«Abbiamo manifestato per i nostri diritti e siamo stati arrestati»
Circa cinque mesi fa, la polizia nigerina ha fatto irruzione nel “Centro
Umanitario” di Agadez in Niger 1, gestito dall’UNHCR e finanziato dall’UE e dal
governo italiano, per arrestare sei rifugiati che avevano guidato la protesta.
Poco dopo, hanno iniziato a circolare voci secondo cui i sei attivisti sarebbero
stati deportati illegalmente in Ciad.
Notizie
NIGER. TENSIONI AL “CENTRO UMANITARIO” DI AGADEZ: ARRESTATI SEI ATTIVISTI
UNHCR non si è ancora espressa sui fatti
Laura Morreale
1 Settembre 2025
Di recente sono stata contattata da uno di loro. È sudanese e attualmente si
trova bloccato in Libia. Dopo tutto ciò che ha vissuto, chiede che la sua
esperienza venga riconosciuta: una storia di ingiustizie e gravi violazioni dei
diritti umani, anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire protezione.
PH: Refugees in Niger
PER QUANTO TEMPO HAI VISSUTO NEL CENTRO UMANITARIO? E PERCHÉ LÌ I RIFUGIATI NON
RICEVONO UNA PROTEZIONE EFFETTIVA?
Sono stato registrato per quasi nove anni presso il Centro Umanitario di Agadez
come rifugiato riconosciuto dall’UNHCR in Niger. Ad aprile del 2022, sono stato
convocato da una commissione per informarmi che soddisfacevo i criteri per il
reinsediamento in un paese terzo.
Mi hanno condotto in un ufficio dove ho sostenuto un lungo colloquio via Skype
con un avvocato di nome Odonis (di nazionalità burundese), che mi ha spiegato il
processo di reinsediamento ed esaminato il mio profilo nel dettaglio. Dopo ore
di domande, mi ha detto che l’intervista era andata bene.
Sono stato poi indirizzato a un dipendente, Arzica, responsabile dei dossier dei
rifugiati, che mi ha fatto firmare un documento e mi ha detto che la procedura
avrebbe richiesto dai sei mesi a un anno. Ho aspettato fino allo scadere
dell’anno nelle condizioni estremamente dure del campo, nel mezzo del deserto e
senza accesso ai servizi di base.
Quando sono tornato per chiedere informazioni sul mio caso, lo stesso dipendente
mi ha detto che tutti i dossier dei rifugiati erano stati congelati dopo il
colpo di Stato e che né lui né l’ufficio UNHCR in Niger potevano fare nulla.
Sono tornato al centro sentendomi abbandonato e solo.
ED È PER QUESTO CHE È INIZIATA LA PROTESTA...
Sì: dato che l’UNHCR aveva sospeso tutte le misure di assistenza e protezione ad
Agadez, noi rifugiati abbiamo iniziato una protesta pacifica nel settembre 2024.
Le autorità nigerine hanno cominciato a descriverci come criminali, quando
stavamo semplicemente chiedendo i nostri diritti in modo non violento.
Ed essendo uno dei portavoce della protesta, sono stato arrestato per la prima
volta insieme ai miei compagni durante il mese del Ramadan del 2025 e rinchiuso
in carcere ad Agadez. Io e gli altri rappresentanti del movimento siamo stati
detenuti per diversi giorni senza accuse specifiche.
È stata una mossa per delegittimare le nostre richieste: in realtà, era stato lo
stesso Comitato Nazionale di Eleggibilità (CNE, l’ente nazionale che si occupa
delle procedure d’asilo, n.d.a.) a spingere i rifugiati a costituire un
organismo rappresentativo.
QUINDI LE AUTORITÀ NIGERINE VI HANNO CHIESTO DI AVERE UN ORGANISMO
RAPPRESENTATIVO, MA POI LO HANNO DICHIARATO ILLEGALE?
Esattamente. Il CNE ci aveva detto chiaramente che, senza un organismo
rappresentativo nel campo, non avremmo ottenuto alcun diritto. Per questo i
rifugiati ci hanno scelti come loro rappresentanti, per parlare a nome di tutti.
Alcuni mesi dopo il mio primo arresto, la polizia è entrata nel campo e ci ha
arrestati di nuovo. Non è stato un semplice arresto: siamo stati picchiati,
minacciati e torturati. Ancora oggi ne porto le conseguenze, fisiche e
psicologiche. Mi sono rotto un dito della mano destra, e da allora soffro forti
mal di testa e dolori costanti.
Come mostrano i video del mio arresto, hanno cercato di gettarmi sul camion e
nella caduta ho sbattuto la testa. Durante il trasferimento verso il carcere
siamo stati picchiati fino a perdere conoscenza.
Siamo stati trasferiti e detenuti in prigioni di diverse regioni del Niger, tra
cui Zinder e Diffa.
Siamo stati sottoposti continuamente a percosse, abusi, minacce e torture. Alla
fine, siamo stati deportati illegalmente in Ciad, dove siamo finiti nel carcere
di El Kebir, nella capitale N’Djamena.
E POI SEI RIUSCITO A RAGGIUNGERE LA LIBIA...
Sì, e sono stato detenuto di nuovo per un giorno mentre mi dirigevo verso
Tripoli, all’ultimo valico nel sud, dove mi hanno derubato di tutti i miei
soldi. E ancora, sono stato arrestato sulla strada per Gharyan, nel nord-ovest
della Libia.
Alla fine sono riuscito ad arrivare a Tripoli e a registrarmi di nuovo presso
l’UNHCR. Ma qui la situazione per rifugiati e migranti è durissima: il supporto
e la protezione sono praticamente inesistenti. Al mio arrivo ho sostenuto un
altro colloquio con l’UNHCR. Una delle impiegate ha raccolto i miei documenti e
mi ha fatto fare la scansione dell’iride. Poi ha accettato di ascoltare la mia
storia e ho raccontato delle torture, della privazione di cibo e acqua e dei
trattamenti degradanti subiti in diverse prigioni lungo il mio percorso.
Ma quando ho cercato di spiegare che la mia detenzione era legata alla protesta
pacifica ad Agadez e a chiarire le circostanze della mia deportazione in Ciad,
si è rifiutata di continuare ad ascoltare e ha concluso l’intervista.
Mi è stato soltanto consegnato un foglio che conferma la mia richiesta di asilo
e dei numeri di emergenza che non funzionano mai, nonostante i ripetuti
tentativi. Qual è il senso di rilasciare un documento che certifica lo status di
rifugiato se poi non consente l’accesso a nessun servizio?
QUAL È LA TUA SITUAZIONE OGGI?
Lavoro saltuariamente, ma si tratta di lavori molto duri e spesso non vieni
pagato, oppure subisci percosse e abusi sul posto di lavoro. È un paese
estremamente difficile per rifugiati e migranti, come saprai. Mi sento di essere
passato dalla prigione all’inferno. Non so quanto tempo ci vorrà prima di poter
essere libero.
HAI MAI CERCATO ASSISTENZA MEDICA IN LIBIA?
Ho capito che, se l’impiegato dell’UNHCR che dovrebbe proteggerti non ti dà
nemmeno la possibilità di raccontare le tue sofferenze e denunciare gli abusi
subiti, allora ricevere qualsiasi altra forma di assistenza diventa impossibile.
E OSPEDALI O CLINICHE?
Ho valutato questa possibilità, ma anche se il documento dell’UNHCR è
tecnicamente riconosciuto dal governo, nella pratica non è valido per le
autorità libiche e non garantisce accesso ad alcuna forma di protezione o
servizio. Mi sento solo e piango spesso. Ho vissuto abbastanza sofferenza e non
riesco più a sopportare questa situazione.
Per questo lancio un appello a qualsiasi organizzazione o persona, in Europa o
in Libia, che possa offrire supporto concreto o prendere in carico il mio caso,
in particolare per quanto riguarda la mia deportazione e la detenzione forzata.
Sono disposto a fornire documenti o ulteriori dettagli, se necessario.
Ho bisogno anche di supporto psicologico.
Oggi vivo nel dolore, nella tristezza, nell’ansia, nell’isolamento, tra incubi e
una costante sofferenza psicologica, conseguenza di anni di prigionia, torture e
incertezza. Sento di aver raggiunto un punto in cui non riesco più ad affrontare
tutto questo da solo.
Storie come questa dimostrano che il riconoscimento legale dello status di
rifugiato diventa una promessa vuota, quando la libertà di movimento è
sistematicamente criminalizzata e le violazioni dei diritti umani restano
impunite.
I rifugiati vengono puniti per aver rivendicato i propri diritti e l’accesso ai
servizi di base è negato anche a chi possiede un riconoscimento formale, allora
è necessario mettere radicalmente in discussione il sistema umanitario in cui le
politiche migratorie contemporanee hanno finito per ripiegare.
Dopo aver trasformato il diritto d’asilo nell’unica forma di mobilità
considerata legittima per la maggioranza delle persone provenienti dall’Africa e
averne delegato l’attuazione a paesi dove le garanzie fondamentali non sono
assicurate, le politiche migratorie europee hanno progressivamente svuotato il
significato di questo diritto.
E organizzazioni come l’UNHCR appaiono sempre più subordinate alla strategia di
esternalizzazione delle frontiere europee, piuttosto che alla loro missione di
protezione.
1. Leggi tutti gli articoli di Laura Morreale sulla vicenda ↩︎