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Ha vinto la Teranga
La finale della Coppa d’Africa, disputata domenica nella capitale del Marocco, Rabat, ha visto affrontarsi la squadra locale e quella del Senegal, popolarmente conosciuta come i Leoni della Teranga. Entrambe le squadre sono arrivate alla fase decisiva del più importante torneo calcistico del continente con l’obiettivo di conquistare il loro secondo trofeo, un traguardo che soprattutto il Marocco, in qualità di paese ospitante, aspirava a raggiungere dopo 50 anni dal suo primo titolo. La partita non è stata esente da polemiche ed emozioni estreme. A pochi minuti dalla fine del secondo tempo, dopo aver annullato un gol senegalese, l’arbitro ha fischiato un rigore contro il Senegal, provocando proteste rabbiose e l’abbandono del campo da parte della squadra ospite. Tuttavia, alla ripresa del gioco, Brahim Díaz, giocatore del Real Madrid, ha tirato malissimo, consegnando docilmente la palla al portiere. Si è così arrivati ai tempi supplementari, con il punteggio di zero a zero. La Teranga “Teranga” non è solo il soprannome della nazionale di calcio del Senegal. In wolof significa qualcosa di più della semplice “ospitalità” – definizione che è stata adottata soprattutto dalle guide turistiche – ed è un concetto profondamente radicato nella filosofia di vita del popolo senegalese. Basato sull’idea di generosità, è presente nella vita quotidiana degli abitanti. Seguire la Teranga equivale a mettere l’altro a proprio agio, indipendentemente dalla sua nazionalità, religione o classe sociale. Lo storico senegalese Ibra Sène spiega che la Teranga consiste, in particolare, nel consigliare e trattare le altre persone come se fossero membri della propria famiglia. Nell’alimentazione, la Teranga si riflette nel fatto che le famiglie senegalesi preparano un piatto in più nel caso in cui arrivi un visitatore. La convivenza tra le religioni è un altro aspetto della Teranga: ad esempio, i cristiani preparano per i musulmani il ngalax (miglio, burro di arachidi, polvere di baobab) quando si avvicina la Pasqua. Allo stesso modo, i musulmani condividono il cibo dell’Eid. I diversi gruppi etnici del Senegal convivono e il Senegal non conosce conflitti legati a questa diversità, grazie alla teranga, secondo Ibra Sène. Secondo l’interpretazione storica, la Teranga è stata importante nel collaborare alla coesistenza dei diversi gruppi etnici e nel contribuire all’unità necessaria per ottenere l’indipendenza dal regime coloniale. Il primo presidente del Senegal, il famoso poeta internazionale della negritudine Léopold Sédar Senghor, propose che la Teranga fosse lo strumento e il mezzo che avrebbe permesso l’unione dell’intero Paese, diventando la base della sua identità nazionale. Sebbene da allora il Paese non sia stato esente da conflitti interni, tentativi di colpo di Stato e secessionisti, il Senegal è riuscito nel tempo a consolidare una pace relativa e ad aumentare la propria sovranità. Nel luglio 2025, la Francia ha ceduto le sue ultime basi in territorio senegalese, ponendo fine a 65 anni di presenza militare francese nel Paese. Il risultato della partita I lettori si chiederanno quale sia stato il risultato finale della finale. Appena iniziato il tempo supplementare, al 93° minuto, Pape Gueye del Senegal ha segnato da fuori area il gol che ha rotto l’equilibrio. Un gol che, nonostante gli strenui tentativi marocchini, ha deciso la partita e consacrato il Senegal campione della Coppa d’Africa 2026. Forse lo spirito della Teranga, della solidarietà, della cura per il prossimo, dell’umanesimo, finirà per trionfare anche in questi tempi turbolenti, pieni di attacchi al benessere dell’umanità. Javier Tolcachier
La Ocean Viking diretta a Palermo con 90 naufraghi
Dopo l’allarme dato da AlarmPhone la nave Ocean Viking di SOS Mediterranee ha evacuato oggi 44 persone, molte delle quali in condizioni mediche critiche, dalla nave mercantile Sider nell’area di ricerca e soccorso di competenza maltese Tutti i sopravvissuti sono ora al sicuro a bordo e ricevono cure mediche. Dicono di essere partiti da Bengasi, in Libia, almeno due giorni prima su una barca in vetroresina inadatta alla navigazione. Sono stati salvati giovedì sera dalla nave mercantile a nord di Bengasi. L’equipaggio della Sider ha fornito acqua e cibo ai naufraghi, ma la nave non era attrezzata per accogliere 44 persone. Le ripetute richieste d’aiuto alle autorità sono state ignorate. La Ocean Viking, inizialmente diretta a Palermo per sbarcare 46 persone salvate, è stata autorizzata dall’IMRCC, che coordina il soccorso marittimo, a ritardare l’arrivo. Le autorità maltesi non hanno risposto alle nostre chiamate e ancora una volta le navi civili hanno dovuto riempire il vuoto. La Ocean Viking è diretta a Palermo per sbarcare in sicurezza tutti i 90 sopravvissuti.     Redazione Italia
Africa: l’importanza di rafforzare il sistema scolastico
Un nuovo rapporto congiunto dell’UNESCO e del Centro Africano per la Leadership Scolastica (ASCL) ha sottolineato l’importanza cruciale di rafforzare i sistemi scolastici per migliorare i risultati educativi in Africa, una regione in cui milioni di bambini continuano ad affrontare ostacoli nel raggiungimento dei livelli minimi di apprendimento. Presentato durante il Triennale dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Educazione in Africa (ADEA) ad Accra, in Ghana, lo studio sottolinea come i dirigenti scolastici e i responsabili dell’istruzione possano essere agenti di cambiamento quando ricevono il sostegno adeguato per concentrarsi sull’apprendimento, al di là dei compiti amministrativi di routine. Sebbene il numero di bambini in età scolare sia aumentato, solo uno su dieci raggiunge la competenza minima in lettura e matematica al termine dell’istruzione primaria, una sfida che il rapporto identifica come legata non solo alle risorse, ma anche alla qualità della leadership nelle scuole. Paesi come il Kenya hanno mostrato progressi incoraggianti, dove i dirigenti scolastici che danno priorità a obiettivi di apprendimento chiari e metodologie pedagogiche efficaci sono riusciti ad avere un impatto positivo sulle loro comunità educative, anche con risorse limitate. Il documento propone inoltre misure urgenti per promuovere la leadership educativa, tra cui garantire che i dirigenti scolastici possano monitorare l’apprendimento con dati che orientino politiche inclusive, preparare e sostenere i futuri leader con una formazione specifica e sviluppare la capacità dei funzionari dell’istruzione di sostenere le scuole nella loro missione. La mancanza di solidi inquadramenti delle competenze e di formazione preliminare per assumere incarichi dirigenziali è stata identificata come un ostacolo importante in molti paesi a basso e medio reddito. Insieme alle raccomandazioni, l’UNESCO e l’Unione Africana hanno pubblicato un nuovo quadro di politiche educative che riassume le diverse strategie nazionali di fronte a sfide quali la leadership scolastica, i programmi di studio e la valutazione. Questo strumento mira a facilitare lo scambio tra gli Stati membri e a promuovere soluzioni adattate ai contesti locali, con l’obiettivo di fare in modo che una leadership scolastica rafforzata si traduca in ambienti di apprendimento più attraenti ed efficaci per milioni di bambini e bambine in tutto il continente. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante Nelsy Lizarazo
L’Oro blu del Congo. Il prezzo umano del nostro progresso
Appuntamento il 22 gennaio al circolo Sparwasser di Roma per raccontare lo sfruttamento minorile nelle miniere di cobalto e il costo umano della tecnologia globale. Con la partecipazione della giornalista Marina Sapia, vincitrice del Premio Luchetta 2025. Scavano la roccia a mani nude, trasportano sacchi di pietre pesantissime, lavano minerali immersi in un’aria irrespirabile. Lo fanno per uno o due dollari al giorno. È questa la quotidianità di decine di migliaia di bambini nella Repubblica Democratica del Congo, costretti a lavorare nelle miniere di coltan e cobalto, materie prime indispensabili ai nostri smartphone, computer e veicoli elettrici. Un progresso tecnologico che ha un costo umano altissimo, di cui i bambini pagano il prezzo più alto. A questa realtà è dedicato l’incontro “L’Oro Blu del Congo: il prezzo umano del nostro progresso”, in programma giovedì 22 gennaio alle ore 19.30 presso il circolo Arci “Sparwasser” di Roma (via del Pigneto 215). L’evento mette al centro lo sfruttamento minorile nelle miniere congolesi e le sue conseguenze sociali, economiche e umanitarie, dando voce a chi ha visto, documentato e ogni giorno opera per contrastare questo fenomeno sul campo. Interverranno: · Marina Sapia, Senior Reporter RAI TG1 Speciali, autrice del servizio “A Mani Nude”, vincitore del Premio Luchetta 2025 – sezione TV News, che ha portato all’attenzione del grande pubblico la realtà delle miniere congolesi. · Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise, che presenterà in anteprima i contenuti del nuovo report dell’organizzazione, con un focus sul tema degli sfratti forzati legati allo sfruttamento minerario. · Giulia Cicoli, cofondatrice di Still I Rise, che racconterà cosa significa fare scuola e garantire istruzione in uno dei contesti più complessi del mondo. A moderare l’incontro sarà Alessandra Fabbretti, giornalista esteri dell’Agenzia DIRE. Un’occasione per comprendere cosa si nasconde dietro l’Oro Blu del nostro benessere quotidiano, per interrogarsi sulle responsabilità globali e per riflettere su possibili alternative fondate sui diritti, sulla tutela dell’infanzia e sull’accesso all’istruzione. Ingresso libero con tessera ARCI.   Still I Rise
Africa, l’ubuntu ritrovato dei giovani
È stata raccontata come una generazione inerte, individualista. Concentrata sui propri interessi, chiusa nei social e incapace di battersi per grandi ideali. Ma ciò che abbiamo visto in questi mesi nelle piazze africane – e di mezzo mondo, attraversate dalle mobilitazioni giovanili contro le guerre e per Gaza – ci restituisce un’immagine diversa, potente, nobile. Da Nairobi ad Antananarivo, milioni di giovani sono scesi in piazza come una marea consapevole, determinata, unita da un’idea semplice e rivoluzionaria: non ci si salva da soli. I problemi sono comuni, le battaglie sono comuni, il destino è comune. In Madagascar, studenti e lavoratori hanno sfidato le autorità per denunciare disoccupazione e disuguaglianze crescenti. In Kenya, la Generazione Z ha costretto il governo a ritirare la legge finanziaria che avrebbe colpito i più poveri. In Tanzania e Mozambico i manifestanti hanno sfidano le pallottole per denunciare la corruzione dei governanti. Scene simili le abbiamo viste in Nigeria, Sudan, Congo, Uganda, Senegal, Sudafrica… Giovani che rivendicano dignità, diritti, giustizia. Che non accettano più di essere esclusi dalle decisioni che plasmano il loro futuro. Certo, non ci sono più i riferimenti ideologici dei loro padri. Sono lontani gli slogan del nazionalismo post-indipendenza, i miti dei partiti, i richiami all’etnia o al clan. Si è consumato uno strappo generazionale profondo, quella che l’africanista Mario Giro ha definito una «rottura antropologica e culturale». Ma non credo che sia l’individualismo il motore di queste battaglie. Al contrario, ciò che anima questa gioventù è una rinnovata coscienza collettiva. Le mobilitazioni non nascono più da partiti, sindacati od opposizioni organizzate, ma da blogger, artisti, attivisti, youtuber. È una rivoluzione orizzontale, priva di leader riconosciuti – e proprio per questo forte e fragile al tempo stesso. Le parole d’ordine, però, sono limpide: trasparenza, equità, partecipazione, libertà. Temi che riguardano tutti, non soltanto chi protesta. I social, spesso accusati di alimentare superficialità e narcisismo, sono diventati spazi di confronto politico, strumenti di mobilitazione, reti di mutuo soccorso. Servono a denunciare abusi e corruzione, a coordinare manifestazioni, a proteggersi a vicenda. È un uso autenticamente “sociale” della Rete, dove l’identità individuale si dissolve nel bene comune. In queste esperienze collettive si intravede un nuovo modo di fare politica, più fluido ma non meno radicale, capace di combinare l’urgenza del presente con una profonda domanda di futuro. Una politica che non si esprime nei palazzi, ma nelle strade, nelle università, nelle comunità digitali, nei piccoli gesti di solidarietà quotidiana. In questa logica solidale e circolare, l’io ritrova senso solo dentro un noi più grande. Mai come oggi i giovani africani hanno rimesso al centro un principio antico, che pensavamo smarrito sotto il peso della globalizzazione e del consumismo: ubuntu, termine bantu che significa, letteralmente, “io sono perché noi siamo”. È la filosofia dell’interdipendenza e della solidarietà, la convinzione che l’umanità di ciascuno esiste solo in relazione a quella degli altri. Questo spirito – un tempo fondamento delle società africane tradizionali – oggi rinasce nelle piazze, nei collettivi digitali, nei movimenti che chiedono libertà e giustizia sociale. Si manifesta nei ragazzi che si battono non solo per sé ma per la liberazione dei compagni arrestati, per la dignità dei lavoratori, per il diritto allo studio, per un futuro condiviso. L’Africa giovanile sta riscoprendo la forza di un noi che non è nostalgia, ma progetto. Non ideologia, ma pratica quotidiana. In un mondo sempre più frammentato, questi giovani ci ricordano che la libertà non è mai individuale: o è di tutti, o non è di nessuno. Africa Rivista
Sud globale: la città come promessa mancata
Urbanizzazione africana (e non solo) tra attrazione e precarietà. di Fabrizio Floris (*)   L’urbanizzazione senza crescita Negli ultimi settant’anni, in gran parte del Sud Globale la città è divenuta l’orizzonte prevalente della vita sociale. In Africa, come in ampie aree dell’Asia meridionale e dell’America Latina, l’urbanizzazione ha assunto caratteri dirompenti: piccoli centri rurali si sono trasformati in agglomerati metropolitani
Yennayer, l’ostinata resistenza di una festa pagana
Il 12 gennaio di ogni anno, mentre l’Occidente ha già archiviato le celebrazioni del suo Capodanno gregoriano, nel Maghreb si accendono i fuochi di una festa millenaria che ha resistito a tutto: alle invasioni, alle religioni monoteiste, ai tentativi di cancellazione culturale. È Yennayer, il Capodanno amazigh (berbero), una delle poche celebrazioni pagane sopravvissute prima all’ostilità dei Padri della Chiesa cristiana e poi alle condanne dei dotti musulmani medievali. Una festa che viene da lontano Yennayer segna l’inizio dell’anno 2976 del calendario amazigh, che affonda le radici nel calendario giuliano romano. Il termine deriva dal latino “ianuarius”, il mese dedicato a Giano, dio bifronte che guarda passato e futuro. In Algeria si festeggia il 12 gennaio, in Marocco il 14, ma ovunque Yennayer resta una celebrazione della terra, del raccolto e dell’armonia con la natura. A partire dagli anni Sessanta, la numerazione degli anni prende le mosse dal 950 a.C., anno dell’ascesa al trono del faraone Shoshenq I, re berbero che fondò la XXII dinastia egizia: un gesto di rivendicazione identitaria che precede di secoli l’arabizzazione del Nordafrica. L’ostilità cristiana: Tertulliano e Agostino contro le feste di gennaio La celebrazione del Capodanno in Nordafrica doveva essere particolarmente vivace già prima dell’arrivo del cristianesimo, tanto da attirare la feroce condanna dei Padri della Chiesa. Tertulliano, il teologo cartaginese del II-III secolo, bollò come usanze pagane incompatibili con la fede cristiana le celebrazioni legate al ciclo solare e alle divinità della natura. Ancora più esplicito fu Agostino d’Ippona nel V secolo. Nel suo Discorso 198, pronunciato il 1° gennaio, il vescovo tuonò contro i fedeli che partecipavano alle feste pagane: “Se parteciperai alla festa delle strenne, come un qualunque pagano, se giocherai ai dadi, se ti ubriacherai, in che modo credi diversamente?”. Agostino attaccava frontalmente le usanze nordafricane di inizio anno, con scambio di doni augurali, banchetti, canti e mascherature. “Essi si scambiano le strenne, voi fate le elemosine; essi si ubriacano, voi digiunate”. Eppure, nonostante le condanne, quelle feste resistettero. Il Nordafrica cristiano fu teatro di questa battaglia tra monoteismo e tradizioni legate alla terra. Una battaglia che il cristianesimo non vinse mai completamente. L’islam e la persistenza del “paganesimo” Con l’arrivo dell’islam nel VII secolo, Yennayer affrontò un nuovo tentativo di soppressione. I dotti musulmani medievali condannarono ripetutamente la festa, considerandola un’”innovazione pagana” incompatibile con l’unicità di Allah e con il calendario lunare islamico. Le invocazioni rituali che accompagnavano Yennayer – formule come “bennayu”, “babiyyanu”, “bu-ini” – erano considerate residui di antichi auguri romani (“bonus annus”, “bonum annum”) e quindi tracce di un paganesimo da estirpare. Ma anche l’islam, come prima il cristianesimo, non riuscì a cancellare Yennayer. La festa continuò a essere celebrata, spesso confondendosi con l’Ashura, la ricorrenza islamica del decimo giorno di Muharram, ma mantenendo la sua identità profonda. Il motivo di questa resistenza è semplice: Yennayer non era solo una festa religiosa. Era un rito di sopravvivenza. In una regione dove la carestia, la siccità, il freddo potevano significare la morte, festeggiare l’inizio dell’anno agricolo con abbondanza di cibo era un modo per esorcizzare la paura, per chiedere alla terra di essere generosa. I riti di Yennayer: purificazione, sacrificio, abbondanza Le celebrazioni durano più giorni, scandite da riti che variano da regione a regione. La festa inizia con la “Thabbourth Aseggas”, la “porta dell’anno”, la sera dell’11 gennaio: le case vengono pulite a fondo, le pietre da cucina sostituite, le pareti imbiancate. È un atto simbolico di rinnovamento. Il sacrificio di un animale – tradizionalmente un pollo – è un rito centrale. Il sangue versato è un’offerta agli spiriti della natura. Chi è più legato alla dimensione magica pone offerte nei campi: cous cous secco gettato sulla terra, datteri piantati ai margini dei terreni. Il cuore della festa è il pasto serale, l'”Imensi n Yennayer”. In Algeria le celebrazioni durano tre giorni: porridge di semola il primo giorno, cous cous con sette legumi e sette spezie il secondo, pollo il terzo. Il numero sette rappresenta pienezza, totalità, armonia con l’universo. Nella Cabilia si prepara l'”asfel” con carne sacrificale e “berkukes”, nell’Aurès la “trida” o la “chakhchoukha”. Ogni piatto è un legame con la terra. Yennayer è anche un momento per riti di passaggio: primo taglio di capelli dei bambini maschi, celebrazione di matrimoni, raccolta nei campi. I bambini girano per le strade cantando formule augurali. Si indossano abiti tradizionali, si canta, si suona. Secondo la credenza popolare, chi festeggia con abbondanza non conoscerà fame né povertà per tutto l’anno. Il riconoscimento ufficiale: dalla repressione alla celebrazione Per secoli Yennayer è rimasto nell’ombra, praticato in privato. Solo di recente, in un contesto di rivendicazione identitaria amazigh, ha conquistato uno spazio pubblico. Nel 2018 l’Algeria è diventata il primo Paese del Nordafrica a riconoscere Yennayer come festa nazionale. Le celebrazioni sono diventate eventi di massa: nel gennaio 2025 Algeri ha ospitato un mega-cenone pubblico in Piazza della Grande Poste, a Tizi Ouzou una sfilata di moda amazigh culminata con l’elezione di Miss Berbera. In Marocco il riconoscimento è arrivato nel maggio 2023, quando re Mohammed VI ha dichiarato Yennayer festa nazionale. La lingua tamazight è ufficiale dal 2011 e oggi è presente nella pubblica amministrazione, nelle scuole e nei tribunali. Una festa pagana nel XXI secolo Yennayer è oggi una delle poche feste pagane ancora vive e pulsanti nel Mediterraneo. Mentre in Europa le antiche celebrazioni agricole sono state assorbite dal cristianesimo o ridotte a folklore svuotato di significato, Yennayer mantiene intatta la sua carica simbolica. È una festa che parla di armonia con la natura, di rispetto per i cicli della terra, di legame tra l’uomo e il cosmo. È una festa che celebra la resistenza culturale, la capacità di un popolo di mantenere la propria identità attraverso tre millenni di storia, di invasioni, di tentativi di cancellazione. In un’epoca in cui la crisi climatica ci costringe a ripensare il nostro rapporto con la natura, Yennayer ha qualcosa da insegnarci. Le sue celebrazioni ci ricordano che l’essere umano non è il padrone della terra, ma ne fa parte. Che la sopravvivenza dipende dalla generosità del suolo, dalla regolarità delle piogge, dalla temperatura dell’inverno. Che festeggiare l’abbondanza è anche un modo per esorcizzare la paura della scarsità. Gli amazigh, gli “uomini liberi”, hanno dimostrato che una cultura può sopravvivere anche quando viene attaccata da religioni potenti, da imperi conquistatori, da Stati nazionalisti. Yennayer è la prova vivente che le radici pagane dell’umanità sono più profonde di quanto si pensi, e che nessuna dottrina monoteista, per quanto pervasiva, può completamente sradicarle. Ogni 12 gennaio, quando le famiglie amazigh si riuniscono attorno al tavolo imbandito, quando i bambini ricevono i primi capelli tagliati, quando il cous cous con sette legumi viene servito tra canti e risate, quella resistenza si rinnova. E il grido “Assegas Ameggaz!” risuona come un’affermazione di vita, di continuità e di futuro.   Redazione Italia
Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” 1, una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International 2. Rapporti e dossier/Confini e frontiere “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper 3 del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto di esternalizzazione, violenza e controllo, è fondamentale infatti osservare come fondi e investimenti in capacità operative sostengano strumenti che favoriscono abusi e pratiche scorrette nella gestione dei dati e nelle applicazioni tecnologiche. Nel Mediterraneo, il controllo e i respingimenti delle persone in movimento sono sempre più facilitati dalla tecnologia. L’esternalizzazione delle frontiere non è quindi solo strategia politica, ma un’infrastruttura tecnologica e finanziaria che ridisegna il Mediterraneo come spazio di controllo, sorveglianza e respingimento. Il policy paper di FTDES, realizzato in collaborazione con la Fondazione Mozilla, analizza proprio l’uso di queste tecnologie lungo i confini migratori italiani e tunisini. Qui sotto, i principali risultati presentati dal policy paper. ESTERNALIZZAZIONE DEI CONFINI FACILITATA DALLA TECNOLOGIA E FINANZIATA DALL’UE L’attuale ondata di controllo delle frontiere basato su tecnologie digitali nel Nord Africa è tutt’altro che nuova, affondando le sue radici in un decennio di programmi guidati dall’ICMPD 4 e finanziati da diversi governi europei con il supporto tecnico dell’Italia. Queste iniziative hanno preparato il terreno per sistemi come ISMaris, un software di sorveglianza sviluppata localmente ma supervisionata dall’ICMPD e dal Ministero dell’Interno italiano, che oggi integra dati da sensori radar VHF che rilevano il movimento e la presenza di imbarcazioni, GPS e telecamere, utilizzato dalla guardia costiera Tunisina 5. Il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) è un’organizzazione tunisina indipendente, fondata nel 2011, che si occupa di difendere e promuovere i diritti economici, sociali e ambientali. Conduce ricerche, monitora politiche pubbliche e denuncia violazioni su lavoro, migrazioni, disuguaglianze regionali e giustizia sociale. È riconosciuto come una delle principali voci della società civile tunisina. Sebbene l’UE presenti questi strumenti come mezzi per la sicurezza marittima e la cooperazione, la loro governance opaca e i loro effetti operativi raccontano un’altra storia: le intercettazioni di persone migranti sono aumentate sensibilmente e le missioni di ricerca e soccorso vengono ostacolate. Parallelamente, l’Italia ha rafforzato la cooperazione tecnologica con la Tunisia firmando nel 2023 un memorandum che prevede la consegna di motovedette avanzate, dotate di sistemi di sorveglianza capaci di intercettare, identificare e monitorare imbarcazioni e comunicazioni, spesso con il rischio di misidentificare le persone migranti come trafficanti. L’Italia nel frattempo amplia il coinvolgimento della Leonardo‑Finmeccanica 6, consolidando un modello in cui tecnologia, esternalizzazione delle frontiere e interessi industriali si intrecciano. ATTIVISTI NEL MIRINO La strategia italiana per contenere la migrazione dal Nord Africa prende di mira non solo le persone in movimento, ma anche attivisti, avvocati e giornalisti che documentano abusi e respingimenti. All’inizio del 2025, il caso Paragon aveva rivelato l’uso di tecnologie di sorveglianza di livello militare contro la società civile. Sebbene il governo italiano abbia inizialmente negato ogni coinvolgimento prima di giustificare l’operazione come questione di sicurezza nazionale, le analisi forensi mostrano che l’intrusione era iniziata mesi prima e ha successivamente colpito altri giornalisti, suggerendo un modello più ampio di monitoraggio di chi ostacola o denuncia l’agenda di esternalizzazione. La sorveglianza digitale è diventata un nuovo strumento per ridefinire la narrazione migratoria, eludere responsabilità e mettere a rischio sia i migranti sia le reti che li sostengono, in un contesto in cui l’Italia continua a fornire tecnologie avanzate ai partner nordafricani. FRONTEX: SORVEGLIANZA CON I DRONI E L’INDUSTRIA TECNOLOGICA Frontex svolge un ruolo centrale nell’allertare le guardie costiere libiche, egiziane e tunisine, oltre ai Paesi UE mediterranei, riguardo alle intercettazioni e gli arrivi delle persone in movimento (spesso preludio a procedure di espulsione). Parallelamente, l’agenzia rinnova contratti con aziende tecnologiche come ADAS (Germania) e IAI (Israele), consolidando la propria dipendenza da droni che inquadrano i migranti come minacce alla sicurezza. Italia, Grecia e Malta sostengono la sperimentazione di droni avanzati per la sorveglianza marittima. All’interno di Frontex, i finanziamenti destinati a questi sistemi crescono costantemente, mentre viene denunciata l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei droni per il riconoscimento facciale e in altri possibili processi decisionali critici. Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex Dal policy paper: a sinistra si osserva la crescita, negli anni, del budget destinato al materiale tecnologico; a destra, l’aumento considerevole del budget annuale di Frontex. SCAMBI ILLECITI DI DATI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Lo scambio di dati per il controllo delle frontiere, un tempo limitato ai database UE come EURODAC 7 ed EU‑LISA 8, si è ampliato fino a includere per anni trasferimenti di dati personali e biometrici tra FRONTEX ed EUROPOL 9. Dal 2016 al 2023, almeno 13.000 persone sono state coinvolte in trasferimenti illeciti di informazioni, con gravi rischi di criminalizzazione senza basi legali. La scarsa trasparenza di EUROPOL suggerisce che tali dati possano essere stati usati per sospetti infondati di terrorismo o criminalità organizzata, alimentando pratiche di profilazione razziale. Approfondimenti/Confini e frontiere TUNISIA: IL CONFINE INVISIBILE D’EUROPA Il punto sulla situazione delle persone migranti tra detenzione e respingimenti Maria Giuliana Lo Piccolo 25 Novembre 2025 Il policy paper mostra con chiarezza come l’UE stia investendo sempre più in tecnologie di sorveglianza marittima che privilegiano l’intercettazione delle imbarcazioni rispetto al soccorso, contribuendo alla militarizzazione e alla trasformazione tecnologica delle operazioni migratorie, senza alcuna tutela per le persone in movimento né per la loro privacy. Parallelamente, chi denuncia queste pratiche (attivisti per i diritti dei migranti, giornalisti e avvocati) diventa a sua volta bersaglio di sorveglianza e intimidazioni. Le istituzioni europee e i governi coinvolti possono invocare la sicurezza per giustificare metodi sempre più invasivi, ma, come ricordano gli autorə del rapporto “la sicurezza non dovrebbe mai essere ottenuta a costo di vite umane né attraverso misure illegali o discriminatorie” 10. 1. FTDES. (2025, 30 April). Tunisia’s designation as a safe third country of origin: The European Commission rewards Tunisian authorities for their cooperation on migration and whitewashes their abuses ↩︎ 2. Tunisia: “Nobody hears you when you scream”: Dangerous shift in Tunisia’s migration policy ↩︎ 3. The nexus of technology and migration tech-facilitated border control and implications for Tunisia, FTDES (27 ottobre 2025) ↩︎ 4. International Centre for Migration Policy Development, Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie ↩︎ 5. Alarmphone. (2024). The Illegal and Violent Practices of the Tunisian National Guard in the Central Mediterranean ↩︎ 6. Business and Human Rights Resource Centre. (2024, 4 June). Leonardo. Business and Human Rights Resource Centre ↩︎ 7. European Dactyloscopy: banca dati biometrica dell’Unione Europea contenente le impronte digitali dei richiedenti asilo e dei cittadini di paesi terzi ↩︎ 8. Agenzia dell’Unione europea per la gestione operativa dei sistemi IT su larga scala nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia ↩︎ 9. Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione nell’attività di contrasto ↩︎ 10. Dal policy paper, pagina 24 ↩︎
Dare i numeri sulla Libia
A partire dall’ultimo Displacement Tracking Matrix (DTM) – Round 59 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni 1, si propone una lettura critica dei numeri utilizzati per descrivere la presenza migrante in Libia. In un contesto segnato da violenze sistematiche, frammentazione istituzionale e accesso umanitario ridotto, la produzione stessa dei dati e la loro lettura è fondamentale perché propone una lettura della realtà. Ma se molte persone restano fuori da ogni rilevazione perché intercettate, detenute arbitrariamente, intrappolate in circuiti informali di sfruttamento o costrette a una mobilità continua cosa raccontano le cifre? E ancora: l’assenza strutturale di dati è neutra? I numeri, indispensabili, se parziali, finiscono così per produrre un’illusione di conoscenza e  non descrivono quel  mondo in cui le violazioni dei diritti umani restano sistematicamente invisibili. PH: A.S. PH: B.M. Numeri. Dati.  Si usano per descrivere la realtà quando si parla di migrazione e persone in movimento. Tracciarle è complesso e forse ora avrebbe più senso parlare di people intercepted o blocked e non people on mouv. Perché questo è il loro attuale destino: restare bloccate tra Tunisia e Libia. Cifre che non sono mai precise, ma sempre troppo approssimative.  «Migrant report Round 59 (august-october 2025)» del programma Displacement Tracking Matrix (Dtm) dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è un rapporto 2 edito il 22 dicembre 2025 e riguarda le persone migranti provenienti dall’Africa sub- sahariana. Sul piano metodologico, Mobility Tracking del Dtm raccoglie dati con cadenza bimestrale attraverso interviste a non ben definiti informatori chiave a livello municipale e comunitario e dichiara di coprire formalmente tutte le 100 municipalità libiche.  In quest’ultimo report di OIM, si racconta che in Libia sono stati identificati 928.839 migranti nel periodo compreso tra agosto e ottobre 2025. Rispetto alla precedente rilevazione, si assiste ad un aumento: nel Round 58 3, che raccoglie dati tra maggio-luglio 2025, si parlava di 894.890 presenze. Si tratta di una stima che riguarda persone migranti presenti sul territorio libico, censite in 100 municipalità e appartenenti a 44 nazionalità. Le comunità più numerose provengono da Sudan (36%), Egitto (20%), Niger (19%), Ciad (9%) e Nigeria (3%). Un elemento centrale del quadro delineato dall’Oim è la condizione socio-economica: il 74% dei migranti risulta senza lavoro, una situazione che aumenta l’esposizione allo sfruttamento, alla detenzione arbitraria e alla violenza. Ovviamente, la grande maggioranza sono uomini, sfruttati nei lavori edili. Nel Displacement Tracking Matrix (Dtm). Round 59, dal punto di vista geografico, si racconta che la Libia occidentale resta l’area a maggiore densità migratoria, con il 52% delle presenze. Segue la Libia orientale, che ospita il 37% del totale, un dato che riflette il crescente ruolo della Cirenaica come snodo logistico delle rotte migratorie. Le regioni meridionali del Fezzan, pur essendo punti chiave dei transiti transfrontalieri, concentrano circa l’11% dei migranti. Il report segnala inoltre una persistente concentrazione nelle zone costiere e un consolidamento della presenza straniera anche nel mercato del lavoro locale. Quanto alla situazione abitativa, continua il rapporto: La maggior parte dei migranti intervistati (86%) ha dichiarato di vivere in alloggi in affitto, con gli affitti privati che rappresentano la principale opzione abitativa in tutta la Libia. Un gruppo più ristretto di migranti (7%) risiede nel proprio luogo di lavoro, mentre il 5% vive con famiglie ospitanti. Solo il 2% risiede in altri alloggi, come campi informali. La stragrande maggioranza dei migranti (97%) non ha subito minacce o è stata oggetto di sfratto. Il 3% che è stato sfrattato o ha subito minacce di sfratto ha citato una serie di motivi. Una verità inconfutabile emerge al suo interno:  Viaggiare verso e attraverso la Libia espone le persone migranti a gravi pericoli, tra cui tortura, violenza sessuale, lavoro forzato e detenzione arbitraria, spesso perpetrati da attori non statali, comprese reti di contrabbando e tratta di esseri umani, e in alcuni contesti anche da autorità statali, come documentato da fonti indipendenti sui diritti umani 4 . Purtroppo, trovare documentazione indipendente recente sui diritti umani è molto complesso. L’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato ad aprile del 2025 5, dipinge una situazione agghiacciante. Le organizzazioni internazionali che operano ancora il Libia sono pochissime; alcune sono state costrette a lasciare il paese, come MSF durante il 2025. La sede dell’IOM in Libia resta attiva e opera in questo senso: Attraverso il Risultato Collettivo 2 (CO2) del Quadro di cooperazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (UNSDCF) sulla gestione delle migrazioni, OIM e UNHCR continuano a mantenere aggiornati tutti i partner umanitari sugli sviluppi alle frontiere, inclusa l’assistenza salvavita fornita da tutte le agenzie delle Nazioni Unite. L’OIM coordina inoltre la risposta umanitaria operativa di tutti i partner alle frontiere con la Tunisia e l’Algeria. Ora: qualche semplice considerazione è doverosa: in Libia, in un contesto segnato da frammentazione istituzionale e violenze sistematiche, la produzione stessa dei dati è parte del problema. Le cifre restituite nel rapporto di IOM sono solo una fotografia parziale. PH: B.M. Quante persone restano fuori da ogni conteggio e rilevazione possibile, perché in movimento continuo, trattenute in luoghi informali, inserite in circuiti di sfruttamento per scomparire ad ogni tentativo di monitoraggio indipendente? Quante persone riescono ad accedere agli uffici di OIM? Quanti operatori di questa organizzazione hanno accesso alle carceri in cui i migranti sono detenuti arbitrariamente e illegalmente? L’assenza strutturale di dati non è mai neutra. In questo caso, è frutto diretto delle politiche europee di esternalizzazione del controllo delle frontiere attuate attraverso programmi come il Support to Integrated Border and Migration Management in Libya (SIBMMIL) e la missione EUBAM Libya, ma anche da accordi bilaterali tra EU e autorità libiche. I programmi rafforzano capacità di intercettazione e contenimento delle persone migranti senza garantire trasparenza, accesso alle informazioni e meccanismi effettivi di responsabilità. In questo quadro, la mancanza di dati affidabili rende più difficile accertare violazioni dei diritti umani, frammenta le responsabilità politiche, ma soprattutto contribuisce a normalizzare un sistema fondato sull’opacità.  I numeri dell’Oim, pur indispensabili, vanno quindi letti anche per quello che non riportano: come segnali di ciò che resta fuori campo, di quello che non si dice. Raccontano, tra le righe, che il Mediterraneo centrale è governato anche attraverso il silenzio statistico, che in Libia non si sa quante persone migranti siano davvero presenti, né quante arbitrariamente torturate, detenute, vendute, scambiate con privati o con gli agenti di stato tunisini. Non si conosce il numero di chi è ricatturato in mare, chi è detenuto, chi vive nei campi informali. Non sia sa quante persone siano destinate alla schiavitù lavorativa, quante alle servitù domestica, o a quella sessuale. E allora le cifre hanno una lettura politica. I numeri che circolano producono l’illusione di conoscenza, ma in realtà richiamano all’invisibile. Contano chi può essere contato, registrano chi riesce a emergere per un istante, ma lasciano fuori chi è intrappolato: nei centri informali, nelle carceri, nei circuiti di tratta e sfruttamento che prosperano. 1. Oim, in Libia censiti 928.839 migranti tra agosto e ottobre 2025, AnsaMed (7 gennaio 2026) ↩︎ 2. Migrant report Round 59 (august-october 2025), OIM ↩︎ 3. Migrant report Round 58 (may-july 2025), OIM ↩︎ 4. Mission Overview, IOM Lybia (maggio 2025) ↩︎ 5. Consulta le informazioni ↩︎
Il contrasto alla violenza di genere nelle periferie di Dakar
In data 10 gennaio 2026, nell’ambito delle attività promosse da Energia per i Diritti Umani, si è tenuto a Malika un incontro virtuale tra Senegal e Pakistan: dall’altra parte dello schermo e in collegamento diretto dal Pakistan il professor Hussain Mohi-ud-Din Qadri, Vicepresidente del Consiglio di amministrazione dell’Università Minhaj di Lahore (MUL), sede della Scuola di Religione e Filosofia fondata dallo stesso prof. Qadri nel 2016. Il professore si era già collegato con il Senegal un anno fa, per instaurare un dialogo con animatrici e animatori del progetto “Voix des femmes – Autonomisation féminine, droits et santé” in relazione ai contenuti del Corano relativi alla condizione femminile e alla loro corretta interpretazione. Stavolta l’incontro si è strutturato come una tavola rotonda composta dal professor Qadri, l’imam Soumaré di Yeumbeul Nord (Dakar) e l’imam Keïta di Malika (Dakar). Presenti anche le animatrici delle campagne di sensibilizzazione di “Voix des femmes” insieme a volontarie e volontari di Energia per i Diritti Umani, per ascoltare la trattazione dei relatori sui temi della violenza domestica ed economica interpretati alla luce di Corano, Sunnah e Hadith. La discussione si è aperta con l’intervento del prof. Qadri, il quale ha trattato il tema della violenza domestica evidenziando come quest’ultima sia condannata dalla religione islamica e considerata inammissibile, a discapito di quelle interpretazioni (distorte) che la vedrebbero come giustificabile in determinate circostanze. La famiglia islamica, basata sull’equilibrio e sulla parità tra marito e moglie, non risulta caratterizzata da un potere unilaterale, bensì da una partnership che consente alla coppia di sostenersi reciprocamente. Molti, infatti, gli aneddoti e i riferimenti alla vita del Profeta citati che rimandano alla cura maritale nei confronti della moglie e al giudizio di valore secondo cui un uomo probo è colui che sa trattare con amorevolezza e rispetto il genere femminile. Anche l’autonomia economica femminile appare valorizzata dai testi sacri del Corano: la donna deve poter lavorare se lo desidera, così come faceva la prima moglie del Profeta Maometto dedicandosi al commercio (con il completo sostegno del marito); numerose, anche in questo caso, le storie citate tratte dai testi sacri relative a donne impegnate in una professione. In ogni caso, il denaro non può costituire un elemento di controllo sulla vita della donna e il marito non può monitorarne le spese; inoltre, sebbene l’uomo debba offrire una dote quanto più possibile generosa per il matrimonio, non per questo egli può vantare qualche potere sulla propria moglie, dal momento che la dote si offre con amore e non per “comprare” la donna e renderla una schiava. Riprova ne è il fatto che le faccende domestiche non sono una prerogativa femminile, anzi, l’uomo secondo l’Islam e tenuto a contribuire alla gestione domestica. Sugli stessi temi sono successivamente intervenuti anche l’imam Soumaré e l’imam Keïta, rispettivamente sul tema della violenza domestica ed economica, aggiungendo alcuni spaccati della società senegalese. Ad esempio è emerso come, ancora oggi, la nascita di un figlio mschio sia accolta con maggiore partecipazione e gioia riseptto a quella di una figlia femmina, retaggio culturale di una società patriarcale del tutto in contrasto con la religione islamica, secondo cui ogni bambino/a che nasce è da considerarsi un dono di Dio, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Le opinioni degli Imam su entrambi i temi sono risultate in gran parte coincidenti con quella del professor Qadri, raggiungendo la conclusione per cui molte donne risultano discriminate in nome della religione solo perché questa non viene studiata e, di conseguenza, le donne stesse non conoscono i propri diritti. Su alcuni punti si è registrata invece una distanza interpretativa, colmata comunque da un ascolto reciproco attento e rispettoso delle differenze di vedute. Un esempio particolarmente rilevante in tal senso è rappresentato dal controverso tema della poligamia: secondo il prof. Qadri, essa sarebbe addirittura scoraggiata dal Corano, poiché nelle scritture si dice che, per quanto un uomo possa prendere in moglie fino a quattro donne, si ritiene molto difficile che riesca a farlo garantendo a tutte parità di trattamento. Secondo gli imam, invece, l’interpretazione corretta sarebbe data dalla possibilita per l’uomo di rimanere poligamo fino a trovare la donna che raccoglie in sé tutte le caratteristiche ideali. A seguire, si è aperta una lunga sessione di domande da parte delle animatrici presenti, che hanno toccato svariati temi, dal posizionamento religioso sul tema della pianificazione familiare, al diritto all’eredità per le donne, alle possibili soluzioni per sopperire ad una scarsa educazione religiosa sia nella fascia di popolazione adulta che in quella più giovane. Su quest’ultimo punto è emerso il ruolo fondamentale dei capi religiosi che, facendosi portavoce del dettato religioso e della sua corretta interpretazione, possono fungere da cassa di risonanza per la diffusione di un’educazione religiosa che si faccia vettore di una cultura dei diritti umani e della parità di genere. A questo proposito, i relatori si sono lasciati sull’impegno di promuovere dei momenti di divulgazione comunitaria sul territorio, all’interno delle comunità religiose locali, per parlare nello specifico di diritti di genere e contrasto alle discriminazioni. Il 10 gennaio non si è tenuto solo un seminario, ma un tentativo commovente di trascendere ciò che di più complesso caratterizza la società umana, cioè le differenze di vedute, culturali, di pensiero e geografiche, tutto in nome di una intenzionale opera di umanizzazione interna ed esterna, con la volontà e il proposito di trasmettere ad altri/e le stesse aspirazioni. Dietro questo incontro ci sono centinaia, se non migliaia di persone potenziali beneficiarie di queste comprensioni, dalla comunità religiosa alle persone che le animatrici avranno l’opportunità di sensibilizzare in scuole e case nell’ambito delle campagne di contrasto alla violenza di genere. In conclusione, il significato di questa giornata è tutto qui: lanciare azioni intenzionali può sembrare una minuscola goccia, ma è proprio dalla goccia che nasce l’oceano… E questo restituisce speranza e senso al domani di tutti/e. Federica De Luca