Difendere gli aerei al tempo della guerra ibrida
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Nell’aprile del 2024 la compagnia aerea finlandese Finnair sospese per un mese i
collegamenti tra Helsinki e Tartu, una città estone da meno di 100mila abitanti.
Il problema era il segnale GPS: interferenze “sospette” nelle vicinanze –
probabilmente di origine russa – avevano impedito a diversi voli di utilizzare
le procedure standard di avvicinamento all’aeroporto. Per riprendere il servizio
occorreva una soluzione che permettesse di arrivare a terra senza dipendere
dalla navigazione satellitare. Gli aerei erano disponibili, la pista pure.
Bisognava però trovare un sistema alternativo per garantire l’orientamento.
Per aggirare il problema, i tecnici ricorsero a radiosegnali trasmessi da
stazioni a terra, una tecnologia utilizzata nell’aviazione fin dalla prima metà
del Novecento. Annunciando la ripresa dei collegamenti, Finnair spiegò che le
nuove procedure erano indipendenti dai segnali GPS e quindi non compromesse dai
tentativi di jamming (l’invio di segnali di disturbo volti a disorientare i
sistemi di navigazione) che avevano provocato l’interruzione del servizio. Nel
settembre del 2026, Finnair ha inoltre annunciato di aver adattato
l’addestramento dei piloti e le proprie procedure operative per affrontare le
interferenze GPS, ormai quotidiane nei cieli del Baltico.
Oltre a raccontare uno spaccato della cosiddetta “guerra ibrida” russa,
l’aneddoto di Tartu è interessante perché mette in discussione un assioma che
tendiamo a prendere sempre per buono. Ovvero che la sicurezza di un sistema
migliora quando sistemi più vecchi vengono sostituiti da sistemi più recenti.
Non è sempre così. Questo non significa che gli aerei di una volta fossero più
sicuri, ma che l’introduzione di tecnologie di ultima generazione può risolvere
vecchie vulnerabilità introducendone però di nuove. Allo stesso tempo,
conservare un sistema precedente per utilizzarlo come alternativa significa
dover continuare a proteggerlo.
I PUNTI DEBOLI DELL’AVIAZIONE
In un rapporto del 2020, il Government Accountability Office (GAO), l’organismo
di controllo del Congresso statunitense, ha segnalato alcuni potenziali punti
deboli dell’aviazione civile: i software non aggiornati, l’affidabilità dei
fornitori, il caricamento di programmi malevoli e la falsificazione dei dati di
volo. Tuttavia, nello stesso rapporto, il GAO precisava che, fino a quel
momento, non risultavano attacchi informatici riusciti contro i sistemi degli
aerei commerciali.
Sarebbe però sbagliato dedurre da questo dato che, siccome le vulnerabilità non
sono state finora sfruttate, non sia possibile farlo. Nel settembre del 2026, un
nuovo rapporto dello stesso organismo ha perciò raccomandato alla Federal
Aviation Administration (FAA) di rafforzare l’autenticazione e la protezione dei
dati di ACARS e CPDLC (due sistemi di comunicazione con diversi decenni alle
spalle e impiegati per lo scambio di messaggi tra gli aerei e le strutture a
terra) per difendersi da trasmissioni non autorizzate e da messaggi alterati.
Per capire la portata del problema occorre partire da ciò che i due sistemi
ACARS e CPDLC devono garantire. Un messaggio ricevuto in cabina deve essere
comprensibile, ma deve anche provenire da chi dichiara di averlo inviato e
giungere senza alterazioni. Sono cose diverse: ricevere correttamente
un’istruzione, in termini di segnale, non significa avere la certezza che sia
autentica.
ACARS e CPDLC sono sistemi digitali, ma appartengono a generazioni tecnologiche
nelle quali le protezioni crittografiche oggi necessarie non erano incorporate
in modo adeguato. Il rapporto del GAO segnala infatti come le loro comunicazioni
siano generalmente prive di cifratura e autenticazione: possono quindi essere
intercettate e, in determinate condizioni, falsificate attraverso una tecnica
nota come spoofing, che permette di inviare messaggi apparentemente provenienti
da una fonte legittima.
Questo non equivale a dire che un cyber-aggressore possa prendere il controllo
di un aereo da remoto come in un film. Una comunicazione sospetta (ammesso che
venga riconosciuta come tale) può essere verificata dai piloti attraverso altri
canali e, se necessario, smascherata. Ma anche la necessità di verificarla ha un
costo: richiede tempo, aumenta il carico di lavoro e può rallentare le
operazioni. E questo, in situazioni di emergenza, rappresenta un grosso
problema. La sicurezza dipende perciò anche dalla possibilità di riconoscere
rapidamente informazioni inaffidabili.
I TEMPI CYBER E QUELLI INDUSTRIALI
La domanda a questo punto sembra ovvia: perché non sostituiamo semplicemente
questi sistemi? La risposta non è così semplice, perché una rete aeronautica
funziona solo se gli apparati a bordo e quelli a terra continuano a capirsi. Un
aereo è solo il vettore del trasporto, ciò che gli consente di volare è l’intera
infrastruttura dell’aviazione globale in cui esso è inserito: un’infrastruttura
che è costituita da elementi in parte fisici (piste, torri di controllo,
aeroporti, depositi, produttori di aerei) e in parte informatici (processori di
informazioni, sistemi di scambio dati, software di navigazione ecc). Questo
significa che intervenire su uno standard o su un sistema all’interno di
un’infrastruttura così complessa rende necessario modificare e adeguare
innumerevoli altri elementi, su scala spesso internazionale. Tutto ciò non solo
costa molto, ma deve superare attriti di innumerevoli tipi: burocratici,
politici, tecnici ecc.
Il digitale permette di sviluppare rapidamente nuovi strumenti, compresi quelli
utilizzabili per attaccare un’infrastruttura. Il mondo industriale deve invece
integrare ogni cambiamento in una rete di macchine, procedure, competenze e
responsabilità. Un aggiornamento utile su un singolo dispositivo può diventare
complicato quando deve funzionare insieme a tutto il resto.
Nell’aviazione questa lentezza ha poi una causa ben precisa, che a sua volta ha
a che fare con la sicurezza complessiva del volo. Ogni modifica in campo
aeronautico deve infatti superare numerosi test e ottenere altrettanti
certificati per dimostrare di essere sicura. I processi di certificazione
valutano i rischi dei nuovi sistemi, le loro interazioni e le protezioni
necessarie per continuare a garantirne il funzionamento in presenza di anomalie
o in casi di emergenza. La cybersecurity è ormai parte integrante di queste
valutazioni, ma, come documentano i report citati, il problema è riuscire a
mantenere aggiornate le protezioni per tutta la vita operativa dei sistemi
aeronautici, mentre le minacce continuano a cambiare.
La prudenza necessaria per introdurre una tecnologia può così entrare in
tensione con l’urgenza di correggerne le vulnerabilità. Le tecniche di attacco
possono evolvere rapidamente e non devono necessariamente funzionare ogni volta,
mentre chi difende un’infrastruttura (aeronautica o meno) deve verificare che le
contromisure non introducano nuovi problemi in altri punti del sistema o nelle
interazioni tra le sue componenti. Costruiamo tecnologie sempre più veloci, ma
continuiamo ad affidare attività essenziali a sistemi che non possono che
cambiare lentamente. La distanza tra questi due tempi è uno dei punti in cui si
concentrano i pericoli.
Questa distanza comincia già nelle fabbriche che costruiscono gli aerei.
L’industria aeronautica è un’industria pesante, che lavora su cicli lunghi:
progettare un nuovo velivolo (inteso come modello), organizzare la produzione e
recuperare gli investimenti richiede tempi che non coincidono con quelli dello
sviluppo informatico. Una volta entrato in servizio, un aereo deve volare per
decenni per assorbire l’investimento.
Le scelte tecnologiche fatte durante la progettazione diventano così impegni da
mantenere ben oltre il momento in cui sono state prese. E mentre i nuovi aerei
escono dalle fabbriche, quelli delle generazioni precedenti continuano a volare
e a utilizzare la stessa infrastruttura. Il rinnovamento procede quindi per
sovrapposizione: sistemi progettati in epoche diverse devono convivere, spesso
per molti anni.
UN ALTRO CASO DI “GUERRA IBRIDA”
C’è poi un’altra distanza, più familiare a chiunque abbia preso un aereo negli
ultimi venticinque anni. Dopo l’11 settembre, la protezione dell’aviazione è
diventata un’esperienza molto visibile: controlli sui passeggeri, ispezioni dei
bagagli, accessi sorvegliati. Negli Stati Uniti, la riforma del 2001 istituì la
Transportation Security Administration, impose il controllo di tutti i bagagli
da stiva e il rafforzamento delle porte delle cabine di pilotaggio. Il modello
di minaccia al quale rispondere era concreto: qualcuno poteva salire a bordo e
impadronirsi dell’aereo.
Abbiamo così imparato a chiederci chi abbia il diritto di salire su un aereo.
Dobbiamo però stabilire con altrettanta affidabilità quali informazioni abbiano
il diritto di entrarvi. Il controllo dell’identità di un passeggero e
l’autenticazione di un messaggio sono operazioni diverse, ma rispondono a
un’esigenza comune: distinguere ciò di cui ci si può fidare da ciò che potrebbe
essere ostile.
È qui che la questione tecnica incontra la guerra ibrida. Per creare un problema
a un sistema di trasporto non è indispensabile provocare un incidente. Può
bastare renderne meno affidabile il funzionamento, costringere gli operatori a
controlli aggiuntivi o indurli a sospendere un servizio per prudenza. Tartu
mostra proprio questo: la decisione di fermare i voli ha tutelato i passeggeri,
ma le interferenze avevano già ottenuto il risultato di interrompere il
collegamento.
Nel caso delle interferenze alla navigazione satellitare, il coinvolgimento
russo ha inoltre superato il livello del semplice sospetto. Nell’ottobre del
2025 l’assemblea dell’ICAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’aviazione
civile, ha condannato le interferenze ricorrenti provenienti dal territorio
della Federazione Russa, riconoscendole come violazioni della Convenzione
internazionale sull’aviazione civile.
Come insegna il caso di Tartu, per difendersi è importante anche conservare
alternative praticabili. Nel giugno del 2025, l’Agenzia europea per la sicurezza
aerea (EASA) e l’Associazione internazionale del trasporto aereo (IATA) hanno
incluso nel loro piano contro le interferenze ai segnali GNSS (Global navigation
satellite system) il mantenimento di una rete minima di radioassistenze
tradizionali, insieme a un migliore monitoraggio e a procedure per operare
quando la navigazione satellitare viene disturbata. La possibilità di tornare a
strumenti precedenti è, in questo caso, esplicitamente indicata come componente
della sicurezza futura.
Tartu e i sistemi di comunicazione descritti dal GAO indicano dunque due
esigenze da soddisfare insieme: mantenere un’alternativa in caso di sabotaggi e
aggiornare ciò che espone a una minaccia. Più importante dell’età di una
tecnologia è sapere come può essere attaccata, come riconoscere che qualcosa non
funziona e quali strumenti possono sostituirla quando ciò accade.
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