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La Ocean Viking salva 36 persone al largo di Tripoli
Ieri sera, intorno alle 22, la Ocean Viking ha ricevuto un’allerta da Alarm Phone per un gommone in difficoltà al largo di Tripoli. Nonostante il brutto tempo e la rotta impostata verso nord, la nave ha invertito il percorso, e alle 5 di stamattina 36 persone sono state portate in salvo sulla nave madre. Viaggiavano su un gommone piccolo, sovraccarico e col motore non più funzionante, in mezzo ad onde molto alte che hanno reso difficoltoso anche il salvataggio. Molti di loro, oltre a essere bagnati, infreddoliti e deboli per aver passato due notti in mare, mostravano segni neurologici di inalazione di carburante e sono quindi sotto controllo medico a bordo della Ocean Viking. I Paesi di origine dichiarati sono Sudan, Sud Sudan e Ghana. Fra loro, otto minori non accompagnati. Nonostante le difficoltà, il freddo e la mancanza di sonno, i sopravvissuti sorridevano durante il salvataggio e alcuni, salendo sui RHIBS, ringraziando, chiedevano all’equipaggio “How are you?” Redazione Italia
March 5, 2026
Pressenza
Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera, studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di schiavitù contemporanea in Libia. La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura allo sfruttamento lavorativo e sessuale. Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento. La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora presenti nel nostro mondo  e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano. Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza pace e senza limite che è un confine. A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi, finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite, spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di esistere, anche quando vorrebbero ancora. È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro. A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”. I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso. In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza e di contestazione.  Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.  È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia. Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è abbastanza. So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la storia che segue.  Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo, perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.  Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa violenza.  Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato. Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e dell’avventura.  Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi. La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei. Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno le persone migranti.  È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno. Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì. Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025. Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a reti informali di controllo del territorio. Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali. Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da sfruttare, da vendere. Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani. Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione. La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare. Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato. Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva, l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.  Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto. Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare? È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace. Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio aveva due settimane quando è entrata lì dentro.  Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli, perché è lì che le donne sono violentate. Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà sodomizzata.  È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della violenza, taglienti, rudi, ruvide.  In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta, sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non dall’obbligo di esserne spettatrice. Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà, insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.  Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe deciso. Lei ha accettato.  Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa. Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata. Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.  Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.  Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui benevolmente accorda.  Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti  prima di attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio. Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia. Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire: una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o inganno. Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione della libertà. Victoire è schiava. Ora.  Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un essere umano e lo rivende.  Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire: mi ha parlato della sua sorte di schiava.  Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di raccontare la sua storia, proprio la sua.  Allora tengo fede alla promessa. Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere di diritto.  Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi, come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la calpesta. A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte, sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho incontrata io. 
Oltre 70 persone respinte in Libia dalle milizie coordinate da Frontex
Oggi il nostro aereo Seabird ha assistito alla cattura di una quarantina di persone da parte di una milizia libica, che le ha riportate illegalmente in Libia. Il tutto coordinato da Frontex, che sorvolava l’area prima del nostro arrivo. Poco dopo lo stesso è toccato ad altre trenta persone. La milizia ha preso con sé anche l’imbarcazione, probabilmente per riutilizzarla nel ciclo del traffico di esseri umani. Questa pratica l’abbiamo già osservata e documentata più volte. Cos’altro serve per capire che l’UE e l’Italia sono complici dei trafficanti libici? Sea Watch
February 24, 2026
Pressenza
Meloni-Ue: più bianchi e meno diritti
Articoli di Maurizio Alfano, Andrea Ceredani, Marco Bellandi Giuffrida e della redazione Diogene. A seguire un podcast di Lunaria.   La profilazione razziale. La militarizzazione delle politiche migratorie. di Maurizio Alfano I fenomeni migratori in Europa, come in Italia, sempre più rappresentati come una minaccia per autoctoni e vecchi residenti, sono attraversati, da alcuni anni, da un’analisi politico-istituzionale che non
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Naufragio al largo della Libia: almeno 53 morti, due sono neonati
Ancora un naufragio, ancora altre insopportabili morti nel Mediterraneo centrale. Almeno 53 persone sono morte o risultano disperse, tra cui due neonati, dopo il ribaltamento di un gommone al largo della Libia, a nord di Zuwara. Il naufragio è avvenuto il 6 febbraio. Il gommone – denuncia Refugees in Libya (RIL) – trasportava 55 persone ed era partito da al-Zawiya intorno alle 23 del 5 febbraio. Dopo circa sei ore di navigazione, il natante ha iniziato a imbarcare acqua fino a capovolgersi. Solo due donne sono sopravvissute. Una ha perso il marito, l’altra i suoi due bambini.  «Tra i morti ci sono anche dei neonati, a ricordare al mondo, ancora una volta, che il mare è diventato un cimitero per coloro a cui è stato negato un passaggio sicuro»,  denuncia con forza RIL, «Nessun nome ancora. Nessun volto ancora. Solo numeri. Ma ogni numero era una vita, un respiro, una promessa interrotta nell’oscurità». Questo naufragio si aggiunge a una lunga serie di stragi avvenute nelle ultime settimane. Dopo il passaggio del ciclone Harry, Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, avevano denunciato la possibile scomparsa in mare di fino a un migliaio di persone, vittime di naufragi avvenuti in condizioni meteo estreme, nel silenzio e nell’inazione di Italia, Malta e dell’Unione europea. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Numeri impressionanti, rapidamente scomparsi dalle prime pagine dei giornali che non hanno ricevuto la benché minima attenzione nel dibattito politico, sempre più strumentalmente concentrato su nuovi pacchetti “sicurezza”, mentre l’attenzione pubblica veniva dirottata altrove, tra narrazioni emergenziali, Olimpiadi e presunti comici al Festival di Sanremo. Naufragi “invisibili”, come vengono ormai definiti. Imbarcazioni che affondano senza che nessuna nave venga inviata in soccorso, senza indagini, senza una risposta politica all’altezza. Senza un minuto di silenzio, senza un giorno di lutto nazionale. Morti considerate minori, morti che si possono non vedere, non nominare, non commemorare. Morti che, semplicemente, non contano. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Le persone a bordo del gommone erano partite da al-Zawiya, uno dei principali snodi del sistema libico di detenzione. Un sistema che continua a funzionare perfettamente anche grazie agli accordi tra Italia e Libia, a partire dal Memorandum d’intesa del 2017, più volte rinnovato e che il governo Meloni ha intenzione di estendere al generale Haftar. Un accordo che, di fatto, esternalizza le frontiere europee, subappaltata il lavoro sporco alle milizie libiche e contribuisce a catturare in mare migliaia di persone e riportarle nei lager libici, dove violenze, torture, stupri e lavori forzati sono documentati in modo dettagliato da anni.  Notizie LIBIA ORIENTALE, FOSSE COMUNI E CENTRI DI DETENZIONE “CLANDESTINI” La denuncia di Mediterranea mentre Italia e UE rafforzano la “cooperazione” con il governo di Haftar Redazione 22 Gennaio 2026 È da questi luoghi che le persone continuano a fuggire, dopo aver subito violenza, pagato somme ingenti o riscatti, perché non vi è altra scelta che prendere la via del mare alla ricerca disperata di una vita migliore.  Refugees in Libya e Mediterranea parlano chiaramente di responsabilità politiche, le tragedie non sono frutto del caso. Nel comunicato diffuso ieri da MSH si legge: «Non è una tragedia inevitabile. È il risultato diretto delle politiche europee di chiusura delle frontiere, degli accordi con la Libia, della criminalizzazione dei soccorsi in mare. Qui non mancano solo i nomi: manca la volontà politica di non lasciar morire le persone nel Mediterraneo. Quando vie legali e sicure vengono sistematicamente negate e la priorità resta il contenimento, rischiare la vita in mare diventa l’unica opzione possibile.  Queste morti sono il prodotto di decisioni precise, di confini armati, di politiche che ogni giorno decidono chi può vivere e chi può morire». Tuttavia, la guerra alle persone migranti alza ulteriormente il tiro. Il paradosso più cinico è che, mentre il Mediterraneo continua a essere una fossa comune, il dibattito politico italiano si alimenta di propaganda, rilanciando nuove misure sulla “sicurezza”. Il governo si prepara, infatti, a discutere l’ennesimo decreto o disegno di legge sull’immigrazione, che dovrebbe recepire il Patto europeo su migrazione e asilo e rilanciare dispositivi già ripetuti dalla destra, non solo italiana, in anni di campagna elettorale. Tra questi, secondo le dichiarazioni della presidente del Consiglio Meloni e del ministro dell’Interno Piantedosi, potrebbe tornare oggi all’esame del Consiglio dei ministri anche il cosiddetto “blocco navale”, evocato come dispositivo attivabile in caso di presunti rischi legati al terrorismo. Un ulteriore tentativo di allargare il binomio sicurezza-immigrazione all’uso manipolatorio di un’altra parola chiave della destra, in perfetta continuità con la torsione autoritaria che stanno imprimendo all’intera società. Un “blocco navale” che punta, in realtà, a ostacolare l’azione della flotta civile impegnata nelle attività di ricerca e soccorso, nonché la possibilità di testimoniare i naufragi. Se poi questi aumenteranno, la risposta è già pronta: «La colpa non è delle politiche governative, che puntano a bloccare le partenze e quindi le morti in mare, ma degli scafisti o, tutt’al più, di coloro che scelgono di partire nonostante i pericoli».
Nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono
E invece nel Mediterraneo i morti già certi sono 1000. articoli di Luca Casarini, Mediterranea, Paolo Hutter, una trasmissione di Radiotre e una canzone di Luca Faggella   Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle
February 9, 2026
La Bottega del Barbieri
Support the Routes Journal: aiutiamo i corrispondenti bloccati in Libia e Tunisia
Il Routes Journal 1 non è una semplice redazione: è una newsroom all’interno della cosiddetta “underground railroad”, composta da artisti, attivisti, ricercatori, rifugiati e persone che hanno attraversato il Mediterraneo. Una rete di quasi 50 corrispondenti, oggi sono bloccati tra Tunisia e Libia, e rischiano la vita per raccontare storie che altrimenti resterebbero invisibili. Le loro condizioni di vita sono estremamente precarie. Oltre alla lotta quotidiana per trovare cibo e alloggio, devono fronteggiare la violenza strutturale di agenti statali e milizie, la detenzione arbitraria, la tortura, il lavoro sessuale forzato e la richiesta di riscatti per ottenere la libertà. Nonostante tutto, continuano a svolgere il loro ruolo di giornalisti e attivisti per i diritti umani, dando voce a chi spesso rimane invisibile. La raccolta fondi lanciata da Routes Journal mira a garantire supporto immediato nelle emergenze quotidiane: acquisto di farmaci, accesso a servizi medici, cibo e alloggio sicuro. Nei casi più gravi, permette anche di contribuire alla liberazione in caso di detenzione illegale. Ogni contributo è un gesto di solidarietà e di resistenza. Aiutando i corrispondenti del Routes Journal, permettiamo loro di continuare a raccontare, di non arrendersi di fronte alla violenza e all’ingiustizia, e di portare luce su storie che altrimenti rimarrebbero nel silenzio. [Dona ora e sostieni il Routes Journal] 1. Segui Routes Journal su IG ↩︎
Le fosse comuni che l’Europa non vede
Una fossa. Un rettangolo scavato nella sabbia. A vederlo, non sembra neppure tanto profondo.  Al suo interno ci sono corpi. Sono incastrati tra loro, con precisione, con ordine. Sembrano ebano e argilla. Distesi uno accanto all’altro, compatti, rigidi, in un abbraccio involontario. Come viaggiatori stipati in un vagone che non li ha mai portati a destinazione, hanno le gambe intrecciate e le schiene curve. Sembrano sospesi in un’attesa che non ha fine. Una coperta rossa copre i volti di alcuni. Chissà se per decenza, pudore, vergogna. Intorno, il deserto vasto, indifferente. Qualche rifiuto attorno. Le persone in piedi ai bordi della fossa restano ai margini del perimetro. Stivali, guanti, una tuta bianca. Oggetti che fanno pensare che una procedura è in corso: quella di sottrazione alla polvere del deserto di resti umani. Per loro il viaggio nel tentativo di arrivare in Europa è finito in quel buco. La sabbia sembra cancellarne i contorni, trasformarli, rendendo ancora più anonimi questi esseri umani uccisi dalla violenza, dalle torture. Perché neri, perché migranti. Perché venduti, merce da liberare previo riscatto. Morti con la complicità dell’Europa che finanzia e finge di non sapere cosa accade in Libia.  L’immagine risale a pochi giorni fa, al 16 gennaio 2026. Sono tutte visibili nella pagina social del Attorney General Office – State of Libya ovvero l’Ufficio del Procuratore Generale dello Stato della Libia. Corpi rigidi dentro sacchi neri, corpi nella fossa, corpi morti. Poi ce n’è un’altra: qui si intravede un uomo morto, coperto di terra e polvere. Il volto è volutamente sfuocato per nascondere dettagli sensibili. Accanto a questo essere umano,  un cartoncino bianco: c’è scritto il numero 14, a mano, in blu. Quel numero sarà il suo nome. Le immagini raccontano fatti avvenuti nelle aree di Ajdabiya e Kufra, in Libia. Riportano al centro dell’attenzione una realtà conosciuta da troppo tempo, ma spesso taciuta. Insabbiata, val la pena di dirlo. Parlano di un sistema di detenzione e sfruttamento dei migranti in questo paese, una pratica strutturale, violenza sistemica lungo le rotte migratorie verso l’Europa. Sono passati pochi giorni dalla diffusione della notizia che ha annunciato il ritrovamento di almeno 21 corpi di migranti. Sono stati tutti rinvenuti in una fossa comune nei pressi di Ajdabiya, nella provincia di Brega, Libia orientale, dopo che le autorità hanno fatto irruzione in una fattoria dove i 195 sopravvissuti hanno denunciato torture e abusi. Proprio loro, uomini, donne e bambini, in pessime condizioni, hanno riferito alle autorità che altri migranti trattenuti con loro erano scomparsi. Ingoiati dalla sabbia di quel deserto arancione. Le dichiarazioni dei sopravvissuti hanno portato le forze di sicurezza alla scoperta della fossa comune.  Secondo quanto anche comunicato dall’OIM, le indagini preliminari indicano che le vittime erano state tenute in cattività e torturate per costringere le famiglie a pagare riscatti. Una pratica nota e ampiamente documentata in Libia. A distanza di qualche giorno, in una seconda operazione, condotta a Kufra, le forze di sicurezza hanno scoperto un centro di detenzione illegale sotterraneo, scavato a circa tre metri di profondità. Presumibilmente gestito da una rete libica di trafficanti di esseri umani 1. Qui sono state liberate 221 persone detenute in modo illegale. Tra loro, donne e bambini, incluso un neonato di appena un mese. Le prime informazioni parlano di una detenzione prolungata in condizioni di estrema disumanità; almeno dieci persone hanno dovuto essere trasferite con urgenza in ospedale. «Questi casi scioccanti mettono in luce i gravi rischi affrontati dai migranti che cadono preda delle reti criminali operative lungo le rotte migratorie», ha dichiarato Nicoletta Giordano, Capo Missione dell’OIM in Libia. Sul campo, le équipes dell’OIM hanno fornito assistenza immediata alle persone liberate, con screening sanitari, invio dei casi più gravi alle strutture ospedaliere e distribuzione di indumenti e beni di prima necessità.  Il contesto drammatico in cui queste persone si trovano, segnato da violenze e abusi, riemerge per un istante, insieme a questa notizia. Mi chiedo quanti racconti di persone migranti parlano di questo sistema disumano che continua a prosperare nell’impunità. La cooperazione europea con la Libia sul controllo delle frontiere e il contenimento delle partenze continua a sollevare interrogativi profondi sulla corresponsabilità dell’Unione europea e degli Stati membri. Questa alleanza, infatti, non solo facilita il rimpatrio di migranti, ma contribuisce anche a perpetuare una situazione di grave violazione dei diritti umani. Ricorda la complicità della Fortezza europea rispetto alle violazioni sistematiche dei diritti umani subite dalle persone in movimento. Apre gli occhi, ancora, sull’assoluta negazione del diritto alla dignità e alla vita riservata a chi cerca di arrivare in Europa.  Questi omicidi, ennesimi di una lunga serie che di solito non fa notizia, sono avvenute in una zona che si trova sotto il controllo del regime del generale Khalifa Haftar. L’Italia «sta avviando o rafforzando nuovi accordi economici e militari, inclusi quelli in materia di cosiddetto “contrasto all’immigrazione clandestina”» con questo stesso regime, secondo quanto affermato da Mediterranea Saving Humans. Non c’è molto da aggiungere alle dichiarazioni fatte dalla Ong che sottolinea:  «Un sistema che favorisce la proliferazione di criminali trafficanti di esseri umani, diretti responsabili di uccisioni e fosse comuni come quelle appena scoperte. Un sistema costruito anche dai governi e dalle istituzioni europee. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, i respingimenti per procura, il finanziamento della detenzione e la negazione del diritto d’asilo rendono questi crimini prevedibili e ripetuti». Dopo questa scoperta raccapricciante, una domanda continua a restare senza risposta: fino a quando ancora?  Perché, mentre si finge di credere che la risposta al traffico di esseri umani sia nei pushback, nel controllo del movimento, negli accordi con i paesi terzi che ci fanno da frontiera, a qualunque costo, la vita e la libertà di migliaia di persone si perde tra la sabbia del deserto e quella del mare, tra fosse comuni e profondità del Mediterraneo Centrale. Notizie LIBIA ORIENTALE, FOSSE COMUNI E CENTRI DI DETENZIONE “CLANDESTINI” La denuncia di Mediterranea mentre Italia e UE rafforzano la “cooperazione” con il governo di Haftar Redazione 22 Gennaio 2026 1. Si veda: The National Institution for Human Rights in Libya ↩︎
Libia orientale, fosse comuni e centri di detenzione “clandestini”
La scoperta di fosse comuni nella zona di Ajdabiya, nella provincia di Brega, in Libia orientale, è l’ultima macabra scoperta in un Paese noto per le violenze sistematiche subite da persone migranti e rifugiate. Secondo il post di Refugees in Libya che riporta le testimonianze dei sopravvissuti, almeno 21 persone sarebbero state sequestrate, detenute arbitrariamente, torturate e infine uccise a sangue freddo. Donne e uomini imprigionati, abusati e giustiziati. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Refugees in Libya (@refugeesinlibya) Ad amplificare la denuncia di questa ennesima pagina nera è Mediterranea Saving Humans: «La scoperta di fosse comuni nella zona di Ajdabiya porta alla luce l’ennesimo orrore consumato ai danni di rifugiati, migranti e persone apolidi». Per la Ong, l’arresto “formale” di un sospetto non è sufficiente. «Sappiamo che questi luoghi possono esistere perché non solo sono tollerati, in cambio di denaro, dalle autorità governative, ma sono anche funzionali al trattenimento e confinamento dei migranti, su diretto mandato di Italia e Unione Europea». Le uccisioni sarebbero avvenute in un’area sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, con il quale l’Italia, insieme a Turchia e Stati Uniti, sta rafforzando accordi economici e militari, anche sul cosiddetto contrasto all’immigrazione irregolare. «Mai abbiamo sentito pronunciare dai nostri governi una pregiudiziale sui diritti umani che vincolasse ogni rapporto e ogni accordo al loro rispetto in Libia», accusa Mediterranea. Per l’organizzazione, «se confermati, questi fatti configurano gravi crimini internazionali» e devono essere deferiti alla Corte penale internazionale «per garantire indagini indipendenti e la piena attribuzione delle responsabilità per crimini contro l’umanità». In questo contesto di violenza diffusa, arriva anche la notizia della liberazione di 221 persone migranti – tra cui donne, bambini e un neonato – detenuti per quasi due anni in una prigione sotterranea segreta nella città meridionale di Kufra, un nodo strategico sotto il controllo delle forze fedeli ad Haftar. Secondo le autorità di sicurezza libiche, le persone liberate erano trattenute «in condizioni umanitarie estremamente precarie». L’operazione ha portato alla scoperta di un sito di detenzione illegale, scavato a circa tre metri di profondità e presumibilmente gestito da una rete di trafficanti di esseri umani. Da sottolineare che spesso queste “scoperte” servono a lanciare segnali: da un lato ai gruppi che non pagano tangenti, dall’altro all’opinione pubblica – anche internazionale -, per mostrare un’apparente efficienza e tutela dei diritti umani. Nel frattempo, nell’ombra, continuano a proliferare altri centri di detenzione “clandestini”, controllati da gruppi armati in diverse aree e di fatto tollerati o collegati dalle autorità. Mediterranea denuncia intanto un nuovo e grave passo nella “cooperazione” tra Italia, Unione europea e autorità della Libia orientale. Il governo italiano, con fondi della Commissione europea, è pronto a realizzare un nuovo Centro di coordinamento del soccorso marittimo (MRCC/RCC) a Bengasi, duplicando la struttura già attiva a Tripoli dal 2017. «In realtà non si tratta di una struttura dedicata al salvataggio – denuncia la Ong – ma di una sala operativa per coordinare intercettazioni e catture in mare da parte della cosiddetta Guardia costiera libica». Secondo Mediterranea, il nuovo centro, finanziato anche con 3 milioni di euro dello European Peace Facility, estenderà alla Cirenaica il sistema dei “pullback”, ossia le intercettazioni in mare, consentendo respingimenti indiretti e deportazioni verso la Libia, in violazione dei diritti fondamentali e della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012. Particolarmente grave, sottolinea l’organizzazione, è la localizzazione del centro in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, come la brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar. «Non vogliono salvare vite, ma rendere le catture e i respingimenti dal mare più efficienti e invisibili», afferma Laura Marmorale, presidente di Mediterranea. «Con il centro di Bengasi, il governo italiano esporta il modello Tripoli anche nei territori di Haftar, rafforzando il ruolo di milizie responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Ci chiediamo se sia legale che questo avvenga con l’impiego di ingenti risorse pubbliche, europee e italiane». Per Mediterranea, il filo che collega Ajdabiya, Kufra e Bengasi è «il risultato prevedibile di un sistema violento e strutturale», costruito anche dalle politiche europee e italiane di esternalizzazione delle frontiere. «Non si tratta di gestione delle migrazioni: è violenza sistemica, responsabilità politica e complicità».  Continuiamo a chiedere la cessazione di qualsiasi accordo con la Libia, verità e giustizia per tutte le persone uccise, scomparse e torturate nel nome del controllo delle frontiere.