Piattaforma verso la manifestazione nazionale del 31 gennaio a Torino“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra
e l’attacco agli spazi sociali”
Ripubblichiamo la piattaforma di sintesi letta a conclusione dell’assemblea del
17 gennaio a Torino a seguito dello sgombero di Askatasuna. Le firme per
l’adesione sono in aggiornamento.
In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione e la
trascrizione di alcuni interventi inerenti alla dimensione cittadina che portano
ragionamenti significativi per un rilancio collettivo.
A conclusione dell’assemblea di sabato 17 gennaio è stata stilata una
piattaforma a cui aderire “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RILANCIA”, di
seguito le firme in aggiornamento delle realtà che chiamano alla
mobilitazione.
Da Torino al Sud, dalla Val di Susa al Nord Est, dalle isole al centro, tutta
Italia è unita nelle differenze, nelle generazioni, nelle specificità
territoriali, per portare una sola voce: il governo Meloni ha sbagliato i suoi
calcoli, il popolo resiste.
Nonostante i segnali chiari che arrivano dal governo, un governo che odia e che
struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata, è altrettanto chiaro
che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa.
Dai lavoratori e dalle lavoratrici, dagli spazi sociali colpiti, dai comitati
territoriali, dai comitati di quartiere ai collettivi studenteschi, dalle
università alle scuole, da chi lotta nei quartieri popolari a chi lotta contro
le basi militari e le grandi opere inutili, dalle donne che lottano agli
abitanti sotto sfratto: il popolo rilancia.
Il 31 gennaio sarà una mobilitazione popolare a cui ognuno potrà partecipare con
le proprie specificità e le proprie differenze, rappresentandole tutte, creando
una massa eterogenea, come la Valle di Susa ci ha insegnato. Il 31 sarà un
passaggio importante per ribadire che c’è una parte di questo Paese, quella che
in milioni è scesa in strada per bloccare tutto in solidarietà al popolo
Palestinese, che non è disponibile ad avallare i piani previsti di riarmo,
militarizzazione, chiusura e disciplinamento voluti da Meloni e dai suoi
ministri.
Un passaggio che rilanciamo insieme verso nuovi appuntamenti, verso la primavera
in cui ritrovarci, continuare a ragionare collettivamente sulle urgenze di
questo momento storico e cogliere quali siano le possibilità per riaprire spazi,
costruire percorsi, intuire mobilitazioni, passando per i momenti di sciopero
che ci saranno.
La repressione del Governo passa per nuovi decreti sicurezza, cerca di
rinchiudere le mobilitazioni e gli spazi sociali autogestiti ad un problema di
ordine pubblico, quando invece il loro significato è profondamente politico e
sociale. Arresti e operazioni di polizia quasi settimanali, colpiscono
indiscriminatamente superando e forzando ogni confine legale, trasformando le
leggi nella logica feroce della “legge del più forte”.
Essere partigiani vuol dire schierarsi e prendere posizione, Torino è una
dimostrazione di come le lotte possano essere al tempo stesso incisive e
riproducibili. Oggi il significato e la pratica dell’antifascismo assumono nuova
attualità.
Immaginiamo insieme il corteo del 31 gennaio come l’inizio di un percorso comune
che possa costruire uno spazio largo di mobilitazione contro il Governo Meloni e
la sua manovra economica lacrime e sangue. Oltre la retorica populista e
sovranista, quello che rimane sono misure di austerity, sudditanza ai diktat di
Trump, attacchi al lavoro, alle pensioni, ai migranti e a chiunque non sia
allineato. È tempo di portare avanti un conflitto plurale, inteso come esercizio
di trasformazione e di riconoscimento di coloro che stanno ai margini.
È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la
loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è
possibile, resistere è un dovere.
Firme in aggiornamento:
Network Antagonista Torinese
Movimento No Tav
Torino per Gaza
Centri Sociali del Nord Est
Giovani Palestinesi d’Italia
Non Una di Meno Torino
Spazio Popolare Neruda
Giorgio Cremaschi
Potere al Popolo
Assemblea Studentesca Torino
Ex Opg
Officina 99
Brahim Baya, Nur – Narrazioni Umane di Resilienza
Coordinamento Collettivi Autorganizzati Universitari
Ecologia Politica Napoli
Cantiere Milano
Quarticciolo Ribelle
Libere di lottare contro lo stato di guerra e polizia
Movimento di lotta Disoccupati 7 novembre
Centri sociali delle Marche Studenti Autorganizzati Marche
Colpo
Centro Sociale Talpa e l’Orologio
Collettivo Spiraglio
Collettivo ohm
Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS
Cobas Scuola Torino
Csoa Ex Snia Viscosa
Coordinamento Antifascista Universitario – Torino
Rifondazione Provinciale Torino
Fronte Popolare Torino
Cub
Sinistra Anticapitalista
Radici del Sindacato alternativa in Cgil
Vogliamo Tutto
Assemblea per il Diritto alla casa – Pavia
Partito Comunista dei Lavoratori – Torino
Gabrio
Associazione a Resistere Pisa
Cobas
Collettivo Statale 590
Carc
video
Intervento di Non Una di Meno Torino
Come Non Una di Meno Torino siamo qui oggi per rinnovare la nostra solidarietà
ad Askatasuna e per continuare a lottare insieme, dentro un presente sempre più
schiacciante. Come rete abbiamo incrociato Askatasuna in numerosi percorsi e
iniziative cittadine: dalle lotte per il diritto alla casa, a quelle contro la
devastazione dei territori, contro la guerra e il riarmo, fino all’impegno per
una Palestina libera. L’Aska non è soltanto uno spazio sociale, ma un intreccio
vivo di percorsi, persone e progetti politici che lavorano quotidianamente per
costruire un futuro differente.
Parlare oggi di spazi sociali è una necessità politica urgente, perchè appunto
questi non sono solo luoghi fisici: sono dispositivi di resistenza alla
solitudine strutturale prodotta da capitalismo e patriarcato. Sono spazi dove la
riproduzione sociale – cioè il lavoro invisibile di cura, relazione, sostegno
reciproco – viene sottratta alla privatizzazione e riportata nella dimensione
collettiva. Gli spazi sociali sono anche luoghi fisici e simbolici dove si
costruiscono relazioni non competitive e libere dal profitto, dove la
vulnerabilità non è una colpa ma un punto di partenza politico, dove la cura
diventa pratica collettiva e non dovere imposto.
Viviamo una fase storica segnata da una molteplicità di crisi che si
intrecciano. Crisi che producono isolamento, solitudine, frammentazione delle
vite, precarietà materiale ed emotiva. Questo processo colpisce tutte e tutti,
ma in maniera non neutra: le donne, le soggettività LGBTQIA+, le persone
razzializzate, marginalizzate, precarizzate e povere, le persone con disabilità,
ne pagano il prezzo più alto.
La storia delle donne e delle soggettività non conformi ha mostrato con
chiarezza che il dominio non si esercita solo sui corpi, ma sui regimi di senso:
su chi può parlare come misura dell’universale e chi viene ridotto a
particolarità muta; su chi ha il potere di nominare il mondo e chi ne subisce le
definizioni. Il potere non governa soltanto attraverso la forza materiale, ma
attraverso le categorie che organizzano il pensabile.
In un tempo che amministra il consenso mediante paura, semplificazione e
coercizione, non basta opporsi agli atti di violenza. Occorre smontarne il
vocabolario. Non limitarsi a denunciare il potere, ma sabotarne le cornici
simboliche e i dispositivi narrativi.
Veronica Gago, filosofa e compagna argentina, suggerisce che c’è un passo avanti
rispetto a ciò che eravamo solite chiamare guerra e crisi della riproduzione
sociale, a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione
sociale.
Susana Draper, accademica femminista che in questi giorni è stata pubblicata da
Effimera, ha preso parola su quanto sta succedendo negli Stati Uniti, a partire
dall’uccisione di Renee Good, sottolinea come questa sia una chiave importante
che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian
Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la
portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono
state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese.
Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la
difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio,
criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere
comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per
i popoli sia come
dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali,
strategia colonialista di mutilazione
venga anch’esso ucciso.
La necessità di ricomposizione sociale, con forme anche diverse, è oggi ancora
più cruciale di fronte all’irrigidimento delle forme repressive e di controllo,
che il governo Meloni sta portando avanti in maniera sistematica. Ora ancor più
esplicitamente con il nuovo decreto sicurezza che colpisce in modo sempre più
diretto manifestanti e giovani generazioni. Più in generale, questo è un
controllo che agisce su più livelli: sui luoghi, attraverso sgomberi,
restrizioni, criminalizzazione degli spazi autogestiti; sulle persone,
attraverso politiche securitarie, razziste, transfobiche e sessiste; sul
dissenso, colpendo chi sciopera, chi manifesta, chi si organizza.
Il transfemminismo ci aiuta a leggere questo processo per quello che è: non solo
una deriva autoritaria, ma un progetto politico coerente che punta a ristabilire
ordine, gerarchie e obbedienza. Un progetto che ha bisogno di corpi
disciplinati, famiglie tradizionali, ruoli di genere fissi, confini rigidi, e
che quindi vede negli spazi sociali, nei movimenti e nelle reti transfemministe
un pericolo da neutralizzare.
Oggi difendere e costruire spazi sociali e progetti politici significa quindi
difendere la possibilità stessa di organizzarci, di trasformare la rabbia e il
dolore in pratica collettiva. Significa opporsi a un modello di società che ci
vuole separate e controllabili, e affermare invece il diritto a esistenze
plurali e solidali.
Non si tratta di nostalgia dei tempi passati. Il movimento transfemminista ci
ricorda di avere sempre lo sguardo rivolto in avanti, portando con sé l’eredità
di tutt3 le sorell che hanno contribuito a formare quello sguardo. Ai tempi che
ci attendono servono spazi il più possibile ampi, che coinvolgano interi settori
della società, oggi sempre più impoverita e lasciata alla violenza
istituzionale. Servono spazi per i quartieri e per i soggetti che desiderano
attivarsi insieme, migliorare la propria vita attraverso un legame collettivo e
a discapito di chi sulla povertà e l’isolamento ci costruisce imperi
immobiliari, patrimoni famigliari, propaganda razzista.
Questo è il momento di fare comunità, di unire le lotte e le forze, di essere
eccedenza e imprevisto, tutte e tutti insieme. Come ci ricorda Silvia Federici,
senza ricostruire comunità di lotta e di vita, non esiste possibilità di
trasformazione sociale. In questo senso, la ricomposizione sociale di cui
parliamo non è solo politica, ma profondamente materiale e affettiva. Significa
rimettere al centro i corpi, i bisogni, la quotidianità.
In quest’ottica proponiamo di continuare nel solco di ciò che ha funzionato
nelle mobilitazioni dei mesi scorsi e praticare lo sciopero e il blocco come
strumenti che permettono di interrompere lo scorrere della vita quotidiana.
Oltre a partecipare ai prossimi appuntamenti qui proposti, rilanciamo e
invitiamo a costruire insieme la giornata di lotta dell’8 marzo e lo sciopero
transfemminista di lunedì 9 marzo lanciati da Non una di meno, come momenti in
cui rifiutare insieme la violenza patriarcale, la guerra, questo clima
repressivo e contro il governo Meloni.
Intervento di Torino per Gaza
Contro guerra e repressione la lotta continua. Verso e oltre la manifestazione
del 31 gennaio, con la Palestina fino alla vittoria!
Un contributo di Torino per Gaza
In questo momento più che mai abbiamo bisogno di costruire un fronte largo e
unitario di opposizione al genocidio a Gaza, all’imperialismo e alle politiche
guerrafondaie del governo.
Sappiamo che lo sgombero di Askatasuna, a cui va tutta la nostra solidarietà, ha
aperto una ferita in questa città ma questo non sarà sufficiente a fermare le
lotte. Insieme abbiamo dibattuto, costruito e lottato in questi anni, insieme
continueremo a farlo, dentro o fuori corso Regina 47.
Negli scorsi mesi un movimento popolare ha segnato un cambio di passo profondo
nel nostro Paese. L’opposizione al genocidio e alle politiche di guerra è stata
capace di risvegliare un senso di responsabilità collettiva che sembrava sopito
da anni e milioni di persone hanno deciso finalmente di non delegare la
possibilità di cambiare il corso delle cose. In quelle piazze non solo si è
espresso il rifiuto netto del genocidio e un senso di solidarietà profondo e
sincero con il popolo palestinese e la sua resistenza, ma si è riuscit3 a
puntare il dito in maniera chiara contro chi, alle nostre latitudini, è
responsabile di quel massacro e lo sostiene a spese delle persone , traendone
profitto economico e politico. Dalle piazze alle occupazioni nelle scuole,
intere generazioni hanno espresso il desiderio di cambiare tutto, radicalmente.
Insieme si è rotto quel senso di impotenza e di frustrazione che troppo spesso
abbiamo provato di fronte all’enormità di un genocidio teletrasmesso in
mondovisione.
Un movimento che ha deciso di rendere concreti gli obiettivi che si è dato,
praticando ciò che ha detto. In quelle settimane “Blocchiamo tutto” non è stato
solo uno slogan, ma una pratica concreta, collettiva e soprattutto efficace.
Riappropriandosi della pratica dello sciopero, ha interrotto il normale scorrere
della vita di fronte a oltre 200.000 palestinesi ammazzati, ha procurato un
danno economico reale alla filiera della guerra e ha inferto un duro colpo al
governo, poiché ha toccato i nervi scoperti della catena di valore.
A distanza di qualche mese, la vendetta del governo arriva puntuale per far
pagare il conto di quell’esplosione di forza collettiva. A Torino, come in altre
città, sono già decine le persone colpite da sanzioni amministrative e misure
cautelari. Studentesse e studenti giovani e giovanissimi si trovano agli arresti
domiciliari o in carcere. Un compagno del coordinamento, Mohamed Shahin, si è
visto revocare il permesso di soggiorno di lunga durata e recludere in un CPR, e
su di lui ancora oggi pende un decreto di espulsione immediata verso l’Egitto. E
ancora, gli arresti ai compagni di API a Milano e Genova con accuse
pesantissime, la condanna ad Anan Yaeesh di appena ieri all’Aquila e infine lo
sgombero di Askatasuna. Tentativi, questi, manovrati dalla Polizia e dal governo
per indebolirci e ostacolare la rigenerazione del movimento che come prerogativa
ha avuto quella delle alleanze. È importante che nel rispondere a questi
attacchi si mantenga sempre il presupposto di tenere insieme ciò che vogliono
allontanare.
Abbiamo gridato che pensavamo di liberare la Palestina e invece è stata la
Palestina a liberare noi.
Ci ha permesso di ricomporre per dare corpo al rifiuto diffuso per un presente
fatto di guerra e morte e un futuro incerto e spaventoso, che si fatica anche
solo ad immaginare.
Ci ha permesso di ritrovare la forza dell’organizzarsi insieme e di costruire
legami sociali inediti,non previsti, nonostante la propaganda soffocante che
dipinge il nemico come lo straniero, l’arabo, il musulmano, che costruisce
un’urgenza interna come pretesto per disciplinare l3 giovani e la società tutta
richiamata ad arruolarsi a testa bassa per la loro guerra, che la priorità è una
presunta sicurezza costruita con obbedienza, punizione e riarmo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” ha permesso di vedere molto oltre il fumo
gettato negli occhi dal governo Meloni. Ha messo a nudo le bugie sistematiche
raccontate dai media, ha creato altre forme per documentarsi e diffondere
conoscenze e saperi popolari utili a riprodurre le lotte.
Ha espresso quindi qualcosa di segno diametralmente opposto.
Che insieme siamo davvero più forti, che il nemico è una classe dirigente pronta
a sacrificare tutt3 per ingrassare le tasche delle aziende belliche e per
sottomettersi al volere degli Stati Uniti che intende l’Italia come un proprio
Stato satellite, e che le tanto attaccate comunità arabe e musulmane che vivono
in questo paese sono nostre compagne di lotta.
Che l’insicurezza è innanzitutto taglio al welfare e aumento della spesa
militare, mentre le classi popolari sono sempre più schiacciate dal carovita,
mentre la sanità pubblica è fatta a pezzi ogni giorno che passa.
In un contesto che si fa sempre più buio, tanto nei nostri territori quanto a
livello globale, non dobbiamo cadere nella tentazione di limitarci a difendere
un presente che non è mai stato all’altezza dei nostri bisogni, una democrazia
in cui non abbiamo mai trovato spazi per contare, uno stato di diritto in cui
non abbiamo mai trovato giustizia. L’unica risposta possibile al fascismo che
avanza in Italia e nel mondo è proseguire ed ampliare le lotte per un mondo
diverso. All’inasprirsi della repressione, al tentativo di chiudere ogni spazio
di ribellione, dobbiamo avere il coraggio di rispondere con pratiche e discorsi
capaci di coinvolgere ogni ambito della società, perché a reprimere sono le
stesse politiche di guerra che ci rendono pover3, che tagliano servizi e sanità
e investono in armi, che trasformano le scuole in campi di addestramento.
Le grandiose mobilitazioni di questo autunno ci hanno indicato una strada da
percorrere proprio per avanzare in questa direzione. Questi mesi di
mobilitazione per la Palestina ci hanno insegnato che è possibile fare tutto e
arrivare ovunque, che quando si lotta per la giustizia e l’umanità le persone
non sono addormentate, che possiamo e dobbiamo riappropiarci di una pratica,
quella dello sciopero, che ormai sembrava inaccessibile,per costruire lotte a
partire dai bisogni delle persone, contro la precarietà, per la Sanità pubblica,
per la scuola e i servizi a misura di persona, per migliorare concretamente la
condizione umana fermando contemporaneamente guerra e genocidio, le cause del
male per tutti i popoli.
Abbiamo capito che avere un’ottica di allargamento e avere la disponibilità di
uscire da schemi e pratiche consolidate, permette di costruire un’azione di
risposta imprevedibile, efficace, massiccia e concreta.
Crediamo che sia ampiamente finito il tempo in cui ciascun3 di noi, ciascuna
realtà organizzata può permettersi di guardare unicamente alla propria agenda,
vedendo questa come slegata da tutto il resto. La sfida che questo presente ci
pone davanti richiede la capacità di costruire una risposta che sia all’altezza,
capace di cogliere le occasioni di mobilitazione e allargamento che ci si
presentano e di crearne quando è necessario.
In questo senso, la Global Sumud Flotilla ha annunciato una nuova grande
partenza verso Gaza nei mesi a venire. Crediamo che dobbiamo prendere questa
come un’occasione di rilancio. Dobbiamo ripartire da ciò che ha funzionato: una
comunicazione coerente sul piano nazionale, una connessione con le mobilitazioni
a livello transnazionale, un linguaggio comprensibile, capace di bucare le bolle
offrendo una pratica di attivazione concreta.
Dobbiamo essere in grado di adattare questa prospettiva in un contesto mutato,
che si fa più complesso.
I media raccontano della falsa “pace” di Trump in Palestina come il grande
successo di chi porta invece guerra in tutto il mondo. Intanto a Gaza e in
Cisgiordania la violenza sionista non si ferma anche se lontana dai riflettori.
Nelle ultime ore, giorni, settimane, migliaia di persone sono state uccise dai
raid quotidiani su Gaza, dalla violenza dei coloni e dell’esercito in
Cisgiordania, dal freddo, dalla fame, dalle piogge in un territorio devastato e
tuttora sotto assedio, questo è il modello di pace che la democrazia occidentale
ha da offrire. Mentre le politiche imperialiste e guerrafondaie di Trump e di
tutto l’Occidente colpiscono in modo sempre più aggressivo in Venezuela e in
tutto il Latino America, in Medio Oriente, in Africa, l’annuncio dell’inizio
della cosiddetta “fase due” del piano di Trump rende evidente come questo non
sia altro che il tentativo di portare a termine la colonizzazione e
l’annientamento della Palestina, garantendo ad Israele e ai suoi alleati il
controllo del territorio mediorientale e delle sue risorse ricchissime.
Anche se vogliono fermarci, non finisce la nostra lotta che prende esempio dalla
Resistenza del popolo Palestinese che ci ha insegnato che i popoli in rivolta
possono davvero riscrivere la storia.
Siamo pront3 a guardare insieme a orizzonti futuri condivisi, a traiettorie da
costruire per la libertà collettiva.
C’è ancora molto da fare ma la voglia non ci manca e l’immobilismo non è
un’opzione.
Fino alla liberazione della Palestina, fino alla liberazione di tuttɜ noi!
Intervento dell’Assemblea Studentesca Torino
Innanzitutto, a nome dell’Assemblea Studentesca ci ritengo a ringraziare tutte
le realtà e le soggettività che sono qua oggi e a esprimere naturalmente non
solo solidarietà ma complicità politica e umana ai compagni e alle compagnie
dell’ askatasuna.
L’Assemblea Studentesca nasce, due anni e mezzo fa, come spazio di confronto
sulle modalità della lotta e di costruzione di un vero movimento studentesco
nella nostra città e in questi anni abbiamo condotto instancabilmente un lavoro
politico di allargamento, di costruzione e di dibattito, di spazi di socialità
alternativa a quelli proposti dal nostro modello scolastico e abbiamo raccolto i
primi risultati di questo lavoro politico proprio in quest’autunno che ha visto
grandi mobilitazioni.
Però sarebbe un tradimento inaccettabile considerare quest’autunno come un punto
d’arrivo. Quest’autunno non è stato un punto d’arrivo, non lo deve essere, non
può esserlo, ma deve essere un punto di volta e di inizio di qualcosa di nuovo.
Per questo, pochi giorni fa, abbiamo avuto un momento di analisi su quello che è
stato l’autunno e per la costruzione del nostro progetto politico dal basso.
Questa analisi è stata un’osservazione delle condizioni materiali oggettive
della lotta che ci servono per portare avanti il nostro progetto. Cosa
significa?
Abbiamo osservato che quest’autunno c’è stato un nuovo risveglio delle
coscienze, che è stato inedito almeno negli ultimi anni in Italia e possiamo
forse dirlo anche in Europa, che non si è trasformato spontaneamente in
un’opposizione organica, organizzata, ma che ne ha richiesto la costruzione in
modo imperativo. La responsabilità di costruire questa opposizione organica,
organizzata, politica e morale è nostra.
In altre parole, possiamo dire che la mancanza di strutturazione seria del
nostro movimento e le potenzialità pericolose della nostra lotta sono state
notate e hanno portato a un’ondata repressiva inedita, che l’abbiamo vista con
l’arresto di nostri sei compagni: Arturo, Simone, Nour, Giordano, Riccardo e
Souahil, a cui portiamo la nostra solidarietà.
Questo è un momento difficile, ma dobbiamo saper raccogliere le capacità
trasformative specifiche per un progetto più ampio. Questo significa raccogliere
e organizzare la capacità di azione dei singoli collettivi nelle scuole, ma
significa anche raccogliere e accogliere le capacità individuali degli studenti
e delle studentesse che formano la scuola e rivolgerle contro il modello
fascista di Valditara che, diciamocelo, è il capitalistico.
Vuol dire rompere l’indifferenza e sfidare il non futuro che ci viene
prospettato, costruire un’opposizione organica alla guerra, alla
militarizzazione, al modello della scuola-caserma, che è la riproduzione dei
sistemi di oppressione del capitalismo, dell’imperialismo.
Vuol dire creare un potere studentesco, una controinformazione, l’esempio più
lampante della negligenza nei confronti della scuola è l’edilizia scolastica.
Abbiamo le scuole che ci crollano in testa.
Per questo rilanciamo la mobilitazione nazionale del 31 gennaio e rilanciamo una
grande piazza studentesca che partirà da Porta Susa alle due e mezzo.
E lo rilanciamo perché non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è la lotta per
la giustizia, è la lotta per la libertà, è la lotta per l’uguaglianza.
Insomma la nostra lotta è il motore della storia. Avanti sempre e buona lotta.