COMUNICATO STAMPA
SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI
Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di
approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui
controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è
regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990
ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori,
vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata
alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per
spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi.
Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di
conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di
spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle
autorizzazioni.
Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da
quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui
esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti
italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i
porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe
contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo
assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene
logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra
di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della
Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in
violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito
per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più.
Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della
Guardia di Finanza.
Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000
munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri
& Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un
traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico
era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le
autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo
i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di
munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.
Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio
televisivo.
Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50
tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di
circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile,
700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di
Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti.
Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati
sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del
sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla
campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna
Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte
di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels
& Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una
fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso
dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al
Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato
l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a
Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di
essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod.
Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di
coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra
generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel
sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa.
Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua
violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che
comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi
e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato
attraverso i porti e gli aeroporti italiani.
Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti
perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano
sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni
sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così
delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi,
rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai
rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in
sanguinosi e disumani conflitti armati.
Per contatti e informazioni:
* Gianni Alioti, 348 9026909
* Carlo Tombola, 349 6751366
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20 marzo 2026: Luoghi di confine
Venerdì 20 marzo ci vediamo allo spazietto per parlare di confini e del modo in
cui vengono riprodotti lontano dalle frontiere fisiche fra gli stati, nelle
città, sulle montagne, in campagna e nei nostri spazi di vita, ma anche per
parlare delle lotte di chi i confini e gli apparati repressivi che li sostengono
li trasgredisce e li combatte.
Alle 18:30 presentazione del libro “Luoghi di Confine. Violenze e resistenze del
territorio italiano”, insieme a tre dellx autorx.
A seguire aperitivino con cose da bere buonissime e genuine e
“forse-qualcosina-da-mangiare-ma-in-caso-niente-di-che”.
!!!Viecce!!!
«La nuova definizione di antisemitismo erode la qualità della nostra democrazia»
VALENTINA PINSATY, DOCENTE DI SEMIOTICA ALL’UNIVERSITÀ DI BERGAMO SPIEGA LA
TORSIONE DEL CONCETTO CLASSICO DI ANTISEMITISMO PROMOSSO DALLA DESTRA ISRAELIANA
Ricard González su El Salto
Sulla scia delle proteste per il genocidio a Gaza, in diversi paesi occidentali
sono stati vietati eventi, licenziati professori e persino deportati o arrestati
attivisti filopalestinesi. Spesso tutto ciò è stato fatto con l’accusa di
«antisemitismo». Valentina Pinsaty, docente di Semiotica all’Università di
Bergamo, in Italia, ha recentemente pubblicato un libro, intitolato Antisemita:
Una Parola in Ostaggio (Bompiani 2025), in cui offre un’analisi dettagliata
della trasformazione del concetto classico di antisemitismo promosso dai
successivi governi di destra israeliani per utilizzarlo politicamente contro i
propri critici.
Come si è evoluto il significato della parola “antisemita”?
Si tratta di un concetto abbastanza recente, apparso intorno al 1870, che si è
stratificato con il suo uso. Inizialmente si riferiva alla Lega antisemita
tedesca, un’organizzazione che si autodefiniva “antisemita” e che era contraria
all’emancipazione degli ebrei. Nei decenni successivi, il termine si è esteso
fino a includere altre manifestazioni di ostilità antiebraica, soprattutto in
Russia con i pogrom. Alla fine, si consolida raccogliendo una serie di
stereotipi che si trovano nei Protocolli dei Savi di Sion; vale a dire, l’ebreo
cospiratore, falso, avido dal punto di vista economico, ecc. Dopo la seconda
guerra mondiale, assume un significato così negativo che nessuno si è più
definito “antisemita”. Fino a questo punto, l’evoluzione del termine è stata
normale, cristallizzandosi nei dizionari in una definizione formale attraverso
una convenzione sociale. Poi, le cose cambiano.
Valentina Pinsaty
Quando appare quella che viene chiamata la “nuova definizione di antisemitismo”
e a partire da quale meccanismo?
Nel primo decennio del 2000, il governo di destra israeliano del Likud, con il
sostegno di varie entità, soprattutto statunitensi, impegnate nella lotta contro
l’antisemitismo e allineate con la sua agenda politica, come l’Anti-defamation
League, intuiscono il potenziale strategico di questa parola. Data la sua carica
negativa, capiscono che chiunque venga accusato di antisemitismo viene escluso
dal consenso civile, perde la capacità di essere ascoltato in una società
democratica. Con gli antisemiti, come con i razzisti, non si discute. Quindi,
vogliono passare a utilizzare questa parola non più per delegittimare gli
antisemiti, ma tutti coloro che si oppongono in modo molto aperto e viscerale
alle politiche israeliane. E quello che fanno è promuovere un cambiamento
dall’alto, e non in modo spontaneo, della definizione ufficiale del concetto di
antisemitismo.
E qual è questa nuova definizione?
Fondamentalmente, assimilano il concetto di antisemitismo a quello di
antisionismo, e vincolano inoltre il sionismo all’azione del governo di
Netanyahu, che già è al potere da anni. Così chiunque esprima apertamente il
proprio dissenso nei confronti delle sue decisioni politiche viene accusato di
antisemitismo. Questo cambiamento semantico ha attraversato diverse fasi.
Cambiare il significato di un concetto non deve essere facile. Qual è stato il
processo?
Inizialmente, non era stato concepito come uno strumento giuridico o politico,
ma scientifico, destinato alle istituzioni che dovevano monitorare e raccogliere
dati sulla trasformazione della retorica antisemita nel XXI secolo. Ed era
comprensibile, perché poteva succedere che qualcuno, partendo da una critica a
Israele, riproponesse i vecchi stereotipi antisemiti, ricorrendo alla
cospirazione ebraica, ecc.
Infatti, in un primo momento, la definizione raccoglieva diversi esempi di
azioni che “avrebbero potuto costituire espressioni di antisemitismo”. Tra
queste, esigere da Israele uno standard diverso da quello degli altri paesi.
Dopo un’intensa campagna da parte delle entità sopra menzionate, nel 2016 la
nuova definizione è stata ufficialmente approvata in un congresso dell’IHRA
(Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto), eliminando la
formulazione che utilizzava il condizionale per passare al modo indicativo: sono
espressioni di antisemitismo.
Quindi, la nuova definizione specifica comportamenti concreti?
La nuova definizione contiene una definizione generale e poi un elenco di undici
azioni che sono espressioni di antisemitismo. Di queste, sette si riferiscono ai
discorsi sullo Stato di Israele e almeno quattro sono molto problematiche. Si
tratta di quattro discorsi che sono abituali nella critica dura a Israele, ma
che non hanno una matrice antisemita.
E poi questa definizione assume un valore giuridico…
Esatto, la maggior parte dei governi occidentali ha aderito a questa
definizione, che è stata incorporata nelle leggi, nei regolamenti interni dei
partiti politici, delle università, ecc. In definitiva, viene utilizzata per
delegittimare e persino licenziare dal lavoro persone ingiustamente accusate di
antisemitismo. Ad esempio, sulla base di questa definizione, Jeremy Corbyn è
stato destituito dalla carica di leader del Partito Laburista britannico, o sono
state vietate iniziative culturali in Germania. E questo non è avvenuto
attraverso una sorta di cospirazione, ma è stato fatto alla luce del sole. È
possibile tracciare passo dopo passo la strategia che ha portato a questa
situazione.
Ritiene che questa nuova definizione metta in pericolo la democrazia e le
libertà fondamentali?
Contribuisce a ridurre il perimetro del dibattito pubblico e quindi ostacola la
libera espressione delle idee politiche su una questione controversa come le
azioni di Israele a Gaza. Il dibattito è stato manipolato perché la parte
filopalestinese non ha la possibilità di esprimere le proprie posizioni senza
essere criminalizzata.
Tra gli attori che hanno contribuito a promuovere questa nuova definizione c’è
l’estrema destra occidentale. Perché agisce in questo modo?
Perché c’è stato uno scambio di favori tra l’estrema destra occidentale e il
governo Netanyahu. Da un lato, Israele chiede a questi partiti un sostegno
incondizionato alle sue politiche in Palestina; in cambio, i partiti ultras
ricevono la patente di immunità da qualunque accusa di antisemitismo o razzismo.
Questo patto è solito includere una visita in Israele, in qualche luogo o museo
dedicato all’Olocausto accompagnato dai leader israeliani. A parte questo, è
vero che la piattaforma ideologica del governo Netanyahu coincide con quella di
questi partiti di estrema destra. Israele rappresenta il sogno di questi
partiti. Ciò che non si capisce è perché i partiti di altre ideologie abbiano
aderito a questa nuova definizione e a tutto ciò che essa comporta, poiché erode
la qualità della nostra democrazia.
Alcuni amici di Israele in Occidente dicono che ora l’antisemitismo è un
fenomeno soprattutto di sinistra. È vero?
No, mi sembra ridicolo. Il problema è che collegando le entità citate e
mescolando l’antisemitismo con l’antisionismo nei loro rapporti, ci impediscono
di avere un quadro chiaro dell’antisemitismo reale. Ed è un peccato, perché
credo che attualmente ci sia un aumento dell’antisemitismo. In ogni caso, tutto
indica che le manifestazioni di antisemitismo classico provengono soprattutto da
persone di destra. Un chiaro esempio è il “mito Soros”, ovvero le accuse di
cospirazione intorno alla figura di George Soros. È possibile che, soprattutto
sui social network, persone di sinistra facciano commenti critici nei confronti
di Israele in cui assimilano il termine “ebreo” a quello di “israeliano”. E
questo è problematico, ma è il risultato dell’assimilazione delle definizioni di
antisemitismo – che è una forma di razzismo – e antisionismo – che è una
posizione politica.
Ritiene che la battaglia per la definizione dell’antisemitismo sia perduta?
No, è una battaglia aperta. Al di là delle posizioni dei governi europei, per
non parlare degli Stati Uniti, a livello di base molte persone non sono affatto
d’accordo. Anche nelle stesse comunità ebraiche molte persone sono contrarie
alla posizione adottata dalle istituzioni ebraiche ufficiali, che sostengono il
cambiamento della definizione.
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15 marzo 2026: Mestruo Riot – 3° incontro
MESTRUO RIOT: TERZO INCONTRO
Domenica 15 marzo ore 17:00
Dolori mestruali ed altri disequilibri della ciclicità sono diffusissimi, eppure
non se ne parla.
Il silenzio intorno a questo argomento va interrotto ora, aprendo uno spazio
prima di tutto alla condivisione, comprensione e approfondimento rispetto a
questi temi.
Vedremo questo e molto altro domenica 15 marzo presso lo spazio sociale occupato
100celle Aperte.
Lo spazio sarà separato e dedicato a donne, persone trans, non binarie e queer.
Ricordiamo che l’ingresso allo spazio è come sempre libero e potrai lasciare, se
vorrai, una sottoscrizione per sostenere il progetto.
Puoi portare snakkini vegani da condividere.
PretenDiamo legalità: concorso della Polizia di Stato per le scuole. Riflessioni su obbedienza/punizione VS educazione
Se non esistesse il nostro Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole
e delle università, non potrebbe fare notizia la nona edizione dell’iniziativa
che, in «considerazione del positivo riscontro delle passate edizioni», il
Dipartimento di Pubblica Sicurezza, in collaborazione con il Ministero
dell’Istruzione, sta avviando sull’intero territorio nazionale.
Apprendiamo che questo progetto – PretenDiamo legalità – ha nove anni di vita,
che si tratta di un ciclo di incontri per «agli alunni delle scuole primarie,
secondarie di primo e di secondo grado» con in cattedra la Polizia di Stato.
Così recita la nota della Questura, in questo caso di Bergamo, inviata
all’Ufficio Scolastico Regionale (USR) (clicca qui per il concorso).
In totale sprezzo della autonomia delle scuole, se ancora vogliamo confidare
nella legge che la regola e nella funzione degli Organi Collegiali nel definire
il Piano dell’Offerta Formativa (PTOF), le articolazioni del progetto sono
decise dalle questure per fasce di età e ordini scolastici «di concerto con il
Ministero dell’Istruzione». Le scuole saranno individuate su un elenco fornito
dall’USR: di aderenti volontari? Di dirigenti già considerati fidati, confidenti
nella bontà dei percorsi? Del resto, i selezionatori-questurini avranno a che
fare con dei referenti della scuola indicati da non si capisce chi.
La legislazione scolastica non rientra nella cultura della legalità. Partiamo
dal titolo, crasi assai suggestiva di pretendere e dare. La pretesa è
prepotente, è potenza in atto prima di ogni riflessione in merito; il dare è
donativo, paternalistico, pastorale. I contenuti previsti nel progetto sono un
misto fra addestramento a individuare le minacce che ci circondano in strada,
ovunque, e buonismo parrocchiale. Nella primaria, tenendo conto della sua
elementarità basica, senza pretese, figura il parlar bene, le competenze soft
utili allo stare in gruppo. Ma, in questo caso, quello a cui da sempre bada una
brava Maestra, nella nota si chiama “Hate Speek“. In che consista il giocare –
soprattutto oggi che le creature sono affascinate dai dispositivi – lo insegnano
i poliziotti.
Nella secondaria, la ex media e le superiori, il gioco si fa duro: qui si tratta
di contrastare il cyberbullismo, magari dopo aver fatto vedere come si traccia
vita natural durante un sospettato, come si raccoglie una testimonianza di
molestie presentata da una ragazza, come si procede a un interrogatorio
(bullismo da questura?). Ma forse siamo troppo poco indulgenti con le buone
intenzioni dei percorsi proposti, sarà perché a furia di sentire e leggere di
parità, di inclusione, di accesso ai diritti per il cittadino (escluso il
migrante, ovviamente, dalla categoria), avvertiamo l’abuso semantico e politico
in cui sono precipitati questi concetti.
Richiamare i Principi della Carta Costituzionale, da vivere ogni giorno come
recita il testo, dà molto da pensare in un Paese dove vigono norme di sicurezza
durissime e si ascoltano continui echi di guerra, nel drammatico disprezzo per
le madri e i padri che li scrissero, dopo la devastazione sociale prodotta dal
Ventennio e a ridosso di una carneficina che ha prodotto nel mondo circa 85
milioni di morti.
Per ben concludere, la nota ricorda il concorsone finale, ormai il paese è tutto
un festival, vinti e vincitori, qualcuno merita di più, qualcuno è in fondo
lista. A ben pensarci è sempre una questione di confini, di occupazione di
territori, di abilitarsi come leader. Al di là della metafora incalza la vita
vera, a questi valori orientata.
Spendiamo qualche riflessione veloce su un tema che meriterebbe lo studio di
interi trattati. La legalità rappresenta la corrispondenza fra un comportamento
di qualsiasi tipo (verbale, fisico, singolare, collettivo) e una fonte di norme,
e la legge. La legge nella sua anomia, erga omnes, nell’apparente equità,
nell’indifferenza per la soggettività di coloro che esibiscono un comportamento,
prevede obbedienza al suo mandato e punizione per il mancato rispetto.
La legge segue una complessa via gerarchica di elaborazione. Nei Paesi che si
definiscono democratici si incardina in complessi ordinamenti di cui le carte
costituzionali sono la fonte primaria, segue protocolli di presentazione,
discussione, approvazione, piuttosto complessi. Proprio per la macchinosità
della sua vigenza e per l’impatto politico che produce, la legalità non sempre
si conforma alla legittimità.
Legale e legittimo nel nostro ordinamento giuridico non sono sinonimi. La
legittimità, potremmo dire un po’ grossolanamente, è discussa, discutibile,
oggetto di diatribe che portano in giudizio anche la legge dettata. Ma, né in
questo né in altri progetti analoghi, si mette in campo un discorso che evidenzi
queste delicate problematiche. Il Verbo è chiaro, non ammette chiaroscuri,
ombre: da un lato chi conosce e amministra le procedure legali, dall’altro chi
deve conformarsi, adattarsi. Naturalizzazione del comando, potremmo dire.
Oggi il nostro Osservatorio riceve decine di segnalazioni quotidiane, spesso
viene citato dai media, e questo forse dimostra che si è alzata la sensibilità
della società civile, del corpo docente, degli studenti su questa invasione di
divise nelle nostre scuole. Una presenza insinuante che contagia, che vampirizza
saperi e conoscenze, facendo della legalità un meta-valore morale, categorico,
ineludibile per il buon cittadino di oggi e di domani. Forse, se per alcuni
anni, mentre maturava il clima giusto per ben nove tornate di incontri di questo
tipo, ci siamo distratti, oggi dobbiamo stare sul pezzo, allertati, soprattutto
come educatori, come adulti responsabili.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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In nome della legge. Giù le armi, Leonardo
di Marco Bersani, Attac Italia e Cadtm Italia*
*articolo pubblicato su il manifesto del 7.03.2026 per la Rubrica Nuova finanza
pubblica
Mentre la guerra, con l’unilaterale attacco all’Iran da parte di Israele e Usa
in totale violazione del diritto internazionale, Continua a leggere
L'articolo In nome della legge. Giù le armi, Leonardo proviene da ATTAC Italia.
7 marzo 2026: Il cuore pulsante della rivoluzione
Il cuore pulsante della Rivoluzione!
Sabato 7 Marzo dalle 18:30 proseguiremo l’approfondimento sul Confederalismo
democratico mondiale delle donne curde, verso e oltre un 8 marzo di lotta.
A seguire
cena vegan benefit a sostegno del centro culturale Ararat
proiezione del documentario: “Legerin: in search of Alina” di M.L. Vasquez
(1h22m I Argentina / Rojava 2024 I Sottotitoli in italiano)
Un film che ripercorre la vita della dottoressa e internazionalista argentina
Alina Sánchez (Lêgerîn), che viaggiò dalla Patagonia a Cuba, in Europa e infine
nel Rojava, dove entrò a far parte del Movimento di liberazione delle donne
curde.
Domenica #8marzo saremo in corteo alle ore 17 da piazza Ugo La Malfa (Circo
Massimo), arrivo a Piazza Vittorio.
Lunedì 9 marzo adderiamo allo #scioperotransfemminista – appuntamento a Piazzale
Ostiense ore 9:30
CARTELLA STAMPA 8-9 marzo 2026
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!
COMUNICATO STAMPA SCARICABILE
8MARZO2026 APPELLODownload
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8M-9M 2026: TUTTI GLI APPUNTAMENTI (IN AGGIORNAMENTO)
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TROVA LA MANIFESTAZIONE PIÙ VICINA A TE PER SCIOPERARE INSIEME A TUTTꞫ NOI L’8
MARZO
SIAMO MAREA
Festival di Sanremo: il ruolo della Polizia nella Cyber Sicurezza
La sicurezza passa anche dalla rete e il Festival di Sanremo non poteva essere
che l’ennesima occasione propizia per rilanciare il ruolo della divisione
informatica della Polizia di Stato: clicca qui per la notizia.
Del resto, le minacce cyber sono al centro delle attenzioni governative, come si
evince anche da numerose uscite del Ministero e l’occasione della 76ª edizione
del Festival di Sanremo era assai appetibile. Le guerre ibride sono al centro
del non papello redatto dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, come si evince
chiaramente da un passaggio eloquente nel testo reperibile sul sito del
Ministero della difesa: Minacce cibernetiche, attività di spionaggio e campagne
di disinformazione sono tra le principali modalità con cui questi attori cercano
di destabilizzare il nostro Paese.
Gli strumenti utilizzati nelle campagne ibride sono in continua evoluzione e
vengono adattati al contesto specifico. Tra i più comuni, in Italia si possono
individuare:
attacchi informatici diretti contro istituzioni governative, aziende private e
infrastrutture critiche, che possono compromettere dati sensibili, interrompere
servizi essenziali e causare danni economici;
campagne di disinformazione mediante la diffusione di notizie false e
propaganda attraverso i social media o altri canali online, finalizzate a
manipolare l’opinione pubblica, alimentare tensioni sociali e influenzare i
processi elettorali;
utilizzo di leve economiche – come sanzioni commerciali mirate o investimenti
strategici – impiegate per esercitare pressione politica e influenzare le
decisioni del governo italiano;
sabotaggi contro infrastrutture critiche (reti elettriche, sistemi di
comunicazione, trasporti), capaci di provocare disagi significativi e generare
panico tra la popolazione.
Fin qui nulla di nuovo se non fosse per la collaborazione tra specialisti della
Polizia Postale e operatori Rai per altro in occasione di un Festival Musicale.
Forse si pensa di far intervenire anche i servizi segreti per tutelare il voto
degli spettatori onde evitare che dalla Russia o dalla Cina si decida il
prossimo vincitore di Sanremo?
L’ironia non è casuale, siamo davanti alla ennesima operazione di facciata che
tuttavia occulta anche la sostanza del problema ossia il progetto di far
apparire la presenza della Polizia Postale come atta a salvaguardare la società
stessa e i cittadini. E al contempo ricordiamo la notizia, di alcuni anni or
sono, dei droni di produzione israeliana che si erano levati in volo per
impedire a droni pirata delle riprese non autorizzate.
Il messaggio è chiaro: senza le forze dell’ordine non ci sarebbe il supporto
della manifestazione e dei profili social utilizzati nel corso dell’evento.
Poi si aggiunge di tutto e di più, dalle campagne contro le truffe on line in
compagnia di qualche banca e dei loro contributi.
Siete certi allora che si tratti solo di canzonette?
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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