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Per tutte le donne che non sanno stare al loro posto – Ermelinda libera subito!
Ieri pomeriggio, un’altra compagna è stata posta agli arresti domiciliari per via di una condanna definitiva. Si tratta di Ermelinda, compagna No Tav della prima ora, femminista e rivoluzionaria. La vicenda che la porta oggi ad essere rinchiusa nella sua casa di Bussoleno, è stata una tra le più imbarazzanti ed oltraggiose della storia del Movimento. I fatti risalgono al novembre del 2012 durante un‘iniziativa delle Donne in Movimento contro la violenza sulle donne e in occasione della visita dell’allora ministra Cancellieri. In quell’occasione una poliziotta – non una a caso, ma ci torneremo dopo – all’epoca vicequestore aggiunto presso il commissariato San Donato a Torino e spesso presente nel cantiere di Chiomonte, ha denunciato Ermelinda per averla, a detta sua, oltraggiata con frasi sessiste e offensive. Il processo, conclusosi nel febbraio 2016 con una condanna a 6 mesi e 15 giorni, era già stato di per sè una farsa: il giudice (tale Balestretti) distratto e frettoloso, aveva dato credito ai testimoni dell‘accusa (guarda caso tre sottoposti della Rolando) che, insieme alla PM, avevano denigrato le dichiarazioni dei testimoni della difesa. Rispetto alla condanna, ad Ermelinda era stato posto il beneficio della sospensione condizionale, subordinato al pagamento di 2.500 euro da devolvere al fondo assistenza per il personale della polizia di stato, cosa che lei, per coerenza, si è rifiutata di fare e per cui oggi si trova in detenzione domiciliare. Chiunque conosca anche solo un minimo Ermelinda, sa benissimo non aver mai pronunciato frasi sessiste e volgari verso una donna, neanche quelle in divisa (eh no, dare della serva ad una poliziotta che difende i grandi interessi mafiosi del Tav, non è sessista). Quello che però Erme ha sempre ben espresso durante iniziative e manifestazioni, è la rabbia giusta di un popolo e un territorio che viene costantemente violato ed abusato da un’opera inutile, dannosa e imposta. Le sue grida sono sempre state note per essere fastidiose e scomode per i “tutori dell’ordine” in valle, ma un conto è pagare il prezzo di una lotta giusta, un conto è essere condannata per frasi mai proferite e infamanti. Ma chi è e perché è saltata agli onori delle cronache Alice Rolando? Alice Rolando era la dirigente del commissariato Dora Vanchiglia di Torino, finita sotto ai riflettori dopo un’inchiesta del 2020 riguardante un’operazione antidroga gestita con metodi, per così dire, discutibili. Pare che i suoi agenti utilizzassero metodi da “far west” ad essere gentili, che comprendevano il sequestro di persona (si parla di persone chiuse in camere di sicurezza per estorcere informazioni), omissione d’atti d’ufficio, peculato, concussione, arresti con carte false e verbali taroccati. La Rolando si trovava comoda alla guida di questo circo. Chiaramente, lo scopo era quello di gonfiare il numero degli arresti. Dopo una sospensione di sei mesi dal servizio e anni sotto processo, la Rolando è stata assolta con formula piena in quanto “il fatto non sussiste” perché non ha partecipato all’operazione “sporca”. Non “mancanza di prove”, attenzione. Parole che pesano: la prima formula cancella il reato, la seconda ammette che forse il reato c’era ma che non lo si è potuto dimostrare. Per lei hanno scelto la cancellazione, per i suoi uomini invece, quelli che eseguivano i suoi ordini nel suo commissariato, le condanne ci sono state eccome e il fatto sussisteva. Dopo l’assoluzione ha commentato dicendo che “Le lungaggini e la burocrazia in questi casi, distruggono la vita delle persone”. Lo sappiamo bene, a differenza sua, che cosa vuol dire vedere la propria vita distrutta davvero. È il motivo per cui le persone come Ermelinda lottano ogni giorno per la propria terra e per la propria libertà. La criminalizzazione del dissenso è qualcosa che non è nuovo alla Rolando. La sua carriera è costruita sulla repressione delle lotte sociali e sulla costruzione di procedimenti giudiziari su dichiarazioni fragili e accuse difficilmente verificabili. Alice Rolando ha basato la sua carriera sul togliere la libertà agli altri. Il suo è un modus operandi che nulla ha a che fare con la giustizia, piuttosto con un maldestro tentativo di continuare la sua scalata. La prassi di denunciare per oltraggio o resistenza è un chiaro tentativo di “fiaccare” un movimento che sta dando troppo fastidio, un rapporto impari che viene utilizzato come arma per piegare la verità dei fatti. Questa è la giustizia della signora Rolando. Quella vera, quella di chi ha perso la libertà per delle accuse insensate, non sa che cosa sia. Questa vicenda ci apre due riflessioni. La prima è sulla credibilità delle parole delle donne. In Valsusa abbiamo visto spesso le parole delle donne essere svalutate se non finire direttamente in tribunale: se si considera a Marta, attivista No Tav pisana, trascinata nel cantiere di Chiomonte, picchiata e molestata che ha visto archiviare la sua denuncia nei confronti delle forze dell’ordine; se si pensa a Giovanna, colpita da un lacrimogeno e riportante danni permanenti, che ha dovuto anche lei assistere all’archiviazione della sua denuncia verso le forze dell’ordine; se si pensa a Dana, finita in carcere per aver parlato ad un megafono durante un’iniziativa in autostrada; se considerare a Nicoletta condannata e incarcerata per aver difeso la sua valle e non aver voluto sottostare alle imposizioni ingiuste; se si considera a tutte (e sono parecchie) le donne No Tav insultate (e qui sì, spesso epiteti sessisti), incarcerate, picchiate, svalutate, non credute; se si considerano tutte le donne che denunciano una violenza, a quali percorsi tortuosi e umilianti devono fare per poter ottenere giustizia (SE va bene); se si considera Mara Favro, i cui resti sono ritrovati solo un anno dopo la sua scomparsa l’8 marzo 2024, e per cui no, non è stata fatta giustizia; ecco, se consideriamo tutte queste cose e vediamo come una donna che veste la divisa, può dire qualsiasi cosa, anche una menzogna che viene presa come oro colato, se è funzionale alla criminalizzazione di una lotta, questo non solo ci rende ancora più furios*, ma ci dimostra come la “giustizia” si discosti sempre di più dalla realtà. La seconda riflessione, invece è rispetto alle motivazioni della decisione della detenzione domiciliare invece che dell’affidamento in prova, per un reato ridicolo e una pena appena sopra i 6 mesi. Il Questore e i Carabinieri di Susa non hanno perso occasione di sottolineare le frequentazioni e le appartenenze politiche di Ermelinda, al fine di specificarne la “pericolosità sociale”. E quindi, non solo l’avviso orale ei fogli via, vecchie condanne degli anni ’80, ma anche la passata coabitazione con Alice (con pregiudizi di polizia) in una “zona montana e periferica” e appartenente ad “un noto defunto attivista storico della Valle di Susa e componente del movimento No Tav”, l’attività svolta presso l’Osteria Popolare La Credenza – il cui titolare anch’esso gravato da pregiudizi di polizia “verosimilmente nel medesimo contesto dei cd No Tav” – e la vicinanza “a frange estreme del Movimento No Tav e che milita all’interno del Centro Sociale Askatasuna”, le sono valse il diniego di una misura detentiva più blanda. Le donne che non stanno al loro posto, hanno sempre fatto tanta paura ai sostenitori dell’opera e del modello di sviluppo marcio in cui ci troviamo. Le donne che alzano la testa e la voce sono sempre state i bersagli prediletti della vile rappresaglia del sistema capitalistico e patriarcale, lo vediamo qua, come in tutte le latitudini e lotte del mondo. L’arresto di Ermelinda ci riempie di rabbia, ma ci indica delle responsabilità. Noi siamo fiere e fieri della nostra lotta e di questa nostra compagnia, che negli anni ha sempre dimostrato cura, passione, coerenza verso il Movimento e la lotta per un mondo più giusto. Sorella, noi ti crediamo. E come fai tu, grideremo forte, perché paura non abbiamo. Come gridano le Fomne contra ‘l Tav:     Le donne No Tav si sono emancipate,     in testa ai cortei     e sulle barricate  Sicuramente non dietro una divisa. Ermelinda Libera Subito! Libertà a tutte le donne e compagne che non stanno al loro posto da notav.info
Torino: parte il festival “Altri mondi, Altri modi” malgrado le intimidazioni della Questura.
Da oggi e fino al 3 maggio, decine di appuntamenti politico-culturali organizzati da collettivi e associazioni riuniti nel percorso “Torino partigiana”, che non si lasciano intimidire dalla prescrizioni notificate dalla questura di Torino. Il festival non si ferma, ma ha dovuto allontanarsi dal luogo inizialmente previsto, ovvero a pochi metri dallo stabile sgomberato di corso Regina Margherita. Da Radio Onda d’Urto Il festival “Altri Mondi Altri Modi” si tiene in piazza Santa Giulia, comunque non lontano dalla palazzina che ospitava Askatasuna, sempre nel quartiere Vanchiglia. “Il festival partigiano” rappresenta già dalle sue precedenti edizioni, un’occasione di “incontro, confronto, socialità alternativa e si inserisce in un percorso di mobilitazione collettiva a fronte di una situazione di militarizzazione del quartiere Vanchiglia a seguito dello sgombero dell’Aska. Un momento per far rivivere il quartiere e riflettere criticamente su ciò che accade intorno a noi”, spiegano dall’organizzazione. A proposito delle prescrizioni della Questura, viene sottolineato come la decisione sia “la riprova di quanto sia necessario continuare a costruire insieme momenti come questo che vedono strettamente unite la lotta per il nostro presente, per la città che vogliamo, e la lotta contro il regime di guerra imposto. Il laboratorio di militarizzazione in cui vogliono trasformare Vanchiglia comprende anche questo aspetto: respingere iniziative di socialità e di contro-cultura. Di fronte alla postura di chi vorrebbe controllare il nostro territorio e il nostro quartiere, rilanciamo ancora di più a partecipare al Festival e a presidiare insieme Vanchiglia”. Ai nostri microfoni Martina, compagna di Askatasuna. Il programma completo del festival è disponibile cliccando qui, oppure sui canali social “Altri mondi Altri Modi”.
Palestina, colonizzazione armata e guerra permanente: uccisi ragazzi in Cisgiordania, Gaza spezzata dalla “linea gialla”
Coloni armati seminano morte nei villaggi palestinesi, aumentano violenze e sfollamenti in Cisgiordania. Nella Striscia Israele consolida l’occupazione del 53% del territorio trasformando la zona cuscinetto in frontiera militare stabile. Da Osservatorio Repressione La violenza contro i palestinesi prosegue senza tregua, tra l’espansione coloniale in Cisgiordania e la progressiva spartizione militare di Gaza. Nelle ultime ore tre nuove uccisioni hanno colpito la Cisgiordania occupata, mentre nella Striscia Israele accelera la trasformazione della cosiddetta “linea gialla” in un confine armato permanente, consolidando il controllo su oltre metà del territorio. Ad Al Mughayyir, villaggio a est di Ramallah da tempo nel mirino dei coloni, il quattordicenne Aws Al Naasan e il trentaduenne Jihad Abu Naim sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco alla testa. Testimoni indicano come responsabili gruppi di coloni provenienti dall’avamposto illegale di Or Nachman, giunti per tentare l’ennesima incursione nel villaggio. Di fronte alla reazione degli abitanti, i coloni avrebbero aperto il fuoco nei pressi della scuola locale. Aws conosceva già la violenza dell’occupazione: nel 2019 suo padre Hamdi era stato ucciso da soldati israeliani. Ora il figlio viene sepolto nello stesso ciclo di morte che attraversa intere generazioni palestinesi. Poche ore prima, nei pressi di Hebron, un altro ragazzo palestinese, Muhammad al Jaabari, 16 anni, è stato investito e ucciso da un’auto di coloni mentre andava in bicicletta. Da quanto riferito, nessuno dei passeggeri si è fermato a soccorrerlo. È morta inoltre Rajaa Bitawi, 49 anni, rimasta gravemente ferita due anni fa a Jenin da colpi sparati da militari israeliani. Con le morti di Aws e Jihad, sale ad almeno dieci il numero dei palestinesi uccisi da coloni israeliani dal 28 febbraio, data dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Mentre l’attenzione internazionale si sposta altrove, in Cisgiordania i cosiddetti “giovani delle colline” hanno intensificato raid, incendi, furti di bestiame, aggressioni armate e tentativi di espulsione delle comunità palestinesi e beduine. L’obiettivo resta sempre lo stesso: svuotare le aree rurali palestinesi per fare spazio a nuove colonie. Ad Al Mughayyir, pochi giorni prima dell’ultima incursione, coloni avevano rubato settanta pecore da un ovile del villaggio. Quando gli abitanti hanno tentato di inseguirli, sono stati respinti con spari provenienti dall’avamposto coloniale. Successivamente esercito e polizia israeliani sarebbero intervenuti per scortare il leader coloniale Amishav Malt, entrato in un altro ovile sostenendo che gli animali fossero suoi. Una tattica ormai nota: accusare i palestinesi di furto per giustificare razzie e sequestri. Un altro nome ricorrente è quello di Neria Ben Pazi, fondatore dell’avamposto di Wadi al-Siq e noto per le sue violenze. Durante l’amministrazione Biden era stato sanzionato dagli Stati Uniti, ma le misure sono poi state revocate da Donald Trump. Secondo la Commissione palestinese per la resistenza al Muro e agli Insediamenti, solo nel mese di marzo i coloni hanno compiuto 497 raid contro palestinesi e proprietà palestinesi. Dall’ottobre 2023, attacchi dell’esercito e dei coloni in Cisgiordania hanno ucciso almeno 1.149 palestinesi, ferito oltre 11.700 persone e portato a 22mila arresti. A questo quadro si aggiunge un nuovo rapporto del West Bank Protection Consortium, coordinato dal Norwegian Refugee Council, che documenta un aumento di molestie e violenze sessuali compiute da coloni e soldati israeliani nell’Area C della Cisgiordania. Secondo il dossier, oltre il 70% delle famiglie sfollate intervistate ha indicato la minaccia di abusi sessuali come fattore decisivo nella scelta di fuggire. Donne, uomini e minori sarebbero stati spogliati con la forza, umiliati e sottoposti a trattamenti degradanti. Mentre la Cisgiordania viene erosa pezzo dopo pezzo, Gaza viene ridisegnata militarmente. Israele sta trasformando la cosiddetta linea gialla, inizialmente presentata come zona cuscinetto temporanea, in una vera barriera di separazione permanente. Secondo fonti sul campo e dichiarazioni ufficiali, lungo questa linea sono state costruite decine di postazioni militari, infrastrutture difensive e offensive e una barriera terrestre estesa per chilometri. Il risultato è chiaro: consolidare una presenza militare stabile in oltre il 53% della Striscia, impedire il ritorno degli sfollati, ostacolare ogni futura ricostruzione e preparare una possibile espansione coloniale. Le aree oltre la linea gialla sono state progressivamente svuotate. Migliaia di civili vivono oggi in tende o ripari di fortuna a poche centinaia di metri dalle forze israeliane. I bombardamenti continuano nonostante il cessate il fuoco formale. Oltre 200 palestinesi sarebbero stati uccisi nelle vicinanze della linea da colpi di artiglieria e raid aerei. Una donna sfollata dal nord di Gaza, madre di cinque figli, racconta che la sua famiglia vive lì solo perché non ha alternative: ogni giorno sente spari, movimenti di mezzi militari, vede soldati in lontananza. I bambini sobbalzano a ogni rumore. Un altro residente, contadino della zona agricola orientale, spiega che la famiglia ha tentato più volte di fuggire ma il sovraffollamento altrove e l’assenza di risorse li hanno costretti a tornare. Sono intrappolati tra il fronte e il nulla. Anche nelle ultime ore la violenza non si è fermata. A Gaza milizie collaborazioniste palestinesi sostenute dall’esercito israeliano avrebbero compiuto incursioni tra Khan Yunis, Bani Suheila e Mawasi, scontrandosi con Hamas. Nelle sparatorie è stata uccisa Rasha Abu Jazar, 36 anni, incinta, mentre cucinava in una tenda. Secondo altre testimonianze sarebbe stata colpita da un drone israeliano intervenuto per coprire la ritirata dei miliziani. Il quadro complessivo è sempre più netto: in Cisgiordania avanzano colonie, violenze e sfollamenti forzati; a Gaza si consolida una nuova geografia militare fatta di muri, zone proibite e presenza armata permanente. Mentre la diplomazia continua a parlare di soluzioni future, sul terreno si costruisce un’altra realtà: quella dell’annessione, della segregazione e dell’espulsione lenta di un popolo dalla propria terra.
Shannon, uomo arrestato per il C-130: danneggiato aereo militare USA
Le denunce di Mick Wallace sull’uso militare dello scalo irlandese si intrecciano con il danneggiamento di un aereo americano: un episodio che riporta al centro il ruolo controverso di Shannon tra guerre, deportazioni e diritti umani, mettendo in discussione la neutralità di Dublino. Da Les Enfantes Terribles Le parole di Mick Wallace riaprono una ferita mai davvero rimarginata nella politica estera irlandese. Secondo l’ex eurodeputato, Dublino consente da oltre venticinque anni l’uso dell’aeroporto di Shannon come snodo operativo per l’apparato militare statunitense, una pratica che, a suo dire, trascina il paese dentro responsabilità morali pesanti, fino alla complicità indiretta in crimini di guerra. Il riferimento è esplicito ai conflitti in Asia occidentale e al ruolo di Israele, accusato da Wallace di colpire sistematicamente infrastrutture civili, ospedali e scuole, trasformando i bambini in bersagli. Le sue dichiarazioni arrivano mentre un episodio avvenuto l’11 aprile 2026 ha riportato Shannon al centro del dibattito. Un uomo, entrato illegalmente nell’area riservata dello scalo, ha raggiunto un velivolo militare statunitense, un Lockheed C-130 Hercules, e lo ha danneggiato con una piccola ascia. L’azione, compiuta in pieno giorno, ha causato danni significativi alla fusoliera e all’ala, colpendo una zona strutturalmente sensibile. L’uomo, sulla quarantina, è stato arrestato da An Garda Síochána e dovrà rispondere di danneggiamento. L’aereo, proveniente dagli Stati Uniti con scalo in Canada, era diretto a un’esercitazione militare in Polonia. L’episodio ha provocato la sospensione temporanea delle operazioni aeroportuali e ha sollevato interrogativi sulla sicurezza del sito. Ma il gesto, al di là dell’aspetto penale, si inserisce in una lunga tradizione di protesta che vede Shannon come simbolo della contraddizione irlandese tra neutralità dichiarata e cooperazione concreta con operazioni militari straniere. Negli ultimi anni lo scalo è diventato un punto nevralgico non solo per i voli militari, ma anche per operazioni controverse legate alle deportazioni gestite dall’agenzia statunitense Immigration and Customs Enforcement. Diversi voli charter, spesso classificati come semplici soste tecniche, hanno transitato per Shannon trasportando persone verso paesi terzi, in alcuni casi senza legami diretti con i deportati. Secondo organizzazioni per i diritti umani, queste pratiche violano il principio di non-refoulement, che proibisce il trasferimento di individui verso contesti di rischio, guerra o persecuzione. Il passato dello scalo pesa come un’ombra lunga. Tra il 2001 e il 2005 circa cinquanta voli legati al programma di rendition della Central Intelligence Agency hanno fatto scalo a Shannon. Un’inchiesta parlamentare del 2006 riconobbe che le autorità irlandesi si erano affidate alle rassicurazioni diplomatiche statunitensi senza effettuare controlli indipendenti. Un precedente che oggi torna a interrogare la credibilità dello Stato. Il nodo centrale resta politico. L’Irlanda rivendica una tradizione di neutralità militare, ma consente l’uso del proprio territorio come piattaforma logistica per operazioni straniere. Il governo considera questi transiti come soste tecniche, evitando obblighi di autorizzazione più stringenti. Una scelta che privilegia continuità economica e relazioni transatlantiche, ma che espone il paese a critiche crescenti. Organizzazioni come Amnesty International denunciano da tempo violazioni sistematiche nei voli di deportazione e chiedono trasparenza, registri pubblici e controlli indipendenti. Anche parte della classe politica irlandese ha iniziato a mettere in discussione lo status quo, sottolineando il rischio di una complicità silenziosa. Nel frattempo Shannon continua a funzionare come una cerniera discreta tra continenti, guerre e politiche migratorie. Nelle sue sale non è raro vedere soldati americani in attesa, mescolati ai passeggeri civili. Una normalità apparente che nasconde una realtà più complessa, fatta di scelte opache e responsabilità condivise. L’azione dell’uomo con l’ascia, per quanto isolata, ha avuto l’effetto di squarciare questa superficie. Ha trasformato una questione tecnica in un fatto politico visibile, riportando al centro la domanda che Wallace formula senza ambiguità: fino a che punto uno Stato può dirsi neutrale quando le sue infrastrutture sostengono guerre altrui.
Perquisizioni ai Carc tra Napoli e Firenze. Accuse di terrorismo e “Brigate Rosse”
All’alba del 21 aprile 2026, la Procura di Napoli ha disposto una serie di perquisizioni nei confronti di sei militanti del Partito dei CARC, tra Napoli e Firenze. Tra le persone coinvolte figurano anche dirigenti e membri della direzione nazionale del partito. Da Radio Blackout Secondo quanto riportato nel decreto di perquisizione, le ipotesi di reato formulate dalla Procura riguardano la presunta costituzione di un’organizzazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico, ai sensi dell’articolo 270-bis del codice penale. In particolare, agli indagati viene contestato di aver promosso o organizzato un’associazione che si richiamerebbe, nei contenuti e nelle finalità, all’esperienza delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate Rosse. Nel provvedimento si fa inoltre riferimento all’aggravante di aver coinvolto, nelle attività contestate, anche un minorenne. Una seconda ipotesi di reato riguarda invece l’apologia di terrorismo, richiamando gli articoli 110 e 414 del codice penale. In un comunicato diffuso dopo le perquisizioni, il Partito dei CARC contesta duramente l’impianto accusatorio, definendolo una costruzione pretestuosa. “Prima di procedere con le valutazioni politiche invitiamo gli interessati a leggere il mandato di perquisizione che riassume il teorema della Procura di Napoli, perché è istruttivo, da manuale, su come si costruisce una montatura. No, non è solo “ridicolo”, è soprattutto pretestuoso, strumentale e criminogeno, nel senso che inquadra nel novero dei reati anche condotte del tutto “normali”, come esprimere una visione politica per quanto essa possa essere, agli occhi di alcuni, scomoda, estremista e persino sbagliata. Una condotta tanto normale da essere sancita dalla Costituzione, nell’articolo 21”. Ne parliamo con Andrea del partito dei CARC, sezione Torino: A seguire il comunicato dei Carc Perquisizioni “ per terrorismo” a membri e dirigenti del P.Carc a Napoli e Firenze All’alba del 21 aprile, su disposizione del sostituto procuratore Maurizio De Marco, la Digos di Napoli ha perquisito le abitazioni di sei compagni: cinque a Napoli e uno a Firenze. Fra di loro tre membri della Direzione Nazionale del P.Carc (Paolo Babini, Igor Papaleo, Marco Coppola), militanti delle Sezioni della Federazione Campania e un giovane simpatizzante, minorenne. Sul mandato di perquisizione sono indicate le ipotesi di reato: – articolo 270 bis per aver promosso, costituito, organizzato, diretto o finanziato un’assocazione che si propone di commettere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione che si richiama all’operatività delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate rosse (con l’aggravante di aver indotto a commettere il crimine anche un minorenne); – articoli 110 e 414 per aver fatto pubblicamente apologia dei delitti di terrorismo con richiami espliciti all’operatività delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate Rosse. Al termine delle perquisizioni, per le notizie frammentarie che siamo riusciti a raccogliere, alcuni compagni sono stati portati in Questura per il rituale tentativo di interrogatorio senza avvocato e le altre tipiche forme di intimidazione che la polizia politica riserva ai più giovani militanti per spaventarli. I compagni e le compagne di Napoli stanno convergendo lì, sotto la Questura in via Medina. Con questa prima nota, oltre a diffondere la notizia delle perquisizioni, denunciamo il tentativo di colpire il P.Carc con un’evidente e provocatoria montatura giudiziaria che combina i vecchi arnesi delle procure forcaiole e anticomuniste (270 bis) con le moderne perversioni repressive tipo “reato della parola” e propaganda terroristica a mezzo social. Invitiamo le organizzazioni e i partiti del movimento comunista italiano, gli organismi operai e popolari, i movimenti e le reti sociali a prendere posizione pubblicamente contro questa manovra sporca: con le accuse di “terrorismo” contro il P.Carc le autorità giudiziarie allargano il loro attacco contro tutto il fronte delle masse popolari e della lotta contro il governo Meloni. Quanto più il loro tentativo di cade nel vuoto, tanto più la lotta contro il governo Meloni, il sistema delle Larghe Intese e le loro autorità giudiziarie si sviluppa e si rafforza.
Alta velocità in Val di Susa: un progetto che continua a dare i numeri / Parte prima: Avigliana
La passeggiata informativa organizzata dal Movimento No Tav ad Avigliana sabato 11 aprile ha dato modo di comprendere la reale consistenza del progetto in essere della linea ferroviaria alta velocità. La giornata si è focalizzata sul progetto definitivo che RFI (Rete Ferroviaria Italiana) ha presentato per il nuovo tratto ferroviario Avigliana-Rivoli-Rivalta-Orbassano. Proviamo dunque a riordinare le informazioni raccolte basandoci sui numeri che esse contengono, cominciando proprio dai tempi di percorrenza che verrebbero risparmiati relativamente a questo tratto del progetto: ben 73 secondi!  Un elemento, quello dell’ossessione per il tempo, che qui mette in evidenza nella maniera più esasperata e paradossale come nella nostra esistenza odierna prevalga una concezione che ripone un’attenzione e un’importanza primarie a velocità, frenesia e fretta senza drammaticamente considerarne gli effetti, stabilire dei limiti e valutarne le conseguenze sotto gli aspetti più disparati.  A questi 73 secondi fanno infatti da contraltare altri numeri da capogiro quali ad esempio 1 milione e 200 mila metri quadri di suolo che verrebbe occupato tra espropri definitivi e cantieri “flessibili e temporanei”. Oppure l’altezza di 8 metri delle barriere antirumore (realizzate metà in calcestruzzo e metà con altro materiale da definirsi per attenuarne il grigiore) che intuberanno la ferrovia in paese, quasi ci si vergognasse di mostrarne il risultato finale: una sorta di tubo grigio-azzurrino “vedo non vedo” calato tra lo sfondo di montagne e boschi.  Ma anche il numero di cantieri all’interno di Avigliana non è un dato da sottovalutare: un paese che per anni vedrebbe occupata praticamente ogni sua zona non edificata lungo il tragitto ferroviario e non solo, con cantieri che andrebbero dagli 8.500 ai 35 mila metri quadrati, fino ai 90 mila metri quadrati del cantiere operativo. Non sarebbero inoltre al momento quantificabili i milioni di litri di acqua drenati, deviati o di cui si perderebbero le tracce per lo scavo delle gallerie sotto falda, che partirebbero dall’estremità del paese verso Rivoli. Paiono invece quantificabili eccome i costi per il ripristino di 7 campi pozzi con cui gli scavi andrebbero a interferire e per i cui lavori SMAT ha stimato un costo di 52 milioni di euro in conferenza dei servizi: praticamente più di 770 mila euro (solo relativamente al tema acqua!) per ogni secondo di tempo risparmiato dal treno.  Resta però il fatto che il progetto, forse per compensare questi numeri impietosi, orgogliosamente prevede (però solo sulla carta) un passaggio di treni dalla stazione di Avigliana da fare quasi invidia a una metropolitana cittadina, con una frequenza di 15 minuti!  A tutto questo si aggiungono la demolizione di edifici per allargamento del sedime ferroviario, la cancellazione di sottopassi, una viabilità modificata per anni e il quadro della situazione pare evidente. Manca giusto un ultimo numero, quello relativo ai soldi. Usando l’espressione “per anni” non si vuole essere generici ma si intende proprio descrivere l’incertezza legata ai finanziamenti che dovrebbero fare avanzare l’opera. E non si tratta di sfiducia, è pura constatazione dei fatti. Potremmo, con un commento finale, sbilanciarci nel dire che in fondo 73 secondi valgono ben qualche disservizio di tipo ambientale-sociale-economico, sicuramente non secondo noi. Riportiamo di seguito gli interventi più importanti effettuati da Alberto Poggio ingegnere della commissione tecnica tav unione montana Valle di Susa, Roberto Vela ingegnere commissione tecnica tav unione montana Valle di Susa e Maurizio Piccione attivista no tav da trent’anni che inquadrano nel dettaglio gli elementi introdotti fin qui.  Per partecipare alle prossime iniziative si può seguire la pagina di Assemblea Bassa Valle, chi vuole avere notizie aggiornate si può mandare un messaggio alla pagina e così iscriversi alla mail list oppure il sito notav.info.  Introduzione alla passeggiata relativamente allo stato dell’arte del progetto TAV. Tombino del collettore fognario Smat antistante la stazione, segnalato dalle osservazioni presentate al progetto. Il tracciato ferroviario in Avigliana non comparirà più come in foto ma verrà “intubato” a mezzo di barriere antirumore alte 8 metri che arriveranno al secondo piano delle case.  Parte degli edifici da demolire per l’allargamento del sedime ferroviario e la ristrutturazione di tutto il parco merci ferroviario. Gli espropri verrebbero ad acquisire una natura anomala vista la mancanza di fondi strutturale del progetto; passati i sei mesi infatti verrebbe a decadere il principio di “pubblica utilità”, nonostante ciò l’esproprio rimarrebbe valido, con le chiare conseguenze per i proprietari.  I cantieri occuperebbero le aree abitate di Avigliana. Oltre ai disagi causati dalle modifiche alla viabilità e accessibilità a punti strategici del paese, si porrebbe il problema per cui molte delle lavorazioni dovrebbero essere effettuate in orario notturno, in interruzione di esercizio della ferrovia.  Nella foto lo spiazzo di circa 3 mila metri quadrati che servirebbe da cantiere di servizio presso la linea ferroviaria. Nel territorio di Avigliana le aree destinate a cantiere supererebbero i 90 mila metri quadrati. Proprio qui il movimento No Tav ha intenzione di installare un’area di presidio di prossima costruzione.  Altro cantiere che fungerebbe da area di stoccaggio a ridosso del cimitero: ogni luogo è utile per un cantiere.  Concetto di “cantiere flessibile”: l’appaltatore ha ampia libertà di modificare le aree di cantiere, come indicato da progetto.  Il cantiere operativo di 35 mila metri quadrati dove sbucherebbero le due gallerie provenienti dalla collina morenica: lughe 8,2 chilometri ciascuna, larghe 11 metri.  Una delle opere preliminari alla realizzazione del progetto: il canale irriguo che dovrebbe essere spostato a monte. Nel cantiere operativo avverrebbe il recupero e lo smontaggio delle frese. La “bufala” di un treno ogni 15 minuti ad Avigliana nasce nel 2008 dall’Osservatorio Torino-Lione e vorrebbe giustificare il progetto alta velocità. Essendo un’idea irrealizzabile tecnicamente ed economicamente (e che avrebbe comunque poco senso) non aumenterà il passaggio giornaliero di treni sulla linea oltre quello che la stessa esistente potrebbe arrivare a portare: 300.  La bellezza del paesaggio valsusino e la lotta per ottenere il piano B
Morte algoritmica
E’ morto domenica sera a Torino, mentre lavorava come fattorino per Deliveroo, Adnan Salah Elsayed a 32 anni. L’ennesimo omicidio sul lavoro nella guerra di classe condotta dall’alto verso il basso nel nostro paese in cui la vita dei lavoratori e delle lavoratrici è di fatto la variabile che deve essere sempre più compressa per permettere il profitto. L’agghiacciante storia di Adnan non è molto diversa da tante altre morti sul luogo di lavoro, ma solleva questioni importanti rispetto all’organizzazione del lavoro in occidente e nel nostro paese. Adnan è morto in sella alla sua bicicletta elettrica mentre tornava da una consegna a domicilio in una ripida e stretta strada della collina torinese. Non ancora chiara la dinamica, ma è sicuramente uscito di strada con uno schianto fatale. Secondo le ricostruzioni fornite dai giornali, sarebbe rimasto esanime al limitare della boscaglia dalle 18 alle 23, con la sua bicicletta sfasciata in bella vista a bordo strada. Non ci è dato sapere quante persone siano passate in quelle ore e abbiano superato la scena senza fermarsi a controllare, fatto sta che alla fine qualcuno si è accostato e ne ha scoperto il corpo. Sempre le cronache giornalistiche ci raccontano di come il lavoro da fattorino fosse un ripiego e che Adnan avesse una formazione solida e la volontà di lavorare con la fotografia. Questo è un primo dato da analizzare, nella massa di operai dell’algoritmo quanti se lo sono scelto come impiego perché flessibile e consono alle loro vite smart? Praticamente nessuno, è uno dei peggiori lavori che si possano fare, ad altissimo sfruttamento in cui il mezzo di lavoro è a carico, e la dinamica è quasi sempre a cottimo, spingendo i ritmi oltre il sopportabile dall’organismo umano. La paga è ovviamente misera e la gratificazione di girare come trottole nella metropoli in solitudine trattati come schiavi da ristoranti e pigri clienti è nulla. Qui sta il secondo punto,Adnan è morto perché doveva consegnare della merce ad un probabile pigro cliente della collina torinese che attraverso una app anonima lo ha chiamato alla crono-scalata per un motivo al 99% assolutamente inutile. Il lavoro è sempre pericoloso e sempre usurante e questo è fra i motivi di base per cui bisognerebbe uscire dal sistema capitalista e sviluppare le libere capacità dell’individuo. Ma il modo di produzione capitalista in Occidente ha raggiunto un livello di vampirismo per l’estrazione di valore dal lavoro vivo; fuori da ogni logica di buon senso o utilità sociale minima delle mansioni svolte. Farsi consegnare cibo spazzatura e merci al 90% superflue sulla soglia di casa è diventato un modo di vivere diffuso anche e soprattutto fra i proletari; è strutturale che per accedere ad una merce di consumo ludico o alimentare, si possa costringere un operaio, molto probabilmente nelle condizioni sociali simili a chi fa l’ordine, a rischiare la vita e a faticare su di una bici. La morte di Adnan è solo l’ennesimo episodio che ci segnala quanto il modello capitalista occidentale e americanizzato sia marcio e ci deve interrogare profondamente sulle condizioni di omologazione e individualismo apatico che crea. Non lasciamoci trascinare a fondo.
Reddito del merito? Occhiuto: non idoneo. Torna al prossimo appello
Il presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha presentato la sua proposta di reddito di “merito”: un contributo economico mensile destinato alle studentesse che manterranno una media dal 27 al 30. Una misura che si presenta come riparativa nei confronti dell’emigrazione giovanile, ma che in realtà non fa altro che aumentare competizione e disuguaglianze. Da aula studio liberata La proposta di Occhiuto non prevede alcuna soglia reddituale: ogni studentessa definita meritevole, che rientri nei criteri di “eccellenza” potrà accedervi. Diversamente dalle borse di studio, basate su reddito e merito, questa misura andrebbe dunque a premiare chi proviene da contesti già privilegiati, cavalcando e legittimando disuguaglianze già esistenti. In questo contesto, il reddito di “merito” è l’ennesimo strumento che finanzia la competizione in un sistema che mette al centro il risultato, senza focalizzarsi sul processo. Il “merito” non è un dato neutro né individuale: i risultati accademici dipendono anche dal contesto sociale, economico e formativo di provenienza. Questa proposta non aiuta effettivamente tutte quelle studentesse che sono cresciute in contesti più fragili, che partono da condizioni svantaggiate e per diverse ragioni – chi costretta a lavorare, chi in cagionevolezza fisica o mentale – non riescono a raggiungere i risultati eccellenti che per altre sono più facilmente raggiungibili. Rifiutiamo l’idea di un’università che misura il valore di una carriera “eccellente” solo in base ai tempi e ai voti imposti da questo sistema: un’università che spinge le studentesse a comprimere al massimo il tempo dedicato allo studio per rispettare la “regolarità” del percorso, riproduce la logica aziendale del rendimento e della produttività, dimenticando la qualità dell’apprendimento e la salute di chi studia. Questa è la stessa logica che forma laureate e le costringe poi ad emigrare, in assenza di tutele lavorative e un welfare sincronizzato alle nuove e crescenti difficoltà sociali, soprattutto in un territorio come la Calabria, dove si presentano con una ferocia esponenziale. Questa proposta non incentiva più studentesse a restare a studiare in Calabria: non sarà un contributo temporaneo e competitivo a far restare le giovani calabresi. Le nostre priorità sono altre: trasporti pubblici e capillari, alloggi e affitti accessibili a tutte, corsi di laurea di qualità. Pretendiamo più borse per il diritto allo studio: strumenti basati sul reddito, capaci di sostenere concretamente chi studia, e l’aumento della no tax area, garantendo a tutte la possibilità di accedere all’istruzione senza dover scegliere tra studiare e sopravvivere.  Una riforma discriminatoria come il reddito del merito non ci garantirà di rimanere. Vogliamo restare in Calabria e vivere una vita bella, non accontentarci.
Social vietati ai minori, arriva l’app europea per la verifica dell’età.
Riprendiamo da Radio Blackout questa interessante intervista con Hagar Taamallah sulle recenti misure europee per stringere il controllo sui minorenni per quanto riguarda l’accesso ai social. Pensiamo che il problema di come ci formiamo in generale attraverso la rete e le piattaforme sia reale e che i divieti non siano la soluzione al problema, ma che serva una critica radicale e sostanziale di tutto il sistema. Detto ciò nell’intervista si spiegano bene la natura della misura e rischi che vi si celano dietro. Buon ascolto! L’Unione europea procede verso una stretta per i minorenni sui social. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato che la nuova app per la verifica dell’età è pronta all’uso, segnando il passaggio dalla fase di progettazione a quella operativa. “È nostro dovere proteggere i nostri figli nel mondo online, così come facciamo nel mondo offline. E per farlo in modo efficace, abbiamo bisogno di un approccio europeo armonizzato”, ha detto von der Leyen. Oggi come oggi, gli Stati procedono in ordine sparso. Francia e Portogallo hanno già vietato l’accesso ai minori a determinate piattaforme, Parigi sotto i 15 anni di età e Lisbona sotto i 13, mentre altri Paesi membri stanno valutando provvedimenti simili, seguendo un approccio nazionale. Con Hagar Taamallah, di Privacy network, cerchiamo di fare chiarezza sul tema, parliamo del rischio che strumenti presentati come soluzioni per la protezione dei minori possano, nella realtà, trasformarsi in infrastrutture di sorveglianza pervasiva, con impatti rilevanti sulla privacy e della necessità di un approccio integrato – e quindi anche educativo e culturale – alla protezione dei minori online. Ascolta e scarica l’approfondimento. Per approfondire: https://privacy-network.it/news/novita/i-minori-nella-societa-digitale-cosa-sta-succedendo-in-europa/
Ucraina, l’imperialismo e la sinistra.
Intervista ripresa e tradotta da: International Socialism. N. 190 del 5 aprile 2026 In questa intervista con Rob Ferguson, il ricercatore e scrittore ucrainoVolodymyr Ishchenko discute i nodi sorti nel suo libro Towards the Abyss: Ukraine from Maidan to War e altre pubblicazioni. Volodymyr è una voce nota per quanto riguarda la questione Ucraina all’interno dell’accademia internazionale e nei forum radicali. La sua particolare analisi della traiettoria dell’Ucraina indipendente, dell’invasione russa e degli stati post-sovietici in genere gli ha procurato sia sostenitori che critici. Rifiutando considerazioni binarie sull’Ucraina, Volodymyr emerge come voce critica sia della Russia che della NATO. Nonostante International Socialism abbia qualche differenza nelle analisi, noi crediamo che Volodymyr abbia contribuito, e continua a farlo, in maniera incisiva, al dibattito sull’Ucraina e sul comprendere meglio il conflitto e la lotta di classe negli stati post-sovietici. Volodymyr Ishchenko ha insegnato sociologia presso l’università di Kiev ed era attivo nella New Left ucraina. Ora è un ricercatore all’università Freie Universität di Berlino. I suoi scritti sono stati pubblicati dal Guardian, Al Jazeera, Jacobin e New Left Review. Rob: È già passato oltre un decennio dalle proteste di Maidan, la caduta del regime di Viktor Yanukovych e la susseguente invasione russa. I tuoi primi articoli da Towards the Abyss coprono questo periodo di tempo. Questi argomentano sia contro le narrative dominanti nate all’inizio della guerra, sia quelle di matrice liberal-occidentali che quelle della maggioranza della sinistra occidentale. In questi articoli identifichi la relazione tra rivalità imperialiste, l’interesse degli oligarchi ucraini, e la divisione di classe e di etnia in Ucraina. Puoi dirci su come tu abbia visto il ruolo di questa relazione dentro le proteste di Maidan e nelle sue conseguenze? Volodymyr: Hai ragione, la relazione è importante, ma è anche importante capire come esattamente questi si relazionano. Un modo per affrontare questa relazione è di buttare giù un elenco: il conflitto interno in Ucraina e le divisioni regionali, l’aggressione russa, l’espansionismo della NATO e, più in generale, la rivalità tra Stati Uniti e Cina. Susan Watkins argomenta così in New Left Review, che questa guerra comprende “cinque guerre” in una1. Il problema è che poi si finisce per dire che, in un determinato momento, un conflitto specifico è molto più importante di altri. Tuttavia, lo stesso problema esce dalla porta e rientra dalla finestra – o decidiamo quale sia la dimensione più importante in questo momento, oppure affermiamo che ogni aspetto della guerra è ugualmente importante. Alla fine ci ritroviamo con una risposta eclettica. In questi primi articoli del 2014, le mie analisi si stavano sviluppando. Abbiamo bisogno di identificare la contraddizione centrale, che si manifesta in modo differenti, e su livelli differenti dietro la complessità. Questo richiede un’analisi della guerra come sviluppo di un conflitto di classe emerso dalla degenerazione della rivoluzione sovietica nel 1917, la disintegrazione di quel progetto e le promesse fatte alle persone dell’Unione Sovietica e oltre. In questo processo, la classe dirigente post-sovietica è emersa appropriandosi delle proprietà statali attraverso la privatizzazione. Mi riferisco a loro come a “capitalisti politici”, i cui interessi sono entrati in conflitto con quelli del capitale transnazionale rappresentato, in particolare, dall’Unione Europea (UE), dal Fondo Monetario Internazionale e dalla NATO2. Altri gruppi privilegiati, in primo luogo la classe media professionale, puntavano su una sorta di integrazione periferica di tipo “comprador” degli Stati post-sovietici nell’ordine guidato dagli Stati Uniti. All’interno di quell’ordine speravano di acquisire posizioni migliori, il che contraddiceva la visione dei capitalisti politici che avevano conquistato le vette dell’economia post-sovietica3. I capitalisti politici erano organizzati politicamente da quelli che il marxista italiano Antonio Gramsci avrebbe potuto definire leader cesaristi, di cui Vladimir Putin e Alexander Lukashenko sono esempi di spicco4. Prima del 2014, questo conflitto di classe di interessi ha preso primariamente una forma non violenta. L’Ucraina era un paese pacifico rispetto ad altri paesi post-sovietici. Gli anni novanta hanno visto guerre civili, conflitti separatisti e la guerra con la Russia in paesi come la Moldavia e la Georgia. Abbiamo visto anche la guerra tra Armenia e Azerbaijan, e i conflitti in Asia Centrale. In questo contesto, l’Ucraina è stata pacifica per un periodo di tempo significativo – fino al 2014. Eppure, le violenze legate all’Euromaidan, tra l’opposizione e il governo di Yanukovich, erano già in atto prima di qualsiasi intervento diretto da parte della Russia5. Ancora prima che la Russia avviasse l’operazione per l’annessione della Crimea nel febbraio 2014, nelle strade di Kiev erano stati uccisi decine di manifestanti e agenti di polizia. Per quanto riguarda la questione della NATO, non si tratta tanto dell’adesione dell’Ucraina alla NATO, quanto dell’esclusione della Russia – un punto che lo stesso Putin sottolinea abbastanza spesso. Ciò risulta evidente, ad esempio, dalle trascrizioni recentemente declassificate delle conversazioni tra Putin e George W. Bush negli anni 2000. In un recente articolo pubblicato sul Washington Quarterly, la politologa Deborah Boucoyannis presenta prove del fatto che l’espansione verso est della NATO non fu motivata dal timore di una minaccia militare russa, dato che negli anni ’90 la Russia era generalmente considerata piuttosto debole. Piuttosto, dimostra che tale espansione mirava a colmare il “vuoto di sicurezza” lasciato nell’Europa orientale dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia. Inoltre, le élite locali cercavano di ancorarsi alla civiltà occidentale, temendo che le proprie classi popolari, duramente colpite dalla transizione post-socialista, potessero diventare politicamente ricettive nei confronti della Russia6. L’adesione della Russia all’alleanza NATO richiederebbe tuttavia una profonda trasformazione politico-economica, che comporterebbe la sottrazione del controllo delle proprietà e del potere ai capitalisti politici. Peter Gowan, studioso marxista di relazioni internazionali, aveva sottolineato questo punto7. Se negli anni ’90 fosse stato permesso alle multinazionali occidentali di acquisire la proprietà del petrolio e del gas russi, la Russia sarebbe entrata a far parte della NATO prima della Polonia. Ma ciò non è avvenuto. L’integrazione dell’economia e del sistema politico russi nelle strutture euro-atlantiche avrebbe richiesto un cambiamento molto più profondo rispetto a quanto avvenuto nell’Europa dell’Est, che dopo il 1989 ha intrapreso un percorso di “transizione” diverso, che includeva l’apertura al capitale transnazionale. Rob: Yanukovych, come altri prima di lui, era indeciso tra la firma di un accordo di associazione con l’UE e l’adesione a un’unione doganale con la Russia. Questi accordi regionali di natura economica e geopolitica erano incompatibili tra loro. Su International Socialism abbiamo sostenuto che la rivalità imperialista sull’Ucraina abbia acuito le contrapposizioni tra i diversi interessi capitalisti all’interno del Paese, tra coloro che erano legati alle industrie e ai mercati del vecchio blocco sovietico e coloro che guardavano all’Occidente – sebbene molti avessero un piede in entrambi gli schieramenti. Questi schieramenti, a loro volta, hanno alimentato le divisioni regionali, etniche e di classe all’interno dell’Ucraina, giunte al culmine nel 2014. La classe operaia ucraina condivideva oggettivamente un interesse comune nell’opposizione all’intera classe dirigente ucraina, ma anche ai rivali imperialisti: la NATO e la Russia. Le proteste dell’Euromaidan contro il ritiro dall’Accordo di Associazione con l’UE erano inizialmente su scala piuttosto ridotta. Fu solo dopo che il regime inviò il Berkut, la polizia antisommossa armata ucraina, che masse di persone scesero in piazza per opporsi al regime. Anche a questo punto, l’unità attorno alle rivendicazioni di classe avrebbe potuto aprire la possibilità di forgiare un’unità che superasse le divisioni regionali. Invece, abbiamo assistito a una deriva verso la guerra civile, con i proxy russi che hanno preso il controllo dei centri nell’est e la Russia che ha annesso la Crimea. Il governo ucraino si è rivolto alla NATO e all’UE e ha lanciato la sua “Operazione antiterrorismo” contro i separatisti nell’est, il che a sua volta ha alimentato ulteriori divisioni. La maggior parte della sinistra occidentale, dalla socialdemocrazia di destra a settori della sinistra radicale, ha guardato all’Ucraina esclusivamente attraverso il prisma dell’aggressione russa. Pur opponendoci senza compromessi all’intervento russo del 2014 e alla sua invasione del 2022, abbiamo sostenuto che la guerra in Ucraina debba essere compresa nel contesto della rivalità tra le potenze imperialiste e che la sinistra abbia la responsabilità di opporsi a entrambi gli schieramenti rivali. In che misura ritieni che le rivalità imperialiste siano determinanti? E come pensi che queste rivalità si intreccino con le divisioni interne all’Ucraina e con gli interessi di classe? Volodymyr: È una descrizione corretta. Tuttavia, formulata in questo modo, riunisce diverse dimensioni in modo eclettico. Per questo ho cercato di sviluppare un ragionamento più coerente. La mia tesi sul capitalismo politico non riguarda la predominanza interna. Sto cercando di mettere in luce gli interessi materiali che stanno alla base di questo conflitto, non solo quelli degli oligarchi ucraini. Se si considera la dimensione politica nei paesi post-sovietici, ci si deve chiedere chi rappresenti gli interessi dei capitalisti politici. Questi non sono organizzati secondo un modello liberal-democratico, bensì guidati da figure come Putin e Lukashenko. L’Ucraina ha dovuto scegliere tra l’UE e l’Unione Eurasiatica. Si trattava di una questione di interessi economici. L’UE ha offerto una zona di libero scambio che penalizza le industrie ucraine avanzate, poiché queste non sono competitive rispetto alle più forti società europee. Erano proprio quei settori che Putin intendeva reintegrare in un blocco eurasiatico di Stati ex sovietici – Bielorussia, Kazakistan e, soprattutto, Ucraina – al fine di costituire un centro sovrano più forte di accumulazione di capitale nella regione post-sovietica. L’Ucraina era una parte fondamentale dell’economia dell’ex Unione Sovietica, in particolare nei settori dell’ingegneria meccanica, dell’aviazione, delle munizioni, dei missili e degli armamenti. Questi rappresentavano i settori più avanzati dell’industria sovietica rimasta in Ucraina. Pertanto, un’analisi del capitalismo politico costituisce un modo per individuare la contraddizione centrale che alimenta i conflitti sia a livello nazionale che internazionale. Perché l’Ucraina era così importante per l’UE? Perché non hanno permesso alla Russia di mantenere l’Ucraina nella sua “sfera d’influenza”, in un allineamento economico e politico con la Russia? Le potenze occidentali volevano forse impedire una più forte reintegrazione degli Stati post-sovietici sotto la guida della Russia? Il problema di questo framework di rivalità interimperialista è che risulta piuttosto difficile individuare con esattezza dove risieda questo conflitto di interessi. Le teorie classiche dell’imperialismo, quelle di Lenin e Rosa Luxemburg, ad esempio, furono elaborate per spiegare lo scontro tra capitali rivali in espansione. Ma questo non vale per il caso post-sovietico. Si è trattato infatti di un caso di disintegrazione fisica del capitale, di contrazione. Dopo il crollo catastrofico degli anni ’90, le economie post-sovietiche stavano appena iniziando a crescere, trattandosi per lo più di una crescita di recupero. È difficile sostenere la tesi secondo cui la Russia avesse bisogno di nuovi mercati e di un maggiore accesso alle risorse. La Russia dispone infatti di risorse piuttosto considerevoli che potrebbe sviluppare senza dover intraprendere una guerra costosa, evitando così la perdita di mercati, le sanzioni e così via. Ciò era piuttosto prevedibile, anche se la Russia avesse ottenuto la rapida vittoria che sperava. Quindi, non sono sicuro che incasellare il conflitto in questa gabbia della rivalità imperialista serva davvero a spiegare granché. A meno che non si identifichino gli interessi materiali delle classi dominanti, questo schema non è di grande aiuto. Ciò non significa che sia sbagliato, ma richiede semplicemente un’analisi approfondita di ciò che realmente alimentava lo scontro materiale fondamentale tra interessi di classe alla base del conflitto. Ed è qui che entra in gioco la mia tesi sul capitalismo politico. Intendo i capitalisti politici come una frazione della classe capitalista il cui vantaggio competitivo risiede nei benefici selettivi che traggono dallo Stato. Questa analisi è compatibile con lo sviluppo del concetto di capitalismo politico operato da Robert Brenner e Dylan Riley, sebbene essi intendano il capitalismo politico come uno stadio, o una fase del capitalismo che segue la fine del boom del dopoguerra8. Quello era un periodo in cui i capitalisti perseguivano investimenti di capitale produttivo. Ora, sostengono, i capitalisti sono più interessati al controllo politico del valore dei beni. Ma la mia concezione del capitalismo politico deriva più direttamente dall’economista eterodosso Branko Milanović e dal sociologo Iván Szelényi9. Nel caso post-sovietico, assistiamo a un tipo particolarmente predatorio di capitalismo politico che ha inizio con il furto della proprietà statale ereditata dall’Unione Sovietica. Ovviamente, questa situazione non poteva protrarsi all’infinito e avrebbe comportato la totale disintegrazione della società. Di conseguenza, assistiamo all’ascesa di regimi “cesaristi”, in particolare quello di Putin, che impongono l’ordine in questo gioco a somma zero nell’interesse collettivo a lungo termine della classe dominante attraverso la coercizione, bilanciando al contempo gli interessi delle sue diverse fazioni. Per ampi settori della classe operaia, rilevanti dal punto di vista elettorale, tali regimi offrono stabilità. Putin cerca quindi di reintegrare gli Stati dell’ex Unione Sovietica, entrando in conflitto con la NATO. I capitalisti politici dipendono fondamentalmente dai benefici concessi dallo Stato, il loro principale vantaggio competitivo. Hanno quindi un interesse fondamentale nella sovranità statale, a differenza di quei capitalisti che fanno affidamento principalmente sull’innovazione tecnologica o sul super-sfruttamento del lavoro. Anche quando questi ultimi gruppi ricevono sussidi statali, non dipendono in modo così marcato da persone specifiche che ricoprono cariche specifiche. Questi schemi di corruzione sono diventati una fonte di profitto molto importante per i capitalisti politici post-sovietici. Quindi, se i capitalisti politici di questi regimi non esercitano un controllo sovrano sul proprio territorio, si trovano in difficoltà. Lo vediamo, ad esempio, nel destino di alcuni oligarchi ucraini e nell’attuale conflitto che vede coinvolti gli uomini di fiducia di Volodymyr Zelensky in Ucraina e gli organismi anticorruzione. Questi organismi sono stati istituiti sotto la forte pressione dell’UE e degli Stati Uniti, e la classe dirigente ucraina ha cercato di opporre resistenza e di sabotarli. Questo conflitto persiste poiché si tratta fondamentalmente di uno scontro tra gli interessi dei capitalisti politici e quelli del capitale transnazionale, che trae vantaggio dalla cosiddetta “trasparenza” ed è ostile al protezionismo. La mia tesi è quindi che dovremmo riflettere più a fondo sui concetti che utilizziamo ed essere più precisi riguardo al vero conflitto di interessi che sta alla base della guerra e a ciò che è fondamentale per le classi dominanti in questo conflitto. Rob: Credo che la tua argomentazione e il tuo uso del concetto di capitalismo politico diano adito a una discussione interessante e importante, che forse varrebbe la pena approfondire al di là di questa intervista. Vorrei passare alla guerra in corso e iniziare parlando di Zelensky, l’attuale presidente dell’Ucraina in tempo di guerra. C’è un tuo articolo ripubblicato in Towards the Abyss, scritto all’epoca dell’elezione di Zelensky nel 2019. La vittoria di Zelensky fu uno shock nel 2019. La sua fama derivava dal ruolo di protagonista in una serie comica di successo nazionale, una satira politica intitolata, ironicamente, “Servitore del popolo”. Eppure, nel 2019 ha ottenuto un enorme 73% dei voti, superando le divisioni regionali ed etniche. Ha ottenuto un forte sostegno nelle regioni orientali e sud-orientali di lingua russa. Era visto come indipendente dagli oligarchi, ampiamente disprezzati, e si presentava come un candidato anticorruzione. Era anche visto come un candidato che cercava di allentare la tensione con Mosca. Eppure, eccolo qui ora. La spiegazione standard, filo-occidentale e allineata alla NATO, del passaggio di Zelensky dal compromesso con la Russia al ruolo di leader in tempo di guerra è che la Russia non gli abbia lasciato altra scelta. Ritiene che la spiegazione sia così semplice? Volodymyr: Ovviamente, non era così semplice. Hai ragione quando dici che nel 2019, quando Zelensky è stato eletto, la pace con la Russia era tra i suoi obiettivi, anche se era estremamente vago riguardo al suo programma. Tuttavia, c’era l’aspettativa che avrebbe seguito una strada diversa rispetto al precedente presidente Petro Poroshenko. I sondaggi d’opinione mostravano che la pace nel Donbass era tra le principali aspettative che l’opinione pubblica ucraina riponeva nel nuovo presidente. C’era poi la questione dell’attuazione degli accordi di Minsk, che prevedevano la reintegrazione nell’Ucraina delle regioni orientali, separatesi nel 2014, garantendo loro al contempo un certo grado di autonomia10. Tuttavia, questo “status speciale” era percepito da Kiev come un ostacolo all’ulteriore allineamento dell’Ucraina con l’Occidente, all’adesione alla NATO e all’integrazione nell’UE, ed era considerato un freno alle ulteriori riforme etno-nazionaliste in Ucraina. Nel conflitto di classe asimmetrico tra i capitalisti politici e la classe media professionale, il campo filo-occidentale ucraino è riuscito a mobilitarsi in modo più efficace per influenzare la sfera politica e pubblica, con il sostegno di alcuni settori delle élite occidentali nell’UE e negli Stati Uniti11. Questo campo ha considerato gli accordi di Minsk come una “capitolazione”. Dobbiamo chiederci: capitolazione rispetto a cosa? Guardando a Minsk dal punto di vista del 2025, beh, sì, l’Ucraina non farebbe parte né dell’UE né della NATO. Ma l’Ucraina non sarebbe distrutta. Almeno formalmente, il Donbass sarebbe reintegrato nell’Ucraina. Sì, la Crimea sarebbe ancora annessa alla Russia, ma l’Ucraina avrebbe un territorio molto più vasto rispetto a oggi. È solo un gruppo molto specifico di persone a vedere questo come una capitolazione rispetto a ciò che stiamo affrontando ora. Il mio coautore, Peter Korotaev, ha analizzato uno dei più importanti media ucraini – il fortemente filo-occidentale e liberale Ukrainska Pravda12. Dal 2014, hanno pubblicato opinioni e articoli contro l’implementazione degli accordi di Minsk, visti come un blocco all’integrazione Euro-Atlantica dell’Ucraina. Non avevano bisogno degli ucraini del Donbass. “Capitolazione” per loro significava abbandonare un molto specifico progetto nazionale per l’Ucraina, basato fortemente sul percorso verso la “civilizzazione occidentale”. Le proteste anti-capitolazione, che si opponevano al tentativo di Zelensky di raggiungere una pace nel 2019, non erano molto partecipate e non avevano il supporto della maggioranza degli ucraini. Tuttavia, nell’Ucraina occidentale si profilava il rischio di una insurrezione, dove le proteste avevano il supporto delle autorità locali. Germania e Francia non hanno fatto alcun serio tentativo per spingere Zelensky ad attuare gli accordi di Minsk. Date queste condizioni, Zelensky è ritornato alle politiche del presidente precedente, Poroshenko. Quest’ultimo aveva fatto qualche mossa per gli accordi di Minsk già nel 2015, ma si è ritirato di fronte alle violente dimostrazioni davanti al parlamento ucraino che coinvolgevano l’estrema destra ucraina. Anche l’agenda degli Stati Uniti è cambiata con l’elezione di Joe Biden alla presidenza nel 2021. Zelensky ha avviato una repressione contro la cosiddetta opposizione filorussa, in particolare contro Viktor Medvedchuk, leader del partito di opposizione più popolare, “Piattaforma dell’opposizione – Per la vita”, e amico di Putin. Questo è stato il fattore scatenante che ha portato Putin a ricorrere a una diplomazia più coercitiva e alla minaccia di invasione. Dal 2021, Putin non ha visto alcun interesse alla negoziazione da parte di Zelensky né alcuna possibilità che un partito filo-russo salisse al potere o entrasse in un governo di coalizione. Putin ha deciso di tagliare il nodo gordiano, forzando un cambio di governo a Kiev e costringere l’Ucraina ad accettare determinate condizioni: neutralità, smilitarizzazione e la cosiddetta denazificazione. Questa era la strategia alla base dell’“operazione militare speciale”. Ha fallito, e l’operazione militare speciale si è trasformata in una lunga e devastante guerra di logoramento. Rob: Questo ci porta alla questione della difesa nazionale e dell’autodeterminazione nazionale. Il governo ucraino, nonostante la schiacciante opposizione all’invasione russa, non è in grado di mobilitare o motivare la popolazione a compiere sacrifici oltre un certo limite per la guerra di difesa nazionale. Come hai appena descritto, si tratta di una guerra che ha causato centinaia di migliaia di vittime, sia ucraine che russe, su un campo di battaglia europeo. Le fortificazioni difensive delle trincee si estendono per 3.250 chilometri di terreno; i bombardamenti di artiglieria raggiungono i 30.000 colpi al giorno. Oggi, l’Ucraina è il paese più minato al mondo, con mine e ordigni che contaminano fino al 30% del suo territorio. Si tratta di una guerra che combina il mattatoio della guerra di trincea del 1914-18 con il massacro high-tech del XXI secolo – i droni killer e la guerra satellitare che hanno causato il 70% delle vittime. Un punto che, a mio avviso, viene troppo spesso trascurato è il carattere interimperialista della guerra stessa. La NATO sta cercando di fare pressione su Zelensky affinché abbassi l’età di leva al di sotto dei 25 anni. Eppure, c’è una resistenza attiva alle squadre di reclutamento che tentano di costringere i giovani al fronte. Si stima che 650.000 uomini ucraini in età da combattimento siano fuggiti dall’Ucraina, con forse 20.000 o più disertori ogni mese; il governo ucraino ha avviato 290.000 procedimenti penali per diserzione. Allo stesso tempo, l’opinione pubblica è chiaramente contraria all’invasione e contraria a concessioni alla Russia che vadano oltre un certo limite. Come valuti l’attuale atteggiamento dei lavoratori ucraini nei confronti della guerra? Qual è l’opinione della popolazione riguardo alla fine del conflitto e alle condizioni in cui dovrebbe avvenire? E qual è la tua opinione sui possibili esiti? Volodymyr: I dati che hai citato raccontano effettivamente una storia. C’è però una dimensione di classe. Il peso della guerra grava in modo diseguale; la posta in gioco è diversa. La classe media professionale e l’élite ucraina si sono opposte alle concessioni. Tuttavia, da parte di coloro che hanno sofferto di più – i soldati dell’esercito, provenienti principalmente dagli strati più poveri della società, e le popolazioni delle città e dei paesi vicini alla linea del fronte – le reazioni sono molto diverse. I benestanti possono evitare la coscrizione con tangenti di migliaia, persino decine di migliaia, di dollari, oppure procurandosi un certificato medico falso o corrompendo le guardie di frontiera. La questione della disuguaglianza di classe è molto importante. Nel 2022 ci fu un momento in cui sembrava prevalere un clima di unità nazionale. Sembrava che Putin avesse fallito e che l’Ucraina fosse unita contro l’aggressione esterna. Anche allora, si trattava di una visione molto parziale che non teneva conto degli ucraini in Crimea o nel Donbass, che dal 2014 subivano i bombardamenti dell’esercito ucraino, né degli ucraini in Russia, che vi si erano trasferiti prima e dopo il crollo dell’Unione Sovietica, né di coloro che erano fuggiti in Russia dal Donbass. Ci sono poi gli ucraini fuggiti nell’Unione Europea dopo il 2022. Molti si sono sempre più allontanati dalla politica ucraina e dalla realtà del Paese, mentre cercano di integrarsi nei paesi che potrebbero diventare la loro nuova casa. Inizialmente, la stragrande maggioranza di loro affermava che sarebbe tornata una volta terminata la guerra. Ora quella percentuale è scesa sotto il 50%; e anche questi sondaggi sono distorti dalla tendenza degli intervistati a dire che torneranno per senso di patriottismo, quando in realtà le decisioni reali dipenderanno dalla situazione in Ucraina, dalle famiglie e dalle opportunità economiche nei paesi in cui si sono trasferiti. È vero che combattere una lunga guerra contro un nemico più forte porta inevitabilmente a una situazione del genere? La storia offre esempi significativi in cui nazioni più piccole sono riuscite a prevalere su avversari di gran lunga più potenti. Il Vietnam è solo uno degli esempi del XX secolo; l’Afghanistan ne è un altro. Lo stesso vale per gli Stati rivoluzionari – la Francia dopo il 1789 riuscì a sconfiggere le più potenti potenze europee per 25 anni, fino alla sconfitta subita in Russia. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, la Russia rivoluzionaria sconfisse gli eserciti controrivoluzionari che invasero la Repubblica Sovietica e poi l’Unione Sovietica sconfisse la ancora più forte minaccia nazista in una lotta esistenziale, non semplicemente con il terrore o la repressione, ma come risultato della modernizzazione rivoluzionaria della società. In Ucraina non è così, e per questo è fondamentale comprendere la natura di questa guerra. Alcuni esponenti della sinistra amano paragonare l’Ucraina al Vietnam, a Cuba, alla Palestina o ad altre lotte di liberazione nazionale, ma la guerra in Ucraina non si è sviluppata come una lotta di liberazione nazionale. Nel 2022 avremmo dovuto vincere in fretta, ma poi gli ucraini si sono resi conto di quanta sofferenza comporti la guerra e che non siamo tutti uniti nella morte. Nel 2025, il governo ha cercato di offrire retribuzioni più elevate per attirare nell’esercito i giovani di sesso maschile di età compresa tra i 18 e i 24 anni e benefici simili a quelli offerti dalla Russia ai propri soldati a contratto. Il governo ha anche promesso il diritto di lasciare il Paese dopo un anno di servizio nell’esercito. Ma nulla di tutto ciò ha portato a un aumento significativo del numero di volontari. Eppure in Russia continuano a reclutare circa 30.000 persone al mese, anche dopo tre anni. Ovviamente hanno raggiunto certi limiti. Ciononostante, lo Stato russo si è dimostrato in grado di attrarre nuove reclute e di mantenere l’organico del proprio esercito. L’esercito ucraino, invece, si sta riducendo. Gli ucraini, ovviamente, si oppongono all’invasione, ma il problema è se tu, personalmente, sei disposto a sacrificarti per lo Stato. Questo è un giudizio sullo Stato ucraino post-sovietico. La de-modernizzazione post-sovietica e le riforme neoliberiste hanno creato un abisso tra lo Stato e la gente comune; poi, all’improvviso, lo Stato pretende che tutti si arruolino e combattano per lui. Semplicemente non funziona. Rob: Questo ci porta alla domanda successiva. Qual è la tua opinione sulle posizioni assunte dalla sinistra ucraina riguardo alla guerra? Volodymyr: Quando parliamo della sinistra, diamo per scontato un certo legame con la classe operaia. Ma la classe operaia, in quanto tale, è frammentata e si è disgregata politicamente. Ciò era vero già nel tardo periodo sovietico, ma lo è ancora di più dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La gente si è impoverita e atomizzata. I sindacati non erano veri e propri sindacati, i partiti di sinistra non rappresentavano realmente i lavoratori sul piano politico, nemmeno quando si opponevano alle riforme capitaliste e neoliberiste. Il Partito Comunista dell’Ucraina (CPU) era il partito più popolare negli anni ’90 ed è stato rappresentato in parlamento fino al 201413. Si è di fatto alleato con Yanukovich durante l’Euromaidan ed è stato poi facilmente trasformato in capro espiatorio. Nel 2015, il partito è stato sospeso. Nel 2022, il CPU ha sostenuto l’invasione russa definendola “anti-imperialista” e “antifascista”. Nei territori occupati, si è unito al Partito Comunista Russo ed è entrato nei consigli locali istituiti dalle autorità russe. Dall’altra parte, vi sono gruppi molto più ristretti di giovani di sinistra, che rappresentano al massimo un migliaio di persone in tutto il Paese, piuttosto disorganizzati in piccole reti e piccole organizzazioni. Molti si sono arruolati nell’esercito ucraino, pur non essendo riusciti a costituire alcuna unità di sinistra, a differenza dell’estrema destra, che ha rafforzato la propria posizione come forza militare e politica. Così, oggi, la società civile liberale cerca di normalizzare l’immagine del leader della Azov, Andriy Biletsky14. È stato ripulito dalla stampa occidentale, che pubblica interviste ossequiose nei suoi confronti. Al contrario, la sinistra filo-ucraina in Ucraina non può fare molto di più che arruolarsi nell’esercito a titolo individuale, sostenere piccole iniziative umanitarie o stabilire qualche contatto con piccoli sindacati, che non possono fare molto sotto la legge marziale. Ciò porta quindi a un’operazione di riabilitazione della sinistra da parte del campo filo-occidentale. Ci sono alcuni tentativi di organizzare coloro che cercano di sottrarsi alla coscrizione e di sollevare la questione della repressione politica e delle politiche etno-nazionaliste in Ucraina. Tuttavia, i pochi che tentano di farlo non sono ancora riusciti a diventare una forza politica influente. Rob: Capisco cosa intendi quando dici che è difficile e che gli sforzi compiuti finora non hanno portato a nulla di concreto. Ma almeno alcuni stanno iniziando a ragionare nella giusta direzione. L’obiettivo di un socialista dovrebbe essere quello di sollevare questioni politiche sulla natura della guerra tra coloro che cercano di sfuggire al suo orrore, per iniziare a gettare le basi per il futuro. Bisogna partire da dove ci si trova. Non iniziare affatto, mi sembra, sia la cosa peggiore di tutte. Volodymyr: Sono pienamente d’accordo. In questa situazione, è importante pensare a lungo termine, capire che, in questo momento, non è possibile fermare la guerra con i propri sforzi individuali. Ma organizzandosi, è possibile mantenere una posizione politica indipendente sulla guerra e portare avanti l’obiettivo di salvare il maggior numero possibile di vite, anche se si tratta semplicemente di compiere piccoli sforzi per opporsi alle misure punitive, alle squadre di prelievo e così via. Rob: Vorrei passare alla sinistra occidentale, dove esiste una profonda divisione. La posizione maggioritaria, che va dai socialdemocratici di destra a gran parte della sinistra radicale, sostiene che la guerra sia caratterizzata esclusivamente dal tentativo di una potenza imperialista – la Russia – di sottomettere l’Ucraina. Secondo questa visione, l’espansione della NATO nell’Europa orientale è più o meno irrilevante. Non è certamente un fattore causale. L’armamento dell’Ucraina da parte della NATO è attivamente sostenuto, o certamente non contrastato. Questa rivista e la Tendenza Socialista Internazionale si sono opposte fin dall’inizio all’invasione russa, considerandola un atto illegittimo da parte di una potenza imperialista. Tuttavia, abbiamo anche sottolineato che la NATO sta di fatto conducendo una guerra per procura contro la Russia per il controllo dell’Ucraina. Pertanto, la responsabilità primaria della sinistra e del movimento contro la guerra qui è quella di opporsi ai nostri stessi guerrafondai. Si tratta di un’analisi che possiamo ricondurre non solo alla nostra analisi di Maidan e dell’Ucraina stessa, ma anche al più ampio scontro tra la NATO e la Russia dalla fine della Guerra Fredda. Come valuta la reazione della sinistra occidentale alla crisi ucraina? Volodymyr: Bene, le divisioni all’interno della sinistra occidentale sono, a mio avviso, un riflesso della sua incapacità di proporre una politica autonoma e controegemonica, il che è a sua volta una manifestazione della debolezza di una politica indipendente della classe operaia. Di conseguenza, la sinistra tende ad assumere posizioni di comodo. Nell’Europa occidentale è facile schierarsi con la classe dirigente. La maggior parte dei partiti socialdemocratici, centristi o di centro-sinistra rappresenta gli interessi dell’establishment politico piuttosto che quelli della classe operaia. Non è la prima volta che la sinistra si trova in una situazione di così forte polarizzazione e, in un certo senso, di così grande impotenza. Cosa si dovrebbe fare quando, oggettivamente, la dimensione politica della classe operaia è debole? Anche se si assumono posizioni corrette, essa non ha molta influenza politica concreta. In Ucraina è impossibile individuare una forza chiaramente progressista attorno alla quale la sinistra possa unirsi. Pertanto, l’obiettivo deve essere quello di ridurre i danni e alleviare le sofferenze. Questa è stata la mia linea di demarcazione fin dall’inizio dell’invasione, già dal 2014. Ora dobbiamo salvare quante più vite possibile e preservare il più possibile le infrastrutture ucraine. Questa è la cosa più importante. Non si tratta di una posizione passiva. Richiede un’azione collettiva; richiede mobilitazione e può unire gruppi più ampi della sinistra. A questo punto, non possiamo fare molto di più. Ma anche questo sarebbe già molto più di quanto offrano le classi dirigenti. Salvare vite umane non rientra affatto tra le loro priorità. Questo è ciò che la sinistra potrebbe offrire. Potrebbe trattarsi di una strategia potenzialmente unificante, sia per la sinistra dell’Europa occidentale che per quella dell’Europa orientale. Rob: Infine, nei tuoi articoli e saggi, discuti dell’incapacità della rivolta popolare di sfondare e trasformare i rapporti di potere politico e sociale. Spesso utilizzi la rivolta di Maidan come punto di riferimento. Non mi è però del tutto chiaro fino a che punto tu ritenga che l’incapacità della rivolta popolare di sfondare sia in qualche modo predeterminata dalle strutture sociali, economiche e politiche e dalle condizioni del crollo post-sovietico. O fino a che punto pensi che il potenziale di successo della rivolta popolare sia stato minato da un fallimento politico e organizzativo – per esempio, l’incapacità di mobilitarsi su base di classe e di confrontarsi con lo Stato stesso. Quindi, vedi il fallimento della rivolta nel rompere gli schemi come determinato dalle strutture sociali, economiche e politiche o da un fallimento politico e organizzativo soggettivo? Volodymyr: Non lo considero solo un fallimento soggettivo. Mi rendo conto che questa argomentazione possa sembrare quasi deterministica. Tuttavia, esistono studi molto approfonditi che dimostrano come le rivoluzioni contemporanee, tra cui l’Euromaidan, ma anche la Primavera araba e, più recentemente, il Nepal e altri esempi, non portino a una democratizzazione duratura15. In genere, ciò porta a un’apertura temporanea, che viene poi sfruttata da forze più privilegiate, meglio organizzate e, in molti casi, non di sinistra. I progressi democratici lasciano poi il posto a regimi che diventano più autoritari e corrotti, meno rappresentativi. Ciò può a sua volta portare a un’altra rivolta di tipo Maidan, riproducendo un circolo vizioso. Ci sono problemi strutturali alla base di questa dinamica. Fondamentalmente, ciò rimanda alla disintegrazione politica della classe operaia, che ha una dimensione sia oggettiva che soggettiva. Sì, si tratta di come noi della sinistra riusciamo a trasformare gli interessi di classe in una forza politica. Ma si tratta anche di ciò che possiamo oggettivamente fare qui e ora. Diventiamo davvero più forti grazie ai nuovi Maidan? Di conseguenza, la sinistra ucraina si è notevolmente indebolita. Negli anni ’90, i partiti di sinistra erano di fatto i più popolari del Paese; oggi, dopo la Rivoluzione Arancione del 2004, l’Euromaidan del 2014 e la guerra, non esiste praticamente alcuna sinistra politica di rilievo, e non sembra probabile che possa riemergere nemmeno dopo la fine del conflitto. Ovviamente, non tutte le rivoluzioni sono uguali, ma credo che l’Euromaidan ne costituisca un esempio tipico, seppur estremo. Una rivolta disorganizzata e con un carattere controegemonico molto debole porta a un’ulteriore crisi e frammentazione della classe operaia e della nazione. Non si tratta di un argomento a favore dell’inazione. Si tratta piuttosto di capire in che modo la sinistra possa diventare una forza autonoma e controegemonica, capace di organizzare e unire i lavoratori e di promuovere la coscienza di classe. Puntare sulla destabilizzazione dei Maidan potrebbe non essere la strada giusta. Note 1 Watkins, 2022. 2 Ci sono diverse interpretazioni del ruolo dei “capitalisti politici”, ma il concetto si riferisce generalmente a quei capitalisti che occupano la loro posizione grazie ad influenza e connessioni all’interno delle strutture statuali, piuttosto che attraverso i loro possedimenti individuali. Cfr. Riley and Brenner, 2022; Harman, 1991; Weber 2019; Ishchenko, 2022. 3 Con il termine “comprador” si intende generalmente una classe che funge da intermediario per il capitale straniero e i cui interessi risiedono nel rafforzare il controllo e l’influenza stranieri sull’economia, piuttosto che quelli nazionali. 4 Gramsci utilizzò il termine “cesarismo” per descrivere una situazione storica in cui forze sociali opposte si trovano in una situazione di stallo in cui nessuna delle due parti riesce a ottenere una vittoria decisiva sull’altra. In queste situazioni, può sorgere una terza forza che interviene per mantenere lo status quo soggiogando le fazioni in conflitto. Questa terza forza temporanea non è un blocco coerente, ma una soluzione provvisoria che emerge durante una “crisi di autorità”. Pur mirando a ristabilire l’ordine, questa “terza forza” non è in grado di risolvere le contraddizioni fondamentali del sistema (il termine bonapartismo è usato in modo analogo). 5 Il termine “Euromaidan” si riferisce alle proteste iniziate nell’inverno del 2013 in seguito al ritiro dell’allora presidente Yanukovich dall’Accordo di associazione con l’Unione europea. Le proteste scalarono in scontri violenti a seguito della repressione da parte delle unità della polizia antisommossa e portarono alla destituzione del regime di Yanukovich; cfr. Ferguson, 2014. 6  Boucoyannis, 2025. 7 Gowan, 1999. 8 Riley e Brenner, 2025. 9 Milanović, 2019; Szelényi, 2015.  10 Gli accordi di Minsk (Minsk I, 2014, e Minsk II, 2015) erano tentativi di accordi di pace tra l’Ucraina e i separatisti sostenuti dalla Russia nel Donbass, nell’Ucraina orientale, mediati da Germania e Francia. Gli accordi furono interpretati in modi radicalmente diversi dalla Russia e dall’Ucraina e alla fine fallirono, con ciascuna delle parti che incolpa l’altra. 11 Cfr. Ishchenko 2023a, sull’asimmetria di classe e politica tra gli schieramenti filo-occidentali e “filo-russi” ucraini. 12  Cfr.https://www.pravda.com.ua/ 13 Ishchenko, 2023b.  14 Andriy Biletsky è un suprematista bianco e un neo-nazi. Fondatore del battaglione Azov che ha reclutato dall’estrema destra e dai fascisti ucraini. Nel 2025, Biletsky è stato promosso al grado di Brigadiere Generale del Terzo Corpo d’Armata. Ha smorzato i toni della sua retorica apertamente fascista per ingraziarsi il sostegno dei liberali occidentali. 15 Cfr. Beissinger, 2022. Riferimenti Boucoyannis, Deborah, 2025, “Who Was Afraid of Russia? The Forgotten Evidence of the 1990s”, Washington Quarterly, volume 48, number 4. Ferguson, Rob, 2014, “Ukraine: imperialism, war and the left”, International Socialism 144 (autumn), https://isj.org.uk/ukraine-imperialism-war-and-the-left/ Gowan, Peter, 1999, “Whose Stupid War Was This?”, Against the Current (July-August), https://againstthecurrent.org/atc081/p906 Harman, Chris, 1991, “The state and capitalism today”, International Socialism (summer), https://www.marxists.org/archive/harman/1991/xx/statcap.htm Ishchenko, Volodymyr, 2022, “Behind Russia’s war is thirty years of post-Soviet class conflict”, Jacobin (October). https://jacobin.com/2022/10/russia-ukraine-war-explanation-class-conflict Ishchenko, Volodymyr, 2023a, “The Minsk Accords and the Political Weakness of the ‘Other Ukraine’”, Russian Politics, volume 8, number 2. Ishchenko, Volodymyr, 2023b, “Ukraine”, in Fabien Escalona, Daniel Keith and Luke March (eds), The Palgrave Handbook of Radical Left Parties in Europe (Palgrave Macmillan). Ishchenko, Volodymyr, 2024, Towards the Abyss: Ukraine from Maidan to War (Verso). Milanović, Branko, 2019, Capitalism, alone: the future of the system that rules the world (The Belknap Press of Harvard University Press). Riley, Dylan and Robert Brenner, 2025, “The Long Downturn and its Political Results”, New Left Review 155, https://newleftreview.org/issues/ii155/articles/dylan-riley-robert-brenner-the-long-downturn-and-its-political-results Szelényi, Iván, 2015, “Capitalisms after Communism”, New Left Review 96, https://newleftreview.org/issues/ii96/articles/ivan-szelenyi-capitalisms-after-communism.pdf Watkins, Susan, 2022, “Five Wars in One”, New Left Review 137, https://newleftreview.org/issues/ii137/articles/susan-watkins-five-wars-in-one Weber, Max, 2019, Economy and Society (Harvard University Press).
L’illuminismo oscuro di Peter Thiel. Note per una genealogia / 3
ALLA FINE, SEMPRE DI CAPITALISMO SI PARLA Siamo partiti parlando di agency di questa parte della classe borghese, dei loro sistemi valoriali, fino a spingerci ad analizzare un CEO come Thiel. Tuttavia, non va persa la bussola per muoversi dentro questo marasma ultra-destro. Le tendenze del capitale, la sua necessità continua di rivoluzionare i propri strumenti di estrazione del valore, prescindono da qualsiasi nome e cognome, da qualsiasi nome d’azienda, da qualsiasi ideologia, rimane la stessa da secoli: lo sfruttamento del lavoro vivo separato dalle sue condizioni oggettive. Volgiamo allora il nostro sguardo dalle ideologie neoreazionarie agli strumenti di estrazione del valore di cui è dotata questa sezione della classe borghese: l’intelligenza artificiale generativa. Per molti di questi tecno-borghesi l’IA è la traduzione più vicina alla singolarità tecnologica di cui abbiamo parlato finora. Vicina in termini relativi: da una parte i processi di smantellamento del lavoro umano non sono così rapidi e non seguono le stesse velocità su ogni latitudine del globo, e inoltre dipende molto dal settore di produzione preso in considerazione; dall’altra la complessità informatica dietro i modelli generativi richiedono forza lavoro altamente formata nei campi dell’ingegneria informatica, della robotica, dei data science, del machine learning e della cybersecurity. In altre parole, viene rimpiazzata forza lavoro impiegata nei settori del manifatturiero, dei servizi e in parte anche dell’agricoltura che inevitabilmente viene ricacciata dentro un esercito di riserva industriale, poiché la richiesta di nuovi lavori è dentro livelli di formazione elevati (tutto ciò è meglio  spiegato qui). Tuttavia, questi effetti sul mercato del lavoro vivo sono più potenziali che reali: per ora l’unica cosa che sta producendo l’IA è una enorme bolla speculativa dove le stesse aziende si trasferiscono denaro l’un l’altra, senza reali merci prodotte. Mentre gli usi più incisivi dell’IA riguardano il campo della sorveglianza di massa (meglio analizzato qui) e della guerra, di per sé settori e utilizzi dello strumento senza produzione reale di valore. L’altro aspetto che rende relativa la vicinanza dell’IA generativa attuale alla singolarità tecnologica è la sostenibilità. L’immaginario sci-fi ci ha abituati con film come Matrix o Terminator, dove le intelligenze artificiali sono pressoché auto-sostenibili. La realtà è più dura: le IA generative funzionano attraverso complessi calcoli di vettori e di probabilità, oltreché la necessità di essere addestrate attraverso enormi quantità di TeraByte (o più) di materiale che, nei decenni attraverso internet, la specie umana ha prodotto. Questo richiede importanti calcoli matematici da eseguire in pochi secondi, qualcosa di ovviamente impossibile per una mente umana. Una macchina per eseguire calcoli sempre più complessi e veloci richiede sempre più tecnologicamente avanzate GPU, soprattutto se oltre testi letterari viene richiesto di generare video, audio ed immagini. Qui nascono i data center diventati tristemente noti per la quantità di acqua che consumano per raffreddare le migliaia di componentistiche che lavorano. Anche il consumo di terra in quanto si tratta, in fondo, di grandi capannoni costruiti sempre più vicini alle metropoli. Dunque, da una parte abbiamo lo strumento più potente che il modo di produzione capitalistico ci ha donato, ma che dall’altra si tratta di uno dei suoi strumenti più insostenibili, sia in termini ecologici che di produzione di valore. Questo allora ci lascia solo il campo per ipotizzare nella tendenza. L’IA appare essere uno degli ultimi strumenti di valorizzazione di cui la classe borghese si sta dotando, uno dei più potenti. Ipoteticamente dopo l’IA appare quasi impossibile per il modo di produzione capitalistico riprodursi attraverso nuovi strumenti di valorizzazione che siano più potenti di quest’ultima. D’altronde gli stessi pezzi di classe di cui abbiamo parlato ne sono praticamente convinti, da Alex Karp che parla di solo due tipi di individui che si salveranno dall’avvento dell’IA, a Peter Thiel che raccontando della sua formazione a Stanford ha conosciuto libertariani come lui con forti tendenze pessimistiche sul modo di produzione capitalistico stesso, fino a Musk che necessariamente comincia a guardare al di sopra del pianeta che vive. Alle porte allora c’è forse la crisi sistemica del capitale più rovinosa e catastrofica finora vista. Su una cosa con Peter Thiel possiamo essere più che d’accordo, la progressiva rimozione del politico come riconoscimento del dualismo di amico-nemico. I neoreazionari non hanno problemi a delineare i loro nemici, che siano la Cattedrale, l’Anticristo, l’Iran, i palestinesi o i woke liberals (in ultima istanza, loro di politica ne fanno molta).  In tempi come questi di accelerazione, serve anche a noi riconoscere i nostri nemici. Ma anche i nostri amici: chiunque subirà il peso della crisi che incombe e che nulla ha da spartire con politici, CEO e ciarlatani simili. Costruire allora la proposta d’alternativa all’altezza di questa fase. Alla fine, sempre di capitalismo si parla.
Libano: i primi passi di una fragile tregua
Dopo oltre un mese di quotidiani attacchi israeliani contro Beirut e soprattutto contro il sud del paese, si apre una nuova tregua tra Israele e il Libano. La tregua, mediata dagli Stati Uniti, ha visto per la prima volta in oltre 30 anni contatti diplomatici diretti tra Israele ed il governo libanese, ma resta estremamente fragile e reversibile poiché, ancora una volta, non scioglie i nodi politici e militari alla base del conflitto.  Da un lato Israele mantiene la propria strategia di occupazione militare nel sud del Libano e si riserva il diritto di intervenire militarmente contro qualsiasi situazione definita unilateralmente come “minaccia” alla propria sicurezza; dall’altro Hezbollah conserva una capacità di fuoco notevole ed ha ancora una volta dimostrato di saper mettere in difficoltà il governo sionista. A pesare è anche la posizione del governo libanese, sempre più orientato a contenere il ruolo di Hezbollah, senza però avere la forza di imporre militarmente il disarmo o la marginalizzazione politica di un partito che rappresenta un terzo degli abitanti del paese. Ne parliamo con Marco Magnano, giornalista freelance attualmente a Damasco: da Radio Blackout