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Il mondo raccontato dalla parte dei molti

La fine dell’ordine internazionale basato sulle regole
A Davos Mark Carney, Emmanuel Macron e perfino Ursula von der Leyen si sono espressi con toni duri nei confronti della sempre maggiore aggressività statunitense. Le parole più pesanti sono state spese da Carney, che ha dichiarato che “l’ordine internazionale basato sulle regole” è finito, e “non tornerà.” “Per decenni, paesi come il Canada ne hanno beneficiato,” ha commentato Carney. “Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo elogiato i principi,” anche se “sapevamo che la storia… era parzialmente falsa”: “I più forti si esentavano quando era conveniente,” e “le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico.” Quella in corso, forzata dal comportamento dell’amministrazione Trump II è “una rottura, non una transizione” dal vecchio mondo, e che ora “i potenti possono fare quello che vogliono e i deboli devono soffrire quello che devono.” Il discorso di Carney non è però sconfittista, semplicemente rivendica e chiede agli altri leader di avere la stessa lucidità nel lavorare con gli Stati Uniti: “Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia.” (YouTube) Nel proprio intervento, Emmanuel Macron ha dichiarato esplicitamente che l’obiettivo dell’amministrazione statunitense era di “indebolire e mettere in posizione di subordinazione l’Europa.” Macron ha criticato fortemente Trump, dicendo che questo “non è il momento per nuovi imperialismi o nuovi colonialismi,” e che quello che serve è “lo stato di diritto,” non la “violenza.” Von der Leyen ha usato toni più morbidi, ma ha comunque descritto i nuovi dazi minacciati da Trump come “un errore,” accusando gli Stati Uniti di non essere più affidabili: “Abbiamo concordato un accordo commerciale lo scorso luglio, e in politica, come negli affari, un accordo è un accordo. Quando gli amici si stringono la mano, deve significare qualcosa.” Von der Leyen ha dichiarato che la risposta comunitaria sarà “inflessibile, unita e proporzionale” — anche se finora l’UE ha faticato a dare qualsiasi risposta oltre le parole, anche perché si continua a pensare agli Stati Uniti come ad “amici” con cui stringere la mano, forse. (YouTube) Nel frattempo, qualcosa sul fronte comunitario si muove: secondo una fonte diplomatica UE di POLITICO, “la determinazione c’è da qualche giorno,” per arrivare a una risposta forte contro gli Stati Uniti. “C’è un sostegno molto ampio sul fatto che l’UE debba prepararsi a tutti gli scenari, e questo include anche che tutti gli strumenti siano sul tavolo” — un riferimento allo strumento anti-coercizione e al pacchetto di ritorsione ai dazi statunitensi. Secondo un funzionario francese si è arrivati a “una convergenza con i tedeschi” in merito: “C’è stato un risveglio da parte loro, sul fatto che dobbiamo smettere di essere ingenui.” (POLITICO)
Davos, alla corte del re assoluto
Ci siamo: dopo i molti ritardi causati dall’ostruzionismo del governo Netanyahu VI, Trump è ora pronto per la firma della carta del proprio Consiglio di pace, l’organizzazione che nominalmente dovrebbe sorvegliare il processo di “pace” nella Striscia di Gaza, ma che Trump intende chiaramente costruire in una nuova organizzazione internazionale di cui è capo incontestabile. La cerimonia della firma dovrebbe tenersi giovedì a Davos, e la Casa bianca ha invitato una lunga lista di ospiti, ma non è chiaro chi effettivamente parteciperà, chi firmerà, e chi sarà disposto a pagare il miliardo di dollari che l’amministrazione Trump II chiede per avere un posto permanente. Nelle scorse ore è arrivata la conferma che ci saranno Milei per l’Argentina, Kassym-Jomart Tokayev per il Kazakistan, il re Mohammed VI per il Marocco, Orbán per l’Ungheria, e Shavkat Mirziyoyev per l’Uzbekistan. Sono arrivate dichiarazioni positive anche da Bielorussia e Vietnam. (X / Bloomberg / PBS News / Reuters / Adanolu / / Sito del primo ministro ungherese / Fox News / Viet Nam News) Il governo francese ha espresso le critiche più esplicite alle ambizioni di Trump: Macron ha rifiutato l’invito a unirsi al Consiglio di pace — secondo l’Eliseo, la carta “va oltre il quadro di Gaza e solleva questioni importanti, in particolare sul rispetto ai principi e la struttura delle Nazioni Unite, che non possono essere messi in discussione.” Il ministro degli Esteri Barrot ha sottolineato che lo statuto non menziona Gaza, facendo intendere che il club di Trump avrebbe ambizioni internazionali molto più ampie, e che concede poteri “molto estesi” al suo presidente — Trump stesso, che non l’ha presa benissimo. Il presidente statunitense ha minacciato Parigi di dazi al 200% su vini e champagne in quella che sarebbe una esplicita ritorsione contro l’Eliseo. Dal Regno Unito Starmer ha preso una posizione più fragile, formalmente dando la propria disponibilità per il Consiglio, ma dicendo che della propria possibile partecipazione ne stava “discutendo con i propri alleati.” Per Macron e Starmer la partecipazione al Consiglio sarebbe ovviamente molto complessa nel caso dovesse accettare l’invito anche Vladimir Putin. (POLITICO / BBC News / Reuters / POLITICO) Le preoccupazioni per il Consiglio di pace arrivano anche direttamente dalle Nazioni Unite: il portavoce ONU Farhan Haq ha detto ai giornalisti che “il Consiglio di pace è stato autorizzato dal Consiglio di sicurezza a svolgere il proprio lavoro su Gaza — ed esclusivamente questo.” “Non stiamo parlando di operazioni più ampie o di alcun altro aspetto di cui si sta parlando sui media in questi ultimi giorni.” Haq sostiene che il problema non si pone, perché le Nazioni Unite coesisono con molte altre organizzazioni — ovviamente, però, dipende da quali siano le ambizioni del Consiglio stesso. Una cosa per ora è certa: il Segretario generale ONU, António Guterres, non è stato invitato. (Nazioni Unite) Mentre Trump gioca a costruire le proprie Nazioni Unite, le autorità israeliane minacciano di smontare il poco che si è ottenuto dalla firma degli accordi di Sharm. Il ministro delle Finanze Smotrich ha chiesto a Netanyahu di chiudere il Centro di coordinazione civile militare a guida statunitense, istituito lo scorso ottobre per coordinare il personale e civile internazionale mobilitato per la pianificazione del “dopoguerra” a Gaza. Secondo Smotrich è necessario smantellare il Centro per poter rimuovere rappresentanti di paesi “come l’Egitto e il Regno Unito,” “che sono ostili a Israele e minano la sua sicurezza.” Smotrich, come sempre è tra le voci che esplicitano in modo più chiaro le ambizioni coloniali di Israele: “Gaza è nostra, e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro” — anche di chi ora ci vive, in qualche modo. Per questo, bisognerebbe “imporre il governo militare” sugli abitanti della Striscia. (the Times of Israel)
L’Europa sceglie di subire
Di fronte alle rinnovate pressioni di Trump, che minaccia dazi contro i paesi che hanno inviato qualche soldato in Groenlandia nel contesto dell’esercitazione Arctic Endurance, gli stati europei hanno avuto una prima reazione di difesa della propria dignità. Macron ha chiesto all’Unione europeo di attivare il famigerato lo Strumento Anti-coercizione comunitario. Lo strumento prevede diverse misure commerciali espressamente punitive — dalle restrizioni sugli investimenti all’accesso agli appalti pubblici. Macron, insieme ai leader di Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Norvegia, Paesi bassi, Regno Unito e Svezia, ha firmato una dichiarazione congiunta, dicendo che “in qualità di membri della NATO, ci impegnamo a rafforzare la sicurezza artica come interesse transatlantico condiviso,” ma precisando che l’operazione Arctic Endurance “non rappresenta una minaccia per nessuno.” “Le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente. Continueremo a essere uniti e coordinati nella nostra risposta.” (POLITICO / Governo della Svezia) Questo spirito si è spento molto in fretta, però: durante una riunione urgente tenuta a Bruxelles, gli stati europei hanno deciso di non attivare lo Strumento Anti-coercizione (ACI), per dare la priorità a “dialogo e diplomazia.” Lo Strumento Anti-coercizione, che finora non è mai stato usato, era tra le opzioni presentate dalla Commissione europea agli stati membri. Gli ambasciatori ne avrebbero parlato, secondo una fonte diplomatica di Euronews, ma alla fine non avrebbero votato, a favore o contro, nessuna soluzione. L’Unione europea ha anche pronto il famigerato pacchetto di ritorsioni da 93 miliardi di euro, stilato nel pieno della guerra commerciale dello scorso anno — anche questo, per ora, rimane nel cassetto, inutilizzato. António Costa ha convocato un vertice straordinario dei leader dell’UE, che si terrà a stretto giro — forse già questo giovedì — per valutare quali possono essere i prossimi passi dell’UE. (Euronews) Mentre l’Unione europea si preoccupava di evitare l’escalation, Donald Trump si fermava a un passo dal dichiarare guerra. In una lettera inviata al Primo ministro norvegese Ghar Støre e vista da Bloomberg, il presidente statunitense minaccia: “Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace nonostante io abbia fermato PIÙ di 8 guerre, non mi sento più in obbligo di pensare esclusivamente alla Pace.” Ghar Støre ha commentato il retroscena a dir poco esasperato: “Per quanto riguarda il Premio Nobel per la Pace, l’ho spiegato più volte e chiaramente a Trump, ed è cosa ben nota: il Comitato Nobel è indipendente, e non è il governo norvegese ad assegnare il premio.” Ad un certo punto, nella lettera Trump scrive: “La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un ‘diritto di proprietà?’ Non ci sono documenti scritti, è solo che una barca è approdata lì centinaia di anni fa,” “ma anche noi avevamo barche che approdavano lì.” (Bloomberg) Su Euractiv, Thomas Moller-Nielsen scrive quello che è sotto gli occhi di tutti: l’UE dovrebbe assolutamente attivare l’ACI — e anzi, probabilmente è già tardi. Tobias Gehrke, del think tank European Council on Foreign Relations commenta seccamente: “È un test politico. Se l'Europa non dovesse riuscire a dare subito una risposta forte, dimostrerebbe ancora una volta a Washington che i costi per l’acquisizione della Groenlandia sono limitati e gestibili.” L’ex funzionario della Commissione europea Ignacio García Bercero aggiunge: “Se l’ACI non viene usato in circostanze come questa, non verrà mai usato.” (Euractiv)
La corsa verso lo stato di polizia
Ogni mattina a Roma, quando sorge il sole, Matteo Piantedosi si sveglia e sa che dovrà correre verso lo stato di polizia piú veloce di Matteo Salvini per non essere ucciso. Il nuovo “pacchetto sicurezza” prevede non solo misure drastiche e arbitrarie per soffocare le proteste, ma anche per zittire le persone di origine straniera in Italia e per mettere in prigione i bambini — dai 12 anni in su. Nel frattempo, la crisi diplomatica sulla Groenlandia si è trasformata in una vera e propria guerra commerciale, da cui l’Italia spera di rimanere fuori con un comportamento duplice, assecondando Trump senza andare verso la rottura esplicita con gli altri stati europei. Con: Arianna Bettin, Alessandro Massone The Submarine racconta il mondo dalla parte molti. Sostieni la nostra informazione indipendente, ricevi tutti i giorni tutte le informazioni che ti servono Iscriviti gratis per 7 giorni TRASCRIZIONE Alessandro Massone: Bentornati e bentornate. Questa è la prima puntata di Trappist del 2026, che è tornato anche per il nuovo anno – cosa abbastanza sorprendente, tutto considerato, perché insomma ha avuto una lunga pausa questo podcast. Ma siamo riusciti a farlo rimettere in moto, in larga parte grazie all'impegno di Arianna Bettin, che è qui con me oggi pomeriggio. Noi stiamo registrando di pomeriggio, poi voi sentite un po' quando volete. E insieme parliamo di un paio di cose di politica italiana, una via di mezzo con la politica estera. Però ritorniamo, dopo la follia della scorsa puntata, ritorniamo nel mondo reale. Arianna Bettin: Oggi non ci sono quiz, non ci sono giochi a premi, però viviamo comunque in un meme orribile – ce lo possiamo dire – un orribile meme da cui vogliamo tutti scendere, dopo questi due mesi e settimane. Alessandro Massone: Nel 2026 non si può più uscire. Ieri vedevo un TikTok di una teoria del complotto barra semplificazione del mondo che mi piaceva tantissimo, che sostanzialmente diceva: bisogna partire dal presupposto che tutte le persone con cui si interagisce – compresi i capi di governo, i capi di Stato, i ministri – oggi tutti hanno l'età mentale di un dodicenne. Per cui tu devi partire dal presupposto che il mondo funziona come se tutti avessero 12 anni. Arianna Bettin: Sì, dei dodicenni che maneggiano anche delle armi piuttosto distruttive, incluse armi nucleari. Comunque ti volevo ringraziare – troppa grazia – questo podcast è ripartito grazie allo sforzo, che poi è una staffetta, perché siamo partiti in tre ma di solito ci turniamo con Stefano Colombo e il qui presente Alessandro Massone. E cerchiamo di farci largo in questa realtà in rapidissima accelerazione, per cui non siamo riusciti… ci sarebbe così tanta roba di cui parlare che abbiamo fatto un po' fatica anche a scegliere. E abbiamo fatto una selezione il cui filo comune, anche con ciò che rimane fuori, è una certa nuance, una certa voglia di fascismo che sta risorgendo nel mondo, inclusivamente. Alessandro Massone: Sì, l'avete iniziato col piede sul generatore. Arianna Bettin: Esatto, del fascismo. Tanto in Italia quanto all'estero. Ma adesso ne parliamo subito, iniziamo dall'Italia – che dici, Ale? Alessandro Massone: Sì, per forza. Iniziamo dall'Italia. Vuoi introdurre tu l'argomento? Arianna Bettin: Sì, perché siamo diciamo appunto – siccome non voleva rimanere troppo indietro – il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, vedendo quello che succedeva tanto al di là dell'oceano quanto al di qua, dalle parti diciamo di Teheran, ha detto: è il momento di un nuovo stupendo pacchetto sicurezza. Bis, in realtà, perché già – oddio – ce ne sono stati diversi. Questo ennesimo pacchetto, un decreto-legge e un disegno di legge, introduce e rafforza una politica estremamente repressiva del governo, preoccupante da tanti punti di vista: sia per quello che riguarda il concetto di sicurezza pubblica, ma anche la gestione dei flussi migratori, della protezione internazionale – nella sua declinazione di estrema destra – e che cosa possono fare e non possono fare le forze di polizia, con quale libertà. È particolarmente preoccupante – io partirei da qui, perché comunque è un capitolo che tocca la carne viva anche della nostra Costituzione – il diritto a manifestare, che viene attaccato frontalmente con questo decreto. Già con il DDL Sicurezza era stato pesantemente toccato, in termini che qualcuno ha definito anche più accaniti che durante il fascismo con il Codice Rocco. E con questo nuovo pacchetto si introducono misure come la libertà di effettuare delle perquisizioni straordinarie, anche preventive, prima che i manifestanti arrivino in manifestazione, qualora ci fosse il sospetto di dover tutelare in qualche modo la sicurezza pubblica. Quello che mi preoccupa di più personalmente è anche il fatto che si penalizzi di fatto – con una sanzione che va da 3.500 a 20.000 euro – le cosiddette manifestazioni non autorizzate. Forse lo sapete, forse non lo sapete: le manifestazioni di per sé non vengono autorizzate, vengono comunicate alla Questura. Ma non c'è alcun tipo di autorizzazione di sorta: è una comunicazione formale, perché la Costituzione garantisce che ci si possa ritrovare ed esprimere liberamente la propria opinione. Quindi non ci dovrebbe essere una sanzione di sorta se si manca di comunicare alle autorità percorso e modalità di una manifestazione. E poi si prevede di richiedere a persone che intendono partecipare alla manifestazione – per coloro su cui pende una denuncia, nemmeno una condanna, ma una denuncia per reati commessi durante le manifestazioni, che sappiamo essere spesso e volentieri un "chi piglio piglio" e basta un niente per ritrovarsi con una denuncia, anche spesso senza aver commesso chissà quale infrazione – e quindi di fatto il nostro ministro intende escludere addirittura l'accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane per coloro che hanno una denuncia pendente. Questa come prima nota. Alessandro Massone: Secondo me, di tutte – ce ne sono veramente tante di nuove multe e sanzioni previste per chi manifesta – quella che io ho trovato di tutte la più da brividi è quella per gli slogan e le grida dette durante le manifestazioni, che vengono definite come sediziose. Perché è completamente arbitrario, nel senso che ovviamente la legge non potrà avere una lista degli slogan sediziosi che non si possono dire. E quindi di caso in caso ci sarà una specie di gioco per decidere cosa vuol dire. Cioè, se passa così com'è – e non c'è motivo di pensare che non lo faccia, anche perché comunque questa è la parte in decreto-legge, per cui fondamentalmente non si può fare niente per fermarla – fare manifestazioni sediziose, appunto, intanto che si può, senza dover avere migliaia di euro in banca… perché qualsiasi cosa, se tu sei in piazza con dei cartelli o urlando degli slogan che sono contrari al governo, circa qualsiasi cosa può essere considerato sedizioso. Poi è piuttosto buffo che ne parli la forza politica che chiedeva espressamente l'impeachment del Presidente della Repubblica, che è una cosa davvero sediziosa, soprattutto in Italia. Però insomma, i tempi cambiano, mettiamola così. Arianna Bettin: Gridare "Viva l'Italia antifascista" alla Scala è considerata una manifestazione sediziosa di dissenso? Questo per esempio è esatto interrogativo. O manifestare contro la ministra Roccella durante un suo intervento a questa o quella rassegna culturale è considerato una grida sediziosa, comporterà comunque probabilmente una sanzione amministrativa? Quindi auguri anche a tutti coloro che sono impiegati nei tribunali – giudici e quant'altro – perché sarà una pioggia di ricorsi, giustamente, perché vai a dimostrare che ti hanno multato perché era sedizioso quello che stavi manifestando. E appunto si ritorna al grande tema di quale direzione stia imprimendo questo governo al Paese. Alessandro Massone: Tra l'altro è incredibile – diciamolo – tu prima hai citato giustamente l'Iran. Facciamola la menzione esplicita, sottolineando quanto è assurdo che questo decreto-legge viene presentato nel momento in cui tutta la destra sta difendendo tantissimo il diritto di manifestare di una popolazione, e non solo: si lamenta che le persone di sinistra questa volta non sono mobilitate in piazza per manifestare proprio in sostegno. E c'è questo confine un po' bizzarro di dire: no no, ma noi siamo a favore delle manifestazioni – basta che siano quelle che piacciono a noi. Arianna Bettin: Esatto, quelle che piacciono a noi, si può fare tutto. Sì, c'è questo doppio cortocircuito. Perché da una parte ci sono le manifestazioni in Iran con la carneficina che probabilmente è in corso – anche se le notizie sono così frammentate che è difficilissimo capirne la profondità e il significato – e quindi abbiamo una destra che in questo momento, ovviamente in maniera più strumentale e probabilmente anche per la sana dose di islamofobia e di razzismo che anima la nostra destra, difende il diritto di manifestare in paesi stranieri. Dall'altra parte, per quanto riguarda invece la condotta dell'ICE negli Stati Uniti, tutti pronti a dire che in fondo la gente dell'ICE che ha sparato e che ha ucciso una donna che pacificamente stava bloccando una strada – e che anzi se ne stava pure andando – ecco, sono pronti a giustificarlo con: "beh, in fondo se l'è cercata". Alessandro Massone: Ecco, proprio a proposito di questo, tra le misure del pacchetto sicurezza c'è un rafforzamento enorme dello scudo penale per le forze dell'ordine. Altre cose che arrivano, come dici giustamente tu, in un momento in cui il contesto di attualità – non storico, senza disturbare il contesto storico – il contesto di attualità è incredibile. Parlare di scudo penale in un momento in cui nello Stato tuo primo alleato c'è la polizia ribelle che spara alla gente perché fa manovra male in macchina, fondamentalmente. E anche in questo caso è un'espansione proprio veramente grande della libertà che viene data alle forze dell'ordine, perché fondamentalmente – questo invece è nel DDL, non nel decreto-legge – in pratica si prevede che il poliziotto, il carabiniere, non sia iscritto al registro delle notizie di reato praticamente per una serie di possibili giustificazioni, tra cui la legittima difesa, il fatto che stesse lavorando, la possibilità che la persona con cui stava interagendo avesse delle armi. Che però, in quanto siamo in una fase che precede il registro delle notizie di reato, non c'è stata nessuna indagine, non c'è stato nessun accertamento sul caso. Per cui è una specie di loop ricorsivo: non si possono aprire le indagini per una possibile infrazione delle forze dell'ordine perché le forze dell'ordine possono agire in questo modo, anche se non ci sono gli strumenti per sapere se hanno ragione. Un agente può dire: "Io a questa persona qua ho dato una manganellata perché quando si è messa una mano in tasca temevo che mi tirasse fuori un coltello" – e non c'è un modo per dire: "Ma quella persona lì non aveva un coltello, non è vero che si è messa una mano in tasca". Non c'è nessun modo per fare questo, perché lo scudo dovrebbe intervenire prima che scatti qualsiasi tipo di indagine. E quindi si chiude in partenza. E infatti c'è una citazione di Antigone che abbiamo segnato, che va riportata: "Le nuove norme contribuiscono a delineare una figura di agente di polizia sostanzialmente sottratto al controllo della magistratura". Perché non ci sono gli strumenti. Lo dice Antigone, fine. Quindi è vero, come dicevi appunto. Arianna Bettin: Significativo. E speriamo che sia anche un motivo – io sono ottimista – di riflessione all'interno dell'opinione pubblica: che questo venga proposto esattamente mentre risulta evidente quale sia l'esito di una totale libertà, una totale discrezione degli agenti che si sentono in questo più tutelati. Un altro paese lo abbiamo sotto gli occhi. Se maneggi una pistola e hai piena discrezionalità e piena copertura politica in tutto ciò che fai durante la tua funzione, inevitabilmente – almeno credo – la si utilizzi anche con più libertà. E questo, quando sento dire spesso e volentieri che però i poliziotti si sentono di non sentirsi abbastanza sicuri a utilizzare l'arma nel momento in cui ne hanno bisogno perché ne temono le ripercussioni: quel sentimento è giusto, è corretto, perché è quello che consente di discriminare, per lo stesso agente, quando è effettivamente necessario utilizzarla e quando no. Poi, si sta parlando di una questione ovviamente delicata, perché sono figure effettivamente esposte a pericoli, esposte a rischi, esposte a un'emotività che può anche dare luogo ad abusi. E però questo sentimento di timore di fronte all'utilizzo dell'arma dovrebbe essere considerato anche in un certo senso sano, perché appunto non possa succedere che perdi la testa di fronte a una donna che ti prende in giro e tu per tutta risposta la ammazzi a bruciapelo. Ecco. E poi c'è ovviamente un'ampia sezione dedicata al vero leitmotiv del terrorismo psicologico interno: le maranze. Alessandro Massone: Mamma mia. Arianna Bettin: Esatto. Tema che occupa pressoché in maniera quotidiana le testate, le prime pagine delle testate locali di tutto il Paese, da nord a sud. E non è tanto il fatto di attribuire delle conseguenze a comportamenti pericolosi, quanto l'età delle persone che si vanno a colpire. Perché il pacchetto sicurezza riguarda – abbassa anche – addirittura l'età per cui un minore può essere ammonito dal Questore: quindi si può iniziare, diciamo, in questo percorso dai 12 anni. E stiamo parlando di fatto di bambini. 12-13 anni sono dei ragazzini, dei bambini – io li definirei ancora bambini. Perché che dice? Che sotto i 12 anni è abbandono di minore se lasci un bambino a casa da solo? Abbandono di minore! Non è che a 12 anni sei di fronte a degli adulti. E questo sappiamo insomma che, piuttosto che – come peraltro serve, ancora Antigone – finalità pedagogica, è evidente non ha alcuna preoccupazione rispetto al fenomeno sociale che sottende la creazione di gruppi di giovanissimi che hanno comportamenti antisociali o comunque che fanno della microcriminalità. Lì si equiparano prestissimo, o quasi si equiparano, a degli adulti senza prevedere un vero approccio sociale, educativo o preventivo. Che sarebbe giusto anche per gli adulti, ma tanto più quando si parla di ragazzini. Ed è di una miopia straordinaria. Però risponde a una marea montante che spesso e volentieri appunto nasconde in realtà… Alessandro Massone: Un reflusso razzista. Arianna Bettin: Certo. Alessandro Massone: Perché qua si parla di sanzioni, di pene così aggressive – per il porto di lama superiore ai 5 cm si parla di reclusione fino a tre anni – per un bambino di 12 anni. Reclusione di tre anni, di un quarto della sua vita vissuta finora, per intenderci. Ci vuol dire fondamentalmente che si parte dal presupposto che le persone che possono essere colpite da queste sanzioni, da queste pene, sono povere e straniere. Arianna Bettin: Quando poi non è – sappiamo anche – non è un dato vero. Ci troviamo spesso e volentieri… giusto in queste ore stavo ricordando a conoscenti che a Milano qualche mese fa dei ragazzi italianissimi, appena maggiorenni, hanno ridotto in sedia a rotelle con danni permanenti un ragazzino, in 5 contro 1. Ed erano appunto tutti ragazzi italiani italianissimi, né di prima né di seconda generazione. E stiamo ignorando un problema che esiste, grosso come una casa, di cui vediamo la punta dell'iceberg: che è un malessere profondo e diffuso. E noi – il governo – si ritiene soddisfatto combinando appunto sanzioni che non sono da Paese civile, tantomeno da Paese che ha espresso Cesare Beccaria tra i suoi pensatori. Alessandro Massone: Ma poi, che cosa pensi di risolvere una volta che rimetti nella società un quindicenne che è stato tre anni in galera nella propria vita? Perché poi stiamo parlando di questo, fondamentalmente. Perché le storie sui carceri minorili purtroppo sono notizie di attualità quasi quotidiana a Milano. Che futuro ha nella società una persona che la metti già su un binario del genere a 12-13 anni? Arianna Bettin: No. Peraltro li vai a segregare in un contesto appunto in cui subiscono di tutto, quando quello di cui avrebbero probabilmente un disperato bisogno è invece di stare in società il più possibile, all'interno di contesti sicuri e di contesti soprattutto costruttivi. Proprio l'esatto opposto di quello che probabilmente, da un punto di vista pedagogico-educativo, andrebbe incentivato. Lo scenario però, purtroppo, dal punto di vista dell'opinione pubblica è che norme del genere in realtà raccolgono – non troverebbero terreno fertile se non ci fosse un'opinione pubblica che in questo momento ritiene le maranze essere il fulcro dei problemi di sicurezza dell'Italia. Alessandro Massone: L'altra metà di questa storia è ovviamente il terrorismo sull'arrivo delle persone senza documenti dall'estero, dei migranti. Ci sono numerosi interventi all'interno del disegno di legge che sono pensati – non voglio dire per fare il "blocco navale" che prometteva Meloni, perché ricordiamo che per fare il blocco navale bisogna dichiarare guerra a un paese e per fortuna non siamo ancora arrivati a quello – però per fare il blocco navale with extra steps. Nel senso che ci sono una serie di misure per bloccare fondamentalmente in modo arbitrario l'ingresso nelle acque territoriali da parte delle ONG per "minaccia all'ordine pubblico". Di nuovo, non è molto facilmente spiegabile. A un certo punto si parla anche di "pressione migratoria eccezionale" – anche questa è veramente difficile come cosa da capire, come la codifichi una volta che l'hai scritta. Uno dei problemi di questo governo, da quando è arrivato Fratelli d'Italia, è che ci sono queste leggi che sono scritte così male al punto da non funzionare circa. Qua stiamo parlando, ovviamente tra le altre cose, della possibilità di mandare i migranti in CPR gestiti da paesi terzi – in Italia, quelli in Albania. Ricordiamo il bug legale mio preferito della storia, sicuramente degli ultimi vent'anni, per cui i migranti con la precedente normativa per i CPR albanesi venivano portati in Albania e tutte le volte che facevano ricorso dovevano essere riportati in Italia per fare ricorso. E quindi c'era questo bug: che per fare ricorso dovevano essere su territorio nazionale e nessuno aveva scritto una legge per dire che potevano fare ricorso da remoto, in pratica. E quindi c'erano le navi della Marina che dovevano fare spola, perché ogni singola persona che diceva "No, il mio avvocato ha detto che voglio fare ricorso", bisognava riprenderla e riportarla indietro. Letteralmente un bug nella legge – cioè, se le leggi sono software, quello era un bug. Una delle questioni centrali è proprio l'espansione del progetto di avere CPR in paesi terzi, che ricordiamo è un po' al centro di una scommessa che il governo pensa di aver vinto con la Commissione europea e con l'Unione europea. Anche questo sarà complesso capire come andrà nei prossimi mesi, perché il Patto sulle migrazioni è stato approvato ma non è ancora applicato, bisogna vedere come verrà interpretato. Insomma, la montagna è ancora tutta da scalare: il sentiero se lo sono segnati sicuramente, ma la montagna è ancora tutta da scalare. Quindi la cosa che io trovo più raggelante – ancora di più di queste, perché queste sono tutte cose che in realtà in modo informale fondamentalmente fanno già – è quello che viene chiamato l'"articolo Shahin", che è un riferimento ovviamente a Mohammed Shahin, l'imam di Torino che è stato perseguitato per alcune dichiarazioni che ha fatto durante una manifestazione in sostegno alla causa palestinese. In cui lo Stato si prende il diritto di poter rimpatriare qualsiasi persona di origine straniera che sia ritenuta pericolosa per – aperte virgolette – l'integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato. Il che vuol dire che qualsiasi persona che in Italia è di origine straniera non può parlare in pubblico. Compendiandolo nel modo più minimo che posso: non puoi dire niente, non puoi nemmeno suggerire le tue ricette preferite, credo. Cioè, io non me la sentirei. Arianna Bettin: E anche senza esprimere chissà quale posizione, però basta avere anche un parente o qualcuno che può gravitare attorno a delle realtà che vengono considerate da un paese straniero non accettabili. O che dire – non lo so – avere delle tendenze, un orientamento sessuale particolare, per cui non puoi effettivamente esprimerti e non puoi condurre eventuali battaglie dall'estero verso il tuo Paese perché potresti compromettere le relazioni internazionali. Ci sarebbero molteplici casi in cui peraltro questa misura potrebbe anche tornare indietro come un boomerang, perché invece che compromettere le relazioni internazionali del nostro Paese può far emergere invece delle grandi contraddizioni nel tipo di governo, di assetto costituzionale che ha un determinato Stato. E il pensiero va all'Egitto con Giulio Regeni in primis, e con persone che possono in questo momento essere invise all'attuale dittatore egiziano che sono magari nel nostro Paese. Cosa facciamo? Spesso e volentieri sono persone assolutamente innocue che conducono – anche fanno attività politica, fanno attività sociale, sono all'interno delle associazioni del nostro Paese – e la loro presenza può essere un motivo di problemi con lo Stato in questione. È tutto discrezionale, come la discrezione fa da padrona in queste proposte. Nel quadro d'insieme quindi è abbastanza degradante. L'esito fondamentale di queste misure, di questa sequela di pacchetti sicurezza, ovviamente non è la sicurezza dei cittadini. Sembra una sicurezza – la sicurezza in realtà dello Stato. Uno Stato forte, uno Stato che si fa preoccupantemente sempre più autoritario, perché di sicurezza del cittadino comune qua c'è molto poco. Alessandro Massone: Certo. C'è un'altra cosa che viene messa in sicurezza, che secondo me va ricordata sempre, perché poi è una dinamica politica peculiare, senti, diciamo così: è la sicurezza del ministro, che è in un costante inseguimento su chi è più su posizioni di destra e fascistoidi con Matteo Salvini. Che in realtà sogna di poter tornare a quel dicastero, credo costantemente. Non c'è un giorno intero senza che Matteo Salvini non pensi: "Certo che io al ministero dell'Interno potrei essere più in vista, avrei un futuro politico più vero, che qua sono parcheggiato, posso dire tre o quattro cose all'anno sul Ponte sullo Stretto e poi fondamentalmente mi si dica che sono i treni in ritardo". Perché poi di base il lavoro del ministero dei Trasporti è curare i trasporti – non è un ministero emozionante da gestire, a meno che tu non sia un nerd di treni: allora potrebbe essere. Però Mattia si emozionerebbe, ma individualmente, diciamo. Arianna Bettin: Esatto. Non mi sembra che lo sia. Alessandro Massone: E quindi per Piantedosi c'è una dimensione in questi due pezzi nuovi, questi due decreti sicurezza – questo pacchetto sicurezza, che giustamente tu dicevi è il secondo, ma potremmo anche dire che è il quarto, perché ci sono anche i due del governo Conte I, quelli furono firmati da Matteo Salvini – segnano un… insomma, sono passi molto pesanti verso una struttura più autoritaria dello Stato. Ricordiamo che il Decreto Sicurezza bis è uno dei pochissimi casi in cui anche il nostro Presidente della Repubblica ha avuto un momento di tentennamento prima di firmare, perché si sollevavano dei problemi di costituzionalità che poi sono emersi ed erano effettivi, ed erano anche palesi. Vediamo come andrà questo giro. Certo che a ogni tentativo la resistenza si fa più complessa per le istituzioni che non sono d'accordo, nel senso che poi a un certo punto le leggi passano. Arianna Bettin: Credo che sia anche da affiancare a quello che si prepara con il referendum sulla separazione delle carriere, che di fatto, in realtà, è una riforma che va a sottoporre un maggior controllo – negli auspici del governo – la magistratura al di sotto del potere politico. Stiamo andando a larghi passi verso un modello – magari non verso l'autoritarismo puro, chiaramente, perché ancora per nostra fortuna abbiamo la Costituzione che fa da scudo – però verso quella democrazia illiberale un po' alla ungherese, un po' anche alla russa se vogliamo, dove si fanno elezioni, dove ci sono Duma e Parlamenti, ma in cui di fatto la tripartizione del potere è sbilanciata da parecchio. Mettiamoci dentro anche il premierato. E dove il controllo politico è pervasivo. Alessandro Massone: Ma in tutto questo – a proposito di controllo politico pervasivo e di Stato autoritario – la vera sfida per Giorgia Meloni quest'anno secondo me sarà capire qual è la propria posizione con il resto d'Europa. Perché il tema è che, se è legittimo dire da sempre che gli Stati Uniti sono una minaccia corposa per l'Unione Europea, è indubbio che in questo momento si è in un contesto di confronto che è durissimo. Insomma, non ci si può girare tanto attorno. Il tema è ovviamente – questa seconda metà di conclusione di puntata – quello della Groenlandia e di quello che può fare l'Italia in Groenlandia. Perché fondamentalmente la tematica adesso è questa: che Trump ha in mente a tutti i costi di annettere la Groenlandia. Scegliete voi il motivo. Io resto abbastanza fermo nella mia tesi che il motivo è che la proiezione del globo sulle mappe fa sembrare la Groenlandia enorme. Arianna Bettin: E quindi lui si è convinto che è gigantesca la Groenlandia, "che non è ancora nostra". Alessandro Massone: Secondo me è 100% quello. Arianna Bettin: E sembra anche vicinissima al Canada, più che altro. Alessandro Massone: Esatto. Che non è vero per niente, non è né vicinissima né così grande. È una deformazione ovviamente della sfera sul piano piatto. Ciò nonostante – insomma – quale sia il motivo, che sia per il lol o che sia serio, è evidente che Trump non lo sta più dicendo così per parlare. Lo diceva anche durante la propria prima amministrazione che voleva annettere la Groenlandia, però l'ha detto due o tre volte, tutti in Europa hanno detto "taglia, taglia"… Arianna Bettin: Aveva ancora dei consulenti attorno che cercavano di contenerlo. Stavolta invece non c'è più nessuno, i repubblicani ormai sono assolutamente hackerati dalla sua figura. Quindi briglie sciolte. Alessandro Massone: E da parte europea c'è un po' questa disperazione, perché la tesi è: Trump dice che è per la sicurezza degli Stati Uniti e del territorio della Groenlandia, per cui l'unico modo che abbiamo per fermarlo è inviando corposi aiuti militari alla Groenlandia per proteggerla. Da non si capisce esattamente cosa. Perché Russia e Cina, cioè proprio se ne stanno per affari loro. Anzi, in realtà la mancanza di tensioni sulla Groenlandia con Russia e Cina c'è proprio perché in realtà la Groenlandia non è tanto militarizzata. Perché, al contrario, se militarizzi tanto la Groenlandia, poi le tensioni arrivano dopo. Nel caso vi sembri una tesi un po' forzata, pensate soltanto a quello che è successo in Ucraina. Semplicemente non è che non abbiamo esempi contemporanei, purtroppo. Per cui, in realtà, per la sicurezza della regione è proprio importante quello: cioè è un territorio che è alleato ma che ha una presenza militare soft. Arianna Bettin: Peraltro in Groenlandia c'è già una base americana. Alessandro Massone: Sì, esatto. Arianna Bettin: C'è questo ulteriore dato: non è che non sia all'interno di un sistema in cui gli Stati Uniti già non dominano. Sono chiaramente la potenza dominante già sulla Groenlandia, dal punto di vista militare, per la NATO e per la presenza di una base militare propria statunitense. E mi piace la tua motivazione, la tua giustificazione della proiezione sulla mappa di Mercatore. E in più ci aggiungiamo l'elemento che sembra spingere l'azione di queste settimane – perché poi il problema è che sta succedendo tutto a una rapidità spaventosa – del petrolio. Della sete incredibile di petrolio di Donald Trump, che non ha fatto mistero… e ci metto il Venezuela, ovviamente. Non ha fatto mistero che l'intervento in Venezuela – sì, ok, hanno accusato Maduro di narcotraffico, ma perché lo hanno trovato uno straccio di motivazione – ma non ha fatto mistero del fatto che è stata un'azione tutta attesa ad aprire il Venezuela alle industrie del petrolio americane. E anche la Groenlandia, guarda caso, è un territorio ricchissimo di risorse del sottosuolo. Come – e secondo me sarà veramente l'ambito più pericoloso in assoluto – l'Iran. Storicamente, quando si va a toccare l'Iran si va veramente nel ventre molle delle tensioni fra sfere di influenza. Per la Groenlandia però il tema è che, se accadesse – come purtroppo accade, perché Trump in questo mandato dice e poi fa – se la Groenlandia venisse annessa, che sia comprandosi il territorio che sia in altro modo, se dovesse annettersi la Groenlandia questo segnerebbe la morte della NATO. Significherebbe un totale svuotamento: perché se già la Danimarca è dentro la NATO, la Groenlandia è già un avamposto NATO. E comunque, con la scusa della difesa, gli Stati Uniti vanno a prendersi un territorio? Vuol dire che la NATO è completamente priva di significato ormai. E rischia di essere la morte dell'Unione Europea. Alessandro Massone: Per quello che è stata fino adesso, probabilmente anche la morte dell'Unione Europea in generale. Arianna Bettin: Dicevi bene che l'Europa si presenta spaccata. C'è stato un moto di orgoglio per cui si è cercato di andare in solidarietà al governo danese e all'amministrazione groenlandese. Detto questo, io non so se succedesse qualcosa – tu come la vedi, Ale? – ma se succedesse che domani ci svegliamo tutti e ci sono delle navi americane che attraccano in Groenlandia, quale sarebbe la reazione? Alessandro Massone: Allora, quello che succede è che nell'immediato escono dalla NATO la Danimarca e il Canada. La Danimarca e il Canada non possono rimanere nella NATO se gli Stati Uniti attaccano la Groenlandia. Nel senso che: hai uno Stato alleato che conduce operazioni militari contro di te o contro un tuo alleato a confine – non ci puoi più stare. Una volta che quei due lì – che Canada e Danimarca – escono dalla NATO, Francia e Regno Unito che cosa fanno? Una volta che decidono Francia e Regno Unito, Germania, Spagna e Italia che cosa fanno? Perché poi fondamentalmente quella è la cosa. La scommessa di Trump è che fondamentalmente succede questa cosa qua: Danimarca sicuramente, probabilmente Canada, convocano una riunione della NATO, alla NATO piangono tutti, e fine. Non succede niente, in pratica. Però se non succede niente si apre una serie di scenari. Tra l'altro, uno dei motivi per cui adesso ne parliamo: perché l'Italia è uno dei paesi che ha detto che non vuole inviare soldati in Groenlandia, dicendo che è uno sforzo minimo che fa ridere. Che Crosetto ha detto proprio che è "una barzelletta", aperte virgolette, chiuse virgolette. Io sono un po' tentato di dare ragione al governo italiano sul fatto che non serva mandare soldati. Ma non dal loro punto di vista, perché loro partono da questo punto di vista, perché dicono che in realtà Trump non farà niente, per cui non serve mandare militari. Mi piace tantissimo come stiamo letteralmente raccontando i quattro mesi prima dell'invasione dell'Ucraina in parte dell'Eurasia. Arianna Bettin: No, "non accadrà niente". Si stanno ammassando unità militari al confine, "ma non hanno alcuna intenzione"… Alessandro Massone: È veramente da brividi. Detto questo, mi scappa di essere d'accordo sul non inviare soldati. Perché penso al contrario che, da parte dell'Unione Europea – e anche della NATO, anche se mi fa un po' ridere parlare della NATO contro gli Stati Uniti – però della NATO, ci dovrebbe essere proprio una posizione oltransista in merito. Perché tutti i compromessi che tu trovi portano a una serie di conseguenze sul lungo periodo che sono tutte inedite, e quindi non hai idea di che cosa succede nel futuro. Nel senso che quando nella diplomazia introduci delle dinamiche nuove non sai cosa succede a 10 anni a valle. E ci sono cose che funzionano uguali. Per quanto sia merdosa, la guerra commerciale che fa Trump è una roba che si fa da cento anni e ha una dialettica, per cui non è che succedono delle cose imprevedibili quando si conduce una guerra commerciale. Cioè, le cose che possono succedere sono quelle 4 o 5 che succedono tutte le volte che si mettono dei dazi tra uno Stato e l'altro. Un po' diverso è un caso come questo. Perché, facciamo un esempio: riesci a convincere l'amministrazione statunitense a non annettersi la Groenlandia, però ti chiede di quintuplicare la propria presenza militare. Una volta che hai una presenza militare così forte in un territorio che controlli tu – prima cosa – che cosa te ne fai dalla tua? Seconda cosa, cosa rispondi a una futura amministrazione statunitense che ti dice: "Sai una cosa? Adesso ci pagate le tasse per tutti questi soldati che ci avete mandato"? Perché poi materialmente si aprono quelle conversazioni. Viene eletto un presidente che era contrario a mandare 8.000 soldati statunitensi in Groenlandia – che poi vorrebbe dire una cosa tipo un decimo della popolazione, però soprassediamo – e a un certo punto la presidentessa, il presidente Ivanka Trump, dice: "Ok, adesso la Danimarca mi paga un pezzo del proprio budget da difesa direttamente". Arianna Bettin: Sì. E poi, dall'altra parte, appunto, nel momento in cui dovesse presentarsi questo scenario, la differenza – la linea sottile fra presenza militare e occupazione – è veramente molto labile. Soprattutto perché siamo di fronte a un Paese che conta qualche decina di migliaia di abitanti, per cui una presenza – come dicevi – percentualmente massiccia di militari stranieri, certo che dà luogo a una situazione in cui è veramente molto labile il confine rispetto a quello che possiamo chiamarla in molti modi, ma possiamo chiamarla anche un'occupazione de facto. E quello che forse dovremmo portarci tutti a casa è che questo invio – come dice la portavoce della Casa Bianca, perché purtroppo bisogna dargli atto della franchezza all'amministrazione Trump – l'invio di truppe europee "non influenzerà la decisione di Trump rispetto alla Groenlandia". E non so se la posizione italiana sia del tipo "e questo quindi tanto vale non inviare nessuno", se sia una posizione opportunistica – cioè per continuare a sembrare o comunque ad agire come amichetto preferito dell'amministrazione statunitense – o se ci sia anche una difficoltà nel gestire un'azione dell'amministrazione americana che segue delle linee ormai fuori dal nostro totale controllo. E quindi, con i matti – anche se non c'è nulla di folle in quello che stanno facendo – però cerchi di tenerteli buoni il più possibile. Noi lo dimostriamo in un modo. Mi sembra che tutta l'Unione Europea sia in fortissima difficoltà, perché su questi tre poli di tensione non riusciamo a trovare una posizione che sia per dritto, che sia solida, e che ci dia anche una dignità di junior partner. Detto questo, anche l'opinione pubblica statunitense non sembra particolarmente appassionata dell'idea di annettersi la Groenlandia, perché dai sondaggi più recenti di CNN il 75% degli americani sarebbe pure contraria. Ma in questo momento l'amministrazione Trump sta vivendo anche una fase di profondo malcontento. Credo che, a parte Nixon – con l'affare Watergate tra capo e collo – a parte Nixon, nessun presidente sia mai arrivato ai midterm con lo scarso consenso di Trump. Però Trump quindi ha la libertà di non avere un granché da perdere, a questo punto. E poi, dall'altra parte, chiaramente una grande avversione da parte dell'opinione pubblica europea e anche italiana. E in questo forse il governo si trova anche un po' in difficoltà nell'essere associato a Trump in questa fase. E come dicevi appunto, quello che sta succedendo somiglia molto all'azione russa di fatto in Ucraina. Perlomeno dopo l'annessione della Crimea, la Russia ebbe diciamo l'afflato ipocrita di convocare un finto referendum i cui quesiti erano: "Vuoi essere indipendente o vuoi essere annesso dalla Russia?" – non c'era l'ipotesi di rimanere con l'Ucraina. Qui non siamo nemmeno vicini a questa prospettiva. Dal momento che l'anno scorso – visto che se ne parla già da diverso tempo – anche l'anno scorso Trump se ne venne fuori con "vogliamo annetterci la Groenlandia", l'85% dei cittadini groenlandesi è ovviamente contrario all'annessione: vuole rimanere sotto la Danimarca, per tutta una serie di ragioni. Non escludo che il rimanente 15% – o comunque una larga fetta di quell'85% – sia per una vera e propria indipendenza della Groenlandia anche dalla Danimarca. Però sicuramente è una minoranza quella che intravede l'orizzonte statunitense. Alessandro Massone: Più che altro, attenzione, tenete conto del fatto che – a proposito di scenari completamente inesplorati, quanto dovrebbero far paura all'Unione Europea questi scenari qua – siamo sicurissimi che l'extrema ratio degli Stati Uniti non sia che alla fine la Groenlandia si può far evacuare? La Groenlandia. Cioè mandi un po' di aerei, carichi le persone, le porti via. Sono 60.000 in Groenlandia. Arianna Bettin: Possono. La popolazione è meno di una città italiana, cioè di una media città italiana. Quindi sì, è plausibilissimo. Il problema è che in questo momento è tutto molto plausibile. Tutto fin troppo plausibile. Non c'è alcuna coerenza rispetto a tutto quello che abbiamo visto in passato, specialmente nelle relazioni Stati Uniti-Unione Europea. Perlomeno stiamo provando l'ebbrezza di essere trattati periferia dell'impero – come anche probabilmente siamo dal 1945 – oggi. Ma mai nessuno ci aveva trattato di fatto come periferia pura e semplice, come una qualsiasi colonia d'oltreoceano, come abbiamo fatto noi per secoli. Non c'era mai stato… Alessandro Massone: Rapporto di vassallaggio. Il rapporto è quello lì: se mi porti delle risorse, se compri, va bene; se non mi porti delle risorse e non compri abbastanza, fondamentalmente non mi interessi. Non ho nessun interesse, non ho interesse a difenderti. Anzi, tutto sommato penso che potrei prendermi i tuoi territori e ne farei un uso migliore. Arianna Bettin: Non ci saranno risposte semplici. Alessandro Massone: Soprattutto – se mi spaventano – a dire, a proposito di questo, era l'ultima cosa che volevo chiederti oggi prima di lasciarci: come pensi che, nella situazione attuale – come vedi due cose diverse – come si parlerà di Stati Uniti da parte del centrosinistra, quindi da parte della sinistra moderata? E cosa pensi che possa fare Meloni nel breve termine? In cui la sua vita politica europea è interamente di essere la Trump Whisperer, e adesso che siamo in uno scenario in cui non l'hai più – e quindi non ha più nessun valore se non essere Presidente del Consiglio italiano – che dovrebbe? Quella è la questione. Arianna Bettin: Secondo me la sinistra moderata – al di là del fatto che forse a un certo punto mi auguro che il PD si metta una mano sul cuore e si separi in casa, cioè adesso è una separazione in casa, ma che divorzi a un certo punto dal suo fronte più atlantista, ferocemente atlantista, che si muove in maniera del tutto indipendente rispetto all'altro capo del partito – ma al di là di quello, la sinistra italiana, per tante ragioni storiche – anche quella un po' più moderata – ha sopito o meno un sentimento antiamericano molto forte. Che ovviamente di fronte a Trump viene anche giustificato, perché diciamo che tutti i peggiori incubi che l'antiamericanismo preconizzava si stanno realizzando di fronte ai nostri occhi. Cioè, quello che sta facendo Trump è utilizzare alla massima potenza un potere che lui aveva già, che gli Stati Uniti avevano già. E quello che appunto è il sentimento anti-imperialista della sinistra – e quindi anche antiamericano – tutto questo lo vedeva con una certa chiarezza, con una certa lucidità. Poi non è mai stato deciso di agirlo mai, per mille ragioni. E quindi penso che la sinistra moderata, da questo punto di vista – già si sta vedendo – non si comporterà più da sinistra moderata tout court. Detto che in questo momento siamo ai minimi storici in tutta Europa, e quindi stiamo soccombenti in questo momento. E Meloni io credo che cercherà di farsi forza dei rapporti bilaterali ottimali piuttosto aggrappandosi a Trump, e lasciando naufragare l'Unione Europea. Cioè, non credo che abbia… Mentre all'interno della NATO ci si ritrovano a pieno, proprio in virtù del fatto che ci sono gli Stati Uniti – che questa destra abbia qualsivoglia amore per l'Unione Europea mi sembra che l'abbiano dimostrato molte volte – non è successo. Se l'Unione Europea sparisse domani non piangerebbe nessuno. Quindi coltiverà il rapporto bilaterale il più possibile, in maniera molto opportunistica. Come ha già iniziato a fare, peraltro. Alessandro Massone: Scenario terribile. Arianna Bettin: Tetro. Infatti ci siamo lasciati prendere la mano, probabilmente, perché andiamo avanti da un'ora. Quasi un'ora di podcast. Alessandro Massone: Chissà quali saranno le sanzioni per fare un podcast di un'ora fra qualche mese. Presto non potremo più. Arianna Bettin: Forse siamo stati sediziosi. Alessandro Massone: Esatto. Sopra i 45 minuti sicuramente scatta qualche controllo, perché: che cos'è che hai parlato per 45 minuti di politica? Arianna Bettin: Se poi ci ascoltano ci sanzionano di certo. Alessandro Massone: Esatto, esattamente. Arianna, grazie per averci spiegato un po' i pacchetti sicurezza. E speriamo che rimangano soltanto in questo podcast e non anche nel mondo reale, anche se – come dicevamo – la vedo dura. Noi speriamo – questa puntata l'abbiamo registrata, gli sviluppi sono tali che bisogna dirlo – l'abbiamo registrata venerdì pomeriggio. Noi probabilmente la pubblichiamo tra sabato e domenica mattina. Speriamo che nel frattempo la Groenlandia non se la sia annessa nessuno. Arianna Bettin: Esatto. In realtà non ci abbia già ampiamente superati. Alessandro Massone: Esatto. Perché qua siamo veramente in difficoltà. Registri un podcast e dici: "Ah sì, ma tutto sommato poi io certe dichiarazioni di Meloni non le avrei fatte se fossi stata in lei" – perché veramente, invece che "la NATO non invade la Groenlandia", detto in Giappone su un altro fuso orario, che uno può dire una cosa del genere che stanno invadendo la Groenlandia 45 minuti dopo? No, però vabbè, non è successo. Per cui buon per lei, anche buon per tutti in realtà. Noi ci rivediamo la settimana prossima. Se volete rimanere in contatto con noi, il posto migliore per farlo è thesubmarine.it, dove trovate tutti i giorni la nostra rassegna stampa. Ci trovate anche più o meno su tutti i social: siamo su X – ancora, perché non si può non esserci – siamo su Mastodon, siamo su Instagram, siamo su Telegram. Basta cercare "thesubmarine" e ci trovate dappertutto. Nel frattempo: cercate di non invadere nessuno Stato, cercate di non organizzare manifestazioni sediziose, e cercate di stare al caldo ancora per qualche settimana, che c'è una forte influenza in giro. Grazie a tutti.
Inizia la guerra commerciale per la Groenlandia
In un lungo post su Truth Social, Donald Trump ha annunciato l’imposizione di dazi al 10% sugli stati che hanno annunciato il proprio supporto, anche militare, per la Groenlandia, contro le ambizioni di annessione forzosa da parte di Washington. I dazi dovrebbero scattare per Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Norvegia, Paesi bassi, Regno Unito e Svezia — una lista che contiene alcuni degli alleati più stretti degli Stati Uniti da decenni. Trump sostiene che gli Stati Uniti avrebbero “sostenuto economicamente la Danimarca e tutti i paesi dell’Unione europea” per molti anni e ora “dopo Secoli” (sic) “è il momento che la Danimarca ci dia qualcosa indietro,” anche perché ne dipenderebbe “la pace mondiale.” I dazi aumenteranno al 25% il primo giugno, nel caso nel frattempo la contesa non sia risolta in modo gradito agli Stati Uniti — con il “completo e totale” acquisto del territorio della Groenlandia da parte di Washington. (Truth Social) Le autorità europee sono ovviamente allarmate, ma la decisione ha agitato anche alcuni repubblicani — il dibattito attorno al potere effettivo del presidente di imporre dazi è ancora aperto, in realtà, e in merito è attesa l’opinione della Corte suprema, che dovrebbe arrivare nelle prossime settimane. Su X, Emmanuel Macron ha dichiarato: “Nessuna intimidazione o minaccia ci influenzerà, né in Ucraina, né in Groenlandia, né in nessun'altra parte del mondo quando ci troveremo di fronte a situazioni simili.” Il primo ministro svedese Kristersson ha reagito con altrettanta veemenza: “Non ci lasceremo far ricattare.” Nel Regno Unito sono arrivati commenti negativi anche dall’opposizione a Starmer, da parte di politici normalmente alleati ferrei di Trump, come Nigel Farage. (the New York Times / X) Nella lista dei paesi sotto nuovi dazi, avrete notato, non c’è l’Italia, grazie al comportamento duplice del governo Meloni, che ha sempre minimizzato la possibilità di un intervento militare statunitense in Groenlandia, senza però rompere le file con gli altri stati europei. Il senatore leghista Borghi ha dichiarato che avrebbe “festeggiato” per i dazi contro Francia e Germania. In una risposta a Borghi, Crosetto sospira: “Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell’indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali.” In un post a parte, Crosetto commenta senza prendere posizione, invitando a “provare a ragionare”: “Potrebbe sembrare un’impresa disperata quando si è circondati da persone o nazioni (alleate da 76 anni) che si comportano più da tifosi di squadre avversarie che da alleati uniti da comuni valori, ma è doveroso farlo.” Angelo Bonelli (AVS) spiega in poche parole: “L’esenzione dell'Italia dai dazi è il segno di una sovranità limitata, di un paese trattato come il 51esimo stato degli Usa, silente di fronte a una prepotenza che calpesta il diritto internazionale e la dignità dell'Europa. Questa non è diplomazia, è estorsione: paghi finché non cedi.” (X / Domani) In realtà anche l’Italia è coinvolta nella guerra commerciale, che a Borghi piaccia o meno: in risposta ai nuovi dazi, il Parlamento europeo non intende procedere alla ratifica dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti firmato da von der Leyen lo scorso luglio — quando la Commissione aveva deciso di digerire dazi al 15% come se fossero una vittoria. Il presidente del PPE Weber sottolinea che il partito sarebbe a favore dell’accordo, ma che i nuovi dazi rendono “impossibile” approvarlo. La vicepresidente al commercio di S&D, Kathleen Van Brempt, è ancora più netta: “È semplicemente scandaloso che Donald Trump stia usando tariffe e minacce economiche per imporre una rivendicazione territoriale illegittima.” (POLITICO) Nel frattempo, migliaia di groenlandesi hanno partecipato a una grande protesta a Nuuk contro Donald Trump e le ambizioni statunitensi di annessioni del loro territorio. I manifestanti hanno scandito slogan ripetendo che “la Groenlandia non è in vendita.” Il corteo è arrivato fino al consolato statunitense — l’annuncio dei nuovi dazi di Trump è arrivato proprio in quel momento. Secondo gli osservatori, si tratta della più grande protesta mai organizzata in Groenlandia: è sceso in strada quasi un quarto della popolazione totale di Nuuk. (Euronews)
L’associazione a delinquere per Gaza
Dopo giorni di mezzi annunci, ora c’è ufficialmente la lista dei membri del Consiglio di pace formato dalla Casa bianca per sovrintendere ricostruzione e governo della Striscia di Gaza. Il Consiglio è presieduto da Trump stesso, e ne fanno parte Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner, Tony Blair, il miliardario Marc Rowan, il presidente della Banca mondiale Ajay Banga e il consulente politico Robert Gabriel. Come anticipato nei giorni scorsi, è previsto un ruolo di particolare rilievo per Nikolaj Mladenov, ex Coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace nel Sud ovest asiatico, che è nominato “Alto rappresentante” di Gaza, e si occuperà di fare da contatto tra Consiglio di pace e governo tecnico della Striscia. Il maggior generale Jasper Jeffers si occuperà del commando della Forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe sostituire IDF e Hamas nella Striscia — ma che al momento non esiste ancora. Venerdì si è tenuta la prima riunione del futuro governo tecnico di Gaza, che si dovrà confrontare immediatamente con la necessità di ricostruire la Striscia. (Casa bianca / X) In un’intervista con Al–Araby Al–Jadeed, il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che l’annuncio statunitense della fase 2 degli accordi di Sharm dovrebbe tradursi in “passi concreti” per mettere in pratica le parti della fase 1 del piano di “pace” che finora le autorità israeliane non hanno rispettato. Qassem sottolinea che Hamas ha rispettato i propri impegni, a partire da quelli sugli scambi di prigionieri — sono stati recuperati tutti i prigionieri, compresi quelli morti durante l’aggressione di Gaza, tranne uno, che resta inaccessibile, in qualche punto sommerso di macerie. Qassem ha ripetuto che Hamas è pronto a consegnare la gestione della Striscia al Comitato tecnico che dovrebbe diventare l’organo di governo locale, ed è pronto ad avviare un dialogo nazionale che porti al proprio disarmo. Qassem ha indicato in modo positivo il fatto che Steve Witkoff abbia dichiarato che uno di questi passaggi deve essere la riapertura del valico di Rafah, che è chiuso da quando le IDF hanno preso il controllo della zona, nel maggio 2024. Da parte sua, Witkoff sostiene che si arriverà al disarmo di Hamas — sul quale Trump continua a fare post a dir poco minacciosi. (the New Arab / Egypt Today / the Guardian) Nelle scorse ore, a Gaza, è morto un altro bambino di freddo: una neonata è morta di freddo a Khan Yunis — contemporaneamente, le IDF continuano i propri attacchi, sì di intensità minore rispetto a prima degli accordi, ma comunque in infrazione dei termini del cessate il fuoco. Un report di Ultra Palestine sottolinea che le condizioni invernali rendono sempre più pericoloso vivere in case pericolanti, come sono costretti a fare molti sfollati. Nelle scorse settimane si sono registrati diversi incidenti di case che sono crollate, uccidendo o ferendo le persone che avevano cercato un riparo migliore delle tende lise, che sono l’unica alternativa per gran parte della popolazione locale. (Ultra Palestine)
Gli Stati taglieggiatori d’America
Mercoledì un funzionario statunitense ha confermato a Semafor che gli Stati Uniti avevano completato la prima vendita di petrolio venezuelano, parte dell’accordo da 2 miliardi raggiunto con Caracas dopo il rapimento di Maduro. Secondo il retroscena, la vendita ha fruttato attorno ai 500 milioni di dollari, e i fondi erano stati versati su conti bancari controllati dagli Stati Uniti dislocati in Qatar, una locazione sufficientemente “neutrale” per cui Washington ritiene che i fondi non rischino di essere congelati. Giovedì, i fondi di quella vendita sono stati trasferiti a 5 banche private venezuelane, tramite la Banca centrale del Venezuela: lo rivela Bitácora Económica, citando una fonte “non ufficiale.” In quelle 24 ore ore, però, è successo qualcosa: la cifra da ripartire tra i 5 istituti bancari infatti sarebbe di 330 milioni di dollari — ci sono 170 milioni di dollari che sono spariti, con ogni probabilità trattenuti dal governo statunitense nel contesto della vendita. Parlando in Parlamento, la presidente protempore Delcy Rodríguez ha annunciato che le risorse raccolte dalla vendita con gli Stati Uniti verranno poste in due fondi sovrani, uno dedicato a servizi pubblici e programmi di welfare, e uno dedicato a costruzione e manutenzione servizi e infrastrutture pubbliche. Rodríguez ha promesso che verrà creata una piattaforma digitale per garantire che questi soldi vengano spesi in modo trasparente. (Semafor / Reuters / Bitácora Económica / X) In Parlamento Rodríguez ha anche annunciato una proposta di riforma della legge sugli idrocarburi, per facilitare l’ingresso delle aziende statunitensi nel settore. La legge attuale prevede che i partner stranieri operino con la statale PDVSA, che deve sempre mantenere una quota di maggioranza — non è chiaro come Rodríguez prevede di riformare la norma, ma ha detto espressamente che la necessità è di “incorporare flussi di investimento” in settori “in cui non è mai stato fatto alcun investimento.” Rodríguez ha rivendicato che, andrebbe Washington “sulle proprie gambe,” e non “trascinata lì.” La situazione resta a dir poco conflittuale: nelle scorse ore l’esercito statunitense ha condotto un altro attacco contro una petroliera del Venezuela. È la sesta petroliera di greggio che viene “sequestrata” da Washington. (Reuters / the Guardian) Giovedì Donald Trump ha incontrato alla Casa bianca María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana. Non è un segreto che le speranze politiche di Machado siano state “bruciate” dal suo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace — Machado ha donato la propria medaglia al presidente statunitense, nella speranza di tornare nelle sue simpatie, ma bisognerà vedere se Trump si può accontentare di un premio Nobel usato. Il Nobel Peace Center ha pubblicato un post su X commentando trasversalmente la notizia: “Una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di un premio Nobel per la pace no.” (Casa bianca / CNN / X)
La fase 2 del cessate il fuoco ammazzabambini
Steve Witkoff ha annunciato su X “il lancio della fase 2” del piano di Trump per mettere fine al conflitto a Gaza. Witkoff riporta: “La fase 2 istituisce un’amministrazione palestinese tecnica transitoria a Gaza, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, e avvia la completa smilitarizzazione e ricostruzione di Gaza, in primo luogo il disarmo di tutto il personale non autorizzato.” “Gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi, incluso l'immediato ritorno dell'ultimo ostaggio deceduto. In caso contrario, le conseguenze saranno gravi.” Witkoff ha celebrato il successo della fase 1, che in realtà non è mai stata applicata completamente, e durante la quale le IDF hanno continuato a uccidere impunemente e a espandere il proprio controllo della Striscia. Nelle scorse ore le fazioni palestinesi hanno annunciato ufficialmente il proprio sostegno al Comitato nazionale, chiedendo che si crei un “clima adeguato” perché possa assumere “immediatamente” i propri compiti. Nel testo firmato dalle fazioni palestinesi si chiede al Consiglio di pace — ancora da annunciare — e ai mediatori di fare pressione su Israele per fermare l’offensiva che non si è mai davvero arrestata, e di riaprire tutti i valichi, in modo da far entrare aiuti umanitari in tutte le aree di Gaza. Le fazioni ricordano che nella fase 2 era previsto il ritiro totale delle IDF dalle Striscia di Gaza — sostituite da una forza di peacekeeping internazionale. Nell’annuncio di Witkoff del ritiro delle IDF non se ne parla. (X / Ultra Palestine) Maha Hussaini, scrivendo da Gaza città, descrive la situazione nella Striscia come un “genocidio lento,” con morti e sfollamenti che continuano indisturbati. Secondo i dati del ministero della Sanità palestinese, a novembre erano ancora indisponibili il 56% dei farmaci essenziali, il 68% dei consumabili medici e il 67% delle forniture di laboratorio. In tutta la Striscia c’è una carenza del 70% di farmaci oncologici e antidolorifici — ma è come se non ce ne fossero: “Il restante 30% è quasi sempre inutile, perché se un paziente oncologico ha bisogno di tre tipi di farmaci, di solito ne sono disponibili solo uno o due, mentre gli altri mancano,” spiega Muhammad Abunada, direttore del Centro oncologico di Gaza. Nel frattempo, l’inverno continua senza soluzioni di riparo per i quasi 2 milioni di sfollati. Nelle scorse settimane sono morti di freddo almeno 31 persone, tra cui 19 bambine e bambini. (Middle East Eye) La realtà è sostanzialmente opposta allo scenario vantato da Witkoff e dai media allineati a Washington: al contrario, il cessate il fuoco si sta progressivamente sgretolando, con attacchi sempre più frequenti e violenti da parte delle IDF: solo nella scorsa settimana le Nazioni Unite hanno contato 300 aggressioni contro i civili che hanno causato morti, in un aumento netto rispetto alle settimane precedenti. Secondo i dati aggregati dall’UNICEF dall’inizio del “cessate il fuoco” sono stati uccisi nella Striscia di Gaza più di 100 bambini — “più o meno uno al giorno dall’inizio del cessate il fuoco,” commenta il portavoce UNICEF James Elder. Quando i media statunitensi scrivono che la tregua “ha tenuto” quello che intendono dire è che non ci sono stati attacchi contro le IDF, nonostante le molte e quotidiani infrazioni dell’esercito israeliano. (Nazioni Unite / Middle East Monitor / the New York Times) Nel frattempo, sarebbero stati inviati gli inviti formali ai “leader mondiali” che dovrebbero andare a comporre il Consiglio di pace preposto alla tenuta degli accordi di Sharm. Trump sarebbe stato personalmente coinvolto nella selezione degli invitati, e ci sarebbe stata un’ottima risposta da parte di tutti i contattati. Il Consiglio di pace dovrebbe supervisionare il Comitato nazionale tecnico formato dalle fazioni palestinesi, sostanzialmente rimuovendo il controllo diretto della Striscia non solo da Hamas, ma anche dall’Autorità palestinese. Il comitato esecutivo del Consiglio di pace dovrebbe essere presieduto da Nikolaj Mladenov, ex Coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace nel Sud ovest asiatico. E sì, nel Consiglio ci sarà anche Tony Blair. (the Times of Israel)
Cosa vuole fare l’Occidente in Iran
Dopo giorni di incertezza, Trump è tornato ad aumentare di nuovo le tensioni contro l’Iran. Il presidente statunitense scrive, su Truth Social: “Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE - PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Salvate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo.” “Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l'insensata uccisione dei manifestanti NON cesserà. GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO. MIGA!!!” MIGA, ovviamente, è Make Iran Great Again. Il presidente — e nessuno dello staff della Casa bianca, su altri media — non ha chiarito cosa intende per “aiuti,” ma ovviamente si sta parlando di una aggressione contro la leadership iraniana. L’Iran ha accusato Trump di incoraggiare la destabilizzazione politica e di incitare alla violenza. L’ambasciatore iraniano all’ONU Amir-Saeid Iravani ha scritto al Consiglio di Sicurezza che Trump minaccia la sovranità e la sicurezza del paese, e che, insieme al “regime israeliano” ha “una responsabilità legale diretta e innegabile per la conseguente perdita di vite civili innocenti, in particolare tra i giovani.” (Truth Social / Reuters) L’ex Primo ministro del Qatar Hamad bin Jassim bin Jaber al Thani ha consigliato gli Stati Uniti di evitare l’escalation militare contro l’Iran, dicendo che porterà inevitabilmente a una maggiore instabilità regionale. Secondo l’ex Primo ministro un’azione di questo tipo sarebbe “contro gli interessi degli Stati Uniti,” e chiede agli stati del Golfo di “persuadere l’America” perché entri “in negoziati seri ma brevi.” “Siamo in disaccordo con l’Iran su molti fronti, ma il dialogo è il mondo per risolvere questi disaccordi.” (X) L’operazione di pressione della diplomazia iraniana sui paesi europei è andata molto male: diversi leader politici hanno intensificato le richieste di nuove sanzioni UE contro l’Iran — il contrario di quello che serve, come scrivevamo ieri. La presidente del Parlamento europeo Metsola ha dichiarato che “l’Europa deve agire, e in fretta.” L’inasprimento della posizione comunitaria è sostenuto fortemente anche dal cancelliere tedesco Merz: la Commissione europea sta valutando opzioni, tra cui la designazione dei Guardiani della Rivoluzione come organizzazione terroristica — un obiettivo di vecchia data di Netanyahu. Metsola sostiene che non basti mostrare “sostegno e solidarietà,” ma che servano “misure” “efficaci e specifiche,” “per essere certi di colpire i responsabili, a livello politico, militare e giudiziario.” (POLITICO / X) Nonostante le minacce di Trump e Unione europea, le autorità iraniane hanno annunciato che procederanno con processi accelerati per le persone arrestate. Il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje'i ha fatto visita al carcere che ospita alcuni dei detenuti fermati durante le proteste per esaminare i casi — le agenzie iraniane riportano che i processi dovrebbero essere pubblici. Le autorità locali accusano i manifestanti di “atti di terrorismo,” e, in alcuni casi, di “guerra contro dio.” Tra i manifestanti è diventato un nome noto alla stampa globale Erfan Soltani, un manifestante 26enne che sarebbe stato condannato a morte. Amnesty ha pubblicato un thread su X, dicendo che la comunità internazionale deve “chiedere urgentemente alle autorità iraniane di fermare immediatamente tutte le esecuzioni,” “compresa quella di Erfan Soltani.”  (Barron’s / CBC / X)
Cosa chiedono gli iraniani all’Occidente
Sono passati più di 10 giorni da quando Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti erano già “pronti all’azione” per andare in “soccorso” ai manifestanti che protestavano per le condizioni economiche molto affaticate del paese, che hanno portato a un aumento molto alto di alimenti e beni di necessità — con il pane che già quest’estate registrava aumenti fino al 50%. Dopo giorni di minacce di interventi militari, lunedì Trump ha fatto la prima mossa vera, annunciando ulteriori dazi — al 25% — per tutti i paesi che “fanno business” con l’Iran. Mentre scriviamo l’annuncio non è ancora stato corredato da nessuna documentazione ufficiale sul sito della Casa bianca, e non è nemmeno chiaro quali sarebbe l’autorità legale degli Stati Uniti di imporre i dazi. Le autorità cinesi hanno criticato la decisione, parlando di “sanzioni unilaterali e illecite,” ricordando come “le guerre commerciali non hanno vincitori, e coercizione e pressione non risolvono i problemi.”  (the New York Times / Iran International / the Guardian) L’annuncio di Trump ha seguito di poche ore la circolazione diffusa di un video di qualche giorno fa, che mostrava numerosi sacchi neri disposti fuori dal magazzino di un obitorio — dimostrazione plastica di come durante le proteste di questi giorni sono state uccise molte persone, al punto che la struttura non aveva più spazio dove disporli se non in strada. In un’operazione di comunicazione che ricorda quelle del loro storico avversario, le autorità di Teheran hanno invitato gli ambasciatori europei per mostrargli un video che ritrae “manifestanti” armati che sparano durante le proteste, chiedendo loro di “ritirare le dichiarazioni ufficiali dei loro governi in sostegno dei manifestanti,” e di trasmettere i video ai rispettivi ministeri degli Esteri. Secondo le autorità di Teheran il supporto dall’estero alle manifestazioni costituisce una “ingerenza inaccettabile” sulla propria politica interna. (NBC News / CNN / X / Anadolu) Nelle scorse ore si è accodato a queste dichiarazioni anche il presidente ucraino Zelenskyj, che ha pubblicato su X una dichiarazione in lingua persiana, scrivendo che le proteste in Iran sono “un chiaro segno che la vita non sarà più facile per la Russia,” e che “ogni persona di buon senso sulla Terra desidera fortemente che il popolo iraniano abbia finalmente la fortuna di liberarsi dal regime locale, che ha causato molti mali, anche all’Ucraina.” “Ogni leader, ogni paese, ogni organizzazione internazionale deve impegnarsi ad aiutare la popolazione e eliminare i responsabili [enfasi nostra] di ciò che l’Iran è purtroppo diventato.” (X) Ma cosa possono fare effettivamente gli Stati Uniti e gli stati legati a Washington? Trump ha davanti a sé diverse opzioni, tra cui sì, anche quelle militari. Ma cosa chiedono davvero i cittadini iraniani alle autorità che, dall’estero, vogliono aiutarli? Secondo gli esperti di un panel organizzato dal Quincy Institute for Responsible Statecraft la domanda principale non è un intervento esterno, piuttosto il sollevare le sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno danneggiato in modo drastico l’economia del paese. Secondo l’esperto Mohammad Ali Shabani le sanzioni statunitensi finora hanno avuto l’effetto opposto a quello desiderato, perché sono state così dure da aver indebolito in modo irreparabile la borghesia iraniana, limitando qualsiasi possibilità di un cambiamento “organico” nel paese. Vali Nasr sottolinea che anche le attuali proteste non hanno organizzazioni e richieste specifiche, e per questo sono difficili da mantenere nel lungo periodo — ma questo non vuol dire, sottolinea Ellie Geranmayeh, che in Iran non ci sia una società civile attiva. Merita una citazione diretta l’ultimo comunicato del sindacato dei lavoratori impiegati nei mezzi pubblici a Teheran, che scrive: “Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all'interno del governo, ma piuttosto attraverso l'unità, la solidarietà e la creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli interessi delle classi dominanti.” “Il sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di governi esteri, inclusi Stati Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la continuazione della violenza e della repressione da parte del governo.” “Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai diritti del popolo iraniano.” (the New Arab / Middle East Eye / Telegram)
La normalizzazione dell’aggressione
A più di una settimana dall’aggressione del Venezuela, con il rapimento di Nicolás Maduro, il nuovo tono iper-aggressivo di Donald Trump rischia di diventare, semplicemente, la nuova normalità della politica estera negli Stati Uniti. Il presidente statunitense ha minacciato di nuovo Cuba, vantando su Truth Social di aver ucciso i cittadini cubani che lavoravano nella sicurezza di Caracas, e minacciando che ora “a Cuba non andrà più petrolio e soldi — zero!” “Vi consiglio fortemente di trovare un accordo, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI,” ha scritto Trump tutto in maiuscolo. Parlando dall’Air Force One, Trump ha dichiarato che la sua amministrazione stava “parlando con Cuba,” e che “scopriremo presto” a che accordo potrebbero arrivare. Da Cuba, Migel Díaz-Canel ha pubblicato un breve thread su X in cui accusa: “Quelli che oggi si sfogano istericamente contro la nostra nazione lo fanno perché sono infuriati per la decisione legittima del nostro popolo di scegliere il proprio modello politico.” Sempre dal suo jet, Trump ha dichiarato di aver parlato con “i leader dell’Iran” per tornare a parlare di un accordo per il nucleare iraniano, e che funzionari statunitensi potrebbero incontrarsi con i colleghi iraniani per discuterne. Trump ha riportato che “l’esercito sta valutando” quali opzioni ha contro il paese — nei giorni scorsi la posizione statunitense sulle proteste in Iran non poteva essere più dura: un retroscena del Wall Street Journal riporta che l’amministrazione Trump II ha considerato attacchi militari, cibernetici, e ulteriori sanzioni contro il paese nel caso continuassero ad arrivare notizie della repressione delle proteste. (Truth Social / X / Reuters / the Wall Street Journal) Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha dichiarato che nei giorni scorsi le proteste contro il governo sono “diventate violente e sanguinarie per dare una scusa” a Trump, perché intervenisse militarmente. Secondo Araghchi ora la situazione però è “sotto controllo.” Lo scenario di un incontro con funzionari statunitensi non sembra essere una cosa inventata su due piedi da Trump: il 9 il ministro ha accorciato la propria visita a Beirut, probabilmente proprio per seguire gli sviluppi della crisi da vicino. La stragrande maggioranza della popolazione iraniana, nel frattempo, continua a essere tagliata fuori dal resto del mondo: il blackout di internet continua da più di 87 ore. Cercando di placare le proteste, il presidente iraniano Pezeshkian ha dichiarato che il governo è “pronto ad ascoltare” i manifestanti, chiedendo però di limitare l’azione dei “rivoltosi” e degli “elementi terroristici.” “I rivoltosi non sono le persone che manifestano,” ha puntualizzato Pezeshkian. “Ascoltiamo i manifestanti e facciamo tutto il possibile per risolvere i loro problemi.” (Al Jazeera / X / Al Jazeera) La repressione dei cittadini statunitensi è parallela alle posizioni muscolari e aggressive all’estero: dopo l’omicidio di Renee Good a Minneapolis, le autorità federali stanno irrigidendo ulteriormente le proprie posizioni, costringendo i leader locali ad andare al confronto diretto. Molti esponenti repubblicani si sono allineati perfettamente alla ricostruzione faziosa dell’amministrazione Trump II, arrivando a fare dichiarazioni a dir poco estremiste, come il senatore Markwayne Mullin, che ha detto a CNN che effettivamente gli agenti dell’ICE hanno licenza di uccidere quando “si sentono minacciati.” Nonostante le proteste dei giorni scorsi, Trump sembra intenzionato a continuare ad applicare pressione sul Minnesota, dove dovrebbero essere inviati altre “centinaia” di agenti in queste ore. (POLITICO)
Israele minaccia una nuova aggressione di Gaza
Una delegazione di alto livello di Hamas è arrivata al Cairo per un nuovo round di colloqui per la seconda fase degli accordi di Sharm. La delegazione è affidata a Khalil al-Hayya, che guida il gruppo a Gaza. I colloqui di questi giorni riguardano la formazione del Comitato amministrativo di Gaza, composto da figure palestinesi della Striscia, incaricato di amministrare l’enclave e prepararla al lungo processo di ricostruzione. La seconda fase dovrebbe prevedere il ritiro militare israeliano, la formazione di un governo provvisorio e di una forza di sicurezza locale, fiancheggiata da una missione internazionale di peacekeeping. Hamas ha preso l’impegno di facilitare il lavoro del nuovo Comitato, ma che non ne prenderà parte — era una delle condizioni che hanno portato a siglare l’accordo con Washington. (the New Arab) Non è un segreto che la Casa bianca sia molto frustrata con il procedere lento dell’accordo: Trump voleva annunciare l’inizio della fase due prima di Natale, e si sarebbe dovuto accontentare di farlo in occasione di Davos. Sabato Marco Rubio ha sentito di nuovo Benjamin Netanyahu, anche se i contenuti della conversazione non sono noti — Rubio è tra i funzionari dell’amministrazione Trump II che i retroscena vogliono come più frustrati dall’ostruzionismo di Tel Aviv nei confronti del piano di “pace” steso dagli Stati Uniti. Nelle scorse ore anche i ministri degli Esteri di Egitto e Giordania sono tornati a fare pressione per chiedere l’implementazione completa degli accordi — quando in realtà non è in vigore nemmeno un’implementazione completa della fase 1: le truppe israeliane continuano ad allargare la propria presenza sulla Striscia, e gli attacchi sono quotidiani. (Axios / Reuters / WAFA / X) In realtà, mentre al Cairo e a Washington si lavora per stabilizzare la situazione nella Striscia, Tel Aviv ha dei piani prevedibilmente diversi: secondo un retroscena del Times of Israel, le IDF hanno preparato piani per rilanciare operazioni militari intensive a Gaza a marzo, con un’offensiva che si concentrerebbe sulla città di Gaza, per portare la “yellow line” di demarcazione del “cessate il fuoco” fino alla costa, ampliando ulteriormente il controllo israeliano sul territorio. La fonte del quotidiano è nella diplomazia araba, e si ipotizza che le autorità israeliane aspetterebbero un via libera statunitense prima di lanciare il nuovo attacco. Il retroscena è stato confermato anche dal Wall Street Journal, che sottolinea che una nuova offensiva israeliana ora sarebbe molto più facile — e presumibilmente violenta — perché le IDF non dovrebbero più preoccuparsi di non uccidere i prigionieri israeliani che nelle scorse settimane sono stati liberati; e perché ora che gran parte della popolazione nella zona vive in tende costringerla a lasciare la città dovrebbe essere più facile. (the Times of Israel / the Wall Street Journal)