Tag - Sahel

«Abbiamo manifestato per i nostri diritti e siamo stati arrestati»
Circa cinque mesi fa, la polizia nigerina ha fatto irruzione nel “Centro Umanitario” di Agadez in Niger 1, gestito dall’UNHCR e finanziato dall’UE e dal governo italiano, per arrestare sei rifugiati che avevano guidato la protesta. Poco dopo, hanno iniziato a circolare voci secondo cui i sei attivisti sarebbero stati deportati illegalmente in Ciad. Notizie NIGER. TENSIONI AL “CENTRO UMANITARIO” DI AGADEZ: ARRESTATI SEI ATTIVISTI UNHCR non si è ancora espressa sui fatti Laura Morreale 1 Settembre 2025 Di recente sono stata contattata da uno di loro. È sudanese e attualmente si trova bloccato in Libia. Dopo tutto ciò che ha vissuto, chiede che la sua esperienza venga riconosciuta: una storia di ingiustizie e gravi violazioni dei diritti umani, anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire protezione. PH: Refugees in Niger PER QUANTO TEMPO HAI VISSUTO NEL CENTRO UMANITARIO? E PERCHÉ LÌ I RIFUGIATI NON RICEVONO UNA PROTEZIONE EFFETTIVA? Sono stato registrato per quasi nove anni presso il Centro Umanitario di Agadez come rifugiato riconosciuto dall’UNHCR in Niger. Ad aprile del 2022, sono stato convocato da una commissione per informarmi che soddisfacevo i criteri per il reinsediamento in un paese terzo. Mi hanno condotto in un ufficio dove ho sostenuto un lungo colloquio via Skype con un avvocato di nome Odonis (di nazionalità burundese), che mi ha spiegato il processo di reinsediamento ed esaminato il mio profilo nel dettaglio. Dopo ore di domande, mi ha detto che l’intervista era andata bene. Sono stato poi indirizzato a un dipendente, Arzica, responsabile dei dossier dei rifugiati, che mi ha fatto firmare un documento e mi ha detto che la procedura avrebbe richiesto dai sei mesi a un anno. Ho aspettato fino allo scadere dell’anno nelle condizioni estremamente dure del campo, nel mezzo del deserto e senza accesso ai servizi di base. Quando sono tornato per chiedere informazioni sul mio caso, lo stesso dipendente mi ha detto che tutti i dossier dei rifugiati erano stati congelati dopo il colpo di Stato e che né lui né l’ufficio UNHCR in Niger potevano fare nulla. Sono tornato al centro sentendomi abbandonato e solo. ED È PER QUESTO CHE È INIZIATA LA PROTESTA... Sì: dato che l’UNHCR aveva sospeso tutte le misure di assistenza e protezione ad Agadez, noi rifugiati abbiamo iniziato una protesta pacifica nel settembre 2024. Le autorità nigerine hanno cominciato a descriverci come criminali, quando stavamo semplicemente chiedendo i nostri diritti in modo non violento. Ed essendo uno dei portavoce della protesta, sono stato arrestato per la prima volta insieme ai miei compagni durante il mese del Ramadan del 2025 e rinchiuso in carcere ad Agadez. Io e gli altri rappresentanti del movimento siamo stati detenuti per diversi giorni senza accuse specifiche. È stata una mossa per delegittimare le nostre richieste: in realtà, era stato lo stesso Comitato Nazionale di Eleggibilità (CNE, l’ente nazionale che si occupa delle procedure d’asilo, n.d.a.) a spingere i rifugiati a costituire un organismo rappresentativo. QUINDI LE AUTORITÀ NIGERINE VI HANNO CHIESTO DI AVERE UN ORGANISMO RAPPRESENTATIVO, MA POI LO HANNO DICHIARATO ILLEGALE? Esattamente. Il CNE ci aveva detto chiaramente che, senza un organismo rappresentativo nel campo, non avremmo ottenuto alcun diritto. Per questo i rifugiati ci hanno scelti come loro rappresentanti, per parlare a nome di tutti. Alcuni mesi dopo il mio primo arresto, la polizia è entrata nel campo e ci ha arrestati di nuovo. Non è stato un semplice arresto: siamo stati picchiati, minacciati e torturati. Ancora oggi ne porto le conseguenze, fisiche e psicologiche. Mi sono rotto un dito della mano destra, e da allora soffro forti mal di testa e dolori costanti. Come mostrano i video del mio arresto, hanno cercato di gettarmi sul camion e nella caduta ho sbattuto la testa. Durante il trasferimento verso il carcere siamo stati picchiati fino a perdere conoscenza. Siamo stati trasferiti e detenuti in prigioni di diverse regioni del Niger, tra cui Zinder e Diffa. Siamo stati sottoposti continuamente a percosse, abusi, minacce e torture. Alla fine, siamo stati deportati illegalmente in Ciad, dove siamo finiti nel carcere di El Kebir, nella capitale N’Djamena. E POI SEI RIUSCITO A RAGGIUNGERE LA LIBIA... Sì, e sono stato detenuto di nuovo per un giorno mentre mi dirigevo verso Tripoli, all’ultimo valico nel sud, dove mi hanno derubato di tutti i miei soldi. E ancora, sono stato arrestato sulla strada per Gharyan, nel nord-ovest della Libia. Alla fine sono riuscito ad arrivare a Tripoli e a registrarmi di nuovo presso l’UNHCR. Ma qui la situazione per rifugiati e migranti è durissima: il supporto e la protezione sono praticamente inesistenti. Al mio arrivo ho sostenuto un altro colloquio con l’UNHCR. Una delle impiegate ha raccolto i miei documenti e mi ha fatto fare la scansione dell’iride. Poi ha accettato di ascoltare la mia storia e ho raccontato delle torture, della privazione di cibo e acqua e dei trattamenti degradanti subiti in diverse prigioni lungo il mio percorso. Ma quando ho cercato di spiegare che la mia detenzione era legata alla protesta pacifica ad Agadez e a chiarire le circostanze della mia deportazione in Ciad, si è rifiutata di continuare ad ascoltare e ha concluso l’intervista. Mi è stato soltanto consegnato un foglio che conferma la mia richiesta di asilo e dei numeri di emergenza che non funzionano mai, nonostante i ripetuti tentativi. Qual è il senso di rilasciare un documento che certifica lo status di rifugiato se poi non consente l’accesso a nessun servizio? QUAL È LA TUA SITUAZIONE OGGI? Lavoro saltuariamente, ma si tratta di lavori molto duri e spesso non vieni pagato, oppure subisci percosse e abusi sul posto di lavoro. È un paese estremamente difficile per rifugiati e migranti, come saprai. Mi sento di essere passato dalla prigione all’inferno. Non so quanto tempo ci vorrà prima di poter essere libero. HAI MAI CERCATO ASSISTENZA MEDICA IN LIBIA? Ho capito che, se l’impiegato dell’UNHCR che dovrebbe proteggerti non ti dà nemmeno la possibilità di raccontare le tue sofferenze e denunciare gli abusi subiti, allora ricevere qualsiasi altra forma di assistenza diventa impossibile. E OSPEDALI O CLINICHE? Ho valutato questa possibilità, ma anche se il documento dell’UNHCR è tecnicamente riconosciuto dal governo, nella pratica non è valido per le autorità libiche e non garantisce accesso ad alcuna forma di protezione o servizio. Mi sento solo e piango spesso. Ho vissuto abbastanza sofferenza e non riesco più a sopportare questa situazione. Per questo lancio un appello a qualsiasi organizzazione o persona, in Europa o in Libia, che possa offrire supporto concreto o prendere in carico il mio caso, in particolare per quanto riguarda la mia deportazione e la detenzione forzata. Sono disposto a fornire documenti o ulteriori dettagli, se necessario. Ho bisogno anche di supporto psicologico. Oggi vivo nel dolore, nella tristezza, nell’ansia, nell’isolamento, tra incubi e una costante sofferenza psicologica, conseguenza di anni di prigionia, torture e incertezza. Sento di aver raggiunto un punto in cui non riesco più ad affrontare tutto questo da solo. Storie come questa dimostrano che il riconoscimento legale dello status di rifugiato diventa una promessa vuota, quando la libertà di movimento è sistematicamente criminalizzata e le violazioni dei diritti umani restano impunite. I rifugiati vengono puniti per aver rivendicato i propri diritti e l’accesso ai servizi di base è negato anche a chi possiede un riconoscimento formale, allora è necessario mettere radicalmente in discussione il sistema umanitario in cui le politiche migratorie contemporanee hanno finito per ripiegare. Dopo aver trasformato il diritto d’asilo nell’unica forma di mobilità considerata legittima per la maggioranza delle persone provenienti dall’Africa e averne delegato l’attuazione a paesi dove le garanzie fondamentali non sono assicurate, le politiche migratorie europee hanno progressivamente svuotato il significato di questo diritto. E organizzazioni come l’UNHCR appaiono sempre più subordinate alla strategia di esternalizzazione delle frontiere europee, piuttosto che alla loro missione di protezione. 1. Leggi tutti gli articoli di Laura Morreale sulla vicenda ↩︎
Democrazia del capitale e legge della giungla
di Mauro Armanino La libertà non è uno spazio libero Siamo nel millennio scorso, esattamente negli anni ’70, quando il cantautore Giorgio Gaber ricordava che la libertà è partecipazione. La politica è sporca, la poltica non mi interessa, perchè è la politica degli affaristi e quella dei riti elettorali. O tu fai la politica o la politica ti fa, dicevamo
January 13, 2026
La Bottega del Barbieri
Agadez, il limbo nel deserto: cinque anni di attesa e silenzio per i rifugiati intrappolati nel “centro umanitario”
Da oltre cinque anni, quasi duemila rifugiati e richiedenti asilo vivono intrappolati nel deserto del Niger, nel “centro umanitario” di Agadez. Sono persone fuggite da guerre, persecuzioni, violenze; persone che hanno attraversato confini dove hanno subìto abusi in Algeria e in Libia, che sono sopravvissute ai respingimenti e ai rastrellamenti, e che oggi si ritrovano abbandonate in un luogo che, più che un rifugio, somiglia a una prigione a cielo aperto. Una vicenda che come redazione seguiamo con attenzione dal novembre 2024, in contatto diretto con le persone che si trovano nel centro. L’appello pubblicato il 25 novembre scorso 1 ci offre l’occasione di continuare a tenere gli occhi aperti su Agadez e di rilanciare la loro voce: una voce stremata ma ostinata, che continua a chiedere solo ciò che dovrebbe essere garantito a chiunque – dignità, protezione, futuro. Agadez è distante quindici chilometri dalla città, isolato nel nulla. Il campo, costruito con fondi europei e italiani, si presenta come un progetto umanitario, ma chi lo abita lo descrive come un luogo di confinamento: tende consumate dal vento del deserto, prefabbricati che non proteggono né dal sole né dalle tempeste di sabbia, un accesso irregolare a servizi essenziali come acqua potabile, cure mediche, elettricità, istruzione. Dal 2025, perfino l’assistenza alimentare è stata ridotta: solo alcune categorie, considerate “vulnerabili”, ricevono ancora un sostegno regolare. Gli altri, quelli che l’UNHCR non ha inserito in liste di priorità, sopravvivono come possono. La protesta, iniziata il 22 settembre 2024, ha oltrepassato l’anno. Per mesi gli abitanti del campo hanno organizzato sit-in, marce, lettere aperte, scioperi della fame: sempre pacifici, sempre ignorati. Il loro slogan, «We don’t want to stay here», è un grido semplice e limpido: non chiedono privilegi, ma di essere liberati da un’attesa infinita che li consuma. La risposta delle autorità è stata troppo però spesso la criminalizzazione del dissenso. A marzo 2025 otto rappresentanti dei rifugiati sono stati arrestati durante una protesta. Sono stati rilasciati dopo dieci giorni, ma l’episodio ha lasciato un segno profondo: molti hanno perso lo status di protezione, altri vivono nella paura di subire la stessa sorte. Il “centro umanitario” di Agadez è un simbolo potente dell’esternalizzazione delle frontiere europee. Qui, nel cuore del deserto, si materializzano le contraddizioni di un sistema che, in nome della sicurezza e del controllo migratorio, preferisce trattenere le persone lontano dai propri confini – anche quando questo significa lasciarle vivere per anni in condizioni disumane. La retorica della “protezione internazionale” si sgretola davanti alla realtà: non si tratta di accoglienza, ma di sospensione della vita. Di un tempo morto imposto a uomini, donne, bambini che non hanno alcuna prospettiva di reinsediamento né possibilità di integrarsi nel Niger. L’appello chiede di ascoltare finalmente le loro voci, di riconoscere che quanto accade ad Agadez non è un’emergenza ma una scelta politica. Chiede che si aprano percorsi di reinsediamento reali, che si garantiscano condizioni minime di vita dignitosa, che si ponga fine a un sistema che confonde la gestione con l’abbandono. Chiede, soprattutto, di vedere i rifugiati per ciò che sono: persone che hanno perso tutto e che ora rischiano di perdere anche la speranza. Agadez non è un episodio isolato: è un ingranaggio di un meccanismo che sposta sempre più lontano la responsabilità, rendendo invisibili le vite che schiaccia. Raccontare ciò che accade nel deserto del Niger significa rompere un silenzio conveniente, riportare al centro ciò che troppo spesso resta ai margini: la dignità umana come principio non negoziabile. 1. Leggi l’appello sul blog di Davide Tommasin ↩︎
Niger. Tensioni al “Centro Umanitario” di Agadez: arrestati sei attivisti
Molti rifugiati vogliono lasciare il campo dopo l’irruzione della polizia nigerina Dopo mesi di intimidazioni e minacce per fermare la protesta dei rifugiati al Centro Umanitario di Agadez 1, giovedì 21 agosto la polizia nigerina ha fatto irruzione nel campo e arrestato sei persone 2. Si tratta di tre uomini e tre donne: Mohamed Abdullah, Abdullah Hashim, Imad Younis, Zubaida Abdeljabbar, Zahra Daoud Juma, Hoda Musa Mohamed. Tutti erano particolarmente attivi nel movimento autorganizzato che, da settembre scorso, chiede soluzioni alternative al Centro, dove i rifugiati vivono isolati nel deserto, con servizi essenziali carenti, denunciando da mesi la loro condizione. I testimoni affermano che le sei persone arrestate hanno subito abusi da parte della polizia: «Sono stati picchiati e torturati. Una delle donne ha perso conoscenza a causa della violenza delle percosse». Le donne arrestate sono state separate forzatamente dai loro figli. Video Refugees in Niger «Hanno lasciato qui i loro figli e le autorità non hanno permesso loro di portarli con sé. Quando si sono rifiutate di salire in macchina senza i figli, le hanno picchiate brutalmente». Le autorità non hanno reso noto dove hanno trasferito i sei attivisti, ma potrebbero essere state deportate fuori dai confini del Niger 3 . Non è la prima volta che le autorità nigerine usano la forza per reprimere la protesta e i suoi rappresentanti. Le stesse persone erano già state arrestate a maggio, senza accuse formali, per poi essere rilasciate dopo qualche giorno. Il mese scorso, inoltre, una circolare del Ministero dell’Interno del Niger aveva sospeso l’esame delle loro richieste di asilo per “disturbo dell’ordine pubblico e rifiuto di rispettare le leggi e i regolamenti in vigore nel paese ospitante”. È un fatto estremamente grave: l’arresto, la persecuzione di persone e la revoca della possibilità di ricevere protezione solo per aver esercitato il diritto di esprimersi e protestare, senza aver commesso alcun reato. Sulla vicenda si è espressa anche la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Difensori dei Diritti Umani, Mary Lawlor, che ha commentato: «Sto ricevendo notizie molto preoccupanti riguardo all’arresto e alla detenzione in isolamento di sei attivisti, tutti rifugiati, in rappresaglia per il loro impegno a favore dei diritti dei rifugiati nei pressi di Agadez, in Niger, la scorsa settimana. Chiedo la loro immediata liberazione». Altrettanto grave è il silenzio dell’UNHCR sulla vicenda. L’agenzia, che gestisce il Centro tramite finanziamenti europei – incluso un consistente contributo del Ministero dell’Interno italiano – ha il mandato di proteggere i rifugiati, garantendo anche che i governi ospitanti rispettino il loro status giuridico e i loro diritti. Non è chiaro se e come l’ufficio UNHCR in Niger stia affrontando la situazione, ma finora non una parola è stata spesa pubblicamente né sulle tensioni al Centro né sulla sorte dei sei rifugiati dispersi. Con questo raid nel campo, le autorità nigerine intendono chiaramente scoraggiare il protrarsi della protesta. Finora, però, non ci sono riuscite: la mobilitazione continua con ostinazione e, tra meno di un mese, compirà un anno. Tuttavia, dopo l’irruzione della polizia, la situazione al Centro Umanitario è diventata estremamente tesa. Altre persone temono di essere arrestate: hanno appreso informalmente l’esistenza di una lista di persone sorvegliate dalla polizia. Si respira un clima di paura generalizzata, che colpisce soprattutto i più vulnerabili. «Ora i bambini vivono in un costante stato di paura, al punto da non riuscire a dormire la notte per timore della polizia. Anche solo alla vista di un agente, scoppiano a piangere e corrono dalle madri». Secondo i testimoni, negli ultimi giorni, molte persone hanno lasciato il campo, probabilmente per dirigersi verso i paesi limitrofi: «Il totale disinteresse dell’UNHCR e il mancato adempimento delle proprie responsabilità nei confronti dei rifugiati […] hanno portato a un’ondata di partenze dal centro, soprattutto da parte di famiglie con bambini che vi soggiornavano da molto tempo». Mentre al Centro cresce la tensione e le famiglie vivono nell’incertezza e nella paura, la protesta continua e mette in discussione l’intera logica dei confini chiusi su cui si basa l’impalcatura umanitaria del campo. La retorica che descrive il Niger come un paese accogliente, nonostante le sue difficoltà interne, appare ipocrita e piegata alla volontà dei paesi europei, che spostano sempre più lontano dalle proprie coste il controllo delle frontiere. Non si può fingere che le persone al Centro umanitario di Agadez stiano bene, che abbiano reali opportunità di lavoro e di inserimento sociale. Alle loro legittime richieste viene risposto che il campo non è una prigione e che sono liberi di andarsene. Ma andare dove? Verso paesi vicini che li sfruttano, li respingono o li sottopongono a nuove violenze? Notizie I RIFUGIATI DI AGADEZ LANCIANO UNA PETIZIONE URGENTE DOPO OLTRE 300 GIORNI DI PROTESTA Non possiamo lasciare che tutto questo continui: firma subito e sostieni i rifugiati Laura Morreale 31 Luglio 2025 1. Leggi tutti gli articoli di Laura Morreale sulla vicenda ↩︎ 2. Vedi anche: Niger, “centro umanitario” Agadez & il nuovo stato di polizia, Davide Tommasin (22 agosto 2025) ↩︎ 3. Urgent appeal: refugee human rights defenders arbitrarily arrested in Niger, Refugees in Libya ↩︎
I rifugiati di Agadez lanciano una petizione urgente dopo oltre 300 giorni di protesta
Mentre il governo del Niger intensifica la repressione e viola i diritti dei rifugiati, stare al loro fianco è più importante che mai. Firma e condividi ora 1. Da oltre 300 giorni, i rifugiati del Centro “Umanitario” di Agadez, in Niger, continuano la loro protesta pacifica, denunciando condizioni sempre più dure, negligenza amministrativa e intimidazioni da parte delle autorità nazionali. Dall’inizio di luglio, la maggior parte delle persone ospitate nel centro ha smesso di ricevere l’assistenza alimentare. Secondo l’UNHCR, l’aiuto continuerebbe a essere garantito alle cosiddette “categorie vulnerabili”, come vedove, minori non accompagnati e persone con disabilità o patologie croniche. Ma in pratica, le liste degli aventi diritto, emesse dall’UNHCR, hanno escluso numerose persone che rientrano chiaramente nei criteri dichiarati. Inoltre, chi aveva ricevuto aiuti da ONG partner nel 2023 è stato retroattivamente escluso dai nuovi elenchi. A queste persone, al momento della distribuzione, non era stato comunicato che si trattava di un progetto legato all’integrazione economica, né che quel sostegno avrebbe compromesso la possibilità di ricevere aiuti in futuro. In un comunicato diffuso lo scorso maggio, l’UNHCR ha giustificato i tagli come un’opportunità per “favorire l’autosufficienza” attraverso corsi di formazione professionale. Ma la realtà sul campo è che la maggior parte dei rifugiati oggi fatica a soddisfare i propri bisogni fondamentali.  Interviste/Confini e frontiere MENO CIBO, PIÙ AUTONOMIA? IL PARADOSSO DELL’ASSISTENZA DI UNHCR AL CAMPO DI AGADEZ, NIGER I rifugiati: «Non vogliamo restare qui, nel deserto» Laura Morreale 20 Giugno 2025 L’agenzia ONU attribuisce le difficoltà operative ai tagli dei finanziamenti internazionali e alle restrizioni imposte dal governo del Niger. Tuttavia, alcuni operatori umanitari presenti sul territorio segnalano un contesto sempre più repressivo, che rende difficile persino il dialogo diretto con la popolazione rifugiata. In particolare, lo staff UNHCR ha dovuto affrontare ostacoli e intimidazioni quando ha cercato di dialogare con i rifugiati coinvolti nella protesta. I rifugiati riportano che funzionari dell’Ufficio CNE – l’organismo nazionale incaricato di valutare le richieste d’asilo – hanno impedito o interrotto incontri tra il personale UNHCR e i rappresentanti dei rifugiati. Secondo diverse testimonianze, un funzionario del CNE avrebbe affrontato in modo aggressivo e minaccioso un rappresentante dell’UNHCR responsabile delle politiche nutrizionali nel campo, durante un incontro di routine. Episodi simili fanno pensare che le autorità locali stiano volutamente limitando la capacità dell’UNHCR di comunicare e difendere i diritti dei rifugiati. Notizie/Confini e frontiere GESTIRE IL DISSENSO AD AGADEZ Le autorità nigerine dichiarano sciolti i comitati dei rifugiati Laura Morreale 22 Aprile 2025 Nei giorni scorsi, ad alcuni rifugiati è stato detto di “parlare solo per sé stessi”, perché gli organismi di rappresentanza collettiva sono osteggiati dalle autorità nazionali. A partire da maggio, il CNE ha infatti dichiarato illegittimo il comitato dei rifugiati che guida la protesta. All’epoca, otto attivisti erano stati arrestati senza accuse formali e poi rilasciati. Sei di loro – tre donne e tre uomini – si sono visti sospendere la procedura d’asilo tramite un decreto ministeriale datato 3 luglio, con la motivazione di “disturbo dell’ordine pubblico e rifiuto di rispettare le leggi e i regolamenti in vigore nel paese ospitante”. I tentativi di contestare la decisione sono stati respinti dai giudici, che hanno rinviato i casi all’ufficio del governatore. I rifugiati che hanno cercato di presentare denunce formali sono stati ignorati o dirottati altrove. PH: Refugees in Niger Secondo le persone del centro con cui sono in contatto, altri due rifugiati sarebbero stati deportati verso il loro paese d’origine perché “si erano rivolte al tribunale e avevano parlato con i giudici delle condizioni del centro, del trattamento riservato ai rifugiati da parte del personale e degli incidenti verificatisi nel centro, in particolare l’omicidio di un rifugiato nel 2022”. In un contesto di tagli all’assistenza alimentare, restrizioni alla libertà d’espressione e mancanza di accesso alla giustizia, le condizioni psicologiche dei residenti del centro sono peggiorate. Una rifugiata, Nawal Daoud Mohamed, è stata rilasciata dal centro nonostante fosse noto che soffrisse di disturbi psicologici e ora risulta scomparsa. Il CNE ha riferito che sarebbe apparsa in un villaggio a ottanta chilometri dalla città di Agadez, ma i rifugiati non sanno se l’informazione sia accurata o se si tratti di una strategia per evitare disordini nel campo. Secondo i rifugiati, questo caso è emblematico di una negligenza generalizzata verso il benessere psicologico dei residenti del centro. Secondo i rifugiati, questo caso è emblematico di una negligenza generalizzata verso il benessere psicologico dei residenti del centro. Di seguito, condividiamo il messaggio e la petizione inviataci dai rifugiati di Agadez con cui siamo in contatto da diversi mesi: -------------------------------------------------------------------------------- Grazie a Melting Pot Europa per il sostegno costante e per aver dato visibilità agli abusi in corso ad Agadez. Nonostante la nostra resistenza, e una protesta pacifica e legale che dura da oltre 309 giorni, la situazione è purtroppo peggiorata. Abbiamo bisogno della vostra voce. Vi chiediamo di firmare, condividere e amplificare queste storie, petizioni e testimonianze da Agadez. Enough is enough: when peaceful protest is met with collective punishment Dal 15 luglio 2025, i rifugiati del Centro Umanitario di Agadez hanno vissuto quanto segue: * Nawal Daoud Mohamed, una donna di 27 anni, è scomparsa dopo essere uscita dal campo. Era in stato di grave sofferenza psicologica a causa delle condizioni di vita estreme e disumane del Centro Umanitario di Agadez. * Pompe dell’acqua disattivate nel mese più caldo dell’anno, lasciando 2.000 persone – tra cui 800 bambini – senza acqua adeguata, con temperature nel deserto che superano i 50°C. * Assistenza alimentare eliminata per 1.730 persone come punizione per l’espressione pacifica del dissenso. L’UNHCR lo chiama “promozione dell’autosufficienza”. Il diritto internazionale lo chiama punizione collettiva. Su oltre 2.000 residenti, solo 270 persone classificate come “più vulnerabili” hanno ancora accesso alla nutrizione di base. * Otto leader comunitari, sopravvissuti a una detenzione arbitraria a marzo, oggi affrontano nuove minacce semplicemente perché si rifiutano di restare in silenzio. Il CNE ha intensificato le intimidazioni, avvertendo che lo status di rifugiato potrebbe essere revocato a chiunque continui a documentare le condizioni del centro con la campagna #KeepEyesOnAgadez. * Le cure mediche sono state ridotte al minimo, con farmaci limitati a semplici antidolorifici, mentre donne incinte muoiono durante il parto e i bambini vengono respinti da cliniche chiuse. -------------------------------------------------------------------------------- Non possiamo lasciare che tutto questo continui. Firma ora le petizioni per chiedere il ripristino immediato di cibo, acqua, cure mediche e la fine delle intimidazioni. Ogni firma aumenta la pressione sul governo del Niger e sull’UNHCR. ✍️ Petizione al Governo del Niger ✍️ Petizione all’UNHCR Bastano 5 minuti, ma possono salvare delle vite. Condividi questo appello e tagga 3 persone che hanno a cuore i diritti umani. Quando firmiamo insieme, i funzionari devono ascoltare. 1. ✍️ Petizione al Governo del Niger ✍️ Petizione all’UNHCR ↩︎
Radio Africa: Sahel Senegal Camerun
Il Sahel è colpito da una violenta ondata di attacchi jihadisti, iniziata tra maggio e giugno; oltre 850 civili sono stati uccisi nel solo mese di maggio in Burkina Faso, Mali e Niger da gruppi jihadisti affiliati all’Isis e ad al-Qaeda. Lo rivela un rapporto di Acled (Armed Conflict Location and Event Data), organizzazione indipendente specializzata nel monitoraggio della violenza politica, citato in un’analisi dell’agenzia Reuters. In Senegal con la restituzione delle ultime due basi militari, termina la presenza permanente dell’esercito francese. Una svolta simbolica verso la piena sovranità che non risolve la crisi economica e le tensioni tra il presidente Bassirou Diomaye Faye e il primo ministro Ousmane Sonko. Camerun il leader dell’opposizione , Maurice Kamto, ha ufficialmente presentato la propria candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 12 ottobre. Sono 19 i candidati finora alle presidenziali, stando all’elenco pubblicato da Elecam, tra cui il presidente in carica Paul Biya, 92 anni.   
July 23, 2025
Radio Onda Rossa