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Trino Vercellese: un caso simbolo del tandem data center, nucleare e bolla speculativa
Riportiamo parte degli interventi della serata informativa organizzata da Legambiente del Vercellese e della Valsesia – gruppo di Trino il 16 ottobre 2026 a Trino alla quale abbiamo partecipato, in modo da fissare alcuni concetti chiave nell’approcciarsi a questo terreno.  I PARTE DOMANDA ENERGETICA FUORI DALLA REALTÀ  1.1 Dal reattore al Data Center  Ad aprire l’incontro è stato Fausto Cognasso, già membro del comitato TriNO contro l’installazione del Deposito nucleare nazionale nella pianura risicola vercellese. Il suo intervento è servito a confrontare la narrativa istituzionale sul Cavour Hyperscale Campus (CHC) con i rischi reali per il territorio legati alla realizzazione del progetto. Del CHC si parla infatti solo in termini entusiastici. 400 MW di potenza di calcolo, 4 miliardi di euro di investimento, importanti ricadute occupazionali: un rilancio economico a tutto campo. Ma né dentro né fuori dalle sale comunali si è ancora avuto un vero confronto politico sul progetto. Il silenzio ufficiale lascia al momento sospese questioni decisive per la valutazione del CHC da parte del territorio. Ad esempio, il campus potrà affidarsi a fonti rinnovabili per le sue esigenze energetiche? O si dovrà piuttosto ricorrere al nucleare, come ha lasciato intendere l’assessore all’Ambiente della Regione Piemonte Marnati? C’è il rischio che i costi di adeguamento della rete elettrica alla proliferazione di data center in Lombardia e Piemonte vengano scaricati sui cittadini attraverso un aumento in bolletta? L’insediamento di un data center potrebbe dare luogo o esasperare fenomeni di isole di calore? E se, come dovrebbe avvenire nel caso del CHC a Trino, i server non saranno raffreddati ad acqua, si userà allora un liquido refrigerante a base di PFAS? I rischi legati a questi “inquinanti eterni” sono stati opportunamente valutati? Colmare il vuoto d’informazione In merito a questa ondata di data center che si sta abbattendo sul nord Italia, l’opacità rilevata anche a Trino in merito al progetto del CHC è la regola: comitati, associazioni, stampa indipendente e cittadini si stanno mobilitando per “coprire il deficit di informazione e democrazia”. Ad esempio, il nesso tra crescita della produzione di PFAS e accelerazione sui data center per le necessità dell’intelligenza artificiale è un fatto assodato. In un report pubblicato dalla ONG svedese ChemSec viene illustrato come dai piani industriali dei primi dieci grandi produttori mondiali di PFAS emerga l’intento di espandere la produzione dei composti in risposta alla crescita esponenziale del settore tech. Come abbiamo accennato, nel caso dei data center i PFAS entrano in gioco per il raffreddamento in quanto necessari ai liquidi refrigeranti alternativi all’uso di acqua o aria fredda. Queste moderne tecnologie di raffreddamento dipendenti dai PFAS vengono tipicamente impiegate negli hyperscaler come il CHC. Il colosso francese dei materiali Arkema, ad esempio, ha inaugurato in Kentucky uno stabilimento da circa 60 milioni di dollari per la produzione del gas HFO R1233Z, refrigerante di largo impiego e utilizzato anche nei data center per il raffreddamento dei server. Quanto alle ricadute occupazionali, resta da capire se artigiani e imprese locali abbiano effettivamente le competenze per lavorare a una struttura come il CHC. Nel caso della centrale Galileo Ferraris, ad esempio, gran parte dell’imprenditoria locale dovette accontentarsi di subappalti marginali. Sul piano amministrativo il coinvolgimento del territorio è completamente assente. La dichiarazione di interesse strategico nazionale approvata recentemente dal Consiglio dei Ministri per il CHC comporta la nomina di un Commissario straordinario di governo, incaricato di garantire la “tempestiva realizzazione dell’investimento”. L’iter ordinario, che pur essendo più laborioso offre maggiori tutele per il territorio e le comunità che lo abitano, qui dovrebbe lasciare il posto a un’autorizzazione unica, pensata per accelerare i tempi e offrire certezze a chi muove i capitali. Come in altri casi di grandi opere imposte dall’alto, il rischio è che la pianificazione urbanistica locale ne esca subordinata a interessi di mercato e politica di palazzo. Tanto più grave risulterebbe in questo quadro l’assenza di dibattito pubblico fin dalle fasi preliminari del progetto. La concentrazione di data center, di vecchie centrali atomiche non ancora dismesse e depositi nucleari su aree relativamente ridotte risulterà inoltre in una militarizzazione dei territori. Questo, per due ordini di motivi. Primo, si renderà necessaria per impedire a cittadini e comitati di monitorare e contrastare il progetto. Secondo, una volta in funzione, questi impianti diventerebbero bersagli in una guerra globale le cui forme più distruttive sono sempre più vicine anche alle nostre latitudini: la stessa che motiva i massicci investimenti piemontesi in intelligenza artificiale e data center e che favorisce l’establishment finanziario-industriale. Altrettanto concreto appare, nel quadro delineato, il ritorno dell’atomo nel vercellese. La legge 169, appena approvata, delega al Governo la disciplina del nucleare “sostenibile” e pone in prima fila come candidati per l’insediamento di futuri reattori i siti ex nucleari, Trino compreso. Indicativa del processo di riapertura all’atomo la metamorfosi dell’azienda Sogin: nata per smantellare le vecchie centrali e restituirle libere da ogni vincolo radiologico, è oggi tra i protagonisti del suo rilancio. Secondo l’ex amministratore delegato Artizzu, i siti da lei gestiti sono già pronti ad accogliere i nuovi reattori. Nel frattempo la Commissione consultiva comunale di Trino sullo smantellamento della centrale Enrico Fermi non si riunisce da due anni, nonostante le richieste dei membri designati dalle associazioni ambientaliste. Restano inevase anche le domande a Sogin sul Programma Vita Intera (PVI), il cronoprogramma che dovrebbe documentare avanzamento e costi dei lavori. Atteso per il 2023, è arrivato solo nel 2025 e attende ancora il vaglio dell’ARERA. Dal documento emerge che i costi del solo decommissioning superano di 2,8 miliardi le stime del 2020-2021 e che la chiusura della commessa slitta di dieci anni, dal 2029 al 2039. Il 7 ottobre, infine, il Sindaco di Trino ha partecipato a Roma a un incontro negli uffici di Inrete, società di lobbying che mette in relazione il mondo politico-istituzionale con quello imprenditoriale. L’evento, intitolato “Il nucleare per lo sviluppo energetico dell’Italia”, era promosso da Nuclitalia, società partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, e nata per guidare il ritorno dell’atomo in Italia. Nessuno ne ha dato notizia, né prima né dopo: cittadini e comitati l’hanno scoperto da una determina che stanziava i fondi per la trasferta. 1.2 Data center e nucleare: a che punto siamo?  Gianpiero Godio, referente dell’Osservatorio dei Cittadini sul nucleare, ha approfondito il gigantismo energetico dei data center, analizzando più da vicino la possibile interazione di queste strutture col nucleare, con le rinnovabili e con i paradigmi energetici impliciti alla corsa agli hyperscaler. Nel corso della sua vita professionale Godio è stato per vent’anni responsabile dell’unità di automazione e calcolo scientifico dell’impianto nucleare Eurex di Saluggia (CNEN), dirigendo quindi un “piccolo data center” per l’impianto di riprocessamento.  Le osservazioni di Pro Natura alla consultazione sul disegno di legge regionale Il 15 luglio la Regione Piemonte, tramite l’assessorato Ambiente, Intelligenza Artificiale ed Energia, ha aperto una consultazione pubblica sul disegno di legge regionale “Disciplina per l’insediamento di data center”. Pro Natura ha presentato quattro pagine di osservazioni, i cui punti principali elaborati possono così essere riassunti: * L’AI va considerata un bene comune, quindi sottratta a usi bellici, speculativi e antidemocratici, con uno sviluppo aperto e graduale. * L’addestramento nei data center deve adattarsi alla disponibilità oraria e stagionale delle rinnovabili. Queste devono essere l’unica fonte da subito e provenire da nuovi impianti e nuovi accumuli dedicati, senza accentrare tutta l’energia rinnovabile già prodotta sul territorio sottraendola ad altri ambiti. * Lo sviluppo va pianificato a livello statale e regionale, stabilendo potenza, collocazione e finalità dei data center prima di realizzarli. * I territori ospitanti vanno protetti da interruzioni di fornitura e, aggiunge Godio, anche da aumenti dei prezzi locali. Le popolazioni devono essere consultate con un’inchiesta pubblica preventiva. * Sul piano etico, ci si chiede a chi serva davvero un’AI “totalizzante”: se arricchisca il pensiero o lo sostituisca, e se serva percorsi di emancipazione collettiva o speculazione e guerra. I numeri dei consumi dell’AI – intelligenza artificiale Un data center da 400 MW consumerebbe circa 3,5 miliardi di kWh l’anno, cioè il triplo dei consumi di tutti i settori della provincia di Vercelli e più di tutta la produzione fotovoltaica installata in Piemonte, che si aggira sui 3 miliardi di kWh. A meno che l’addestramento dei modelli di machine learning e deep learning non venga pianificato in modo flessibile, alimentarlo continuativamente (come queste strutture normalmente richiedono) con l’agrivoltaico richiederebbe circa 35 km² (3.500 ettari) e una quantità impressionante di batterie. Inoltre, un approccio che ponga come imprescindibile a una riappropriazione popolare dell’AI la sua sincronizzazione con le FER (Fonti Energia Rinnovabili), escluderebbe a priori i data center hyperscale. Per dare un’idea della scala delle necessità energetiche di queste strutture rispetto alle possibilità e ai costi delle rinnovabili, il grande impianto fotovoltaico di Enel di Leri Cavour produce meno del 5% di quanto servirebbe a un data center da 400 MW come il CHC. Per permettere le modalità di insediamento massiccio di queste strutture che stanno via via facendosi sempre più ingombranti, il ricorso alle fonti fossili è inevitabile, anche se questa invasione in atto sembra debba fare da volano a forme energetiche anche più problematiche. La svolta sull’atomo: vecchi siti per il nuovo nucleare Rieccoci, dunque, allo spettro del ritorno al nucleare in Italia. Quello fra data center hyperscale e nucleare è un “matrimonio di interesse e di potere” che non s’ha da fare, né a Trino né altrove. Dopo la pausa di agosto, a settembre è emerso che la nuova legge delega sul nucleare fortemente voluta dal Governo e già approvata dalla Camera, sarebbe stata approvata anche dal Senato. L’approvazione formale infatti è avvenuta il 23 settembre. La legge delega 169, come abbiamo già avuto modo di accennare, all’articolo 2 amplia la destinazione d’uso dei vecchi siti nucleari. Le finalità comprendono nuovi impianti di produzione, impianti di fabbricazione e riprocessamento del combustibile, stoccaggio temporaneo e smaltimento definitivo. Nella pratica una loro riattivazione, legittimata dalla corsa ai data center, senza che sia mai avvenuta una vera disattivazione. Ad andare incontro a questa  riattivazione potrebbero essere il centro Euratom a Ispra, sul Lago Maggiore; Bosco Marengo, dove si fabbricavano le barre di combustibile; il deposito di Tortona, e addirittura le miniere di uranio di Peveragno e dell’Alta Val di Susa. Sufficienza e bene comune: ripensare il progresso Se data center, AI e nucleare sono il progresso, emerge con forza la necessità di ripensare il concetto stesso di progresso. Per abbandonare le fonti fossili servono sufficienza, efficienza, flessibilità e rinnovabili “fatte bene”, cioè motivate organicamente dalle necessità e aspirazioni dei territori e non dalla speculazione finanziaria. I data center hyperscale sono, invece, l’antitesi della sufficienza: raggiungerla implicherebbe infatti chiedersi quali usi digitali siano davvero necessari al benessere umano e sociale e quali siano invece forme di sovraconsumo ed estrattivismo. Non basta puntare sull’efficienza, perché questa genera un effetto rimbalzo: una maggiore efficienza, portando a un aumento della produzione, porta a uno sfruttamento complessivo maggiore delle risorse. La sfida è invece quella di un cambio di paradigma, di una sovversione dei rapporti di forza: l’AI deve essere un bene comune, di uso limitato e per fini quali la ricerca scientifica o le applicazioni mediche, e sincronizzata con la disponibilità giornaliera e stagionale delle rinnovabili, conclude Godio. La centrale nucleare di Trino durante la sua costruzione – Fondazione del camino. Dal sito di Sogin 1.3 I consumi elettrici Interviene Umberto Lorini (Pro Natura Vercellese, Valsesia e VCO), con una riflessione sulle conseguenze dell’avvento dei data center sul consumo di energia elettrica. Lorini guarda alla scala nazionale e contestualizza storicamente quanto sta avvenendo. Cosa è accaduto riguardo al fabbisogno di energia elettrica negli ultimi 100 anni?  Nella prima metà del XX secolo in Italia non si superò mai la soglia dei 25 TWh e l’energia era prodotta principalmente attraverso centrali idroelettriche. Nel dopoguerra, gli anni del boom economico e dell’industrializzazione, il fabbisogno triplicò. Nel 1968 vennero superati i 100 TWh annui grazie anche all’uso di altre fonti: all’idroelettrico si affiancò soprattutto il petrolio. Nel 1973, alla vigilia della prima grande crisi petrolifera, due terzi del fabbisogno nazionale di energia elettrica erano coperti da centrali a olio combustibile. Negli anni ’70-’80 ci fu il momento del nucleare; quattro centrali che anche quando funzionavano tutte e contemporaneamente non coprirono mai più del 4-4,5% del fabbisogno elettrico nazionale, che in quel periodo era tra i 150 e i 200 TWh annui (e che lasciarono strascichi che si paghiamo ancora). Negli ultimi 20 anni del XX secolo la domanda di energia elettrica in Italia crebbe fino a sfiorare i 300 TWh annui. Rispetto alle fonti, Lorini mostra dati che indicano come il petrolio sia stato in gran parte progressivamente sostituito dal gas naturale, con cui nel 2000 in Italia si produceva più della metà dell’energia elettrica. Il picco dei consumi elettrici in Italia venne raggiunto 20 anni fa, nel 2007, con 340 TWh annui: da quel momento – gli ultimi 20 anni – il fabbisogno di energia elettrica è rimasto stabile fra i 300 e i 320 TWh. Di questi, il 40% è attualmente coperto con fonti rinnovabili: fotovoltaico soprattutto, ma anche idroelettrico, un po’ di eolico, un po’ di geotermico. La crescita costante di consumo che ha caratterizzato tutto il XX secolo, con il XXI si è sostanzialmente arrestata, se non leggermente calata. Quali sono i motivi di questo calo di consumi nell’ultimo ventennio? –        L’efficientamento: per fare le stesse cose che facevamo 20 o 25 anni fa, oggi, grazie al miglioramento tecnologico, consumiamo meno energia elettrica. –        L’autoproduzione e l’autoconsumo, che non rientrano nei dati ufficiali, per cui chi avesse pannelli solari sul proprio tetto per i propri consumi, non rientra nel conteggio ufficiale a livello nazionale (si stima sia tra i 5 e i 10 TWh annui). Se i consumi restassero stabili, entro il 2030 si potrebbe arrivare al 50% del fabbisogno elettrico coperto da fonti rinnovabili (oggi siamo intorno al 41%) e quindi progressivamente aumentare la quota di rinnovabili per sostituire progressivamente le fonti fossili nella transizione energetica. Il professor Angelo Tartaglia ha calcolato che con gli attuali pannelli fotovoltaici in commercio il fabbisogno complessivo annuo nazionale (315 TWh) potrebbe essere coperto con pannelli installati sullo 0,52% della superficie del territorio nazionale (Lorini cita esplicitamente tetti e coperture, non suoli agricoli). Tra l’altro, così facendo e con consumi stabili, entro il 2030 l’Italia non avrebbe più bisogno di importare energia elettrica dalla rete europea, di cui, per inciso, meno della metà arriva dalla Francia nucleare. Va infatti sottolineato che gli acquisti dall’estero dipendono per lo più dalla convenienza del prezzo in certi periodi, più che dalla capacità di produzione. A partire da questo quadro di informazioni, Lorini propone due possibili scenari per la transizione energetica: –        se la domanda si stabilizzasse a 300 TWh all’anno, per arrivare al 63,4% da rinnovabili (obiettivo PNIEC) servirebbe  produrre 190 TW, che è un obiettivo fattibile. –        Se però la domanda crescesse fino a 400 TWh all’anno, diventerebbe difficilissimo coprire questo fabbisogno con le rinnovabili. È qui che Lorini inserisce un discorso sui consumi che potrebbero portare il fabbisogno da 300 a 400 TWh all’anno, e che identifica nei seguenti tre: –        i condizionatori. L’aumento delle temperature comporta una crescita stimata di circa 7 TWh all’anno entro il 2030. –        Le auto elettriche. Previsioni dicono che si passerà dall’1% attuale al 5% nel 2030 e 10% nel 2035, con un consumo di circa 15 TWh all’anno in più. –        I data center. A livello nazionale si prevede che arriveranno a consumare ulteriori 30-35 TWh all’anno. Sono quindi soprattutto i data center a far saltare il banco con una richiesta di energia abnorme, per cui le uniche strade sembrerebbero quella del continuo consumo di combustibili fossili o la costruzione di nuove centrali nucleari. La proliferazione dei data center altamente energivori porterebbe inevitabilmente con sé il ritorno alla produzione di energia con il nucleare, perché non basterebbero i pannelli fotovoltaici sugli edifici o sui campi per coprire questi ordini di grandezza. La centrale nucleare di Trino durante il suo esercizio. Dal sito di Sogin II PARTE DATA CENTER COME NUOVO CAMPO DI VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE  2.1 Mappa dello sviluppo di data center in Italia Come riportato dal Comitato di Ciarlasco “Nel Rapporto “Data Centers in Italy 2026 Market Research and Industry Survey” di IDA1,  l’associazione italiana dei promotori dei data center, è uscita questa mappa da loro elaborata. In questa mappa e nel rapporto viene espressa la strategia del mercato dei data center in Italia e il tutto viene presentato come un piano di sviluppo, in rapporto ai piani energetici e di sviluppo delle infrastrutture di Terna, dei cavidotti e delle fibre ottiche. Peccato che i data center vengano valutati singolarmente, senza avere un piano nazionale con una valutazione ambientale strategica nazionale.” Se si guarda alla regione Lombardia la richiesta a Terna è di 44 Watt/h, pari al 130% del fabbisogno energetico nazionale del 2025. I 30 progetti in VIA (Valutazione Impatto Ambientale) in Lombardia avrebbero dei consumi pari a 6 milioni di famiglie e servirebbero 24 centrali nucleari SMR per alimentarli. Come viene raccontato anche da Enrico Duranti, portavoce della Rete Stop Data Center intervenuto alla serata informativa. Perché l’Italia è stata individuata come hub dei data center Puntini gialli: progetti  Linee azzurre: dorsali della fibra ottica Questi impianti vengono progettati in certi luoghi non solo per la capacità energetica dell’alta tensione ma anche per la presenza delle fibre ottiche fondamentale per la trasmissione dei dati. Come si vede dalla mappa qui sopra arrivano molte linee dal Piemonte. Come evidenziato dalla mappa dei cavidotti internazionali (qui in formato consultabile online https://www.submarinecablemap.com/country/israel), anche detti autostrade digitali, questi cavi arrivano in Europa dalla costa USA, raggiungono l’Italia passando da Genova, proseguono verso Israele, India, Singapore per poi tornare negli USA. Si tratta di un’unica autostrada digitale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per cui i data center sono fondamentali : l’AI ha infatti una sempre maggiore necessità di  spazio per stoccare questi dati. La posizione dell’Italia risulta quindi utile per il contesto mondiale.  2.2 Focus sul ruolo dell’Italia nel corridoio IMEC Abbiamo iniziato a mettere insieme alcune informazioni che ci portano a concludere che in questa circolazione di cavidotti c’è un ruolo assunto dall’hub italiano nei confronti delle necessità israeliane. In particolare, il progetto del corridoio IMEC (come viene esposto su ISPI) viene rappresentato come “la spina dorsale di una regione indo-mediterranea. L’Italia e il futuro della connettività transcontinentale. Il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) offre un’opportunità strategica per rimodellare il commercio globale e la connettività digitale, posizionando l’Italia come hub mediterraneo fondamentale e chiedendo un’azione politica mirata per garantire il suo ruolo nelle reti geopolitiche ed economiche emergenti.” Questo progetto di scambio e connettività tra Europa, Medio-Oriente e India è il risultato del G20 di Nuova Dehli del 2023, il tutto per beneficiare Israele nelle sue possibilità di essere collegato a queste aree geografiche: un ponte dunque che viene gettato nei confronti di Netanyahu. L’obiettivo di IMEC è di ridurre i tempi di trasporto tra India ed Europa rispetto alla rotta di Suez e facilitare la costruzione di gasdotti, cavi internet e reti energetiche.  In questo senso l’Italia diventa anche uno snodo per Israele: vengono registrati il cavo Blue che passa da Genova, Jonah che parte da Bari e Mednautilus da Catania. Per Israele è centrale la questione della connessione: il 70% del PIL israeliano si concentra  nei servizi, settore che dipende da internet. Inoltre le telecomunicazioni e i servizi informatici sono la principale voce dell’export israeliano. IMEC è un corridoio che assume un ruolo fondamentale anche in relazione agli aspetti geopolitici e per farlo funzionare i data center sono importanti, così come lo sono gli snodi che fanno approdare i cavi, Genova e Trieste nel caso del nostro Paese.  In questa mappa sono evidenziati soltanto i cavidotti israeliani e i loro punti di approdo  Illustration of the IMEC and its connections, courtesy of ECFR. Sources: TeleGeography, Edison, RailFreight. ECFR. https://www.merip.org/2025/10/hardwiring-normalization-infrastructures-extraction-and-gazas-future/ Aggiungiamo anche che la questione energetica si intreccia con la dimensione coloniale incarnata da Israele, così come abbiamo sottolineato rispetto agli investimenti israeliani in grandi impianti di rinnovabili. L’autrice Rafeef Ziadah, attivista palestinese per i diritti umani, ne parla in questo articolo Ripensare la Palestina al di là dell’eccezionalismo, sottolineando come: “Queste dinamiche sono visibili in diversi sviluppi recenti in tutta SWANA: il consolidamento dei legami Golfo-Israele; l’integrazione delle tecnologie di sorveglianza, armi e sicurezza; i cosiddetti schemi di sviluppo verde che si presentano come futuri sostenibili mentre trincerano l’espropriazione coloniale; e nuovi corridoi di trasporto e commercio, tra cui progetti come il corridoio economico India-Medio Oriente (IMEC), che immaginano una circolazione regionale senza soluzione di continuità mentre passano le aree geografiche in frantumi e le rivendicazioni politiche dei palestinesi. Questi progetti sono spesso inquadrati nel linguaggio della connettività, dell’innovazione e della prosperità. Ma connettività per chi, a quali termini, e costruita sulla cancellazione di chi?” E aggiunge:  “Questa più ampia corsa per l’accesso – a rotte commerciali, dati, energia, terra, porti, cavi sottomarini, corridoi logistici e influenza regionale – è fondamentale per comprendere il presente. L’imperialismo non è semplicemente guerra, funziona anche attraverso catene di approvvigionamento, circuiti finanziari, architettura cloud, progetti di energia estrattiva, trasferimenti di armi e il terreno digitale attraverso il quale le popolazioni sono monitorate, governate e rese redditizie. Ciò ha implicazioni dirette per il modo in cui comprendiamo l’economia politica in evoluzione della Palestina stessa.”  Illustration by Fourate Chahal El Rekaby Fin dall’inizio Israele è stato parte integrante di questo progetto attraverso i porti come Haifa. E’ chiaro che Israele non gioca da solo, infatti come viene sottolineato in questo commento sempre di Rafeef Ziadah “Il piano di riqualificazione di Gaza trapelato da Donald Trump prevede di trasformare il territorio in un hub logistico all’interno di un corridoio economico regionale guidato dagli Stati Uniti, dando priorità ai guadagni strategici e finanziari rispetto ai diritti e alla sovranità palestinesi”, questo significa che nello stesso corridoio viene previsto un ruolo di primo piano per il territorio palestinese in quanto ulteriore tassello di questo progetto di connessione globale. Infatti, sottolinea l’autrice “In un documento trapelato di 38 pagine dell’amministrazione di Donald Trump – il Gaza Ricostituzione, Accelerazione Economica e Trasformazione (Great) – propone di “trasformare fondamentalmente Gaza” piegandola nel Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec).” Tutto questo oltre ad aprire delle questioni sul piano politico e sulla complicità dei governi europei con il genocidio in Palestina, mette in luce anche una questione materiale, ossia legata alle conseguenze che queste interconnessioni possono avere sul piano economico e come esse impongano un peggioramento della crisi per le persone che abitano a queste latitudini. Vi è inoltre un altro aspetto importante da tenere in conto che ha a che fare con un’ennesima bolla speculativa: tutti questi impianti, a fronte di una richiesta energetica spropositata rispetto alle possibilità materiali della rete e della produzione, nella realtà non potranno mai essere realizzati. 2.3 Il legame tra intelligenza artificiale, data center, investimenti e finanza Aggiungiamo questi aspetti a partire dal contributo del professor Alessandro Volpi, intervistato da Alberto Deambrogio su Dignità tv.  Il processo fondamentale per comprendere la situazione in atto è il seguente: gli Usa attestano il loro debito su 40 miliardi di dollari, un ruolo importante è occupato dagli investimenti per l’intelligenza artificiale, inoltre, contemporaneamente la borsa si sta gonfiando rispetto al valore reale delle aziende. Un processo che  viene confermato anche in questo articolo di Vincenzo Comito di cui riprendiamo un passaggio: “Quasi allo stesso livello di preoccupazione si colloca il quadro dei mercati finanziari e il loro crescente legame con la situazione dei grandi gruppi dell’AI. I magnifici sette del settore negli  Usa stanno investendo somme colossali, in particolare nella costruzione dei data center. Ma le prospettive di recuperare tali enormi investimenti appaiono incerte. Intanto il valore dei titoli in Borsa continua a crescere, gonfiando complessivamente un mercato finanziario di cui i titoli delle imprese dell’IA costituiscono ormai la parte più importante, anche se gli investimenti delle imprese del settore sono sempre più finanziati a debito e non con le risorse interne. Poi c’è la situazione del private credit. Si tratta del settore dei prestiti alle imprese da parte di entità non bancarie, un campo opaco e solo scarsamente regolato, che registra una larga diffusione negli Stati Uniti in particolare. Esso pesa in effetti nel paese per circa 3 trilioni di dollari. Si registrano da qualche tempo una crescita nei default dei clienti, nonché una crisi di liquidità delle imprese del settore, dovuta tra l’altro alla crescita dei ritiri dei finanziamenti da parte del mercato.” Da un lato quindi si verifica una mole di investimenti gigantesca accumulata nel corso del tempo e, dall’altro lato, a fronte dell’indebitamento c’è forte incertezza rispetto ai risultati reali in termini di margine operativo lordo.  Un altro elemento importante è il seguente: per effetto di un indebitamento così marcato e per i massicci investimenti di grandi aziende (Nvidia, Microsoft, OpenAi, Antropic) si sono venuti a creare multipli azionari con un rapporto tra prezzo e utile attestatosi intorno a numeri altissimi. Ciò significa che c’è una grande attribuzione di valore alle società legate al mondo dell’AI a fronte di un indebitamento che sostiene grandi aspettative ma che cova incertezze sulla sua tenuta e sulla realizzazione reale degli investimenti.  Questo processo sta però mostrando i suoi primi segnali di incrinatura e del rischio bolla finanziaria, ossia una forte contrazione del valore azionario di alcune di queste società. Ciò che ne si può dedurre è un dato generalizzato di un parziale rallentamento. Perché ? L’AI dovrà fare i conti con il progressivo aumento dei tassi di interesse. Infatti per  effetto dell’indebitamento complessivo negli USA i tassi si stanno gonfiando, il Paese è  alle prese con la ricomparsa dell’inflazione (4%) e, quindi, per situazioni così indebitate poter far fronte al mantenimento del valore del proprio titolo con ulteriore ricorso al debito, se i tassi di interesse crescono, diventa un meccanismo sempre più oneroso e complicato. Non è un caso, aggiunge Volpi, che OpenAi e Antropic hanno ritardato la loro iscrizione in borsa, questo perché la quotazione oggi è pericolosa.  Infine, una parte significativa delle risorse viene dai grandi gestori internazionali del risparmio (BlackRock e altri): realtà che inizialmente hanno sostenuto questo sforzo comprando i titoli di Alphabet INC e Nvidia, grazie alla capacità di assorbire azioni a livello internazionale. Ma in questo momento anche i grandi fondi, che dispongono del risparmio mondiale, devono indirizzarlo verso prodotti sul mercato globale che duplicano gli indici con una maggiore certezza. Bisognerà dunque vedere se questi fondi di investimento continueranno a indirizzare le loro iniezioni di capitale nel settore dell’intelligenza artificiale. Questo perché se scende il valore delle azioni dell’AI saranno costretti a venderle  in modo da ricomporre il paniere dei fondi di investimento dei risparmiatori, al cui interno infatti sono presenti anche fondi pensione, inclusi quelli di gran parte degli italiani. Il meccanismo descritto implica un fattore di rischio su settori fortemente iniettati di capitale privato, strettamente legati all’andamento della borsa mondiale e, dunque, immersi nella possibilità di sgonfiarsi completamente svalutando così pezzi di stato sociale che dovrebbe invece essere garantito.  La bolla dunque è costruita su questa simmetria: risultati non sufficienti a giustificare multipli azionari di questo tipo e, parallelamente, aumento dei tassi di interesse. Oltre al contesto americano va tenuto in conto il debito europeo e il processo che alimenta la bolla legata agli investimenti nel riarmo (anch’esso legato all’intelligenza artificiale) oltre che alla spesa a esso dedicata.  La bolla dell’AI è una bolla finanziarizzata: l’interrogativo riguarda il fatto se le vendite future riusciranno a coprire gli enormi costi già in atto oppure no e l’esempio dei progetti di data center è un fattore concreto di questo processo che si materializza sui nostri territori.  2.4 Dibattito sul ruolo della politica L’intervento di Alberto Deambrogio pone alcuni interrogativi importanti sull’atteggiamento e sul ruolo della politica nei confronti del dilagare di data center in atto. Il quadro che ne emerge è preoccupante e desolante allo stesso tempo: una politica che pare aver smarrito il proprio reale compito, insufficiente nel suo agire e continuamente alla rincorsa nel tentativo di normare qualcosa che nella sostanza le sfugge di mano. Una riflessione questa che si rispecchia su livelli diversi, a partire dal regolamento europeo che prevede una rendicontazione annuale per una serie di dati riguardanti queste megastrutture, uno schema di rating per classificare i data center e un tentativo di stabilire standard minimi vincolanti di prestazione energetica. Al di là della dubbia efficacia delle prime due misure dovuta alla grande opacità dei proponenti dei progetti (come riportato da diversi studi), nella sostanza si palesa un orientamento stabilito in maniera non autonoma, che semplicemente insegue il progredire del fenomeno. Anche a livello nazionale però le norme denotano un atteggiamento di insufficienza, tra l’altro votate bipartisan. Il quadro normativo, sostanzialmente riconducibile al Decreto legge semplificazioni e bollette dell’anno corrente, si focalizza sul procedimento unico e sui tempi di realizzazione delle strutture, sulla semplificazione dei nodi di connessione e sul ricorso a un commissario di governo per investimenti strategici superiori a 1 miliardo di euro, senza neanche menzionare l’interlocuzione e il dialogo con i territori interessati. Una pericolosa dinamica quest’ultima, che ripropone lo stesso schema utilizzato per il nucleare: tutto viene centralizzato, le decisioni sono prese dalle alte sfere in autonomia e il coinvolgimento delle comunità locali è assente (si ripresenta anche sotto questo aspetto dunque il legame fin qui più volte sottolineato tra data center e atomo). Per quanto concerne la regione Piemonte invece un testo di legge a oggi non c’è ancora, esistono però delle proposte che lasciano intravedere un orientamento di massima: si accetta il fenomeno data center in maniera acritica impegnandosi a stabilire dei paletti per limitare gli inconvenienti. Si ripropone dunque anche a livello locale l’atteggiamento politico di cui sopra: la volontà di attrarre sul territorio capitali e strutture per poi agire di rimando. Gli stessi “paletti” auspicati nelle proposte appaiono comunque deboli, in particolar modo in merito al consumo di suolo e acqua, all’inquinamento acustico e al tema delle monetizzazioni; i riferimenti sono troppo morbidi e non contengono limiti cogenti. Il testo di legge finale della regione Piemonte sta probabilmente attendendo di valutare quel che sta accadendo in Lombardia, dove una legge esiste già, poco efficace, ma dove esiste anche un fermento e un movimento di protesta importante che richiede a gran voce una moratoria che si può riassumere così: è necessario fermarsi per comprendere e valutare attentamente la natura del fenomeno (utilità, fattibilità, impatti di varia natura, a chi torna utile…) e in un secondo momento scrivere la normativa, senza rincorrere il proponente di turno.  Di fronte a questo tipo di atteggiamento normativo passivo urge dunque fare pressioni affinché la politica costruisca un proprio punto di vista critico autonomo, al fine di contrastare il comando di scienza e tecnologia (prendendo coscienza che esse non sono mai neutre), il cui potere pretende sempre più di essere considerato indiscusso. Occorre si prendano posizioni critiche a monte, senza avere alcun timore di essere considerati retrogradi o “quelli del No”. Non si tratta di volersi fermare per guardare indietro, bensì di porsi interrogativi seri al fine di scegliere un modello diverso. Il relatore si pone poi una serie di interrogativi che riproponiamo qui per sviluppare dibattito in merito: questi mega impianti, questi hyperscaler, sono davvero la priorità e lo sviluppo futuro che vogliamo pianificare? E’ in grado la politica di farsi proponente di un’alternativa reale per poter cogliere le vere opportunità del progresso tecnologico senza prostrarsi ai proponenti portatori di interessi di profitto? Perché nessuno considera il principio di “calcolo diffuso” (o distribuito) con cui sviluppare l’AI che può realmente servirci mediante il potenziamento dei nostri computer? E ancora, le aziende alle spalle di queste mega strutture lavorano e accumulano ricchezza con i dati che produciamo noi tutti e forniamo loro gratuitamente: vogliamo parlare di come distribuire i proventi? C’è poi un ulteriore elemento che la discussione politica elude trasversalmente: l’effetto cumulativo dei data center. Come descritto precedentemente è in atto una bolla finanziaria enorme nel settore dell’AI e varrebbe la pena porsi un interrogativo: nel momento in cui scoppierà questa bolla, quale sarà l’effetto sui territori occupati da queste strutture? Chi pagherà il conto? La risposta è chiara fin da ora: il dominio della finanza lascia dietro di sé macerie che paga la collettività. Conclusioni A fronte di queste riflessioni concludiamo quindi con un nostro punto di vista. Il punto per noi sta nella proprietà e nella contesa del potere dell’energia in senso generale, unica possibilità per stabilire a chi serve e per cosa. Soltanto nella possibilità di riappropriarsi della produzione, gestione e consumo dell’energia si potrebbe aprire uno scenario di sostenibilità e uguaglianza. Per fare questo è evidente che non basti enunciarlo ma che occorra porsi il problema dei rapporti di forza e della riorganizzazione generale dei rapporti nella società. Detto questo, se pensiamo a un certo tipo di fonte energetica come le rinnovabili, uno scenario simile non sarebbe così fuori dalla realtà. Il primo problema dunque, quando ci si vuole approcciare al tema dei data center e dell’AI nei termini di una possibile loro riforma, riguarda il fatto che il loro sviluppo è materialmente inscindibile dall’utilizzo di energia nucleare. Questo quindi impone un serio bagno di realtà: l’energia atomica è l’energia padrona per eccellenza e uno scenario di controllo popolare su di essa è escluso, come la stessa storia del movimento antinucleare ci insegna. In secondo luogo, l’intelligenza artificiale sviluppata oggi non può prevedere un suo impiego che escluda il dual use per il militare: è impossibile dunque pensare di scindere una AI “buona” da una AI “cattiva”. Il punto quindi non è per noi doversi porre il problema di trovare loro una soluzione per risolvere la crisi in atto quanto più di porre con fermezza un NO chiaro e netto alla messa a disposizione dei territori e di chi li abita per una rivoluzione industriale che è contro gli interessi collettivi ma insitamente in favore degli interessi di chi deve oggi garantire un’egemonia globale tramite la guerra. Lo abbiamo detto sin dal primo momento con il Manifesto di Confluenza: dire NO è il primo atto costitutivo di un processo democratico reale e ricompositivo e dietro il nostro NO c’è già di fatto una proposta autonoma del vivere il territorio e le relazioni in e con esso.    Qui è possibile rivedere il video integrale della serata informativa a Trino del 16 ottobre 2026 1. IDA ↩︎ DATA CENTER – IDA – REPORT – 8-10-2026Download
La Gen Z tedesca si unisce alle danze?
La mobilitazione che come un fuoco di prateria sta incendiando l’Europa arriva anche in Germania: sabato 31 ottobre, il giorno dopo le gigantesche manifestazioni che in Italia hanno portato in piazza quasi 1 milione di persone, e mentre continuano gli scontri davanti ai palazzi del potere in Albania e le manifestazioni dell’«Atto III» in Francia, decine di migliaia di giovani hanno riempito le strade di tutto il paese. All’origine della chiamata c’era il movimento “Gen Z regelt” («ci pensa la Gen Z»), una rete senza leader e autonoma dai partiti politici nata sull’onda delle proteste studentesche e generazionali che hanno acceso la miccia in Francia. “Gen Z regelt” organizzava direttamente solo cinque o sei piazze, tra cui Berlino e Francoforte, ma in tanti altri luoghi la gioventù tedesca si è semplicemente auto-convocata: a fine giornata risultavano manifestazioni in 34 città tedesche, con una partecipazione straordinaria quantificata dagli organizzatori in oltre centomila persone. La giornata di sabato si inserisce in un trend di mobilitazioni europee da cui la Germania, il paese che per anni ha trascinato la UE con la sua potenza industriale e dettato le regole della partita a tutti gli altri paesi attraverso la propria spietata politica di rigore di bilancio, sembrava fino ad adesso totalmente assente. Eppure, anche e forse soprattutto in Germania, ci sono tutti gli ingredienti per far scoppiare il malcontento di una generazione: il modello economico tedesco è in crisi, schiacciato dalla concorrenza cinese sull’automotive e dal cinismo degli Stati Uniti, decisi ad abbandonare la ex potenza industriale europea al suo destino e a limitarsi a tenerne sotto ferreo controllo i mercati attraverso dazi e minacce. Impelagato da anni in una guerra contro la Russia combattuta per procura in Ucraina, alla cui necessità non crede più nessuno e della cui convenienza parecchi paesi UE stanno cominciando a dubitare, il governo di centrodestra di Friedrich Merz risponde alla crisi in cui è precipitato il suo paese con una massiccia politica di riarmo. I diciottenni maschi devono già passare la visita di leva obbligatoria, e nei mesi scorsi decine di migliaia di studenti hanno partecipato a quattro scioperi scolastici contro la leva, con occupazioni e blocchi. Intanto il governo taglia i fondi per la scuola e per il welfare, gli affitti continuano a salire e l’unica alternativa politica di massa sembra essere l’AfD (che si conquista il voto a valanga degli strati proletari e proletarizzati della ex-Germania Est). I servizi di sicurezza dello Stato, intanto, si attrezzano contro “il nemico interno” e “la guerra ibrida”, precipitando il paese in uno stato di paranoia permanente e criminalizzando di fatto chiunque lotti e si esprima contro la guerra, così come il movimento per la Palestina e l’antifascismo militante. Le rivendicazioni del 31 riflettono tutto questo: no alla leva e al riarmo, affitti accessibili, scuole che non cadano a pezzi, stop ai tagli. Nei cortei si gridava «Merz muss weg» (“Merz deve andarsene”) insieme a slogan contro la guerra e contro il carovita, come in tante altre piazze d’Europa. E proprio come in altri paesi europei, la controparte si è mossa con largo anticipo: i servizi di intelligence interna (il Verfassungsschutz) avevano messo sotto osservazione la mobilitazione, mentre il sindacato di polizia GdP aveva bollato i manifestanti come “giovani immigrati pronti a fare casino”, annunciando che non avrebbero ricevuto «nessuna clemenza». La CDU ha chiesto di vietare le piazze in diverse città e il governo Merz, intuendo la pericolosità di un movimento auto-convocato con altissime possibilità di emulare le rivolte generazionali in corso nel resto d’Europa, aveva esortato i giornali a non dare spazio alle ragioni del movimento e aveva contribuito attivamente a diffondere il panico tra gli abitanti dei centri città. Una scenografia ormai tristemente familiare sia in Italia che in Francia si è così ripetuta anche in Germania, con negozi barricati per proteggerne le vetrine, un dispiegamento di forze da stato d’assedio e migliaia di poliziotti in agguato con il chiaro mandato politico di terrorizzare i giovani e le giovani e spezzare le gambe alla mobilitazione. In alcune città la provocazione poliziesca ha dato i suoi frutti: a Colonia il corteo è stato vietato all’ultimo minuto e poi attaccato con gli idranti; a Lipsia decine di persone sono state chiuse per ore in un accerchiamento della polizia, e a Berlino si sono contati fino a 56 fermi. In generale, però, la giornata è stata un successo: 15.000 partecipanti a Francoforte sono riusciti a manifestare nel centro città e hanno resistito per tutta la sera alle cariche della polizia erigendo barricate fino a tarda notte, mentre qualche vetrina di lusso crollava (nonostante le misure di protezione), per la gioia di tanti giovani e lo shock dei principali giornali tedeschi. Grossi cortei pomeridiani hanno conquistato il centro città anche a Monaco e Dresda, mentre a Berlino, Amburgo, Hannover e Brema cortei spontanei e scontri sono andati avanti fino a notte e a Stoccarda la polizia ha bloccato il corteo a colpi di manganello e spray al peperoncino. Il ministro dell’Interno dell’Assia si è detto «scioccato» e la stampa si è subito lanciata in un elenco scandalistico delle violenze, un copione che a sua volta ricalca perfettamente quello che abbiamo visto in opera dopo i primi giorni di mobilitazioni in Francia e in Italia. È troppo presto per dire se questo sabato di protesta in Germania rappresenterà l’inizio di un ciclo e si estenderà oltre le composizioni studentesche e giovanili. Un’analogia stretta con ciò che succede in Francia e in Italia non regge (ancora). In Francia le proteste della “Gen Z” sembrano essere la condensazione, per composizione e pratiche di lotta, di un decennio di lotte che avevano portato in piazza, anche se a turno, soggetti molto differenti: studenti medi, sindacalisti, pensionati, giovani di periferia, gilet gialli, lavoratori. In Italia i tre fine-settimana di manifestazioni del 2026 potrebbero aprire a un nuovo ciclo di mobilitazione di massa che trova radici e memoria nel “Blocchiamo Tutto” del 2025. In Germania, invece, le piazze erano addormentate e pacificate da tre o quattro anni. Le ultime mobilitazioni diffuse e di massa c’erano state negli anni a cavallo della pandemia, quando una certa effervescenza giovanile aveva agito come forza propulsiva per il movimento ecologista e per la lotta contro il cambiamento climatico e il fossile, raggiungendo picchi anche molto alti a livello di consenso e conflittualità (come le battaglie della foresta di Hambach e di Lützerath). Dal 2023, poi, le lotte ecologiste sono gradualmente rifluite, pur lasciandosi dietro una consapevolezza diffusa e una disponibilità generale alla lotta che questa volta hanno certamente fatto la differenza. Dal 7 ottobre 2023, inoltre, il movimento tedesco si è trovato incastrato nelle proprie contraddizioni mai risolte, dando il via a un’assurda spirale di scontri e divisioni che lo hanno reso completamente incapace di assumere una posizione unitaria e coraggiosa di fronte al genocidio del popolo palestinese. Una crisi che tutt’oggi assorbe la maggior parte delle energie delle realtà politiche organizzate in Germania, ma che, per molti, un proseguimento di questo nuovo movimento della Gen Z (che fa della solidarietà alla Palestina uno dei suoi punti fermi) potrebbe contribuire a far superare. La forza del movimento giovanile che in Germania ha dato vita alla giornata del 31 ottobre sta nella sua spontaneità, come nel resto d’Europa, e nella genuinità delle ragioni di chi scende in piazza, quelle di una composizione stanca e impoverita dalle politiche dei governi europei e disgustata dall’orrore globale che si sviluppa da anni in diretta TV. Ma, come nel resto d’Europa, bisognerà valutare se la spontaneità sarà capace di reggere il contraccolpo di una risposta governativa decisa a spezzare sul nascere la potenziale voglia di riscatto di una generazione. Perché la mobilitazione duri servono anche in Germania le contro-istituzioni di movimento che da anni, embrionalmente, si costituiscono spontaneamente in Francia e che ultimamente abbiamo visto protagoniste anche delle mobilitazioni italiane: assemblee di massa e comitati nelle scuole, nelle università e nei quartieri, capaci di dare continuità e forza collettiva alla mobilitazione. Il prossimo appuntamento, in Germania, dovrebbe essere il 20 novembre, giornata di sciopero giovanile su scala europea. Anche in Germania, quindi, lo sciopero sembra essere lo strumento con cui dare continuità e rilanciare dopo una prima giornata di mobilitazione, e può essere una maniera per estendere la lotta a settori sociali che non si sentono (ancora) rappresentati da una rabbia marcatamente giovanile. Se la mobilitazione avrà gambe per marciare, a fronte delle scommesse che le si parano davanti, il fatto che anche nel cuore dell’Europa possa svilupparsi un movimento contro guerra e carovita nel Paese motore da un lato della necessità della riconversione bellica e del riarmo e, dall’altro, l’emblema della crisi europea su tutti i livelli, rappresenta il possibile salto di qualità di un movimento transnazionale, eterogeneo e transgenerazionale ma ancorato a istanze di classe e potenzialmente in grado di invertire la direzione di una guerra in cui tutti e tutte saremo coinvolti in maniera attiva. Per la prima volta da molti anni l’Europa è attraversata da una scossa che mobilita molte persone e settori sociali differenti fuori da un’attitudine resistenziale, ma di attacco alle condizioni di vita imposte dall’alto.
La rivolta dell’«altra Francia»
Ripubblichiamo questa interessante intervista a Houria Bouteldja apparsa originariamente su Machina.org Pubblichiamo un’analisi di quanto accade in Francia dal 17 ottobre e, più in generale, del ciclo di lotte che attraversa il paese, con un’intervista a Houria Bouteldja, figura di riferimento del dibattito antirazzista e di cui DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi! (edizione originale Beaufs et barbares, La Fabrique éditions). Nel testo l’autrice affronta diversi temi: dalla composizione sociale delle mobilitazioni alle possibilità di ricomposizione tra i giovani delle banlieue e il proletariato bianco impoverito, dal rapporto con La France insoumise alle analogie e alle differenze con quanto sta emergendo in Italia. Complessivamente, un’importante riflessione sulle trasformazioni del conflitto sociale in entrambi i paesi. *** G.M.: Le immagini delle ultime mobilitazioni in Francia colpiscono per partecipazione, composizione e radicalità delle pratiche di piazza, che si inscrivono nella continuità del ciclo di conflitti che attraversa il paese da molti anni, pur sembrando superare una nuova soglia d’intensità. A quale tipo di mobilitazione abbiamo assistito? In che misura vi ritroviamo la storia delle rivolte delle banlieue, delle mobilitazioni degli studenti delle superiori e delle lotte degli ultimi anni? E quali elementi di novità avete individuato? HB: Ciò che colpisce è che questo movimento sembra condensare da solo l’intero ciclo di mobilitazioni degli ultimi dieci anni. La sua composizione sociale è certamente specifica: per il momento si tratta di un movimento giovanile, nato nelle banlieue, i cui protagonisti sono in gran parte minorenni, molti dei quali di origine immigrata. Si sono mobilitati perché le loro condizioni di studio e di vita non erano più accettabili, perché la soglia di tolleranza delle ingiustizie vissute o osservate era stata ampiamente superata. Ma la sua composizione politica è molto più complessa: porta con sé la stratificazione soggettiva di un decennio di lotte che ha visto soggetti a prima vista molto diversi tra loro – sindacalisti, gilet gialli, giovani rivoltosi non-bianchi – scendere in lotta a turno, raramente insieme, raramente con le stesse parole d’ordine e le stesse pratiche. Le lotte sono frammentate. Eppure, oggi basta andare davanti a una scuola superiore bloccata o partecipare a una manifestazione per ritrovare un’unità nelle parole d’ordine, nelle pratiche o nei codici estetici: i gilet gialli, che questi ragazzi hanno conosciuto da bambini, quando a volte manifestavano nei cortili delle scuole cantando «Macron, dimettiti», riappaiono nelle bandiere tricolori, nei blocchi e nella Marsigliese, tornata a essere un canto di battaglia. Le rivolte per Nahel, assassinato dalla polizia nel 2023 a Nanterre, riaffiorano nell’estetica della rivolta e nelle parole d’ordine contro le violenze poliziesche. Anche le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato il segno, mentre quelle contro il genocidio a Gaza hanno riempito di bandiere palestinesi i blocchi e le manifestazioni degli studenti delle superiori. G.M.: Chi sono i principali protagonisti di queste mobilitazioni? Vedete emergere rivendicazioni chiaramente identificabili oppure, per il momento, soprattutto una «potenza negativa», intesa come rifiuto delle condizioni imposte da anni di repressione e smantellamento dello Stato sociale (per semplificare, contro il neoliberismo)? Quale importanza assume la consapevolezza del razzismo sistemico e le discriminazioni subite per comprendere la composizione delle manifestazioni, la radicalità delle forme di protesta e il rapporto con la polizia? H.B.: No, proprio questo è il punto: non si tratta di una potenza negativa o difensiva. Di solito il movimento sociale si mobilita contro una legge, come quella sul lavoro o sulle pensioni. È reattivo. Qui, invece, è insorto al di fuori di un’agenda governativa volta a imporre un nuovo dispositivo liberista. Il movimento è proattivo. Le rivendicazioni sono «per» qualcosa: il miglioramento delle condizioni nelle scuole. È molto diverso. A mio avviso, se la composizione razziale dei protagonisti è chiara, le rivendicazioni hanno un carattere fortemente sociale. La consapevolezza del razzismo è ovviamente presente, ma in primo piano vengono poste le questioni sociali legate alle condizioni di vita. Certo, il continuo peggioramento delle condizioni sociali è evidentemente legato alle discriminazioni razziali: repressione poliziesca, disoccupazione endemica, percorsi senza sbocchi, islamofobia… A soffrire di più sono gli abitanti dei quartieri popolari, sottoposti a un supersfruttamento a cui si accompagna il rifiuto di riconoscerli come «veri francesi». Da qui il sovrainvestimento nei simboli che rappresentano la Francia. Ma ciò che va sottolineato è la straordinaria vitalità del movimento, la sua creatività e il suo umorismo. G.M.: Nei tuoi libri e nei tuoi interventi insisti sulla necessità di una ricomposizione politica tra gli indigeni e i settori impoveriti del proletariato bianco. Questa possibilità si era manifestata, almeno in parte, durante il movimento dei gilet gialli. Vedete oggi segnali di una simile ricomposizione nelle mobilitazioni francesi? Quali ostacoli continuano a impedirla e attraverso quali pratiche politiche e di lotta potrebbe concretizzarsi? Non bisogna dimenticare che undici milioni di elettori votano per il Rassemblement national, facendone la prima forza politica del paese. Questo significa che una grande parte del proletariato bianco è di estrema destra. Ma in Francia una parte di questo proletariato può essere convinta dalla France insoumise, perché è sì razzista, ma è anche legata allo Stato sociale. D’altra parte, sì, nell’«altra Francia» vediamo delinearsi la possibilità di una convergenza tra una parte del proletariato bianco delle città, le classi medie di sinistra e i non bianchi dei quartieri popolari. La convergenza diventa reale quando le condizioni dei bianchi peggiorano e le loro relazioni sociali si sono costruite nella mescolanza razziale. Ad accelerare questo processo sono la paura della globalizzazione e un nuovo sentimento patriottico, aperto alla diversità razziale e, al tempo stesso, animato da una sensibilità internazionalista. Ciò che colpisce molto, e che l’estrema sinistra francese non comprende, è l’attaccamento alla patria. Non si erano mai viste così tante bandiere blu, bianche e rosse nelle manifestazioni e tra i giovani, né si era mai sentita cantare così tanto la Marsigliese. La cosa straordinaria è che questi giovani sono riusciti a riappropriarsi dell’inno nazionale, di cui la destra e l’estrema destra si erano completamente impadronite a fini nazionalistici, mentre è prima di tutto un canto rivoluzionario. Che i discendenti degli immigrati postcoloniali si riapproprino di questo canto per restituirgli la sua dimensione rivoluzionaria, quando i simboli nazionali sono serviti a colonizzare i loro antenati, è incredibile, ma si ricollega alle nostre analisi su quello che ho chiamato «patriottismo internazionalista». G.M.: Un elemento interessante del contesto francese è il ruolo della France insoumise, una forza politica che agisce sul terreno istituzionale ma che, allo stesso tempo, partecipa a numerose mobilitazioni e le sostiene apertamente. Quale ruolo svolge LFI nell’attuale ciclo di lotte? Come interpretate questo rapporto tra movimento e rappresentanza politica? Si tratta soprattutto di un calcolo elettorale oppure le lotte sociali, antirazziste e decoloniali degli ultimi anni hanno anche contribuito a far emergere una nuova forma di espressione politica sul terreno istituzionale? La France insoumise è nata dalla rottura con il Partito socialista e dal tradimento del «no» al referendum sulla Costituzione europea del 2005. Da allora il partito di Mélenchon non ha smesso di nutrirsi delle lotte, sia antiliberiste sia antirazziste. LFI è effettivamente oggi una sintesi politica relativamente radicale delle aspirazioni popolari. Che sia un partito parlamentarista non è un male, se gode del sostegno dei settori popolari bianchi e non bianchi. La nostra proposta, però, è una linea che non sia subordinata alla sola agenda di LFI, perché dal nostro punto di vista bisogna andare oltre LFI, proprio perché è vincolata alle regole del gioco parlamentare e la politica è anche e soprattutto la piazza e i sindacati. È ciò che sta accadendo in questo momento e, per ora, quello che osserviamo è che questi giovani in lotta si riconoscono molto di più in LFI e molto poco nell’estrema sinistra. G.M.: Guardando dalla Francia a ciò che accade in Italia, si potrebbe dire che il nostro futuro assomigli al vostro passato. Nelle mobilitazioni di questi ultimi giorni in Italia abbiamo assistito a qualcosa che, almeno nelle forme, ricorda le rivolte delle banlieue francesi: giovani spesso con un background migratorio, lontani dalle organizzazioni politiche tradizionali, sono diventati protagonisti delle manifestazioni, esprimendo una radicalità che si è tradotta in scontri con la polizia, saccheggi di negozi e forme di conflitto prive delle mediazioni a cui eravamo abituati. È una novità importante in Italia, mentre in Francia vi confrontate con questi fenomeni da decenni. Voi che avete attraversato questa storia e l’avete interrogata politicamente, come interpretate ciò che emerge oggi in Italia? Quali analogie e quali differenze vedete rispetto all’esperienza francese? E che cosa ci dice questo scarto temporale sulle trasformazioni del conflitto sociale nei due paesi? Ci dice, se posso dirlo, che l’Italia è un paese occidentale di seconda categoria, un paese il cui status in termini di bianchezza è inferiore a quello della Francia e della Germania, ma superiore a quello della Polonia o dell’Ungheria. A differenza della Francia, che insieme all’Inghilterra è al cuore della bianchezza coloniale, almeno in Europa, l’Italia ha sfruttato molti meno non bianchi della Francia e ha cominciato a farlo più tardi, anche se ha avuto anch’essa un’esperienza coloniale. Di conseguenza, l’esperienza razziale è più profonda in Francia, così come l’antirazzismo politico ha una storia più lunga. In Italia le generazioni di non bianchi non hanno ancora accumulato l’esperienza di lotta che abbiamo noi e che ci viene anche dalla lotta storica contro la schiavitù e il colonialismo ereditata dai nostri antenati. Senza contare l’importanza delle nostre vittorie, come la guerra d’indipendenza algerina, che rafforza la nostra capacità di resistenza. Detto questo, le mobilitazioni per la Palestina in Italia sono state più impressionanti che in Francia. Mi sembra che ciò sia dovuto anche al fatto che la Francia è un paese più repressivo dell’Italia, nonostante in Italia il fascismo sia al potere. Ma le ragioni di questa brutalità risiedono anche nel fatto che in Francia esiste una vera sinistra di rottura, che per di più ha una dimensione di massa. Credo che in Italia, purtroppo, non sia così. *** Houria Bouteldja è una nota teorica e militante antirazzista franco-algerina. Ha cofondato il Partito degli indigeni della repubblica. Insieme a Sadri Khiari è autrice di Nous sommes les indigènes de la république e deI bianchi, gli ebrei e noi. È membro del comitato editoriale di «QG décolonial» e del blog «Paroles d’honneur». Per DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi! (2024). Giuseppe Molinari è direttore della rivista Machina, per cui cura, insieme a Salvatore Cominu, la sezione «transuenze». PhD in economia all’Università di Modena e Reggio Emilia, dove ha svolto una ricerca sugli effetti dell’Intelligenza Artificiale sul lavoro. Per DeriveApprodi ha curato, insieme a Loris Narda, Frammenti sulle macchine (2020).
100 mila in piazza solo a Torino
Ripubblichiamo il comunicato di Torino è contro il riarmo. Anche in occasione dello sciopero generale, chiamato grazie all’Unione Sindacale di Base, Torino ha saputo dare un segnale forte.  Tutta la città bloccata, dal centro – così tanto al centro del dibattito pubblico in quanto rappresentazione della città vetrina da preservare – sino all’imbocco della tangenziale Nord, per dire no al riarmo e basta al carovita causato dalle scelte politiche di questo governo.  Le strade sono state inondate da giovani e meno giovani, da studenti delle scuole e dell’università (che rimane tutt’ora occupata nella sede del Campus Einaudi) ai lavoratori della scuola ai precari della ricerca, ma anche da pensionati, disoccupati, famiglie, cittadini, lavoratori e lavoratrici che hanno deciso di fermarsi per un giorno e bloccare la produzione, la circolazione e il consumo delle merci.  Anche la serata di Torino è stata vivacizzata da un corteo che è riuscito a rimarcare la necessità di prendere le strade centrali della città con una partecipazione importante che man mano è andata ingrossandosi.  C’è bisogno di continuare a confrontarsi, a ritrovarsi negli spazi liberati e nelle strade, perchè questo è soltanto l’inizio di una lunga lotta che ha l’obiettivo di cambiare il corso della storia.  Ci uniamo all’invito di ItaliainPiazza17 per una nuova mobilitazione che si terrà sabato 7 novembre alle ore 15 in piazza Castello!  foto di filserioushots – mattiabellissimo_ph
Abbiamo la ragione e la forza
Un contributo del Collettivo Giovani No Tav pubblicato su Notav.info Nella giornata di ieri, 30 ottobre, abbiamo partecipato allo sciopero generale che ha coinvolto moltissime città in tutta Italia. Come ha ricordato in piazza Nicoletta Dosio, intervenendo a chiusura della manifestazione che ha occupato l’ingresso della tangenziale e dell’autostrada, il valore di queste mobilitazioni affonda le radici nella forza collettiva e nella volontà di cambiare la società. Avevamo la ragione e la forza. La forza ci era stata sottratta poi.  Oggi dico che abbiamo la ragione e la forza. Nonostante gli iniziali tentativi delle forze dell’ordine di spezzare il corteo, la mattina della giornata ha visto centomila persone che con determinazione hanno inondato le strade del centro e di Barriera di Milano, paralizzando metà Torino e la tangenziale per urlare a gran voce la necessità di una vita bella e di un futuro dignitoso.  Un dato importante delle piazze di questa mattina è la composizione eterogenea e trasversale: nonostante la repressione delle scorse settimane, la precettazione del sciopero ai danni di lavoratori e lavoratrici dei trasporti e le vocine minacciose di media ed esponenti di governo, abbiamo visto migliaia di giovani e non giovani, studenti, lavoratori e precari riversarsi nelle strade per bloccare tutto.  Il corteo si è poi spostato in Piazza Castello, dove la polizia ha caricato e azionato l’idrante sulla piazza, senza tuttavia intimorire le persone che hanno concluso questa partecipatissima mattinata di lotta al Campus Einaudi occupato, con successivo appuntamento alle ore 18 per continuare lo sciopero. Proprio dal Campus occupato, è partito il secondo corteo, direttosi verso Piazza Castello. Ancora una volta, in migliaia per le vie del centro di Torino il corteo ha paralizzato la città. Esattamente come la mattina, la composizione è stata trasversale e la risposta delle forze dell’ordine non ha tardato: cariche a freddo in Via Roma e fitto lancio di lacrimogeni in Piazza Castello. Il tutto è terminato in Piazza Vittorio con la promessa di continuare le mobilitazioni. Il segnale che leggiamo da questa intensa giornata di lotta e da quelle delle scorse settimane è quello che la rabbia di ampi settori della società, stremata dal carovita, dai continui tagli ai servizi pubblici a favore del riarmo, in vista di un’assurda guerra che vorrebbero farci combattere, ha ormai superato la soglia di tolleranza. Ce lo dimostrano le migliaia di persone scese in piazza oggi e negli scorsi giorni, che stanno sintetizzando questainedita stagione di lotta in un nuovo movimento col potenziale di essere ancora più incisivo di quelli nati negli scorsi anni. Le rivendicazioni sono molteplici quanto chiare: le dimissioni del governo Meloni, lo stop al riarmo e a tutte le istanze associate ad esso, tra le quali primeggiano la costruzione di nuovi data center, le collaborazioni dell’industria bellica con le università e le scuole, e tutte le infrastrutture, tra cui il Tav, collegate ad esso. Inoltre, come da sempre, la solidarietà verso il popolo palestinese rimane un punto saldo. La reazione del governo a tutto ciò è stata quella che ha sempre avuto ad istanze simili: militarizzazione permanente, istituzione di nuovi reati e violenta repressione poliziesca.  Nonostante questo clima, da Torino alla Val Susa continueremo a scendere in piazza fianco a fianco per ribadire il nostro dissenso.
Prendiamoci il futuro
Oltre 10mila persone sono scese in piazza a Livorno in occasione dello sciopero generale e dello sciopero internazionale dei porti contro carovita, guerra e riarmo. Oltre un milioni di persone scese in piazza in tutta Italia. da Scrivania Autogestita di Informazione – Livorno Oltre 10mila persone sono scese in piazza a Livorno nella giornata di ieri, venerdì 30 ottobre. Una data che rimarrà sicuramente nella memoria per l’enorme partecipazione. Forse non si erano mai visti numeri così a Livorno per una manifestazione cittadina. Sicuramente non negli ultimi anni, nemmeno durante le mobilitazioni dello scorso anno per la Palestina.  Ma ieri possiamo dire che è stata la prosecuzione e uno step in avanti di quei giorni di settembre e ottobre 2025, in cui le lotte, in sostegno del popolo palestinese e contro il genocidio che sta subendo da parte di Israele, si fecero molto vive. Già da allora la questione non era circoscritta alla Palestina ma riguardava l’opposizione a un modello in cui le guerre e le politiche di riarmo erano al centro. Oggi quel movimento è cresciuto, si è ampliato ed ha allargato le sue prospettive. La dimostrazione è proprio l’enorme partecipazione che si è vista ieri nella città labronica ma anche nel resto d’Italia dove sono scese in piazza oltre un milione di persone.  La mobilitazione si è sviluppata nel giorno dello sciopero generale indetto da USB, seguito poi da altre sigle sindacali, e dello sciopero internazionale dei porti a cui hanno aderito oltre 113 porti di tutto il mondo mettendo insieme 25 sigle sindacali a livello internazionale. Lo sciopero è nato per opporsi al traffico di armamenti all’interno dei porti ma anche per avere salari più dignitosi.  In Italia si è mosso appunto contro il carovita, guerra e riarmo. In un periodo storico in cui il costo della vita è sempre più difficile da sostenere, con prezzi dei carburanti e dei beni di prima necessità sempre più alti, in cui la precarietà è sempre più forte e in cui i giovani non hanno una prospettiva, i governi continuano a spendere soldi per riarmarsi per combattere guerre che nessuno vuole combattere.  A Livorno la giornata di ieri è iniziata dalle 6 della mattina con il blocco della rotatoria del ponte Genova, snodo fondamentale per il porto di Livorno. Poi si è spostata in centro città dove ha preso vita un enorme corteo partito da Piazza Cavour, finito davanti alla Prefettura. La partecipazione è stata trasversale e intergenerazionale. Portuali, lavoratori e lavoratrici di tanti settori della logistica e non solo, negozianti, insegnanti, pompieri, studenti e studentesse hanno partecipato calorosamente. L’USB, principale promotrice dello sciopero, in testa al corteo ha guidato il cordone che ha visto anche la partecipazione attiva di altri collettivi cittadini. Gruppo Autonomo Portuali, collettivi studenteschi, centri sociali, collettivi antagonisti, altri sindacati come COBAS e UNICOBAS, partiti della sinistra radicale fino alla presenza della Curva Nord Livorno. Insomma una composizione veramente ampia che ha coinvolto tanti settori e tante componenti sociali della città, fin dai blocchi della mattina. Davanti alla prefettura c’è stato poi l’intervento di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati che in questi anni ha denunciato e documentato le violazioni dei diritti umani e internazionali dello stato genocida israeliano.  Nel pomeriggio poi un gruppo nutrito di persone si è portato nuovamente alla rotatoria del ponte Genova per effettuare di nuovo un blocco. Una data che, come detto, rimarrà nella memoria a Livorno ma anche nel resto d’Italia. Una giornata di lotta che ha dimostrato che una grossa parte di popolazione si oppone fortemente al governo Meloni e alle sue politiche e non è più disposta ad accettare questo sistema in cui viviamo.  Una giornata in cui l’Unione Sindacale di Base si è affermato ancor di più come sindacato di riferimento, di lotta e di rottura. Mentre in Italia eravamo ormai abituati alla CGIL, che seppur rappresentando ancora una grossa parte di lavoratori e avendo tutt’oggi anche un ruolo conflittuale in alcuni specifici contesti, ha dimostrato troppe volte di fare compromessi al ribasso. Una giornata che si è svolta sulla scia delle proteste nate il 17 ottobre scorso con i famosi scontri che si sono tenuti in diverse metropoli italiane, Torino, Bologna, Milano e Roma su tutte, e che la classe politica che ci governa ha cercato di derubricare a mera devastazione senza comprendere che evidentemente ci sono dei disagi profondi nella società che riguardano i giovani e situazioni particolari che si sono formate nelle periferie delle città dove la povertà e l’insicurezza sociale fanno da padroni. Il governo Meloni, anche per rispondere alla pancia del suo elettorato, ha reagito con l’ennesimo decreto sicurezza e ulteriori inutili dispiegamenti di militari e forze dell’ordine senza minimamente porsi di come affrontare realmente il problema, dimostrando ancora una volta la sua bassezza politica. A queste vanno aggiunte le grandi proteste per il costo del gasolio di autotrasportatori e agricoltori principalmente nel sud italia. L’inutile reazione securitaria del governo non ha fermato le proteste che sono proseguite nel weekend successivo (24-25 ottobre). Proteste per lo più pacifiche dove le forze dell’ordine hanno provato a fare una dimostrazione di forza reprimendo senza motivo i manifestanti in diverse città.  Siamo quindi arrivati a ieri, sempre con le stesse parole d’ordine: contro carovita, guerra e riarmo.  Attorno a questi slogan si sta sviluppando un movimento importante in Italia e nel resto d’Europa. Ne sono dimostrazione le proteste che si sono sviluppate in Francia, Spagna, Germania, Albania ecc. Il popolo non si sente più rappresentato da una classe politica sorda e cieca davanti alle reali necessità delle persone. In un sistema capitalista di cui al centro vediamo lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente, guerre e insicurezza sociale. A Livorno lo striscione di testa recitava: contro carovita e guerra, Livorno unita. Sarà quindi necessario continuare a dare corpo e gambe a questo movimento con un ulteriore certezza: se il popolo si unisce il sistema si può ribaltare.
Pisa: Rivendicazioni della Sapienza Occupata. “Noi la guerra non la paghiamo”
Ripubblichiamo il comunicato del Collettivo Universitario Autonomo di Pisa in merito alle rivendicazioni dell’occupazione avvenuta a conclusione del corteo del 30 ottobre in occasione dello sciopero generale. Ieri 30 ottobre 2026 siamo scese in piazza per lo sciopero generale chiamato da USB e molti sindacati di base, uno sciopero internazionale contro il carovita e la guerra: più di 100 porti sono stati bloccati per interrompere i flussi della guerra e la sua logistica. Le piazze gremite in tutta Italia hanno detto una cosa molto chiara: noi la guerra non la paghiamo. Investire sulla guerra è una scelta politica, non solo di questo governo ma di tutta l’oligarchia globale. La guerra non è solo un’ipotesi futura, la guerra occupa già il nostro presente: la paghiamo con il rincaro dei prezzi al supermercato, sui trasporti, sul carburante, sulle bollette. La paghiamo quando il nostro diritto allo studio viene eroso di giorno in giorno, e quando le nostre università, spolpate di fondi e definanziate, devono convertire la propria ricerca agli interessi delle aziende e dell’industria bellica. Le tante voci alzatesi in corteo oggi nella nostra città si sono unite nella decisione di occupare il palazzo della Sapienza, sede storica dell’università di Pisa, sempre meno a disposizione dellə studentə e sempre più rifunzionalizzata per essere vetrina dell’istituzione. La Sapienza, però, è anche il luogo dove si sono prodotte nel 1967 le Tesi, documento programmatico del movimento studentesco che avrebbe trasformato l’università negli anni successivi. Nelle Tesi della Sapienza dellə studentə in lotta di sessant’anni fa si legge che “l’università appartiene alla base universitaria”. Siamo qui oggi per gridarlo di nuovo a gran voce. L’università è di chi ci studia e di chi ci lavora. Chiediamo condizioni dignitose per chi le nostre università le tiene aperte, le pulisce e le vive. V ogliamo ribellarci al futuro che ci viene prospettato fatto di precarietà e di saperi svenduti alla guerra e alla devastazione del territorio. Università e conoscenza sono beni pubblici, di cui dobbiamo prenderci cura. L’università deve essere un luogo accessibile a tuttə, che rispetti il nostro tempo e i nostri bisogni, in cui crescere insieme, costruire un futuro collettivo, dove custodire i saperi e metterli a disposizione di un territorio da tutelare. Immaginiamo un’università che non sia un’autostrada da percorrere per la propria carriera, ma una piazza dove condividere il nostro desiderio di conoscenza e di trasformazione. In tutto il mondo le persone riempiono le strade e dalle università ai porti tutto si può bloccare: l’occupazione della Sapienza è solo una prima pietra lanciata nella nostra città nella nuova ondata di rabbia e desiderio di riscatto che sta animando tutto il Mediterraneo. Con questa occupazione vogliamo avanzare pretese rivolte al Governo, al Ministero dell’Università e della Ricerca, all’Università di Pisa e all’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio (DSU Toscana). Al governo – contro la finanziaria di guerra, contro il carovita Chiediamo: 1. Il reinvestimento in istruzione, ricerca e sanità di tutti i fondi aggiuntivi previsti per la difesa nella nuova legge di bilancio del 2027. 2. Il ripristino del taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi complessivi. 3. La modifica del Codice degli appalti, affinché ci sia una progressiva internalizzazione dellə lavoratorə, a partire dalle università. 4. Un aumento di 5 miliardi di euro del Fondo di Finanziamento Universitario. Al Ministero – contro la privatizzazione degli studentati, contro l’università trattata come fosse un’azienda 1. Che il 96% dei 33mila posti letto negli studentati costruiti coi fondi PNRR, attualmente in mano ai privati, vengano posti sotto l’ente pubblico, uscendo dal circuito del mercato immobiliare. Chiediamo inoltre che vengano resi disponibili gli altri 27 mila posti letto promessi dal PNRR e non ancora realizzati. 2. La modifica dei criteri di premialità nella distribuzione dei finanziamenti all’Università. All’Università di Pisa – per un’università che risponda ai bisogni dellə studenti 1. Indennità e rimborso spese per i tirocini curriculari. I tirocini non sono lavoro gratuito e le spese per sostenerli non possono gravare sullə singolə. 2. Flessibilità e tutela del percorso di studi: ampliamento degli appelli ed estensione delle sessioni straordinarie per borsistə. La nostra vita universitaria deve seguire il ritmo dei nostri bisogni, senza ricatti. 3. Accesso aperto alla conoscenza e agli strumenti di studio. Chiediamo il ripristino e il potenziamento di tutti gli abbonamenti universitari alle risorse bibliografiche, banche dati e riviste digitali, unitamente alla fornitura di licenze software gratuite per tutti i programmi informatici specialistici richiesti dai vari corsi di laurea. 4. Spazi universitari accessibili e vivibili. I poli didattici e le biblioteche devono estendere i propri orari di apertura, garantendo l’accesso continuo anche nelle fasce serali, nei fine settimana, rendendo la città universitaria in un luogo diffuso di studio, confronto e socialità. 5. Diritto alla mobilità e sostenibilità. Chiediamo uno stanziamento economico dedicato al trasporto pubblico su gomma e su ferro per garantire la gratuità o comunque una forte agevolazione dei titoli di viaggio per la popolazione studentesca pendolare. Chiediamo di concordare con le aziende di trasporto il potenziamento delle corse di autobus e treni regionali nelle fasce orarie di maggiore affluenza. 6. Rigenerazione urbana e sostenibilità edilizia. L’Ateneo deve dare assoluta priorità alla ristrutturazione, manutenzione e rifunzionalizzazione degli edifici già presenti nel centro storico di Pisa. Chiediamo l’interruzione delle politiche di cementificazione e della creazione di nuovi poli periferici isolati dal tessuto sociale cittadino, privi di servizi adeguati e difficilmente raggiungibili. 7. Difesa del patrimonio pubblico universitario. Chiediamo che l’Università si impegni attivamente a tutelare la funzione sociale e studentesca dei propri immobili. Di fronte alle previsioni del Piano Operativo Comunale, che prospetta la conversione in parcheggi di presidi fondamentali come la mensa Martiri e l’aula studio Pacinotti, l’Ateneo deve prendere una posizione netta a garanzia della continuità d’uso di tali spazi per la comunità universitaria. 8. Disarmo accademico e responsabilità etica della ricerca. Chiediamo l’interruzione di ogni accordo, convenzione e collaborazione di ricerca con le aziende della filiera bellica e con realtà coinvolte in contesti di occupazione e violazione dei diritti, inclusa la revisione della partecipazione dell’Ateneo a progetti di ricerca europei come il programma Horizon con fini o risvolti militari. Al DSU – Diritti in accessibili: le condizioni del diritto allo studio universitario della Toscana È una tendenza ormai conclamata il progressivo smantellamento dei servizi dell’azienda regionale del diritto allo studio (ARDSU), tramite privatizzazione o riduzione dei benefici erogati. Questo succede tramite diverse strategie, tra i quali l’innalzamento spropositato dei costi della mensa o l’esternalizzazione dei servizi, e quindi dellə lavoratorə. Noi non staremo a guardare mentre ci levano il terreno sotto i piedi. Per questo chiediamo: 1. Che tuttə lə idoneə siano beneficiariə, e che le graduatorie definitive vadano in base all’ISEE, e non al numero dei CFU conseguiti. Al momento, infatti, nelle graduatorie l’ISEE conta al20%, mentre il numero di CFU- quindi la quantità di esami che sei riuscite a dare – conta per il restante 80%. 2. Che lə studentə beneficiariə del posto alloggio ricevano subito una soluzione abitativa. Basta attese di mesi per avere il diritto che ci spetta. 3. Di ridefinire il tempo massimo del conseguimento dei CFU necessari al mantenimento della borsa di studio, considerando anche l’appello di settembre come sessione utile per questo fine. Di conseguenza, dilatare i tempi per la richiesta di borsa. 4. Che il contributo affitto sia una possibilità realmente percorribile per tuttə: la possibilità di richiesta deve essere aperta tutto l’anno e deve essere garantito a tuttə lə studentə beneficiariə di posto alloggio che non hanno ottenuto il posto in residenza. 5. Che la mensa ritorni ad avere prezzi calmierati e accessibili per tuttə, non soltanto per le fasce di reddito più basso. 6. Che le strutture delle residenze siano realmente adeguate per lə studentə che le abitano. Vogliamo: manutenzioni e interventi strutturali immediati dove servono, wi-fi e lavatrici gratuite in tutte le residenze, cucine funzionanti. 7. Che vengano aumentate le linee di trasporto pubblico nei pressi dei complessi universitari, fuori e dentro il centro storico della città. Che ci siano agevolazioni concrete anche per i treni e le linee extraurbane usate dallə studentə pendolari.
Sciopero generale: l’Italia si blocca
Giornata di sciopero generale: numeri ancor più massicci delle prime manifestazioni dell’autunno scorso. Blocchi in tutta Italia e cortei da decine di migliaia di persone, dalle metropoli alle province. Contro la guerra, contro il carovita, contro il riarmo voluto dal governo Meloni. E ancora, contro una vita precaria e indignitosa, per dire basta ai sacrifici che il governo italiano, insieme ai governi di tutta Europa, vogliono imporre alla popolazione. La partecipazione è stata impressionante, da Sud a Nord, oltre un milione in tutta Italia. Il Paese che per anni è stato narrato come il bacino dell’indifferenza e che nei migliori dei casi avrebbe voluto “fare come in Francia” in queste settimane, sull’onda del ciclo di movimento iniziato un anno fa a sostegno della Palestina e contro la complicità dei governi con il genocidio, sta dando un segnale chiaro: è giunto il tempo di alzare la testa. Grazie ai giovani che a fronte del peso di un futuro rubato stanno occupando scuole e università da un mese per affermare la propria esistenza, ai giovani che con rabbia calciano indietro la sfrontatezza dell’ingiustizia, oggi grazie alla chiamata allo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base, si sono uniti i lavoratori e le lavoratrici che non hanno nessuna garanzia di vedere riconosciuto il proprio lavoro. Ma precarietà e sfruttamento non sono più un orizzonte accettato. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che al Sud hanno bloccato le merci lo dicono da settimane, insieme a studenti, famiglie e a chiunque individua la causa di questa situazione alle scelte politiche dall’alto, sottomesse ai diktat europei e trumpiani: non c’è più disponibilità. Il governo Meloni deve fare i conti con il fatto che in piazza c’è il paese che porta avanti l’ingranaggio di questo sistema e che se decide di fermarsi non ci sarà alcuna prova di forza in grado di reggere il confronto. Le briciole di una finanziaria che tenta di mascherare in ogni modo che l’unico interesse governativo è trovare i soldi per il riarmo non hanno alcuna possibilità di convincere la popolazione. A Bologna, Pisa, Livorno, Roma, Torino, Treviso, Milano, Reggio Calabria, Palermo, Bari, Trieste, Pavia, Vicenza, Modena, Padova, Mestre, Cosenza, Napoli, Genova sono state bloccate le arterie principali delle città, gli snodi delle tangenziali e i porti. Livorno: la mattinata parte con il blocco del porto, prosegue poi con un corteo di oltre 20 mila persone e continua con il blocco della circolazione al varco Zara. Bologna: 50 mila persone nonostante i blocchi della polizia aprono un varco e arrivano a inondare l’autostrada. Modena: giovani e famiglie in corteo contro guerra e carovita. Torino: un corteo diramato in tutta la città, dal centro alla tangenziale, raggiunge quota 100 mila persone, viene rilanciato l’appuntamento alle 18 per un altro corteo cittadino. Cosenza: corteo di massa di 7mila persone ha invaso le strade della città e bloccato autostrada e superstrada. Pisa: un corteo di 20 mila persone si conclude con l’occupazione del Palazzo della Sapienza, nel pomeriggio appuntamento per una grande assemblea. Brescia: 10 mila persone in corteo hanno tentato di raggiungere l’autostrada, cariche della polizia. Milano: 80 mila persone raggiungono la tangenziale. Pavia: grande manifestazione contro guerra e carovita. Qui le dirette di Radio Blackout e di Radio Onda d’Urto con i collegamenti dalle piazze in tutta Italia.
Torino verso lo sciopero generale
Riprendiamo indizione della mobilitazione da parte dei coordinamenti cittadini di Torino per Gaza e Torino contro il riarmo in vista della mobilitazione dello sciopero del 30 ottobre. In allegato anche un registrato delle voci del 24 ottobre a cura di Radio Blackout. BLOCCHIAMO L’ITALIA SCIOPERO GENERALE Domani scendiamo in piazza ancora una volta per ribadire che siamo contro il riarmo, contro il carovita e contro ogni forma di guerra. Sono settimane che vediamo l’Italia intera scendere in piazza per dire che non ce la fa più, che arrivare alla fine del mese è diventato un lusso sempre più riservato a pochi, che non è più possibile accettare un presente fatto di precarietà e impoverimento. Di fronte a tutto questo, le risposte del governo italiano sono sempre più orientate alla repressione. Attraverso abusi di polizia e limitazioni al diritto di manifestare, si tenta di restringere sempre di più gli spazi del dissenso, obbligando le persone a lasciare il centro delle città e relegando le proteste nelle periferie, lontano dagli occhi di chi governa e di chi vorrebbe continuare a fare finta di niente. Ci chiediamo allora: queste fantomatiche vetrine valgono forse più della vita di milioni di persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese? Vale più la tutela delle vetrine del diritto di esprimere il proprio dissenso, di protestare contro le guerre e di rivendicare condizioni di vita dignitose? Ancora una volta, la domanda non dovrebbe essere perché le persone scendano in piazza, perché giovani e studenti si mobilitino collettivamente, perché un’intera generazione rifiuti di accettare le condizioni che le vengono imposte. La vera domanda è perché, di fronte a queste rivendicazioni, la risposta delle istituzioni continui a tradursi nella violenza e nella repressione. Scendere in piazza è quindi sempre di più una necessità, un dovere collettivo. Perché non possiamo accettare che la guerra diventi normalità mentre le nostre condizioni di vita peggiorano, che miliardi vengano destinati al riarmo mentre milioni di persone sono costrette a scegliere tra pagare le bollette, fare la spesa e arrivare alla fine del mese. Vediamo un vento di rivolta e rivoluzione arrivare dal mondo intero, da paesi molto vicini al nostro; Francia, Spagna, Albania, paesi nei quali le settimane di mobilitazione hanno messo in crisi i propri governi. Un solo grido ci attraversa tutti: No alla guerra e sì per una vita dignitosa. Come Coordinamento Torino per Gaza, sappiamo bene, guardando alla resistenza palestinese, cosa significhi lottare, cosa significhi resistere e cosa significhi non arrendersi di fronte alla violenza. Sappiamo che le lotte non sono separate, che ciò che accade in Palestina non è distante da ciò che viviamo qui. La guerra e il genocidio in Palestina si inseriscono in un sistema di dominio e di violenza che si alimenta anche attraverso il riarmo, l’economia di guerra e politiche che scaricano il costo delle proprie scelte sulle vite di chi lavora, studia e vive in condizioni di crescente precarietà. Con la stessa forza e determinazione che abbiamo mostrato lo scorso anno con Blocchiamo tutto, vogliamo tornare a bloccare. Bloccare questo sistema, fermare la macchina della guerra, opporci a un modello politico ed economico che ci vuole sempre più sfruttati, sempre più impoveriti, sempre più disposti a chinare la testa. Vogliamo bloccare l’Italia per l’Italia stessa, per la nostra liberazione, per costruire un futuro in cui le risorse siano destinate alla vita e non alla guerra, ai diritti e non al riarmo, alla dignità delle persone e non ai profitti di pochi. Domani scendiamo in piazza per scioperare, per bloccare, per opporci alla repressione e per mettere un punto a tutto questo. Contro il riarmo. Contro il carovita. Contro ogni guerra. Per la Palestina, per la nostra liberazione. Alcune voci dal corteo del 24 ottobre a Torino contro guerra, riarmo e carovita.
Pisa: IL 30 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE – Insieme possiamo bloccare tutto
Lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato da USB e sostenuto da tanti sindacati di base, è l’occasione per reagire a una crisi che pesa ogni giorno sulle nostre vite. Di seguito ripubblichiamo l’indizione di MULTI – Sindacato Sociale che aderisce allo sciopero e sarà nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri per costruire questa giornata. In allegato l’adesione allo sciopero da parte dei lavoratori di Amazon. Non possiamo andare avanti così: lavorare costa sempre di più, gli stipendi non bastano e gli affitti sono impossibili. Imprese e istituzioni scaricano i costi della crisi su chi lavora, attraverso part-time involontari, ore non pagate e contratti precari. Gli ospedali non garantiscono cure adeguate, scuole e servizi si impoveriscono, mentre aumentano le risorse destinate al riarmo. Scioperare è un sacrificio, soprattutto per chi ha già pochi soldi. Ma dobbiamo ribellarci a una normalità che ci impoverisce e ci toglie autonomia e futuro. Fermarci insieme significa trasformare la fatica e la rabbia individuali in una forza capace di cambiare i rapporti di potere. In tutta Europa crescono le proteste. Autotrasportatori e agricoltori si mobilitano contro l’aumento dei costi e l’indebitamento; giovani delle periferie e studenti occupano scuole e piazze, stanchi di essere criminalizzati e privati di opportunità. Conflitti diversi, una domanda comune: perché dobbiamo essere sempre noi a pagare? Dalla Palestina all’Ucraina, le guerre devastano popolazioni e territori mentre si spendono soldi pubblici per produrre e acquistare armi. Banche, industrie militari, imprese energetiche, grandi supermercati, case farmaceutiche, multinazionali della logistica e fondi immobiliari continuano ad accumulare profitti. Noi, invece, veniamo derubati della ricchezza che produciamo: con salari insufficienti, affitti insostenibili, prezzi sempre più alti e servizi pubblici impoveriti. Il nostro lavoro fa ricco lo Stato e le grandi aziende, ma a noi restano sacrifici e rinunce. Ora basta. Da Amazon a Carrefour, da Dussmann agli appalti pubblici, fino alla Scuola Superiore Sant’Anna, alla Scuola Normale e alle scuole, dobbiamo far sentire la voce di chi manda avanti la società con il proprio lavoro e la propria cura. Vogliamo salari più alti, contratti stabili, la fine del lavoro gratuito e del part-time imposto, case accessibili e servizi pubblici funzionanti. Le risorse collettive devono servire la vita, non la guerra e i profitti di pochi. Per questo dobbiamo portare lo sciopero ovunque, collegare le vertenze e fermare i flussi di lavoro e di ricchezza che noi stessi produciamo. Non basta indignarsi: dobbiamo organizzarci e ribellarci insieme per conquistare ciò che ci viene negato. Il 30 ottobre, dalla mattina presto, saremo con picchetti nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri per promuovere lo sciopero. Dalle ore 9 ci muoveremo in corteo verso il Comune di Pisa. PER ADERIRE, SEGNALARE LA PARTECIPAZIONE O COSTRUIRE INIZIATIVE, CONTATTATE MULTI – SINDACATO SOCIALE:INFO@MULTISINDACATOSOCIALE.ORG 30-ottobre_261027_152501Download Dal magazzino Amazon di Montacchiello (PISA) : per lo sciopero di domani 30 ottobre assemblea sindacale e presidio alle 8.30! Carichi di lavoro inaccettabili, pressioni psicologiche e fisiche, sfruttamento fino alla malattia e alla distruzione É IL MOMENTO DI FARCI SENTIRE! Basta essere trattati come lavoratori usa e getta! Basta avere paura, insieme lottiamo contro lo sfruttamento! Le lavoratrici e i lavoratori vogliono rispetto! Insieme siamo forti! Video dei drivers di Amazon in mobilitazione
Francia verso l’acte III
Il movimento contro il carovita e la crisi sociale in Francia non accenna ad arrestarsi.  da Radio Blackout Nonostante un importante impegno da parte delle forze dell’ordine per tentare di disarticolare la forza di questa fase di mobilitazione contro il governo, l’appuntamento è per sabato 31 ottobre per il terzo atto. Queste settimane hanno posto alcune questioni importanti da analizzare, dalla possibile ricomposizione di diversi settori sociali alla radicalità delle rivendicazioni. E’ interessante anche vedere come il governo Macron non accenni ad arretrare. Quali bisogni del movimento e quali prospettive?  Ne abbiamo parlato con Mathieu Rigouste, compagno e ricercatore in scienze sociali in Francia
Yuossef Siher, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana
Riprendiamo questa interessante analisi di McSilvan apparsa su Codice Rosso per restituire una chiave di lettura della vicenda legata a Youssef Siher. L’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare. Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle competenze tecniche dell’indagato. Il caso giudiziario di Youssef Siher — sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” — costituisce un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio 2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole, la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”, Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di questo genere di magistratura. 1. YOUSSIF SIHER, IL PROFILO Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine, anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue (madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo. Il suo percorso accademico si è sviluppato interamente presso l’Università degli Studi di Milano (Statale), dove ha conseguito nel luglio 2020 la laurea triennale in Comunicazione — discutendo con il professor Nicola Del Corno una tesi storiografica in Storia delle dottrine politiche sulla Sunnae sulla recezione dei precetti islamici nelle istituzioni statuali, giudicata dal relatore priva di connotazione radicale o apologetica — e successivamente la laurea magistrale in Scienze Politiche, con una tesi sui movimenti islamici in Marocco e i loro rapporti con la monarchia. Durante gli anni universitari è stato eletto rappresentante degli studenti nel Senato Accademico nelle liste di UniLab, formazione studentesca di orientamento moderato e vicina al centrodestra. Nel 2024 ha svolto un tirocinio di ricerca (research trainee) presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Sul piano lavorativo, ha operato come giornalista freelance collaborando con Il Fatto Quotidiano(occupandosi tra il 2022 e il 2024 di proteste studentesche e poi di crisi internazionali in Tunisia, Egitto, Sudan, Gaza e Mar Rosso), con Il Foglio (un singolo articolo sul Pakistan nel 2022) e con il canale satellitare panarabo Al Mayadeen English, ritenuto politicamente contiguo a Hezbollah. Da gennaio 2026 lavora come esperto generalista per Mercor, una startup statunitense di intelligenza artificiale, occupandosi di valutazione, etichettatura dati (data labeling) e addestramento di modelli algoritmici. Nel 2024 era stato oggetto di una segnalazione dei servizi di intelligence italiani per aver fondato e presieduto l’associazione Organizzazione Alba Nascente (OAN), attiva nel contrasto all’islamofobia e nelle mobilitazioni pro-Palestina. Nel settembre 2026 ha si è sposato con Sagia Hammoud, trentaduenne mediatrice interculturale nata e residente a Como, di origini libanesi e palestinesi, attivista dei Giovani Palestinesi di Milano. 2. LE CONTESTAZIONI DELLA PROCURA La mattina di sabato 24 ottobre 2026, gli operatori della Squadra Mobile, della Digos e della Polizia Postale di Milano hanno rintracciato Siher in un appartamento di via Romilli (quartiere Corvetto, Milano), abitazione di un’attivista pro-Palestina, localizzandolo attraverso il tracciamento tecnico del telefono cellulare della moglie Sagia Hammoud, poiché il dispositivo di Siher risultava spento. Condotto in Questura, nella tarda serata del 24 ottobre è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto su decreto emesso dal Procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola e dalla pubblico ministero del pool antiterrorismo Francesca Crupo.  Dall’esame degli atti allegati al decreto di fermo e alla richiesta di convalida emerge che a Siher non viene contestata la partecipazione materiale o l’organizzazione dei violenti scontri e dei saccheggi verificatisi nel centro di Milano (tra piazza Duomo e San Babila) nel fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026. L’addebito riguarda esclusivamente l’attività comunicativa e digitale posta in essere dopo tali disordini. Il primo nucleo fattuale raccolto dalla Polizia Postale e dalla Digos attiene alla creazione e all’amministrazione dei canali “Movimento 17 ottobre” (siglato M1710): domenica 18 ottobre 2026, alle ore 19:58, Siher (in concorso con la moglie) ha attivato il gruppo Telegram e la pagina Instagram del movimento, contraddistinti da un logo con una “M” bianca cerchiata su sfondo nero recante le cifre “17” e “10”. In pochi giorni tali canali hanno raccolto tra i 9.000 e gli 11.000 iscritti, generando un bacino di visualizzazione potenziale stimato dalla Procura in 150.000 utenti. Il secondo nucleo probatorio riguarda gli slogan e i post pubblicati su Instagram e Telegram, qualificati dall’accusa come atti di istigazione a delinquere e “dichiarazione di guerra continua”. Tra questi spicca il post recante la frase “Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”, cui si aggiungono l’invito alla “mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”, con la convocazione di presidi in otto città italiane per il 24 ottobre, nonché un messaggio scritto direttamente da Siher su Telegram: “Dobbiamo fare come la Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi”. Nel provvedimento vengono inoltre richiamati messaggi dal tenore esplicitamente violento (quali “spaccare gli istituti di credito è giusto” e “banche tutte al rogo”), i quali risultano tuttavia postati nella chat generale da profili terzi e anonimi, e non dall’amministratore. Un terzo elemento d’accusa concerne le disposizioni orarie programmate e le comunicazioni private rinvenute sul computer portatile sequestrato a Siher. Il dispositivo è stato trovato dagli agenti acceso e privo di password sulla schermata delle chat di coordinamento, a differenza dello smartphone di cui l’indagato ha rifiutato di fornire il codice di sblocco. Sul notebook la Polizia Postale ha individuato due messaggi programmati su Telegram per le ore 14:31 e 15:31 di sabato 24 ottobre, mai partiti a causa del sequestro, i quali contenevano l’indicazione dei tre punti di concentramento cittadini in cui i manifestanti avrebbero dovuto radunarsi per poi convergere nella piazza finale. Sul medesimo portatile era attivo l’account WhatsApp Web denominato “Youssef Siher”, contenente messaggi di terzi che chiedevano informazioni logistiche sul corteo del 24 ottobre. Il quarto pilastro probatorio è rappresentato dal reperimento sui dispositivi di un documento in formato PDF intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso – Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”. Il testo, concepito come guida alla disobbedienza civile contro il governo Meloni, suggerisce l’equipaggiamento da indossare in piazza (felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah, guanti, kit di primo soccorso), illustra tecniche di difesa passiva dai gas lacrimogeni (includendo un’illustrazione sul rilancio del candelotto verso i reparti di polizia), consiglia l’uso di scudi rudimentali e vernice spray per oscurare i blindati e le telecamere di sorveglianza, invita a “sfondare” eventuali blocchi di polizia e propone la creazione di gruppi temporanei sull’applicazione Signal con amministratori scelti casualmente per monitorare gli spostamenti delle forze dell’ordine e cancellare le tracce a fine corteo. Infine, un quinto elemento emerso dall’analisi forense della cronologia web riguarda le interrogazioni rivolte da Siher a sistemi di intelligenza artificiale generativa, ai quali aveva chiesto informazioni per l’elaborazione di “strategie rivoluzionarie”, facendosi assistere dall’IA anche nella redazione del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre, con cui si annunciava il cambio di tattica per le piazze del giorno seguente. 3. LA MOTIVAZIONE CAUTELARE Il passaggio cruciale della scheda clinico-giuridica risiede nel modo in cui il Procuratore Viola e la PM Crupi motivano la sussistenza del periculum libertatis (pericolo di reiterazione del reato ex art. 274, lett. c, c.p.p. e pericolo di fuga ex art. 274, lett. b, c.p.p. e art. 384 c.p.p.) a carico di un soggetto totalmente incensurato. Nella richiesta di convalida e di applicazione della custodia in carcere, i magistrati scrivono testualmente che Siher, sebbene incensurato, “ha dimostrato una particolare capacità delinquenziale nel senso di saper sfruttare il suo elevato background culturale ed i suoi contatti”, palesando “particolare abilità e acume” e competenze informatiche idonee a “sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Analogamente, il pericolo di fuga viene ritenuto “evidente” non già sulla base di preparativi materiali di espatrio (biglietti aerei, passaporti falsi o conti esteri), bensì in ragione del fatto che, pur essendo “italiano di seconda generazione”, egli possiede “particolari abilità e capacità di muoversi” e una “rete relazionale che gli consentirebbe di riparare all’estero” e far perdere le proprie tracce. In questa architettura argomentativa, l’istruzione superiore, il plurilinguismo e il cosmopolitismo relazionale — che nella fisiologia dell’ordinamento costituiscono indicatori di pieno inserimento sociale — subiscono una metamorfosi clinico-criminologica, trasformandosinella prova regina della pericolosità terroristica del soggetto. Insomma Siher non è pericoloso perché stava preparando la fuga ma lo è perché intelligente e quindi si prevede che sarà pericoloso. La magistratura predittiva fa quindi il suo ingresso in scena. 4. ACCANTO ALLA MAGISTRATURA PREDITTIVA: I MEDIA COSTRUISCONO IL NEMICO INTERNO L’arresto di Youssef Siher è stato accompagnato da una deflagrazione mediatica che ha agito in totale autonomia rispetto al perimetro tecnico-giuridico delle contestazioni, edificando attorno alla figura dell’indagato una narrazione ipertrofica fondata sulla suggestione del “grande vecchio” o dell’infiltrato radicale. L’analisi del discorso pubblico prodotto tra il 24 e il 27 ottobre 2026 permette di isolare quattro meccanismi strutturali attraverso i quali l’hype giornalistico ha preparato e legittimato la torsione preventiva della misura cautelare. Il primo meccanismo consiste in una sistematica distorsione cronologica. Nonostante gli atti della Procura di Milano chiariscano che i canali social del “Movimento 17 ottobre” sono stati aperti alle ore 19:58 di domenica 18 ottobre — ovvero a guerriglia urbana ormai esaurita — e che a Siher viene contestata la sola attività istigatoria successiva, la quasi totalità delle testate d’informazione ha titolato presentando il trentenne come “la mente degli scontri e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre”, “il presunto regista” delle devastazioni o “il capo e ideologo dei maranza arrestato”. Questa sovrapposizione tra l’amplificazione digitale post factum e la regia materiale ante factumrisponde a una precisa esigenza psicologico-politica: di fronte a una rivolta giovanile estemporanea, fluida e priva di rivendicazioni strutturate, l’opinione pubblica e gli apparati di sicurezza necessitano di un soggetto singolo, razionale e identificabile a cui imputare la paternità del caos. Come rilevato da osservatori attenti, si è così alimentata l’illusione ottica che, bloccando il profilo social di Siher la mattina del 24 ottobre, lo Stato avesse “schiacciato la testa del serpente”, quando in realtà nella medesima giornata di sabato 24 ottobre si sono registrati 371 fermati (di cui 110 minorenni) nei cortei nazionali e gravi scontri di piazza a Bologna, del tutto privi di coordinamento con l’indagato milanese. Un secondo dispositivo retorico dell’hype mediatico risiede nella criminalizzazione del successo formativo. La stampa conservatrice ha insistito ossessivamente sul contrasto tra la figura del giovane disagiato di periferia e il curriculum d’eccellenza di Siher: “Non c’era un maranza dietro il Movimento 17 ottobre. Non c’era neppure un ragazzo disagiato […] C’era, invece, Youssef Siher […] almeno sulla carta, uno che ce l’ha fatta”. Invece di leggere la laurea, il master, la conoscenza di quattro lingue e il ruolo nel Senato Accademico con la lista moderata UniLab come elementi incompatibili con un profilo di terrorismo stragista o insurrezionale, il circuito mediatico li ha letti attraverso il prisma della dissimulazione e del “fallimento del miraggio dell’integrazione”. Questa lettura ha generato una ricaduta immediata sul mondo accademico e dei think tank. L’ISPI si è affrettato a diramare una nota ufficiale per precisare che lo stage di Siher risaliva al 2024 e che da allora non vi era stata alcuna collaborazione, mentre su testate come Linkiesta il caso è stato utilizzato per invocare misure urgenti sulla “sicurezza della ricerca”, paventando il rischio di infiltrazioni radicali nelle università italiane. Tale allarme appare del tutto scollegato dalla realtà empirica, ove si consideri che il relatore di tesi di Siher, il professor Nicola Del Corno, ha pubblicamente attestato l’assoluto rigore scientifico e l’assenza di qualsiasi vena estremista o apologetica negli studi del giovane sull’islamismo politico. Il terzo pilastro dell’hype giornalistico ha operato per accumulazione suggestiva di significanti geopolitici eterogenei, fondendo attivismo filopalestinese, terrorismo islamista e guerra ibrida russa. Nel giro di quarantotto ore, le cronache hanno saldato in un unico blocco narrativo la segnalazione d’intelligence del 2024 relativa alla fondazione dell’Organizzazione Alba Nascente(OAN) e alla partecipazione di suoi esponenti a una conferenza stampa alla Camera dei Deputati su invito del parlamentare Aboubakar Soumahoro, vecchi commenti analitici di Siher sullo statuto di Hamas del 2017 e il suo lavoro giornalistico per l’emittente Al Mayadeen English, nonché il testo scritto a quattro mani con la moglie Sagia Hammoud sulla morte del diciannovenne Ramy Elgaml durante un inseguimento dei carabinieri a Milano nel novembre 2024. A questo mosaico biografico è stata infine sovrapposta l’ipotesi di collegamenti operativi con la galassia degli hacker filorussi (NoName) o con centrali del cosiddetto “terrorismo urbano di matrice islamica”. Sebbene gli stessi inquirenti milanesi abbiano dovuto dare atto della totale assenza di evidenze circa contatti con hacker filorussi o entità statuali, il frame mediatico ha continuato a presentare Siher come il punto di saldatura tra jihadismo internazionale e sovversione delle piazze europee. Infine, il caso è stato immediatamente assorbito nella contesa politica nazionale, trasformandosi in un test di lealtà ideologica. Mentre esponenti della destra mediatica (come Italo Bocchino su X) arrivavano a evocare il trattamento carcerario marocchino (“saresti stato riempito di botte nel momento dell’arresto, saresti stato buttato in una cella e le chiavi sarebbero state gettate chissà dove. Ringrazia l’Italia, pentiti”), nel centrosinistra esplodeva una dura polemica attorno a Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), attaccato dal senatore PD Filippo Sensi e da Angelo Bonelli (AVS) per aver messo in discussione la legittimità del fermo per reati d’opinione. Al contempo, tuttavia, l’evidente sproporzione tra l’hype terroristico e la consistenza delle prove ha generato una convergenza critica trasversale: da Susanna Marietti (coordinatrice di Antigone) e l’avvocato penalista Mirko Mazzali, fino a direttori di orientamento opposto come Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano) e Giuliano Ferrara (Il Foglio, già schedatore di operai durante gli anni di piombo, ndr), i quali hanno concordemente ridimensionato la figura dello “stratega del terrore” a quella di un giovane agitatore , denunciando l’uso inflazionato della categoria di terrorismo e della custodia cautelare per un reato d’opinione. 5. ALLE ORIGINI DELLA MAGISTRATURA PREDITTIVA ITALIANA: LEGISLAZIONE E GIURISPRUDENZA Per comprendere come la Procura di Milano abbia potuto qualificare l’apertura di un canale social e il possesso di un file PDF come fattispecie di matrice terroristica ed eversiva, è necessario esaminare la traiettoria compiuta dalla legislazione penale italiana nell’ultimo decennio. Tale percorso mostra una sistematica anticipazione della soglia di punibilità che ha progressivamente eroso il principio di offensività, istituzionalizzando la sanzione della pericolosità soggettiva e del “punibile perché si prevede che commetta reati”, vera legge aurea della magistratura predittiva. La dottrina penalistica italiana si è a lungo interrogata sul rapporto tra la legislazione d’emergenza antiterrorismo e il modello teorico del diritto penale del nemico (Feindstrafrecht) elaborato dal giurista tedesco Günther Jakobs. Secondo Jakobs, mentre il “diritto penale del cittadino” attende l’esteriorizzazione di un fatto lesivo e conserva una finalità rieducativa, il “diritto penale del nemico” colpisce soggetti che, per la loro presunta infedeltà permanente all’ordinamento, vengono privati dello status di persona e sottoposti a una neutralizzazione preventiva basata sulla loro potenzialità offensiva futura, mediante un’estrema anticipazione della tutela, la vaghezza delle fattispecie, la sproporzione sanzionatoria e l’abbattimento delle garanzie processuali. Se fino alla metà degli anni Duemiladieci illustri studiosi (tra cui Francesco Palazzo) preferivano qualificare il sistema italiano come un “diritto penale al limite” — ossia un sistema che, pur flessibilizzando le garanzie e arretrando la soglia punitiva, tentava di rimanere entro gli argini costituzionali di proporzionalità e offensività — gli interventi normativi dell’ultimo decennio hanno progressivamente varcato tale confine attraverso quattro tappe fondamentali. La prima fase si è aperta con il D.L. 18 febbraio 2015, n. 7 (convertito nella L. 17 aprile 2015, n. 43), emanato in risposta al fenomeno dei foreign fighters e agli attentati in Francia, che ha spostato il focus dalla struttura associativa (art. 270-bis c.p.) al cosiddetto “lupo solitario”. Tale intervento ha punito il soggetto passivo dell’arruolamento (art. 270-quater c.p.), l’organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo (art. 270-quater.1 c.p.) e l’auto-addestramento (self-training, art. 270-quinquies c.p.), introducendo altresì l’aggravante speciale dell’uso di strumenti informatici o telematici per i delitti di istigazione e apologia (art. 414, comma 4, c.p.). Nel 2015, tuttavia, il legislatore aveva ancora ancorato l’auto-addestramento al requisito che il soggetto, acquisite le istruzioni, ponesse in essere “comportamenti univocamente finalizzati” alla commissione delle condotte terroristiche (art. 270-sexies c.p.), cercando così di evitare la punizione della mera cogitatio o dello studio teorico. La seconda tappa è stata segnata dalla L. 28 luglio 2016, n. 153 e dal D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, che hanno introdotto i reati di finanziamento di condotte con finalità di terrorismo (art. 270-quinquies.1 c.p.), sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro (art. 270-quinquies.2 c.p.) e atti di terrorismo nucleare (art. 280-ter c.p.). Il dato dogmaticamente più allarmante di questa fase risiede nella rottura del principio di proporzionalità: il mero finanziatore (art. 270-quinquies.1) viene punito con la reclusione da 7 a 15 anni, la medesima pena prevista dall’art. 270-bis c.p. per i promotori, capi e dirigenti di un’associazione terroristica armata. Nel 2018, per effetto della riserva di codice, la circostanza aggravante trasversale della finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è stata stabilmente codificata nell’art. 270-bis.1 c.p.. Con la terza tappa, coincidente con il D.L. 11 aprile 2025, n. 48 (cosiddetto “Decreto Sicurezza 2025”), l’argine garantistico dei “comportamenti univoci” è stato definitivamente abbattuto. Il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p. (Detenzione di materiale con finalità di terrorismo) incrimina infatti con la reclusione da 2 a 6 anni chiunque consapevolmente si procuri o detenga materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici, armi, sostanze chimiche o su ogni altra tecnica per il compimento di atti con finalità di terrorismo (art. 270-sexies), senza richiedere alcun comportamento esecutivo ulteriore. Come evidenziato dalla più recente dottrina penalistica (Rubeo, Manes), si tratta di un reato a forma libera, sussidiario e di pericolo presunto, in cui l’ipertrofia della componente soggettivistica trasforma la pena in mero strumento di “messa in sicurezza” preventiva della società. Infine, la quarta tappa si è consumata con il D.L. 22 ottobre 2026, n. 190, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 246 del 22 ottobre 2026 sull’onda emotiva degli scontri milanesi del weekend precedente, il quale compie la saldatura definitiva tra la logica dell’antiterrorismo e la gestione dell’ordine pubblico di piazza. Esso introduce l’art. 420-bis c.p. (Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche) e l’art. 635.1 c.p. (Danneggiamento commesso da un gruppo organizzato), punendo da 4 a 12 anni chi promuove, organizza o anche solo istiga telematicamente gruppi di almeno cinque persone che operino con violenza “anche occasionalmente”, ed estendendo a tutte queste ipotesi l’arresto in flagranza differita (art. 382-bis c.p.p.). 6. LA DERIVA PREDITTIVA DELLA MAGISTRATURA ITALIANA Questa deriva legislativa entra in rotta di collisione frontale con oltre mezzo secolo di giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia di reati d’opinione e di pericolo. La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 65 del 1970, ha salvato l’art. 414 c.p. (istigazione e apologia di delitto) dalla declaratoria di illegittimità per contrasto con l’art. 21 Cost. a una condizione tassativa: che la condotta non si esaurisca nella pura manifestazione di un pensiero radicale o dissidente, ma presenti, per le sue modalità concrete, un’effettiva e immediata idoneità a provocare la commissione di delitti. Analogamente, con la sentenza n. 108 del 1974  la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 415 c.p. (istigazione a disobbedire alle leggi e all’odio fra le classi sociali) laddove non richiedeva che il fatto fosse commesso “in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”. Recependo tali coordinate, la Corte di Cassazione ha costantemente ribadito che il delitto di cui all’art. 414 c.p. configura un reato di pericolo concreto e non presunto, il quale esige dal giudice una rigorosa valutazione ex ante sulla reale attitudine del discorso, nel contesto specifico e nel momento storico dato, a innescare il passaggio all’azione delittuosa da parte dei destinatari (Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 48247 del 2019). Allo stesso modo, la Suprema Corte ha statuito che anche nelle fattispecie antiterrorismo a tutela fortemente anticipata, come l’auto-addestramento ex art. 270-quinquies c.p., il principio costituzionale di offensività impone l’accertamento di riscontri fattuali esterni alla mera acquisizione o consultazione di materiale ideologico o teorico (Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 13087 del 19 gennaio 2017). La ragione per cui nel caso Siher — come in numerosi procedimenti analoghi — questo consolidato statuto garantistico viene disapplicato nella fase genetica del procedimento risiede nel meccanismo processuale del doppio binario cautelare (art. 275, comma 3, c.p.p. e art. 51, comma 3-quater, c.p.p.). Quando il pubblico ministero innesta su un reato comune (come l’istigazione ex art. 414 c.p., punita nella forma base da 1 a 5 anni, misura che di per sé renderebbe ardua o preclusa la custodia in carcere per un incensurato) la finalità di terrorismo o di eversione ex artt. 270-bis.1 e 270-sexies c.p., si attiva un regime processuale speciale. In tale regime vige una presunzione legale relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza esclusiva della custodia in carcere. Di conseguenza, nella fase del fermo e della convalida, il baricentro cognitivo del giudice viene spostato dall’accertamento del pericolo concreto dell’atto (che richiederebbe la prova quasi impossibile che uno slogan su Instagram determini causalmente un saccheggio) alla valutazione del pericolo potenziale dell’autore. La contestazione dell’aggravante terroristica funge così da “chiave d’accesso” processuale per neutralizzare in carcere (nella sezione speciale AS2) la potenzialità soggettiva dell’indagato, eludendo nella fase cautelare il vaglio stringente imposto dalla Cassazione per il giudizio di merito. Con questa elusione, la magistratura italiana ha strumenti per poter girare il proprio, personale Minority Report. 7. INTELLIGENZA ARTIFICIALE, POLIZIA PREDITTIVA, COSTRUZIONE DEL TERRORISTA Il caso Youssef Siher segna uno spartiacque inedito nella storia giudiziaria italiana anche sotto il profilo tecnologico: è il primo procedimento per terrorismo ed eversione in cui l’Intelligenza Artificiale (IA) compare simultaneamente nel profilo professionale dell’indagato, nel compendio probatorio d’accusa e nell’infrastruttura di sorveglianza e misurazione del pericolo utilizzata dagli inquirenti. L’analisi dimostra come i sistemi algoritmici agiscano da catalizzatori strutturali per sanzionare la potenzialità della persona anziché il fatto commesso, operando lungo diverse direttrici convergenti. Dalle carte dell’inchiesta milanese emerge un elemento inedito: per fondare l’accusa di progettazione eversiva e la richiesta di carcere, i pubblici ministeri valorizzano il fatto che Siher avesse effettuato ricerche interrogando sistemi di IA generativa per ottenere informazioni sulla “realizzazione di strategie rivoluzionarie” e per farsi assistere nella stesura del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre. A ciò si aggiunge la circostanza biografica che Siher lavorasse da gennaio 2026 proprio per la startup statunitense Mercor nell’addestramento e nella valutazione di modelli di IA. Sotto il profilo tecnico-giuridico, questo passaggio segna la nascita della criminalizzazione del prompt (prompt incrimination). L’interazione tra un utente e un modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model – LLM) è, per sua natura ontologica, un processo di esternalizzazione cognitiva e di esplorazione linguistico-probabilistica. Come chiarito anche nei recenti documenti della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia del Ministero dell’Interno (Quaderno n. 1/2025) in riferimento all’art. 3 dell’AI Act europeo, un sistema di IA generativa produce output testuali assemblando e rielaborando statisticamente dati preesistenti secondo logiche algoritmiche. Quando la Procura utilizza i prompt rivolti da Siher all’IA come prova di un “progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive” e della sua capacità di “sviluppare una strategia rivoluzionaria”, essa compie un salto logico radicale. Da un lato, equipara il dialogo con un software — che appartiene alla sfera del foro interno o, al più, della ricerca intellettuale preparatoria non punibile — a una vera e propria concertazione cospirativa. Dall’altro lato, trasforma la competenza professionale dell’indagato nell’uso dell’IA, acquisita lavorando per Mercor, in un moltiplicatore della sua pericolosità soggettiva, ritenendo che un soggetto capace di padroneggiare strumenti generativi possieda per ciò stesso una “capacità delinquenziale” superiore. In combinato disposto con il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p., che punisce la mera detenzione di istruzioni a prescindere da condotte univoche esterne, la generazione algoritmica di un testo sulle tattiche di protesta diventa istantaneamente corpo del reato e indice cautelare. Il secondo livello in cui l’IA favorisce il sanzionamento della potenzialità eversiva riguarda gli strumenti investigativi di polizia predittiva (predictive policing) e di monitoraggio digitale della radicalizzazione. Come documentato negli studi della Scuola Superiore della Magistratura e del Ministero dell’Interno, le autorità di pubblica sicurezza e di intelligence impiegano oggi algoritmi avanzati di Machine Learning (ML) e di Natural Language Processing (NLP — capaci di analizzare, rappresentare e comprendere il linguaggio umano su vasta scala) per setacciare enormi volumi di dati digitali strutturati e non strutturati (social network, chat aperte, transazioni finanziarie AML/CFT) alla ricerca di “indicatori di anomalia” e pattern di radicalizzazione. Questo paradigma tecnologico altera alle fondamenta la struttura dell’accertamento penale, determinando anzitutto il passaggio dalla causalità deterministica alla correlazione probabilistica. Mentre i modelli tradizionali di indagine muovono da un fatto di reato già commesso (ex post) per risalire all’autore secondo leggi causali e regole deterministiche, gli algoritmi predittivi di ML operano ex ante identificando anomalie statistiche e cluster di rischio non censiti dai modelli tradizionali. Essi non accertano ciò che un individuo ha fatto, ma calcolano la probabilità matematica di ciò che un individuo potrebbe fare in base alla somiglianza del suo profilo semantico, anagrafico e relazionale con dataset storici di soggetti radicalizzati. A ciò si salda l’effetto “Black Box” e la conseguente crisi della legalità algoritmica. Come avverte la dottrina giurisprudenziale della Scuola Superiore della Magistratura, gli algoritmi più complessi “generano risposte non sempre riproducibili, grazie ad un’analisi della realtà superiore alle capacità umane”, ponendosi in acuta frizione con le garanzie di trasparenza e di controllo difensivo. Quando un soggetto come Siher — già inserito nei database d’intelligence nel 2024 per l’associazione Alba Nascente e monitorato per i suoi scritti sull’Islam politico e sulle proteste della Generazione Z in Marocco — attiva un canale Telegram con parole chiave ad alta densità semantica (“guerra”, “rivoluzione”, “caduta del governo”), i sistemi di monitoraggio algoritmico classificano istantaneamente il nodo come “minaccia eversiva ad alto rischio”. La predizione della macchina si cristallizza così in una presunzione investigativa che orienta il pubblico ministero a leggere ogni elemento neutro della vita dell’indagato (gli studi universitari, il bilinguismo, i contatti WhatsApp) come conferma del “progetto eversivo”. Vi è infine un terzo meccanismo, più sottile ma decisivo negli atti della Procura di Milano: l’uso delle metriche algoritmiche dei social network per soddisfare fittiziamente il requisito giuridico dell’idoneità offensiva (art. 414 c.p.) e dell’intimidazione della popolazione (art. 270-sexies c.p.). Nel decreto di fermo, la PM Crupi scrive che i messaggi di Siher su Instagram e Telegram avevano creato uno “stato di intimidazione della popolazione” perché “potenzialmente potevano raggiungere 150mila persone” (a fronte di una base effettiva di circa 9.000–11.000 iscritti al canale). In questo modo, il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione proprietario di Meta (Instagram) e di Telegram — progettato dalle piattaforme per massimizzare il tempo di permanenza (engagement) spingendo i contenuti polarizzanti nei feed di utenti non iscritti — viene imputato giuridicamente all’indagato. La reach potenziale stimata dall’algoritmo della piattaforma diventa la misura legale del pericolo concreto del reato: l’indagato non viene tenuto in carcere per il danno che ha effettivamente provocato, ma per la potenzialità virale che l’architettura algoritmica dei social media attribuisce alle sue parole. 8. LA MUTAZIONE GENETICA Quando la rubrica giudiziaria viene inquadrata nelle coordinate del terrorismo o dell’eversione dell’ordine democratico, il giudizio cautelare sul trattenimento in carcere subisce una mutazione genetica: il fatto materiale commesso degrada a mero sintomo occasionale, mentre l’oggettoreale della misura restrittiva diviene la potenzialità soggettiva della persona, dilatata dagli inquirenti attraverso una lettura orientata della sua biografia, della sua cultura e dei suoi strumenti tecnologici. Nel caso in esame, l’assenza di una partecipazione materiale agli scontri del 17-18 ottobre, l’inesistenza di una rete associativa armata o di collegamenti con attori ostili esteri, e la natura eminentemente espressiva e velleitaria dei post pubblicati non hanno impedito il fermo d’urgenza e la reclusione nella sezione di Alta Sicurezza 2 di San Vittore. Ciò è stato reso possibile dalla convergenza di quattro fattori strutturali che operano in stretta sinergia. Anzitutto, si assiste all’inversione clinico-criminologica del capitale umano, per cui l’assenza di precedenti penali, la laurea magistrale, il plurilinguismo, le competenze nel settore dell’IA e lo status di cittadino italiano di seconda generazione vengono capovolti da fattori di radicamento sociale in indicatori di “particolare capacità delinquenziale” e di “pericolo di fuga”. In secondo luogo, interviene l’hype mediatico pre-giudiziario, che retrodata la responsabilità del soggetto costruendo l’archetipo rassicurante del “regista occulto” e dell’”infiltrato accademico”, generando un allarme sociale che la Procura utilizza poi circolarmente come prova dell’effetto intimidatorio e terroristico della condotta. A questi fattori si salda la deriva legislativa del decennio 2015–2026, culminata nei Decreti Sicurezza n. 48/2025 (art. 270-quinquies.3 c.p.) e n. 190/2026 (art. 420-bis c.p.), che ha progressivamente sostituito il diritto penale del fatto e del pericolo concreto con fattispecie di pericolo presunto, ossimori dogmatici (“organizzazione anche occasionale”) e cornici edittali sproporzionate pensate per attivare il doppio binario cautelare. Infine, agisce la mediazione algoritmica dell’IA, che da un lato trasforma l’esplorazione cognitiva privata (il prompt rivolto a un LLM) in prova di pianificazione eversiva, e dall’altro converte le metriche commerciali di viralità potenziale dei social network nel requisito oggettivo dell’offensività penale. In definitiva, il caso Siher dimostra che nel diritto penale contemporaneo della sicurezza nazionale il confine tra dissenso radicale, esplorazione intellettuale e terrorismo non è più tracciato dalla materialità dell’offesa arrecata ai beni giuridici, bensì dalla profilazione preventiva del tipo d’autore, con un vulnus profondo ai principi scolpiti negli articoli 13, 21, 25 e 27 della Costituzione repubblicana. Youssef Siher è, in questo modo, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana. Quanti altri ne seguiranno? E con quale conseguenze nella politica e nella società? La questione è particolarmente seria. Per Codice Rosso, nlp