Trino Vercellese: un caso simbolo del tandem data center, nucleare e bolla speculativa
Riportiamo parte degli interventi della serata informativa organizzata da
Legambiente del Vercellese e della Valsesia – gruppo di Trino il 16 ottobre 2026
a Trino alla quale abbiamo partecipato, in modo da fissare alcuni concetti
chiave nell’approcciarsi a questo terreno.
I PARTE DOMANDA ENERGETICA FUORI DALLA REALTÀ
1.1 Dal reattore al Data Center
Ad aprire l’incontro è stato Fausto Cognasso, già membro del comitato TriNO
contro l’installazione del Deposito nucleare nazionale nella pianura risicola
vercellese. Il suo intervento è servito a confrontare la narrativa istituzionale
sul Cavour Hyperscale Campus (CHC) con i rischi reali per il territorio legati
alla realizzazione del progetto.
Del CHC si parla infatti solo in termini entusiastici. 400 MW di potenza di
calcolo, 4 miliardi di euro di investimento, importanti ricadute occupazionali:
un rilancio economico a tutto campo. Ma né dentro né fuori dalle sale comunali
si è ancora avuto un vero confronto politico sul progetto.
Il silenzio ufficiale lascia al momento sospese questioni decisive per la
valutazione del CHC da parte del territorio. Ad esempio, il campus potrà
affidarsi a fonti rinnovabili per le sue esigenze energetiche? O si dovrà
piuttosto ricorrere al nucleare, come ha lasciato intendere l’assessore
all’Ambiente della Regione Piemonte Marnati? C’è il rischio che i costi di
adeguamento della rete elettrica alla proliferazione di data center in Lombardia
e Piemonte vengano scaricati sui cittadini attraverso un aumento in bolletta?
L’insediamento di un data center potrebbe dare luogo o esasperare fenomeni di
isole di calore? E se, come dovrebbe avvenire nel caso del CHC a Trino, i server
non saranno raffreddati ad acqua, si userà allora un liquido refrigerante a base
di PFAS? I rischi legati a questi “inquinanti eterni” sono stati opportunamente
valutati?
Colmare il vuoto d’informazione
In merito a questa ondata di data center che si sta abbattendo sul nord Italia,
l’opacità rilevata anche a Trino in merito al progetto del CHC è la regola:
comitati, associazioni, stampa indipendente e cittadini si stanno mobilitando
per “coprire il deficit di informazione e democrazia”.
Ad esempio, il nesso tra crescita della produzione di PFAS e accelerazione sui
data center per le necessità dell’intelligenza artificiale è un fatto assodato.
In un report pubblicato dalla ONG svedese ChemSec viene illustrato come dai
piani industriali dei primi dieci grandi produttori mondiali di PFAS emerga
l’intento di espandere la produzione dei composti in risposta alla crescita
esponenziale del settore tech. Come abbiamo accennato, nel caso dei data center
i PFAS entrano in gioco per il raffreddamento in quanto necessari ai liquidi
refrigeranti alternativi all’uso di acqua o aria fredda. Queste moderne
tecnologie di raffreddamento dipendenti dai PFAS vengono tipicamente impiegate
negli hyperscaler come il CHC. Il colosso francese dei materiali Arkema, ad
esempio, ha inaugurato in Kentucky uno stabilimento da circa 60 milioni di
dollari per la produzione del gas HFO R1233Z, refrigerante di largo impiego e
utilizzato anche nei data center per il raffreddamento dei server.
Quanto alle ricadute occupazionali, resta da capire se artigiani e imprese
locali abbiano effettivamente le competenze per lavorare a una struttura come il
CHC. Nel caso della centrale Galileo Ferraris, ad esempio, gran parte
dell’imprenditoria locale dovette accontentarsi di subappalti marginali.
Sul piano amministrativo il coinvolgimento del territorio è completamente
assente. La dichiarazione di interesse strategico nazionale approvata
recentemente dal Consiglio dei Ministri per il CHC comporta la nomina di un
Commissario straordinario di governo, incaricato di garantire la “tempestiva
realizzazione dell’investimento”. L’iter ordinario, che pur essendo più
laborioso offre maggiori tutele per il territorio e le comunità che lo abitano,
qui dovrebbe lasciare il posto a un’autorizzazione unica, pensata per accelerare
i tempi e offrire certezze a chi muove i capitali. Come in altri casi di grandi
opere imposte dall’alto, il rischio è che la pianificazione urbanistica locale
ne esca subordinata a interessi di mercato e politica di palazzo. Tanto più
grave risulterebbe in questo quadro l’assenza di dibattito pubblico fin dalle
fasi preliminari del progetto.
La concentrazione di data center, di vecchie centrali atomiche non ancora
dismesse e depositi nucleari su aree relativamente ridotte risulterà inoltre in
una militarizzazione dei territori. Questo, per due ordini di motivi. Primo, si
renderà necessaria per impedire a cittadini e comitati di monitorare e
contrastare il progetto. Secondo, una volta in funzione, questi impianti
diventerebbero bersagli in una guerra globale le cui forme più distruttive sono
sempre più vicine anche alle nostre latitudini: la stessa che motiva i massicci
investimenti piemontesi in intelligenza artificiale e data center e che
favorisce l’establishment finanziario-industriale.
Altrettanto concreto appare, nel quadro delineato, il ritorno dell’atomo nel
vercellese. La legge 169, appena approvata, delega al Governo la disciplina del
nucleare “sostenibile” e pone in prima fila come candidati per l’insediamento di
futuri reattori i siti ex nucleari, Trino compreso. Indicativa del processo di
riapertura all’atomo la metamorfosi dell’azienda Sogin: nata per smantellare le
vecchie centrali e restituirle libere da ogni vincolo radiologico, è oggi tra i
protagonisti del suo rilancio. Secondo l’ex amministratore delegato Artizzu, i
siti da lei gestiti sono già pronti ad accogliere i nuovi reattori.
Nel frattempo la Commissione consultiva comunale di Trino sullo smantellamento
della centrale Enrico Fermi non si riunisce da due anni, nonostante le richieste
dei membri designati dalle associazioni ambientaliste. Restano inevase anche le
domande a Sogin sul Programma Vita Intera (PVI), il cronoprogramma che dovrebbe
documentare avanzamento e costi dei lavori. Atteso per il 2023, è arrivato solo
nel 2025 e attende ancora il vaglio dell’ARERA. Dal documento emerge che i costi
del solo decommissioning superano di 2,8 miliardi le stime del 2020-2021 e che
la chiusura della commessa slitta di dieci anni, dal 2029 al 2039.
Il 7 ottobre, infine, il Sindaco di Trino ha partecipato a Roma a un incontro
negli uffici di Inrete, società di lobbying che mette in relazione il mondo
politico-istituzionale con quello imprenditoriale. L’evento, intitolato “Il
nucleare per lo sviluppo energetico dell’Italia”, era promosso da Nuclitalia,
società partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, e nata per guidare il
ritorno dell’atomo in Italia. Nessuno ne ha dato notizia, né prima né dopo:
cittadini e comitati l’hanno scoperto da una determina che stanziava i fondi per
la trasferta.
1.2 Data center e nucleare: a che punto siamo?
Gianpiero Godio, referente dell’Osservatorio dei Cittadini sul nucleare, ha
approfondito il gigantismo energetico dei data center, analizzando più da vicino
la possibile interazione di queste strutture col nucleare, con le rinnovabili e
con i paradigmi energetici impliciti alla corsa agli hyperscaler. Nel corso
della sua vita professionale Godio è stato per vent’anni responsabile dell’unità
di automazione e calcolo scientifico dell’impianto nucleare Eurex di Saluggia
(CNEN), dirigendo quindi un “piccolo data center” per l’impianto di
riprocessamento.
Le osservazioni di Pro Natura alla consultazione sul disegno di legge regionale
Il 15 luglio la Regione Piemonte, tramite l’assessorato Ambiente, Intelligenza
Artificiale ed Energia, ha aperto una consultazione pubblica sul disegno di
legge regionale “Disciplina per l’insediamento di data center”. Pro Natura ha
presentato quattro pagine di osservazioni, i cui punti principali elaborati
possono così essere riassunti:
* L’AI va considerata un bene comune, quindi sottratta a usi bellici,
speculativi e antidemocratici, con uno sviluppo aperto e graduale.
* L’addestramento nei data center deve adattarsi alla disponibilità oraria e
stagionale delle rinnovabili. Queste devono essere l’unica fonte da subito e
provenire da nuovi impianti e nuovi accumuli dedicati, senza accentrare tutta
l’energia rinnovabile già prodotta sul territorio sottraendola ad altri
ambiti.
* Lo sviluppo va pianificato a livello statale e regionale, stabilendo potenza,
collocazione e finalità dei data center prima di realizzarli.
* I territori ospitanti vanno protetti da interruzioni di fornitura e, aggiunge
Godio, anche da aumenti dei prezzi locali. Le popolazioni devono essere
consultate con un’inchiesta pubblica preventiva.
* Sul piano etico, ci si chiede a chi serva davvero un’AI “totalizzante”: se
arricchisca il pensiero o lo sostituisca, e se serva percorsi di
emancipazione collettiva o speculazione e guerra.
I numeri dei consumi dell’AI – intelligenza artificiale
Un data center da 400 MW consumerebbe circa 3,5 miliardi di kWh l’anno, cioè il
triplo dei consumi di tutti i settori della provincia di Vercelli e più di tutta
la produzione fotovoltaica installata in Piemonte, che si aggira sui 3 miliardi
di kWh. A meno che l’addestramento dei modelli di machine learning e deep
learning non venga pianificato in modo flessibile, alimentarlo continuativamente
(come queste strutture normalmente richiedono) con l’agrivoltaico richiederebbe
circa 35 km² (3.500 ettari) e una quantità impressionante di batterie.
Inoltre, un approccio che ponga come imprescindibile a una riappropriazione
popolare dell’AI la sua sincronizzazione con le FER (Fonti Energia Rinnovabili),
escluderebbe a priori i data center hyperscale. Per dare un’idea della scala
delle necessità energetiche di queste strutture rispetto alle possibilità e ai
costi delle rinnovabili, il grande impianto fotovoltaico di Enel di Leri Cavour
produce meno del 5% di quanto servirebbe a un data center da 400 MW come il CHC.
Per permettere le modalità di insediamento massiccio di queste strutture che
stanno via via facendosi sempre più ingombranti, il ricorso alle fonti fossili è
inevitabile, anche se questa invasione in atto sembra debba fare da volano a
forme energetiche anche più problematiche.
La svolta sull’atomo: vecchi siti per il nuovo nucleare
Rieccoci, dunque, allo spettro del ritorno al nucleare in Italia. Quello fra
data center hyperscale e nucleare è un “matrimonio di interesse e di potere” che
non s’ha da fare, né a Trino né altrove. Dopo la pausa di agosto, a settembre è
emerso che la nuova legge delega sul nucleare fortemente voluta dal Governo e
già approvata dalla Camera, sarebbe stata approvata anche dal Senato.
L’approvazione formale infatti è avvenuta il 23 settembre.
La legge delega 169, come abbiamo già avuto modo di accennare, all’articolo 2
amplia la destinazione d’uso dei vecchi siti nucleari. Le finalità comprendono
nuovi impianti di produzione, impianti di fabbricazione e riprocessamento del
combustibile, stoccaggio temporaneo e smaltimento definitivo. Nella pratica una
loro riattivazione, legittimata dalla corsa ai data center, senza che sia mai
avvenuta una vera disattivazione.
Ad andare incontro a questa riattivazione potrebbero essere il centro Euratom a
Ispra, sul Lago Maggiore; Bosco Marengo, dove si fabbricavano le barre di
combustibile; il deposito di Tortona, e addirittura le miniere di uranio di
Peveragno e dell’Alta Val di Susa.
Sufficienza e bene comune: ripensare il progresso
Se data center, AI e nucleare sono il progresso, emerge con forza la necessità
di ripensare il concetto stesso di progresso. Per abbandonare le fonti fossili
servono sufficienza, efficienza, flessibilità e rinnovabili “fatte bene”, cioè
motivate organicamente dalle necessità e aspirazioni dei territori e non dalla
speculazione finanziaria.
I data center hyperscale sono, invece, l’antitesi della sufficienza:
raggiungerla implicherebbe infatti chiedersi quali usi digitali siano davvero
necessari al benessere umano e sociale e quali siano invece forme di
sovraconsumo ed estrattivismo.
Non basta puntare sull’efficienza, perché questa genera un effetto rimbalzo: una
maggiore efficienza, portando a un aumento della produzione, porta a uno
sfruttamento complessivo maggiore delle risorse. La sfida è invece quella di un
cambio di paradigma, di una sovversione dei rapporti di forza: l’AI deve essere
un bene comune, di uso limitato e per fini quali la ricerca scientifica o le
applicazioni mediche, e sincronizzata con la disponibilità giornaliera e
stagionale delle rinnovabili, conclude Godio.
La centrale nucleare di Trino durante la sua costruzione – Fondazione del
camino. Dal sito di Sogin
1.3 I consumi elettrici
Interviene Umberto Lorini (Pro Natura Vercellese, Valsesia e VCO), con una
riflessione sulle conseguenze dell’avvento dei data center sul consumo di
energia elettrica. Lorini guarda alla scala nazionale e contestualizza
storicamente quanto sta avvenendo.
Cosa è accaduto riguardo al fabbisogno di energia elettrica negli ultimi 100
anni?
Nella prima metà del XX secolo in Italia non si superò mai la soglia dei 25 TWh
e l’energia era prodotta principalmente attraverso centrali idroelettriche. Nel
dopoguerra, gli anni del boom economico e dell’industrializzazione, il
fabbisogno triplicò. Nel 1968 vennero superati i 100 TWh annui grazie anche
all’uso di altre fonti: all’idroelettrico si affiancò soprattutto il petrolio.
Nel 1973, alla vigilia della prima grande crisi petrolifera, due terzi del
fabbisogno nazionale di energia elettrica erano coperti da centrali a olio
combustibile. Negli anni ’70-’80 ci fu il momento del nucleare; quattro centrali
che anche quando funzionavano tutte e contemporaneamente non coprirono mai più
del 4-4,5% del fabbisogno elettrico nazionale, che in quel periodo era tra i 150
e i 200 TWh annui (e che lasciarono strascichi che si paghiamo ancora). Negli
ultimi 20 anni del XX secolo la domanda di energia elettrica in Italia crebbe
fino a sfiorare i 300 TWh annui. Rispetto alle fonti, Lorini mostra dati che
indicano come il petrolio sia stato in gran parte progressivamente sostituito
dal gas naturale, con cui nel 2000 in Italia si produceva più della metà
dell’energia elettrica.
Il picco dei consumi elettrici in Italia venne raggiunto 20 anni fa, nel 2007,
con 340 TWh annui: da quel momento – gli ultimi 20 anni – il fabbisogno di
energia elettrica è rimasto stabile fra i 300 e i 320 TWh. Di questi, il 40% è
attualmente coperto con fonti rinnovabili: fotovoltaico soprattutto, ma anche
idroelettrico, un po’ di eolico, un po’ di geotermico. La crescita costante di
consumo che ha caratterizzato tutto il XX secolo, con il XXI si è
sostanzialmente arrestata, se non leggermente calata.
Quali sono i motivi di questo calo di consumi nell’ultimo ventennio?
– L’efficientamento: per fare le stesse cose che facevamo 20 o 25 anni
fa, oggi, grazie al miglioramento tecnologico, consumiamo meno energia
elettrica.
– L’autoproduzione e l’autoconsumo, che non rientrano nei dati ufficiali,
per cui chi avesse pannelli solari sul proprio tetto per i propri consumi, non
rientra nel conteggio ufficiale a livello nazionale (si stima sia tra i 5 e i 10
TWh annui).
Se i consumi restassero stabili, entro il 2030 si potrebbe arrivare al 50% del
fabbisogno elettrico coperto da fonti rinnovabili (oggi siamo intorno al 41%) e
quindi progressivamente aumentare la quota di rinnovabili per sostituire
progressivamente le fonti fossili nella transizione energetica. Il professor
Angelo Tartaglia ha calcolato che con gli attuali pannelli fotovoltaici in
commercio il fabbisogno complessivo annuo nazionale (315 TWh) potrebbe essere
coperto con pannelli installati sullo 0,52% della superficie del territorio
nazionale (Lorini cita esplicitamente tetti e coperture, non suoli agricoli).
Tra l’altro, così facendo e con consumi stabili, entro il 2030 l’Italia non
avrebbe più bisogno di importare energia elettrica dalla rete europea, di cui,
per inciso, meno della metà arriva dalla Francia nucleare. Va infatti
sottolineato che gli acquisti dall’estero dipendono per lo più dalla convenienza
del prezzo in certi periodi, più che dalla capacità di produzione.
A partire da questo quadro di informazioni, Lorini propone due possibili scenari
per la transizione energetica:
– se la domanda si stabilizzasse a 300 TWh all’anno, per arrivare al
63,4% da rinnovabili (obiettivo PNIEC) servirebbe produrre 190 TW, che è un
obiettivo fattibile.
– Se però la domanda crescesse fino a 400 TWh all’anno, diventerebbe
difficilissimo coprire questo fabbisogno con le rinnovabili.
È qui che Lorini inserisce un discorso sui consumi che potrebbero portare il
fabbisogno da 300 a 400 TWh all’anno, e che identifica nei seguenti tre:
– i condizionatori. L’aumento delle temperature comporta una crescita
stimata di circa 7 TWh all’anno entro il 2030.
– Le auto elettriche. Previsioni dicono che si passerà dall’1% attuale al
5% nel 2030 e 10% nel 2035, con un consumo di circa 15 TWh all’anno in più.
– I data center. A livello nazionale si prevede che arriveranno a
consumare ulteriori 30-35 TWh all’anno.
Sono quindi soprattutto i data center a far saltare il banco con una richiesta
di energia abnorme, per cui le uniche strade sembrerebbero quella del continuo
consumo di combustibili fossili o la costruzione di nuove centrali nucleari. La
proliferazione dei data center altamente energivori porterebbe inevitabilmente
con sé il ritorno alla produzione di energia con il nucleare, perché non
basterebbero i pannelli fotovoltaici sugli edifici o sui campi per coprire
questi ordini di grandezza.
La centrale nucleare di Trino durante il suo esercizio. Dal sito di Sogin
II PARTE DATA CENTER COME NUOVO CAMPO DI VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE
2.1 Mappa dello sviluppo di data center in Italia
Come riportato dal Comitato di Ciarlasco “Nel Rapporto “Data Centers in Italy
2026 Market Research and Industry Survey” di IDA1, l’associazione italiana dei
promotori dei data center, è uscita questa mappa da loro elaborata. In questa
mappa e nel rapporto viene espressa la strategia del mercato dei data center in
Italia e il tutto viene presentato come un piano di sviluppo, in rapporto ai
piani energetici e di sviluppo delle infrastrutture di Terna, dei cavidotti e
delle fibre ottiche. Peccato che i data center vengano valutati singolarmente,
senza avere un piano nazionale con una valutazione ambientale strategica
nazionale.”
Se si guarda alla regione Lombardia la richiesta a Terna è di 44 Watt/h, pari al
130% del fabbisogno energetico nazionale del 2025. I 30 progetti in VIA
(Valutazione Impatto Ambientale) in Lombardia avrebbero dei consumi pari a 6
milioni di famiglie e servirebbero 24 centrali nucleari SMR per
alimentarli. Come viene raccontato anche da Enrico Duranti, portavoce della Rete
Stop Data Center intervenuto alla serata informativa.
Perché l’Italia è stata individuata come hub dei data center
Puntini gialli: progetti
Linee azzurre: dorsali della fibra ottica
Questi impianti vengono progettati in certi luoghi non solo per la capacità
energetica dell’alta tensione ma anche per la presenza delle fibre ottiche
fondamentale per la trasmissione dei dati. Come si vede dalla mappa qui sopra
arrivano molte linee dal Piemonte.
Come evidenziato dalla mappa dei cavidotti internazionali (qui in formato
consultabile online https://www.submarinecablemap.com/country/israel), anche
detti autostrade digitali, questi cavi arrivano in Europa dalla costa USA,
raggiungono l’Italia passando da Genova, proseguono verso Israele, India,
Singapore per poi tornare negli USA. Si tratta di un’unica autostrada digitale
per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per cui i data center sono
fondamentali : l’AI ha infatti una sempre maggiore necessità di spazio per
stoccare questi dati. La posizione dell’Italia risulta quindi utile per il
contesto mondiale.
2.2 Focus sul ruolo dell’Italia nel corridoio IMEC
Abbiamo iniziato a mettere insieme alcune informazioni che ci portano a
concludere che in questa circolazione di cavidotti c’è un ruolo assunto dall’hub
italiano nei confronti delle necessità israeliane. In particolare, il progetto
del corridoio IMEC (come viene esposto su ISPI) viene rappresentato come “la
spina dorsale di una regione indo-mediterranea. L’Italia e il futuro della
connettività transcontinentale. Il corridoio economico India-Medio
Oriente-Europa (IMEC) offre un’opportunità strategica per rimodellare il
commercio globale e la connettività digitale, posizionando l’Italia come hub
mediterraneo fondamentale e chiedendo un’azione politica mirata per garantire il
suo ruolo nelle reti geopolitiche ed economiche emergenti.” Questo progetto di
scambio e connettività tra Europa, Medio-Oriente e India è il risultato del G20
di Nuova Dehli del 2023, il tutto per beneficiare Israele nelle sue possibilità
di essere collegato a queste aree geografiche: un ponte dunque che viene gettato
nei confronti di Netanyahu. L’obiettivo di IMEC è di ridurre i tempi di
trasporto tra India ed Europa rispetto alla rotta di Suez e facilitare la
costruzione di gasdotti, cavi internet e reti energetiche.
In questo senso l’Italia diventa anche uno snodo per Israele: vengono registrati
il cavo Blue che passa da Genova, Jonah che parte da Bari e Mednautilus da
Catania. Per Israele è centrale la questione della connessione: il 70% del PIL
israeliano si concentra nei servizi, settore che dipende da internet. Inoltre
le telecomunicazioni e i servizi informatici sono la principale voce dell’export
israeliano.
IMEC è un corridoio che assume un ruolo fondamentale anche in relazione agli
aspetti geopolitici e per farlo funzionare i data center sono importanti, così
come lo sono gli snodi che fanno approdare i cavi, Genova e Trieste nel caso del
nostro Paese.
In questa mappa sono evidenziati soltanto i cavidotti israeliani e i loro punti
di approdo
Illustration of the IMEC and its connections, courtesy of ECFR. Sources:
TeleGeography, Edison, RailFreight. ECFR.
https://www.merip.org/2025/10/hardwiring-normalization-infrastructures-extraction-and-gazas-future/
Aggiungiamo anche che la questione energetica si intreccia con la dimensione
coloniale incarnata da Israele, così come abbiamo sottolineato rispetto agli
investimenti israeliani in grandi impianti di rinnovabili. L’autrice Rafeef
Ziadah, attivista palestinese per i diritti umani, ne parla in questo articolo
Ripensare la Palestina al di là dell’eccezionalismo, sottolineando come:
“Queste dinamiche sono visibili in diversi sviluppi recenti in tutta SWANA: il
consolidamento dei legami Golfo-Israele; l’integrazione delle tecnologie di
sorveglianza, armi e sicurezza; i cosiddetti schemi di sviluppo verde che si
presentano come futuri sostenibili mentre trincerano l’espropriazione coloniale;
e nuovi corridoi di trasporto e commercio, tra cui progetti come il corridoio
economico India-Medio Oriente (IMEC), che immaginano una circolazione regionale
senza soluzione di continuità mentre passano le aree geografiche in frantumi e
le rivendicazioni politiche dei palestinesi. Questi progetti sono spesso
inquadrati nel linguaggio della connettività, dell’innovazione e della
prosperità. Ma connettività per chi, a quali termini, e costruita sulla
cancellazione di chi?”
E aggiunge:
“Questa più ampia corsa per l’accesso – a rotte commerciali, dati, energia,
terra, porti, cavi sottomarini, corridoi logistici e influenza regionale – è
fondamentale per comprendere il presente. L’imperialismo non è semplicemente
guerra, funziona anche attraverso catene di approvvigionamento, circuiti
finanziari, architettura cloud, progetti di energia estrattiva, trasferimenti di
armi e il terreno digitale attraverso il quale le popolazioni sono monitorate,
governate e rese redditizie. Ciò ha implicazioni dirette per il modo in cui
comprendiamo l’economia politica in evoluzione della Palestina stessa.”
Illustration by Fourate Chahal El Rekaby
Fin dall’inizio Israele è stato parte integrante di questo progetto attraverso i
porti come Haifa. E’ chiaro che Israele non gioca da solo, infatti come viene
sottolineato in questo commento sempre di Rafeef Ziadah “Il piano di
riqualificazione di Gaza trapelato da Donald Trump prevede di trasformare il
territorio in un hub logistico all’interno di un corridoio economico regionale
guidato dagli Stati Uniti, dando priorità ai guadagni strategici e finanziari
rispetto ai diritti e alla sovranità palestinesi”, questo significa che nello
stesso corridoio viene previsto un ruolo di primo piano per il territorio
palestinese in quanto ulteriore tassello di questo progetto di connessione
globale. Infatti, sottolinea l’autrice “In un documento trapelato di 38 pagine
dell’amministrazione di Donald Trump – il Gaza Ricostituzione, Accelerazione
Economica e Trasformazione (Great) – propone di “trasformare fondamentalmente
Gaza” piegandola nel Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec).”
Tutto questo oltre ad aprire delle questioni sul piano politico e sulla
complicità dei governi europei con il genocidio in Palestina, mette in luce
anche una questione materiale, ossia legata alle conseguenze che queste
interconnessioni possono avere sul piano economico e come esse impongano un
peggioramento della crisi per le persone che abitano a queste latitudini. Vi è
inoltre un altro aspetto importante da tenere in conto che ha a che fare con
un’ennesima bolla speculativa: tutti questi impianti, a fronte di una richiesta
energetica spropositata rispetto alle possibilità materiali della rete e della
produzione, nella realtà non potranno mai essere realizzati.
2.3 Il legame tra intelligenza artificiale, data center, investimenti e finanza
Aggiungiamo questi aspetti a partire dal contributo del professor Alessandro
Volpi, intervistato da Alberto Deambrogio su Dignità tv.
Il processo fondamentale per comprendere la situazione in atto è il seguente:
gli Usa attestano il loro debito su 40 miliardi di dollari, un ruolo importante
è occupato dagli investimenti per l’intelligenza artificiale, inoltre,
contemporaneamente la borsa si sta gonfiando rispetto al valore reale delle
aziende. Un processo che viene confermato anche in questo articolo di Vincenzo
Comito di cui riprendiamo un passaggio: “Quasi allo stesso livello di
preoccupazione si colloca il quadro dei mercati finanziari e il loro crescente
legame con la situazione dei grandi gruppi dell’AI. I magnifici sette del
settore negli Usa stanno investendo somme colossali, in particolare nella
costruzione dei data center. Ma le prospettive di recuperare tali enormi
investimenti appaiono incerte. Intanto il valore dei titoli in Borsa continua a
crescere, gonfiando complessivamente un mercato finanziario di cui i titoli
delle imprese dell’IA costituiscono ormai la parte più importante, anche se gli
investimenti delle imprese del settore sono sempre più finanziati a debito e non
con le risorse interne. Poi c’è la situazione del private credit. Si tratta del
settore dei prestiti alle imprese da parte di entità non bancarie, un campo
opaco e solo scarsamente regolato, che registra una larga diffusione negli Stati
Uniti in particolare. Esso pesa in effetti nel paese per circa 3 trilioni di
dollari. Si registrano da qualche tempo una crescita nei default dei clienti,
nonché una crisi di liquidità delle imprese del settore, dovuta tra l’altro alla
crescita dei ritiri dei finanziamenti da parte del mercato.”
Da un lato quindi si verifica una mole di investimenti gigantesca accumulata nel
corso del tempo e, dall’altro lato, a fronte dell’indebitamento c’è forte
incertezza rispetto ai risultati reali in termini di margine operativo lordo.
Un altro elemento importante è il seguente: per effetto di un indebitamento così
marcato e per i massicci investimenti di grandi aziende (Nvidia, Microsoft,
OpenAi, Antropic) si sono venuti a creare multipli azionari con un rapporto tra
prezzo e utile attestatosi intorno a numeri altissimi. Ciò significa che c’è una
grande attribuzione di valore alle società legate al mondo dell’AI a fronte di
un indebitamento che sostiene grandi aspettative ma che cova incertezze sulla
sua tenuta e sulla realizzazione reale degli investimenti.
Questo processo sta però mostrando i suoi primi segnali di incrinatura e del
rischio bolla finanziaria, ossia una forte contrazione del valore azionario di
alcune di queste società. Ciò che ne si può dedurre è un dato generalizzato di
un parziale rallentamento. Perché ? L’AI dovrà fare i conti con il progressivo
aumento dei tassi di interesse. Infatti per effetto dell’indebitamento
complessivo negli USA i tassi si stanno gonfiando, il Paese è alle prese con la
ricomparsa dell’inflazione (4%) e, quindi, per situazioni così indebitate poter
far fronte al mantenimento del valore del proprio titolo con ulteriore ricorso
al debito, se i tassi di interesse crescono, diventa un meccanismo sempre più
oneroso e complicato. Non è un caso, aggiunge Volpi, che OpenAi e Antropic hanno
ritardato la loro iscrizione in borsa, questo perché la quotazione oggi è
pericolosa.
Infine, una parte significativa delle risorse viene dai grandi gestori
internazionali del risparmio (BlackRock e altri): realtà che inizialmente hanno
sostenuto questo sforzo comprando i titoli di Alphabet INC e Nvidia, grazie alla
capacità di assorbire azioni a livello internazionale. Ma in questo momento
anche i grandi fondi, che dispongono del risparmio mondiale, devono indirizzarlo
verso prodotti sul mercato globale che duplicano gli indici con una maggiore
certezza. Bisognerà dunque vedere se questi fondi di investimento continueranno
a indirizzare le loro iniezioni di capitale nel settore dell’intelligenza
artificiale. Questo perché se scende il valore delle azioni dell’AI saranno
costretti a venderle in modo da ricomporre il paniere dei fondi di investimento
dei risparmiatori, al cui interno infatti sono presenti anche fondi pensione,
inclusi quelli di gran parte degli italiani. Il meccanismo descritto implica un
fattore di rischio su settori fortemente iniettati di capitale privato,
strettamente legati all’andamento della borsa mondiale e, dunque, immersi nella
possibilità di sgonfiarsi completamente svalutando così pezzi di stato sociale
che dovrebbe invece essere garantito.
La bolla dunque è costruita su questa simmetria: risultati non sufficienti a
giustificare multipli azionari di questo tipo e, parallelamente, aumento dei
tassi di interesse. Oltre al contesto americano va tenuto in conto il debito
europeo e il processo che alimenta la bolla legata agli investimenti nel riarmo
(anch’esso legato all’intelligenza artificiale) oltre che alla spesa a esso
dedicata.
La bolla dell’AI è una bolla finanziarizzata: l’interrogativo riguarda il fatto
se le vendite future riusciranno a coprire gli enormi costi già in atto oppure
no e l’esempio dei progetti di data center è un fattore concreto di questo
processo che si materializza sui nostri territori.
2.4 Dibattito sul ruolo della politica
L’intervento di Alberto Deambrogio pone alcuni interrogativi importanti
sull’atteggiamento e sul ruolo della politica nei confronti del dilagare di data
center in atto. Il quadro che ne emerge è preoccupante e desolante allo stesso
tempo: una politica che pare aver smarrito il proprio reale compito,
insufficiente nel suo agire e continuamente alla rincorsa nel tentativo di
normare qualcosa che nella sostanza le sfugge di mano.
Una riflessione questa che si rispecchia su livelli diversi, a partire dal
regolamento europeo che prevede una rendicontazione annuale per una serie di
dati riguardanti queste megastrutture, uno schema di rating per classificare i
data center e un tentativo di stabilire standard minimi vincolanti di
prestazione energetica. Al di là della dubbia efficacia delle prime due misure
dovuta alla grande opacità dei proponenti dei progetti (come riportato da
diversi studi), nella sostanza si palesa un orientamento stabilito in maniera
non autonoma, che semplicemente insegue il progredire del fenomeno.
Anche a livello nazionale però le norme denotano un atteggiamento di
insufficienza, tra l’altro votate bipartisan. Il quadro normativo,
sostanzialmente riconducibile al Decreto legge semplificazioni e bollette
dell’anno corrente, si focalizza sul procedimento unico e sui tempi di
realizzazione delle strutture, sulla semplificazione dei nodi di connessione e
sul ricorso a un commissario di governo per investimenti strategici superiori a
1 miliardo di euro, senza neanche menzionare l’interlocuzione e il dialogo con i
territori interessati. Una pericolosa dinamica quest’ultima, che ripropone lo
stesso schema utilizzato per il nucleare: tutto viene centralizzato, le
decisioni sono prese dalle alte sfere in autonomia e il coinvolgimento delle
comunità locali è assente (si ripresenta anche sotto questo aspetto dunque il
legame fin qui più volte sottolineato tra data center e atomo).
Per quanto concerne la regione Piemonte invece un testo di legge a oggi non c’è
ancora, esistono però delle proposte che lasciano intravedere un orientamento di
massima: si accetta il fenomeno data center in maniera acritica impegnandosi a
stabilire dei paletti per limitare gli inconvenienti. Si ripropone dunque anche
a livello locale l’atteggiamento politico di cui sopra: la volontà di attrarre
sul territorio capitali e strutture per poi agire di rimando. Gli stessi
“paletti” auspicati nelle proposte appaiono comunque deboli, in particolar modo
in merito al consumo di suolo e acqua, all’inquinamento acustico e al tema delle
monetizzazioni; i riferimenti sono troppo morbidi e non contengono limiti
cogenti.
Il testo di legge finale della regione Piemonte sta probabilmente attendendo di
valutare quel che sta accadendo in Lombardia, dove una legge esiste già, poco
efficace, ma dove esiste anche un fermento e un movimento di protesta importante
che richiede a gran voce una moratoria che si può riassumere così: è necessario
fermarsi per comprendere e valutare attentamente la natura del fenomeno
(utilità, fattibilità, impatti di varia natura, a chi torna utile…) e in un
secondo momento scrivere la normativa, senza rincorrere il proponente di turno.
Di fronte a questo tipo di atteggiamento normativo passivo urge dunque fare
pressioni affinché la politica costruisca un proprio punto di vista critico
autonomo, al fine di contrastare il comando di scienza e tecnologia (prendendo
coscienza che esse non sono mai neutre), il cui potere pretende sempre più di
essere considerato indiscusso.
Occorre si prendano posizioni critiche a monte, senza avere alcun timore di
essere considerati retrogradi o “quelli del No”. Non si tratta di volersi
fermare per guardare indietro, bensì di porsi interrogativi seri al fine di
scegliere un modello diverso. Il relatore si pone poi una serie di interrogativi
che riproponiamo qui per sviluppare dibattito in merito: questi mega impianti,
questi hyperscaler, sono davvero la priorità e lo sviluppo futuro che vogliamo
pianificare? E’ in grado la politica di farsi proponente di un’alternativa reale
per poter cogliere le vere opportunità del progresso tecnologico senza
prostrarsi ai proponenti portatori di interessi di profitto? Perché nessuno
considera il principio di “calcolo diffuso” (o distribuito) con cui sviluppare
l’AI che può realmente servirci mediante il potenziamento dei nostri computer? E
ancora, le aziende alle spalle di queste mega strutture lavorano e accumulano
ricchezza con i dati che produciamo noi tutti e forniamo loro gratuitamente:
vogliamo parlare di come distribuire i proventi?
C’è poi un ulteriore elemento che la discussione politica elude trasversalmente:
l’effetto cumulativo dei data center. Come descritto precedentemente è in atto
una bolla finanziaria enorme nel settore dell’AI e varrebbe la pena porsi un
interrogativo: nel momento in cui scoppierà questa bolla, quale sarà l’effetto
sui territori occupati da queste strutture? Chi pagherà il conto? La risposta è
chiara fin da ora: il dominio della finanza lascia dietro di sé macerie che paga
la collettività.
Conclusioni
A fronte di queste riflessioni concludiamo quindi con un nostro punto di vista.
Il punto per noi sta nella proprietà e nella contesa del potere dell’energia in
senso generale, unica possibilità per stabilire a chi serve e per cosa. Soltanto
nella possibilità di riappropriarsi della produzione, gestione e consumo
dell’energia si potrebbe aprire uno scenario di sostenibilità e uguaglianza. Per
fare questo è evidente che non basti enunciarlo ma che occorra porsi il problema
dei rapporti di forza e della riorganizzazione generale dei rapporti nella
società. Detto questo, se pensiamo a un certo tipo di fonte energetica come le
rinnovabili, uno scenario simile non sarebbe così fuori dalla realtà. Il primo
problema dunque, quando ci si vuole approcciare al tema dei data center e
dell’AI nei termini di una possibile loro riforma, riguarda il fatto che il loro
sviluppo è materialmente inscindibile dall’utilizzo di energia nucleare. Questo
quindi impone un serio bagno di realtà: l’energia atomica è l’energia padrona
per eccellenza e uno scenario di controllo popolare su di essa è escluso, come
la stessa storia del movimento antinucleare ci insegna. In secondo luogo,
l’intelligenza artificiale sviluppata oggi non può prevedere un suo impiego che
escluda il dual use per il militare: è impossibile dunque pensare di scindere
una AI “buona” da una AI “cattiva”. Il punto quindi non è per noi doversi porre
il problema di trovare loro una soluzione per risolvere la crisi in atto quanto
più di porre con fermezza un NO chiaro e netto alla messa a disposizione dei
territori e di chi li abita per una rivoluzione industriale che è contro gli
interessi collettivi ma insitamente in favore degli interessi di chi deve oggi
garantire un’egemonia globale tramite la guerra. Lo abbiamo detto sin dal primo
momento con il Manifesto di Confluenza: dire NO è il primo atto costitutivo di
un processo democratico reale e ricompositivo e dietro il nostro NO c’è già di
fatto una proposta autonoma del vivere il territorio e le relazioni in e con
esso.
Qui è possibile rivedere il video integrale della serata informativa a Trino del
16 ottobre 2026
1. IDA ↩︎
DATA CENTER – IDA – REPORT – 8-10-2026Download