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Attacco all’attivismo digitale: il caso Autistici/Inventati
di Italo Di Sabato (Osservatorio Repressione) La repressione del dissenso non passa soltanto attraverso arresti, processi e divieti di manifestazione. Può colpire le infrastrutture che rendono possibile l’organizzazione collettiva, interrompere le comunicazioni e compromettere la sopravvivenza economica di un’esperienza politica. Continua a leggere L'articolo Attacco all’attivismo digitale: il caso Autistici/Inventati proviene da ATTAC Italia.
October 21, 2026
ATTAC Italia
Anche nel mondo delle criptovalute si inizia a parlare del pericolo IA
I grandi annunci sugli sviluppi tecnici dell’intelligenza artificiale stanno alimentando accesi dibattiti in molti ambienti, compreso quello delle criptovalute. Justin Drake, crittografo e ricercatore della Ethereum Foundation, ha lanciato l’allarme: la crescente abilità dell’IA nel risolvere problemi matematici potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza delle valute digitali. Come in altri ambiti, però, gli scettici non mancano di far sentire la propria voce. Drake ha espresso le sue osservazioni attraverso un lungo post pubblicato su X. Spunti di riflessione che si ricollegano ai contenuti del blog di OpenAI, azienda che a inizio settimana ha veicolato il messaggio che i suoi modelli avanzati di IA siano in grado di provare teoremi e risolvere calcoli matematici che hanno tenuto in scacco il mondo accademico per anni. Secondo il crittografo, un simile successo indica che i sistemi di firma digitale usati da Bitcoin e affini (ECDSA) siano da considerarsi prossimi alla compromissione, un’ipotesi che il tecnico aveva finora ricondotto solamente al “q-day”, il giorno ipotetico in cui i computer quantici entreranno effettivamente in scena. Per evitare il peggio, Drake raccomanda ai portali di exchange di adottare un approccio “modalità bunker”, cioè di spostare i fondi verso indirizzi inediti e sicuri. A suo dire, questa transizione andrebbe perseguita con decisione, ma con i giusti tempi, così da evitare i danni di un’introduzione goffa e affrettata della soluzione di sicurezza. Le risposte al post dicono molto del clima in cui sono state accolte queste opinioni: molti hanno liquidato le sue preoccupazioni come il solito allarmismo da “crypto doomer“. Tra le reazioni contrarie più autorevoli spicca quella di Yehuda Lindell, chief cryptographer di Coinbase e professore di informatica all’Università Bar-Ilan, in Israele. Lindell coglie il punto critico dell’intera questione: Drake non ha portato prove concrete che i protocolli consolidati siano davvero a rischio e le sue osservazioni sembrano basarsi soprattutto sull’assunto che, prima o poi, le IA troveranno un modo per scardinare il sistema. È un’ipotesi che non si può escludere in assoluto, ma che resta uno solo degli infiniti scenari possibili, in assenza di indizi reali. La posizione di Drake ricalca da vicino l’intervento di inizio settembre di Jacob Coxon, ricercatore informatico che ha lasciato OpenAI e Anthropic per denunciare come le aziende di IA stiano costruendo, inesorabilmente, strumenti destinati a distruggere l’umanità. Anche in quel caso, mancavano prove tangibili e documenti interni alle aziende. Drake e Coxon non si presentano quindi come informatori a conoscenza dei fatti, ma come oracoli che parlano “di pancia”, un atteggiamento che crea molto rumore mediatico, ma a discapito della credibilità. Un “al lupo, al lupo” in salsa 4.0. Queste vicende mostrano quanto il dibattito sull’IA sia sempre più polarizzato, anche nell’ambito accademico e della ricerca. Il timore che i cosiddetti modelli di frontiera possano violare anche le crittografie più robuste poggia sull’annuncio dei risultati ottenuti da OpenAI, un annuncio che va però letto anche come operazione di marketing. I successi matematici degli strumenti dell’azienda, del resto, sono stati in passato e restano tuttora oggetto di profonde controversie nella comunità scientifica. Pur essendo degni di considerazione, i risultati elencati hanno portato ad accusare OpenAI di aver sfruttato il lavoro di alcuni accademici per bruciare sul tempo le loro conclusioni, anche grazie a una potenza di calcolo non messa a disposizione del pubblico e delle istituzioni. Il settore si è così spaccato in due: da un lato i tecno-entusiasti, felici di assistere a un progresso tanto fulmineo; dall’altro i critici, secondo cui OpenAI e le aziende omologhe si limitino a copiare senza avere al proprio interno personale con le competenze necessarie per valutare con rigore i risultati generati dai modelli in fase di test. In mancanza di trasparenza, tutto si riduce alle “vibes” e questo non fa che avvelenare il dibattito. The post Anche nel mondo delle criptovalute si inizia a parlare del pericolo IA appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Data center … eppur si muove! Presidio a Milano
Una giornata significativa quella di sabato 10 ottobre. Ben due manifestazioni indette a livello nazionale hanno visto la partecipazione di migliaia di persone a Milano: quella in Piazza della Scala, per dire Stop alla realizzazione sconsiderata di Data Center sul territorio nazionale, in particolare su quello lombardo e milanese e la manifestazione per la giornata mondiale di mobilitazione per la Palestina. In una piazza gremita come in poche altre occasioni, si sono ritrovati cittadini richiamati e sollecitati dai numerosi comitati che si sono costituiti in questi ultimi mesi intorno all’emergenza conclamata relativa alla costruzione di mega Data Center; alcuni dei quali si stanno per realizzare, altri sono in procinto e numerosi sono in fase di valutazione da parte delle amministrazioni comunali. Circa sei mesi fa, grazie a un gruppo di cittadini particolarmente attivi, un mega vaso di Pandora si è scoperchiato, lasciando intravedere quello che ha allarmato gli abitanti dei vari Comuni: la scoperta della costruzione, sui loro territori, di enormi infrastrutture di calcolo, parchi di generatori di emergenza funzionanti a gasolio, giganteschi sistemi di raffreddamento ad aria o ad acqua, consumo sconsiderato di suolo anche agricolo, costruzione di mega centrali elettriche per il funzionamento di questi colossi energivori. Tutto senza che le amministrazioni comunali abbiano sentito la necessità di consultare la cittadinanza, grazie a una legge approvata alla Camera in febbraio con soli 6 astenuti e in corso di esame al Senato. Alla Regione Lombardia è stata approvata lo scorso maggio, con il voto contrario del Movimento 5 Stelle e di altri esponenti dell’opposizione. Nessuna regolamentazione, ma solo la nefasta classificazione a infrastrutture di interesse strategico nazionale che ha aperto la strada al manifestarsi di una giungla di richieste alle amministrazioni e autorizzazioni anche in aree di Comuni confinanti, senza alcuna attenzione alla creazione di isole di calore e alla sovrapposizione di impianti altamente inquinanti. La legge ha infatti offerto la possibilità alle amministrazioni comunali di svendere i propri territori e i reali interessi dei cittadini alle big tech, velocizzando i tempi di insediamento anche senza le necessarie e puntuali verifiche di impatto ambientale, sociale e sanitario. Questa manifestazione di piazza ha fatto seguito al convegno regionale organizzato a Milano il 26 settembre, sempre dalla rete dei comitati cittadini STOP DATA CENTER. Il video del convegno fa comprendere le dimensioni del problema che abbiamo davanti. Al convegno sono intervenuti tecnici altamente qualificati, sono stati presentati dati incontestabili e portate esperienze circostanziate. Al presidio del 10 ottobre in Piazza Scala, oltre a diversi dei soggetti già intervenuti al convegno, erano presenti comitati di molti Comuni dell’hinterland milanese (Rho, Bollate, Trezzano, Cornaredo, Lacchiarella…), insieme a comitati provenienti da altre provincie quali Siziano, Certosa etc… Ciascuna di queste realtà ha portato lo stato di fatto dei propri territori, gli stati di avanzamento dei progetti e la diffusa sensazione di essere più o meno ovunque scavalcati dalle amministrazioni che non sembrano considerare gli impatti dei data center sulla popolazione e vedono principalmente, nei cospicui oneri che possono derivarne, la possibilità di soddisfare esigenze della comunità relative a servizi che diversamente non riuscirebbero a soddisfare. Il classico cane che si morde la coda, dove non spicca certo il coraggio di opporsi e quello di affrontare con decisione una politica a livello nazionale che genera solo guerre fra poveri. Purtroppo gioca in tutto questo anche una discreta ignoranza di quello che è il rovescio della medaglia, ignoranza che la rete sta provando a colmare non solo presso le amministrazioni comunali, ma anche tra i cittadini che si stanno sensibilizzando e mobilitando come non succedeva da tempo. Alcune delle principali figure di questo movimento sono Enrico Duranti di Lacchiarella (dove è previsto uno dei maggiori e impattanti impianti di data center in Italia e in Europa), attivista che fra i primi, circa sei mesi fa, ha mosso la sensibilità sul tema attraverso una ricerca certosina di dati, Pietro Cataldi, consigliere comunale di minoranza di Zibido San Giacomo (Comune limitrofo), Sergio Manera, fisico e ricercatore dell’Università di Pavia, il Prof. Marco Mazzotti del Politecnico di Zurigo e numerosi altri. Partendo dalla consapevolezza di non essere salvaguardati e ascoltati dalle istituzioni, si sono rivolti ai cittadini sensibili; questi hanno risposto costituendosi in comitati che si scambiano dati, conoscenze, buone pratiche e assumendo un ruolo che spetterebbe agli amministratori pubblici a questo delegati. Ma ormai è chiaro che queste deleghe sono necessariamente da riprendere in mano. Il lavoro infaticabile di tutti questi soggetti ha prodotto una moratoria (https://drive.google.com/file/d/1TiV2kTbfJXbmn_1SQt7VUNmwa2PEg2cL/edit), che sarà a breve oggetto di una massiccia raccolta di firme con l’obbiettivo di mettere in discussione l’attuale modello di sviluppo tecnologico e dei suoi impatti, sospendere ogni lavoro e autorizzazione in attesa di un Piano nazionale che stabilisca quali siano i reali bisogni di nuove infrastrutture e quale sia l’impatto che queste hanno sinergicamente sul territorio. Più volte è stato ribadito che non si tratta di una battaglia ideologica contro la tecnologia e l’intelligenza artificiale, ma di una necessaria valutazione dei rischi e dei benefici, degli interessi, dei reali bisogni, degli impatti e della sicurezza dei territori. Dato l’enorme consumo di energia di questi impianti è già stata ipotizzata e paventata la possibilità di affiancare piccole centrali nucleari. Sembra di assistere, come è stato detto, a una corsa all’oro dove, a quanto pare ai cittadini è stato riservato il ruolo dei nativi americani. Dalla piazza è salito un invito forte a stare uniti di fronte a questi colossi.  Si è percepita la sensazione confortante che di qui non si passerà! Loretta Cremasco
October 12, 2026
Pressenza
#02 Apocalypse Prompt | Il futuro è solo una storia che raccontiamo a noi stessi – di Alessandro Verna
Un nuovo appuntamento, il numero #2, con il diario di auto-analisi di Alessandro Verna che sta uscendo a puntate su Effimera. Il progetto esplora le profonde trasformazioni nella soggettività e nel lavoro cognitivo generate dall'interazione quotidiana e dalla dipendenza dall'Intelligenza Artificiale generativa.In questo episodio, il protagonista si confronta con le differenze tra le soluzioni umane e [...]
July 20, 2026
Effimera
#01 Apocalypse Prompt | L’inno di lode di un uomo si trasformò nelle maledizioni di altri uomini – di Alessandro Verna
Ed eccoci al nostro appuntamento settimanale con la serie scritta da Alessandro Verna, Apocalypse Prompt, che si propone di scandagliare, passo dopo passo, le trasformazioni della soggettività e del lavoro nel rapporto con l'AI. Un diario in presa diretta, un'auto-inchiesta, un'indagine sui fatti e sui sintomi che si generano nell'inedita interazione tra essere umano [...]
July 13, 2026
Effimera
Quando i dati spariscono: l’opacità dell’editoria sotto la lente degli strumenti open
Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione nell’infrastruttura aperta OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti e vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Se oggi si prova a costruire una lettura critica della comunicazione scientifica usando infrastrutture aperte, ci si imbatte subito in due strumenti interessanti: Journal Trends e Author Trends di cui si parla anche in un recente articolo su Nature. Il primo è un tool che visualizza, per una rivista, l’andamento delle pubblicazioni nel tempo, le distribuzioni per paese, istituzione e autore, e aggiunge segnali di integrità come i flag del Problematic Paper Screener (PPS) e lo stato di indicizzazione o delisting in Scopus. Il secondo fa qualcosa di analogo sul versante dei singoli ricercatori: mostra statistiche di pubblicazione anno per anno, citazioni, collaborazioni, geografia, temi, retractions e altri segnali di rischio, sempre a partire da dati aperti (OpenAlex). Entrambi si presentano, correttamente, come strumenti di visualizzazione e analisi costruiti su dati aperti, non come oracoli infallibili. Ed è proprio qui che comincia il problema vero. Perché quando questi strumenti mostrano buchi, coperture incomplete o metadati mancanti, la reazione più comune è sempre la stessa: “vedete? gli strumenti aperti non sono affidabili”. Il punto, però, non è solo che il dato manca. Il punto è capire perché manca. Su questo la letteratura recente è molto meno indulgente di quanto non siano molti commentatori. Un’analisi pubblicata nel 2025 sulla diminuzione della copertura dei metadati di affiliazione in OpenAlex, basata su oltre 13 milioni di articoli pubblicati da grandi editori commerciali tra il 2018 e il 2025, conclude che il fenomeno è “probabilmente” dovuto al fatto che alcuni editori non hanno fornito a Crossref metadati di affiliazione sufficienti, pur segnalando anche possibili problemi tecnici nella transizione a una nuova versione di OpenAlex. Nel testo vengono citati esplicitamente editori come Elsevier e Springer Nature. Dunque: non solo limiti dell’infrastruttura aperta, ma anche — e in modo rilevante — limiti nella condivisione a monte dei metadati da parte degli editori. Questo punto è essenziale, perché ribalta una narrazione diventata quasi automatica. Gli editori raccolgono informazioni sulle affiliazioni, sugli autori, sui finanziamenti, sulle versioni, sui DOI e sugli apparati editoriali nei loro flussi di submission e produzione. Eppure, quando si tratta di restituire queste informazioni in forma aperta, interoperabile e riutilizzabile, la completezza evapora. Non sempre, certo. Non allo stesso modo per tutti. Ma abbastanza spesso da produrre effetti strutturali sui sistemi che poi quei metadati dovrebbero usare per il monitoraggio, la valutazione e l’analisi. Uno studio del 2026 su PLOS One osserva che è ampiamente noto come molti editori rendano disponibili alcuni metadati ma non altri, e mostra che editori che usano lo stesso sistema di submission possono avere livelli di completezza molto diversi: segno che il problema non è soltanto tecnologico e che “sono in gioco anche altre considerazioni”. Tradotto: non basta dire che “mancano i dati”; bisogna ammettere che spesso qualcuno ha scelto di non depositarli in modo completo. A rendere il quadro ancora più istruttivo è la posizione di Crossref* stessa. Nella documentazione ufficiale, Crossref ricorda ai propri membri che far parte della comunità significa condividere i metadati con il mondo della ricerca, che i record devono essere mantenuti “clean, complete and up-to-date”, che è possibile correggere omissioni o errori e che non ci sono costi per aggiornare i metadati dopo la registrazione iniziale (basta volerlo). Raccomanda inoltre di depositare metadati ricchi e di completare anche i record retrospettivi. Insomma: la scusa dell’inevitabilità tecnica regge poco. Se i metadati mancano, non è perché il sistema aperto non li vuole; molto spesso è perché chi controlla i contenuti non li ha depositati, non li ha aggiornati o non li ha resi disponibili in forma adeguata. La stessa documentazione di OpenAlex è sorprendentemente esplicita. Quando un’istituzione non trova le proprie pubblicazioni correttamente collegate, OpenAlex indica tra le cause più comuni il fatto che i metadati di affiliazione nel record dell’opera siano inaccurati o incompleti, e suggerisce di farlo presente all’editore, che potrebbe dover aggiornare i record registrati presso un’agenzia DOI come Crossref. È un’ammissione importante: il problema dei metadati mancanti non nasce nel momento in cui OpenAlex li usa, ma in quello in cui la filiera editoriale li deposita male, parzialmente o non li deposita affatto. A questo punto diventa più chiaro anche il valore reale di Journal Trends e Author Trends. Non sono interessanti soltanto perché producono grafici eleganti o aggiungono segnali di integrità. Sono interessanti perché rendono visibile il non detto. Journal Trends mostra che una rivista può avere una quantità significativa di articoli per cui i dati geografici sono assenti, e proprio per questo ha introdotto una categoria “unknown” per evitare che il grafico simuli una copertura completa che non esiste. Author Trends, dal canto suo, visualizza per i ricercatori non solo citazioni e collaborazioni, ma anche retractions, segnali provenienti dal Problematic Paper Screener e pubblicazioni in riviste dismesse da Scopus, presentandosi come un tool beta che dipende dai dati di OpenAlex e che mette in guardia sugli errori di attribuzione dei profili. In entrambi i casi il merito non è l’illusione della perfezione, ma la trasparenza sull’imperfezione. Ed è proprio questa trasparenza a risultare scomoda. Perché per anni il sistema della valutazione ha tollerato, e spesso interiorizzato, l’idea che i database commerciali fossero una sorta di natura fatta sistema: opachi, costosi, poco contestabili, ma considerati affidabili per definizione. Le infrastrutture aperte come OpenAlex spezzano questo automatismo non perché siano magicamente prive di problemi, ma perché espongono i problemi alla vista. Uno studio del 2024 su otto banche dati accademiche aperte rileva che i database di terza parte, tra cui OpenAlex, hanno in generale più metadati e una maggiore completezza rispetto ai motori accademici, ma soffrono anche di perdite di informazione dovute all’integrazione di fonti diverse. Questo non è un argomento contro l’open; è un argomento contro la favola secondo cui si possa fare valutazione seria ignorando come i dati vengono prodotti, depositati e trasformati. Il problema, allora, non è semplicemente che “OpenAlex ha buchi”. Il problema è che una parte rilevante dell’ecosistema editoriale internazionale continua a beneficiare dell’uso pubblico dei risultati della ricerca senza restituire al pubblico metadati completi, aggiornati e interoperabili. E quando gli strumenti aperti fanno emergere questa carenza, il bersaglio polemico diventa il tool che la mostra, non l’attore che la produce. È il solito gioco: privatizzare il controllo dell’informazione e socializzare i costi dell’opacità. Bisognerebbe dirlo con chiarezza: l’assenza di metadati non è una fatalità naturale del mondo aperto; è spesso il prodotto di una scelta, di una trascuratezza o di una gerarchia di interessi dentro la filiera editoriale. Journal Trends e Author Trends non risolvono questo problema. Ma hanno almeno il merito di renderlo finalmente visibile. E in un sistema abituato a chiamare “qualità” ciò che in realtà è solo opacità ben confezionata, non è poco * Crossref è un’infrastruttura no‑profit che raccoglie e collega i metadati delle pubblicazioni scientifiche e assegna i DOI per renderle identificabili, citabili e interoperabili
July 3, 2026
ROARS
Gazaweb ed appuntamenti tech di giugno
HOD23giugno Gazaweb: per sostenere il progetto: https://aiutagazaweb.vado.li/ per gli aggiornamenti: https://gazaweb.noblogs.org/ Sito completo https://www.acs-ong.it/gazaweb/ Appuntamenti: 23 giugno, martedì: vag61 La talpa, visioni sotterranee 24 giugno, mercoledì: circolo anarchico Berneri, hackoglienza dalle 21:00 27 giugno, sabato: fare design transfemminista 10:30-18:30 CDD via del piombo 7 https://women.it/agenda/design-transfemminista/ 30 giuno, martedì ofpcina alla casa del mondo! https://ofpcina.net Trovi più info nei rispettivi siti web e su balotta.org
June 24, 2026
hack or die
Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran
I documenti aziendali esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha sollecitato Facebook e Instagram a rimuovere i post a sostegno dell’Iran. Dai registri aziendali emerge che Israele ha chiesto a Meta di rimuovere da Facebook e Instagram i post che esprimevano sostegno all’Iran, opposizione a Israele e persino immagini […] L'articolo Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran su Contropiano.
June 23, 2026
Contropiano
[Le Dita nella Presa] Chi ci mette le mani dentro e chi chiude le porte (1/5: Puntata completa)
In questa puntata abbiamo parlato dell'hackmeeting appena concluso, con alcune interviste registrate a caldo. Abbiamo proseguito con le vicissitudini di OpenAI e delle altre grandi imprese produttrici di Intelligenza Artificiale generativa. Infine abbiamo cercato di capire le motivazioni che sottostanno all'ennesima chiusura di spazi degli utenti e degli sviluppatori messa in atto da Google nel meccanismo di distribuzione delle app negli smartphone Android. Il 12, 13, 14 giugno si è tenuto a Firenze la 29a edizione di Hackmeeting, l'incontro annuale delle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie all’interno della nostra società. Abbiamo raccontato il clima che si è respirato durante i 3 giorni e dato conto di alcuni laboratori e seminari anche con l'aiuto delle interviste registrate al Centro Sociale Next Emerson. Cosa unisce Bernie Senders e Sam Altman (CEO di Open AI)? Entrambi vogliono che il governo USA partecipi agli utili di OpenAI. Ma quali utili? Guardiamo il bilancio del 2025 dell'azienda di Altman che è in perdita di circa 35 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto allo scorso anno. Non sarà che i signori dell'AI stanno preparando il terreno per sfuggire al proprio fallimento finanziario? Riprendiamo, visto l'avvicinarsi della scadenza, la notizia dell'imposizione di Google a tutti gli sviluppatori di App per Android di registrarsi presso l'azienda di Mountain View. Quali sono le ragioni apparenti e quali quelle nascoste che hanno indotto l'azienda ad imporre questa misura? Parliamo anche delle forme di resistenza, come quella messa in campo da KeepAndroidOpen.    In extremis un aggiornamento sulla situazione dei nuovi data-center e della legge regionale in Lombardia.        
June 21, 2026
Radio Onda Rossa