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Dare i numeri sulla Libia
A partire dall’ultimo Displacement Tracking Matrix (DTM) – Round 59 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni 1, si propone una lettura critica dei numeri utilizzati per descrivere la presenza migrante in Libia. In un contesto segnato da violenze sistematiche, frammentazione istituzionale e accesso umanitario ridotto, la produzione stessa dei dati e la loro lettura è fondamentale perché propone una lettura della realtà. Ma se molte persone restano fuori da ogni rilevazione perché intercettate, detenute arbitrariamente, intrappolate in circuiti informali di sfruttamento o costrette a una mobilità continua cosa raccontano le cifre? E ancora: l’assenza strutturale di dati è neutra? I numeri, indispensabili, se parziali, finiscono così per produrre un’illusione di conoscenza e  non descrivono quel  mondo in cui le violazioni dei diritti umani restano sistematicamente invisibili. PH: A.S. PH: B.M. Numeri. Dati.  Si usano per descrivere la realtà quando si parla di migrazione e persone in movimento. Tracciarle è complesso e forse ora avrebbe più senso parlare di people intercepted o blocked e non people on mouv. Perché questo è il loro attuale destino: restare bloccate tra Tunisia e Libia. Cifre che non sono mai precise, ma sempre troppo approssimative.  «Migrant report Round 59 (august-october 2025)» del programma Displacement Tracking Matrix (Dtm) dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) è un rapporto 2 edito il 22 dicembre 2025 e riguarda le persone migranti provenienti dall’Africa sub- sahariana. Sul piano metodologico, Mobility Tracking del Dtm raccoglie dati con cadenza bimestrale attraverso interviste a non ben definiti informatori chiave a livello municipale e comunitario e dichiara di coprire formalmente tutte le 100 municipalità libiche.  In quest’ultimo report di OIM, si racconta che in Libia sono stati identificati 928.839 migranti nel periodo compreso tra agosto e ottobre 2025. Rispetto alla precedente rilevazione, si assiste ad un aumento: nel Round 58 3, che raccoglie dati tra maggio-luglio 2025, si parlava di 894.890 presenze. Si tratta di una stima che riguarda persone migranti presenti sul territorio libico, censite in 100 municipalità e appartenenti a 44 nazionalità. Le comunità più numerose provengono da Sudan (36%), Egitto (20%), Niger (19%), Ciad (9%) e Nigeria (3%). Un elemento centrale del quadro delineato dall’Oim è la condizione socio-economica: il 74% dei migranti risulta senza lavoro, una situazione che aumenta l’esposizione allo sfruttamento, alla detenzione arbitraria e alla violenza. Ovviamente, la grande maggioranza sono uomini, sfruttati nei lavori edili. Nel Displacement Tracking Matrix (Dtm). Round 59, dal punto di vista geografico, si racconta che la Libia occidentale resta l’area a maggiore densità migratoria, con il 52% delle presenze. Segue la Libia orientale, che ospita il 37% del totale, un dato che riflette il crescente ruolo della Cirenaica come snodo logistico delle rotte migratorie. Le regioni meridionali del Fezzan, pur essendo punti chiave dei transiti transfrontalieri, concentrano circa l’11% dei migranti. Il report segnala inoltre una persistente concentrazione nelle zone costiere e un consolidamento della presenza straniera anche nel mercato del lavoro locale. Quanto alla situazione abitativa, continua il rapporto: La maggior parte dei migranti intervistati (86%) ha dichiarato di vivere in alloggi in affitto, con gli affitti privati che rappresentano la principale opzione abitativa in tutta la Libia. Un gruppo più ristretto di migranti (7%) risiede nel proprio luogo di lavoro, mentre il 5% vive con famiglie ospitanti. Solo il 2% risiede in altri alloggi, come campi informali. La stragrande maggioranza dei migranti (97%) non ha subito minacce o è stata oggetto di sfratto. Il 3% che è stato sfrattato o ha subito minacce di sfratto ha citato una serie di motivi. Una verità inconfutabile emerge al suo interno:  Viaggiare verso e attraverso la Libia espone le persone migranti a gravi pericoli, tra cui tortura, violenza sessuale, lavoro forzato e detenzione arbitraria, spesso perpetrati da attori non statali, comprese reti di contrabbando e tratta di esseri umani, e in alcuni contesti anche da autorità statali, come documentato da fonti indipendenti sui diritti umani 4 . Purtroppo, trovare documentazione indipendente recente sui diritti umani è molto complesso. L’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato ad aprile del 2025 5, dipinge una situazione agghiacciante. Le organizzazioni internazionali che operano ancora il Libia sono pochissime; alcune sono state costrette a lasciare il paese, come MSF durante il 2025. La sede dell’IOM in Libia resta attiva e opera in questo senso: Attraverso il Risultato Collettivo 2 (CO2) del Quadro di cooperazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile (UNSDCF) sulla gestione delle migrazioni, OIM e UNHCR continuano a mantenere aggiornati tutti i partner umanitari sugli sviluppi alle frontiere, inclusa l’assistenza salvavita fornita da tutte le agenzie delle Nazioni Unite. L’OIM coordina inoltre la risposta umanitaria operativa di tutti i partner alle frontiere con la Tunisia e l’Algeria. Ora: qualche semplice considerazione è doverosa: in Libia, in un contesto segnato da frammentazione istituzionale e violenze sistematiche, la produzione stessa dei dati è parte del problema. Le cifre restituite nel rapporto di IOM sono solo una fotografia parziale. PH: B.M. Quante persone restano fuori da ogni conteggio e rilevazione possibile, perché in movimento continuo, trattenute in luoghi informali, inserite in circuiti di sfruttamento per scomparire ad ogni tentativo di monitoraggio indipendente? Quante persone riescono ad accedere agli uffici di OIM? Quanti operatori di questa organizzazione hanno accesso alle carceri in cui i migranti sono detenuti arbitrariamente e illegalmente? L’assenza strutturale di dati non è mai neutra. In questo caso, è frutto diretto delle politiche europee di esternalizzazione del controllo delle frontiere attuate attraverso programmi come il Support to Integrated Border and Migration Management in Libya (SIBMMIL) e la missione EUBAM Libya, ma anche da accordi bilaterali tra EU e autorità libiche. I programmi rafforzano capacità di intercettazione e contenimento delle persone migranti senza garantire trasparenza, accesso alle informazioni e meccanismi effettivi di responsabilità. In questo quadro, la mancanza di dati affidabili rende più difficile accertare violazioni dei diritti umani, frammenta le responsabilità politiche, ma soprattutto contribuisce a normalizzare un sistema fondato sull’opacità.  I numeri dell’Oim, pur indispensabili, vanno quindi letti anche per quello che non riportano: come segnali di ciò che resta fuori campo, di quello che non si dice. Raccontano, tra le righe, che il Mediterraneo centrale è governato anche attraverso il silenzio statistico, che in Libia non si sa quante persone migranti siano davvero presenti, né quante arbitrariamente torturate, detenute, vendute, scambiate con privati o con gli agenti di stato tunisini. Non si conosce il numero di chi è ricatturato in mare, chi è detenuto, chi vive nei campi informali. Non sia sa quante persone siano destinate alla schiavitù lavorativa, quante alle servitù domestica, o a quella sessuale. E allora le cifre hanno una lettura politica. I numeri che circolano producono l’illusione di conoscenza, ma in realtà richiamano all’invisibile. Contano chi può essere contato, registrano chi riesce a emergere per un istante, ma lasciano fuori chi è intrappolato: nei centri informali, nelle carceri, nei circuiti di tratta e sfruttamento che prosperano. 1. Oim, in Libia censiti 928.839 migranti tra agosto e ottobre 2025, AnsaMed (7 gennaio 2026) ↩︎ 2. Migrant report Round 59 (august-october 2025), OIM ↩︎ 3. Migrant report Round 58 (may-july 2025), OIM ↩︎ 4. Mission Overview, IOM Lybia (maggio 2025) ↩︎ 5. Consulta le informazioni ↩︎
Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro
Nei due condomini di Lecce gestiti dal progetto SAI del Gus, daI 19 al 23 dicembre, non è mancata neanche quest’anno “L’ora del té con te”, un momento di condivisione e scambio di auguri tra i migranti, gli operatori, le operatrici e le persone che abitano nei condomini. Caffè, tè, cioccolata calda, dolcetti di pasta di mandorla: molto più di un “rito” di buon vicinato -------------------------------------------------------------------------------- C’è un punto, spesso invisibile, in cui una democrazia smette di essere tale e diventa una semplice amministratrice di corpi. È il punto in cui smettiamo di chiederci “è giusto?” e iniziamo a chiederci “funziona?”. Sulla gestione delle migrazioni, l’Europa ha superato questo confine da tempo, costruendo una macchina burocratica fatta per nascondere la verità ai nostri occhi. Un’inchiesta del quotidiano tedesco Neues Deutschland rivela che l’Italia, con finanziamenti della Commissione europea, starebbe realizzando un Centro di coordinamento di soccorso marittimo (RCC) anche nella Libia orientale, sotto il controllo del generale Haftar. Il progetto ricalca quello avviato a Tripoli nel 2017. Mediterranea Saving Humans denuncia come non si tratti di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica: il centro di Bengasi sarebbe una sala operativa destinata a coordinare le intercettazioni delle imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche. Un sistema che negli anni ha già consentito il respingimento indiretto e il trasferimento forzato di decine di migliaia di persone verso la Libia, dove sono state rinchiuse in centri di detenzione segnati da violenze sistematiche, torture e abusi documentati da Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti. Secondo il diritto internazionale, i paesi europei non possono riportare indietro nessuno verso la Libia, perché paese non sicuro. Per aggirare questo ostacolo, l’Italia e l’UE hanno creato una scappatoia: finanziano, addestrano e forniscono radar alle autorità libiche affinché siano loro a intercettare e riportare indietro i migranti. Tecnicamente si chiama pull-back. È un gioco di prestigio morale: noi diamo gli occhi (i radar) e i soldi (milioni di euro), ma sono le mani libiche a compiere l’orrore. Il successo elettorale di queste politiche crudeli svela una verità amara: abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro per sentirci, illusoriamente, più sicuri. Ma questa sicurezza è tossica. Nel momento in cui permettiamo che un radar a Tobruk decida della vita e della morte di un uomo senza volto, stiamo distruggendo anche il nostro spazio di diritto. Non è solo il migrante a perdere la dignità; siamo noi a perdere la capacità di riconoscerla, diventando complici di un sistema che usa la paura per nascondere l’ingiustizia sociale che colpisce tutti, italiani compresi. La filosofia di Judith Butler ci mette davanti allo specchio. Lei parla di “vite degne di lutto”. Perché ci indigniamo per le vittime di una guerra e restiamo gelidi davanti a un naufragio o a un centro di tortura libico? Perché abbiamo imparato a non vedere il volto del migrante. Lo abbiamo trasformato in un numero, in un “carico”, in un segnale su un radar. Butler ci avverte: se decidiamo che alcune vite non sono “abbastanza umane” da essere piante, stiamo distruggendo la nostra stessa umanità. La nostra ipocrisia sta nel piangere a comando solo quando la vittima ci somiglia o quando il colpevole è un nemico lontano. Nulla di tutto questo è inevitabile. La costruzione del centro di Bengasi è una scelta. L’indifferenza con cui la accogliamo è una scelta. Essere cittadini consapevoli significa rifiutare l’idea che la nostra sicurezza debba essere costruita sulla negazione della dignità altrui. Non si tratta di essere idealisti, ma di essere onesti: se accettiamo che il diritto sia un lusso per pochi, quel diritto smette di esistere per tutti. La domanda che dobbiamo farci, allora, non è più “come fermiamo i migranti?”, ma “cosa stiamo diventando noi?”. Perché l’Europa non perde la sua anima in un colpo solo; la perde un radar alla volta, un finanziamento alla volta, un silenzio alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro proviene da Comune-info.
Le stragi di Natale: naufragi invisibili nel Mediterraneo e nell’Atlantico
Un altro Natale segnato da morte, disperazione e cinismo sulle rotte migratorie verso l’Europa. Tra il Mediterraneo centrale e l’oceano Atlantico, almeno 128 persone hanno perso la vita negli ultimi giorni, in naufragi avvenuti lontano dagli sguardi, nel silenzio delle autorità impegnate nelle feste natalizie e nell’assenza di operazioni di ricerca e soccorso statali ed europee. Il caso più grave riguarda il Mediterraneo centrale. Secondo Alarm Phone, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre una barca con 117 persone a bordo, partita da Zuwara, in Libia, sarebbe affondata. L’allarme è stato lanciato il 20 dicembre, quando l’organizzazione è stata informata della scomparsa dell’imbarcazione e della perdita di contatto con il telefono satellitare. «Temiamo che nella notte del 19 dicembre si sia verificato un altro naufragio», scrive Alarm Phone. «Di fronte al silenzio e all’indifferenza delle autorità, chiediamo risposte. Le famiglie che cercano i loro cari scomparsi hanno diritto alla verità». Secondo le informazioni raccolte, l’unico sopravvissuto sarebbe stato trovato il 21 dicembre da pescatori tunisini, allo stremo delle forze, su una barca di legno. L’uomo avrebbe raccontato che, poche ore dopo la partenza, le condizioni meteo sono peggiorate drasticamente, con venti fino a 40 km orari e mare agitato. Il naufragio sarebbe avvenuto poco dopo. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito in un ospedale in Tunisia, ma Alarm Phone non è ancora riuscita a verificare ufficialmente la sua sorte. Nei giorni successivi, l’organizzazione ha contattato ripetutamente le guardie costiere italiana, libica e tunisina. «Ci è stato detto che non risultano soccorsi o intercettazioni e che le condizioni meteo rendevano “impossibile” uscire in mare», riferisce Alarm Phone. Dal 18 al 21 dicembre, inoltre, nessuna imbarcazione proveniente dalla Libia è arrivata a Lampedusa. Le ONG presenti nell’area non hanno potuto intervenire: la Sea-Watch 5 aveva già lasciato la zona, mentre ResQPeople non si trovava abbastanza a sud. Il 22 dicembre, l’aereo Seabird 3 di Sea-Watch ha effettuato una ricerca aerea senza individuare tracce del naufragio. Nello stesso periodo, un velivolo di Frontex – Osprey 4 – ha sorvolato la zona il 20 dicembre, due volte il 21 dicembre e nuovamente il 22 dicembre. «Cosa ha visto Frontex e perché queste informazioni non sono state rese pubbliche?», chiede Alarm Phone. «Perché non sono state avviate operazioni di ricerca e soccorso proattive una volta che l’imbarcazione è scomparsa?». Anche la società civile tunisina ha tentato di rintracciare il presunto sopravvissuto, senza ottenere risposte dalle istituzioni. «Questo silenzio riflette il restringimento dello spazio civico», denuncia l’organizzazione, ricordando casi precedenti in cui sopravvissuti a naufragi sono stati deportati nel deserto senza nemmeno ricevere cure mediche. Durissimo il commento di Mem.Med – Memoria Mediterranea, che parla di «un Natale mortale nell’ennesima strage nel Mediterraneo centrale». «Il regime di frontiera uccide altre 116 persone nell’ennesimo naufragio del 2025», scrive l’associazione che offre supporto ai familiari per la ricerca delle persone migranti disperse nel Mediterraneo e monitora le pratiche di frontiera. «Nessuna ricerca in atto per recuperare i corpi, nessuna notizia per denunciarne le cause. Pretendiamo risposte, esigiamo verità e giustizia per tutte le persone ancora disperse e per chi è ancora in mare, lontano dalle vostre tavole imbandite di indifferenza». Prima di quest’ultima strage, nel solo 2025, secondo i dati del Missing Migrants Project di OIM, 1.575 persone avevano già perso la vita nel cimitero Mediterraneo. Ma la scia di morte, come spesso avviene, non si ferma al Mediterraneo. Anche sulla rotta atlantica verso le isole Canarie si è consumata un’altra tragedia. Sempre secondo Alarm Phone e fonti dell’agenzia di stampa AFP, almeno 12 persone sono morte dopo il capovolgimento di un’imbarcazione al largo della città senegalese di Mbour. A bordo ci sarebbero state circa 100 persone: 32 o 33 i sopravvissuti, mentre altri secondo l’agenzia sarebbero riusciti a fuggire prima dell’arrivo delle autorità. «Questi naufragi, come tanti altri prima, non sono incidenti», conclude Alarm Phone. «È il risultato di una deliberata mancata assistenza, della violenza razzista alle frontiere e del rifiuto di garantire la libertà di movimento e il diritto alla vita». «Nessuna frontiera. Nessuna morte. Nessun silenzio».
Gli accordi tra la Libia e l’Unione Europea nella gestione delle migrazioni
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università di Bologna Dipartimento di Scienze politiche e sociali Corso di laurea in Scienze politiche, sociali e internazionali GLI ACCORDI TRA LA LIBIA E L’UNIONE EUROPEA NELLA GESTIONE DELLE MIGRAZIONI Tesi di Gemma Martini (2022/2023) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE La questione migratoria, oggigiorno, rappresenta certamente uno dei fenomeni maggiormente discussi. La migrazione incarna in sé stessa la maggiore rappresentazione del diritto alla mobilità che esercita ciascun essere umano, tutelato da Convenzioni e norme internazionali. Il fenomeno migratorio risulta enormemente attuale, infatti, quotidianamente la cronaca non manca di sottolinearne la problematicità e la presunta pericolosità in termini economici, sociali, culturali e di sicurezza per il Paese di destinazione. In particolare, si farà riferimento alla Libia poiché è stato rilevato tra il 2013 e il 2017 che oltre il 90% degli arrivi in Italia siano partiti da quel Paese 1. Inoltre, è stato evidenziato che nel 2017 vi fu un notevole calo di partenze dalla Libia e, conseguentemente, di decessi in mare, dovuto alle politiche miranti all’esternalizzazione delle frontiere che portarono a pratiche di respingimento per diminuire il numero di arrivi in Europa 2. Alla luce di queste considerazioni il presente elaborato nasce dall’esame di questi fattori, tentando di comprendere ed indagare i rapporti che intercorrono tra la Libia e l’Unione Europea in materia di immigrazione, conoscerne l’origine e le caratteristiche principali a livello giuridico. L’obiettivo di questo studio è quello di delineare la base giuridica europea di riferimento in materia d’immigrazione, con un focus sull’Italia ed evidenziarne infine le violazioni da parte dei Paesi membri nella definizione della propria politica migratoria. Dunque, nel primo capitolo sarà trattato il quadro giuridico europeo in materia di immigrazione e asilo analizzando dapprima le fonti internazionali e poi quelle regionali. Si cercherà di descriverne la complessità nel coinvolgimento di molteplici Paesi, sistemi giuridici e basi giuridiche internazionali. Si affronterà anche la questione della gestione delle richieste d’asilo e le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare attraverso le pratiche di esternalizzazione delle frontiere ponendo particolare attenzione all’area Schengen. Il secondo capitolo concentrerà la propria attenzione sul perché l’Unione europea sia così interessata al mantenimento di una Libia stabile ed unita, sulla natura degli accordi tra i due e sulle conseguenti violazioni dei diritti umani insieme ad una crescente tendenza alla criminalizzazione dei migranti. Più precisamente, si affronterà la relazione tra l’Unione europea e la Libia analizzando in primo luogo le ragioni storico-politiche della precarietà del Paese, successivamente, gli accordi e le operazioni dell’Unione europea a sostegno della Libia e in terzo luogo le politiche instaurate nello specifico tra Italia e Libia volte al contrasto dell’immigrazione irregolare, specificandone i relativi vantaggi. Nell’intento di costituire una panoramica chiara, il terzo capitolo esaminerà la legittimità dei rapporti con la Libia evidenziandone alcuni aspetti peculiari nella gestione della migrazione irregolare e delle operazioni di salvataggio; si tratterà il coinvolgimento dell’Unione europea e dell’Italia nella presunta violazione delle convenzioni internazionali e delle normative relative alla gestione dei flussi migratori provenienti dalla Libia. In prima istanza si evidenzieranno i dubbi rispetto alla zona SAR libica, data l’assenza di un porto sicuro in Libia e la mancanza di norme a tutela dei rifugiati irregolari in transito. In seguito, si presenteranno alcuni case studies relativi a due respingimenti che sono stati oggetto di condanna nei confronti dell’Italia per presunte violazioni dei diritti umani. Si tenterà infine di sottolineare la rilevanza, dal punto di vista giuridico, dell’azione della società civile nel monitoraggio, nella sorveglianza, nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nella denuncia di violazioni come supporto al diritto nella tutela del diritto internazionale. 1. Villa M., Migrazioni nel Mediterraneo tutti i numeri, ISPI, 2020. Reperibile [consultato 20/09/2023] ↩︎ 2. Ibid ↩︎
Piantedosi insiste, i giudici lo smentiscono
Il governo Meloni continua a usare lo strumento amministrativo e repressivo contro le navi della flotta civile, ma ancora una volta la magistratura frena la macchina sanzionatoria costruita attorno al Decreto Piantedosi. Nel giro di 48 ore, due vicende mostrano materialmente quanto sia profonda la distanza fra propaganda politica e realtà giuridica quando si tratta di rispettare le norme del diritto internazionale: da un lato il nuovo sequestro della Humanity 1 a Ortona, dall’altro la decisione del tribunale di Agrigento che sospende il fermo amministrativo inflitto alla nave Mediterranea. Dal 2023, 36 navi e 2 aerei umanitari hanno accumulato 960 giorni di fermi illegali: un attacco strutturale alla capacità civile di soccorso, ma anche una strategia del governo per screditare il lavoro delle Ong impegnate in attività SAR e togliere testimoni scomodi dal Mediterraneo centrale.  AGRIGENTO: IL GIUDICE BLOCCA L’ENNESIMO ABUSO L’11 dicembre il Tribunale di Agrigento ha sospeso il fermo amministrativo di 60 giorni e la sanzione da 10mila euro decisi dalla Prefettura il 12 novembre scorso contro Mediterranea. Un provvedimento che il Tribunale ha ritenuto così privo di fondamento da intervenire con urgenza, “inaudita altera parte”, senza neppure convocare l’Avvocatura dello Stato. Per Mediterranea Saving Humans, non è solo la fine di un fermo illegale, ma la conferma dell’esistenza di una strategia repressiva: «C’è una strategia illegale del governo che mira a confiscare la nostra nave di soccorso. Ma ancora una volta viene sconfitta davanti ai Tribunali». Una strategia che l’organizzazione definisce come «il reiterato abuso, arbitrario e addirittura illegale, dei poteri sanzionatori previsti dal Decreto Legge Piantedosi» con l’obiettivo di ostacolare o impedire il soccorso civile. Il fermo era arrivato dopo tre interventi di salvataggio tra il 2 e il 3 novembre, che avevano portato a bordo 92 persone, di cui ben 31 minori non accompagnati. L’accusa del Viminale: la nave avrebbe rifiutato di dirigersi verso Livorno, un porto di approdo lontano quasi 1.200 chilometri dalla zona di salvataggio con un viaggio di navigazione della durata di quattro giorni. Ma lo sbarco avallato dalla Procura dei Minori di Palermo e dalla Procura di Agrigento aveva chiuso la questione il 4 novembre ed evitato altra sofferenza a naufraghi già provati. Notizie/In mare «ABBIAMO AGITO PER SALVARE VITE»: SBARCATE LE 92 PERSONE SOCCORSE DA MEDITERRANEA Lo Stato minaccia nuove sanzioni per aver scelto Porto Empedocle Redazione 5 Novembre 2025 L’organizzazione italiana non è la prima volta che subisce questa strategia repressiva: «Vogliono arrivare alla definitiva confisca della nave… togliere di mezzo testimoni scomodi che denunciano quotidianamente le violazioni dei diritti delle persone migranti e la distruzione sistematica del diritto internazionale». Tuttavia, ogni volta che i provvedimenti del decreto vengono portati davanti a un giudice, «sono clamorosamente smentiti e cancellati».  Ed è proprio sulla base di questo che Mediterranea rivendica il proprio obiettivo: «Il nostro obiettivo è che il Decreto Legge Piantedosi, così come tutte le norme che calpestano i diritti delle persone, sia abolito. E che ogni abuso di potere contro la vita degli esseri umani e la solidarietà che li soccorre, sia denunciato e sanzionato». ORTONA: LA HUMANITY 1 SEQUESTRATA PER NON AVER COMUNICATO CON LA LIBIA Mentre i giudici di Agrigento smontano l’ennesimo fermo illegittimo, due giorni prima il Viminale ne firma un altro. Il 9 dicembre, l’Ong SOS Humanity, della nuova alleanza Justice Fleet, ha ricevuto il provvedimento di fermo di 20 giorni per la nave Humanity 1 e una multa di 10mila euro. Il motivo? Essersi rifiutata di comunicare con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico, dal quale dipende la cosiddetta guardia costiera libica.  Notizie/In mare HUMANITY 1 TRATTENUTA A ORTONA: L’ENNESIMO FERMO CONTRO IL SOCCORSO CIVILE «Incompatibile con il diritto internazionale» Redazione 3 Dicembre 2025 Secondo SOS Humanity, la decisione è la prova che il governo italiano pretende che le navi umanitarie riconoscano come autorità legittima proprio quell’apparato libico che da anni l’ONU, tribunali europei e osservatori indipendenti considerano coinvolto in violenze sistematiche: «Mentre gli attori criminali libici continuano a ricevere il sostegno dell’Europa, la nave Humanity 1, di cui c’è urgente bisogno, viene trattenuta per non aver comunicato con le autorità libiche», denuncia Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. Ph: Marcel Beloqui Evardone La nuova alleanza Justice Fleet, composta da 13 organizzazioni del soccorso civile, ha deciso di interrompere le comunicazioni operative con Tripoli per non legittimare milizie accusate di crimini contro l’umanità. Una scelta coerente con quanto afferma l’ECCHR: «Quando le autorità italiane o altre autorità europee ordinano alle navi delle ONG di coordinarsi con le unità libiche, in realtà chiedono loro di partecipare a un sistema illegale. Obbedire a tali ordini comporta il rischio di complicità; pertanto, il rifiuto non è disobbedienza, ma rispetto del diritto internazionale», spiega Allison West, consulente legale senior presso l’European Centre for Constitutional and Human Rights. Intanto le conseguenze ricadono sulle persone in pericolo di vita: «Molte persone potrebbero rischiare di perdere la vita in mare senza ricevere assistenza. Trattenendo la Humanity 1 in porto per motivi politici, il governo italiano si assumerà la responsabilità di ulteriori vittime», aggiunge il capitano nella nave Loic Glavany. L’organizzazione punta il dito anche contro la complicità europea, silente tanto per le violenze della guardia costiera libica, quanto per la strategia repressiva italiana: «C’è qualcosa di profondamente sbagliato quando chi difende i diritti umani viene punito, mentre chi li viola viene protetto e attivamente sostenuto dall’UE», denuncia Janna Sauerteig. «L’UE deve porre fine alla sua complicità nei crimini quotidiani delle milizie libiche». Infine, SOS Humanity chiede l’immediato rilascio della sua nave di soccorso e ha già intrapreso azioni legali contro la detenzione illegittima della sua nave. Sea-Watch: «Il diritto internazionale è dalla nostra parte. Non ci fermiamo» Al fianco della Humanity 1, le altre Ong della flotta civile si sono subito strette in solidarietà.    «Nelle ultime settimane, per tre volte, le milizie della cosiddetta Guardia Costiera libica hanno sparato contro le navi di soccorso – scrive Sea-Watch -. Nonostante questo, sono le stesse navi della società civile a essere sanzionate».  L’Ong, ricordando che solo quest’anno più di 1.700 persone sono morte nel Mediterraneo, collega i due casi: «Il sequestro di Humanity 1 è un attacco a tutti noi e al diritto internazionale. La sua illegittimità è confermata dalla notizia della sospensione del fermo di Mediterranea, anch’essa punita per aver salvato vite», afferma la portavoce Giorgia Linardi. E aggiunge: «Il diritto primeggia sulle politiche razziste degli stati e sulla criminalizzazione forzata delle Ong portata avanti dal Governo Meloni. In queste ore noi di Sea-Watch siamo in mare con Sea-Watch 5 e la nostra nave veloce Aurora che ha appena sbarcato 48 persone soccorse nel Mediterraneo centrale. Non ci fermiamo». Le due vicende mostrano con chiarezza la realtà della battaglia in corso: mentre il governo Meloni prosegue nella sua campagna di criminalizzazione di Ong e persone migranti accusandole di scafismo, i tribunali continuano a certificare che il vero elemento fuori legge è l’applicazione del Decreto Piantedosi.
Libia, crimini contro l’umanità: El Hishri consegnato alla Corte penale internazionale
Per la prima volta dall’apertura delle indagini della Corte penale internazionale (CPI) sulla Libia, nel 2011, un sospettato ricercato è stato consegnato all’Aia 1. Si tratta di Khaled Mohamed Ali El Hishri, conosciuto come “Al-Booti”, arrestato in Germania lo scorso luglio e trasferito alla Corte il 1° dicembre 2025. Un passaggio considerato storico per le prospettive di giustizia delle migliaia di persone che negli anni hanno subito torture, violenze sessuali, sequestri e abusi nei centri di detenzione del Paese nordafricano. A commentare la notizia è l’ECCHR, l’organizzazione europea che da anni documenta i crimini commessi nei centri libici, insieme al collettivo Refugees in Libya 2: per le organizzazioni la consegna di El Hishri rappresenta un precedente fondamentale in un momento in cui l’operato della Corte è oggetto di pressioni e delegittimazioni. «In un momento in cui l’ICC è oggetto di attacchi, la cooperazione della Germania con la Corte e la sua prima consegna di un sospettato costituiscono un precedente importante. Al contrario, il mancato trasferimento da parte dell’Italia di Osama Elmasry Njeem, ora formalmente confermato 3 come violazione dei suoi obblighi di cooperazione, ha minato la responsabilità e rafforzato l’impunità», ha affermato Andreas Schüller, co-direttore del programma Crimini internazionali e responsabilità dell’ECCHR. La consegna apre una fase decisiva del procedimento. Con l’avvio del processo all’Aia, le organizzazioni della società civile insistono affinché le accuse non si limitino agli elementi più ristretti contenuti nel mandato di arresto dell’estate 2025 4, ma riflettano la reale ampiezza dei crimini commessi e includano tutte le categorie di vittime, in particolare le persone migranti e rifugiate. «Da anni lottiamo per garantire che le vittime migranti e rifugiate non siano trattate come invisibili. Questo caso deve essere diverso. Ogni sopravvissuto, indipendentemente da dove si trovi o dal passaporto che possiede, deve poter partecipare in modo sicuro e con un reale sostegno legale», ha dichiarato David Yambio, cofondatore di Refugees in Libya. El Hishri, arrestato a Berlino il 16 luglio 2025 su mandato della CPI, è ritenuto un membro di alto rango della Forza speciale di deterrenza per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, conosciuta come Al-Radaa, un potente gruppo armato che opera sotto il Consiglio presidenziale libico. Tra le strutture gestite da Al-Radaa si trova la famigerata prigione di Mitiga, nella Libia occidentale, dove El Hishri avrebbe ricoperto un ruolo direttivo. Il mandato di arresto lo accusa di aver commesso o supervisionato crimini contro l’umanità e crimini di guerra tra il 2015 e l’inizio del 2020: omicidi, torture, trattamenti crudeli, stupri e altre forme di violenza sessuale, persecuzioni e oltraggi alla dignità della persona. La vicenda giudiziaria di El Hishri si inserisce in un quadro più ampio: la trasformazione della Libia, negli ultimi quindici anni, in uno snodo cruciale – e sempre più pericoloso – delle politiche di controllo delle migrazioni nel Mediterraneo e di esternalizzazione delle frontiere europee. Grazie alla sua posizione geografica – sottolinea ECCHR – la Libia è da tempo una destinazione e un paese di transito per persone provenienti dall’Africa subsahariana. Tuttavia, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, il Paese è precipitato in una guerra civile che ha frammentato il territorio in aree di influenza, aprendo spazio a milizie e attori armati che competono per risorse e potere. In questo scenario, le persone migranti sono diventati una “risorsa economica”: manodopera forzata, oggetto di rapimenti ed estorsioni, vittime di schiavitù sessuale o reclutamento forzato. Negli ultimi dieci anni questa economia del conflitto si è consolidata in una vera e propria industria della detenzione, fondata sul controllo violento delle rotte migratorie e sulla gestione dei centri, ufficiali e non ufficiali. Un sistema che si intreccia strettamente con le politiche dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri, che nel tentativo di bloccare le partenze hanno stretto accordi con la cosiddetta guardia costiera libica e con vari attori coinvolti nella gestione della migrazione. L’ECCHR, insieme a sopravvissuti e partner sul campo, ha presentato nel 2021 e 2022 due comunicazioni ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto di Roma, denunciando in particolare il ruolo dell’Europa. Secondo l’organizzazione, attraverso la progettazione, l’organizzazione e il finanziamento di politiche di esternalizzazione delle frontiere «razziste ed escludenti», alti funzionari europei sono complici dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra commessi contro le persone in movimento in Libia e nel Mediterraneo. Finora, nessun responsabile europeo è stato chiamato a rispondere. L’impunità libica continua così a produrre effetti in tutta la regione mediterranea. Sulla scia del modello sperimentato a Tripoli, l’UE ha siglato analoghi accordi migratori con Tunisia, Egitto e altri Paesi della regione, alimentando ulteriori violazioni contro le persone in movimento. Parallelamente, la crescente criminalizzazione delle missioni civili di soccorso in mare ha ulteriormente indebolito gli sforzi per salvare vite umane, in violazione degli obblighi internazionali. Per contrastare questa deriva, ECCHR, organizzazioni partner e gruppi di sopravvissuti chiedono che la CPI indaghi a fondo sui crimini commessi non solo sul territorio libico, ma anche in mare, e che la catena delle responsabilità – nazionali ed europee – venga finalmente portata alla luce. Con il trasferimento di El Hishri all’Aia, la CPI apre quindi una fase cruciale: l’Ufficio del Procuratore dovrà definire l’impianto definitivo delle accuse e se questo include realmente tutte le vittime e la filiera di responsabilità.  Per molte organizzazioni questo primo caso sulle violenze in Libia sarà un test decisivo della capacità della Corte di confrontarsi con un sistema criminale strutturale, radicato nella detenzione arbitraria e nelle politiche migratorie europee e degli Stati membri, che – nonostante le numerose denunce pubbliche – hanno continuato a stipulare accordi garantendo finanziamenti, dotazioni militari e addestramento alle milizie. 1. Situation in Libya: Khaled Mohamed Ali El Hishri in ICC custody, CPI (3 dicembre 2025) ↩︎ 2. Il comunicato stampa: Civil Society Joint Statement: Germany’s surrender of El Hishri to the ICC is a turning point for accountability in the Libya Situation ↩︎ 3. Consulta il documento ↩︎ 4. Consulta il mandato ↩︎
Justice Fleet Alliance: le ONG del Mediterraneo interrompono i contatti con Tripoli
Il 5 novembre 2025 a Bruxelles la Justice Fleet Alliance ha tenuto la sua prima conferenza stampa congiunta, trasmessa in diretta streaming. Le organizzazioni coinvolte hanno annunciato una decisione storica: sospendere ogni comunicazione operativa con il JRCC (Joint Rescue Coordination Centre) libico. Dopo anni di violazioni dei diritti umani da parte delle autorità libiche, le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale hanno creato una “coalizione per la giustizia”, con il supporto del Centro europeo per i diritti costituzionali e umani e di Refugees in Libya. «Dieci anni dopo l’estate della migrazione, stiamo fondando la Justice Fleet. I nostri obiettivi? Lottare insieme contro i crimini di Stato. Vogliamo creare pressione pubblica e legale per realizzare un cambiamento politico 1» Durante la conferenza, i partner coinvolti sono intervenuti in merito ai fondamenti legali e morali della decisione e alle richieste rivolte ai policy makers europei: SEA-WATCH: COS’È LA JUSTICE FLEET E QUAL’È IL SUO BACKGROUND L’Unione Europea, nel tentativo di bloccare le traversate nel Mediterraneo, si rende complice di crimini contro l’umanità e ostacola la società civile impegnata nei soccorsi, criminalizzandola e diffamandola. In risposta a queste violazioni sistematiche, tredici organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale si sono unite per dare vita alla Justice Fleet, la più grande alleanza civile di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare. «È una risposta alla coercizione degli Stati europei a comunicare con le milizie libiche, autori di quotidiane violenze in mare e in opposizione al rinnovo tacito del Memorandum d’Intesa Italia-Libia. 2» Alliance Members (Germania, Francia, Italia e Spagna) CompassCollective – Louise Michel – Mediterranea Saving Humans – Mission Lifeline – Pilotes Volontaires – RESQSHIP – r42-Sail And Rescue – Salvamento Marítimo Humanitario – Sea-Eye – SEA PUNKS – Sea-Watch – SOS Humanity – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo La campagna della Justice Fleet Alliance nasce dopo che la nave civile Mediterranea, di Mediterranea Saving Humans, il 4 novembre 2025 ha sbarcato a Porto Empedocle 92 persone soccorse, rifiutando il porto assegnato di Livorno, distante oltre 1.200 km e quattro giorni di navigazione. Notizie/In mare «ABBIAMO AGITO PER SALVARE VITE»: SBARCATE LE 92 PERSONE SOCCORSE DA MEDITERRANEA Lo Stato minaccia nuove sanzioni per aver scelto Porto Empedocle Redazione 5 Novembre 2025 L’equipaggio ha disobbedito agli ordini illegittimi del Governo italiano, agendo in “stato di necessità” (art. 54 c.p.), nel pieno rispetto del diritto marittimo nazionale e internazionale, a tutela dei diritti fondamentali della vita e della dignità delle persone soccorse, giudicate dal medico di bordo non idonee a ulteriori giorni di navigazione. Per questa decisione la nave è stata bloccata e il comandante ha ricevuto una contestazione per presunta violazione del Decreto Piantedosi per “non aver raggiunto senza ritardo il porto di sbarco assegnato”. L’episodio evidenzia la volontà del Governo di ostacolare il soccorso civile, inumana ossessione che guida l’imposizione di norme che mettono a rischio la vita delle persone. «Lo spirito con cui la nave ha agito è lo spirito che anima la Justice Fleet e per questo esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Mediterranea 3» L’obiettivo della Justice Fleet è quello di unire azioni legali, politiche e comunicative per rafforzare le reti di solidarietà nei confronti delle persone in movimento, soprattutto quelle bloccate in Libia. L’alleanza si prefigge di sostenere i soccorsi, contrastare respingimenti illegali, repressione e criminalizzazione delle ONG, opponendosi alle politiche di morte europee che, in nome della sicurezza delle frontiere, impediscono i salvataggi ledendo i diritti umani. COMPASS COLLECTIVE: SULL’ILLEGITTIMITÀ DEL CENTRO DI COORDINAMENTO DEI SOCCORSI IN LIBIA Dall’istituzione di una zona SAR libica nel 2018 e la successiva creazione di un centro di coordinamento dei soccorsi associato a Tripoli, viene esercitata una pressione crescente sulle ONG affinché comunichino con le autorità libiche. Tuttavia, la cosiddetta Guardia Costiera Libica è in realtà una rete di milizie armate che, invece di soccorrere, rapisce le persone durante l’attraversata, perpetrando violenze sistematiche. Non disponendo di un governo centrale, questa rete è stata addestrata e finanziata dall’UE nell’ambito delle politiche di “controllo della migrazione”. Il JRCC di Tripoli non rispetta gli standard stabiliti dall’Organizzazione marittima internazionale previsti nelle convenzioni SOLAS e SAR: non è operativo 24 ore su 24, manca di capacità linguistiche e infrastrutture tecniche adeguate. Le azioni violente che mettono in atto in mare non possono ovviamente essere considerate salvataggi, ma costituiscono la prima linea di un sistema di crimini istituzionalizzato. Anche le Corti europee – da quelle italiane a quella dei diritti dell’uomo – hanno confermato che i respingimenti verso la Libia violano il diritto internazionale. Nel marzo 2024, dopo un salvataggio coordinato dalla Humanity 1 e il fermo imposto alla nave, il Tribunale di Crotone ha revocato il provvedimento, stabilendo 4 che la “guardia costiera libica” e il JRCC non sono autorità legittimate al soccorso. La Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la decisione nel giugno successivo, ribadendo che la Libia non è un porto sicuro e che le ONG agiscono nel rispetto del diritto internazionale. L’8 luglio 2025, in riferimento al caso Ocean Viking 5, la Corte costituzionale italiana ha precisato che i comandanti devono seguire solo istruzioni legittime e conformi alle norme di soccorso in mare: ordini che mettono in pericolo vite umane non sono vincolanti e la loro disobbedienza non è punibile. Ne deriva che le istruzioni della “guardia costiera libica” non sono mai legittime: «Seguire le loro istruzioni illegali è contro il diritto internazionale. […] Quindi la decisione della Justice Fleet di sospendere tutte le comunicazioni operative con le autorità marittime libiche non è solo moralmente giusta, ma è giuridicamente necessaria 6». In linea con le decisioni giudiziarie, la Justice Fleet Alliance rifiuta quindi ogni collaborazione con la Libia, considerata un “attore illegittimo in mare”, garantendo che il dovere di soccorso non si trasformi in complicità con crimini politici. La Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita in mare impone a ogni comandante di soccorrere chi è in pericolo e di garantirne lo sbarco in un luogo sicuro, indipendentemente da nazionalità o status. La Libia, priva di un sistema d’asilo e responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, non può essere considerata un luogo che soddisfa gli standard. Ne consegue che portare i naufraghi in Libia è illegale e, di fatto, nel momento in cui le autorità italiane ed europee ordinano alle ONG di coordinarsi con le unità libiche, chiedono loro di commettere un illecito. Obbedire significherebbe rendersi complici di un sistema criminale, e il rifiuto non è una sfida ma un atto di rispetto del diritto internazionale. «La Justice Fleet oggi sta tracciando un’importante linea giuridica e morale secondo cui la vita umana viene prima degli ordini. 7» CENTRO EUROPEO PER I DIRITTI COSTITUZIONALI E UMANI: SUI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ NEL MAR MEDITERRANEO E SULLA TERRAFERMA DA PARTE DI ATTORI LIBICI La Libia non può essere considerata un “place of safety”: rapporti internazionali documentano torture, abusi, schiavitù, stupri e lavoro forzato all’interno di campi dove le persone in movimento vengono imprigionate 8. Le autorità marittime libiche e le milizie affiliate, incluse la cosiddetta Guardia costiera, il JRCC di Tripoli e gruppi come la brigata TBZ 9, hanno abitualmente fatto ricorso alle armi e a manovre calcolate per mettere in pericolo le persone in mare. Per ragioni politiche, le persone intercettate vengono riportate con la forza in Libia e rinchiuse in prigioni gestite da agenzie statali, milizie e attori privati, dando vita a un sistema detentivo divenuto altamente redditizio. Dal 2011 questo sistema è parte dell’economia del conflitto libico, ulteriormente rafforzata nel 2016 dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, che hanno rimodellato quest’industria della detenzione contribuendo alla creazione di una struttura transnazionale di contenimento che si traduce in crimini contro l’umanità. «È importante notare che ciò che sta accadendo nel Mediterraneo non è una crisi umanitaria o un fallimento della governance, ma un sistema deliberato di violenza organizzata 10» Il 27 marzo 2023, la missione di inchiesta delle Nazioni Unite (NU) sulla Libia ha dichiarato:  «L’UE e i suoi Stati membri sostengono la cosiddetta guardia costiera libica […]; in questo modo, contribuiscono al sequestro illegale di rifugiati in mare e alla detenzione illegittima 11.» Nella stessa indagine, le NU classificano le intercettazioni e i respingimenti in mare come equivalenti alla reclusione o ad altre gravi privazioni della libertà personale, violando alcuni tra i primi articoli della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) 12. Gli attori della politica congiunta di “prevenzione della migrazione”, sono pienamente consapevoli che tali azioni prevedibilmente si concretizzano in atti violenti, eppure l’importanza ricade sull’agenda coordinata di contenimento. Nel loro obiettivo tacito nascondono e sminuiscono il quadro, ma gli orrori incasellati come “abusi isolati” sono evidentemente parte di un attacco diffuso e sistematico contro migranti e rifugiati che tentano di lasciare la Libia. RIFUGIATI IN LIBIA – SULLE ESPERIENZE DI VIOLENZA DELLE MILIZIE LIBICHE «Mentre continuiamo a sensibilizzare sulla condizione di chi attraversa il mediterraneo, la situazione in Libia peggiora di giorno in giorno. 13» Dal 2016 le milizie libiche attaccano in mare persone in fuga dal paese e soccorritori civili.  Un rapporto di Sea Watch documenta oltre 60 episodi negli ultimi dieci anni, tra sparatorie, speronamenti, blocchi, aggressioni, minacce e intimidazioni. Anche in condizioni meteorologiche avverse, le milizie libiche hanno inseguito le imbarcazioni con l’unico obiettivo di riportale in Libia. La Justice Fleet Alliance ha stilato un elenco dei casi 14 avvenuti negli ultimi anni; di seguito un estratto: Le spiegazioni degli episodi citati: Incidenti violenti in mare da parte delle milizie libiche | Justice Fleet 2025: Inseguimento di una barca mentre le persone erano cadute in acqua; una persona annegata 2025: Una motovedetta donata dall’UE spara in direzione della Sea-Watch 5 2025: Attacco armato di 20 minuti contro l’Ocean Viking 2024: Intercettate donne e bambini sotto la minaccia delle armi 2024: Minaccia alla Mare Jonio durante un’operazione di soccorso 2024: Manovre pericolose intorno all’Humanity1 2023: Molestato un gommone da una motovedetta libica 2022: Minaccia agli aerei civili con missili SAM (missili terra-aria) 2022: Sparatoria contro persone in acqua 2021: Tentativo di speronare un’imbarcazione in fuga 2020: Uccisione di tre persone allo sbarco 2018: Interferenza con un’operazione di soccorso, causando la scomparsa di cinque persone 2017: Sparatoria contro una nave della Guardia Costiera italiana 2016: Interferenza con un’operazione di soccorso, causando una serie di decessi SOS HUMANITY: SULLA COOPERAZIONE UE-LIBIA Dalla fine dell’operazione Mare Nostrum, l’UE ha indirizzato fondi per impedire alle persone di raggiungere l’Europa, sviluppando un complesso sistema di mezzi e strumenti per impedire l’esercizio del diritto di asilo e stringendo accordi con la Libia sulla “gestione delle frontiere nel Mediterraneo centrale”. Uno dei principali canali di finanziamento è stato il Fondo d’Emergenza per l’Africa (EUTF for Africa), lanciato nel 2015. Questi fondi, che avrebbero dovuto affrontare le cause profonde degli sfollamenti, sono stati invece dirottati (per 57,2 milioni di euro) verso il controllo della migrazione e la gestione militarizzata delle frontiere. Nell’ambito della strategia di prevenzione della migrazione definita propagandisticamente “illegale” l’UE ha fornito imbarcazioni, attrezzature e risorse finanziarie, nonché addestramento ed equipaggiamento delle milizie svolgendo un ruolo chiave nella creazione del centro di coordinamento del “salvataggio libico”. Da allora, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per le Migrazioni, più di 145.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia. Nel 2024, la Corte dei conti europea ha rilevato che i progetti UTF risultano frammentati, inefficaci e privi di adeguate tutele per i diritti umani. Nel 2021 la strategia europea è confluita nel nuovo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale (NDICI) – Europa globale, valido fino al 2027, che per la gestione delle frontiere libiche ha stanziato 12 milioni di euro per un’accademia di frontiera, 8 per la modernizzazione del centro libico di coordinamento dei “soccorsi” e 5 per la formazione delle forze di sicurezza. Entro il 2027 l’UE avrà speso almeno 84 milioni di euro in misure di deterrenza in Libia. Documenti del Consiglio Europeo mostrano che il NDICI mira a potenziare le intercettazioni e collegare i centri di coordinamento, rafforzando il sistema che intrappola le persone in Libia. «Formando, equipaggiando e finanziando gli attori marittimi in Libia che commettono sistematicamente violazioni dei diritti umani, l’Unione Europea è direttamente complice di questi abusi. Ogni euro speso per una gestione violenta delle frontiere rappresenta un’Europa che avrebbe potuto salvare vite umane. È tempo che l’UE smetta di esternalizzare le proprie responsabilità legali e morali e inizi a sostenerle. 15» Il 2 novembre 2025 il Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017, è stato rinnovato tra le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, della Search and Rescue Organization e dei gruppi auto-organizzati di rifugiati. Notizie/In mare LA PAROLA A REFUGEES IN LIBYA: «STOP MEMORANDUM!» "Stage of Survivors" ha concluso a Roma una settimana di mobilitazione 20 Ottobre 2025 A metà ottobre 2025 la Camera, con una mozione della maggioranza, lo ha tacitamente prorogato 16 fino al 2 febbraio 2026, richiamando la retorica del “contrasto ai trafficanti” e della “prevenzione delle partenze”, nonostante il patto implichi di fatto una collaborazione con i criminali, poiché prevede il finanziamento dei centri di detenzione e il sostegno alle milizie. La natura di questa cooperazione risulta più evidente alla luce dell’accusa rivolta all’Italia dalla Procura della Corte Penale Internazionale (CPI) per il mancato trasferimento a L’Aja di Osama Almasri, ex capo della polizia giudiziaria di Tripoli sospettato di crimini contro l’umanità. Proseguendo su questa linea, consapevoli delle conseguenze lesive dei diritti umani, UE e Stati membri alimentano un ciclo di violenza e sfruttamento. Questo è stato denunciato già nel novembre 2022 dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR), che ha presentato un esposto 17 alla Corte penale internazionale contro funzionari di UE, Italia, Malta e Libia per il loro ruolo nelle intercettazioni sistematiche delle persone in movimento. «Porre fine alla nostra comunicazione di salvataggio con l’JRCC libico che coordina questi gruppi è una necessità e una linea chiara contro la complicità europea con i crimini che si stanno verificando in Libia. 18» NON CI SI ARRENDE DAVANTI ALLE POLITICHE INGIUSTE: «LORO INFRANGONO LA LEGGE. NOI VINCIAMO IN TRIBUNALE.» Oggi, Italia, Germania, Malta, Frontex e l’UE stanno violando il diritto di asilo, attaccando i diritti umani e il diritto internazionale. Il Mar Mediterraneo è diventato un luogo di illegalità, non perché manchino le leggi, ma perché gli Stati europei scelgono deliberatamente di non rispettarle. Le organizzazioni civili di soccorso, insieme a partner internazionali e sulla base di rapporti delle Nazioni Unite, stanno portando questi crimini davanti alla giustizia – dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ai tribunali italiani – dove emerge un giudizio coerente: le attuali politiche europee sono illegali. In dieci anni di violazioni, numerosi procedimenti hanno evidenziato l’illiceità delle pratiche dell’Unione nel Mediterraneo, confermando al contrario la legittimità delle operazioni di salvataggio delle ONG. 2009Il tribunale di Agrigento assolve l’equipaggio della nave Cap Anamur riconoscendo la scriminante dell’adempimento al dovere di soccorrere.2017La nave Iuventa viene sequestrata per presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (articolo 12, TUI); dopo sette anni di processo il tribunale dichiara l’insussistenza del fatto.2018La nave Open Arms è sequestrata con l’accusa di associazione a delinquere e favoreggiamento. Il provvedimento viene annullato vista la sussistenza dello stato di necessità.2019La capitana della nave See Watch 3, Carola Rakete, è accusata ex. articolo 12, TUI. Caso concluso con il riconoscimento della giustificazione per adempimento al dovere derivante dagli obblighi internazionali.2019La nave Vos Thalassa sbarca 66 naufraghi che si erano opposti al respingimento in Libia. Nel 2021, la Corte Suprema Italiana riconosce il loro diritto di resistere ai respingimenti illegali, per legittima difesa.2021Alla nave Vos Triton viene imposto di riportare in Libia 170 persone soccorse. Il Tribunale di Roma 19 giudica l’Italia responsabile di sequestro e ordina il rilascio di un visto umanitario alla vittima che ha avviato il procedimento. Questi casi mostrano che chi contesta le politiche euro-libiche diventa bersaglio della repressione, mentre le decisioni giudiziarie evidenziano l’illegalità delle azioni della guardia costiera libica e degli Stati europei. Le sentenze confermano che un’imbarcazione non idonea è già in distress e, per il diritto del mare, chi è in distress, prima di essere un migrante, è un naufrago che deve essere soccorso; lo stato di necessità è inoltre aggravato dalla condizione di fuga dalle torture libiche. «Gli Stati hanno trasformato il mare in un’arma contro gli esseri umani. Ma quando la nostra lotta collettiva per la libertà viene criminalizzata, la resistenza diventa un dovere. La Justice Fleet si schiera esattamente dove dobbiamo schierarci: contro un sistema che punisce la solidarietà e sancisce il razzismo». Carola Rakete – Ex deputata del Parlamento europeo Le organizzazioni civili portano sempre più spesso queste battaglie davanti ai giudici, riaffermando la supremazia del diritto sulle logiche politiche. Nonostante ciò, la maggior parte dei respingimenti e delle violenze rimane nell’ombra, impunita e scoperta da tutele giuridiche, rendendo estremamente importante e necessaria l’azione della Justice Fleet. Il controllo statale sui flussi migratori deve cedere di fronte all’obbligo di soccorrere in sicurezza fino a un “porto sicuro”, per questo l’Alleanza assume una posizione chiara: stop alla collaborazione con i criminali. «Chiediamo la fine immediata di ogni cooperazione tra l’UE e gli attori libici violenti, la fine immediata del sostegno ai crimini contro l’umanità in mare e sulla terraferma. 20» RIBELLIONE È RIVOLUZIONE CONTRO LE INGIUSTIZIE: «CONTINUEREMO I SOCCORSI MA CI SCHIERIAMO CONTRO LA COMPLICITÀ» In risposta alle violenze dei libici nel Mediterraneo e alla complicità degli Stati europei, le organizzazioni di ricerca e salvataggio hanno intrapreso quindi un passo storico: «Non riconosceremo mai gli attori libici come autorità competenti di ricerca e salvataggio e non obbediremo alla coercizione dello Stato italiano 21» La sospensione delle comunicazioni operative con il JRCC, imposta dalla Legge 15/23 (“Decreto Piantedosi”), può comportare multe, detenzioni e la confisca dei mezzi delle ONG, evidenziando ancora una volta la distanza tra le leggi italiane, frutto di un decennio di politiche schierate, e il diritto internazionale. Le organizzazioni della Justice Fleet Alliance scelgono la via della disobbedienza giusta opponendosi al riconoscimento delle pattuglie libiche e ai probabili futuri ordini di collaborazione che ne deriverebbero. Sono pronte a sostenere le conseguenze delle loro decisioni morali e legali; in un Mediterraneo trasformato in confine armato, non comunicare con chi rapisce, tortura e uccide non è un atto di sfida ma di umanità: disobbedire significa oggi riaffermare il diritto del mare. «Rischieremo la detenzione o addirittura la confisca delle nostre navi e dei nostri aerei in Italia, cosa che combatteremo davanti a tutti i tribunali 22» A fianco della Justice Fleet Alliance, si schierano altre realtà che contrastano i crimini commessi in mare e nei lager libici. JLProject 23, nato nel 2019 e impegnato da anni in indagini forensi pro bono per intentare azioni legali contro gli Stati responsabili dei respingimenti illegali in Libia, ha dichiarato il suo sostegno all’Alleanza: «Noi stiamo indagando molto sui crimini della cosiddetta guardia costiera libica e siamo molto soddisfatte della decisione di non comunicare con quei criminali.» Sara Fratini – JL Project La Justice Fleet Alliance si inserisce quindi in una più ampia cornice di resistenza civile che, unendo giurisprudenza e attivismo, difende la centralità della persona e i principi del diritto internazionale. In un contesto in cui la legalità è piegata alle politiche di controllo, riaffermare che il soccorso non è un reato ma un dovere rappresenta un vero atto di giustizia: in mare come a terra, il diritto non si negozia, la migrazione non va criminalizzata e chi salva vite non può essere condannato. > «Quando gli ordini rendono i soccorritori potenzialmente complici di crimini > contro l’umanità, il rifiuto è l’unica risposta legittima. 24» 1. Dichiarazione rilasciata il 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance, tenutasi a Bruxelles. Dichiarazioni rilasciate in lingua inglese e tradotte dall’autrice ↩︎ 2. Ibidem ↩︎ 3. Le Ong del soccorso in mare si uniscono nella Justice Fleet e interrompono le comunicazioni con Tripoli, Sea Watch (5 novembre 2025) ↩︎ 4. Court confirms: Detention Unlawful, SOS Humanity (12 giugno 2025) ↩︎ 5. LaOcean Viking è stata la prima nave umanitaria a ricevere un fermo amministrativo in base al Decreto Piantedosi, accusata di aver ignorato l’ordine libico di «lasciare il soccorso». L’equipaggio ha completato l’operazione, ritenendo l’ordine imposto ex lege al comandante illegittimo e contrario agli obblighi italiani sui diritti fondamentali. La giudice di Brindisi, annullando il fermo, ha dichiarato: « Imporre il fermo a una nave umanitaria va a compromettere il diritto di essere soccorsi ». Ha inoltre rimesso gli atti alla Corte costituzionale, rilevando una presunta violazione dell’art. 25, comma 2, a causa dei «presupposti inadeguati per l’applicazione del fermo», non riconoscendo la «delega in bianco» all’autorità libica ↩︎ 6. Dichiarazione rilasciata il 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance, tenutasi a Bruxelles ↩︎ 7. Ibidem ↩︎ 8. «Migrants and refugees suffer unimaginable horrors during their transit through and stay in Libya» – Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR) / United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL). Report on the human-rights situation of migrants and refugees in Libya (20 dicembre 2018) ↩︎ 9. La Brigata Tariq Ben Zeyad (TBZ) è un’organizzazione delle forze armate libiche, guidata da Saddam Haftar, figlio del comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) Khalifa Haftar. Attiva dal 2016, comprendente ex soldati gheddafisti, è accusata di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui uccisioni, torture, sequestri, stupri e sfollamenti forzati. Amnesty International documenta un “catalogo degli orrori” commessi dal 2016, tra cui l’espulsione collettiva di migliaia di rifugiati e migranti da Sabha e dal sud della Libia. ↩︎ 10. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 11. HRC – Press Conference: Fact-Finding Mission on Libya | UN Web TV; Report of the Independent Fact-Finding Mission on Libya – Human Rights Council (marzo 2023) ↩︎ 12. CEDU – Art.1: Obbligo di rispettare i diritti dell’uomo; Art.2: Diritto alla vita; Art.3: Proibizione della tortura; Art.4: Proibizione della schiavitù e del lavoro forzato; Art. 5: Diritto alla libertà e alla sicurezza ↩︎ 13. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 14. Sul sito justice-fleet.org la lista delle violenze della cosiddetta guardia costiera libica documentate dalla società civile negli ultimi 10 anni e in continuo aggiornamento: 60 Libyan attacks at sea as EU rolls out red carpet for militias, new data shows • Sea-Watch e.V. ↩︎ 15. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 16. Grazie a una clausola all’articolo 8 che prevede il rinnovo automatico triennale salvo richiesta scritta di revoca con preavviso di tre mesi di una delle parti ↩︎ 17. Qui il testo dell’esposto ↩︎ 18. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 19. Caso Vos Triton: Italia ritenuta responsabile per il respingimento delegato verso la Libia. A. arriva in sicurezza a Roma, Asgi (marzo 2025) ↩︎ 20. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎ 21. Ibidem ↩︎ 22. Ibidem ↩︎ 23. Qui il sito di JLProject ↩︎ 24. Bruxelles, dichiarazione del 5 novembre 2025 durante la prima conferenza stampa congiunta della Justice Fleet Alliance ↩︎
Rifinanziati i “rimpatri umanitari” dalla Libia nonostante l’allarme dell’ONU
Nonostante i richiami delle Nazioni Unite, il governo italiano ha rifinanziato i programmi di “rimpatrio volontario umanitario” dalla Libia, strumenti che da anni sollevano gravi criticità sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone migranti 1. Lo rende noto il progetto Sciabaca & Oruka di Asgi che promuove, in rete con organizzazioni della società civile europee e africane, azioni di contenzioso strategico per la libertà di circolazione e per contrastare le violazioni dei diritti umani causate dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere. A luglio 2025 il Ministero degli Affari Esteri, scrive il progetto, ha disposto l’erogazione di 7 milioni di euro all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per l’attuazione del progetto Multi-Sectoral Support for Migrants and Vulnerable Populations in Libya, della durata di due anni. Oltre 3 milioni saranno destinati al rimpatrio di 910 persone verso i paesi d’origine, attraverso il cosiddetto Voluntary Humanitarian Return (VHR), una forma di rimpatrio volontario assistito rivolta a migranti «bloccati o in situazioni di vulnerabilità, tra cui l’intercettazione in mare, la detenzione arbitraria e lo sfruttamento». Secondo i documenti ufficiali, tali operazioni mirano a «ridurre la vulnerabilità» delle persone e a «migliorare la loro situazione di protezione». Ma la realtà descritta da numerosi organismi internazionali è ben diversa. Già il 30 aprile 2025, la Relatrice Speciale sulla tratta di esseri umani, il Relatore Speciale sui diritti dei migranti e il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite avevano indirizzato una comunicazione formale al governo italiano per esprimere forte preoccupazione riguardo a un progetto simile, anch’esso finanziato dall’Italia, denominato “Multi-Sectoral Support for Vulnerable Migrants in Libya”. Nel documento, lə espertə Onu evidenziavano che il rimpatrio volontario, nelle condizioni esistenti in Libia, «funziona in pratica come l’ultima e l’unica soluzione alle intercettazioni e alla detenzione prolungata per periodi indeterminati». In queste circostanze, aggiungevano, «in assenza di alternative, migranti, rifugiati e richiedenti asilo possono essere costretti ad accettare di tornare in situazioni non sicure, dove rischiano di essere esposti alle medesime condizioni da cui fuggivano». Inoltre, sottolineavano come le persone coinvolte non possano esprimere un consenso libero e informato, poiché «la mancanza di assistenza adeguata le priva di fatto della possibilità di accedere alla protezione internazionale e alle garanzie giudiziarie». La comunicazione denunciava anche il rischio che i programmi VHR «possano aprire canali di mobilità forzata verso i paesi di origine e legittimare la cooperazione con la Libia in violazione del principio di non respingimento». Lə relatorə delle Nazioni Unite rilevavano inoltre la mancanza di trasparenza sull’impatto di questi progetti e l’assenza di «misure preventive e di mitigazione contro i rischi di tratta o di rimpatrio illegale». Un ulteriore elemento critico è il supporto tecnico e operativo previsto per le autorità libiche: il progetto include infatti attività di rafforzamento della capacità di gestione delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) e di intercettazione in mare. Secondo gli esperti, ciò rischia di tradursi in un aumento delle intercettazioni e dei respingimenti illegali verso la Libia, dove le persone migranti sono sistematicamente esposte a detenzioni arbitrarie, torture e violenze, in un contesto che la stessa giurisprudenza italiana riconosce come non sicuro. La comunicazione ONU si concludeva con una serie di richieste al governo italiano: informazioni sull’utilizzo dei fondi, sulle misure di prevenzione delle violazioni dei diritti umani e sulle alternative alla detenzione e al rimpatrio. Tuttavia, nella risposta fornita a luglio 2025, l’Italia non ha dato riscontri sostanziali alle criticità sollevate. La valutazione del monitoraggio è stata completamente delegata all’OIM, senza alcun controllo indipendente da parte del governo. UNA STRATEGIA DI ESTERNALIZZAZIONE SEMPRE PIÙ STRUTTURALE Nonostante le contestazioni, l’Italia ha proseguito nella strategia di esternalizzazione delle frontiere. Ad aprile 2025 è stato approvato un ulteriore stanziamento di 20 milioni di euro per il programma L.A.I.T. – Sviluppo dei meccanismi di rimpatrio volontario assistito e di reintegrazione (AVRR) e di rimpatrio volontario umanitario (VHR), in collaborazione con OIM e AICS. Il nuovo progetto prevede il rimpatrio di oltre 3.300 persone da Algeria, Libia e Tunisia e il rafforzamento delle capacità istituzionali dei governi di questi paesi nella gestione dei rimpatri. Si tratta di un tassello ulteriore in un processo ormai consolidato: il massiccio finanziamento dei rimpatri “volontari”, che consente di rimpatriare persone in assenza delle garanzie previste per i rimpatri forzati, contribuendo al contempo ad “alleggerire” la pressione migratoria sui paesi di transito e a consolidare la cooperazione con regimi autoritari o instabili. Questi programmi, presentati come strumenti di protezione umanitaria, finiscono invece per legittimare il blocco della mobilità e per violare il diritto d’asilo e il principio di non-refoulement. A fronte di queste pratiche, diverse organizzazioni italiane – tra cui ASGI, A Buon Diritto, ActionAid Italia, Lucha y Siesta, Differenza Donna, Spazi Circolari e Le Carbet – hanno promosso un contenzioso legale e lanciato la campagna di comunicazione «Voluntary Humanitarian Refusal – a choice you cannot refuse», per denunciare «l’uso distorto dei fondi pubblici destinati a programmi che, sotto la facciata di “umanitari”, contribuiscono in realtà a violare diritti fondamentali e limitare la libertà di movimento». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da VHR: Voluntary Humanitarian Refusal > (@voluntary.humanitarian.refusal) 1. Nowhere but Back. Assisted return, reintegration and the human rights protection of migrants in Libya, by the OHCHR Migration Unit ↩︎
MIGRANTI: ANCORA UN FERMO AI DANNI DI MEDITERRANEA SAVING HUMANS, “COLPEVOLE” DI SALVATAGGIO
Completato il soccorso e lo sbarco a Porto Empedocle di 92 persone migranti, tra cui 31 minori non accompagnati, alla nave Mediterranea di Mediterranea Saving Humas viene ora nuovamente contestato di “non aver raggiunto senza ritardo” il porto assegnato di Livorno, a oltre 1.200 km di distanza. “Abbiamo deciso – replica MSH – di far sbarcare tutte le persone a Porto Empedocle perché il medico di bordo e lo stesso CIRM hanno certificato che non erano in grado di affrontare altri giorni di navigazione. Nonostante ciò, la nostra nave è stata bloccata. Un provvedimento ingiusto, che punisce chi soccorre vite e lascia il mare senza soccorso. Non accetteremo che queste politiche disumane diventino la norma”. Così Mediterranea Saving Humans, nelle stesse ore in cui si è aperto a Modena il processo che vede parte civile don Mattia Ferrari, cappellano di MSH. L’accusa è diffamazione aggravata nei confronti del titolare di un account su X che da anni pubblica post contro le attività delle ong e della società civile per salvare i migranti.   L’uomo dietro all’account @rgowans è risultato essere un 56enne polacco, che in passato ha avuto un ruolo come addetto ai dati riservati del servizio Frontex. Di questo –  oltre che del recente arresto in Libia per mano del governo di Tripoli del torturatore Almasri – Radio Onda d’Urto ha parlato nell’intervista a Luca Casarini, tra i fondatori e portavoce di Mediterranea Saving Humans. Ascolta o scarica
Nel Mediterraneo si continua a morire mentre chi salva vite è criminalizzato
Nel Mediterraneo si continua a morire, mentre chi salva vite continua a essere criminalizzato. È uno stesso tragico e odioso copione che ormai si ripete da tempo. Da una parte sempre più persone muoiono nell’indifferenza e nel silenzio istituzionale, dall’altra il governo italiano, nonostante le sentenze dei tribunali, non mostra segni di ravvedimento e prosegue nella sua opera di attacco alle organizzazioni di soccorso: l’ultima è Mediterranea Saving Humans, colpita da un nuovo blocco amministrativo dopo l’ultimo salvataggio e approdo a Porto Empedocle. Notizie/In mare «ABBIAMO AGITO PER SALVARE VITE»: SBARCATE LE 92 PERSONE SOCCORSE DA MEDITERRANEA Lo Stato minaccia nuove sanzioni per aver scelto Porto Empedocle Redazione 5 Novembre 2025 L’associazione, che rivendica giustamente di aver salvato la vita a 92 persone, ha replicato alle accuse del ministro dell’Interno Piantedosi, che sui social ha diffuso false informazioni sull’operato della nave.  «Siamo indignati dalle menzogne del ministro: da parte nostra c’è sempre stata la massima collaborazione con la Sanità marittima», ha dichiarato MSH. A bordo, ha raccontato il medico Gabriele Risica, «abbiamo accolto la medica dell’USMAF, le abbiamo messo a disposizione l’ospedale di bordo e visitato insieme le persone soccorse». Anche la capomissione Sheila Melosu ha denunciato «la vergogna di un ministro che parla di sicurezza delle persone mentre è indagato per aver protetto un torturatore di migranti, e che voleva far viaggiare fino a Livorno persone malate e bisognose di cure immediate». Un episodio che si inserisce nella costante strategia di criminalizzazione delle ONG, con la nave Mediterranea che subisce un altro fermo illegittimo nel porto siciliano per violazione del Decreto Piantedosi, mentre le autorità italiane continuano a ostacolare chi salva vite in mare e a finanziare chi le intercetta e le imprigiona. Il 2 novembre, infatti, si è rinnovato automaticamente il Memorandum tra Italia e Libia, che resterà in vigore fino al 2026, assicurando nuovi fondi e mezzi alla guardia costiera libica, la stessa che cattura e riporta nei lager migliaia di persone e che attacca le navi della flotta civile. Approfondimenti/In mare MEMORANDUM ITALIA-LIBIA, UN PATTO DI VIOLAZIONI E ABUSI Il 2 novembre l’accordo sarà rinnovato. Refugees in Libya: manifestiamo a Roma il 18 ottobre Carlotta Zaccarelli 29 Settembre 2025 Nel frattempo, solo negli ultimi 30 giorni, cinque naufragi hanno aggiornato il conto delle vittime e dei dispersi lungo le rotte del Mediterraneo. Il 18 ottobre, Sea-Watch ha denunciato un naufragio ignorato dalle autorità: un morto accertato e 22 persone disperse, mentre le navi umanitarie venivano tenute lontane dall’area dei soccorsi. “Abbiamo chiesto aiuto per ore, nessuno è intervenuto”, ha riferito l’Ong, accusando Roma e La Valletta di omissione di soccorso. Il 22 ottobre, al largo di Salakta, in Tunisia, almeno 40 persone migranti, tra cui diversi neonati, sono morte dopo che la loro imbarcazione si è capovolta. Solo 30 persone sono state salvate. Le vittime provenivano da Paesi dell’Africa subsahariana e cercavano di raggiungere l’Italia da una delle rotte più brevi e più letali del Mediterraneo. Diverse inchieste hanno evidenziato come la Tunisia sia un Paese non sicuro nel garantire i diritti fondamentali e come le persone nere siano sottoposte a violenze e tratta gestite dalle stesse autorità. Rapporti e dossier/In mare STATE TRAFFICKING SVELA LA TRATTA DI MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA Un rapporto con 30 testimonianze da un confine esterno della UE Redazione 1 Marzo 2025 Il 24 ottobre, 14 persone migranti sono annegate nel mar Egeo, al largo di Bodrum, in Turchia. Solo due si sono salvate, tra cui un giovane afgano che ha nuotato per sei ore fino a riva. Tre giorni dopo, il 27 ottobre, quattro migranti sono morti al largo della Grecia, dopo l’affondamento di un gommone. E il 28 ottobre un altro barcone è affondato davanti a Surman, in Libia: 18 morti e oltre 60 sopravvissuti, secondo la Croce Rossa libica e l’OIM. Le vittime erano in gran parte uomini sudanesi, bengalesi e pakistani in fuga da guerre e povertà. Cinque naufragi in dieci giorni: più di 70 morti accertati, decine di dispersi e un mare che continua a inghiottire vite nell’indifferenza politica. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), al 25 ottobre 2025 sono 472 le persone morte e 479 quelle disperse sulla rotta del Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno. A questo bollettino di guerra vanno aggiunti gli ultimi naufragi: nel 2025 si può stimare che circa 550 persone abbiano perso la vita, senza contare i naufragi cosiddetti “fantasma” che non finiscono nei conteggi ufficiali. Nello stesso periodo, 22.509 persone migranti – tra cui 832 minori – sono state intercettate e riportate in Libia, dove finiscono spesso in centri di detenzione, subendo torture, violenze sessuali, estorsioni, privazione di cibo e cure. Nemmeno l’arresto del generale libico Al Masri cambia la sostanza: la Libia rimane un Paese diviso e controllato da milizie e trafficanti che si arricchiscono sulla pelle dei migranti. Nonostante la situazione sia nota e denunciata da anni, resta un alleato politico e operativo dell’Europa, che continua a esternalizzare il controllo delle proprie frontiere. Come ha rivelato un’inchiesta di Irpimedia, la Commissione europea e Frontex hanno ospitato a metà ottobre una delegazione tecnica libica, con esponenti provenienti sia dall’est sia dall’ovest del Paese: per la prima volta anche funzionari della Cirenaica, sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, sono stati invitati presso la sede di Frontex a Varsavia e a Bruxelles. Il Mediterraneo centrale continua a essere la rotta migratoria più mortale del mondo. Ma ogni nuovo naufragio rimane a sé stante, invisibilizzato e velocemente archiviato come un fatto di cronaca. I media fanno sempre più fatica ad andare oltre la notizia flash e a costruire una narrazione diversa, e così queste stragi scompaiono in fretta. Dove sono le storie che danno dignità ai numeri, ai volti, alle famiglie, ai sogni interrotti, al dolore? Cosa serve perché si trovi finalmente una risposta a quella domanda che da anni viene ripetuta e mai ascoltata: quante morti ancora serviranno prima che l’Europa apra vie legali e sicure di accesso, affinché si affronti il tema politico e sociale della libertà di movimento? Finché la risposta sarà il rinnovo di accordi come quello con la Libia e il blocco delle navi umanitarie, il Mediterraneo continuerà a essere una tomba. E l’Italia, insieme all’Unione Europea, continuerà a chiamare “cooperazione” ciò che è in realtà complicità nelle stragi. Fonti: InfoMigrants, OIM, UNHCR, ANSA, Reuters, Sea-Watch, Mediterranea Saving Humans, Mosaique FM. Interviste/In mare «RIPRISTINARE LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO È L’UNICA RISPOSTA POLITICA ALLE MIGRAZIONI» Intervista a Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista Laura Pauletto 3 Novembre 2025