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«Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo
La vicenda processuale italiana di Annan Yaeesh inizia il 24 gennaio 2024 con la richiesta estradizione trasmessa al Ministero della Giustizia dallo Stato Israele. Come si sviluppano le fasi iniziali del procedimento? La vicenda processuale inizia a gennaio 2024 quando le autorità israeliane chiedono la consegna di Anan Yaesh alle autorità italiane. La richiesta di estradizione viene accolta, tant’è che procedono all’arresto ai fini estradizionali di Anan che viene sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La decisione sull’estradizione viene tuttavia impugnata e la Corte di Appello dell’Aquila decide di liberare Anan, in quanto secondo la Corte non vi sono i presupposti per consegnarlo alle autorità israeliane, dato il rischio concreto che venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, sulla base di quanto era stato prodotto dalla difesa citando rapporti delle principali organizzazioni internazionali, quali ad esempio Amnesty International, e relazioni dell’ONU che documentano come le autorità israeliane praticano in maniera sistematica la tortura su i prigionieri palestinesi. Questa decisione della Corte di Appello è molto importante poiché un organo istituzionale di questo paese afferma, nero su bianco, che Israele pratica sistematicamente la tortura nei confronti dei prigionieri palestinesi, al punto di negare l’estradizione. Tuttavia, cosa succede due giorni prima di questa decisione? Che la procura dell’Aquila decide di promuovere un procedimento “autonomo” (non quindi su diretta iniziativa, se così possiamo dire, dello Stato di Israele) sempre nei confronti di Anan con accuse praticamente sovrapponibili a quelle iniziali, in base alle quali richiede di nuovo la custodia cautelare in carcere. Morale della favola, Anan non viene mai liberato. Il capo di imputazione del nuovo procedimento è quello previsto dall’articolo 270 bis, ovvero l’associazione con finalità di terrorismo, e non riguarda solo Anan, ma anche altre due persone, Ali Saji Rabhi Irar e Mansour Doghmosh, palestinesi anch’essi, che vivono a L’Aquila e sono legati ad Anna da rapporti di amicizia. Tutti e tre vengono arrestati e portati in carcere. Per mettere in risalto tutti gli aspetti problematici, preoccupanti e profondamente politici di questo procedimento, è necessario farne breve riassunto. La vicenda processuale può essere sostanzialmente divisa in due parti, la fase cautelare e il dibattimento. Nella fase cautelare, la Procura e il Tribunale hanno affrontato questo procedimento senza minimamente considerare il contesto nel quale si sarebbero svolti i fatti e il diritto che doveva essere applicato, ovvero il diritto internazionale umanitario. I tre sono accusati di aver fatto parte delle Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, in Cisgiordania, che, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbero un’articolazione delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, un’organizzazione della resistenza palestinese che ha operato principalmente nel corso del 2023 nella città di Turkarem e che ha come obiettivo principale quello di resistere alle incursioni dell’esercito israeliano all’interno del della città di Tulkarem e in particolar modo nei due campi profughi della città. I tre dall’Italia avrebbero fornito attività di finanziamento, di propaganda, di supporto all’organizzazione di appartenenza. La fase cautelare termina con la scarcerazione di due dei tre imputati, cioè di Ali e Mansour, mentre Anan rimane in carcere. La Cassazione riscontra infatti una totale insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei due e sulla base di questi principi il Tribunale della Libertà libera Ali e Mansour. A processo, quindi, due dei tre imputati sono già liberi e la loro posizione dal punto di vista accusatorio è già messa fortemente in discussione. Essenzialmente, è l’intero teorema accusatorio a essere molto debole. Quello che succede ai tre imputati dopo la decisione del Tribunale della Libertà è emblematico riguardo al trattamento che lo Stato italiano riserva ai/alle cittadine/i palestinesi che lottano per la liberazione dall’occupazione israeliana. Nonostante sia un richiedente asilo, Mansour viene infatti prelevato direttamente dal carcere di Rossano e poi portato al CPR di Roma nell’espletamento di una procedura di espulsione che viene interrotta dal Tribunale Civile (di nuovo, un tribunale si pronuncia contro l’espulsione di cittadini palestinesi in Israele dato il rischio di trattamenti disumani e degradanti), ma successivamente la Commissione territoriale per il diritto d’asilo ha comunque deciso di rigettare la sua richiesta. Ad Annan e Ali, il permesso di soggiorno viene invece revocato (pende il ricorso contro questa decisione). Di fronte quindi a palestinesi che si attivano per l’autodeterminazione del proprio popolo, lo Stato utilizza tutto l’armamentario repressivo, non solo penale, ma anche amministrativo utilizzando la loro condizione di non cittadini di questo paese. Siamo quindi all’assurdo: palestinesi titolari di permesso, o di protezione, prima del 7 ottobre 2023, perdono il diritto di asilo nel mezzo di un genocidio … Inizia così il processo vero e proprio, in cui è centrale la discussione riguardo alla distinzione fra legittimità della lotta, anche armata, per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli dalla dominazione coloniale e terrorismo. Perché questa questione è il fulcro del processo? Il processo ruota attorno alla distinzione tra legittima lotta di autodeterminazione e terrorismo, perché la prima, anche armata, con alcune limitazioni è assolutamente legittima in base al diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito da diversi pronunciamenti di organismi internazionali. In particolare, esistono delle convenzioni internazionali, come ad esempio la Convenzione di New York, che stabiliscono come la definizione di terrorismo sia diversa a seconda che si operi in contesti di pace o di guerra. In questo secondo caso, l’attività di resistenza, in particolar modo nei confronti dell’esercito di uno Stato occupante viene considerata assolutamente legittima. L’unico limite è che le azioni di resistenza non debbano mai coinvolgere civili che non partecipano alle ostilità. Solo ed esclusivamente nel caso in cui le condotte contro lo Stato occupante mettano a rischio la vita dei civili non coinvolti nelle ostilità, possono essere considerate terrorismo. Questo concetto è stato ribadito anche dalla Corte di Cassazione in fase cautelare riaffermando il diritto e la legittimità della cosiddetta ribellione armata, con i limiti sopra citati. Il riconoscimento in un’aula di giustizia che si possa lottare, anche in armi, per la propria liberazione e autodeterminazione è, di per sé, già un risultato ottenuto dal procedimento. E’ un concetto che in un contesto di pacificazione avevamo dimenticato. Il punto centrale del procedimento sarebbe quindi dovuto essere stabilire se le azioni imputate ad Annan, Ali e Mansour fossero legittime o invece riconducibili alla categoria del terrorismo, tesi, quest’ultima, sostenuta dall’impianto accusatorio della Procura, anche in virtù dell’allargamento odierno del concetto di terrorismo. A tale scopo, sarebbe stato necessario sia ricostruire il contesto che considerare il diritto applicabile quello scenario di occupazione militare, ovvero il diritto internazionale umanitario. Ad esempio, descrivere la quotidianità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, come questa si esplica in tutte le forme, dalla demolizione delle case, alle punizioni collettive, alla detenzione amministrativa, all’esistenza delle colonie. Affrontare quindi questioni quali cosa sia il colonialismo di insediamento, come gli insediamenti vengono considerati nell’ambito del diritto internazionale (ad esempio il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024 che sancisce l’illegalità dell’occupazione della Cisogiordania, Gaza e Gerusalemme Est impartendo il ritiro israeliano e lo smantellamento delle colonie), qual è lo status dei coloni spesso in prima linea nelle aggressioni quotidiane ai villaggi palestinesi, soggetti armati e allo stesso tempo impuniti. Queste tematiche sono centrali visto che ad Anan, Ali e Mansour è contestata l’organizzazione di una non ben definita “azione” ad Avnei Hefetz, colonia in Cisgiordania, quindi illegale secondo il diritto internazionale. Prima di tutto, occorre sottolineare che la fantomatica azione non è mai stata circostanziata, cioè la Procura non è mai riuscita a sostenere che effettivamente qualcosa sia stato organizzato all’interno della colonia, al punto che il capo di imputazione è solo ed esclusivamente uno, la partecipazione all’associazione, mentre non viene contestato nessun reato-fine, cioè nessun attentato in cui viene indicato il luogo, l’orario, la data, le modalità di realizzazione … Non viene contestato proprio perché non è mai stata dimostrato che qualcosa sia realmente avvenuto, ma nonostante questo si viene processati per terrorismo. In secondo luogo, cos’è realmente Avnei Hefetz? E’ un obiettivo legittimo? Chi vi risiede? Civili? E le Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, cui sono accusati di parte i tre imputati, cosa sono? Grazie al materiale che è stato rinvenuto all’interno dei telefoni cellulari abbiamo capito che lo scopo di queste brigate era resistere alle incursioni dell’esercito israeliano in città, e che quindi le azioni compiute avevano sempre come obiettivi l’esercito israeliano. Nel corso del processo, abbiamo appreso come i membri noti delle Brigate siano stati tutti uccisi dall’IDF, e stiamo parlando di fatti precedenti il 7 ottobre 2023. Sono stati tutti uccisi con veri e propri attentati terroristici compiuti dall’esercito israeliano. Si parla di bombardamenti con droni per uccidere un solo appartenente alle brigate, oppure di vere e proprie esecuzioni eseguite nelle strade di Tulkarem. Il processo si è aperto con le immagini dell’esecuzione di alcuni militanti delle Brigate nella città di Tulkarem, uccisi dall’esercito israeliano in un agguato in cui soldati nascosti dentro una macchina con targa palestinese, hanno bloccato la macchina dei militanti e li hanno uccisi tutti a sangue freddo coinvolgendo anche dei civili, in particolar modo addirittura dei bambini, feriti. Il Tribunale ha però osteggiato la ricostruzione del contesto che come collegio avevate deciso di includere nella difesa degli imputati. Lo svolgimento del processo presenta infatti alcuni tratti preoccupanti, a partire dall’inammissibilità di 44 testimoni su 47 della difesa (fra cui Francesca Albanese). Quali altre violazioni dei principi del giusto processo avete riscontrato nel dibattimento? La strategia difensiva prevedeva chiaramente di riportare il contesto in cui si svolgono i fatti e avremmo voluto farlo attraverso la deposizione di testimoni assolutamente qualificati: esperti di diritto internazionale, persone che lavorano all’interno delle organizzazioni internazionali, persone che hanno vissuto sulla propria pelle, quella che è l’occupazione israeliana, professori universitari, eccetera. La Corte d’assise, alla prima udienza, ha ritenuto non ammissibili tutti i testi presentati dalla dalla difesa, privando il processo ma privandosi anche essa stessa di comprendere appieno qual era l’oggetto del dibattimento. Gli unici testi quindi ritenuti ammissibili sono quelli indicati dal pubblico ministero, sostanzialmente ed esclusivamente soggetti appartenenti alla Digos dell’Aquila che avevano svolto le indagini, che nel corso delle deposizioni hanno dimostrato enormi lacune storiche, giuridiche e amministrative (ammettendo anche di aver cercato di svolgere indagini utilizzando le cosiddette fonti aperte, ovvero non meglio precisati siti web!). L’altra grande questione sorta nelle nelle battute iniziali di questo processo riguardava la richiesta, da parte della procura dell’Aquila, di voler acquisire a dibattimento dei verbali di interrogatori di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Questo è stato uno dei momenti più gravi e problematici delle prime udienze, poiché appunto come difesa ci siamo battuti, vincendo, per far sì che questi verbali di interrogatorio non potessero essere acquisiti. Oltre al fatto che ci sono ragioni procedurali per cui non è possibile considerare quei verbali dei semplici documenti acquisibili al dibattimento, la prima questione è che sono dei verbali di dichiarazioni rese da prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, sentiti prima da dallo Shin Bet, poi dalla polizia israeliana, senza un difensore. Ma soprattutto c’è il comprovato elemento che i prigionieri palestinesi delle carceri israeliane vengono sistematicamente torturati, per cui pensare di poter ritenere valide tali dichiarazioni è assolutamente illegittimo. Un’altra stortura del dibattimento ha riguardato la discussione riguardo la natura, civile o militare, di Avni Hefez. La Corte ha infatti richiesto l’audizione dell’ambasciatore israeliano a Roma. Questa idea di poter di pensare di acquisire delle informazioni in questo processo attraverso l’audizione dell’ambasciatore dello Stato occupante è un altro fatto molto grave su cui la difesa si è opposta, poiché riteniamo che ovviamente non sia una parte oggettiva in questo processo. Inoltre, l’audizione dell’ambasciatore riconosce di fatto l’occupazione della Cisgiordania, violando quegli obblighi internazionali sanciti nel parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio del 2024. Tuttavia, questa eccezione veniva rigettata dalla Corte e quindi è stato sentito una funzionaria di collegamento dell’ambasciata israeliana a Parigi, che ovviamente si è limitata ad affermare che quello era un insediamento civile. Aver dato la possibilità a un rappresentante dello Stato israeliano di prendere parola in questo momento storico, con le accuse che tendono nei confronti di Israele, e poterlo ritenere un teste è un aspetto estremamente grave. Come controprova, alle difese viene concesso di audire il Professor Chiodelli, dell’Università di Torino, già inserito nella lista testi inizialmente rigettata con lo scopo di riferire sulla natura di Avni Hefez. La testimonianza del testd Chiodelli è stata dirompente all’interno del processo, sia per la professionalità che per le competenze. Inoltre, il fatto che lo stesso si fosse recato in Cisgiordania, lo rende il primo, e unico, testimone di questo processo che si era effettivamente recato nei luoghi. Il professore ha riferito di come all’entrata di questo insediamento vi sia una grandissima base base militare, assolutamente visibile sia dalle mappe di Google Maps che da altre fonti ONU e quindi obiettivo legittimo di eventuali azioni di resistenza contro l’occupazione. Inoltre, Chiodelli descriveva con precisione la vita dei palestinesi sotto occupazione, cosa fossero le colonie, come erano inserite all’interno del progetto di colonialismo di insediamento israeliano e chi fossero i coloni stessi. Ha reso una chiara relazione sui sistemi di sicurezza delle colonie, sul fatto che le colonie ovviamente siano posti iper sorvegliati dall’esercito israeliano con le armi. Nonostante tutti questi elementi e la mancanza di prove circostanziali riguardo la cosiddetta “azione” terroristica con obiettivo Avni Hefez, la richiesta di condanna è stata elevatissima, 12 anni per Anan, 9 per Ali e 7 per Mansour. Cosa ci dice l’andamento del processo riguardo alla complicità dell’Italia con lo Stato di Israele nella repressione del popolo palestinese e nei confronti delle garanzie processuali all’interno del nostro sistema giudiziario? Siamo di fronte all’israelizzazione del nostro sistema penale, vedi anche la vicenda di Hannoun? Fin dal primo momento si è cercato di mantenere alta l’attenzione su questo procedimento perché poteva rappresentare chiaramente un precedente molto grave, sin dall’inizio, nella decisione di accogliere la richiesta di estradizione nei confronti di Anan. Sappiamo infatti che le decisioni sull’estradizione sono politiche e accogliere la richiesta dello Stato di Israele, sarebbe stato già problematico in un altro momento storico, figuriamoci a gennaio del 2024 quando la Corte Internazionale di Giustizia aveva accolto la causa per genocidio intentata dal Sud Africa. Inoltre, l’altra grande problematica emersa era il fatto vi fosse una repressione della resistenza palestinese non solo in Palestina ma anche nei paesi europei dove risiede e vive la diaspora. Sempre dal primo momento è emerso chiaramente come questo fosse anche un procedimento utilizzato nel tentativo di reprimere qualsiasi tipo di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, movimento che poi abbiamo visto esplodere a settembre del 2025 dopo anni di faticoso lavoro. Repressione che stiamo vedendo soprattutto a seguito della fine della parte più partecipata della mobilitazione. Sono infatti tantissimi i procedimenti che stanno iniziando proprio adesso in quasi tutte le procure d’Italia. Dal punto di vista poi strettamente processuale come detto ci sono stati una serie di passaggi avvenuti all’interno del processo che appunto hanno segnato l’idea che Israele, cioè uno Stato accusato di compiere ora in diretta un genocidio, potesse essere ritenuta una fonte attendibile. Ma anche la stessa idea, poi respinta, di utilizzare delle informative dei servizi segreti israeliani, ovviamente in contatto con quelli italiani, in dibattimento. Infine la decisione della Corte d’Assise di poter ritenere coome testimone valido l’ambasciatore israeliano. Quindi tutte valutazioni che ritengono che soggetti rappresentanti le varie istituzioni israeliane, o informazioni che provengono dalle autorità israeliane, possano essere considerate valide all’interno delle aule di tribunale. E questo segna un tratto problematico e si lega alla vicenda di Hanoun, in cui probabilmente è stato fatto un pericolosissimo salto in avanti perché, come hanno denunciato gli avvocati difensori, quell’indagine si fonda sostanzialmente e principalmente su vere e proprie informative dei servizi o su materiale di intelligence proveniente da un contesto di conflitto armato in corso e quindi, nemmeno dall’autorità giudiziaria israeliana. Questo è di una gravità incredibile. La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Processo alla Resistenza Palestinese». Oggi la sentenza per Anan, Ali e Mansour. Intervista a Ludovica Formoso, parte del collegio difensivo proviene da DINAMOpress.
Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui la prima parte di una ricerca sulla filiera degli esplosivi. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) su cui viene effettuato solitamente la maggior parte del trasporto fino al porto più prossimo alla destinazione finale. Nelle recenti proteste contro la guerra, la supply chain globale delle munizioni e degli esplosivi è stata quella forse più efficacemente boicottata dal movimento, probabilmente per la semplice ragione che è resa più visibile dalle misure di sicurezza che il loro trasporto impone, qualsiasi ne sia la modalità. È per questo che l’osservatorio the Weapon Watch ritiene utile un’analisi approfondita del settore produttivo degli esplosivi, che sta a monte o che è integrata alla produzione e distribuzione delle munizioni da guerra, una filiera in forte tensione per l’aumento della domanda causato dalle guerre in corso e principalmente da quella in Ucraina.
Il caso di Invernizzi Presse Srl
Abbiamo ricevuto da Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, la segnalazione di questo articolo. Lo riprendiamo e lo segnaliamo a nostra volta, dal momento che insieme ai compagni antimilitaristi di Lecco anche Weapon Watch ha contribuito a far conoscere il caso dell’azienda Invernizzi Presse Srl, con stabilimento a Pescate e sede legale a Lecco. Si tratta di un’azienda a dimensione famigliare, ma ciò non toglie che sia anche uno dei più perniciosi esempi di proliferazione degli armamenti, dal momento che nessuna autorità governativa ha mai pensato di non concedere le licenze d’esportazione a un’azienda specializzata nella produzione di macchine per produrre munizioni leggere. Linee complete di questi macchinari sono state vendute anche recentemente a paesi extra UE come la Macedonia del Nord, il Qatar, l’Egitto, la Turchia, che non danno nessuna garanzia né tantomeno trasparenza circa le proprie esportazioni di munizioni; nonché a paesi UE come Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, che da anni sono tra i più impegnati a fornire le munizioni che alimentano il conflitto ucraino e che continuano a impedire anche la sola prospettiva di un cessate il fuoco temporaneo. In questa pagina, tratta dal sito web aziendale (aggiornato al 10.1.2026), sono elencate le tipologie di proiettili fabbricabili con le macchine prodotte da Invernizzi Presse. Bisogna inoltre sottolineare con forza il ruolo giocato dall’azienda lecchese nell’aver consentito a Israele di costruirsi un potente apparato industrial-militare globale per alimentare gli arsenali delle IDF, apparato che oggi include pienamente anche l’India, altro paese divenuto non casualmente tra i principali clienti di Invernizzi Presse. Tutto ciò mentre l’esercito israeliano commetteva una infinita lista di violazioni del diritto internazionale e delle convenzioni di guerra ai danni del popolo palestinese, violazioni che soltanto l’ipocrisia dei governi non osa definire come genocidio. Dal 1958, anno della fondazione dell’azienda per iniziativa di Mario Invernizzi e della moglie Laura Maggi, ad oggi la “conversione” alla produzione militare si è fatta sempre più intensa. Oggi alla guida vi è la seconda generazione della famiglia Invernizzi, i fratelli Luca (presidente e CEO) e Michele (socio paritetico e consigliere d’amministrazione), e si prepara la terza generazione (Jacopo). Nelle loro esternazioni social, gli esponenti vantano il profilo di produttore di munizioni, una scelta che ha premiato concretamente: nel 2018 l’azienda fatturava 6,85 milioni di euro, nel 2024 ha superato i 25 milioni di euro con 67 dipendenti, collezionando ogni anno autorizzazioni all’esportazione militare per parecchi milioni (3,7 nel 2023, 5,7 nel 2024). Che il direttore di Altreconomia sia stato vittima di una “querela temeraria” da parte di un’azienda che vanta il proprio profilo di fabbricante di munizioni, proprio per aver portato prove di quel profilo e delle relazioni commerciali con Israele, è il segno di quanto sia sgradito entrare sotto i riflettori dell’opinione pubblica a chi sta oggi profittando della svolta militarista/securitaria nelle relazioni internazionali, nell’economia e nell’informazione. Che un giudice abbia dato definitivamente ragione al giornalista è per noi elemento di riflessione, in una fase in cui il governo sta cercando di limitare l’indipendenza della magistratura e mentre si prepara su questo tema un referendum popolare.
ANNO NUOVO, GUERRE VECCHIE
STESSE NAVI DELLA MORTE, STESSO SILENZIO CONNIVENTE DELLE ISTITUZIONI Mentre il 30 dicembre l’Arabia Saudita ha ripreso i bombardamenti aerei in Yemen nel porto di Mukkala, continuano di mese in mese i transiti delle “navi della morte”, le famigerate Bahri della compagnia saudita rappresentata in Italia dall’agenzia marittima Delta del gruppo Gastaldi. A fine anno è stata la volta della BAHRI ABHA proveniente dagli USA e diretta come primo porto a Alessandria d’Egitto e poi giù verso gli altri porti delle aree di guerra civile in Medio Oriente. In coperta, i soliti container carichi di esplosivi in questo caso imbarcati nel porto di Wilmington in North Carolina, scalo che serve l’export USA degli armamanenti, che non conosce la “guerra dei dazi” perché rifornisce tutti i giorni nel mondo la guerra vera, quella sulla pelle delle popolazioni civili, con cui realizza profitti senza limiti. Intanto le istituzioni locali continuano a tacere, a cominciare dal Comune di Genova che di fronte ai microfoni, nelle settimane di manifestazioni della cittadinanza contro lo sterminio a Gaza, aveva dichiarato interesse almeno per l’apertura di un Osservatorio sui transiti e i commerci di armi nel porto. In compenso ferve l’attività dell’Agenzia delle Dogane che si fa bella sequestrando borse false griffate e noodles cinesi sofisticati, ma non risponde alle istanze di trasparenza e di accesso alle informazioni sui transiti di guerra opponendo un inesistente per legge “segreto”.Toccherà come al solito ai lavoratori del porto e alle associazioni civili contro le guerre e il riarmo dimostrare che nella città si conserva una coscienza pacifista degna della sua storia sociale e culturale, a dispetto dei cambi di giunta e di “colore” che niente di diverso hanno mostrato nei fatti.
11 gennaio 2026: Mestruo Riot
Mestruo Riot Quanto ne sai sulle mestruazioni? Di solito nada de nada, ed è normale, altrimenti che tabù sarebbe!! Domenica 11 Gennaio allo spazio sociale occupato 100celle Aperte ci prenderemo una tisanella affrontando proprio questo grande tema. Romperemo tabù, idee e preconcetti sulle mestruazioni e vedremo come sia un tema centrale per decolonizzare il nostro corpo. Lo spazio sarà separato, dedicato a donne e persone queer. Puoi portare snakkini vegani da condividere. Ci vediamo alle 17:00!
Tante bolle finanziarie per la prossima crisi
di Marco Bersani, Attac Italia e Cadtm Italia* *articolo pubblicato su il manifesto del 13 dicembre 2025 per la Rubrica Nuova finanza pubblica “La finanza è l’arte di far passare i soldi di mano in mano finché non spariscono” disse Continua a leggere L'articolo Tante bolle finanziarie per la prossima crisi proviene da ATTAC Italia.