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L’unica sovranità energetica è quella decisa dal popolo: Meloni e il nucleare una favola ridicola
Due referendum popolari hanno sancito il NO al nucleare in Italia. Una premessa obbligata dalla quale partire per leggere le forzature del governo Meloni sul tema: riaprire le centrali puntando sui “nuovi” Small Modular Reactors sarebbe la soluzione per l’indipendenza energetica. Tutte balle, scusate il francesismo.  Da alcuni anni a questa parte il governo italiano si trova stretto in una morsa: da un lato, soddisfare gli interessi delle aziende fossili dando il via libera a progetti rimasti fermi per decenni (come quello in Basilicata di estrazione di petrolio) e cementare le amicizie di Meloni oltremare (le visite della presidente con l’ad di Eni in Algeria e il Piano Mattei, ne sono un esempio); dall’altro, mostrare all’Europa che l’Italia sta al passo con i tempi del Green New Deal e della transizione energetica. In tutto ciò la guerra in Ucraina prima e il blocco di Hormuz poi hanno imposto una dipendenza dal gas e dalle risorse di proprietà del vero padrino del Belpaese, Trump, con l’obbligo di rispettare il diktat di zero importazioni dalla Russia. Nel dover far contenti tutti Meloni ha creato un bel inguacchio in cui non fa contento nessuno men che meno la popolazione italiana che vede semplicemente lievitare le proprie bollette in base all’andamento del prezzo del gas legato alla borsa di Amsterdam con prospettive nefaste a fronte della crisi energetica data dalla guerra imperialista. L’energia è un esempio emblematico del processo di finanziarizzazione al quale i governi sono legati a doppio filo in questa fase, il che significa per noi pagare affinché le grandi società energetiche possano continuare a fare profitti e speculare e che i fondi bancari internazionali possano “mettere a lavoro i soldi”. Una realtà dei fatti chiara e limpida per la maggioranza degli italiani che, a ragione, si chiedono perché non poter tornare a rifornirsi dalla Russia o perché dovrebbero mettere a disposizione i propri terreni agricoli per espropri in funzione della cosiddetta transizione energetica o come mai le bollette del riscaldamento aumentano senza aver nessun motivo reale se non quello di contribuire a far fare profitto ai grandi monopoli energetici. Non esiste alcun piano per la sovranità energetica italiana e non sarà il nucleare a renderla possibile, elenchiamo di seguito un paio di punti.  Sovranità energetica dei miei stivali Un dato molto semplice: miniere di uranio in Italia non esistono. Occorrerebbe importare dunque la materia prima dal Niger, Kazakistan, Canada, Australia. La filiera mondiale è governata da Rosatom e nel 2024 in piena guerra in Ucraina l’UE ha importato dalla Russia il 23% dell’uranio arricchito.  E, udite udite, nemmeno gli SMR esistono. Esiste un lavoro di ricerca in questo senso, esistono alcuni casi, ma all’oggi non ci sono dati che dimostrino un bilancio favorevole in termine di costi-benefici per questa nuova tecnologia, esistono dati che dimostrano soltanto il contrario. Lo dice anche Legambiente: “Il progetto SMR più avanzato al mondo era NuScale, negli Stati Uniti: costi di produzione stimati tra 250 e 354 dollari per MWh, valori del tutto fuori mercato. Il progetto è stato cancellato. Gli unici tre SMR oggi in funzione nel mondo raccontano la stessa storia: lo Shidao Bay 1 in Cina è entrato in funzione 16 anni dopo l’annuncio iniziale, con costi aumentati del 200%. I due piccoli reattori galleggianti russi hanno superato il 300% del budget previsto”, non serve essere dei fini economisti per valutare che non sia una soluzione né economicamente conveniente né realistica per raggiungere gli obiettivi climatici, posto che il nucleare non è “sostenibile” sul piano ecologico, nonostante venga falsamente propagandato come tale dai suoi promotori. Esiste però una narrativa secondo cui gli SMR sarebbero i reattori che ci abbasseranno le bollette, una grande stupidaggine detta più volte anche dal ministro Pichetto Fratin, perché oggi come oggi il kilowattora nucleare in tutto il mondo costa di più di quello fotovoltaico. D’altronde è così per un motivo molto semplice: qualunque centrale nucleare che va a fissione (dato che la fusione è ancora tutta un’altra chimera) ha bisogno di impianti di sicurezza, sistemi di refrigerazione e di controllo che ne costituiscono il costo, questo influisce sul costo finale molto più che la materia stessa, ossia l’uranio. Guardando alla Francia come caso studio, il rapporto Lazard 2025 enuncia alcuni dati interessanti: “il fotovoltaico industriale è collocato a 38-78 dollari per MWh, l’eolico a 37-86, il nucleare di nuova costruzione a 180. Tre volte tanto. Dal 2009 a oggi il fotovoltaico è crollato dell’84%, l’eolico del 55%, mentre il nucleare è salito del 47%”, viene riportato dall’articolo de La Nuova Ecologia. Se in Francia l’elettricità costa meno non è il risultato del nucleare di per sé ma perché la rete elettrica è maggiormente nazionalizzata rispetto a quella italiana e nel mix elettrico l’Italia contiene il 45% di gas contro il 6% francese, il che fa aumentare i costi vertiginosamente.  Il nuovo disegno di legge di Pichetto Fratin, passato alla Camera e in attesa dell’approvazione in Senato, è una delega in bianco per l’accentramento dei poteri a livello governativo per andare nella direzione di semplificazione delle norme, bypassare le resistenze territoriali, convogliare i poteri di controllo e di verifica sulla sicurezza nelle mani di chi decide dove e quando eventualmente fare nuove centrali nucleari, quindi al Governo, esautorando ulteriormente i poteri delle amministrazioni regionali e comunali.  Il gravoso problema del passato nucleare non viene minimamente tenuto in conto infatti non esiste traccia di un’ipotesi di soluzione per lo stoccaggio delle scorie, il Deposito Unico Nucleare è finito nel dimenticatoio e molte regioni italiane fanno i conti con il lungo processo di decommissioning e di gestione delle scorie, per non parlare dei soldi che paghiamo alla Francia per tenere in caldo le nostre scorie in esubero e che, prima o poi, dovranno rientrare in Italia. Inoltre, anche con la fissione dei piccoli reattori le scorie continueranno a essere prodotte, l’unico modo per non produrne più è non utilizzare il nucleare.  Le novità della propaganda Un elemento di novità si può vedere nella propaganda cucita ad hoc per fare breccia sul tema ecologico: il nucleare viene costantemente accoppiato al tema delle fonti rinnovabili. Invece il nucleare non è né sostenibile né rinnovabile, e viene invocato essenzialmente da coloro che vogliono cambiare tutto pur di non cambiare niente. Se ci si fa caso chiunque in questi mesi abbia parlato di nucleare lo ha fatto tirando in causa la necessità delle rinnovabili e della transizione energetica: da Pichetto Fratin al rettore del Politecnico di Torino il futuro sarebbe green a colpi di scorie, espropri, opere imposte, nocività, aumento dei rischi per la sicurezza della popolazione.  Il punto è a chi serve e per cosa serve questa energia?  E’ banale e tutti lo sanno: guerra e transizione tecnologica. La fame di energia oltre a venire utilizzata per dare una parvenza di serietà al governo quando parla di indipendenza e autonomia energetica è utile a foraggiare le aziende del big tech. Non a caso negli Usa i piccoli reattori sono un must have per le grandi aziende del settore tecnologico e non solo: scrivevamo qui “Il fondatore di ChatGpt Sam Altman è alla guida di Oklo, azienda che produce reattori compatti di ultima generazione a fissione veloce che è cresciuta in Borsa del 400 per cento negli ultimi due mesi. Inoltre, il Ceo ha appena investito 375 milioni di dollari in Heliot Energy, start up che conta di sviluppare la fusione nucleare in grado di produrre energia entro il 2028. Anche Jeff  Bezos ha contribuito alla ricerca in questo senso (di profitti) avviando il finanziamento di 500 milioni di dollari per X Energy Reactor, azienda che sviluppa piccoli reattori modulari. Google non è da meno, infatti ha siglato un accordo di valore mondiale, così lo ha definito, con Kairos Power, start up californiana del settore nucleare di ultima generazione”. E’ chiaro che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale necessiti di una quantità di energia che all’oggi viene soltanto stimata ma che accarezza numeri da capogiro. Non a caso anche qui da noi le aziende energetiche stanno orientando i loro investimenti futuri nei data center e non più negli impianti rinnovabili, evidentemente un bel cubo di server energivoro rende molto di più che dare la possibilità di essere realmente indipendenti provvedendo a installare pannelli solari sui tetti delle case dei cittadini. La regione Lombardia fa scuola in questo senso trovandosi già nella situazione di non avere più spazio nella rete elettrica per aggiungere nuovi data center, tendenza che probabilmente si svilupperà anche altrove.  Qual è il nostro piano?  Occorre puntare alla riorganizzazione dell’infrastrutturazione energetica, pretendendo una reale sovranità dal basso, quindi il controllo della gestione e del consumo energetico. L’autonomia energetica non può che passare dal controllo dal basso attraverso le mobilitazioni, una pianificazione e una contesa del potere su chi detiene il controllo dei prezzi per ottenere che si paghi ciò che si consuma. Un orizzonte quasi utopico? Va compresa la materialità della questione energetica sviluppando un programma che è quello che chi in questi anni si è mobilitato a partire dai territori ha indicato con chiarezza: transizione energetica senza speculazione, difesa dei territori presi d’assalto dalle grandi aziende – molto spesso legate a investimenti israeliani – , pretesa di decisionalità in merito alla pianificazione energetica sulla base dei bisogni locali per impianti energetici di prossimità e non in funzione delle servitù energetiche. E’ una questione fisica oltre che di buon senso. Rivendicare reale sovranità e autonomia è l’unica via da seguire.
Bolivia: il governo di Paz crolla, El Alto conferma le proteste mentre i ministri si dimettono e cresce la preoccupazione per lo stato d’emergenza
La crisi politica che attraversa la Bolivia è entrata in una nuova fase di aggravamento dopo che un’affollata assemblea a El Alto ha deciso di approfondire le misure della protesta, di mantenere i blocchi e di chiedere la rinuncia dei funzionari del governo di Rodrigo Paz. da comitatocarlosfonseca La decisione è avvenuta in mezzo a crescenti voci su una possibile dichiarazione dello stato d’emergenza durante il prossimo fine settimana e mentre l’Esecutivo affronta un’ondata di rinunce che colpisce il cuore del suo gabinetto. Diverse organizzazioni sociali hanno denunciato che qualsiasi tentativo di militarizzare il conflitto incontrerà in risposta una maggiore mobilitazione popolare. (ANRed) La risoluzione di El Alto ha coinciso con un fatto che evidenzia il deterioramento interno del governo. Questo martedì si è saputo che tre ministri hanno posto i propri incarichi a disposizione del presidente in mezzo alle proteste che da più di cinque settimane paralizzano una gran parte del paese. Tra le dimissioni confermate ci sono quelle del ministro della Difesa, Marcelo Salinas, della ministra dell’Educazione, Beatriz García, e del ministro del Lavoro, Edgar Morales, le cui uscite aumentano l’immagine di isolamento politico dell’Esecutivo. Le rinunce sono avvenute dopo settimane di blocchi, scarsezza di combustibili, aumento dei prezzi e fallimento dei tentativi governativi di disinnescare il conflitto mediante tavoli di dialogo e parziali cambiamenti nel gabinetto. Le perdite ministeriali si aggiungono alle difficoltà che Paz stava già affrontando nel sostenere la sua amministrazione. Giorni fa il mandatario aveva annunciato una riduzione salariale per lui e i suoi ministri nel tentativo di rispondere alle richieste sociali, nello stesso momento in cui prometteva una ristrutturazione del suo gabinetto. Nonostante ciò, lontano dal fermare il malessere, le proteste hanno continuato ad estendersi su tutto il territorio nazionale. Parallelamente, sette legislatori e legislatrici del Partito Democratico Cristiano (PDC) continuano uno sciopero della fame nei locali dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale per chiedere l’apertura di un effettivo dialogo e pubbliche garanzie che il governo non applichi lo stato d’emergenza. Tra coloro che partecipano alla misura si trovano le senatrici Ana María Crispín, Judith García ed Héctor Hinojosa, insieme ai deputati Víctor Huaranca, Rodolfo García e Juana Chauca. I parlamentari sostengono che il conflitto sociale debba essere risolto mediante negoziazioni e non mediante misure di forza che possono limitare i diritti democratici. Alla protesta legislativa si è aggiunto un altro sciopero della fame che avviene negli uffici della Difensoria del Popolo. Andrea Manríquez, María Oporto e Ruth Huanca chiedono l’abrogazione delle misure che permettono un maggiore intervento delle Forze Armate nei conflitti interni e mettono in allarme sul rischio che si ripetano episodi repressivi come i massacri di Senkata, Sacaba e Huayllani avvenuti durante il governo di fatto di Jeanine Áñez. I manifestanti considerano che l’eliminazione delle restrizioni stabilite dopo le raccomandazioni del GIEI apra la porta ad una risposta militare di fronte alla protesta sociale. La preoccupazione non è minore. Negli ultimi giorni il governo ha promulgato una normativa che amplia la facoltà per la partecipazione delle Forze Armate nei conflitti interni e diverse fonti giornalistiche hanno segnalato che l’Esecutivo valuta misure straordinarie per garantire la circolazione nelle strade bloccate. Nel frattempo, più di cento punti di blocco continuano ad essere attivi in diversi dipartimenti, colpendo il rifornimento di alimenti, medicine e combustibili, specialmente a La Paz ed El Alto. Con un gabinetto diviso, mobilitazioni che non arretrano, scioperi della fame dentro e fuori del Parlamento e crescenti avvertimenti su un’eventuale sospensione delle garanzie costituzionali, il governo di Rodrigo Paz attraversa il suo momento più delicato da quando si è insediato al potere appena sette mesi fa. Da parte delle organizzazioni sociali mobilitate si afferma che qualsiasi tentativo di imporre una via d’uscita repressiva, solo approfondirà una crisi che ha già messo in discussione la stabilità di tutta l’amministrazione. 03/06/2026 ANRed Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:“El gobierno de Paz se derrumba: El Alto ratifica las protestas mientras renuncian ministros y crecen la preocupación contra el estado de excepción”, pubblicato il 03-06-2026 in ANRed, su [https://www.anred.org/el-gobierno-de-paz-se-derrumba-el-alto-ratifica-las-protestas-mientras-renuncian-ministros-y-crecen-la-preocupacion-contra-el-estado-de-excepcion/] ultimo accesso 06-06-2026.
Amendolara: mai più schiavi
Riprendiamo il comunicato pubblicato da Fem.in cosentine in lotta, Usb Reggio Calabria, Colpo Popolare, Addunati di Lamezia e La Base Cosenza in merito al corteo di ieri ad Amendolara in risposta alla strage da caporalato. Sabato siamo statə ad Amendolara per rompere il silenzio: come realtà sociali calabresi e meridionali, come sindacati di base, abbiamo alzato la testa per Waseem, Amin, Ullah e Safi. Sul luogo del loro omicidio abbiamo portato la nostra rabbia e una posizione chiara: il caporalato non è un’emergenza, ma un sistema criminale e cosciente, che si regge sulla grande proprietà terriera e sulla grande distribuzione alimentare organizzata. Senza comprendere cosa ci sta dietro non è possibile capire e combattere il fenomeno del caporalato. Da un lato ci sono i padroni che si arricchiscono sfruttando e azzerando la dignità umana nelle nostre campagne; dall’altro c’è la complicità dello Stato che, attraverso leggi razziste come la Bossi-Fini, produce programmaticamente invisibilità e ricattabilità legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, costringendo migliaia di persone ad accettare condizioni di lavoro disumane pur di non tornare nelle terre da cui sono scappate o di vivere nell’oblio. Non accetteremo passerelle né lacrime di coccodrillo dalla politica complice, da chi si ricorda del Sud solo in prossimità delle campagne elettorali. La Calabria che lotta dal basso non si piega di fronte a nessuno, nè ai padroni nè ai loro complici: la nostra mobilitazione per i diritti, la sicurezza e la dignità di chi lavora si fermerà solamente quando MAI PIÙ SCHIAVI non sarà solo una scritta sull’asfalto ma una realtà tangibile e consolidata.
Sul Generale
Ad una settimana dal raduno nazionale del partito fondato dal Generale proviamo a ragionare attorno alla sua figura e alla traiettoria politica di Futuro Nazionale. La costituente nazionale che si svolgerà a Roma il 13 e 14 giugno nell’Auditorium della Conciliazione sarà l’occasione per convogliare il lavoro svolto dai comitati territoriali, definire il programma e probabilmente i candidati del partito alle prossime elezioni. Nella capitale in molti e molte si stanno organizzando per mobilitarsi contro eventi di stampo neofascista e razzista che sabato 13 giugno si terranno a Roma: oltre alla convention vannacciana, ci sarà anche la sfilata per la remigrazione e riconquista, chiaramente uno dei punti del programma del generale.  Tutta Italia è stata attraversata in questi mesi da piccoli (ma non troppo) raduni chiamati dal novello partito di estrema destra, attorno ai quali si sono coagulati fascisti di stampo locale, imprenditori e politici fuoriusciti dai partiti di centro destra e della destra istituzionale. L’hype mediatico con cui i giornali hanno seguito Vannacci ha sicuramente aiutato a far crescere la partecipazione a Futuro Nazionale ma ci sono anche altre ragioni che solitamente rimangono in ombra nel dibattito pubblico. La costituzione del partito è stata finanziata principalmente dal Generale e dalla sua associazione “Il mondo al contrario” ma si evidenzia una partecipazione trasversale di piccoli imprenditori del settore ferroviario, edilizio e agricolo. Non sono mancate anche raccolte fondi e sponsorizzazioni da “influencer” di destra e molti dei politici che dalla Lega e da Fratelli d’Italia hanno portato con loro una piccola dote a garanzia della loro partecipazione. L’emorragia di parlamentari di destra a favore del movimento vannacciano è andata oltre l’iniziale adunata dei “trombati” alla Pozzolo o di personaggi macchiettistici, come era all’inizio della scesa in campo del militare. Alcuni settori della Lega e di Fratelli d’Italia hanno iniziato a prendere posizione e a schierarsi apertamente. La crisi politica di Salvini ha sicuramente fatto la fortuna di Vannacci, che era stato membro e eletto alle europee con la Lega. Il tentativo di tenersi stretto il competitor, che molto ha preso dal modello salviniano, non è riuscito e l’aquilotto ha, diciamo, spiccato il volo in solitaria. Siamo di fronte solamente ad un travaso di voti tutto nel campo della destra? Un’operazione elettorale per ridefinire gli equilibri del campo largo della destra? In parte sicuramente, in parte ci sembra di poter dire di no. Va rilevato che potrebbe essere un tentativo di fare da stampella elettorale ad un Meloni bis. Un’azione da finto outsider alla Renzi per poi andare a pretendere i dividendi politici e le poltrone frutto della competizione elettorale. Le elezioni comunali hanno confermato il trend di crescita di Vannacci e dei suoi accoliti, anche se la bassa affluenza generalizzata non sembrerebbe suggerire una pesca nell’astensionismo. La sinistra non ha usufruito del bonus referendario che, come avevamo detto qui, è stata più un arma rivolta contro il governo e le istituzioni in generale che un momento di partecipazione costituzionale, meno che mai costituente. I media liberali danno tutta questa visibilità a Vannacci perché probabilmente sperano così di destabilizzare il quadro della destra istituzionale, ma il risultato, come fu in passato per Salvini, sarà solo quello di radicalizzare il quadro. Ancora più inutile se le proiezioni ascendenti di Futuro Nazionale si inseriranno come sembra a stampella della Meloni rendendo insignificanti i voti della destra moderata. L’eterno sogno di un governo centrista o tecnico, di nuovo, aiuta a creare nuovi mostri. Ci sembra però di notare una certa attenzione verso il progetto del Generale proveniente dagli strati popolari e proletari del nostro paese, che se per ora si coagula nella chiacchiera da bar e da banco del mercato, non è detto che non possa allargarsi nel prossimo futuro. Lo diciamo perché siamo convinti che il vuoto in politica non esista e che prima o poi possa concretizzarsi nuovamente una dinamica di voto di protesta o la nascita di fenomeni di partecipazione politica nuovi. Non è assolutamente detto che sia il progetto razzista e xenofobo di Vannacci a concretizzare questa opzione, ma occorre interrogarsi sul suo programma e cercare di capire le persone che lo seguono, che purtroppo non sono solo quattro fascisti militanti. Da anni a destra Salvini e Meloni hanno usato il perno dell’immigrazione come costruttore di consenso e ora che l’opzione meloniana si è “bruciata” dimostrando di essere incapace di andare al di là della vuota propaganda razzista, qualcuno inizia ad accarezzare opzioni più estreme. Su questo tema ci sarebbe molto da dire, ma il concetto chiave, come dimostra la strage di Amendolara, è quello che finché a sinistra il fenomeno dello spostamento di masse di proletari tagliate fuori dallo sviluppo e dal privilegio occidentale che si muovono verso il centro dell’impero, verrà affrontata in maniera puramente umanitaria da una parte, o inseguendo la destra dall’altra, ci sarà sempre una forza elettorale capace di sfruttare la paura degli autoctoni di dover condividere la propria miseria o ricchezza con altri, fomentando la guerra tra poveri. Il consenso al progetto del Generale travalica il classico punto razzista, in questi mesi ha espresso posizioni in controtendenza con la destra al governo su temi vari, primo fra tutti il collocamento dell’Italia rispetto alla guerra con la Russia e dell’aggressione all’Iran. In sostanza, seppur non esplicito, quello che è stato fatto trapelare tra le righe è quello di una avversione al progetto atlantista e americano per un generico “interesse nazionale”. Vannacci come altri fascisti in Europa ha capito su quali perni si sta ridefinendo la politica alle nostre latitudini: guerra, progetto imperiale avverso ai paesi europei da parte Usa, inconciliabili interessi industriali produttivi e sociali fra il sistema italiano e l’Unione europea. Saper interpretare l’interesse nazionale e di conseguenza anche un parziale interesse di una grossa massa popolare nel Paese è la posta in palio. Certo manca di credibilità sia per la pletora di personaggi demenziali che si porta dietro (e di cui lui è tutto sommato un buon rappresentante), sia perché comunque chi si interroga su questi nodi non è un deficiente e se non si propongono soluzioni credibili, la sola enunciazione dei problemi, soluzioni fumose e confuse, o propinare la ghettizzazione e persecuzione dei migranti non basta a far aderire le persone. Ognuna di queste questioni se portata a conseguenza verso dei reali interessi “sovranisti” intaccherebbe i pilastri della nostra condizione di subalternità e vassallaggio, aprendo a scenari inediti e potenzialmente “rivoluzionari”. Dubitiamo che queste siano le vere intenzioni del Generale o di qualsiasi altro politicante che oggi partecipa alla mangiatoia elettorale, se escludiamo forze minoritarie di estrema sinistra che però da anni non riescono a sfondare il muro del 3%. Di Vannacci va inoltre detto che la figura del Generale dell’esercito che scende in campo, in qualche modo ora in maniera tragicomica, risponde ad un certo “spirito della Storia” della fase globale che stiamo attraversando. Più soldi al comparto militare, intruppamento e militarizzazione della società vogliono anche dare più potere ai militari. Significano anche la possibilità di una “delega” verso quel comparto per tutelare gli interessi nazionali. Ora il quadro dell’esercito italiano è abbastanza refrattario ad essere trascinato in guerra ma se la situazione dovesse precipitare nessuno scenario può essere escluso a priori. Inoltre a sinistra già si accarezza l’idea di poter chiamare alla mobilitazione antifascista per poter racimolare il consenso di chi giustamente si preoccupa di arginare il montare della marea nera. Crediamo che l’unica forza credibile sia mobilitatisi dal basso contro Vannacci e dall’altra sviluppare forza autonoma che sappia prendere parola sulle questioni baricentrali che oggi ridefiniscono il campo del “politico” su cui la “sinistra” è drammaticamente inadeguata.
In marcia per la difesa della Piana fiorentina
Sabato 16 maggio, Sesto Fiorentino. Erano un paio di migliaia a marciare per difendere “l’ultimo cuore verde rimasto nell’area metropolitana” di Firenze dal progetto di ampliamento dell’aeroporto di Peretola. Un progetto che sposa le logiche dell’iperturistificazione per il profitto per i pochissimi che, sfruttando e consumando i territori, derubano anche la grande maggioranza di chi in questi territori non è solo di passaggio, ma cresce e  vive. Furto che non sarebbe certo rettificato dalle presunte opere di “compensazione” dell’aeroporto che devasteranno indirettamente (con lo spostamento del ponte sull’Arno per fare spazio al lago di compensazione) il Parco Fluviale dell’Arno e il Parco dei Renai, veri e propri polmoni verdi della Piana. Rispetto all’ultimo aggiornamento sulla rubrica di Confluenza, i ricorsi presentati da cinque Comuni e da associazioni ambientaliste sono stati ammessi al TAR e  verranno discussi il prossimo 22 ottobre. Nel frattempo, però, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha derubricato il passaggio di approvazione previsto in Comunità europea (la zona appartiene alla rete Natura 2000, ed è quindi protetta) alla semplice ottemperanza di una comunicazione. Insomma, le pressioni sono forti e l’aeroporto s’ha da fare, ma altrettanto cresce la consapevolezza della Piana di essere un territorio unito, numeroso e che questa lotta può vincere.  Riportiamo gli interventi del Comitato e dei sindaci della zona, da Carmignano, Calenzano e Sesto Fiorentino, in marcia in difesa della Piana. Si parla di sviluppo giusto, di decisioni veramente partecipate, di territori che ribadiscono che dal loro punto di vista le esigenze, le politiche e lo sviluppo non corrispondono a quelli di un ristretto gruppo di interessi intenti solo a spremere profitto dalla commercializzazione globale di Firenze. E quindi sarà “la gente della Piana” a partecipare alla sua pianificazione futura, allo sviluppo urbanistico e ai rapporti con Firenze, alla gestione delle risorse economiche e alla cura dell’ambiente.    Realtà che hanno aderito all’Appello per il 16 maggio: Associazione Alleanza beni comuni ODV, Pistoia; Associazione per i Diritti dei Cittadini (ADiC Toscana Aps); Associazione Tutela Fauna Toscana; Associazione Vivere in Valdisieve; Atto Primo Salute Ambiente Cultura; Biodistretto del Montalbano; Casa Caciolle; Circolo Arci ex Macelli Quinto basso; Città futura ODV Cafaggio; Coalizione ambientale interregionale TESS / Transizione energetica senza speculazione; Collettivo di Fabbrica ex Gkn; Comitato 25 Aprile – Prato; Comitato acqua bene comune Pistoia e Valdinievole; Comitato Alluvionati Campigiani 2023 -Il Racchio-; Comitato No Inceneritori; Comitato per le Oasi WWF dell’Area Fiorentina; Comunità delle Piagge; Comunità di resistenza contadina Jerome Laronze; Confederazione Cobas di Pistoia; CSA Next Emerson; Ecolò sezioni Sesto, Firenze, Fiesole; Federazione Cobas Firenze; Firenze per la Palestina; Forum toscano dei Movimenti per l’Acqua; Friday For Future Firenze; Fuori binario; Il Binario-Gruppo Italiano Amici della Natura sez. Sesto Fiorentino, Laboratorio per Unaltracittà; LIBERA Sesto Fiorentino Presidio “Silvia Ruotolo”; Mondeggi Beni Comuni; Movimento TAT (Tutela Ambiente Territorio) Montefoscoli; No Comando NATO ne’ a Firenze ne’ altrove; No Valdera Avvelenata; Operai Ginori; Presidio Libera Sesto Fiorentino; Rete Toscana Tutela Beni Comuni; Rifiuti Zero Italia; Salviamo Firenze; SlowFood Scandicci/Firenze; Studenti di Sinistra; SuddCobas; Trasparenza per Empoli; Valdera, Pi; WWF Area Fiorentina. Gruppi politici: Alleanza Verdi Sinistra Toscana; Federazione provinciale del Partito della Rifondazione Comunista; Movimento 5 Stelle- Toscana; P. Carc Federazione Toscana; Partito Comunista Italiano – Federazione Ofelia Giugni – Prato; Partito Comunista Italiano – Federazione Elio Chianesi – Firenze; Pistoia Rossa; Potere al Popolo, Bagno a Ripoli FI Sud; Sinistra Italiana-Alleanza Verdi Sinistra Sesto Fiorentino; Sinistra Italiana Toscana; Sinistra Progetto Comune (Firenze). 
Due o tre cose che sappiamo di lei: la vittoria del PSG come assist per la strategia della tensione dello Stato (razzista) francese
Sabato 30 maggio, in seguito alla vittoria della Champions League da parte del Paris Saint-Germain, per alcune ore il centro di Parigi è stato teatro di disordini e scontri tra giovani tifosi e un numero esorbitante di forze dell’ordine. Prove generali di una strategia della tensione a sfondo razzista. Dopo essere stata la prima squadra francese a conquistare la competizione per club più prestigiosa al mondo sconfiggendo l’Inter nell’edizione 2024-2025, sabato scorso il Paris Saint-Germain ha confermato la propria imbattibilità a livello europeo riconquistando il titolo in finale contro la squadra londinese dell’Arsenal. La partita, disputata alla Puksás Aréna di Budapest, si è conclusa ai rigori tenendo con il fiato sospeso i tifosi delle due squadre finaliste fino agli ultimi istanti. Al secondo errore dei londinesi dal dischetto, la grande folla accorsa nel centro di Parigi – 20.000 persone secondo le stime della prefettura – è esplosa di gioia dando inizio ai rumorosi festeggiamenti per una vittoria destinata a rimanere nella storia.  Fin qui tutto normale; se non fosse che, allo scoppiare dei primi fuochi d’artificio in Place de la République, le forze dell’ordine in tenuta antisommossa hanno risposto immediatamente gasando e disperdendo la folla, nonostante questa fosse intenta a festeggiare per la vittoria appena avvenuta e non mostrasse in alcun modo ostilità. In pochi secondi di fuggi fuggi generale la gioia iniziale ha lasciato spazio a una tensione crescente che in breve tempo è dilagata per tutto il centro cittadino, in particolare nei pressi del Parco dei Principi, sugli Champs-Élysées e intorno alla Bastiglia. Gli agenti in servizio erano 8.000, 3.000 in più dell’anno precedente e pari a quelli impiegati all’apice delle mobilitazioni dei Gilets Jaunes nella primavera del 2019. Divisi tra Gendarmerie e CRS, questi ultimi hanno in dotazione i famigerati LBD (Lanceurs de balles de défense), fucili in grado di sparare proiettili di gomma di grande diametro (40mm) chiamati flash ball a circa 80 m/s; gli stessi che provocarono la morte di un ventisettenne colpito al torace nel 2023 durante una manifestazione a Marsiglia e che sabato scorso hanno causato la perdita di un occhio a due persone, tra cui un ragazzino di 13 anni. Mentre calava la sera su Parigi – per la prima volta il fischio d’inizio è stato alle 18 per garantire più ore di incassi ai commercianti di Budapest – la polizia seminava disordine,  picchiando e arrestando in maniera da  anticipare le intenzioni dei tifosi qualunque esse fossero e reprimendo quella che fino a quel momento non era stata altro che un’esplosione di gioia. La serata di rastrellamenti è poi proseguita fino al raggiungimento della cifra record di 780 fermati, mentre da parte dei tifosi si è registrato un cumulo di biciclette del servizio di bike-sharing Lime dato alle fiamme.  Nel frattempo i quattro canali televisivi nazionali francesi hanno riportato indistintamente i fatti adottando da subito una retorica securitaria e di denuncia dei «disordini in atto», fortemente in contrasto con le immagini in diretta dalle piazze che restituivano una marea di persone in festa. Come se, impazienti di seguire un copione già scritto, non aspettassero nemmeno la prima carica della polizia per decretare che quella gioia eccessiva costituisse una minaccia da reprimere. La strategia del governo francese, in concerto con media istituzionali e polizia, è chiara da un po’ di tempo a questa parte: reprimere sul nascere ogni forma di riunione collettiva di massa attraverso un uso muscolare e provocatorio della forza. Non solo per impaurire e scoraggiare la futura partecipazione a raggruppamenti spontanei di massa di simile o diverso carattere, ma anche per alimentare l’immaginario di una «Francia anti-francese» attraverso la dimostrazione plastica che restituisca come reale e vivido lo scontro tra una parte «non assimilabile» della società ai valori della Repubblica e la Repubblica stessa, rappresentata dai poliziotti in tenuta antisommossa.  Ma la tensione ricercata e ottenuta attraverso la «gestione» poliziesca, non è che un livello – il più basso – di una strategia ben più articolata che, passando per i corridoi delle redazioni televisive, arriva fino ai piani più alti della Repubblica Francese. In termini di tensione è infatti il presidente della Repubblica a riservarsi la stoccata finale durante i festeggiamenti ufficiali della squadra dopo il rientro a Parigi il giorno seguente alla vittoria. E le sue parole non stonano affatto con quelle di Jordan Bardella, presidente di Rassemblement National – partito di estrema destra fondato da Marine Le Pen – che in diretta televisiva ha messo in guardia i francesi sul fatto che «i nemici della Repubblica presto butteranno giù i portoni di casa dei veri francesi». Macron dal canto suo, decretato che ciò che si è visto sabato a Parigi non è «foot» (a dire il vero qualche calcio sferrato dai poliziotti si è visto), si è lasciato andare a un vero e proprio delirio di onnipotenza pre-rivoluzionaria (francese) affermando che «sarà intransigente con chi è stato arrestato», quasi spettasse a lui (in quanto sovrano?) giudicare chi, in stato di fermo, è ancora in attesa delle imputazioni a proprio carico. Ma l’unica cosa che conta è mostrare fermezza e intransigenza e farlo con tono minaccioso; alzare la tensione e tracciare una linea netta tra «chi è per il bene della Francia» e chi è contro. Perché il movente di questa strategia della tensione articolata a livello politico, mediatico e repressivo, si situa a cavallo di questa linea artificiosamente costruita ad hoc. Chi c’è dunque oltre quella linea? C’è chi finora volutamente non è stato citato, ma che sta al cuore della questione: il popolo dei giovanissimi che vivono nel circondario e dentro la grande metropoli parigina, cresciuti nei quartieri dormitorio che – nati per dare un cubo di cemento agli operai negli anni del dopoguerra – sono poi diventati l’«habitat naturale» per una popolazione neocoloniale di origine migratoria da spremere durante l’orario di lavoro e reprimere nel tempo libero. Ad accorrere in massa sabato scorso sono stati infatti tantissimi giovani dei quartieri popolari (dalle banlieues, ma anche da zone interne alla città) tra i quali il tifo per la squadra cittadina ha registrato una crescita impressionante negli ultimi dieci anni e che hanno intravisto nella finalissima di Champions un’occasione di festa e divertimento a pochi giorni dalla fine della scuola. Un appuntamento simbolico e collettivo, nel cuore della loro città. Ad aspettarli – come già detto – un contingente spropositato di poliziotti in antisommossa, tutt’altro che intenzionato a contenere una situazione di grande affluenza (per quello bastavano i vigili urbani), ma istruiti a provocare e arrestare. Gli stessi che ogni giorno li controllano e perquisiscono per le strade del quartiere. Una strategia della tensione dunque che affonda le sue radici in una politica istituzionale profondamente razzista che individua nel «popolo razzializzato» (les noirs et les arabes) – in particolare nella sua componente giovanile – la principale minaccia. Una minaccia in primis culturale, da «risolvere» con l’integrazione per alcuni, con l’assimilazione per altri, ma per entrambi intrinsecamente incompatibile con i valori della Repubblica. Una minaccia di classe anche, a cui rispondere con la segregazione nei quartieri lontani dal centro, cuore dell’industria del lusso parigino e del turismo, per scongiurare comportamenti incompatibili (fosse anche una gioia eccessiva) nei paraggi delle vetrine di Hermès e Louis Vuitton. A ulteriore riprova di tutto ciò basti pensare che sabato scorso mentre i sindaci di St. Denis e La Courneuve – periferie nella prima cintura nord di Parigi in cui abitano molti dei giovani tifosi del PSG – predisponevano alcune fan zone in cui guardare la partita e eventualmente festeggiare, con il chiaro intento di scoraggiare la discesa in massa verso il centro cittadino, proprio lì dove si sono riversate 20.000 persone, non è stata prevista alcuna zona dedicata. Soltanto tanta polizia. Nonostante tutto ciò, i giovanissimi dei quartieri popolari di Parigi volevano essere lì e lì si sono riuniti. Nell’Europa di oggi festeggiare la propria squadra del cuore può non essere compatibile. Lottare per la Palestina e contro la guerra ancora meno. Ma dai quartieri alle scuole una nuova generazione vuole riprendersi il proprio futuro, a cominciare dalle strade della propria città. E non c’è strategia della tensione che tenga. 
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18. da Radio Blackout
Sardegna: proteste agli aeroporti contro la presenza di turisti israeliani, compresi soldati e riservisti
Dal 28 maggio tre voli ogni settimana da Tel Aviv atterrano a Cagliari ed Alghero, trasportando decine di famiglie che alloggeranno poi in vari resort nella zona meridionale della Sardegna. da Radio Onda d’Urto Si sono fatte sentire le proteste del Coordinamento sardo per la Palestina, che ha riunito diverse associazioni locali per manifestare contro il soggiorno di turisti provenienti da uno stato genocida. “Ci hanno insultato e uno di loro ha esclamato we are going to kill’em all (li uccideremo tutti)”, ha riportato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Mariella Setzu, membro del coordinamento per la Palestina che ha preso parte al presidio del 4 giugno all’aeroporto di Alghero, dove sono arrivati più di un centinaio di turisti israeliani che sono stati poi condotti con tre bus al resort di Santa Margherita di Pula, a circa trenta chilometri da Cagliari. Come hanno ricordato gli attivisti del Coordinamento in un comunicato alla Regione, “ogni cittadino israeliano è obbligato per legge ad arruolarsi nell’esercito. Salvo i rari casi degli obiettori di coscienza, quindi, ogni cittadino dello stato di Israele è potenzialmente partecipe alle campagne di occupazione e pulizia etnica condotte in Palestina e Libano”. L’arrivo dei vacanzieri è astato accompagnato da un pesante dispiegamento di forze dell’ordine presso aeroporti e zone di villeggiatura, che ha visto anche la presenza di agenti della Digos e unità cinofile. L’intervista a Mariella Setzu del coordinamento per la Palestina
“Per coloro che soddisfano le condizioni”, Una nuova pagina della mai realizzata abolizione dell’hukou
Traduciamo di seguito un articolo di Eli Friedman pubblicato sulla rivista Positions Politics nel giugno 2026. Il testo prende spunto dalla nuova direttiva del Consiglio di Stato cinese sui servizi pubblici nel luogo di residenza per interrogarsi su una questione che ritorna ciclicamente nel dibattito sulla Cina contemporanea: il sistema dell’hukou sta davvero per essere abolito? Attraverso una ricostruzione storica e politica dell’evoluzione dell’hukou, Friedman sostiene che le recenti riforme non rappresentano una sua scomparsa, bensì un ulteriore adattamento di un’istituzione che continua a svolgere un ruolo centrale nella regolazione della mobilità interna, nell’accesso ai servizi sociali e nella riproduzione delle disuguaglianze territoriali e di classe. L’autore colloca il dibattito attuale nel più ampio contesto delle trasformazioni del welfare cinese, delle tensioni fiscali tra centro e governi locali e delle sfide poste dalla crescente diffusione del lavoro precario e informale. Pur riconoscendo che il sistema è oggi meno rigido e coercitivo rispetto al passato, Friedman conclude che una vera abolizione dell’hukou richiederebbe profonde riforme fiscali e redistributive che, allo stato attuale, non sembrano rientrare tra le priorità della leadership cinese. Buona lettura. La Cina sta abolendo l’hukou? Da quando il Consiglio di Stato della RPC ha annunciato una nuova linea guida sui servizi pubblici il 18 maggio 2026, questa domanda ha generato un’ondata di commenti. Per decenni, analisti provenienti da orientamenti politici molto diversi hanno chiesto la fine dell’hukou. È finalmente arrivato quel momento? La maggior parte degli economisti ha sostenuto che l’hukou introduce imperfezioni nel mercato del lavoro e sopprime i consumi interni. Socialisti e altri progressisti, invece, hanno criticato il regime di cittadinanza differenziata e l’accesso fortemente diseguale ai servizi sociali sancito dai controlli sulla mobilità dell’hukou, ritenendo che essi riproducano inevitabilmente profonde disuguaglianze tra le generazioni. Nelle ultime settimane si è levato un coro crescente di ottimismo secondo cui questo relitto dell’economia pianificata starebbe finalmente crollando. La questione della scomparsa dell’hukou, tuttavia, è vecchia quanto le riforme capitalistiche della Cina. Nel 1994, quando la migrazione di massa dalle campagne alle città stava appena iniziando, il South China Morning Post pubblicò il titolo: “Il sistema di registrazione sta per essere abolito” (Chan and Buckingham 2008, 583). Non accadde, ma sei anni dopo la State Development Planning Commission annunciò che “…la Cina punta ad abolire il sistema nei prossimi cinque anni” (Xinhua 2001). Quattro anni più tardi, il New York Times riportò ingenuamente: “La Cina prevede di abolire le distinzioni legali tra residenti urbani e contadini in 11 province” (Kahn 2005). In risposta a questa raccolta di speranze deluse, interpretazioni errate e propaganda in cattiva fede, Kam Wing Chan e Will Buckingham scrissero un articolo fondamentale su The China Quarterly nel 2008, in cui rispondevano in modo definitivo: no, l’hukou può stare cambiando, ma non sta scomparendo. Nei quasi due decenni trascorsi dall’articolo di Chan e Buckingham, il dibattito non è scomparso. In particolare, il governo centrale annunciò nel 2013 un piano di “nuova urbanizzazione” che prevedeva che l’hukou fosse “basato sul luogo di residenza e sul lavoro di una persona” entro il 2020 (An 2013). Nell’ambito dello sforzo per ottenere sostegno al nuovo piano, i media statali riportarono che Xi Jinping stesso aveva sostenuto nella sua tesi di dottorato del 2001 che “la tendenza storica punta all’abolizione del sistema hukou” e che l’accesso ai servizi sociali avrebbe dovuto essere livellato (China Daily 2014). Tre decenni dopo che quel titolo del SCMP aveva proclamato la fine dell’hukou, il Global Times, meno sicuro rispetto ai suoi predecessori di fine Novecento, si chiedeva: “Il sistema di registrazione familiare della Cina sta scomparendo?” (Global Times 2023). Quanto sopra è soltanto un riassunto della reiterazione quasi da “Giorno della Marmotta” di questa domanda speranzosa, forse ingenua, nel corso dei decenni. Perché allora, nonostante il consenso apparente sia dello Stato centrale sia dei suoi critici, l’hukou è sopravvissuto? Sebbene certamente non sia stato abolito, che cosa è cambiato? Che cosa, se mai qualcosa, rende diverso il momento attuale? E come potrebbe apparire un’abolizione dell’hukou realmente liberatoria? L’hukou è, prima di tutto, uno strumento per realizzare uno sfruttamento intensificato della popolazione rurale attraverso il controllo della mobilità. Basato sul sistema sovietico del passaporto interno “propiska”, la versione moderna dell’hukou fu implementata nel 1958. Questo nuovo sistema collegava l’erogazione dei beni sociali a un luogo specifico. Lasciare il proprio luogo di registrazione ufficiale dell’hukou significava rinunciare all’accesso ai beni forniti dallo Stato, inclusi assistenza sanitaria, istruzione, pensioni e, all’epoca, anche il cibo. La popolazione veniva divisa in popolazione urbana e rurale, con la prima che godeva di maggiore accesso ai servizi mentre la seconda manteneva diritti collettivi di proprietà nelle campagne. Altrettanto importante, e spesso trascurato, è che le persone venivano fissate a una specifica città o villaggio; non era possibile trasferirsi liberamente, per esempio, da una piccola città dello Shanxi a Pechino. La gerarchia tra città è spesso importante quanto quella tra aree rurali e urbane. Infine, l’hukou era ed è tuttora un’istituzione altamente frammentata, poiché viene amministrato dalla polizia a livello di prefettura. Il governo centrale ha quindi un controllo limitato sul modo in cui le località regolano la cittadinanza locale. Il regime di mobilità imposto dall’hukou ha assunto forme diverse nel contesto dei drammatici cambiamenti politico-economici della Cina. Bloccare i contadini nelle campagne era essenziale per l’accumulazione primitiva dell’era maoista (Hung 2015), poiché la “forbice dei prezzi” veniva usata per estrarre valore dalle campagne e investirlo nell’industria pesante. Ma quando le aree costiere si aprirono al capitale privato negli anni Ottanta, questa enorme massa di “lavoro eccedente” a basso costo e politicamente esclusa venne designata come vantaggio comparato della Cina per attirare capitale prima nelle Zone Economiche Speciali. Fino ai primi anni Duemila, la polizia molestava e arrestava le persone sospettate di essere migranti illegali, deportandole nei loro luoghi di origine rurali se non erano in grado di produrre un “permesso di residenza temporanea”. Questo sistema permetteva alle città di accedere al lavoro rurale in modo “just-in-time”, assorbendo giovani energici per farli lavorare in città durante gli anni migliori della loro vita e rispedendoli nei villaggi una volta che i loro corpi o le loro anime erano stati spezzati. I governi cittadini colludevano con giganteschi conglomerati transnazionali per estrarre miliardi da questa classe lavoratrice politicamente repressa, scaricando allo stesso tempo sulle campagne i costi dell’istruzione, della riproduzione sociale e dell’assistenza agli anziani. In questo senso, l’hukou e il conseguente sfruttamento della classe lavoratrice migrante sono stati forse la principale istituzione sociale alla base della (ormai tramontata) generazione di bonomia sino-americana centrata sul capitale. Se nell’era maoista i contadini erano confinati nella povertà delle campagne, nell’era della trasformazione capitalistica essi vennero fisicamente trasferiti nelle città pur lavorando sotto il segno della sacrificabilità. Questa relazione estrattiva con l’entroterra era, ed è tuttora, rafforzata da un sistema altamente decentralizzato di welfare sociale. Dagli anni Novanta in poi, una quota crescente del peso fiscale per la fornitura dei servizi è ricaduta sui governi locali. La conseguenza, prevedibile, è stata una crescita delle disuguaglianze nella qualità e nella portata dei beni sociali. I cittadini di Pechino godono dell’accesso a buoni ospedali, pensioni relativamente generose e accesso privilegiato alle migliori scuole e università del paese. Al contrario, i loro omologhi appena oltre il confine nella provincia dello Hebei affrontano un’austerità talmente severa che, lo scorso inverno, molti non hanno potuto permettersi di riscaldare le proprie case (Howe 2026). Nella contabilità protezionista e nativista di molti residenti urbani, ogni ulteriore contadino ammesso in città significa un letto d’ospedale in meno per i loro genitori e un posto universitario in meno per i loro figli. L’abolizione dell’hukou altererebbe profondamente il calcolo biopolitico dei principali nodi di potere nella società cinese. Qui troviamo la base materiale del nativismo urbano: gli esportatori (e i loro signori della supply chain, una quota crescente dei quali è cinese piuttosto che straniera) vogliono lavoro a basso costo, mentre i residenti urbani vogliono accesso privilegiato alle infrastrutture della riproduzione sociale sovvenzionate dallo Stato. Questi sono due dei gruppi più potenti del paese. Una reale abolizione progressista dell’hukou significherebbe quindi non solo permettere alle persone di muoversi liberamente per il paese, la visione ristretta della libertà promossa dai neoliberali, ma anche un enorme innalzamento delle protezioni sociali, tale per cui non sia necessario vivere in una ricca mega-città per godere di servizi di qualità. Ciò implicherebbe rompere le cittadelle urbane fiscalmente decentralizzate e riorganizzare i sistemi pensionistici, sanitari e scolastici dal livello nazionale in giù. Il privilegio delle città ricche verrebbe indebolito in nome dell’uguaglianza nazionale. I figli dei funzionari di Pechino dovrebbero affrontare una concorrenza molto più dura per entrare alla Peking University e alla Tsinghua. Città come Shanghai e Shenzhen dovrebbero cedere il controllo su centinaia di miliardi di yuan dei fondi pensione cittadini. Un simile progetto sarebbe enormemente costoso e dovrebbe essere finanziato tramite tasse sui ricchi e sul capitale. Potrebbe inoltre aumentare il costo del business e indebolire la (problematicamente) dominante macchina esportatrice cinese. È precisamente perché una profonda abolizione dell’hukou implica una radicale riforma fiscale e sociale che essa è stata silenziosamente osteggiata, sabotata e diluita nel corso dei decenni. Detto ciò, il regime di mobilità cinese è cambiato. Forse la singola riforma più importante arrivò nel 2003, dopo che il migrante Sun Zhigang, incapace di produrre un permesso di residenza, fu preso in custodia e picchiato a morte dalla polizia a Guangzhou. Quando si scoprì che Sun era un laureato universitario (e quindi non “soltanto” un lavoratore migrante), scoppiò un’ondata di indignazione pubblica che portò direttamente all’abolizione del famigerato sistema di “custodia e rimpatrio”. Sebbene l’hukou continui a essere ospitato e applicato dalla polizia locale, gli agenti persero il diritto legale di deportare i residenti rurali dalle città — una grande vittoria per la giustizia sociale. In generale, l’hukou è diventato meno restrittivo e una percentuale molto più alta di persone è oggi idonea a ottenere un hukou urbano rispetto a una generazione fa (Economist 2026). Sebbene vi siano forti disomogeneità in questo sistema altamente frammentato, è diventato più facile per le persone, all’interno di una data prefettura, passare da un hukou agricolo a uno non agricolo, ottenendo così accesso ai servizi sociali. Soprattutto nelle piccole e medie città, dove si è concentrata gran parte della crescita dell’urbanizzazione negli ultimi anni, è diventato molto più facile per i residenti rurali ottenere un hukou urbano locale. Il regime di mobilità è diventato meno violento e rigidamente escludente. Mentre la distinzione urbano/rurale è stata relativamente attenuata, la trasformazione della gerarchia socio-spaziale ha prodotto nuove forme di disuguaglianza. Soprattutto, le città più grandi e ricche, non a caso, i luoghi con i migliori servizi sociali di gran lunga, restano bastioni fortificati di privilegio. Oggi non è difficile per un contadino ottenere un hukou in una cittadina dello Henan, per esempio, ma le probabilità di ottenere la cittadinanza di Pechino e tutto ciò che essa comporta restano infinitesimali. In effetti, molti contadini che vivono nelle piccole città vogliono mantenere il proprio hukou rurale a causa dei diritti fondiari ad esso associati (Zhan 2017): avere diritti sulla terra è meglio del modesto miglioramento dei servizi che riceverebbero passando a un hukou urbano di una piccola città. Seguendo il modello del sistema di cittadinanza canadese, le grandi città hanno implementato sistemi di acquisizione dell’hukou basati sui “punti”, nei quali la proprietà immobiliare rappresenta il fattore principale per accumulare punti. Analogamente, molte città ricche hanno implementato programmi di “talenti umani” (人才) che offrono come incentivo la cittadinanza locale alle persone dotate della giusta combinazione di capitale umano. La conseguenza di questa riorganizzazione della gerarchia socio-spaziale è ciò che ho definito “stato sociale invertito”, cioè un sistema che convoglia risorse verso l’apice della struttura sociale e limita l’accesso a quelle risorse nominalmente pubbliche a coloro che sono già altamente dotati di capitale economico e culturale (Friedman 2022). Le distinzioni di status dell’era maoista fungevano da divisione sociale che liberava una porzione disumanizzata e sfruttabile della popolazione per alimentare il boom capitalistico; e sebbene quelle vecchie distinzioni di status persistano nella gerarchia socio-spaziale, la riproduzione di classe è sempre più guidata dalle differenze di mercato. Gran parte, ma non tutto, della recente “Opinione sull’implementazione della promozione dei servizi pubblici di base nel luogo di residenza” (国务院关于推⾏常住地提供基本公共服务的实施意⻅) riprende una retorica già consolidata sull’inclusione dei non residenti nei servizi sociali. L’Opinione afferma che il suo obiettivo centrale è promuovere “la fornitura di servizi pubblici di base nel luogo di residenza e l’eliminazione graduale del collegamento tra servizi pubblici e residenza”. Va però anche osservato che molte espressioni positive come “equalizzazione” (均等化) compaiono in questi documenti da ormai vent’anni. Le affermazioni più ottimistiche riguardano la previdenza sociale (cioè disoccupazione, congedi parentali, assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, sanità e pensioni). In un linguaggio notevolmente diretto, l’Opinione chiede di “cancellare completamente” ogni restrizione alla partecipazione dei non residenti ai sistemi previdenziali nel luogo in cui vivono. A mio avviso, la frase più interessante dell’Opinione è questa: “Migliorare la messa in comune a livello nazionale dei fondi per le pensioni di base dei lavoratori”, suggerendo allo stesso tempo una messa in comune a livello provinciale per sanità, assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e disoccupazione. La centralizzazione fiscale potrebbe essere il passo più importante che il governo centrale possa compiere per rendere più omogenei i servizi sociali, anche se il fatto che ciò venga menzionato in una sola frase dovrebbe moderare le aspettative. L’Opinione affronta anche la questione della residenza basata sui punti o della “fornitura stratificata di servizi pubblici”. Si tratta di un sistema che ha consentito alle città di concedere accesso alle scuole pubbliche e ad altri servizi su base condizionale, discriminando positivamente coloro che possiedono immobili, hanno determinate competenze o hanno pagato tasse locali per un lungo periodo. Pur riaffermando che le autorità locali possono continuare a usare criteri basati sui punti, viene loro richiesto di “ridurre gradualmente il numero di livelli… e abbassare la soglia di accesso”. In uno dei passaggi più forti dell’Opinione, alle autorità locali viene detto che “non devono usare il titolo di studio più elevato, il titolo professionale o i contributi fiscali come fattori limitanti”, sebbene il testo rimanga significativamente silenzioso sulla proprietà immobiliare. Ci sono ovviamente dei problemi. L’Opinione lascia aperta la porta alla discriminazione contro i migranti utilizzando strategicamente la formula minacciosa secondo cui i servizi sociali devono essere disponibili “per coloro che soddisfano le condizioni” (符合条件). Questo termine comune nelle politiche educative e sociali significa che i governi locali possono stabilire i propri sistemi per filtrare l’accesso ai servizi. Quando si tratta di uno dei bastioni più controversi del privilegio delle città di “primo livello”, cioè l’esame di ammissione all’università, il Consiglio di Stato offre chiaramente alle città una via di fuga. Invece di dichiarare inequivocabilmente che la località non conterà più per l’accesso universitario, l’Opinione ribadisce la politica esistente affermando che le autorità locali possono permettere ai figli dei migranti che soddisfano le condizioni di sostenere gli esami di scuola superiore e universitari. Possiamo essere certi che non vi sarà alcuna liberalizzazione delle ammissioni universitarie a Pechino, Shanghai o in altre mega-città con università di alto livello. L’espressione “coloro che soddisfano le condizioni” viene usata anche con riferimento agli alloggi pubblici in affitto e ai servizi per l’impiego. Sotto aspetti cruciali, il governo centrale ha esplicitamente dato ai governi locali il via libera per continuare a trattare i servizi sociali come un privilegio, non come un diritto. Forse il problema più sconcertante è che pensioni, sanità e disoccupazione sono mediate dall’occupazione proprio nel momento in cui forme di lavoro irregolare e precario sono esplose. Secondo le stime dello stesso governo, il 40% dell’occupazione urbana ricade nel cosiddetto “lavoro flessibile” (cioè privo delle protezioni garantite da un contratto di lavoro), e quindi in gran parte o del tutto al di fuori del sistema di welfare. I migranti sono senza dubbio sovrarappresentati nel segmento più precario del mercato del lavoro. L’Opinione contiene la consueta, e finora priva di significato, retorica sull’inclusione dei lavoratori irregolari nei sistemi di assicurazione sociale. Sulla questione del lavoro irregolare, il massimo che l’Opinione riesce a proporre è che si dovrebbe “studiare politiche per incoraggiare i lavoratori flessibili a partecipare alle pensioni”. Questo difficilmente ispira fiducia. Sebbene non possa essere detto esplicitamente, l’incapacità del Consiglio di Stato di affrontare la questione cruciale del lavoro irregolare rivela l’intuizione che la soluzione al problema dei servizi sociali diseguali sia sempre più una questione di rapporti di forza di classe. Nonostante parte del clamore delle ultime settimane, questa Opinione rappresenta la persistenza di un approccio marginale e graduale alla riforma dell’hukou. Dato che interessi potenti hanno fatto deragliare per decenni i ripetuti appelli a superare l’hukou, è oggi più probabile che in passato assistere a cambiamenti sostanziali? Da un lato, non c’è mai stato un momento migliore per la Cina per costruire un sistema nazionale di servizi sociali neutrale rispetto allo status. La Cina è più ricca che mai e le sue città, in particolare, concentrano enormi ricchezze. Per decenni, i malthusiani urbani hanno sostenuto che le città non potessero superare la loro “capacità di carico” e che fosse necessario mantenere filtri all’ingresso. Questo argomento diventa sempre meno sostenibile nel momento in cui le città affrontano un drastico calo della fertilità e non hanno abbastanza bambini per riempire le scuole. Con una migrazione internazionale quasi nulla e un declino della popolazione a livello nazionale, la Cina non ha mai avuto un rapporto così favorevole tra ricchezza e popolazione. La spesa sociale pro capite cinese è molto inferiore a quella di altri paesi con un livello simile di sviluppo (e molto inferiore rispetto ai paesi OCSE), quindi anche semplicemente raggiungere la media rappresenterebbe un enorme progresso. Sebbene la capacità strutturale sia chiaramente presente, il quadro politico più ampio è diventato più ostile alla spesa sociale universalistica. Xi è personalmente piuttosto allergico alle protezioni sociali, avendo sostenuto in un importante discorso del 2021: “Anche se in futuro diventeremo più sviluppati e finanziariamente più forti, non dovremmo fissare obiettivi eccessivamente elevati né fornire garanzie eccessive, per non cadere nella trappola del ‘welfarismo’ che incoraggia la pigrizia” (Caixin 2021). La rivalità imperiale con gli Stati Uniti, e la rivalità economica con molti altri paesi, hanno rafforzato l’ala destra dello Stato, che chiede maggiori spese per tecnologia e guerra. L’ultimo Piano Quinquennale del marzo 2026 è concentrato in modo schiacciante su supply chain, sicurezza nazionale e tecnologia. L’IA è stata il termine più citato del rapporto con un ampio margine (Hofman 2026). Al contrario, la “Prosperità Comune” si trovava quasi in fondo, con un numero di menzioni più che dimezzato rispetto al Piano precedente. Le immense risorse della Cina vengono convogliate nello sviluppo di tecnologie commerciabili, nel dominio globale delle catene di approvvigionamento e nella modernizzazione ed espansione militare. Non solo le protezioni sociali sono una priorità minore, ma Xi ha chiarito che lo Stato vuole mantenere il mercato come strumento disciplinare sulle masse. Infine, finché i governi locali saranno costretti a sostenere il costo della protezione sociale, un robusto sistema di welfare sarà impossibile. Le autorità locali in tutto il paese stanno affrontando crisi fiscali dovute alla fine della bolla immobiliare, e molte hanno già effettuato tagli austeritari o non sono riuscite a pagare puntualmente i dipendenti pubblici. L’Opinione non menziona alcun nuovo trasferimento di spesa dal governo centrale per sostenere l’aumento delle uscite che una liberalizzazione dell’hukou comporterebbe inevitabilmente. Senza redistribuzione dal centro, le autorità locali resisteranno ferocemente a ogni nuovo obbligo di spesa. Realizzare una reale abolizione progressista dell’hukou richiederebbe una forza politica immensa per superare la resistenza degli abitanti urbani privilegiati e dei capitalisti dipendenti dal lavoro super-sfruttato. Questa forza non può provenire dalla società, poiché i movimenti sociali, e in particolare quelli del lavoro, sono anatema per il Partito. È anche chiaro, dato il continuo tergiversare dello Stato e il suo ripetuto fallimento nel realizzare i propri obiettivi dichiarati di riforma dell’hukou e di aumento dei consumi interni, che non esiste ancora un blocco interno sufficientemente potente da imporre un cambiamento radicale. Al contrario, le forze contrarie a una riforma così fondamentale sono enormi. Eppure, l’hukou è cambiato ed è senza dubbio meno centrale nella vita sociale rispetto a una generazione fa. La riforma gradualista guidata dallo Stato ha permesso che una quota maggiore della disuguaglianza fosse strutturata dal mercato piuttosto che dal solo hukou. Così come il capitalismo razziale negli Stati Uniti produce esiti sociali razzisti senza una gerarchia razziale formale, la Cina si sta dirigendo verso una cristallizzazione delle disuguaglianze sociali con un’importanza ridotta della residuale gerarchia di status maoista. Nel contesto dell’iper-competizione capitalistica della Cina contemporanea, l’abolizione dell’hukou è un passo necessario ma sempre più insufficiente per garantire i mezzi per sopravvivere e prosperare. Bibliografia An, Baijie. 2013. “Hukou Reforms Target 2020: Official.” China Daily, December 18. Caixin. 2021. “Full Text: Xi Jinping’s Speech on Boosting Common Prosperity.” October 19. Chan, Kam Wing, and Will Buckingham. 2008. “Is China Abolishing the Hukou System?” The China Quarterly 195: 582–606. China Daily. 2014. “Xi Urged Hukou Reform in 2001 PhD Paper.” July 31. Economist. 2026. “Without Fanfare, China Is Making Rural Migrants’ Lives Easier.” May 28. Friedman, Eli. 2022. The Urbanization of People: The Politics of Development, Labor Markets, and Schooling in the Chinese City. New York: Columbia University Press. Global Times. 2023. “Is China’s Household Registration Disappearing?” August 16. Hofman, Bert. 2026. “Deciphering the 15th Five-Year Plan.” MERICS. Howe, Colleen, Tingshu Wang, and Xiaoyu Yin. 2026. “Villagers Shiver in China’s North as Government Gas Subsidies Shrink.” Reuters, January 15. Hung, Ho-fung. 2015. The China Boom: Why China Will Not Rule the World. New York: Columbia University Press. Kahn, Joseph. 2005. “Chinese Peasants to Get More Rights.” The New York Times, November 2. Xinhua. 2001. “China Reforms Residence Registration System.” October 31. Zhan, Shaohua. 2017. “Hukou Reform and Land Politics in China: Rise of a Tripartite Alliance.” The China Journal 78 (1): 25–49. Eli Friedman is  Professor of Global Labor and Work at Cornell University
Il volto della finta transizione: speculazione, inganno politico e l’ombra dell’atomo
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo che analizza alcuni aspetti centrali in ambito energetico: l’ipocrisia del sistema e l’assenza di pianificazione, l’assalto delle società energetiche a discapito dei beni comuni, la sottrazione al dibattito scientifico a beneficio della polarizzazione ideologica, la carenza dal punto di vista progettuale e l’ampio spazio lasciato alla speculazione e, infine, l’uso massiccio dei tamburi della propaganda. Il nucleare oggi viene posto come alternativa sostenibile in un discorso totalmente ipocrita sulla priorità da dare alle rinnovabili. Un controsenso tecnico, pratico e di completa mistificazione della realtà. Teniamo alta l’attenzione! Le recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, rilanciate dal canale istituzionale ANSA 2030, offrono la sintesi perfetta della narrazione dominante che da mesi bombarda l’opinione pubblica. Attraverso i media di massa viene diffuso un monito perentorio e apparentemente indiscutibile: l’Europa e l’Italia devono accelerare a tappe forzate sulla transizione ecologica per difendere i mercati, garantendo lo sviluppo economico attraverso una massiccia infrastrutturazione energetica, a cui oggi si aggiunge la proposta di «un’attenta valutazione» sul ritorno al nucleare. Dietro questa facciata di pragmatismo economico e responsabilità climatica si nasconde, in realtà, la solita richiesta di un sacrificio totale, irreversibile e non ripagato, scaricato interamente sulle comunità locali delle aree interne e delle isole. Una retorica tossica che tende sistematicamente a colpevolizzare i territori, dipinti come l’ostacolo “retrogrado” o l’impaccio burocratico che frena il progresso del Paese. Per comprendere la reale portata di questa deriva, è necessario spostare lo sguardo dalle stanze della finanza a quei luoghi che oggi fungono da avamposto e laboratorio a cielo aperto di questo nuovo assetto industriale. La Sardegna, in questo senso, rappresenta l’archetipo globale di questa dinamica. Isola nel cuore del Mediterraneo, definita da confini geografici netti e custode di un patrimonio ambientale e storico unico, questa terra è diventata il bersaglio primario di una pianificazione calata dall’alto.  Ma ciò che si consuma qui non è un problema esclusivamente sardo: è lo specchio di ciò che accade lungo l’intera dorsale appenninica e in ogni area rurale d’Europa. Dalla Toscana alla Sicilia, fino alla Scozia e alla Spagna il modello applicato è identico, geometrico e spietato. L’introduzione della variabile nucleare in questo scenario cambia radicalmente la magnitudo del problema e svela la totale ipocrisia del sistema. Se l’attuale governance energetica si dimostra incapace di garantire il rispetto dei vincoli paesaggistici elementari per l’installazione di un comune impianto fotovoltaico, c’è da chiedersi con quale coraggio la tecnocrazia centrale pretenda di gestire la localizzazione di reattori di nuova generazione o dei depositi di scorie.  Il rischio che i territori periferici vengano trasformati non solo in distese industriali di silicio e acciaio, ma nel retrobottega tossico delle grandi metropoli continentali, si fa drammaticamente concreto. Il caos pianificatorio e il perenne conflitto sociale che ne deriva non sono il prodotto dell’egoismo dei cittadini, ma la logica conseguenza di una deregolamentazione selvaggia che ha consegnato i beni comuni a società d’assalto orientate al solo profitto privato. IL GIOCO DELLA POLARIZZAZIONE: LA TRANSIZIONE COME ARMA ELETTORALE I pretesti legati all’emergenza climatica e alla necessità di indipendenza energetica sono stati abilmente sottratti al dibattito scientifico e democratico per essere trasformati in armi di distrazione di massa, utili al gioco di polarizzazione tra destra e sinistra. Questa contrapposizione ideologica, amplificata quotidianamente dai media, non ha l’obiettivo di trovare soluzioni strutturali per il futuro del pianeta, ma serve a raccogliere consensi facili a seconda dei bacini elettorali di riferimento, lasciando del tutto intatto il nucleo della speculazione energetica. Da un lato, lo schieramento progressista e urbano utilizza i parametri della transizione come un dogma indiscutibile di virtù ecologica. Per questa fazione, coprire le campagne e i crinali montuosi di impianti industriali non è una scelta economica, ma un dovere morale universale. Chiunque sollevi obiezioni – siano esse legate alla tutela dei corsi d’acqua, alla distruzione dei suoli agricoli o alla salvaguardia dei contesti storici – viene immediatamente marchiato come oscurantista. Questa retorica pseudo-ambientalista serve a legittimare gli interessi dei grandi fondi d’investimento privati, ammantando di progressismo un’operazione che ha tutti i tratti di una sottomissione economica delle periferie a vantaggio dei grandi centri di consumo. Dall’altro lato dello specchio, lo schieramento conservatore cavalca l’esasperazione dei territori rurali in chiave identitaria e sovranista, ma si tratta di una messinscena puramente propagandistica. Questa parte politica agita la bandiera della difesa delle tradizioni e del paesaggio durante le campagne elettorali per raccogliere il voto di protesta delle comunità locali. Tuttavia, una volta nelle stanze del governo, è la stessa che firma i decreti di semplificazione burocratica, che esautora le soprintendenze e che avalla le normative nazionali che spalancano la strada alle multinazionali dell’energia. Questa polarizzazione artificiale distrugge sul nascere ogni possibilità di una transizione democratica e distribuita. Trasforma una questione vitale di gestione della terra in una guerra di tifoserie ideologiche, dove entrambi gli schieramenti alimentano la paura del disastro – l’uno climatico, l’altro economico – mentre, dietro le quinte, le procedure autorizzative avanzano spedite e i territori vengono privati di ogni difesa legale. L’ASSE TRA CAPITALI SPECULATIVI E INFILTRAZIONE MALAVITOSA La scelta politica di delegare la transizione energetica interamente alle dinamiche del libero mercato, accelerata dalla pioggia di incentivi pubblici e dai fondi miliardari del PNRR, ha creato un terreno fertile per l’insediamento di capitali speculativi di dubbia provenienza. Le relazioni periodiche della Direzione Investigativa Antimafia lo mettono nero su bianco da anni: la criminalità organizzata ha progressivamente affiancato ai settori tradizionali dell’edilizia e del ciclo dei rifiuti il business delle fonti rinnovabili. Questo fenomeno non si manifesta quasi mai con le forme rozze e visibili della malavita di un tempo, ma si muove nell’ombra attraverso una fitta rete di colletti bianchi, studi professionali compiacenti e società create dal nulla, spesso dotate di capitali sociali irrisori. Queste aziende non nascono con la vocazione industriale di produrre energia nel lungo periodo o di efficientare la rete elettrica nazionale. Il loro unico e reale obiettivo è speculativo: ottenere il titolo autorizzativo cartaceo. Nel momento in cui la società d’assalto riesce a strappare l’approvazione burocratica, quel pezzo di carta acquisisce un valore immenso, diventando una merce di scambio da rivendere a scatola chiusa ai grandi fondi d’investimento internazionali. Si realizzano così plusvalenze stratosferiche senza aver mai posato un solo bullone sul terreno, monetizzando il paesaggio altrui.  Questo meccanismo spiega l’arroganza e la frenesia dei proponenti: chi deve ripulire o far fruttare capitali speculativi non può permettersi i tempi dei controlli ordinari e vive ogni richiesta di verifica come un attentato ai propri interessi economici. LA MENZOGNA DEL BLOCCO IDEOLOGICO Quando un progetto per un impianto eolico o fotovoltaico viene respinto dalle istituzioni locali, la macchina della propaganda finanziaria si attiva per denunciare il presunto “blocco ideologico” del territorio. Se però si abbandonano i titoli dei giornali e si vanno a leggere le relazioni istruttorie degli organi tecnici dello Stato – come il Genio Civile, le Agenzie per la Protezione Ambientale o le Soprintendenze – emerge una realtà del tutto opposta: i dinieghi si fondano su gravissime carenze progettuali e illegalità strutturali. Spesso le società speculative sfruttano le fragilità intrinseche dei piccoli comuni rurali, comunità che non dispongono delle risorse umane ed economiche necessarie per aggiornare costantemente i propri piani urbanistici e mappare ogni singola criticità del suolo. Progettare impianti industriali selvaggi in territori complessi significa ignorare deliberatamente l’equilibrio dei luoghi.  In Sardegna, questa delicatezza è ovunque: un’isola fragile, densa di vene d’acqua sotterranee, corridoi faunistici e un’immensa stratificazione archeologica, dove l’installazione massiccia di aerogeneratori o distese di silicio rischia di provocare un danno ambientale irreversibile. Le istruttorie tecniche evidenziano costantemente tentativi di edificare sopra bacini idrografici sensibili, dove la rimozione della copertura vegetale per far spazio ai layout industriali compromette la stabilità idrogeologica del terreno rurale e gli scavi per i plinti e i cablaggi intercettano, deviano e inquinano le falde acquifere. Inoltre, la speculazione stringe d’assedio il patrimonio identitario più profondo: monumenti millenari nati dalla pietra, come Nuraghes, Tombe dei Giganti e fonti sacre, vengono circondati e sminuiti nella loro continuità paesaggistica. Persino i muretti a secco, strutture tutelate dall’Unesco che sono costate generazioni di fatica, sudore e pietra ai nostri avi dell’Ottocento, vengono considerati dalle società come semplici intralci da abbattere.  Un esempio emblematico di questo scontro si è consumato di recente nell’Oristanese. Dalle pagine de Il Sole 24 Ore, una società ha accusato la Sardegna di porre un “freno ideologico” allo sviluppo delle rinnovabili dopo il blocco di alcuni suoi progetti. Eppure, basta esaminare i documenti ufficiali di uno di questi impianti, l’agrivoltaico “Green and Blue” previsto a Palmas Arborea, per scoprire la verità. I pareri degli enti di tutela dicono l’esatto contrario: il diniego non si basa su ideologia, ma su oggettive e insuperabili incompatibilità ambientali, idriche e archeologiche, che nulla hanno a che fare con il pregiudizio e tutto hanno a che fare con la legalità. [Consulta il documento ufficiale della Soprintendenza] IL BULLISMO GIUDIZIARIO E L’INSULARITÀ VIOLATA Quando il territorio riesce a far valere le proprie ragioni tecniche, la speculazione non si arrende, ma sposta il conflitto sul piano del bullismo giudiziario, impugnando i dinieghi davanti al TAR e al Consiglio di Stato. Si consuma così una guerra d’attrito profondamente asimmetrica. Per queste società, il ricorso amministrativo non è che un mero esercizio finanziario: una voce di spesa preventivata nel bilancio, sostenuta da studi legali di peso capaci di logorare le resistenze locali nel tempo. Al contrario, i cittadini, le associazioni e i comitati spontanei non ricevono alcun aiuto pubblico: per difendere la sicurezza dei propri fiumi o l’integrità della propria storia sono costretti ad autotassarsi, organizzando collette popolari per sostenere i costi esorbitanti delle perizie e degli avvocati. La tutela del proprio suolo diventa, di fatto, un lusso economico. A questa ingiustizia si somma il grande inganno macroeconomico del Prezzo Unico Nazionale (PUN). La propaganda mediatica promette un calo generale delle bollette grazie all’apporto delle rinnovabili. Ed è vero che l’immissione di energia pulita abbassa il prezzo medio sulla borsa elettrica, ma il modo in cui questo vantaggio viene distribuito svela la natura coloniale dell’operazione. Le regioni periferiche che subiscono l’installazione selvaggia degli impianti arrivano a produrre energia ben oltre il doppio del proprio fabbisogno, abbattendo il prezzo di emissione. Tuttavia, i cittadini di quelle stesse comunità svantaggiate non beneficiano di alcun centesimo di sconto diretto in bolletta: pagano l’elettricità esattamente quanto un consumatore che vive in una grande città, dove non viene installato un solo pannello per non disturbare il bacino elettorale urbano. Il vero profitto economico viene interamente catturato dai grandi distretti industriali e commerciali del Nord, mentre i costi ricadono tutti sul sud già in annoso svantaggio. In un contesto insulare, questa dinamica assume una gravità esistenziale e tocca la carne viva della sopravvivenza. Un’isola ha confini rigidi per definizione. Sottrarre ettari di terra fertile all’agricoltura e alla pastorizia per trasformarli in zone industriali energetiche significa compromettere la sovranità alimentare di una popolazione. Se un domani si verificasse una crisi strutturale nelle catene globali dei trasporti marittimi o aerei, le comunità locali non potranno nutrirsi di specchi fotovoltaici o di sentenze del TAR. Inoltre, le imprese locali, escluse da qualsiasi beneficio reale sui costi dell’elettricità, vengono private della possibilità di restare competitive, aggravando un divario economico già appesantito dall’insularità. In pratica, le periferie perdono su tutti i fronti. La transizione calata dall’alto si traduce così in un trasferimento netto di ricchezza e qualità della vita: le aree interne e le isole subiscono il consumo del suolo, la perdita d’identità, i rischi idraulici e non ottengono vantaggi tangibili; le società speculative incassano gli incentivi statali e si arricchiscono con i soldi pubblici; le metropoli distanti consumano l’energia a basso costo e non vedono mai una pala o un pannello.  È tempo che l’opinione pubblica superi la superficie dei proclami e riconosca che la difesa del territorio non è un blocco ideologico, ma l’argine indispensabile per impedire disastri ambientali in nome dell’avidità altrui. Non c’è più tempo per l’indifferenza, la tifoseria e la propaganda. La difesa del nostro suolo è l’ultima linea di confine: oltre, rimane solo il deserto della speculazione.  Ed è qui e ora, che dobbiamo decidere da che parte stare. originariamente pubblicato da Redazione di Logu – CONTRAINFORMATZIONE E CULTURA DE SARDIGNA
Pisa: Appello per la libertà di lottare al fianco della Palestina, contro la guerra e contro i tentativi repressivi nella nostra città
In questi giorni cinquantaquattro persone che hanno partecipato al movimento per la Palestina nell’ultimo anno, hanno ricevuto le notifiche della conclusione delle indagini da parte della Questura di Pisa per le incredibili mobilitazioni di massa della scorsa estate e dell’autunno contro guerra e genocidio. Contemporaneamente, sono arrivate decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro nei confronti di chi ha partecipato il 12 marzo di quest’anno al blocco del treno carico di armi alla stazione di Pisa, iniziativa pacifista che ha fatto il giro d’Italia e non solo con un grandissimo sostegno da parte di milioni di persone. Per comprendere la natura delle mobilitazioni e del tentativo repressivo, pensiamo sia necessario partire da un dato: chi sono queste 60 e più persone colpite dai provvedimenti giudiziari citati? Studenti, dottorandi e ricercatori di tutti e tre gli atenei pisani – Scuola Normale, Università di Pisa e Scuola Superiore Sant’Anna. Lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali. In questo procedimento si mettono insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. L’interruzione di una lezione all’università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate di “Blocchiamo tutto”, l’occupazione del Rettorato dell’Università di Pisa, l’arrivo di migliaia di persone durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre in superstrada, autostrada e aeroporto, un presidio davanti al rettorato, che con la sua pressione ha portato alla rottura degli accordi quadro tra l’Università di Pisa e due università israeliane, risultato raggiunto in due anni di mobilitazioni. Questi provvedimenti non sono un caso isolato, ma il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: dai college statunitensi alle università europee, vediamo una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione. Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. E’ questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro “sinistra” e destra. Le mobilitazioni che questi poteri vogliono processare sono accomunate da un tenace filo rosso: la volontà di agire in autonomia di fronte al genocidio in Palestina e alla guerra mondiale, di incidere sui propri obiettivi e non delegare più le decisioni ad amministrazioni e istituzioni sistematicamente complici e coinvolte nelle politiche sioniste, nelle scelte guerrafondaie, nella corsa al riarmo. Davanti a un genocidio, saltano le gerarchie accademiche: studenti e studentesse non accettano la propaganda imperialista e violenta di un professore, così come sono pronti a fare pressione sulla governance affinché rescinda gli accordi con Israele. Questo clima di caccia alle streghe è alimentato da una convergenza pericolosa: da un lato i decreti sicurezza del governo e il silenzio delle opposizioni, dall’altro la gestione autoritaria degli atenei. Il Rettore di Pisa, denunciando ‘ignoti’ per le mobilitazioni studentesche, ha di fatto aperto le porte della nostra università alla polizia, venendo meno al ruolo di garante della libertà di espressione e di ricerca. Di fronte alla tragedia della guerra e del genocidio, scioperare e scendere in piazza significa decidere che il proprio lavoro, i binari della propria stazione e il proprio territorio non devono più essere al servizio della logistica bellica. La scelta di fermare il passaggio delle armi nella nostra città è un atto di responsabilità che non appartiene solo alle decine di persone oggi sotto indagine, ma alle migliaia che si sono mobilitate. Le mobilitazioni, nate in solidarietà con la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, hanno segnato un punto di svolta: mentre il governo israeliano agisce per bloccare in mare gli aiuti umanitari necessari a un popolo stremato, noi abbiamo scelto di bloccare a terra il flusso di armi che alimenta il massacro. In quei giorni abbiamo dimostrato che è possibile sottrarsi alla routine della produzione per opporsi concretamente alla guerra. Da quell’esperienza sono nate reti di insegnanti, medici e collettivi studenteschi: un’infrastruttura sociale che vive nelle nostre scelte quotidiane. Rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, opporsi alla costruzione di nuove basi militari e fermare i carichi di armi sono oggi le uniche azioni concrete per agire là dove la guerra passa, con l’obiettivo di fermarla. Se l’obiettivo di indagini, denunce e sanzioni è isolare chi vuole ribellarsi alla guerra e suggerire che lottare sia sconveniente, non accettiamo la selezione di poche persone colpite per atti che sono stati scelti e praticati da migliaia: a chi tenta di criminalizzare il movimento, rispondiamo rivendicando la legittimità del concorso morale e politico di un’intera città. La risposta migliore alla repressione e ai decreti sicurezza è rendere ‘sconveniente’ la complicità con il genocidio e la corsa al riarmo. Moltiplicare le iniziative, rafforzare le reti di solidarietà e resistenza. Continueremo a difendere la libertà di scendere in piazza, di scioperare e di interferire con la logistica bellica, toccando gli interessi diretti di chi oggi trae profitto dalla guerra. Ci sarà bisogno di rendere sempre più difficile e sconveniente il passaggio delle armi, la complicità delle istituzioni, la propaganda militarista nelle università e nei territori, la costruzione di nuove basi militari, le attività delle basi che già ci sono. Non saranno le persone comuni a pagare il prezzo del dissenso, ma chi progetta la guerra a dover rispondere delle proprie scelte. Ciò che è in gioco non sono singoli episodi, ma la possibilità di affermare un futuro di pace, dignità e solidarietà tra i popoli.Non rinunceremo alla libertà di lottare e ripudiare guerre e genocidio. Non sarà il tentativo di repressione a fermare una lotta giusta e collettiva per la Pace, la Dignità umana, la Solidarietà tra popoli. Per questo invitiamo tutte le realtà politiche, associative, sindacali, collettivi, comitati e movimenti, singoli e personalità, a sostenere questo appello per dare un segnale chiaro: rispondiamo agli attacchi rilanciando in ogni modo la mobilitazione per la Palestina libera, contro la militarizzazione e per una vita libera dalla guerra. PRIMI FIRMATARI Studenti per la Palestina Movimento No Base Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista Potere al Popolo! Rete dei Comunisti Unione Sindacale di Base Palestra Popolare La Fontina eXploit! Una città in comune Rifondazione Comunista
Amendolara, piana di Cerchiara: province di Bruxelles
La pira non fuma più. Si sentono però ancora le zaffate di carne, plastica e metalli combusti, intorno al rogo di Amendolara. Tutto ha ripreso a scorrere, a pochi passi dalla cenere. Sfrecciano furgoncini imbottiti di braccia umane sottocosto, s’innalzano nuvolette di erbicidi nei pescheti, agli incroci sostano gruppi di ragazzi col turbante, in attesa che qualcuno li prelevi e li porti sui campi di lavoro. Da inviato da nessuno Sulla SS 106, gli “ossi di seppia” del “travaglio usato” si alternano a schiave della prostituzione, svendute all’utenza del sesso. Di quest’umanità invisibile facevano parte il pachistano Waseem e gli afghani pashtun Amin, Ullah e Safi, di età comprese tra i 19 e i 29 anni, arsi vivi in una macchina, lunedì scorso, in un distributore di benzina nei pressi di Amendolara. Abitavano a Villapiana lido, al confine con la piana di Cerchiara, dove nei periodi non balneari una casa per i lavoratori migranti costa 500 euro d’affitto al mese e ne accoglie fino a 10. Ad ucciderli, due pakistani. Tra gli anziani villapianesi, guai a chiamarli “caporali”: negli anni sessanta del ‘900 esistevano già, ma mica tutti delinquenti erano. Più che altro, fungevano da capi-cantiere, direttori dei lavori, si direbbe oggi. Questi odierni, invece, sono coyote, come li chiamano in Messico: intermediari, trafficanti di esseri umani, che si muovono nell’ombra. Verrebbe voglia di definirli “scafisti di terra”, se non si corresse il rischio di scatenare qualche altra improbabile crociata sul globo terracqueo. Nelle Calabrie storcono il muso in tanti pure quando si legge in giro l’espressione “mafia pakistana”: pare inverosimile ne esista una, straniera e indipendente, nelle terre controllate dalle ‘ndrine. Allora non ci vogliono trattati di sociologia per capire chi siano gli assassini. Ogni comunità migrante ha avuto i propri “fixer”. Lo sanno bene i calabresi catapultati nelle Americhe, che quando sopravvivevano al viaggio transoceanico e al “Cipierre” di Ellis Island, si recavano dai compatrioti “facilitatori”. Tra di loro c’era la persona disinteressata e quella che da Virgilio poteva trasformarsi in Cerbero. Ricordano bene tutto, gli anziani villapianesi, mentre osservano con gli occhi lucidi la casa che ospitava i quattro “poveri disgraziati” del rogo di Amendolara. Si immedesimano e commuovono pensando a quei ragazzi che chiedevano solo di essere pagati dopo aver lavorato nei campi. Qui i migranti sono sempre stati accolti, sul serio. Qualcuno si chiede se l’idillio continuerà, dopo che due settimane fa ha vinto una sindaca leghista con l’appoggio del PD. Sono le stesse elezioni che hanno portato 41 voti a Zhairi Said, proveniente dal Marocco. Ci si chiede per chi abbiano votato gli altri 60 cittadini di origini marocchine, aventi diritto. Sono tanti i nordafricani da queste parti. I pakistani, invece, si concentrano a Sibari. Le quattro vittime della strage raccoglievano fragole tra Metaponto e Scanzano, in Basilicata. “Avevano il volto triste. Noi ci accorgiamo subito se qualcuno li sfrutta”, spiegano gli imprenditori agricoli della zona. Tengono a precisare che loro con gli aguzzini non hanno nulla a che fare. In effetti, molti di questi datori di lavoro e proprietari terrieri li trovi già alle 5 del mattino nei campi, con gli scarponi infangati, che lavorano insieme ai loro “jurnaturi”. Tra arance, clementine, pesche, riso, olive e altri prodotti della terra, qui si lavora davvero. Quasi 5mila sono le imprese agricole, 108 delle quali impegnate negli agrumi. Non tutti virtuosi, i padroni di terreni, macchine e capannoni. C’è chi non tratta con i “coyote” globalizzati, ma in tanti si rendono complici di questi mascalzoni. Funziona così: i commercianti si accordano con i produttori di agrumi e comprano da loro arance o mandarini a un prezzo che varia in base all’annata e alla pezzatura. Poi, per la raccolta, si servono di una manodopera pescata tra i 12mila braccianti stagionali della piana di Sibari e dintorni, che a differenza di quelli accatastati a Gioia Tauro perlopiù qui non vivono in tendopoli, bensì in magazzini, vecchi appartamenti e ruderi di masserie. Ogni anno, alla porta dell’azienda si presenta il coyote che offre la propria “squadra” di raccoglitori. L’unità di misura è il Bins, un contenitore in plastica che contiene circa due quintali di frutta. Di solito, ci si accorda per circa 23 euro a Bins. Già non sarebbe legale, perché la normativa prevede contratti di prestazione a ore. Il coyote propone inoltre pagamento in contanti. L’imprenditore onesto non accetta, richiede i documenti e l’Iban di ciascun bracciante. Tutt’al più propone un pagamento con assegni circolari. Rivenderà il prodotto alla grande distribuzione o all’estero, soprattutto in Ungheria e Polonia. Prima della guerra, si esportava anche in Bielorussia e Ucraina. L’avvoltoio invece si accorda col coyote e si butta insieme a lui sulle prede più deboli, i lavoratori e le lavoratrici migranti, che sebbene siano entrati regolarmente col decreto flussi (70mila solo nel 2025), scaduto il contratto a tempo determinato, sono vivi in senso biologico, ma deceduti sul piano giuridico. Ecco perché chiunque li può ricattare, schiavizzare, uccidere. Per lo Stato, non esistono. Tutto ciò avviene sotto l’ombrellone del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, in nome della spietata e laica “religione” del neoliberismo. I fondi erogati dalla Regione Calabria nei cosiddetti “investimenti produttivi”, a quanto pare, stentano a costruire una “civiltà d’impresa”. Invece di pavoneggiarsi, sarebbe meglio che i politici andassero a vedere da vicino cosa fanno, con quei soldi pubblici, i destinatari dei finanziamenti. Waseem, Amin, Ullah e Safi sono morti ammazzati per un mucchietto di euro, meno di quanto spende una famiglia italiana di tre persone per una serata in pizzeria. Claudio Dionesalvi