«Abbiamo manifestato per i nostri diritti e siamo stati arrestati»

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, January 22, 2026

Circa cinque mesi fa, la polizia nigerina ha fatto irruzione nel “Centro Umanitario” di Agadez in Niger 1, gestito dall’UNHCR e finanziato dall’UE e dal governo italiano, per arrestare sei rifugiati che avevano guidato la protesta. Poco dopo, hanno iniziato a circolare voci secondo cui i sei attivisti sarebbero stati deportati illegalmente in Ciad.

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Niger. Tensioni al “Centro Umanitario” di Agadez: arrestati sei attivisti

UNHCR non si è ancora espressa sui fatti

Laura Morreale 1 Settembre 2025

Di recente sono stata contattata da uno di loro. È sudanese e attualmente si trova bloccato in Libia. Dopo tutto ciò che ha vissuto, chiede che la sua esperienza venga riconosciuta: una storia di ingiustizie e gravi violazioni dei diritti umani, anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire protezione.

PH: Refugees in Niger
Per quanto tempo hai vissuto nel Centro Umanitario? E perché lì i rifugiati non ricevono una protezione effettiva?

Sono stato registrato per quasi nove anni presso il Centro Umanitario di Agadez come rifugiato riconosciuto dall’UNHCR in Niger. Ad aprile del 2022, sono stato convocato da una commissione per informarmi che soddisfacevo i criteri per il reinsediamento in un paese terzo.

Mi hanno condotto in un ufficio dove ho sostenuto un lungo colloquio via Skype con un avvocato di nome Odonis (di nazionalità burundese), che mi ha spiegato il processo di reinsediamento ed esaminato il mio profilo nel dettaglio. Dopo ore di domande, mi ha detto che l’intervista era andata bene.

Sono stato poi indirizzato a un dipendente, Arzica, responsabile dei dossier dei rifugiati, che mi ha fatto firmare un documento e mi ha detto che la procedura avrebbe richiesto dai sei mesi a un anno. Ho aspettato fino allo scadere dell’anno nelle condizioni estremamente dure del campo, nel mezzo del deserto e senza accesso ai servizi di base.

Quando sono tornato per chiedere informazioni sul mio caso, lo stesso dipendente mi ha detto che tutti i dossier dei rifugiati erano stati congelati dopo il colpo di Stato e che né lui né l’ufficio UNHCR in Niger potevano fare nulla. Sono tornato al centro sentendomi abbandonato e solo.

Ed è per questo che è iniziata la protesta...

Sì: dato che l’UNHCR aveva sospeso tutte le misure di assistenza e protezione ad Agadez, noi rifugiati abbiamo iniziato una protesta pacifica nel settembre 2024. Le autorità nigerine hanno cominciato a descriverci come criminali, quando stavamo semplicemente chiedendo i nostri diritti in modo non violento.

Ed essendo uno dei portavoce della protesta, sono stato arrestato per la prima volta insieme ai miei compagni durante il mese del Ramadan del 2025 e rinchiuso in carcere ad Agadez. Io e gli altri rappresentanti del movimento siamo stati detenuti per diversi giorni senza accuse specifiche.

È stata una mossa per delegittimare le nostre richieste: in realtà, era stato lo stesso Comitato Nazionale di Eleggibilità (CNE, l’ente nazionale che si occupa delle procedure d’asilo, n.d.a.) a spingere i rifugiati a costituire un organismo rappresentativo.

Quindi le autorità nigerine vi hanno chiesto di avere un organismo rappresentativo, ma poi lo hanno dichiarato illegale?

Esattamente. Il CNE ci aveva detto chiaramente che, senza un organismo rappresentativo nel campo, non avremmo ottenuto alcun diritto. Per questo i rifugiati ci hanno scelti come loro rappresentanti, per parlare a nome di tutti.

Alcuni mesi dopo il mio primo arresto, la polizia è entrata nel campo e ci ha arrestati di nuovo. Non è stato un semplice arresto: siamo stati picchiati, minacciati e torturati. Ancora oggi ne porto le conseguenze, fisiche e psicologiche. Mi sono rotto un dito della mano destra, e da allora soffro forti mal di testa e dolori costanti.

Come mostrano i video del mio arresto, hanno cercato di gettarmi sul camion e nella caduta ho sbattuto la testa. Durante il trasferimento verso il carcere siamo stati picchiati fino a perdere conoscenza.

Siamo stati trasferiti e detenuti in prigioni di diverse regioni del Niger, tra cui Zinder e Diffa.

Siamo stati sottoposti continuamente a percosse, abusi, minacce e torture. Alla fine, siamo stati deportati illegalmente in Ciad, dove siamo finiti nel carcere di El Kebir, nella capitale N’Djamena.

E poi sei riuscito a raggiungere la Libia...

Sì, e sono stato detenuto di nuovo per un giorno mentre mi dirigevo verso Tripoli, all’ultimo valico nel sud, dove mi hanno derubato di tutti i miei soldi. E ancora, sono stato arrestato sulla strada per Gharyan, nel nord-ovest della Libia.

Alla fine sono riuscito ad arrivare a Tripoli e a registrarmi di nuovo presso l’UNHCR. Ma qui la situazione per rifugiati e migranti è durissima: il supporto e la protezione sono praticamente inesistenti. Al mio arrivo ho sostenuto un altro colloquio con l’UNHCR. Una delle impiegate ha raccolto i miei documenti e mi ha fatto fare la scansione dell’iride. Poi ha accettato di ascoltare la mia storia e ho raccontato delle torture, della privazione di cibo e acqua e dei trattamenti degradanti subiti in diverse prigioni lungo il mio percorso.

Ma quando ho cercato di spiegare che la mia detenzione era legata alla protesta pacifica ad Agadez e a chiarire le circostanze della mia deportazione in Ciad, si è rifiutata di continuare ad ascoltare e ha concluso l’intervista.

Mi è stato soltanto consegnato un foglio che conferma la mia richiesta di asilo e dei numeri di emergenza che non funzionano mai, nonostante i ripetuti tentativi. Qual è il senso di rilasciare un documento che certifica lo status di rifugiato se poi non consente l’accesso a nessun servizio?

Qual è la tua situazione oggi?

Lavoro saltuariamente, ma si tratta di lavori molto duri e spesso non vieni pagato, oppure subisci percosse e abusi sul posto di lavoro. È un paese estremamente difficile per rifugiati e migranti, come saprai. Mi sento di essere passato dalla prigione all’inferno. Non so quanto tempo ci vorrà prima di poter essere libero.

Hai mai cercato assistenza medica in Libia?

Ho capito che, se l’impiegato dell’UNHCR che dovrebbe proteggerti non ti dà nemmeno la possibilità di raccontare le tue sofferenze e denunciare gli abusi subiti, allora ricevere qualsiasi altra forma di assistenza diventa impossibile.

E ospedali o cliniche?

Ho valutato questa possibilità, ma anche se il documento dell’UNHCR è tecnicamente riconosciuto dal governo, nella pratica non è valido per le autorità libiche e non garantisce accesso ad alcuna forma di protezione o servizio. Mi sento solo e piango spesso. Ho vissuto abbastanza sofferenza e non riesco più a sopportare questa situazione.

Per questo lancio un appello a qualsiasi organizzazione o persona, in Europa o in Libia, che possa offrire supporto concreto o prendere in carico il mio caso, in particolare per quanto riguarda la mia deportazione e la detenzione forzata. Sono disposto a fornire documenti o ulteriori dettagli, se necessario.
Ho bisogno anche di supporto psicologico.

Oggi vivo nel dolore, nella tristezza, nell’ansia, nell’isolamento, tra incubi e una costante sofferenza psicologica, conseguenza di anni di prigionia, torture e incertezza. Sento di aver raggiunto un punto in cui non riesco più ad affrontare tutto questo da solo.

Storie come questa dimostrano che il riconoscimento legale dello status di rifugiato diventa una promessa vuota, quando la libertà di movimento è sistematicamente criminalizzata e le violazioni dei diritti umani restano impunite.

I rifugiati vengono puniti per aver rivendicato i propri diritti e l’accesso ai servizi di base è negato anche a chi possiede un riconoscimento formale, allora è necessario mettere radicalmente in discussione il sistema umanitario in cui le politiche migratorie contemporanee hanno finito per ripiegare.

Dopo aver trasformato il diritto d’asilo nell’unica forma di mobilità considerata legittima per la maggioranza delle persone provenienti dall’Africa e averne delegato l’attuazione a paesi dove le garanzie fondamentali non sono assicurate, le politiche migratorie europee hanno progressivamente svuotato il significato di questo diritto.

E organizzazioni come l’UNHCR appaiono sempre più subordinate alla strategia di esternalizzazione delle frontiere europee, piuttosto che alla loro missione di protezione.

  1. Leggi tutti gli articoli di Laura Morreale sulla vicenda ↩︎