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NEANCHE UN CHIODO, NEANCHE UNA VALVOLA
La preziosa ricerca pubblicata poche settimane or sono col titolo Made in Italy per l’industria del genocidio ha acceso i riflettori su aspetti meno noti della complicità occidentale nella tragedia senza fine del popolo palestinese. Quella ricerca ha reso evidente che la complicità non si limita alla sfera militare. È complicità gravissima quella di armare le forze armate di un paese che non aderisce a nessun trattato, che non rispetta il diritto internazionale, che disconosce l’autorità delle Nazioni Unite, che ha due tra i suoi massimi responsabili politici (Netanyahu e Gallant) colpiti da mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale perché accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma per continuare ad agire come un “paese canaglia” Israele ha anche necessità di ricevere dai suoi alleati americani ed europei molto di più delle sole armi e munizioni, ha bisogno di ricambi, di indumenti, di generi alimentari, che un paese di minuscola taglia (per superficie inferiore all’Emilia-Romagna, per popolazione pari a quella della Lombardia) e così fortemente militarizzato non può fabbricarsi da sé. Di qui la necessità vitale per Israele di mantenere una estesa ed efficiente rete logistica che garantisca il fabbisogno di materie prime e prodotti finiti, e di rimanere pienamente integrato nei meccanismi della circolazione commerciale e finanziaria internazionale. Per capire quanto è profondo il coinvolgimento nella violenza genocidaria di Israele, prendiamo il caso di una singola fornitura dall’Italia a Israele, scelto tra quelli apparentemente più lontani dalle filiere esplicitamente militari e anche da quelle dual use. Si tratta di due casse di valvole a sfera in acciaio spedite nel luglio 2024 dal magazzino di Seregno (MB) della Emerson Process Management Srl, componenti legati al controllo di processo cioè a un tipo di attrezzature (valvole, regolatori di pressione, attuatori pneumatici) che serve a regolare il trasporto di fluidi come acqua, petrolio, gas naturale. Possiamo dedurre che le valvole hanno un impiego nelle attività gas&oil, perché il destinatario finale è Chevron Mediterranean Ltd. (CML) con sede a Herzliya. CML è la filiale israeliana del colosso petrolifero americano Chevron, erede diretta della ex Standard Oil dei Rockefeller, con un fatturato annuo che nel 2024 ha superato i 200 miliardi di dollari. Berkshire Hathaway, la holding del mitico investitore Warren Buffett, ne è divenuto il maggiore azionista nel 2020 con una scalata aggressiva, arrivando all’8,17% del capitale, ma nei primi mesi del 2026 è scesa al 4,2%. In sei anni la quotazione azionaria di Chevron è passata da un minimo di 71 a un massimo di 206 dollari. Si stima che l’investimento in Chevron abbia fatto guadagnare alla holding di Buffett otto miliardi di dollari, sommando i dividendi annui alla rivalutazione del capitale. Valvole per il controllo remoto del flusso di gas naturale, prodotte da Emerson Process Managment. Anche l’azienda fornitrice delle valvole è un’azienda di fatto americana. È stata italiana fino al 2001 con la denominazione OMT Officina Meccanica Tartarini, sede aCastel Maggiore (BO), cioè fino all’acquisizione da parte della multinazionale americana Emerson Electric, presente in molti campi industriali con un fatturato complessivodi 18 miliardi di dollari e 71.000 dipendenti nel mondo (2025). Da allora opera come Emerson Process Management, Srl con sede principale a Seregno, anche se il marchio OMT è tuttora utilizzato e contribuisce alla leadership globale nel valvolame per impianti gas&oil del gruppo Emerson. La capofila Emerson Electric Co. con sede a St. Louis (MO) è una public company quotata alla Borsa newyorkese, con un azionariato per tre quarti costituito dai grandi fondi (Vanguard, BlackRock) e da investitori istituzionali, e oggi punta sull’automazione industriale controllata dall’IA, pur mantenendo una forte presenza nell’aerospazio/difesa (avionica, radar militari). Le casse sono state spedite dal porto di Venezia e caricate sulla nave «Mito» (IMO 9319571), che opera con bandiera portoghese per conto di una società armatrice (Mito GmbH & Co. KG.) riferibile all’amburghese TB Marine Cont Shipmanagement, che gestisce una trentina di navi, soprattutto gasiere, oltre a nove medio-piccole portacontenitori iscritte al registro navale portoghese. «Mito» può portare 1.100 TEU, attualmente opera nel Mediterraneo orientale al servizio del nuovo grande terminal di transshipment di Damietta, il DACT Damietta Alliance Container Terminal, gestito da un consorzio tra Hapag-Lloyd, Eurogate e Contship Italia. Infatti tra marzo e maggio 2026 ha toccato Haifa e Ashdod tre volte (4 marzo, 30 marzo, 19 maggio), oltre ad altri porti turchi e greci, operando come feeder da Damietta. Tuttavia all’epoca della spedizione delle valvole, tra luglio e agosto 2024, il DACT non era ancora in funzione (è stato inaugurato il 14 febbraio 2026), e la «Mito» era impiegata tra Adriatico, Egeo e Mediterraneo orientale, sulla rotta Capodistria, Trieste, Venezia, Ancona, Pireo, da e verso i porti egiziani e israeliani, raccogliendo traffico locale anche per la rete globale della ONE Ocean Network Express, il grande gruppo armatoriale giapponese con sede a Singapore, sesto operatore mondiale nei container marittimi. Le scatole di valvole sono state trasportate proprio con un contratto ONE, compagnia che in Italia ha un grande ufficio commerciale e operativo a Genova. Riassumendo. La filiale italiana di un gruppo USA leader nelle attrezzature di estrazione e gestione del gas naturale spedisce dall’Italia due casse di valvole a sfera alla filiale israeliana di un gruppo petrolifero della dimensione di Chevron, servendosi di un collegamento marittimo Venezia-Haifa di linea gestito da operatori di fascia alta. Quale “complicità” si può vedere tra la filiera di fornitura delle valvole sopra descritta e ciò di cui si stanno rendendo responsabili il governo e le forze armate israeliane nei confronti delle popolazioni palestinesi e libanesi? Considerato il ruolo attuale di Israele quale grande produttore ed esportatore di gas naturale, si tratta di una forte complicità. Negli ultimi dieci anni Israele è passato dalla dipendenza quasi assoluta dalle importazioni di materie prime fossili (carbone, greggio, gas) all’autosufficienza e quindi a esserne esportatore netto, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei grandi giacimenti offshore di gas naturale nel Mar di Levante, estremità orientale del Mediterraneo. Con l’avvio dello sfruttamento di Tamar (2013), Leviatano (2019) e Karish (2022) Israele si è assicurato riserve provate di gas naturale superiori a 1.100 miliardi di tonnellate, pari a 40 anni di autoconsumo. Pochi anni fa il paese dipendeva dalle importazioni del gas egiziano, oggi Giordania ed Egitto dipendono dal gas israeliano. Il progetto di un gasdotto verso Cipro potrebbe aprire a Israele il ricco mercato europeo del GNL e aggravare un divario energetico nella regione che ha già portato a un lungo contenzioso con il Libano sulle aree di nuova prospezione e all’interruzione delle forniture a Giordania ed Egitto durante le crisi militari. I giacimenti petroliferi e di gas naturale nel Mar di Lavante. Chevron non solo gestisce i giacimenti maggiori ma è anche proprietaria di Leviatano (al 40%) e di Tamar (al 25%) e lo era anche di Karish prima della vendita forzata a una compaghnia greca per rispettare le normative anti monopoli. Nel gennaio 2026 CML ha deciso di aumentare entro il 2029 la capacità produttiva di Leviatano dagli attuali 12 a 21 miliardi di m³. Sotto la regia di Houston, Tel Aviv ha già raggiunto l’obiettivo di eliminare carbone e petrolio dalla produzione elettrica nazionale, oggi coperta all’80% dal gas naturale, e ora intende moltiplicare le centrali a gas per sostenere la rapida crescita della domanda elettrica interna. Sullo sfondo ci sono anche gli aggressivi progetti di espansione nell’infrastruttura dei data center. Oggi in Israele se ne contano già 34 con una capacità installata di 380 megawatt e previsioni al 2030 di raggiungere i 530 megawatt. La presenza dominante di operatori hyperscaler come Oracle, Microsoft, Google, Amazon – le big 4 ­– è notoriamente legata ai programmi di integrazione nell’infrastruttura militare israeliana.
June 6, 2026
Weapon Watch
ARMARE O RICONVERTIRE
Raccogliamo qui una serie di articoli di Gianni Alioti sui temi del riarmo europeo, della finanza che lo sostiene e delle politiche industriali che la mettono in pratica. Sono-gli-interessi-dellindustria-militare-a-spingere-la-corsa-al-riarmo Chi-boicotta-le-armi-verso-Israele Cosa-centra-Leonardo-con-il-genocidio-a-Gaza Perché-la-corsa-al-riarmo-in-Europa Finanziamento-italiano-per-la-difesa Finanza-armi-e-politica-un-intreccio-perverso
June 3, 2026
Weapon Watch
Il nuovo Eldorado delle armi
LE NEW ENTRY DEL MERCATO SECONDO L’ULTIMA RELAZIONE Secondo la Relazione della Presidenza del consiglio da poco pubblicata,1 nell’anno 2025 c’è stato un forte aumento delle aziende interessate ad esportare armi dall’Italia. Nel decennio precedente ogni anno si iscrivevano al Registro nazionale delle imprese (RNI) tra 25 e 40 aziende, e se ne cancellavano mediamente 14. Nel 2025 se ne sono iscritte 75, un record assoluto, a fronte di 20 cancellazioni. Le iscrizioni al Registro nazionale delle imprese (RNI) negli ultimi dieci anni 2016-2025. Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, diversi anni. Il Registro nazionale delle imprese è tenuto dal Ministero della difesa attraverso il Comando Interforze Cyber Intel Reparto Informazioni e Sicurezza (CoCI RIS), a cui compete l’accoglimento della domanda di iscrizione al RNI e l’emissione del nullaosta per le aziende che intendono svolgere manutenzione o addestramento in Italia o all’estero, iniziare trattative contrattuali da e verso Paesi NATO non membri dell’UE, e importare/esportare ricambi, componenti e servizi, oltre che le operazioni temporanee relative a installazione e collaudo, mostre e fiere, campionature ecc. Materialmente il Registro è aggiornato bimestralmente dalla Direzione nazionale degli armamenti (DNA). Da notare che per le aziende l’iscrizione al RNI è onerosa, poiché comporta un contributo annuo di 800 €, da versare entro il 31 gennaio. Inoltre richiede anche la licenza prefettizia (biennale) ex art. 28 TULPS, un’autorizzazione obbligatoria per fabbricare, importare, esportare, collezionare, depositare o vendere armi da guerra, armi tipo guerra, munizioni, materiali esplodenti e, secondo la normativa recente, anche specifici strumenti di autodifesa destinati a corpi armati e di polizia. Possiamo dunque affermare che un’azienda che si iscrive al RNI è seriamente intenzionata a entrare nel commercio degli armamenti. -------------------------------------------------------------------------------- SOCIETÀ DI NUOVA COSTITUZIONE MA SUBITO PRONTE A ESPORTARE ARMI Tra le 75 new entries nell’import-export di armi, vi sono aziende di tutte le dimensioni, anche minuscole società di persone (Snc e Sas) e ditte individuali. Alcune società di recente costituzione si sono immediatamente iscritte al Registro nazionale delle imprese (RNI), rivelando subito una dichiarata vocazione militare: * Baykar Piaggio Aerospace Spa con sede a Villanova d’Albenga (SV), ex Piaggio Aero Industries appena rilevata (giugno 2025) dai nuovi azionisti turchi della famiglia Bayraktar dopo un lungo periodo di amministrazione straordinaria, ha subito richiesto e ottenuto quattro autorizzazioni all’export, valore quasi 700.000 €, pezzi di ricambio e manutenzione relativi alla versione militarizzata dell’aereo P180 spediti in Francia e Gran Bretagna. Da notare che versioni militarizzate del P180 sono utilizzate solo dalle Forze armate italiane, dagli Emirati e dalla Thailandia. Nel nuovo consiglio di amministrazione della Baykar Piaggio siedono, oltre ai manager turchi, un esperto come Fabrizio Giulianini con lunga esperienza in Leonardo, candidato designato a succedere a Mauro Moretti nel 2017 e poi bocciato, e soprattutto un politico come Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco, dal novembre 2022 presidente di AIAD e dall’aprile 2025 di MBDA, già deputato di Forza Italia, poi FdI, ex sottosegretario alla Difesa 2008-11 nel governo Berlusconi IV Il campionario di unmanned aerial vehicle systems di Baykar presentato alla fiera delle armi di Istanbul SAHA 2026, Droni pesanti da combattimento e ‘droni killer’ (loitering munitions) dell’azienda turca potrebbero essere fabbricati nell’ex stabilimento Piaggio di Albenga.. * Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl (LRMV), joint venture paritetica tra Leonardo e Rheinmetall, ha iniziato l’attività nel febbraio 2025 e si è immediatamente iscritta a RNI, prima ancora che Leonardo avesse finalizzato (marzo 2026) l’acquisizione di IVECO Defence Vehicles e della sua divisione Astra, che probabilmente confluiranno in LRMV, la cui unica sede operativa per ora è alla Spezia presso lo storico stabilimento ex OTO Melara. Qui si sta lentamente proseguendo alla consegna di 21 mezzi corazzati all’Esercito italiano, una goccia rispetto ai 1.050 veicoli di fanteria destinati a rinnovare le linee dei mezzi pesanti del nostro esercito. Intanto il Comune della Spezia ha approvato (gennaio 2025) l’ampliamento dello stabilimento dove dovrà operare LRMV Uno dei primi quattro veicoli corazzati Lynx KF-41 consegnati da LRMV all’Esercito italiano nel gennaio 2026 presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione (Ce.Poli.Spe) di Montelibretti (RM). * SISLI Società Ingegneria Supporto Logistico Integrato Srl è una società di ingegneria logistica nata nell’ottobre 2025, in seguito all’acquisizione delle attività di Integrated Product Support (IPS) di SIPAL Spa da parte del colosso americano Accenture, leader mondiale della consulenza strategica, sorto dalla dissoluzione di Arthur Andersen nel 2002. SISLI ha sede legale a Milano e altre dodici sedi operative a Bolzano, Cagliari, Lecce, Livorno, Assago (presso la sede italiana di Accenture), Modena, Napoli, Piacenza, Roma, Grottaglie, Torino, Gallarate. SIPAL Spa di Torino è società controllata dalla holding FININT di Matterino Dogliani e famiglia, e si era sinora incaricata di garantire il funzionamento e la manutenzione di “prodotti complessi” come aerei, veicoli terrestri e navali, e quindi coinvolta anche in diversi programmi di difesa a livello nazionale ed europeo. Il corporate center di Accenture, 15.000 m2 nel cuore dell’Innovation District di Milano, inaugurato nel 2021 -------------------------------------------------------------------------------- GRANDI AZIENDE ALL’ASSALTO DEI FONDI PUBBLICI PER IL RIARMO Tra i nuovi ingressi nel Registro nazionale delle imprese (RNI) troviamo nomi abbastanza sorprendenti, aziende grandi e anche colossali che chiedono di essere autorizzate ad accedere al commercio internazionale di armamenti. Ne elenchiamo alcune in ordine decrescente di fatturato (2024): * Stellantis Europe Spa è l’azienda del gruppo Stellantis N.V. controllato di fatto da Exor (famiglia Agnelli-Elkann) che gestisce i marchi e gli stabilimenti italiani, cioè ancora circa 30.000 dipendenti. Com’è noto Exor ha ceduto IVECO Defence Vehicles (IDV, comprensivo del marchio Astra) a Leonardo, e fino ad oggi non si avevano notizie circa l’eventuale ingresso di Stellantis nel settore delle forniture militari. Anzi John Elkann ha dichiarato esplicitamente che «il futuro dell’auto non è l’industria bellica», affermazione che sembra però contraddetta dalla recente iscrizione al RNI John Elkann, presidente di Exor, nell’audizione in Parlamento del 19 marzo 2025 . * Engineering Ingegneria Informatica Spa è il principale gruppo IT in Italia e tra i leader in Europa, quotata in borsa fino al 2016 e dal 2020, con l’uscita di scena del fondatore Michele Cinaglia, entrata sotto il controllo dei fondi di investimento. Nel giugno 2023 si è fusa con il fondo Centurion divenuto unico socio, con la successiva emissione di un prestito obbligazionario di importo pari al costo finanziario dell’operazione d’acquisto. Nel gennaio 2026 ha dichiarato uno stato di crisi dovuto al generale calo della domanda nel settore consulenza IT nel nord Italia, e conseguente esubero di 658 lavoratori sugli oltre ottomila impiegati. Nell’aprile successivo ha ottenuto l’ok dei sindacati per avviare i contratti di solidarietà, e con l’uso di diversi strumenti (reinternalizzazione, ricollocazione e cessazioni volontarie) i licenziamenti effettivi sono scesi a 186 lavoratori; * Flextronics Manufacturing Srl, azienda triestina più conosciuta come Flex, prima della definitva cessazione all’inizio del 2025 ottiene l’iscrizione al RNI. Entrata in crisi per la defezione del suo maggior cliente (Nokia) e dopo una vertenza sindacale durata due anni, la casamadre americana ha venduto lo stabilimento delle Noghere al fondo tedesco FairCap, che ha ribattezzato la nuova società Adriatronix. Il governo però non ha accettato il piano industriale dei nuovi proprietari, e li ha forzati a vendere alla newco Star Tech Industries, con sede a Milano, di cui è unico socio Novica Mrdovic Vianello, imprenditore italiano di origine serba con vent’anni di esperienza nel settore difesa, alla testa di Mountain X, fondo di venture capital di diritto lussemburghese, specializzato in acquisizioni europee nel settore aerospazio e difesa. Nel passaggio di proprietà ha avuto un ruolo una società finanziaria milanese di cui è socio il commercialista Stefano Buffagni, ex viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte e deputato del Movimento 5 Stelle dal 2018 al 2022. Marzo 2025, presidio dei lavoratori di fronte ad Adriatronix, ex Flextronics di Trieste. Tuttavia la travagliata vicenda non si è chiusa. Secondo notizie di stampa, il governo sarebbe intervenuto per esercitare il golden power e ridurre la partecipazione al capitale di Star Tech degli israeliani di NewPhotonics, azienda di semiconduttori con sede a Petach Tikva, nei pressi di Tel Aviv, partecipazione prevista al 50%. L’uscita di scena degli israeliani ha “indirettamente” provocato la mancata erogazione ai dipendenti degli stipendi di aprile e la riapertura di un tavolo con le istituzioni. Nello stabilimento che nel 2023 ha fatturato 750 milioni di euro con circa 400 dipendenti, lavorano oggi 320 persone con accordi di solidarietà a rotazione (un centinaio di lavoratori lavora solo un giorno alla settimana) in scadenza a giugno 2026 11 maggio 2026, presidio dei lavoratori di fronte alla StarTech per il mancato pagamento degli stipendi di aprile. * Carraro Drive Tech Italia Spa è società del gruppo padovano Carraro (trattori), che si occupa in particolare di sistemi di trasmissione, ingranaggi e riduttori. Il gruppo sta soffrendo la generale crisi dell’automotive, nel 2024 il fatturato di Carraro Drive Tech è calato del 16%, quello di gruppo del 13%, e nel 2025 di un ulteriore 1,6%. Il gruppo è ampiamente internazionalizzato e finanziariamente solido, tanto da aver realizzato nel 2021 il delisting dalla Borsa di Milano e nel 2024 la collocazione alla Borsa di Mumbai della controllata Carraro India, Carraro fornisce già gli assali a trave per il fuoristrada militarizzabile Ineos Grenadiers, quandi l’ingresso nell’export militare può essere visto come una prospettiva non secondaria, sebbene poco coerente con un percorso di valorizzazione del capitale umano del Gruppo (the Carraro spirit) basato sulla marked-focused innovation coniugata con la sostenibilità ambientale * Tecnikabel Spa, specializzata nella produzione di cavi su misura per telcom e automotive, e con un catalogo per le applicazioni militari (aerei, navi da guerra), ambisce a entrare con forza nel mercato internazionale delle forniture per la difesa. La svolta è avvenuta nel 2024 con il passaggio di mano dalla vecchia proprietà famigliare (i Garaffi, rimasti in azienda) al fondo francese d’investimento Andera Partners (emanazione del gruppo Rotschild). Con stabilimenti in Italia, Germania e Cina, ha di recente acquisito (aprile 2026) l’azienda americana Eis Wire & Cable, fortemente impegnata nella defence electronics per i principali contractor USA L’evento * El,Com Srl opera anch’essa nel settore dei cablaggi elettrici e dei sistemi di connessione, e dagli anni Duemila è subcontractor di Finmeccanica-Leonardo, partecipando in particolare alla fornitura dei cablaggi elettrici dei veicoli militari terrestri e poi dispositivi elettronici e sicurezza per gli elicotteri AW139 e AW169. Fa parte del LAC Lombardia Aerospace Cluster. È guidata dalla seconda generazione della famiglia del fondatore Ugo Comparoni, che già aveva delocalizzato parte della produzione in Romania (2004) e Tunisia (2015). L’azienda di Leno in quattro anni ha raddoppiato il fatturato mentre i dipendenti sono aumentati del 30%, mentre almeno 800 collaboratori sono impiegati nei tre stabilimenti in Tunisia Già questi sei diversi profili aziendali pongono la questione di quali siano le motivazioni di fondo di un ingresso nel mercato internazionale della difesa. Per le altre aziende, tutte con fatturato inferiore a 100 milioni di euro (2024), la regola è il calo del fatturato e dei dipendenti rispetto agli anni precedenti, e quindi un rivolgersi al settore della difesa come a un’ancora di salvezza, nella speranza – non mal riposta, considerate le decisioni nazionali ed europee sul finanziamento del riarmo – di uscire da una crisi che colpisce in particolare il settore dell’auto e della componentistica, cioè quello che ha retto l’export manifatturiero italiano negli ultimi decenni. 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, anno 2025, trasmessa al Parlamento il 9 aprile 2026.
May 18, 2026
Weapon Watch
MADE IN ITALY: LE PROVE DELLA COLLABORAZIONE AL GENOCIDIO
Ricercatori indipendenti e palestinesi hanno pubblicato un importante rapporto che prova l’ampiezza della complicità italiana con Israele nelle violazioni del diritto umanitario e dei trattati internazionali ai danni della popolazione palestinese. In particolare il rapporto individua * il ruolo di porti e aeroporti italiani come punti di partenza e di passaggio delle catene logistiche che sostengono il “lavoro sporco” (secondo la cruda espressione usata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz) che sta svolgendo Israele, in guerra contro tutti i suoi vicini; * l’irrilevanza delle dichiarazioni del governo italiano sulla sospensione delle autorizzazioni all’export di armi e munizioni dall’Italia, dal momento che queste esportazioni sono continuate in violazione di leggi e trattati sotto diverse forme (proseguimento di ordinativi autorizzati prima del 7 ottobre 2023, false o ambigue dichiarazioni doganali, completa assenza di controlli sui transiti provenienti da paesi terzi); * la partecipazione di numerose imprese italiane allo sforzo bellico israeliano e ai suoi obiettivi genocidari. Vi troviamo grandi aziende come Leonardo, contro cui è in corso un’azione legale da parte di diverse associazioni e ONG (tra cui Rete Pace Disarmo, Arci, Movimento Nonviolento) per la violazione della legge 185/1990; e anche piccole e medie aziende italiane, sub-fornitrici di componenti di armi e munizioni dirette all’industria militare israeliana, aziende peraltro quasi tutte prive della stessa possibilità di chiedere autorizzazioni all’export, in quando non iscritte al Registro delle imprese ai sensi della legge 185; * il costante flusso di carburanti, greggio e diesel, partito via nave dai porti italiani nel periodo delle massicce azioni militari delle IDF a Gaza; * il ruolo della mega compagnia marittima MSC, che anche in funzione dell’alleanza commerciale con ZIM, ha soppiantato Maersk come colonna portante della logistica militare che lega Stati Uniti e Israele, senza la quale non potrebbero essere sostenuti i molti fronti di guerra aperti. Riteniamo che questo rapporto sia un documento importante anche per il metodo utilizzato, cioè basato principalmente su fonti aperte e sui documenti di accompagnamento delle merci (polizze e manifesti di carico) e quindi adatto ad aggirare l’opacità di fatto e la proterva negazione dell’accesso agli atti, che sono state sinora opposte dalle autorità a giornalisti e ricercatori indipendenti. Pensiamo che il documento potrà ispirare e dare nuova energia alle lotte dei portuali e dei ferrovieri contro la guerra, che rifiutano di sostenere con il loro lavoro i conflitti e i genocidi in corso, così come alle proteste di molti comitati locali contro le aziende grandi e piccole che si sono inserite nelle catene delle forniture militari a Israele.
March 28, 2026
Weapon Watch
Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui una ricerca sulla filiera degli esplosivi, in precedenza pubblicata in due parti e qui in versione completa. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che fa la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) fino al porto più prossimo alla destinazione finale. 20260114_Esplosivi-1a-parte 20260114_Esplosivi-2a-parte
March 20, 2026
Weapon Watch
COMUNICATO STAMPA SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990 ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi. Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle autorizzazioni. Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più. Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanza. Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000 munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri & Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.  Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio televisivo. Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50 tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile, 700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti. Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels & Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod. Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa. Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato attraverso i porti e gli aeroporti italiani. Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi, rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in sanguinosi e disumani conflitti armati. Per contatti e informazioni: * Gianni Alioti, 348 9026909 * Carlo Tombola, 349 6751366
March 20, 2026
Weapon Watch
La lunga strada dei “porti di pace”
La giornata di ieri, venerdì 6 febbraio 2026, è stata doppiamente importante. Da una parte i lavoratori di molti porti europei (ventuno), di cui undici italiani, hanno concretamente protestato contro le politiche di riarmo e ripetuto che «i portuali non lavorano per la guerra». Un effetto non secondario né casuale è stato aver costretto quattro navi a cambiare il loro programma di viaggio: così «ZIM Virginia», «ZIM New Zealand», «ZIM Australia» e «MSC Eagle III» sono rimaste rispettivamente al largo dei porti di Livorno, Genova, Venezia e Ravenna, in questo modo indirettamente confermando – come più volte rilevato da Weapon Watch e dagli attivisti – di far parte della più strutturata catena logistica al servizio dei conflitti, e in particolare del più disumano e dissimulato in corso, quello contro i civili palestinesi. «ZIM Virginia» opera infatti sulla rotta ad alto valor militare tra Usa e Israele, «ZIM New Zealand» tocca in sequenza Marsiglia-Genova-Salerno-Ashdod ed è già stata segnalata per i suoi carichi di armi e munizioni, «ZIM Australia» è stata sinora operativa sulla tratta Constanta-Pireo-Ashod ma è stata recentemente collocata sulla rotta dall’Adriatico settentrionale a Israele, e lo stesso vale per «MSC Eagle III» che copre Koper-Trieste-Venezia-Ashdod. Il corteo che si è svolto a Genova, la sera del 6 febbraio 2026, in occasione dello sciopero di 21 porti europei contro la guerra. Dall’altra, sempre ieri al Consiglio comunale di Genova è stata presentata una proposta di delibera – prima firmataria Francesca Ghio (AVS) – per l’istituzione di un “osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova”. È il primo passo perché istituzioni e lavoratori del porto possano cooperare per rendere concreta la definizione «Genova porto di pace» che associazione, sindacati, gruppi giovanili e religiosi hanno da tempo fatto propria. Naturalmente anche questa proposta si muoverà secondo i tempi della politica, e servirà un’assidua vigilanza e molta pressione perché si possa trasformare nell’auspicato organismo di confronto. Ma ai portuali, e soprattutto a quelli genovesi, non manca né l’iniziativa né le lotta che incalzano e aggregano, e infatti già stanno organizzando la prossima flottilla. E neppure bisogna sottovalutare l’attenzione che alla proposta genovese stanno prestando in altre città portuali italiane, innanzi tutto Ravenna, Livorno e Bari, dove nelle prossime settimane partiranno dal basso altre iniziative simili specialmente rivolte alle autorità. Era il 2 aprile del 2022 quando portuali e cittadini di Genova chiesero alle autorità dello Stato e del porto il rispetto delle norme che controllano il commercio delle armi, in una grande manifestazione pubblica che si mosse dalla cattedrale di San Lorenzo per terminare davanti a Palazzo San Giorgio.
February 8, 2026
Weapon Watch
Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui la prima parte di una ricerca sulla filiera degli esplosivi. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) su cui viene effettuato solitamente la maggior parte del trasporto fino al porto più prossimo alla destinazione finale. Nelle recenti proteste contro la guerra, la supply chain globale delle munizioni e degli esplosivi è stata quella forse più efficacemente boicottata dal movimento, probabilmente per la semplice ragione che è resa più visibile dalle misure di sicurezza che il loro trasporto impone, qualsiasi ne sia la modalità. È per questo che l’osservatorio the Weapon Watch ritiene utile un’analisi approfondita del settore produttivo degli esplosivi, che sta a monte o che è integrata alla produzione e distribuzione delle munizioni da guerra, una filiera in forte tensione per l’aumento della domanda causato dalle guerre in corso e principalmente da quella in Ucraina.
January 15, 2026
Weapon Watch
Il caso di Invernizzi Presse Srl
Abbiamo ricevuto da Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, la segnalazione di questo articolo. Lo riprendiamo e lo segnaliamo a nostra volta, dal momento che insieme ai compagni antimilitaristi di Lecco anche Weapon Watch ha contribuito a far conoscere il caso dell’azienda Invernizzi Presse Srl, con stabilimento a Pescate e sede legale a Lecco. Si tratta di un’azienda a dimensione famigliare, ma ciò non toglie che sia anche uno dei più perniciosi esempi di proliferazione degli armamenti, dal momento che nessuna autorità governativa ha mai pensato di non concedere le licenze d’esportazione a un’azienda specializzata nella produzione di macchine per produrre munizioni leggere. Linee complete di questi macchinari sono state vendute anche recentemente a paesi extra UE come la Macedonia del Nord, il Qatar, l’Egitto, la Turchia, che non danno nessuna garanzia né tantomeno trasparenza circa le proprie esportazioni di munizioni; nonché a paesi UE come Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, che da anni sono tra i più impegnati a fornire le munizioni che alimentano il conflitto ucraino e che continuano a impedire anche la sola prospettiva di un cessate il fuoco temporaneo. In questa pagina, tratta dal sito web aziendale (aggiornato al 10.1.2026), sono elencate le tipologie di proiettili fabbricabili con le macchine prodotte da Invernizzi Presse. Bisogna inoltre sottolineare con forza il ruolo giocato dall’azienda lecchese nell’aver consentito a Israele di costruirsi un potente apparato industrial-militare globale per alimentare gli arsenali delle IDF, apparato che oggi include pienamente anche l’India, altro paese divenuto non casualmente tra i principali clienti di Invernizzi Presse. Tutto ciò mentre l’esercito israeliano commetteva una infinita lista di violazioni del diritto internazionale e delle convenzioni di guerra ai danni del popolo palestinese, violazioni che soltanto l’ipocrisia dei governi non osa definire come genocidio. Dal 1958, anno della fondazione dell’azienda per iniziativa di Mario Invernizzi e della moglie Laura Maggi, ad oggi la “conversione” alla produzione militare si è fatta sempre più intensa. Oggi alla guida vi è la seconda generazione della famiglia Invernizzi, i fratelli Luca (presidente e CEO) e Michele (socio paritetico e consigliere d’amministrazione), e si prepara la terza generazione (Jacopo). Nelle loro esternazioni social, gli esponenti vantano il profilo di produttore di munizioni, una scelta che ha premiato concretamente: nel 2018 l’azienda fatturava 6,85 milioni di euro, nel 2024 ha superato i 25 milioni di euro con 67 dipendenti, collezionando ogni anno autorizzazioni all’esportazione militare per parecchi milioni (3,7 nel 2023, 5,7 nel 2024). Che il direttore di Altreconomia sia stato vittima di una “querela temeraria” da parte di un’azienda che vanta il proprio profilo di fabbricante di munizioni, proprio per aver portato prove di quel profilo e delle relazioni commerciali con Israele, è il segno di quanto sia sgradito entrare sotto i riflettori dell’opinione pubblica a chi sta oggi profittando della svolta militarista/securitaria nelle relazioni internazionali, nell’economia e nell’informazione. Che un giudice abbia dato definitivamente ragione al giornalista è per noi elemento di riflessione, in una fase in cui il governo sta cercando di limitare l’indipendenza della magistratura e mentre si prepara su questo tema un referendum popolare.
January 10, 2026
Weapon Watch