EUROPA Il punto sulla situazione delle persone migranti tra detenzione e respingimenti Maria Giuliana Lo Piccolo 25 Novembre 2025 LA TUNISIA COME SNODO DELLA ROTTA MEDITERRANEA La Tunisia occupa una posizione strategica per le rotte migratorie provenienti dall’Africa subsahariana verso l’Europa. Le crisi politiche e umanitarie del continente spingono migliaia di persone a dirigersi verso il Nord Africa, spesso senza possibilità di proseguire immediatamente il viaggio, con il rischio di diventare irregolari sul territorio tunisino. Dal 2017, con gli accordi UE-Libia sul contenimento delle partenze, molte persone hanno iniziato a spostarsi irregolarmente dalla Libia alla Tunisia nella speranza di trovare una via più sicura verso l’Europa. Il fenomeno si è consolidato soprattutto dal 2020. Sul piano normativo, la Tunisia non ha sviluppato un sistema efficace di gestione dell’asilo: la Costituzione del 2022 garantisce il diritto d’asilo “secondo la legge”, ma la legge non esiste, creando così un vuoto che impedisce la protezione internazionale. Nonostante l’adozione nel 2018 di una legge avanzata contro discriminazione e razzismo, Amnesty documenta come essa rimanga largamente inapplicata. Le testimonianze raccolte mostrano come le persone africane siano sottoposte a violenze, estorsioni e arresti arbitrari motivati da profiling razziale. > «Hanno semplicemente detto: ‘Non vogliamo neri qui, tornate a casa vostra». > Adama, un giovane ivoriano DISCORSI PRESIDENZIALI E COSTRUZIONE DEL NEMICO INTERNO Uno degli elementi più forti del rapporto è la documentazione dell’impatto del discorso politico. Nel febbraio 2023 il presidente Kaïs Saïed parla pubblicamente di una “minaccia demografica” rappresentata dai migranti subsahariani, accusati di voler “modificare la composizione della popolazione tunisina”. Le parole alimentano un’ondata di xenofobia e violenza. Molti persone migranti raccontano che, subito dopo il discorso, i vicini hanno smesso di salutarli, proprietari di casa hanno annullato contratti d’affitto, tassisti hanno rifiutato di farli salire. > Una donna ivoriana testimonia: > «Dopo quel discorso, era come se tutti avessero ricevuto il permesso di farci > del male». Nessuna istituzione tunisina ha preso pubblicamente le distanze da questa retorica: al contrario, la sicurezza interna ha intensificato controlli, arresti ed espulsioni. 4 INTERCETTAZIONI IN MARE: MANOVRE PERICOLOSE, OPACITÀ ISTITUZIONALE Uno dei capitoli più gravi riguarda le intercettazioni dei migranti in mare, condotte con tattiche pericolose e violente. Da giugno 2024 la Tunisia ha smesso di diffondere i propri dati ufficiali e il 19 giugno 2024 ha notificato all’IMO (International Maritime Organization) l’istituzione di una vasta area SAR (SRR), che consente intercettazioni in una zona molto ampia. Le ONG documentano manovre aggressive come urti volontari, uso di cavi, spray urticanti, violenze fisiche e sequestri di motori. Tali pratiche violano la Convenzione internazionale sul salvataggio marittimo e il Protocollo ONU contro il traffico di migranti. > «Continuavano a colpire la nostra barca con lunghi bastoni con estremità > appuntite, l’hanno bucata… C’erano almeno due donne e tre bambini senza > giubbotti di salvataggio. Li abbiamo visti annegare…» > Céline, una donna camerunese Un ulteriore aspetto critico riguarda la mancata valutazione individuale delle persone in movimento: documenti e beni personali vengono spesso confiscati o distrutti, rendendo impossibile richiedere protezione internazionale. ESPULSIONI COLLETTIVE VERSO LIBIA E ALGERIA Sul fronte terrestre Amnesty documenta migliaia di espulsioni collettive verso Algeria e Libia dall’estate 2023 in avanti. Si tratta di pratiche che violano apertamente il principio di non-refoulement, cardine della Convenzione del 1951 sui rifugiati. Le espulsioni avvengono spesso tramite cooperazione – anche informale – con gruppi armati libici e algerini. Molte persone vengono portate in centri di detenzione illegali e sottoposte a violenze, perquisizioni degradanti e confisca dei documenti. In Algeria si verifica frequentemente il chain refoulement, con respingimenti ulteriori verso Niger o Mali. Il contesto libico è ancora più drammatico, segnato da violenze sistematiche riconosciute dalle Nazioni Unite. > «Avevo un visto valido, ma non ci hanno spiegato nulla né chiesto documenti di > identità… Ci hanno ammanettato con una corda nera e ci hanno messo su un > autobus che ci ha portato in Algeria. Ci hanno solo detto: “Non vogliamo neri > qui, tornate a casa vostra”». ABUSI SESSUALI E TORTURA COME STRUMENTI DI CONTROLLO Numerose donne raccontano di aver subito violenze sessuali da parte di membri della National Guard durante intercettazioni, detenzioni ed espulsioni. Si tratta di abusi che Amnesty classifica esplicitamente come tortura, vietata dalla Convenzione ONU del 1984 5. Anche uomini e minori riportano pestaggi, bruciature, scariche elettriche e violenze degradanti. La discriminazione razziale emerge come fattore strutturale in questi abusi 6. > «Mi hanno presa in tre. Uno mi teneva ferma, gli altri mi toccavano ovunque. > Ho urlato, ma ridevano». ATTACCO ALLE ONG E CHIUSURA DELLO SPAZIO CIVICO Di fronte alle accuse, il governo tunisino nega ogni responsabilità, ma parallelamente porta avanti una strategia di repressione verso ONG e difensori dei diritti umani. Dal maggio 2024 diverse organizzazioni locali e internazionali sono state ostacolate, alcune costrette a chiudere; membri di ONG partner dell’UNHCR sono stati arrestati. Il Presidente Saïed ha alimentato questa campagna definendo le organizzazioni “agenti stranieri” e “traditori”. La situazione è peggiorata quando il governo ha imposto la sospensione delle attività di registrazione dei richiedenti asilo svolte dall’UNHCR dal 2011. Migliaia di persone si sono ritrovate senza possibilità di accedere alla protezione internazionale. > Una volontaria tunisina riferisce: > «Ci trattano come criminali solo perché aiutiamo persone che stanno morendo». IL MEMORANDUM UE–TUNISIA: COOPERAZIONE SENZA TUTELE Il 16 luglio 2023 l’Unione Europea e la Tunisia hanno firmato un Memorandum d’intesa che prevede grandi investimenti europei per contrasto ai trafficanti, controllo dei confini e rimpatri. Secondo Amnesty, il Memorandum è privo di garanzie vincolanti sul rispetto dei diritti umani: non prevede soglie da rispettare né condizioni che limitino l’accesso ai fondi in caso di violazioni. La Tunisia non può essere considerata un “paese terzo sicuro”: non esiste un sistema d’asilo funzionante, il non-refoulement viene violato, e le istituzioni stesse sono responsabili di violenze strutturali contro le persone migranti 7. Il dossier di Amnesty descrive una realtà in cui la Tunisia costruisce un sistema istituzionale e operativo che mira non a gestire le migrazioni, ma a renderle impossibili, attraverso violenza, paura e abbandono. Il titolo del rapporto – Nessuno ti sente quando urli – non è una metafora: è la descrizione puntuale della condizione vissuta da migliaia di persone che, in Tunisia, non hanno alcuna protezione né possibilità di far valere i propri diritti. 1. Studente presso UniPD del corso di Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani al terzo anno, sto svolgendo un tirocinio curricolare presso Melting Pot. Sono appassionato di attualità internazionale e storia delle relazioni internazionali, materia in cui sto scrivendo una tesi di laurea triennale. Ho un diploma di liceo classico ottenuto a Bergamo, e dal liceo in poi ho fatto attività di volontariato locale e in città ↩︎ 2. Tunisia: “Nobody hears you when you scream”: Dangerous shift in Tunisia’s migration policy ↩︎ 3. Metodologia del dossier a pag. 15 ↩︎ 4. Discorsi presidenziali e razzismo istituzionale a pag.25 del rapporto ↩︎ 5. Da pag. 62 del rapporto ↩︎ 6. Sexual violence and torture, da pag. 61 del dossier ↩︎ 7. Le conclusioni di Amnesty da pag. 82 ↩︎
Tunisia: il confine invisibile d’Europa
Detenzioni arbitrarie, deportazioni e cooperazione UE: come la strategia di esternalizzazione alimenta violenze e violazioni dei diritti delle persone migranti. La Tunisia è uno dei principali Paesi di transito, ma anche di destinazione, per persone migranti, rifugiati e richiedenti asilo, provenienti principalmente dall’Africa sub-sahariana. In passato, le condizioni di vita di rifugiati e migranti erano considerate generalmente migliori rispetto a quelle di altri Paesi, come ad esempio la Libia. Dal 2023, tuttavia, in seguito alla decisione del governo di adottare un approccio più duro, la situazione è nettamente peggiorata.  Kaïs Saïed è in carica dal 2019, ma è nel 2021 che, sospeso il parlamento, ha cominciato a governare per decreto, tanto da parlare di “iper-presidenzialismo”, in cui l’opposizione politica è praticamente assente.  In questa situazione, la questione migratoria viene utilizzata politicamente per compattare la nazione contro un nemico comune, fomentando il razzismo già presente nella società tunisina.  Il presidente, infatti, ha dichiarato che l’arrivo di «orde di migranti illegali» dall’Africa sub-sahariana fa parte di un «piano criminale per cambiare la composizione demografica» 1 della Tunisia. Come ha sottolineato l’antropologa Kenza Ben Azouz, «Incolpando la comunità subsahariana senza affrontare in modo sostanziale la questione migratoria, egli si aggrappa a una logica populista e opportunistica» 2, in accordo con le diffuse (soprattutto in Europa) narrative di una presunta “sostituzione etnica”. Inevitabilmente, questi commenti «danno legittimità a chiunque voglia attaccare una persona nera per strada» 3, denuncia Saadia Mosbah. Quest’ultima, presidente dell’associazione Mnemty, è stata arrestata nel maggio 2024 4, mentre l’associazione, impegnata nella lotta contro il razzismo, è stata sottoposta, insieme a molte altre organizzazioni per i diritti umani, a un mese di sospensione delle attività 5.  E infatti è stato documentato un incremento di violenza contro i migranti africani, tramite raid, arresti arbitrari e detenzioni, ma anche deportazioni di massa ai confini con Algeria e Libia. Le persone migranti vengono abbandonate senza cibo e acqua ed esposte al rischio di rapimenti, estorsioni, lavoro forzato, violenza sessuale e perfino morte 6. Nonostante i richiami e le ingiunzioni al governo da parte delle Nazioni Unite, affinché migliorasse il trattamento delle persone senza cittadinanza e mettesse fine alla retorica xenofoba, il trattamento discriminatorio e violento continua, così come la propaganda razzista.  Ad aprile 2025, ad esempio, le autorità hanno smantellato i campi vicino Sfax, che ospitavano circa 7000 migranti sub-sahariani, dando fuoco alle tende prima di arrestarli e deportarli  7. L’incremento di questo tipo di azioni, insieme alla detenzione di rappresentanti delle organizzazioni della società civile e alla retorica xenofoba, coincide con il crescente supporto dell’Unione Europea per quanto riguarda il controllo del confine e la gestione dei flussi migratori, che è a sua volta parte della più generale strategia di esternalizzazione del confine europeo.  Una tappa fondamentale nella costruzione delle relazioni UE-Tunisia è stata il Memorandum d’intesa firmato a luglio 2023 dal presidente tunisino Kais Saied, dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, dalla premier italiana Giorgia Meloni e dall’ex-premier olandese Mark Rutte. Grazie a questo accordo la Tunisia ha ottenuto 105 milioni di euro dedicati alla gestione dei confini e alla “lotta contro l’immigrazione illegale” 8, che hanno finanziato anche la Guardia Nazionale tunisina, la quale, secondo un’indagine del The Guardian, ha sottoposto centinaia di migranti a stupri, pestaggi e altri abusi 9.  L’ultimo rapporto di Global Detention Project (GDP) e Forum Tunisien pour les droits économiques et sociaux (FTDES) 10, pubblicato a ottobre, fa luce proprio sulla situazione attuale e sulle numerose problematiche legate alla detenzione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. L’utilizzo della detenzione per le persone in movimento è impiegato sistematicamente in Tunisia, anche se la legge tunisina non contiene disposizioni specifiche relative alla detenzione amministrativa per motivi di immigrazione o alla detenzione prima del rimpatrio. Il GDP e l’FTDES, infatti, hanno documentato ripetutamente l’uso di centri di detenzione informali nel Paese, nonostante l’assenza di qualsiasi base legale chiara per il loro funzionamento. Il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) è un’organizzazione tunisina indipendente, fondata nel 2011, che si occupa di difendere e promuovere i diritti economici, sociali e ambientali. Conduce ricerche, monitora politiche pubbliche e denuncia violazioni riguardanti lavoro, migrazioni, disuguaglianze regionali e giustizia sociale. È riconosciuto come una delle principali voci della società civile tunisina. Questi includono la struttura Al-Wardia, fuori Tunisi, e un’altra vicino a Ben Guerdane, utilizzata per raccogliere i migranti prima della loro deportazione in Libia. Sebbene le autorità designino alcuni siti come “centri di accoglienza e orientamento”, nella pratica essi funzionano come vere e proprie strutture di detenzione. Nel 2020, diverse organizzazioni, come Avocats Sans Frontières e Terre d’Asile Tunisie, hanno inviato degli avvocati al centro di Al-Wardia, i quali hanno riferito di essersi visti negare l’ingresso, confermando che per migranti all’interno non era possibile uscire 11. In seguito alle pressioni della società civile, 22 migranti sono stati rilasciati nel settembre dello stesso anno, ma le autorità hanno comunque continuato a trattenere i non-cittadini all’interno della struttura, compresi donne e bambini, nonostante manchino le basi legali per farlo 12.  Oltre a queste strutture, gli osservatori riportano anche l’uso di stazioni di polizia, sedi della polizia di frontiera e stazioni della polizia di frontiera aeroportuali e marittime per la detenzione di persone senza la cittadinanza tunisina. Rapporti attendibili indicano, inoltre, che un numero significativo di migranti subsahariani viene detenuto all’interno delle carceri del paese e nei “dépôts” (strutture di detenzione preventiva) a seguito della loro condanna per ingresso, soggiorno e uscita irregolari. Alcuni vengono trasferiti in centri di detenzione informali (senza autorizzazione giudiziaria), il che comporta sostanzialmente un allungamento significativo del periodo della loro reclusione 13. Pochi osservatori sono stati in grado di entrare in questi centri e quindi vi è una trasparenza molto limitata riguardo ciò che accade all’interno. Tuttavia, il GDP e l’FTDES hanno documentato in diversi rapporti le condizioni e i trattamenti che i non-cittadini, la maggior parte dei quali di origine subsahariana, devono affrontare durante la permanenza in queste strutture. Nel marzo 2023, France 24 ha pubblicato rapporti e foto dall’interno del centro Al-Wardia, che includono accuse di abusi fisici, grave sovraffollamento e spazio insufficiente per dormire 14. Gli osservatori riportano inoltre che i detenuti hanno difficoltà a contattare avvocati e interpreti, il che, combinato con il mancato obbligo delle autorità di informare i detenuti del loro diritto di fare ricorso, crea significative barriere all’accesso a qualsiasi forma di revisione giudiziaria significativa. A ciò si aggiunge che, poiché la legge tunisina non prevede la detenzione amministrativa, essa non contiene disposizioni riguardanti la durata massima della detenzione, lasciando i detenuti esposti al rischio di detenzione indefinita 15.  Persone migranti, rifugiati e richiedenti asilo detenuti nella struttura di Al-Wardia hanno inoltre segnalato violenze durante perquisizioni e arresti, trasferimenti verso altri siti non identificati e problemi, tra cui scarsa igiene, mancanza di cibo, confisca dei beni, stress psicologico. Inoltre, poiché il trattenimento legato all’immigrazione non è previsto dalla legge tunisina, non esistono nemmeno garanzie o protezioni formali per gruppi vulnerabili come i bambini, le vittime di tratta e i richiedenti asilo. Allo stesso tempo, tuttavia, la legge non prevede alcuna base giuridica per privare tali gruppi della libertà per motivi legati alla migrazione 16.  Inoltre, in assenza di un sistema nazionale di asilo, l’UNHCR ha condotto la registrazione dei richiedenti asilo e la determinazione dello status di rifugiato, ma queste procedure sono state sospese nel giugno 2024, lasciando molte persone bloccate senza uno status legale. Ciò ha lasciato centinaia di persone senza protezione ed esposte all’arresto e alla detenzione. I rapporti indicano che molti – in particolare quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana – che intendono richiedere protezione vengono arrestati, detenuti e deportati senza avere l’opportunità di fare domanda di asilo.  L’FTDES e il GDP chiedono pertanto la ripresa immediata della registrazione delle domande di asilo e l’adozione di una legge nazionale sull’asilo conforme agli standard internazionali. Ritengono inoltre che le strutture di detenzione debbano essere chiuse immediatamente. Le organizzazioni che presentano la denuncia invitano inoltre le autorità ad adottare regole chiare e pubbliche per qualsiasi luogo in cui una persona sia privata della libertà: registrazione, informazioni in una lingua che il detenuto comprenda, accesso a un avvocato e a un interprete al momento dell’arrivo, certificato medico, separazione tra uomini e donne e visite regolari da parte di organizzazioni indipendenti. Senza trarre insegnamenti dai risultati devastanti della cooperazione con la Libia, l’attuale cooperazione UE-Tunisia in materia di controllo delle migrazioni ha portato al contenimento delle persone in un Paese in cui sono esposte a diffuse violazioni dei diritti umani. Questa cooperazione è ancora in corso a più di due anni di distanza, nonostante le allarmanti e ben documentate segnalazioni di violazioni. Tuttavia, dando priorità al controllo della migrazione a scapito del diritto internazionale, la collaborazione è stata celebrata dai funzionari europei come un successo, citando una significativa riduzione degli arrivi irregolari via mare di persone dalla Tunisia dal 2024 17. Come ha dichiarato Heba Morayef, direttrice regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International, «il silenzio dell’UE e dei suoi Stati membri di fronte a questi orribili abusi è particolarmente allarmante. Ogni giorno che l’UE persiste nel sostenere in modo sconsiderato il pericoloso attacco della Tunisia ai diritti dei migranti, dei rifugiati e di coloro che li difendono, senza rivedere in modo significativo la sua cooperazione in materia di migrazione, i leader europei rischiano di diventarne complici» 18. 1. Tunisia’s President Saied claims sub-Saharan migrants threaten country’s identity, Le Monde (23 febbraio 2023) ↩︎ 2. Cfr. Le Monde (23 febbraio 2023) ↩︎ 3. Cfr. Le Monde (23 febbraio 2023) ↩︎ 4. Affaire Mnemty : la justice tunisienne relance les poursuites, la société civile alerte, tunisienews (6 agosto 2025) ↩︎ 5. Suspension des activités de l’association Mnemty, BusinessNews (28 ottobre 2025) ↩︎ 6. Global Detention Project, “Tunisia: Detention and “Desert Dumping” of Sub-Saharan Refugees,” 8 luglio 2024 ↩︎ 7. Tunisia dismantles sub-Saharan migrant camps and forcibly deports some | Reuters, Reuters (5 aprile 2025) ↩︎ 8. EU-Tunisia Memorandum of Understanding ↩︎ 9. The brutal truth behind Italy’s migrant reduction: beatings and rape by EU-funded forces in Tunisia | Global development | The Guardian, The Guardian (19 settembre 2024) ↩︎ 10. Global Detention Project, “Tunisia: Issues Related To The Immigration Detention Of Migrants, Refugees, And Asylum Seekers”, ottobre 2025 ↩︎ 11. Note-juridique-El-Ourdia-VF.pdf, OMCT, “Note sur la détention arbitraire au centre de détention de migrants d’El-Ouardia,” 2023 ↩︎ 12. Tunisia, la denuncia: “Nei centri di detenzione illegale anche migranti bambini”, Dire (17 novembre 2025) ↩︎ 13. Note-juridique-El-Ourdia-VF.pdf, OMCT, “Note sur la détention arbitraire au centre de détention de migrants d’El-Ouardia,” 2023 ↩︎ 14. ‘They spit on us’: What’s really going on in the El Ouardia migrant centre in Tunis, France24 (13 marzo 2023). ↩︎ 15. Note-juridique-El-Ourdia-VF.pdf, OMCT, “Note sur la détention arbitraire au centre de détention de migrants d’El-Ouardia,” 2023 ↩︎ 16. En Tunisie, “les prisons sont remplies de migrants subsahariens” condamnés pour “séjour irrégulier” – InfoMigrants, Infomigrants (18 novembre 2024) ↩︎ 17. Answer given by Mr Brunner on behalf of the European Commission ↩︎ 18. Tunisia: Rampant violations against refugees and migrants expose EU’s complicity risk, Amnesty International (6 novembre 2025) ↩︎