Paese di origine sicuro? La Tunisia non lo è
«Non si può rendere sicuro un paese semplicemente inserendolo in un elenco». È
da questa affermazione netta che prende le mosse la dichiarazione congiunta
sottoscritta 1 da 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani,
alla vigilia del voto del Parlamento europeo sulla proposta di istituire un
elenco UE dei cosiddetti paesi di origine sicuri 2.
Al centro dell’appello 3 c’è la Tunisia, indicata dalla Commissione europea come
possibile paese “sicuro” 4, una definizione che – secondo le ONG – «è in netto
contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo» e rischia di
compromettere gravemente il diritto di asilo.
Rapporti e dossier
“NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE
MIGRANTI IN TUNISIA
La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro»
3 Dicembre 2025
UN ELENCO CHE NEGA PROTEZIONE
Secondo le organizzazioni firmatarie, l’elenco UE dei paesi di origine sicuri
non è uno strumento neutro, ma «un mezzo per negare l’accesso alla protezione e
legittimare violenze e persecuzioni».
La classificazione di uno Stato come “sicuro” consente infatti procedure di
asilo accelerate e facilita le deportazioni, riducendo drasticamente le
possibilità di un esame individuale, equo ed effettivo delle domande di
protezione.
Nel caso tunisino, avvertono le ONG, questa scelta avrebbe conseguenze
particolarmente gravi.
«Designare la Tunisia come paese di origine sicuro compromette fondamentalmente
il diritto di asilo ed è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani
sul campo», si legge nell’appello.
LA CORNICE GIURIDICA EUROPEA
Secondo il diritto dell’Unione europea, un paese di origine sicuro può essere
tale 5 solo se, in modo generale e coerente, non vi sono persecuzioni, né
rischio di tortura o di trattamenti inumani o degradanti, se è garantito il
rispetto dello Stato di diritto e se esiste una protezione effettiva dei diritti
fondamentali.
Nell’agosto 2025 6, la Corte di giustizia dell’UE ha ribadito che questa
qualificazione deve fondarsi su prove aggiornate e affidabili, applicarsi
all’intero territorio nazionale e non può ignorare l’esistenza di gruppi esposti
a persecuzioni o a gravi danni.
Anche se tale interpretazione non sarà più formalmente vincolante con l’entrata
in vigore, il 12 giugno 2026, del nuovo regolamento sulle procedure di asilo che
introduce l’elenco UE dei paesi sicuri, la sentenza resta un riferimento
centrale per i giudici chiamati a valutare la legittimità di queste
designazioni, soprattutto in relazione agli standard probatori, alla certezza
del diritto e alla tutela effettiva dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta
dell’UE.
Alla luce delle numerose e credibili evidenze di repressione, discriminazione e
gravi violazioni dei diritti umani che colpiscono gruppi identificabili in
Tunisia, le organizzazioni firmatarie concludono che la classificazione del
paese come paese di origine sicuro non è giuridicamente né fattualmente
sostenibile.
LA DERIVA AUTORITARIA DELLA TUNISIA
Dal 2021, con l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente Kais Saïed,
la Tunisia ha attraversato una profonda trasformazione autoritaria. Le
organizzazioni denunciano «la repressione dilagante contro gli oppositori
politici, la soppressione della società civile, dell’indipendenza della
magistratura e dei media», oltre a gravi violazioni dei diritti fondamentali che
colpiscono sia cittadini tunisini sia persone migranti e rifugiati 7.
Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e
sociali (FTDES) 8, avverte che la designazione di “paese sicuro” avrebbe un
effetto devastante: «Equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per
continuare la loro politica repressiva. Non colpisce solo migranti e rifugiati,
ma facilita anche un controllo ancora più stretto dello spazio pubblico,
attraverso la criminalizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale».
Negli ultimi anni, ricordano le ONG, si sono moltiplicati i processi contro
oppositori politici e attivisti, con condanne durissime, «da 22 a 66 anni di
carcere, fino alla pena di morte per aver criticato il governo» 9.
MIGRAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA
L’appello collega esplicitamente l’elenco dei paesi sicuri alla più ampia
strategia europea di esternalizzazione delle politiche migratorie. «Classificare
la Tunisia come paese di origine sicuro estende ulteriormente la logica di
deterrenza dell’UE», si legge nel testo.
Una logica che, secondo Marie Michel di SOS Humanity, si traduce nella
sistematica negazione del diritto d’asilo: «Da anni assistiamo alla strategia
spietata dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere. Classificando
Stati come la Tunisia come paesi sicuri, le persone in movimento vengono private
del loro diritto alla protezione anche se riescono a raggiungere le coste
europee. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo».
Le ONG ricordano come il Memorandum d’intesa UE–Tunisia del 2023, con
finanziamenti fino a un miliardo di euro, abbia rafforzato il ruolo delle
autorità tunisine nel controllo delle frontiere e nella cosiddetta ricerca e
soccorso, «facilitando intercettazioni illegali in mare e respingimenti verso un
paese in cui i diritti fondamentali non sono garantiti».
UN “MARCHIO DI APPROVAZIONE” PER GOVERNI REPRESSIVI
Durissime anche le parole di Karl Kopp, direttore di Pro Asyl, che definisce
l’elenco dei paesi sicuri come una sorta di legittimazione politica: «Il
Parlamento europeo sta assegnando un marchio di approvazione in materia di
diritti umani a governi autoritari che li violano sistematicamente. Così l’UE
scredita sé stessa e abbandona le persone perseguitate».
Secondo le organizzazioni, ignorare le evidenze documentate da Nazioni Unite,
ONG internazionali e realtà locali «in nome del controllo dell’immigrazione
costituisce un grave fallimento politico e morale».
L’APPELLO AL PARLAMENTO EUROPEO
Le 39 organizzazioni firmatarie chiedono al Parlamento europeo di respingere la
proposta dell’elenco UE dei paesi di origine sicuri e di rispettare il diritto
europeo e gli obblighi internazionali. «La Tunisia non è né un paese di origine
sicuro per i suoi cittadini, né un porto sicuro per le persone intercettate o
soccorse in mare», affermano.
E concludono con un monito chiaro: «L’estensione degli strumenti di asilo basati
su presunzioni non ridurrà la migrazione, ma minerà il diritto fondamentale
all’asilo, aumenterà le violazioni dei diritti e renderà l’UE complice della
repressione e della violenza invece di prevenirle».
Un messaggio che, nel giorno del voto europeo, chiama in causa non solo le
politiche migratorie, ma la credibilità stessa dell’Unione come spazio di tutela
dei diritti fondamentali.
1. Qui le organizzazioni firmatarie ↩︎
2. Un comunicato stampa ufficiale del Parlamento europeo che annuncia una
conferenza stampa post-voto con i relatori principali della normativa
(inclusa la lista dei paesi di origine sicuri) ↩︎
3. Qui l’appello integrale ↩︎
4. Joint Statement: Tunisia is Not a Place of Safety for People Rescued at Sea
– HRW (ottobre 2024) ↩︎
5. Directive 2013/32/EU of the European Parliament and of the Council of 26
June 2013 ↩︎
6. Asylum policy: the designation of a third country as a safe country of
origin must cover its entire territory (Judgment of the Court in Case
C-406/22) ↩︎
7. La pagina di Amensty International sulla Tunisia ↩︎
8. Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere. Un policy
paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) – MP
(gennaio 2026) ↩︎
9. “All Conspirators”. How Tunisia Uses Arbitrary Detention to Crush Dissent –
Un rapporto di Human Rights Watch (aprile 2025) ↩︎