La sfida dei data center spaziali
Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale
I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415
terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia
elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che
raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale
generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il
fattore più importante” di questa crescita.
Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove
linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più
avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che
nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.
È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a
guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza
competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento
passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a
bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a
Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un
programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.
A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per
l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si
stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato
programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e
archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una
conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e
grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.
I PROGETTI A STELLE E STRISCE
I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere
inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la
latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha
dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne
Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche
edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo
remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali
standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024.
Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a
Terra.
In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già
responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore
Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un
test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del
satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili:
il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando
il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare
quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio
per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense
Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti
gli effetti).
Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space
Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di
centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una
flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento
missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre
2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la
costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica
strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le
installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità
di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre
invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile
sulla Terra.
LA CINA ACCELERA: LA THREE-BODY COMPUTING CONSTELLATION
Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica
Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing
Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda
ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo)
e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una
potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo,
paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I
satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa
fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite
all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto,
eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center
terrestri.
Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e
ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and
Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura
digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15°
Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali
per elaborare dati direttamente in orbita.
IL RUOLO DELLE AZIENDE PRIVATE
C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una
prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo
satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima
dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con
la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del
data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in
collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link
ottici da 2,5 Gbps.
Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di
satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati
da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione
con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo
indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei
satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di
calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.
A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è
anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA –
sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700
dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon
Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata
di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a
cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un
satellite commerciale.
Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud
orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto
da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non
include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca,
il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la
fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare
1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra
Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più
diretto del nostro paese a questo scenario.
C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è
tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e
ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito
della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma
l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è
quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza
controllo sull’infrastruttura finale.
VULNERABILITÀ E LIMITI
Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un
attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano
delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem
satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato
AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una
vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel
nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania.
A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi
europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU,
l’intelligence militare russa.
Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali:
il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È
tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink,
sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si
aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data
center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un
satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta
e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse
compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari,
impossibile senza un nuovo lancio.
Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati
sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar
Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata
sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un
sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha
giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.
IL VUOTO NORMATIVO
L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione
e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma
questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà
dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione
informatica.
A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che
disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo
otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso
pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la
sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non
vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La
protezione dei dati non è contemplata.
Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è
arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC
(Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione
di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo
iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola
nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.
Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda),
ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel
febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità
digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e
l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il
diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di
mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi
aspetti.
Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro
confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del
traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati,
procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I
dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità
nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la
prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.
Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for
International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà
dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance
rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di
controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina
dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale
le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano
infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che
superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per
governarle.
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