Sugli scioperi dei portuali a sostegno alla Sumud FlotillaUna terza intervista di Effimera sulla situazione genovese e sugli scioperi dei
portuali a sostegno alla Sumud Flotilla. Parla Riccardo Degl’Innocenti,
genovese, esperto di porti, attivista di The Weapon Watch, Osservatorio sulle
armi nei porti europei (www.weaponwatch.net), da sempre al fianco del CALP di
Genova.
L’intervista è a cura di Lidia Demontis e Roberto Faure.
1. La vostra mobilitazione è stata un successo, anche mediatico. Come pensate di
allargare la protesta? Esiste un collegamento con gli altri porti italiani?
Le cronache mediatiche, il tam tam sui social, la presenza nei cortei, le
testimonianze all’Assemblea pubblica di Genova del 26 e 27 settembre scorsi,
hanno mostrato che esiste nei principali porti italiani una rete di collettivi
autonomi e di rappresentanze, sia del sindacalismo di base che di quello
“istituzionale”, attiva con lo scopo precipuo di impedire il transito
internazionale illegale ai sensi della legge 185/1990 di carichi di armi. Le
parole d’ordine, più che ideologiche contro il carattere imperialistico delle
guerre, diretto o indiretto, e l’organicità del sistema economico capitalistico
con gli apparati militare-industriali, ricalcano la disobbedienza civile,
l’obiezione di coscienza, la conservazione di sentimenti umani, l’irriducibilità
a essere produttori di strumenti di morte e complici di crimini contro
l’umanità. Sono improntate a modelli di tradizione non violenta e di resistenza
passiva, ma rilanciano forme di “azione diretta” collettiva proprie
dell’operaismo, senza forme esplicite di violenza, semmai figurate in modi che
trasmettano la determinazione dei manifestanti a sostenere fino alla fine,
“senza paura”, gli obiettivi della lotta intesa e vissuta come causa giusta e
sacrosanta. Una convinzione sincera, che si trasmette empaticamente e appare
tradursi favorevolmente in consenso e allargamento della partecipazione.
2. Per sanzionare Israele è possibile ipotizzare un più ampio blocco o almeno
parziale boicottaggio delle merci provenienti da o dirette verso Israele? Magari
coinvolgendo il trasporto aereo?
Si è lungi dal boicottare l’economia e la forza bellica di Israele solo con
l’azione dal basso dei portuali, ma c’è la consapevolezza che i porti sono gli
snodi principali dei suoi commerci. Ciò permette anche a singole iniziative
locali di incidere sulle catene di rifornimento di Israele, in maniera
significativa, perché i portuali – diversamente dal militante pacifista che
manifesta simbolicamente fuori dei cancelli della fabbrica o del porto –
intervengono concretamente a bloccare o quantomeno a rallentare i flussi di
merce, nuocendo altresì alla efficienza di maglie più estese della rete
logistica coinvolta (provocando ritardi alle navi e alle altre merci trasportate
o l’indisponibilità delle banchine ecc). Anche se il porto coincide con un solo
tratto delle Supply Chain globali, esso resta il nodo più critico per i volumi
che vi transitano (incomparabili per maggiore grandezza rispetto agli
aeroporti), per la “rottura di carico” ossia il passaggio fisico dei container
dal vettore terrestre a quello marino, con il relativo e cruciale avvicendamento
tra le relative figure professionali e “politiche” che operano nelle rispettive
movimentazioni. Il mondo della logistica in generale è particolarmente sensibile
alle variazioni di programmazione dei flussi e quindi incline a evitare ogni
imprevisto, e ciò talora finisce, se non per agevolare la contestazione dei
portuali, almeno per contenerne i danni organizzativi e economici. Ovviamente,
l’iniziativa dei portuali può essere spontanea e improvvisata solo all’inizio,
poi necessita di una sufficiente forza collettiva e consenso sociale, e
soprattutto di una “copertura” sindacale per potersi muovere, anche se solo
sulla linea di confine degli strumenti di lotta consentiti dalle leggi e dai
contratti di lavoro. Non dimentichiamo i decreti Salvini e la natura giuridica
di porti, aeroporti e stazioni oggetto, di speciali norme a protezione della
loro sicurezza, economica e sociale in realtà, più che strategica “di Stato”.
Lo sciopero generale del 22 settembre 2025, a Genova.
3. Si coglie nell’aria una convinta richiesta popolare di lotta unitaria per far
cessare il fuoco (e la strage) a Gaza, superando le differenze e puntando a
rompere il fronte di chi vuole la guerra. Che cosa pensate si possa fare?
La richiesta autentica e estesamente popolare ha rimescolato le carte anche tra
i partiti e i sindacati. Il fatto che a Genova l’azione sia partita da un
collettivo operaio autonomo (CALP) e successivamente dal collegato sindacato di
base (USB) ha un po’ spiazzato le OO.SS. “istituzionali”, a cominciare dalla
CGIL. Più nei tempi, perché nel merito i contenuti delle rispettive iniziative e
parole d’ordine in questa circostanza e forse per la prima volta convergono e
paiono sostanzialmente coincidere. La primazia va al CALP se non altro perché
il movimento contro le armi nei porti ha avuto la riedizione contemporanea (dopo
le esperienze degli anni 70 riferite soprattutto a Vietnam e Cile) grazie alle
azioni del CALP dal 2019 contro le navi “della morte”, le saudite Bahri dirette
verso i teatri di guerra del Medio-Oriente e in specie dello Yemen. Già allora
ci fu una partecipazione “popolare” larga, di componenti molto diverse
dell’attivismo politico e civile, dalla estrema sinistra al mondo cattolico.
Anche allora la CGIL arrivò un po’ dopo, ma fu comunque decisiva per il successo
grazie alla sua forza di rappresentanza. Così come lo fu la “benedizione” di
Papa Francesco che riconobbe pubblicamente nei lavoratori portuali il tratto
della parresìa, nel praticare la lotta in prima persona e nella fermezza dei
valori con cui la sostenevano mettendo a rischio la propria libertà, e ne fece
il confronto con l’ “ipocrisia armamentista” delle istituzioni politiche e del
mondo economico, pacifisti solo a parole.
Il precipitare della crisi di Gaza con il genocidio in corso ha riacceso la
brace che covava e di tanto in tanto aveva fiammeggiato in questi anni con le
iniziative del CALP. Questi, nel frattempo, è confluito sindacalmente in USB
abbandonando la CGIL, a causa tra l’altro della tiepida posizione di
quest’ultima sui decreti Salvini. La decisione con l’associazione genovese Music
for Peace di contribuire e partecipare con un proprio leader, Jose Nivoi, alla
spedizione della Flotilla, è sì apparsa meramente umanitaria, ma anche di
altissimo valore politico per il coraggio e la chiarezza del messaggio
trasmesso. Essa ha acceso un incendio indistinguibile di emozioni e di coscienze
che è andato oltre le etichette, per lo più ignote alla maggioranza dei 40mila
manifestanti del grande corteo che ha salutato la partenza della Flotilla.
Salvo l’etichetta del CALP, i cui membri, grazie ai loro comportamenti di lotta
a viso aperto in porto, hanno reincarnato il mito che si era un po’ spento dei
camalli duri, franchi e liberi. Grazie anche al loro costante presidio e azione
antifascista militante, nella città medaglia d’oro della resistenza come i loro
nonni e del 30 giugno 1960 come i loro padri. E grazie, in queste ultime
settimane, alla antiretorica asciutta e decisa di uno dei loro leader, Riccardo
Rudino, colui che ha invitato i portuali di tutta Europa a “bloccare tutto” se
la Flotilla sarà colpita. Con la avvedutezza, però, di una puntuale
declinazione: distinguere come e dove colpire gli interessi militari e economici
israeliani, oggi parimenti criminali, perché invece i commerci pacifici sono la
vita dei porti e il pane dei suoi lavoratori.
4. In particolare con quali soggetti politici e con quali comunità possiamo
sperare di costruire una rete capace di far sentire a Israele la nostra
indignazione?
I portuali per continuare a reggere il peso e i rischi del loro impegno hanno
bisogno non solo della vitale partecipazione popolare, ma anche dell’alleanza
con i lavoratori delle altre categorie che operano nella filiera del trasporto
marittimo e più in generale nell’ambito del cosiddetto “cluster portuale”.
Abbiamo documentato spesso come Associazione The WEAPON Watch la molteplicità di
interessi economici e di lavoratori che concorrono al viaggio internazionale
delle merci militari e al loro transito nei porti. Per fare un esempio, il porto
di Genova movimenta annualmente circa 30-35mila teu (unità di misura dei
container) nei confronti dei porti israeliani di Ashdod e Haifa. A trasportarli
sono principalmente le navi della compagnia di navigazione Borchard Lines,
rappresentata dall’agenzia Cosulich, ZIM e MSC. Esse fanno un centinaio di scali
all’anno a Genova, operate dal terminal Spinelli-Hapag Lloyd e dal terminal MSC.
I lavoratori dei tre terminal, insieme ai soci della CULMV, movimentano
nell’anno circa 600mila teu in totale, per cui il traffico con Israele
corrisponde al 5% del loro operato e all’1,5 dell’operato in teu dell’intero
porto. Insomma, una frazione marginale ma comunque significativa della domanda
di occupazione dello scalo genovese. Perché poi ci sono a contribuire alle
operazioni della nave e delle merci gli ormeggiatori, i rimorchiatori, gli
spedizionieri e gli impiegati pubblici dell’autorità portuale, delle dogane, e
tante altre categorie minori, pubbliche e private, con i rispettivi lavoratori.
È evidente che occorre che anche da parte di costoro debba nascere una
solidarietà sindacale e un attivismo sociale per affiancare i portuali e dare
maggiore estensione e equilibrio di forze all’impegno sindacale, e possibilità
di durata e di successo al movimento. L’obiettivo di un porto sostenibile da un
punto di vista etico potrebbe essere l’obiettivo comune su cui costruire
l’alleanza definendo i criteri di accessibilità e di trasparenza del transito
delle merci militari nel porto, liberando perciò i lavoratori dalla necessità di
dovere essere loro stessi a salvaguardare la loro coscienza, oltre alla loro
salute e incolumità nel caso di materiali bellici esplosivi come spesso accade.
5. E di Flotilla che dici?
Che sono preoccupatissimo, che tuttavia a mio modesto avviso occorre andare fino
in fondo. L’arcivescovo di Genova Tasca ha dichiarato pochi giorni fa,
distinguendosi dal Presidente Mattarella e dal suo stesso cardinale Zuppi
favorevoli alla mediazione: «Andiamo avanti. Perché è importante dare un segno.
In un momento così grave, in cui vediamo che stanno compiendo il male del mondo
su gente inerme, su donne e bambini, la simbologia è importante. E noi dobbiamo
dare dei segnali. La missione della Flotilla ha proprio il merito di aver reso
evidente la follia di quello che sta accadendo a Gaza». In questa missione c’è
tanto di Genova e dei suoi portuali di questi anni. Vento in poppa, compagni.