Source - InfoAut: Informazione di parte

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Ripubblichiamo il comunicato di Notav.info sulla grande giornata di lotta di ieri in Val di Susa. Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa. Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno. Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi. 20.000 persone hanno sfilato per le strade e i sentieri della Val di Susa, trasformando la mappa dei lavori in un percorso da attraversare con spirito ed entusiasmo: per opporsi concretamente al progetto, per alzare la testa contro chi ci vorrebbe silenti, per difendere questa nostra terra condannata dall’alto ad essere una zona di sacrificio. Quella di oggi, e lo diciamo con emozione, è stata una giornata piena di significato. Una marea umana è riuscita a dividersi dalla bassa all’alta valle, a percorrere per ore sentieri, strade, prendere treni, attraversare prati, fare carovane e serpentoni infiniti. Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa. La mattinata è partita con una carovana di macchine che ha raggiunto il cantiere di Salbertrand, ove dovrebbe sorgere l’area di fabbricazione dei conci, qui i/le No Tav hanno intrapreso una battitura e poi sono riusciti a entrare al suo interno srotolando uno striscione che citava Siamo la natura che si ribella. No Tav No alla guerra! Nel frattempo la marcia, partita da Venaus raggiungeva da una parte il cantiere di San Didero, mentre la gran parte del corteo si incamminava tra i sentieri della Val Clarea. A San Didero diverse centinaia di No Tav hanno raggiunto il cantiere in diversi punti per infastidire le truppe di occupazione con battiture e cori. Mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo, i No Tav sono riusciti a raggiungere le recinzioni del cantiere e così diversi metri di concertina sono crollati. La risposta delle forze dell’ordine non è tardata ad arrivare e sotto il lancio di numerosi lacrimogeni hanno tentato una manovra a tenaglia uscendo dalle camionette e attraversando i campi che però non è andata a buon fine. Al momento del rientro della manifestazione la polizia, coadiuvata dalla digos, ha accerchiato le persone presenti entrando sui binari della stazione di Bruzolo identificando i presenti che sono stati lasciati andare poco dopo. Una reazione che non lascia spazio a tante interpretazioni: da una parte la vendetta per essere stati presi in fallo da più punti della valle, e dall’altra la necessità, già intravista nei giorni prima del festival con massicci posti di blocco e identificazioni, di dare un’immagine di rinnovata solerzia alla polizia di stato soprattutto dopo l’ultimo fatto che ha visto la morte di Fakir per mano di alcuni agenti di polizia. In questa giornata non c’è spazio per una memoria storica dal sapore nostalgico: ogni passo è un passo concreto per riconquistare un pezzo di ciò che viene tolto ogni giorno. Ci viene in mente il 3 luglio del 2011 oggi. Una di quelle date della storia del Movimento No Tav ma oggi, come e forse ancor più di allora, migliaia di persone hanno accerchiato quelle stesse reti e attraversato quegli stessi sentieri che contornano il cantiere di Chiomonte. Con determinazione e gioia si sono dirette senza esitazioni verso il simbolo della devastazione della Val Susa, nonostante le barriere poste a sua difesa dopo aver tirato giù i tre jersey sul sentiero gallo romano, i/le No Tav, grazie alla conoscenza del territorio, sono riusciti a raggiungere le reti il cantiere da più punti: chi guardava dall’alto, chi batteva le mani, chi intonava cori, chi entrava in massa all’interno del cantiere e chi da altri angoli contribuiva a colpire un simbolo concreto del modello previsto per noi. E così, i No Tav sono riusciti a riprendersi il cantiere e entrarci a migliaia. La control room brucia, diverse camionette di carabinieri e finanza con lei Dall’alto dei sentieri si vedono colonne di fumo, quello che si respira nell’aria però non è l’odore acre di ferraglia e neanche quello bruciante dei lacrimogeni, ma l’entusiasmo di migliaia di persone che sono riuscite a raggiungere quello che sembrava essere uno dei fortini più inespugnabili della storia, dimostrando che la val di Susa e tutt’altro che pacificata. Da Mattarella a Salvini l’arco istituzionale si è espresso nelle ore successive. Solidarietà alle forze dell’ordine e narrazioni che dipingono i No Tav come “il frutto marcio della sinistra” rappresentano la pochezza che incarnano le opzioni politiche oggi. La differenza sostanziale con chi spreca parole per dare dei facinorosi e degli incappucciati a chi partecipa attivamente alla costruzione di un mondo migliore è che questi politicanti tentano in maniera abbozzata e a tratti autoritaria di affrontare volenti o nolenti i frutti marci della loro crisi, noi costruiamo passo dopo passo la possibilità di porre fine a ingiustizia e sfruttamento. I politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti. A sarà dùra!
India: il movimento degli “scarafaggi” continua le mobilitazioni e si estende. Gli agricoltori si uniscono alla protesta
I giovani in India sono stanchi, ci sono disoccupazione e sotto-occupazione molto alte. Se il governo non tratterà seriamente sulle richieste concrete del movimento degli Scarafaggi, quest’ultimo dilaga. da Radio Onda d’Urto Già adesso si è unito alla protesta studentesca il popolo degli agricoltori che nel paese è una grande forza.” Questa è la previsione della studiosa dell’India Enrica Garzilli, già docente alle università di Perugia e di Torino e che ha collaborato anche con l’università  di Delhi e Harvard. “Il movimento è nato spontaneamente a maggio, quando in occasione dell’esame di ammissione alle facoltà sanitarie dell’India che ha coinvolto circa 20 milioni di studenti e studentesse sono state scoperte compravendite delle domande; chi ha soldi si paga domande e risposte, le persone bocciate hanno cominciato a protestare e gli esami sono stati invalidati.” Un ministro del governo di destra che guida il grande paese asiatico aveva definito scarafaggi i giovani che si erano mobilitati e quell’insulto è stato invece rivendicato come denominazione del movimento e poi del partito politico “delle persone che il sistema ha dimenticato di contare, ha marginalizzato completamente”. Entro poche settimane l’account Instagram del movimento è arrivato  ad avere 23 milioni di follower, ben 5 milioni in più di quello della prima ministra Narendra Modi e sono state fatte manifestazioni con molte decine di migliaia di persone; inoltre il forte popolo degli agricoltori – protagonista dal novembre 2020 fino al dicembre 2021, di una protesta e uno sciopero ad oltranza molto duro per abrogare delle leggi che favorivano le grandi industrie – si è unito al movimento degli studenti. “Questo movimento vuole allargarsi ad altri settori popolari. Rappresentano il problema di tutti i giovani indiani che studiano in maniera molto seria per un futuro migliore e contestano e si scontrano con un sistema di corruzione che non vogliono più perchè favorisce le famiglie più ricche, chiedendo una vera riforma e chiedendo poi che il titolo di studio porti ad un’ occupazione dignitosa e attinente al loro percorso. Per il momento il movimento si pone questi obiettivi molto concreti ma come storicamente accade in India penso che diventerà un altro movimento di protesta globale in India. Se il gov non tratterà in maniera seria il movimento dilaga e sarà sempre più pericoloso per la sopravvivenza stessa del governo.” Intanto nella notte a Nuova Delhi ci sono stati ancora scontri tra manifestanti e polizia, i giovani chiedono anche le dimissioni del ministro dell’Istruzione. L’intervista a Enrica Garzilli, studiosa dell’India e di altri paesi asiatici, già docente alle Università di Perugia e di Torino e che ha collaborato anche con l’Università  di Delhi e Harvard sull’origine del movimento e le prospettive della mobilitazione 
Lo Stato penale divora lo Stato sociale: l’ennesimo decreto sicurezza criminalizza i giovani
Dalla povertà al disagio giovanile, dall’immigrazione alle periferie: ogni problema sociale viene trasformato in una questione di ordine pubblico. L’ultimo disegno di legge del governo Meloni ribalta un principio cardine della giustizia minorile e conferma una deriva in cui il carcere sostituisce il welfare e la repressione prende il posto delle politiche sociali. da Osservatorio Repressione Che la sicurezza sia diventata il principale terreno di costruzione del consenso della destra italiana non è più una novità. Più interessante è osservare come, provvedimento dopo provvedimento, stia cambiando la natura stessa dell’intervento pubblico. Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sull’imputabilità dei minori non rappresenta infatti un episodio isolato, ma si inserisce coerentemente in una strategia legislativa che, dal Decreto Caivano al decreto sicurezza, fino all’estensione del fermo preventivo ai luoghi della movida annunciata appena pochi giorni fa, sta progressivamente spostando il baricentro dell’azione dello Stato dal terreno delle politiche sociali a quello della repressione penale. Quando Carlo Nordio ha definito questo provvedimento «il tassello finale di una serie di interventi», probabilmente ha detto più di quanto intendesse. In realtà non si tratta affatto di un punto di arrivo, ma dell’ennesimo passo di una trasformazione che dura da anni e che oggi appare sempre più evidente: di fronte a qualunque forma di disagio sociale, la risposta dello Stato non è più costruire strumenti di inclusione, ma ampliare gli strumenti della punizione. La modifica proposta dal governo interviene su un principio che ha sempre caratterizzato la giustizia minorile italiana. Fino a oggi, nei confronti di un ragazzo tra i quattordici e i diciotto anni, il giudice era tenuto ad accertare la capacità di intendere e di volere prima di procedere penalmente. Era una garanzia coerente con l’impianto del processo penale minorile introdotto nel 1988, costruito sull’idea che l’adolescenza costituisca una fase particolare dello sviluppo della persona e che l’intervento della giustizia debba perseguire innanzitutto finalità educative e di recupero. Il nuovo disegno di legge capovolge completamente questa impostazione. D’ora in avanti il minore sarà considerato automaticamente imputabile e sarà eventualmente la difesa a dover dimostrare il contrario. Si tratta di un’inversione dell’onere della prova che non ha soltanto un valore tecnico, ma assume un preciso significato culturale e politico. Lo Stato smette di interrogarsi sulla condizione del minore e presume, come regola generale, la sua piena responsabilità penale. È un cambiamento che modifica il rapporto tra cittadino e potere pubblico, restringendo ulteriormente quello spazio di garanzie che aveva sempre distinto la giustizia minorile da quella ordinaria. Le motivazioni addotte dal governo sono rivelatrici. Nella relazione illustrativa si sostiene che i giovani di oggi raggiungano un livello di maturazione più elevato rispetto al passato e che questo giustifichi una presunzione generalizzata di imputabilità. Ma la stessa relazione collega esplicitamente l’intervento alla presunta recrudescenza della delinquenza minorile, riproponendo una rappresentazione emergenziale che negli ultimi anni è diventata il principale motore delle politiche securitarie. È ormai evidente il meccanismo politico che accompagna questi provvedimenti. Ogni stagione ha il proprio nemico sociale. Per anni sono stati i migranti, descritti come la principale minaccia alla sicurezza nazionale. Successivamente è stata la volta degli attivisti climatici, degli studenti, dei movimenti sociali, dei manifestanti contro il genocidio a Gaza. Oggi il bersaglio privilegiato sono le cosiddette baby gang, i “maranza”, le periferie urbane, trasformati in simbolo di una presunta emergenza criminale che giustificherebbe continui interventi repressivi. La costruzione del nemico precede sempre l’approvazione di nuove norme penali, alimentando una percezione di insicurezza spesso del tutto sproporzionata rispetto ai dati reali sull’andamento della criminalità. In questo modo il diritto penale smette di essere l’estrema risposta dello Stato e diventa il principale strumento attraverso cui governare fenomeni che hanno origine economica, sociale ed educativa. La dispersione scolastica, il disagio adolescenziale, la marginalità delle periferie, l’abbandono dei servizi territoriali, la povertà educativa e l’assenza di politiche giovanili non vengono affrontati nelle loro cause strutturali. Vengono invece reinterpretati come problemi di ordine pubblico, ai quali si ritiene di poter rispondere attraverso l’inasprimento delle pene, l’anticipazione dell’intervento repressivo e l’ampliamento dei poteri delle forze di polizia. È il paradigma dello Stato penale descritto ormai da decenni da studiosi come Loïc Wacquant. Man mano che arretra il welfare, cresce l’investimento nelle istituzioni repressive. Alla riduzione degli strumenti di protezione sociale corrisponde l’espansione del sistema penale. Non si governano più le disuguaglianze riducendole, ma controllandone gli effetti attraverso polizia, carcere, misure preventive e nuove fattispecie di reato. Il carcere diventa così il complemento dello smantellamento dello Stato sociale e la sicurezza sostituisce progressivamente la giustizia sociale come principale promessa rivolta ai cittadini. In questo quadro il nuovo disegno di legge sui minori non è una semplice riforma processuale. È il tassello di una strategia molto più ampia, nella quale ogni conflitto sociale viene tradotto in questione criminale e ogni risposta politica assume la forma della repressione. È la stessa logica che ha prodotto il Decreto Caivano, che ha esteso il fermo preventivo, che ha moltiplicato le zone rosse, che ha irrigidito le norme contro il dissenso e che continua ad attribuire al codice penale il compito di risolvere problemi che il diritto penale, per sua natura, non può risolvere. La vera inversione di paradigma, dunque, non riguarda soltanto la presunzione di imputabilità dei minori. Riguarda il ruolo stesso dello Stato. Uno Stato che rinuncia progressivamente a prevenire il disagio, a investire nella scuola, nei servizi sociali, nella salute mentale, nelle politiche abitative e nell’inclusione, per concentrare le proprie energie nell’espansione del controllo, della sorveglianza e della punizione. Quando il welfare viene sostituito dal codice penale, non siamo di fronte a una politica della sicurezza. Siamo di fronte all’affermazione di uno Stato penale nel quale la repressione diventa la risposta ordinaria a qualsiasi questione sociale.
Bologna: in centinaia per Abderrahim Fakir. Annunciati corteo e assemblea nazionale
Emergono altri video sull’omicidio di Abderrahim Fakir, morto domenica scorsa a Bologna durante un fermo di polizia. In uno di questi, si vede Fakir a terra legato con fascette alle caviglie e braccia dietro la schiena. Intorno a lui 4 soccorritori della Croce Rossa, due tentano di rianimarlo. Da Radio Onda d’Urto “Il volto ha macchie marroni scure per lo spray al peperoncino spruzzato da molto vicino, la rianimazione avviene mentre è ancora legato, è inammissibile” denuncia il legale. Ulteriori spezzoni dei filmati confermano come gli agenti di polizia abbiano utilizzato lo spray al peperoncino quando Fakir era già immobilizzato a terra, in posizione prona e con gli agenti sopra di lui. Sono attesi per venerdì 24 luglio i risultati dell’autopsia, cruciali per capire le cause del decesso. Questo mentre sera un’assemblea organizzata da realtà sociali e del quartiere Pilastro, composta da centinaia di persone, in Piazza Lucio Dalla è tornata a chiedere “verità e giustizia” per Fakir: un nuovo corteo domenica 26 luglio al quartiere Pilastro, dove Abderrahim è stato ucciso; un altro appuntamento il prossimo 12 settembre, con un’assemblea nazionale per organizzare una grande mobilitazione per Fakir, “contro gli abusi di polizia e le logiche della remigrazione di questo governo”. Su Radio Onda d’Urto, il bilancio dell’assemblea pubblica con Federico della nostra Redazione Emilia Romagna. Durante l’assemblea è arrivata la notizia dell’irruzione della polizia a casa di Abderrahim, vi proponiamo l’audio dell’intervento. 
Ermelinda ci scrive dagli arresti domiciliari
Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri una lettera che ci ha fatto arrivare la nostra cara amica e compagna Ermelinda, arrestata e posta in detenzione domiciliare il 23 aprile per una pena di 6 mesi e mezzo per un oltraggio a pubblico ufficiale che non ha commesso. Ricambiamo con affetto e determinazione al suo pensiero e saluto, nella gioia di averla accanto nel nostro percorso, nella rabbia di saperla ingiustamente ristretta. da Notav.info A tre mesi esatti dall’inizio della mia detenzione domiciliare scrivo per un saluto e qualche pensiero. Comincio ringraziando le persone che mi sono vicine e mi aiutano, anche economicamente, a sostenermi in questi mesi. Essendo la mia una pena “punitiva”, non mi è permesso lavorare presso la Credenza, non posso incontrare propriamente la mia famiglia di vita e piena di pregiudicati (..la mia famiglia di vita è piena di pregiudicati..), non posso uscire da Bussoleno, frequentare bar o esercizi pubblici nelle due ore al mattino che la Dottoressa Elena Bonu, giudice di sorveglianza, mi ha concesso. Per portare fuori i miei tre can*, mi ha altresì concesso mezz’ora dalle 20 alle 20.30. Una misera mezz’ora che non utilizzo perché non ho il tempo neanche di arrivare in una zona non trafficata. Posso fare visite mediche quando necessitano avvisando i CC di Susa all’uscita da casa e al rientro. CC di Susa che non lesinano la vigilanza, arrivando, a volte, a passare 2/3 volte in piena notte. A parte ciò, sto bene. Ho la fortuna di vivere in un bel posto con un grande giardino che mi aiuta a non avvilirmi. Faccio l’orto. Mi occupo di me, della mia salute, delle mie care bestiole e delle piante. Certo non mi faccio schiacciare. Controllano i nostri corpi ma la testa e il cuore appartengono a noi e cerchiamo di farne buon uso. Non potendo partecipare, leggo come ci sia tanto da fare per mantenere vivo il nostro Movimento No Tav che, forte delle proprie ragioni, resiste alla devastazione del nostro territorio, mentre le ragioni di chi impone l’opera si svelano come miserabili menzogne. Teniamo duro e andiamo avanti nelle nostre pratiche di denuncia, disturbo, pressioni. A breve ci sarà il Festival Alta Felicità, un evento sociale che solo una comunità come la nostra poteva concepire e praticare. Un’occasione di incontro e confronto fertile, per costruire percorsi di liberazione, per sostenere le tante lotte diffuse e la resistenza palestinese, per dire NO alla guerra e al fascismo, per dire che la Valsusa GRIDA FORTE… Grazie alle eroiche soggettività che danno il loro contributo per la realizzazione di questa decima edizione di cui purtroppo non potrò gioire in presenza. Buona Vita a tutt* Un pensiero per chi muore “per mano poliziotta”. Un pensiero a Carlo, a Fakir e a tutte le vittime della violenza di stato.
Verità e giustizia per Abderraim Fakir. Lo sciopero operaio blocca l’interporto, Bologna scende in piazza
La morte di Abderrahim Fakir, lavoratore di origine marocchina, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro, ha provocato una risposta immediata tra i lavoratori, gli abitanti dei quartieri popolari, i giovani e le realtà sociali della città Da Acta Media Abderrahim è morto mentre chiedeva aiuto. Le testimonianze e i filmati diffusi in queste ore descrivono un intervento segnato dall’uso dello spray al peperoncino, dalla violenza fisica e dall’immobilizzazione. Di fronte ai tentativi di minimizzare quanto accaduto, alle calunnie diffuse sul suo conto e alla difesa preventiva dell’operato delle forze dell’ordine, Bologna ha risposto reclamando con forza verità e giustizia. La morte di Abderrahim non può essere archiviata come una fatalità. Devono essere accertate fino in fondo tutte le responsabilità, senza insabbiamenti e senza impunità. Abderrahim era uno di noi: un lavoratore, un proletario, una persona che viveva sulla propria pelle lo sfruttamento, la precarietà, il razzismo e la repressione che colpiscono soprattutto chi lavora nei settori più duri e vive nei quartieri popolari. L’uccisione di Abderrahim ha avuto un’eco fortissima nei magazzini e negli stabilimenti logistici dell’Interporto di Bologna e nelle altre logistiche dell’Emilia. Uno sciopero operaio di 24 ore ha bloccato uno dei principali nodi della movimentazione delle merci del Paese. Una grande massa di lavoratori e lavoratrici si è raccolta davanti agli ingressi dell’Interporto, fermando la circolazione delle merci. Migliaia di camion sono rimasti bloccati, mentre altri sono stati dirottati verso differenti piattaforme logistiche. La risposta operaia ha colpito direttamente il cuore degli interessi economici e dei profitti, dimostrando che l’uccisione di un lavoratore non può passare sotto silenzio. I lavoratori e le lavoratrici hanno affermato con forza che la repressione contro proletari, migranti e abitanti dei quartieri popolari avrà una risposta collettiva. Lo sciopero ha dimostrato ancora una volta che la classe lavoratrice non esiste soltanto per produrre ricchezza e ricevere in cambio un salario. Lavoratrici e lavoratori rivendicano dignità, libertà, giustizia e il diritto di vivere senza essere sfruttati, discriminati o repressi. Vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose. DAL BLOCCO DELLE MERCI ALLA PIAZZA La mobilitazione operaia dell’Interporto si è unita alla manifestazione cittadina che ha portato nel centro di Bologna migliaia di persone di ogni provenienza: lavoratori e lavoratrici, giovani, famiglie, abitanti dei quartieri e realtà solidali. Dal Nettuno, il grosso della manifestazione si è diretta verso la Prefettura, indicando chiaramente le responsabilità politiche e istituzionali di quanto avvenuto. Alla richiesta di verità e giustizia si è risposto ancora una volta con manganelli, idranti e lacrimogeni. Ma la piazza ha resistito a migliaia per ore mentre i cancelli della logistica restavano bloccati. Questa giornata ha mostrato la forza del legame tra sciopero nei luoghi di lavoro, blocco della circolazione delle merci e mobilitazione nelle strade. Una pratica di autodifesa collettiva che unisce chi lavora, chi vive nei quartieri popolari, chi subisce il razzismo istituzionale e chi si oppone a un modello sociale fondato sullo sfruttamento, sulla paura e sulla repressione. Non può esistere alcuna generica “unità della città” davanti alla morte di Abderrahim. Ovviamente di fronte a chi per ore ha lottato per strada contro il governo arrivano le solite condanne di chi palude quando si lotta a Minneapolis ma si distanzia quando succede a casa propria. Da una parte ci sono coloro che difendono le politiche securitarie, la repressione e l’impunità. Dall’altra ci sono lavoratori e lavoratrici, gli sfruttati e le sfruttate, e tutt coloro che rifiutano di accettare che una persona possa morire durante un intervento di polizia senza che vengano accertate fino in fondo le responsabilità. La mobilitazione per Abderrahim si è svolta nei giorni del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, simbolo della repressione contro chi lotta e manifesta. Il suo grido di aiuto richiama anche quello di George Floyd, soffocato negli Stati Uniti mentre ripeteva «I can’t breathe». Ricordiamo Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Abderrahim Mansouri, Moussa Diarra, Ramy Shehata e tutte le persone morte durante fermi, arresti, inseguimenti e interventi delle forze dell’ordine. Ricordiamo chi era fragile, emarginato, solo o in difficoltà e, invece di ricevere aiuto e protezione, è stato trattato come un nemico. Essere poveri, migranti, senza casa, attraversare una crisi personale o una condizione di sofferenza non può significare avere meno diritti o avere una vita che vale meno. Troppo spesso, dopo queste morti, le vittime vengono criminalizzate e sottoposte a un secondo processo pubblico, quasi che le loro condizioni personali possano giustificare la violenza subita. Quanto accaduto ad Abderrahim non è un fatto isolato. I controlli discriminatori nei quartieri, la violenza contro i migranti, i CPR, le deportazioni, la repressione delle lotte sindacali e sociali, i decreti sicurezza, le manganellate contro chi manifesta e le morti quotidiane nei luoghi di lavoro sono espressioni dello stesso sistema. Quale modello intende inseguire l’Italia? Quello operato dall’ICE negli Stati Uniti, fondato su retate, detenzioni e deportazioni contro migranti e comunità razzializzate? Un sistema che tutela la proprietà e i profitti dei padroni, legittima la loro violenza, mentre considera sacrificabili le vite di chi lavora, di chi è povero e di chi viene indicato come straniero o marginale. La razzializzazione delle istituzioni produce una distinzione concreta tra vite considerate degne di tutela e vite considerate meno importanti. Lasciare morire in mare, umiliare nei centri di detenzione, usare violenza durante un fermo, reprimere chi sciopera o manifesta e lasciare morire chi lavora nei luoghi di lavoro sono facce della stessa medaglia. Nessuno scudo per la repressione. Verità e giustizia per le vittime. A cosa serve il cosiddetto scudo penale, se non a rafforzare l’impunità di chi esercita la forza dello Stato? Chi porta una divisa non deve avere meno responsabilità, ma al limite più obblighi di trasparenza e controllo. La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle camionette, dei manganelli, della repressione, della limitazione del diritto di sciopero e dei decreti sicurezza. Siamo di fronte a una pericolosa deriva securitaria, coerente con una società che insegue un’economia di guerra e trasforma la violenza in metodo ordinario di governo. Le mobilitazioni per la Palestina hanno però mostrato che il blocco dei flussi, lo sciopero e l’azione collettiva possono unire il rifiuto della guerra alla lotta contro sfruttamento e repressione. La nostra sicurezza è una sicurezza di classe, fondata sulla dignità di chi lavora, sulla casa, sul salario, sui diritti, sulla libertà di movimento, sull’abolizionismo, sulla solidarietà e sulla possibilità di organizzarsi e lottare collettivamente. La mobilitazione di Bologna dimostra che la paura può essere spezzata e che alla repressione è possibile rispondere con l’organizzazione, lo sciopero e la solidarietà. La memoria di Abderrahim e di tutte le vittime della violenza istituzionale continuerà a vivere nelle lotte di chi non intende piegarsi davanti allo sfruttamento, al razzismo, alla guerra e alla repressione. Invitiamo i lavoratori, le lavoratrici e tutte le realtà sindacali, sociali e politiche a mantenere alta l’attenzione, a moltiplicare le iniziative di solidarietà e controinformazione e a partecipare all’assemblea pubblica cittadina di martedì 21 luglio, alle ore 19.00, presso la Tettoia Nervi, per discutere insieme come proseguire la mobilitazione. Lab. Crash! – SI COBAS Bologna – PLAT
Una degna rabbia, per uno spregevole omicidio. La migliore Bologna in piazza a difesa di ciò che resta dell’umanità
Scoccano le 19.00 e su piazza del Nettuno il sole è ancora alto. Provare a quantificare il numero esatto delle migliaia e migliaia di persone già presenti e in costante aumento, risulta del tutto inutile: fiume, marea, oceano, sono tante le metafore acquatiche che solitamente si usano in casi del genere. E come tutti questi termini sottolineano in automatico, piazza del Nettuno ieri era sì un agglomerato eterogeneo di vite, storie, ma accomunato dalla trasversale necessità di scorrere. Da Acta Media Certo, a voler far retorica si può sempre sostenere tutto e il contrario di tutto, ma per chiunque fosse presente ieri era di lampante evidenza la necessità di urlare e camminare, a fronte dello spregevole omicidio di Abderrahim Fakir. Ma d’altronde qual era la pretesa? Dieci minuti di piantino collettivo e poi tutti a casa a cenare? La gente in piazza ieri era sconvolta, perché sconvolgenti sono le immagini di questo delitto, sconvolgenti quasi quanto la caparbietà con cui immediatamente si è deciso tra palazzi del potere e redazioni giornalistiche di insabbiarlo. Perché questo è il termine tecnico per descrive tutti i “eh ma”, “sì però”, “beh vediamo”: insabbiamento. Davanti a una vicenda come quella di Abderrahim non esistono vie di mezzo, e scegliere l’ambiguità delle parole invece che indignarsi per l’evidenza dei fatti, significa scegliere da che parte stare. Per opportunismo politico, pusillanimità, pochezza interiore, non importa ma si finisce immediatamente a far parte dello stesso fetido girone dei suprematisti che in queste ore sghignazzano e si eccitano al pensiero di “un ne*ro in meno” al mondo. In piazza si è diffusa come un boato la voce di Youssra, nipote di Abderrahim, una giovane donna in lacrime e forte allo stesso tempo. Non un personaggio televisivo, né una politica di professione: semplicemente una nipote a cui hanno ammazzato lo zio, e che, mal grado la voce spezzata dal dolore, decide di parlare e pretendere giustizia. Oggi già girano moniti filologici e dattilografie minuziose delle sue parole, inneggiando al massimo rigore nell’esegesi del testo, “ipse dixit”. Sta di fatto che, durante i suoi minuti di intervento, piazza del Nettuno è stato un corpo unico, uno stringersi corale con un reciproco ringraziamento dal microfono alla piazza e dalla piazza al microfono. Senza entrare in dichiarazioni e commenti emersi oggi, qualsiasi tentativo di raffigurare una contrapposizione rispetto a ieri tra lei e l’oceano lì presente per lei e la sua famiglia, sarebbe esilarante se non fosse deprecabile. Perché di questo parliamo, del fatto che migliaia di persone si sono opposte alla possibilità potesse calare il silenzio, al fatto che venisse calato il sipario su Abderrahim. Cori, urla, abbracci, lacrime, mani che si stringono, occhi che si cercano, voci che si uniscono: questa è stata la partenza del “corteo dei facinorosi”, ovvero della gran parte della gente presente in piazza. Non ci interessa attorcigliarci sui numeri, non abbiamo nulla da dover provare dato che circolano foto e video con ritratte migliaia di persone per strada fino a tarda notte. Sta di fatto che quello partito ieri pomeriggio non è stato un corteo organizzato, con promotori e sigle aderenti, ma una marcia popolare, una marcia di dignità, spontanea e collettiva. Un moto viscerale che ha condotto migliaia di persone a pretendere giustizia sotto la Prefettura, sì a gridare “assassini” alla polizia che blindava totalmente piazza Roosevelt già dalle prime ore del pomeriggio. Un fiume in piena che non si è fatto intimorire dalle cariche, dal fitto lancio di lacrimogeni e dai getti d’acqua degli idranti, pretendendo di rimanere lì, sotto la Prefettura, a gridare proprio “assassini”. Un fiume composto da giovani, certo – e qual è il problema? – ma anche da facchini, famiglie, gente di qualsiasi tipo. Un fiume determinato a non farsi cacciare via e attento alla propria difesa collettiva, indisponibile a continuare a subire in silenzio la violenza di celerini ed agenti di polizia. Noi quello che abbiamo visto lo chiamiamo dignità: un elemento ormai raro e sconosciuto a chi siede tronfiamente su poltrone, vive comodamente dentro delle ville, senza il minimo pensiero su come riempire il frigo o pagare le bollette. La stessa dignità che si è espressa per tutta la notte tra i magazzini vuoti dell’Interporto di Bologna, quando in centinaia e centinaia di lavoratori hanno risposto alla chiamata di sciopero, pretendendo giustizia per Abderrahim e bloccando totalmente il più grosso hub logistico di tutto il Nord Italia. Oggi non se ne parla molto sui giornali, probabilmente perché fa paura questa risposta trasversale capace di connettere un tessuto metropolitano così ampio, dal centro cittadino fino all’ingresso dell’Interporto. Fa paura questa risposta trasversale capace di unire studenti e studentesse, giovani precari e precarie, facchini, famiglie, in una eterogeneità di persone, biografie e pulsioni. E forse avete ragione ad avere paura, perché la dignità, l’umanità è giusto che spaventi chi ha scelto una vita mossa da squallidi fini e misere passioni. Una vita in cui si legittima il sopruso, in cui si aderisce al suprematismo. C’è tanto da inchiestare e discutere, ma, a caldo, la giornata di ieri nel suo complesso ha rappresentato un’irruzione tellurica di quella “Palestina Globale” che ha scandito il tempo dell’ultimo autunno. Non vogliamo scrivere parole posticce, né perderci nella mitopoiesi dei racconti, ma è evidente che il 2025 ha segnato per le vite di tutti e tutte noi uno spartiacque: il momento in cui si è scelto da che parte stare, in cui si è scoperta la possibilità, anzi, la necessità di alzare la testa ogni volta che questo inferno che chiamiamo presente ha deciso di infittirsi in infamia e dolore. Non un movimento lineare, ma un processo di movimentazione a macchie di leopardo, di scosse che nel loro rombare affermano il desiderio di un mondo nuovo, costi quel che costi. La giornata di ieri ha preso forma tramite un’incredibile alchimia di soggetti, e certo anche di gruppi: sindacati, associazioni, collettivi, che si sono messi a servizio di questo moto popolare. Giornate di questo tipo non sono mai lisce e senza contraddizioni, mai prive di dissidi, di prospettive diverse. Giornate di questo tipo non sono di proprietà di nessuno, e appartengono a tutte contemporaneamente. Nelle differenze, nelle affinità, nella difesa collettiva, imparando a resistere e a non indietreggiare, imparando a farlo insieme; questa giornata traccia una parte. La sfida diventa imparare a farla durare e dargli spazio. L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili.
Bologna: migliaia di persone partono in corteo dal presidio per Abderrahim Fakir. Cariche e scontri sotto la Prefettura
Per i due agenti di polizia che hanno ucciso Abderrahim Fakir, domenica a Bologna, è scattato lo scudo penale introdotto dal pacchetto sicurezza del governo Meloni. La Procura del capoluogo emiliano ha attivato verifiche sui due poliziotti e sui quattro operatori del 118 che hanno assistito all’ammanettamento e al soffocamento del 42enne: anziché nel “registro degli indagati”, il fascicolo è stato aperto con il “modello 45 bis”, quindi i nomi dei due poliziotti e i quattro sanitari sono nel percorso accelerato che entro trenta giorni (prorogabili a 120 perché ci saranno le richieste di perizie tecniche) potrebbe portare all’archiviazione del caso. Da Radio Onda d’Urto Ieri sera a Bologna sono scese in piazza migliaia di persone per chiedere verità e giustizia, contro le violenze e gli abusi in divisa. Dal presidio in piazza Nettuno (lanciato anche dalle istituzioni) alle ore 19, migliaia di persone sono partite in un corteo spontaneo verso la Prefettura, che era blindata da reparti celere: ci sono stati numerosi cori e slogan. Nel corso della serata poi ci sono state barricate e scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni sui manifestanti. Anche dopo il corteo la polizia, secondo le testimonianze raccolte, ha inseguito le persone per le vie di Bologna ed effettuato diversi fermi: nelle prime ore della mattina di martedì non è ancora chiaro quante persone sono state fermate, se e quanti sono gli arresti, né il numero delle persone ferite dalle manganellate della polizia. Alle 22 è iniziato lo sciopero  di 24 ore all’Interporto di Bologna convocato da Si Cobas, nel luogo dove Abderrahim lavorava. Stasera, martedì 21 luglio, a Brescia appuntamento alle ore 19.30 in piazza Rovetta/Largo Formentone lanciato da Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca. Anche a Milano è stato lanciato un presidio, appuntamento alle ore 18 davanti alla Prefettura. Il racconto della serata da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna. Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex  Garante nazionale delle persone private della libertà personale. 
E’ stato ucciso Abderrahim Fakir dalla polizia a Bologna
L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui viviamo. Dimostra ancora una volta che in seno alle forze dell’ordine non si trovino mele marce, ma è l’albero ad esserlo. Come è successo a Rogoredo con l’omicidio di Zak Mansouri o a Corvetto con l’inseguimento e la morte di Ramy, come è successo a Genova 25 anni fa. Il limite alla violenza che la polizia può esercitare non è vincolante ma totalmente arbitrario e la regola, in un sistema di potere Stato-Capitale, è questa: ci sono manifestazioni più visibili ed efferate della naturale funzione della forza pubblica e questi omicidi alla luce del sole lo sono. Diffondiamo la parola di chi ha immediatamente avuto la forza e la capacità di reagire come i familiari di Fakir e la comunità del quartiere Pilastro che, ieri sera, è scesa in strada in migliaia e gli appuntamenti di mobilitazione di quest’oggi a partire dallo sciopero della logistica chiamato dai Si Cobas. da Acta Media il video dell’omicidio di Fakir – segue richiesta di inviare testimonianze alla pagina Acta media ha raccontato la determinazione e la lucidità della piazza di ieri sera e dei familiari dell’uomo. A Bologna è stato chiamato un doppio appuntamento per oggi: alle 19 in Piazza del Nettuno e alle 22 all’interporto per lo sciopero della logistica. Video e intervento del Comitato di quartiere Pilastro In molte città italiane si stanno organizzando iniziative di solidarietà e di mobilitazione per chiedere verità e giustizia per Fakir, in particolare il sindacato Si Cobas ha chiamato uno sciopero della logistica. Di seguito alcuni testi e materiali usciti in queste ore e l’indizione dello sciopero. POLIZIA UCCIDE GIOVANE PROLETARIO SCIOPERO PROVINCIALE DEI LAVORATORI A BOLOGNA da Si Cobas Il video dimostra l’efferatezza della polizia italiana contro un giovane lavoratore. Come a Genova 25 anni fa nelle manifestazioni di protesta contro il G8 del 2001 e come succede continuamente dagli Stati Uniti alla Francia, le forze dell’ordine ammazzano i proletari: ieri a Bologna la polizia ucciso Fakir Abderrahim operaio della logistica. Come organizzazione del movimento operaio e sindacato di classe, il SI Cobas ha subito proclamato lo stato di agitazione per la provincia di Bologna. In particolare, stasera 20 dalle alle ore 22 si prepara uno sciopero per fermare tutte le aziende dell’interporto logistico di Bologna. Perciò si chiede a tutti i compagni anche degli altri luoghi di lavoro e di fuori città di partecipare alle azioni operaie cosicché piu dura risulti la denuncia contro l’uccisione di questo nostro compagno per rafforzare l’opposizione contro economia di guerra e guerre a partire dalla lotta contro il razzismo di stato per la dignità della persona umana e per la difesa della vita contro sfruttamento e oppressione. Siamo a fianco dei famigliari, degli amici e compagni di Fakir Una classe, un fronte, una lotta Il nemico è in casa nostra Sciopero oggi, sciopero domani CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI SI Cobas Qui sotto pubblichiamo il testo della proclamazione di sciopero del SI Cobas nazionale e di Bologna: “Proclamazione sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato dell’Emilia-Romagna Il Sindacato Intercategoriale Cobas proclama, per il giorno 20 luglio 2026, uno sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato della regione Emilia Romagna. PER L’UCCISIONE DI UN LAVORATORE DA PARTE DELLA POLIZIA DI STATO Lo sciopero sarà articolato dalle ore 22 del 20 Luglio 2026 alle ore 22 del giorno 21 luglio del 2026. Verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Lottiamo per il mondo che vogliamo da Network Antagonista torinese È stato ucciso dalla polizia a Bologna Abderrahim Fakir, 43 anni, immobilizzato sul pavimento da due poliziotti. Muore soffocato a terra con mani e piedi legati, sotto gli occhi degli operatori sanitari, dopo che gli agenti avevano infierito con lo spray al peperoncino. Alcuni media arrivano a parlare di “un malore” durante l’intervento delle forze dell’ordine, chiamate da un residente per via delle richieste di aiuto dell’uomo. È stata immediata la reazione della comunità del rione Pilastro, quartiere periferico di Bologna che negli scorsi mesi ha visto significative mobilitazioni per la difesa di un parco pubblico, luogo di aggregazione del quartiere e unica area verde. In questo caso, un uomo è morto per mano della polizia: simbolo concreto dell’estrema violenza che dall’alto viene scaricata verso il basso a confermare che la vita delle persone non ha alcun valore per chi assume determinate funzioni nella società, atte a garantire la riproduzione di un sistema di sfruttamento e ingiustizie. Nel giro di poche ore, ieri sera il passaparola ha portato migliaia di abitanti per le strade del quartiere per chiedere verità e giustizia per Abderrahim e la sua famiglia. Spendiamo due parole sulla condotta delle forze dell’ordine in questo Paese che, negli ultimi tempi, hanno goduto di un occhio di riguardo nei loro confronti che ha loro concesso spazi di agibilità e legittimità sempre maggiori. Ricordiamo la morte di Moussa Balde nel CPR nella nostra città e la morte di Ramy El Gaml durante un inseguimento a Milano. Ma anche i più recenti avvenimenti accaduti a Torino in occasione del derby quando, a causa di un lancio di lacrimogeno ad altezza uomo, Marco Basoccu ha rischiato la vita. Al bisogno di sicurezza nei quartieri delle metropoli italiane, da destra a sinistra, si risponde con una politica securitaria, sostanziando un certo grado di militarizzazione delle strade e di controllo. Con le dovute scale e senza forzare paragoni, il pensiero va a Minneapolis o alle periferie della vicina Francia, dove questa è la quotidianità per molte fasce di popolazione. Occorre innanzitutto guardare al processo di normalizzazione della violenza dall’alto che, anche alle nostre latitudini, viene organizzato. Ciò avviene a tratti in maniera millimetrica attraverso leggi e riforme e, a tratti, con il supporto di personaggi beceri, meschini e razzisti che si mettono a disposizione del potere per alimentare la “guerra fra poveri” o per l’ennesima passarella elettorale, grazie anche alla forte mediatizzazione della strumentalizzazione di bisogni reali. L’uso della forza e della dimensione virtuale si mischiano in una nuova frontiera della violenza istituzionale nei confronti delle dimensioni proletarie. Non si tratta soltanto di un’arma di distrazione di massa ma anche della necessità di intruppamento della società quando soffiano i venti di guerra. Al bisogno di giustizia, gridato a gran voce dai familiari di Abderrahim Fakir questa sera riuniti in presidio, occorre immaginare come costruire possibilità di risposta collettive e autonome dai percorsi offerti e imposti. Partire dal bisogno di far contare le proprie vite, dall’esigenza di autodifesa a fronte dei costi dai quali il sistema si sgrava per imporre desolazione e frammentazione sociale può essere un passaggio su cui ragionare. Che per gli interessi di altri si possa decidere della vita o della morte delle persone è qualcosa a cui non abituarsi mai. La solidarietà concreta con la Palestina e la lotta che si è espressa sono una bussola anche di fronte a questo. Vicinanza e solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir e alla città di Bologna che alza la voce contro questa violenza crudele e raccapricciante. Con nel cuore chi questo sistema malato vuole sacrificare per il proprio interesse, lottiamo per il mondo che vogliamo. A Torino il sindacato Si Cobas ha chiamato due appuntamenti che diffondiamo: ore 18 presidio a Porta Palazzo e ore 19 fiaccolata per Barriera di Milano
25 luglio: in marcia verso i cantieri della devastazione
Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005. da Notav.info Il 27 giugno 2011, non fu soltanto l’apertura del cantiere della Maddalena: fu il tentativo di spezzare un movimento che da anni dimostrava come fosse possibile organizzarsi dal basso, difendere il territorio e mettere in discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla devastazione ambientale. Ricordare le giornate della Libera Repubblica della Maddalena non significa lasciarsi andare alla nostalgia. Significa riconoscere che quelle giornate hanno lasciato un’eredità viva, nella quale si è sperimentata la forza di un popolo in lotta per la propria autodeterminazione, capace di creare relazioni e legami duraturi che ancora oggi resistono e permettono di continuare a combattere. La lotta del Movimento No Tav è più viva che mai e continua a essere una battaglia non solo per chi vive in questa valle, ma anche per la giustizia ambientale, sociale e climatica. Una battaglia che parla alla Val di Susa e a tutte le comunità che, in Italia e nel mondo, si oppongono alla logica delle grandi opere imposte. In Val di Susa continua l’aggressione sistematica al territorio. TELT e i suoi sporchi affari inquinano Chiomonte, Giaglione, San Didero e Salbertrand, ma anche i siti dei futuri depositi di smarino di Susa, Caprie, Caselette e Torrazza Piemonte. I cantieri si moltiplicano, estendendosi come un cancro sul nostro territorio e non lasciando spazio ad altro che a un deserto di catrame e cemento, laddove prima prosperavano boschi, prati, natura e vita. Eppure, come il 3 Luglio 2011, la risposta di chi vede quest’opera senza il velo opaco e dorato della propaganda non è venuta meno e, anche con la marcia dello scorso anno, lo abbiamo dimostrato. Oggi come allora, da una parte c’è chi vorrebbe trasformare la Valle in un enorme cantiere unico, una grande metastasi frammentata, resa più digeribile e meno contestabile, che avanza spezzetata con l’obiettivo di normalizzare, insieme alle misure respressive e i Decreti Sicurezza, la devastazione che produce: una zona militarizzata e sacrificabile, da svendere agli interessi delle lobby politico-imprenditoriali. Dall’altra c’è chi è pronto a impedire che questo avvenga, chi sogna per la Valle un altro modello di sviluppo, nel quale le specificità del territorio vengano rispettate e dove vivere e lavorare non significhi avvelenare la terra e ammalarsi. Oggi, oltre alla Piana di Susa, dove lo scorso anno abbiamo visto l’avvio di un nuovo cantiere nell’area dell’ex pista di Guida Sicura a Traduerivi, territorio già martoriato la cui ferita rischia di estendersi fino a Bussoleno, un’altra porzione della valle è sotto attacco. Con la Tratta Nazionale Avigliana-Orbassano stiamo assistendo a un nuovo tentativo di assedio, prontamente contrastato e, per ora, respinto da comunità e amministrazioni. E, nonostante il Governo francese abbia rinviato al 2045 la realizzazione della loro tratta nazionale, sottolineando come quest’opera non sia oggi più attuale né prioritaria, in Italia il Governo Meloni e il Commissario straordinario Calogero Mauceri hanno ribadito la volontà di procedere con la realizzazione della nostra tratta nazionale, sostenendo che l’Italia non possa attendere i tempi della Francia e indicando il 2033 come obiettivo, peraltro irrealizzabile, per la conclusione dell’opera. Questo dimostra come la Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata o a un passo dalla conclusione, nonostante la propaganda continui a raccontarla come tale, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi. Ma la fretta del Governo si spiega anche con il progressivo disvelamento della Torino-Lione, non come alternativa ecologica, come falsamente è stata presentata negli anni, ma come parte integrante del sistema logistico e di guerra che incentiva il trasporto militare lungo il Corridoio Mediterraneo, collegando l’Europa occidentale a quella orientale. Non è un caso che il Commissario TEN-T  (Reti transeuropee dei trasporti) abbia richiamato la necessità di individuare finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche, arrivando a evocare il ricorso al debito e il coinvolgimento di finanziatori privati. Non ci stupirebbe, quindi, vedere presto il logo di Leonardo accanto a quello di TELT. È ormai evidente che il nostro Paese, guidato da Fratelli d’Italia, intende investire nella guerra e nel riarmo, dimostrando ben poco interesse per la tutela dell’ambiente. Così, mentre distrugge suolo agricolo e paesaggio in Val di Susa, cerca di conquistare visibilità attraverso un protagonismo bellico che nulla ha a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio. Uno sviluppo che, in Valle e ovunque, ci rifiutiamo di vedere fondato sull’economia di guerra e sugli interessi militari, sull’impoverimento prodotto dalla sottrazione di risorse quali terreni agricoli, acqua e boschi, sulla contaminazione del territorio con inquinanti persistenti come i PFAS, come avverrebbe con lo smarino del TAV o con i fumi tossici dell’Acciaieria Beltrame. Allo stesso modo, non possiamo accettare che il futuro del territorio passi attraverso la speculazione energetica, dalle grandi stazioni elettriche di Avigliana e Borgone o agli impianti fotovoltaici calati dall’alto, funzionali solo agli interessi delle grandi aziende anziché ai bisogni delle comunità. In occasione dei 10 anni del Festival Alta Felicità e dei 15 anni dalla Libera Repubblica della Maddalena, sabato 25 luglio torneremo a marciare e, quest’anno, saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da Venaus, con carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della devastazione, simboli di tutto ciò contro cui combattiamo. Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura. La Val di Susa è nostra e la riprenderemo. A 15 anni dalla Libera Repubblica della Maddalena, SAREMO OVUNQUE! Ora e sempre No Tav! Palestina libera!
Carta per la transizione popolare e un’energia autonoma dagli interessi delle grandi industrie
Durante il weekend di iniziative a difesa dell’Appennino è stata prodotta una carta a partire dal confronto tra i vari comitati presenti. La trovate di seguito con l’invito a diffonderla e stamparla! La carta e altri materiali saranno presenti al banchetto di Confluenza e dei comitati a difesa del verde al Festival Alta Felicità a Venaus dal 24 al 26 luglio! Per metterti in contatto con noi scrivi a: confluenza.info@gmail.com Il fabbisogno di energia dipende dal tipo di società che si vuole e, per immaginarlo, dovremmo partire dalle nostre necessità e aspirazioni come popolo. Sempre di più, dove saranno presenti campi fotovoltaici o parchi eolici o nuove centrali nucleari saranno presenti anche data center che, in barba a tutti i vincoli e normative, verranno costruiti perché strategici per il sovranismo digitale oltre che energetico.  La transizione deve avere le seguenti caratteristiche:  * POPOLARE, ovvero interamente gestita dalla cittadinanza e dagli abitanti di un territorio. Il popolo è sovrano: allora occorre partire dalle esigenze di chi ha attività che producono effettivamente benefici al territorio come aziende agricole, produttori locali, chi vi abita e ha presente il valore di queste aree; * INFORMAZIONE TECNICA TRASPARENTE, deve essere accessibile e condivisa, oltre a dover tenere in considerazione che il popolo possiede un sapere molto prezioso: tecnico, scientifico e politico. Questo patrimonio deve essere considerato molto più credibile del sapere tecnico al soldo di ENI o di altre multinazionali dell’energia; * l’energia deve essere AUTOPRODOTTA e AUTOCONSUMATA dagli abitanti dei luoghi dove sorgono gli impianti energetici. L’energia deve essere in mano alle persone che la usano mentre l’attuale sistema energetico è verticistico.  Contro la speculazione energetica in mano alle multinazionali non c’è un piano B: esistono solo mobilitazioni e resistenza. La lotta ci permette di riappropriarci di spazi che magari, poco tempo fa, sembravano impenetrabili. L’energia deve essere in mano alle popolazioni contro le logiche del mercato energivoro. In tutti i luoghi dove ci sarà speculazione energetica, noi ci saremo. Qui puoi scaricare il file pdf CARTA TRANSIZIONE POPOLAREDownload
Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e preparativi per l’Alta Felicità
Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa di lotta a San Didero, il secondo giorno è stato dedicato al confronto politico, alla socialità e alla presenza nei luoghi della resistenza. da Notav.info Nel pomeriggio il presidio di Venaus ha ospitato la presentazione del libro “La Lunga Frattura”, insieme alla redazione di InfoAut. Un momento di discussione attorno ai temi della guerra e della crisi dei valori dell’imperialismo, dopo il movimento in solidarietà alla Palestina di settembre e ottobre scorsi occorre continuare a interrogarsi sulle possibilità che nel prossimo futuro si apriranno per contrapporsi al riarmo generalizzato, alla devastazione dei territori e alla crisi sociale. La serata si è poi spostata al Presidio di Traduerivi, a Susa, dove aperitivo, musica e iniziativa di lotta hanno riportato al centro uno dei luoghi simbolo della devastazione in Valsusa. Decine di No Tav hanno raggiunto poi il cantiere, percorrendone il perimetro e facendo risuonare una lunga battitura contro le reti che delimitano l’area. Nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine la determinazione dei presenti ha permesso di divellere alcuni tratti della concertina installata lungo le recinzioni. La risposta è stata, ancora una volta, a suon di lacrimogeni e idrante nel tentativo di allontanare i/le No Tav dalle reti. Un copione ormai noto, che vede un enorme impiego di uomini e mezzi schierati per difendere l’ennesimo cantiere mentre la mobilitazione No Tav continua a dimostrare, con determinazione e partecipazione, che la resistenza in Valle non si è mai fermata. Ancora una volta il weekend di lotta ha rappresentato un’occasione per ritrovarsi, condividere esperienze e rafforzare i legami tra chi continua a sostenere la lotta No Tav. La giornata di oggi vede la fine di questo fine settimana tra montaggi e allestimenti in vista del Festival Alta Felicità, che tornerà il prossimo fine settimana a Venaus per celebrare la sua decima edizione. Come ogni anno, il passaggio dal campeggio al festival racconta la continuità di un percorso fatto di impegno collettivo, partecipazione e autorganizzazione. Perché l’Alta Felicità non è soltanto un festival: è il frutto del lavoro di centinaia di persone che, insieme, costruiscono uno spazio di incontro, cultura, musica e resistenza nel cuore della Val di Susa. L’appuntamento è quindi per il prossimo weekend a Venaus, per dieci anni di Alta Felicità e una nuova occasione per continuare a dimostrare che un’altra idea di territorio, fondata sulla condivisione e sulla difesa dei beni comuni, è possibile.