(E)lezioni tedescheChiamati alle urne gli abitanti del land della Sassonia-Anhalt hanno scelto:
oltre il 44% dei voti è andato all’Alternative für Deutschland.
Secondo i dati hanno votato per l’Afd il 42% dei giovani, il 60% degli operai e
il 65% di persone con problemi economici. Il dato forse maggiormente
significativo è l’affluenza: circa l’80% degli aventi diritto al voto, un trend
che si era già espresso con le elezioni federali nel febbraio 2025. Così come la
provenienza geografica del voto è confermata: la Sassonia-Anhalt era già stato
un bacino importante per il partito di Alice Weidel. Va detto che la
Sassonia-Anhalt è un territorio a est della Germania con un PIL tra i più bassi
a livello nazionale. Hanno votato tanti giovani e tanti lavoratori per
un’opzione reazionaria, xenofoba e sovranista ma soprattutto per un partito che
si pone in maniera chiara e netta contro il sostegno all’Ucraina da parte
europea e per un riavvicinamento economico alla Russia.
Che sia un voto in qualche modo di protesta e che la preoccupazione più profonda
degli strati popolari sia l’essere trascinati in guerra è un dato piuttosto
lampante. A questo sentimento diffuso, che a tratti percepiamo e a tratti
raccogliamo in modo più tangibile, si deve aggiungere una lettura materialista
legata al fallimento del modello di crescita voluto e incarnato dalla CDU e
dunque la crisi sociale e l’impoverimento trasversale non possono che essere
stati una variabile determinante. Le fratture dell’ordine globale e l’avversione
al progetto americano per l’Europa vengono usate da un partito che ha saputo
legare proposte profondamente razziste e reazionarie ad un sentimento popolare
diffuso contro le élite tedesche e europee. Questo passaggio politico in
Germania, mostra in modo plastico il disastro provocato dalle politiche
atlantiste e neoliberali degli ultimi anni che hanno demolito la distinzione fra
destra e sinistra per le persone comuni. Dimostra anche che, se queste categorie
politiche hanno perso il loro significato storico, solo a destra c’è stata la
capacità di sfruttare l’occasione che la storia ha messo sul piatto.
Ormai è chiaro a tutti che le conseguenze della bolla finanziaria che ha
coinvolto l’Europa nel 2008 hanno aperto delle fratture incolmabili e che la
ricetta neoliberista propinata da tutte le compagini politiche, soprattutto
quelle afferenti al centro-sinistra, non è né risolutiva né credibile. La guerra
in Ucraina ha approfondito questa crisi immediatamente in sequenza alla pandemia
del 2020. Per la seconda volta nel giro di pochi anni l’Europa ha dovuto fare i
conti con gli effetti nefasti della propria dipendenza dagli Stati Uniti che, a
più riprese e su vari fronti, hanno esternalizzato le proprie crisi scaricando i
costi alla periferia dell’impero. Per la Germania, dover interrompere i propri
rapporti commerciali con la Russia, in particolare per il gas a basso costo,
dover fare i conti con la competitività cinese sul mercato delle automobili e
dei pannelli fotovoltaici e, dunque, con i limiti nell’approvvigionamento delle
materie prime critiche nonostante si sia voluta porre come l’avamposto europeo
nella transizione green-tecnologica e nell’innovazione produttiva, sono tutte
questioni che hanno avuto pesanti risultati. Rispetto alle elezioni di febbraio
2025 già lo dicevamo in un editoriale “Questo voto la dice lunga su quanto
profonda sia la crisi del modello industriale tedesco.” Ancora una volta sono le
condizioni materiali della vita delle persone e dei rapporti del lavoro a
determinare la mutazione dei rapporti di forza politica complessivi.
L’Afd si pone come il partito anti-sistema, anti-NATO e anti-UE giocando facile
sui temi cardine che parlano alla cosiddetta “pancia del Paese”. Se la prende
anche con l’informazione pubblica, accusandola di propaganda. Un vero colpo
d’astuzia. Questa è una tendenza che non vediamo solo in Germania ma, in quanto
Paese più ricco e potente della Vecchia Europa, è sicuramente indicativo di un
processo più generale di cui rappresenta la punta più avanzata. Al contempo, la
prescrizione della conversione industriale in chiave bellica per affrontare la
più recente crisi economica, energetica e sociale – anch’essa conseguenza
dell’attacco di USA e Israele all’Iran e relativa chiusura dello Stretto di
Hormuz – porta con sé tutti i suoi limiti: la dimensione di finanziarizzazione e
speculazione di cui anche questi ambiti produttivi sono investiti non potrà che
aumentare il processo di impoverimento degli strati popolari, altro che trovare
una soluzione alla crisi occupazionale e dell’industria a livello europeo. Tutto
questo è chiaro a tutti.
Oltre questo c’è il piano di realtà: la propaganda utile a costruire consenso
cavalcando le paure della popolazione sono il piatto forte di questi partiti
pseudo di rottura ma poi, una volta in poltrona, bisognerà verificarne la
tenuta. Tutto questo se e quando l’Afd governerà il Land sassone e a partire dal
modo in cui il governo federale farà fronte a una crisi annunciata. Tutto ciò
avviene non senza contraddizioni pesanti: nel porsi come opzione che vuole dare
centralità al territorio nazionale e, di conseguenza che non vuole inviare armi
all’Ucraina, la Afd è anche il partito che nella riforma del servizio militare
in Germania ha dato prova di una posizione ultra reazionaria in favore di una
legge che preveda la leva obbligatoria tout cour. E’ interessante anche notare
il fatto che il partito di Alice Weidel è sì contro il Green New Deal Europeo
così come è favorevole a tornare ad approvvigionarsi al gas russo, ma al
contempo è chiaramente schierato per una transizione tecnologica a colpi di AI e
nuovi data center, oltre che favorevole al ritorno all’atomo. Un mix che porta a
un solo bandolo della matassa, ossia il grande nodo su cui si trova a fare i
conti ogni passaggio in questa fase: la coincidenza di interessi con i grandi
capitali e i monopoli privati mondiali che orientano un certo tipo di scelte,
dunque la Silicon Valley e gli sviluppi in tal senso. Non arriva a caso l’assist
di Musk che, seppur il progetto MEGA non aveva portato tutta questa fortuna alle
elezioni federali, oggi reagisce con un “Ben fatto” su X per complimentarsi
della vittoria dell’”unica che può salvare la Germania”. Non solo Musk ma anche
Thiel apprezza l’Alternativa Tedesca. Nel contesto specifico tedesco va
osservata un’ulteriore variabile, ossia Sarah Wagenknecht, ex deputata che
uscita dalla Linke nel 2023 è diventata leader di un partito populista,
nazionalista ma dai contorni molto più vicini alla sinistra. Un partito che ha
più similitudini con la France Insoumise di Mélenchon che non con i Verdi e che
è stato capace di schierarsi contro la guerra. All’oggi il partito è intorno al
5 %, soglia utile a entrare nel parlamento regionale e la sua candidata in
Sassonia-Anhalt ha aperto la possibilità di collaborare con l’Afd a partire dai
contenuti, confermando oggi il loro sostegno nella prospettiva di formare un
governo regionale.
Servirebbe anche avanzare qualche ipotesi sulla base dell’esperienza storica su
almeno due ordini: élite economiche e ruolo delle classi lavoratrici. Sul primo
ordine c’è da osservare, sulla base degli studi dello storico Fischer, che le
élite a tenere in ordine i propri conti economici sono rimaste sostanzialmente
invariate dal periodo guglielmino fino a quello della dittatura. In altre
parole, al netto dei cambiamenti istituzionali il potere era sempre, in ultima
istanza, in mano ai grandi industriali. Il fatto che Afd riceva i già citati
endorsement dai tecno-borghesi della Silicon Valley e che nel programma punti a
grandi opere industriali che trovano il consenso lungo quasi tutta la curva
istituzionale tedesca, può farci supporre di aver davanti una (relativa)
invarianza storica. Sul secondo ordine, anche qua, le somiglianze non mancano:
per quanto sia azzardato generalizzare la situazione di una specifica regione
tedesca a tutta la nazione, qualcosa si può dire. Similmente agli anni ‘20 e ‘30
si presentano gli elementi di una forte crisi industriale ed economica, di una
classe operaia molto frammentata e della costruzione di un nemico esterno pronto
alla guerra. La grande differenza è che, almeno fino a un paio d’anni poco dopo
il 1933, la massa di disoccupati e dei lavoratori trovava ancora nell’SPD
(quello storico, ovviamente) e nel KPD espressioni anche di una certa autodifesa
della propria classe, cioè dentro comunque catalizzatori di massa di una
(auto)difesa della propria riproduzione sociale. Ciò che ne dettò la sconfitta,
tuttavia, fu non tanto la repressione fisica e coatta (che sicuramente ci fu),
ma il continuo muoversi strategico della controparte nel dividere e frammentare
operai e disoccupati attraverso la disciplina sociale e del lavoro, annientando
così le capacità di autodifesa della classe. Questa dovrebbe essere una delle
grandi incognite davanti al procedere di forze che, ancora oggi, adottano la
decomposizione dall’alto.
Siamo di fronte al disastro politico creato dal bellicismo liberal di sinistra:
qualcuno se ne accorgerà in Italia e in Europa? Uno dei risultati possibili del
riarmo, della guerra per procura americana e delle politiche di austerità
europee può essere una scomposizione del proletariato e un’alleanza con la
piccola borghesia e la grande oligarchia nazi-tech? I collegamenti oltreoceano
tra Afd e baroni del tech ci inducono a pensare che la reale ristrutturazione
capitalista, tutta interna all’egemonia americana, potrebbe avvenire proprio a
partire da queste compagini ultra-reazionarie, che ben si collocano in quel
contesto di propositi da eugenetica alla Epstein Files, sia in termini
ideologici ma soprattutto in termini materiali. Un processo di ristrutturazione
dall’alto dell’itinerario capitalista, a fronte delle fratture globali, porta
dunque a un’ipotesi che vede le opzioni suppostamente e paradossalmente
anti-NATO al contempo per niente ostili al capitale USA. Non è un caso
l’endorsement di pezzi della Silicon Valley così come un programma pronto a
riformare tutto in nome dell’intelligenza artificiale e del nucleare. Al
contrario dei liberali e della “sinistra” però, che su questi terreni o
ripropongono la medesima ricetta già fallita (vedasi il processo che ha condotto
la Germania in una crisi di cui anche questo è il prodotto) oppure non hanno
nulla da proporre, questi partiti di destra hanno un discorso. Nella
contraddizione dell’opzione anti-sistema e anti-USA soltanto a parole, va
immaginato un processo ricompositivo che punti a contendere una composizione
attratta anche da questo tipo di programma. Ci si potrebbe interrogare se questo
scenario possa proporsi anche in Italia, con le dovute sfumature e differenze.
In ogni caso, se non ci sarà la capacità di costruire e alimentare un vasto
movimento di massa dal basso, con le sue contraddizioni e asperità, su queste
questioni è sicuramente difficile al momento immaginare itinerari differenti.
Un ulteriore interrogativo riguarda quale sarà la strategia Usa di fronte a
questo contesto. Non va chiusa la possibilità di ragionare che un’alleanza, o
perlomeno un avvicinamento, tra Russia e Germania sia geopoliticamente – nel
senso stretto del termine – non auspicabile per lo Zio Sam, che sin dagli inizi
del 900 ha esplicitamente adoperato una strategia globale per tenere lontano
queste due potenze. Si potrebbe ipotizzare che una possibile vittoria dell’Afd
sia costretta comunque da questo vincolo, trovandosi a dover scegliere quale
fetta di accumulazione sia più desiderabile. Alcuni elementi ci fanno però
scommettere che, tramite la solita strategia del “caos controllato” atta a
sfasciare definitivamente l’Europa, gli Usa possano trarre vantaggio anche da
questa tendenza. Alle nostre latitudini, abbiamo infatti visto come Lega e
Fratelli d’Italia abbiano impiegato poco tempo a chinare la testa di fronte alla
dottrina atlantista. Sempre alle nostre latitudini, va indagato il ruolo di quel
pezzo di padronato, grande e piccolo, che vede di buon occhio una certa chiusura
securitaria e autoritaria per la gestione della crisi e per la tenuta della
macchina statale, in una sorta di “fascismo preventivo”, anche in assenza di
forti lotte dei lavoratori delle lavoratrici. Se guardiamo al nostro Paese, la
passerella di Vannacci a Cernobbio è piuttosto indicativa.
Questo risultato non è un granello nell’ingranaggio della guerra globale: è un
ulteriore avvitamento di questo processo. Che opzioni razziste, xenofobe o come
in questo caso revisioniste e nostalgiche del nazismo possano ottenere credito è
un problema per tutti. Non significa certo però schierarsi con gli
europeisti-atlantisti convinti, né pensare di costruire bislacche alleanze
tattiche con chi ci ha portati in questa situazione. Non va dimenticata
l’origine della responsabilità della guerra in Europa e all’Europa, né la
marcescenza di un sistema come quello ben rappresentato dall’occidente
collettivo. Più colpi avrà e meglio sarà per chi vuole immaginare un futuro
desiderabile, certo. Il problema è quando i colpi riguardano anche chi vorrebbe
costruire un’opzione diversa. Alla santa alleanza “antifascista” (a parole) e ai
cordoni sanitari bisognerà essere capaci di opporre una forza autonoma e
popolare, altrimenti il risultato non potrà essere molto diverso da quello che
sta succedendo in Germania.