L’attacco al parco del Meisino. Una resistenza ecologista a Torino(disegno di otarebill)
Venerdì 6 febbraio, presso il CSOA Gabrio a Torino, i comitati impegnati in
lotte ecologiste si incontreranno per ragionare sui loro percorsi e le relative
pratiche. L’incontro sarà ospitato dall’assemblea Un Altro Piano per Torino, che
da anni si batte per criticare il nuovo piano regolatore in gestazione e per
immaginarne uno alternativo. In occasione dell’incontro sarà anche presentato
l’ultimo numero de Lo stato delle città dove è pubblicata un’intervista ad
alcune voci del comitato che lotta contro un progetto che comprometterà
l’ecosistema del parco del Meisino.
* * *
Il parco del Meisino è una macchia di verde a nord-est della città, tra il parco
della Colletta e il confine con il comune di San Mauro Torinese, attraversata
dal Po nel tratto in cui esso si congiunge col fiume Stura. Le peculiarità
ambientali di questo incrocio di acque e terre poco antropizzate hanno attratto
molte specie di uccelli (migratori e stanziali, terricoli e acquatici) e di
altri animali, tra cui diverse specie protette. Questi esseri popolano una
grande varietà di ecosistemi: boschetti, canneti, greti ghiaiosi, zone umide,
prati, campi coltivati. Un’area nota come “isolone Bertolla” è oggi la sede
stabile di una delle poche garzaie urbane d’Europa.
Dal 1997 il Meisino è un parco pubblico a gestione regionale, attualmente
iscritto tra le riserve naturali tutelate dall’Ente di gestione delle aree
protette del Po piemontese, che agisce su delega della Regione. Il parco include
inoltre la Zona di Protezione Speciale Confluenza Po-Stura della Rete Natura
2000, soggetta alle direttive comunitarie per la conservazione della
biodiversità. Oggi, però, la biodiversità del Meisino è minacciata da un’ondata
di interventi finanziati da un bando Pnrr afferente alla Misura 5, “Sport e
inclusione sociale”, per un investimento di undici milioni e mezzo di euro. Il
progetto siglato dalla Città di Torino riguarda la creazione di un “Centro di
educazione sportiva e ambientale” all’interno del parco.
Per opporsi a questa speculazione, nel 2022 è nato il comitato Salviamo il
Meisino, da allora impegnato a monitorare e documentare le modifiche a cui è
sottoposta l’area, organizzando azioni finalizzate a impedire la realizzazione
del progetto. Per il comitato, il Meisino non è solo un “polmone verde”
fondamentale in una città inquinata e cementificata come Torino, ma anche un
esempio di come il rapporto tra abitanti e bene pubblico non necessiti di essere
né organizzato né regolamentato dall’alto. A parlare dell’impatto del Pnrr sulla
vita del parco e delle ragioni della contestazione ancora in corso sono le
persone del comitato stesso, intervistate a più riprese nel corso degli ultimi
mesi.
Da chi è composto il comitato Salviamo il Meisino?
«Innanzitutto da residenti dei quartieri intorno al parco e da frequentatori
abituali, non necessariamente abitanti della zona, che lo hanno sempre
attraversato liberamente: alcuni di loro conoscono bene l’area e le sue
specificità e ne hanno un enorme rispetto. Ci sono anche persone che hanno fatto
parte di altri comitati nati negli ultimi anni; e poi ci sono stati attivisti
dei movimenti ecologisti, come Fridays for Future, e non solo. Ci sono persone
che si sono alternate nel tempo, altre che si sono allontanate perché magari gli
atti giudiziari, le multe o le denunce si sono sovrapposti, e allora per loro
diventava più complicato partecipare. Alcuni del comitato originario facevano
parte di un altro comitato già attivo sul Meisino, quello di Barca e Bertolla (i
due quartieri a nord dell’isolone Bertolla), e quindi da tempo seguivano le
vicende del parco. C’è persino chi ha tenuto lo storico delle proposte di
riqualificazione fallite in precedenza. Quando ci siamo avvicinati al comitato,
un po’ tutti abbiamo cercato di sfruttare le conoscenze e i contatti che avevamo
per capire come muoverci al meglio».
Chi sono invece i soggetti promotori e sostenitori del progetto?
«Per fare nomi e cognomi, gli assessori comunali Domenico Carretta (Sport,
grandi eventi, turismo e tempo libero) e Francesco Tresso (Cura della città, con
deleghe al verde pubblico, tutela animali e protezione civile). Poi anche
diversi dirigenti comunali; e soprattutto i rappresentanti dell’Ente di gestione
delle aree protette del Po piemontese (Ente parco), che dovrebbe preoccuparsi di
salvaguardare l’habitat del Meisino: Roberto Saini, prima presidente e poi
commissario fino al luglio 2025, l’attuale presidente Alessio Abbinante, la
direttrice Emanuela Sarzotti. E ancora, altri enti chiamati a esprimere pareri
sul progetto – pareri che sono stati sempre favorevoli –, come la Soprintendenza
alle Belle arti e paesaggio di Torino, l’Agenzia interregionale per il fiume Po,
la Regione, l’Arpa Piemonte».
Quali sono gli interventi previsti dal progetto di costruzione del Centro di
educazione sportiva e ambientale da undici milioni e mezzo di euro?
«Il progetto iniziale, quello che il sindaco Stefano Lo Russo (Pd) ha firmato
per partecipare al bando Pnrr nell’aprile 2022, è strutturato in due cluster; il
primo riguarda la realizzazione di nuovi impianti, quella che chiamano
Cittadella dello Sport e della Salute, dove ci saranno una passerella
ciclopedonale, aree giochi e fitness, nuove strutture sportive; qui è stata
ristrutturata una tettoia, i sentieri sono stati allargati e trasformati in
piste di larghezza carrabile, altri percorsi sono stati aperti e sono in corso
anche interventi sulla vegetazione. Il secondo è un intervento più prettamente
architettonico, edilizio, e riguarda la cascina Malpensata (l’ex galoppatoio
militare) e le strutture adiacenti. Sette milioni e mezzo per il primo cluster,
quattro per il secondo. Questi interventi saranno fatti dentro la riserva
naturale, dove è previsto un “restyling” delle zone umide, e in parte ricadono
anche nella zona di protezione speciale. Però il progetto ha una grande
“facciata verde”; quando lo leggi sembra fantastico. La narrazione del progetto
di rigenerazione dell’ex galoppatoio militare è che migliorerà la sostenibilità,
rigenererà la biodiversità e sarà energeticamente ecosostenibile. Poi il
progetto è stato leggermente modificato; è stata fatta una variante a seguito
delle nostre proteste, e sono stati dati dei suggerimenti dalla Consulta per il
verde, ma si è trattato di modifiche poco significative. La narrazione che
utilizzano per giustificare questi interventi è quella della “inclusività” e del
“design for all”, una formula presa da documenti Onu che pervade tutto il Pnrr:
dappertutto c’è scritto che le nuove strade permetteranno di raggiungere ogni
parte del parco, quindi la fruibilità andrà al massimo. Noi abbiamo interpellato
alcuni esperti di piste ciclabili e di interventi sulla mobilità di Fiab, la
federazione italiana ambiente e bicicletta, e ci hanno detto che le cose
funzionavano benissimo come erano prima: anche una persona disabile poteva
percorrerlo con la sedia a rotelle. La passerella ciclopedonale, che dovrebbe
essere poco impattante, ha una doppia corsia per le bici, uno spazio per il
pedone, fa delle curve, non è un semplice scavalco. Però nella narrazione
dell’assessore Tresso, anche Fiab sarebbe entusiasta di questo progetto. Noi
intanto abbiamo inviato la nostra relazione in cui segnaliamo i danni già
prodotti e un’analisi su come la mobilità nel parco non viene affatto
migliorata».
Nell’estate 2024 il nome del progetto è cambiato: da Parco dello sport e
dell’educazione ambientale è diventato Centro di educazione sportiva e
ambientale. Cosa significa questa modifica?
«Per noi in quel momento è diventato chiaro il fatto che la vocazione del
progetto non era più incentrata sul parco. Avendo a oggetto un parco tematico,
il progetto avrebbe dovuto per legge subire la verifica di assoggettabilità a
Valutazione di impatto ambientale: questa procedura è stata omessa e per
occultare meglio la violazione, la parola “parco” è stata fatta sparire dal
titolo, con il pretesto di non confondere il nome del parco sportivo con quello
naturalistico: richiesta formulata dallo stesso Ente parco con una sua
prescrizione! Ma la sostanza resta, confermata dalla quantità di attrezzature
che vengono disseminate nel parco e dalle dichiarazioni dei politici e dei
funzionari dell’Ente, che dicono di voler cambiare la destinazione e la
vocazione del Meisino. Del resto, il Dipartimento dello sport ha accettato di
considerare l’ex galoppatoio, che era una struttura militare, come struttura
sportiva, e questo ha permesso di accedere ai fondi del Pnrr».
In che modo questi interventi impattano sull’attuale habitat del parco?
«Pensando ancora all’ex galoppatoio, lì si era generata una situazione di
naturalità inedita per un motivo semplice: i militari non davano accesso al
pubblico e si era creata un’area riservata, dove l’insieme delle caratteristiche
idrogeologiche, morfologiche e la non frequentazione antropica ha fatto sì che
si sviluppasse una situazione di flora e fauna molto particolare e preziosa. In
quest’area adesso sono state realizzate fondazioni di cemento per fare delle
strutture a palafitta, perché qui c’è anche il problema idrogeologico che fa di
questo progetto un enorme spreco economico. Al Meisino c’erano già delle
strutture sportive che negli anni, con tutte le varie piene, si sono rovinate; e
l’idea di porre nuove strutture sportive in un’area che viene allagata spesso,
presuppone che dovranno essere dei privati a gestirle, perché costerà tenerle in
piedi, e non è pensabile che a occuparsene sarà il Comune; e i privati per
gestirle dovranno farsi pagare dal pubblico. In più, il Piano d’area vietava di
ristrutturare l’edificio: sopraelevarlo com’è necessario comporta una
ristrutturazione. Insomma, parliamo di interventi importanti e impattanti. E
ancora, l’area a protezione speciale del Meisino deve il suo riconoscimento
iniziale proprio all’avifauna, e il cantiere avviato sta già frammentando
l’habitat di tutto il parco. Sin dall’inizio abbiamo denunciato che nel progetto
non sia citata tutta una serie di animali perché non c’è stato un aggiornamento
del formulario. Quando abbiamo fatto notare che ci sono dei ricci, hanno fatto
un finto sopralluogo dopo che avevano cominciato a invadere l’area con
decespugliatori, ruspe, eccetera… e chissà dove erano spariti i ricci, nel
frattempo. Poi hanno ignorato la presenza di una colonia di tassi: c’è un
sistema abitativo che abbiamo documentato con foto e video, che comprende anche
altre specie di mammiferi e anfibi non considerate. L’aspetto paradossale è che
il Pnrr è tutto strutturato sul diritto ambientale, ma in pratica alleggerisce
proprio le procedure di tutela ambientale. In generale, al Meisino sono ignorate
un po’ tutte le regole. Pare che le ditte a cui è stato affidato l’appalto per
questi lavori non siano ditte forestali, ma edili, quindi, quando si tratta di
creare passaggi o spostare materiali, hanno un approccio cantieristico e non si
pongono alcun problema, nonostante il progetto preveda una serie di attenzioni
al tipo di macchine da usare, ai percorsi da fare, all’acustica, l’uso del
fonometro, la gestione del legname: queste norme sono scritte, ma nessuno riesce
a controllare che vengano rispettate. Del resto, in una situazione in cui non
c’è un piano di gestione – e di questa mancanza è responsabile l’Ente parco –
non c’è molto da far valere».
Quali altri soggetti si muovono intorno alla contestazione del progetto di
Centro di educazione sportiva e ambientale?
«Quando è nato il comitato Salviamo il Meisino c’erano già altre associazioni
ambientaliste e qualche comitato attivi per la tutela del parco. Comitato e
associazioni, però, sono due realtà diverse. Il comitato nasce su uno scopo
preciso, in un luogo preciso, e quindi ha motivazioni e obiettivi precisi. Le
associazioni spesso hanno storie che vengono da lontano, obiettivi più generici;
molte volte poi hanno dei rapporti tali con le istituzioni da diventare
promiscui. Poi c’è la Consulta per il verde e per l’ambiente presso il Comune,
che possiamo dire essere l’espressione di queste associazioni. Questo organismo
però sembra in crisi: il suo attuale presidente ha lamentato pubblicamente che
essa viene interpellata solo dopo che un progetto viene approvato, non prima. Al
Meisino, a lavori iniziati (settembre 2024), il presidente ha cercato di fare da
mediatore; la consulta ha prodotto un lungo documento che analizzava il progetto
di Cittadella dello sport evidenziandone le contraddizioni. Ma queste azioni
finiscono per essere poco incisive, perché il Comune fa solo finta di ascoltare,
e tutto si riduce a una lamentela ben educata che non porta a nulla. In ogni
caso, i comitati sono mediamente soggetti esterni alle consulte, e anche il
nostro lo è. Poi, per segnalare dei paradossi, ci sono figure come il dirigente
Lipu (Lega italiana protezione uccelli) di Torino, che è vicino all’assessore
Tresso e per questo non lo contraddice; o altri responsabili Fiab, che non ci
hanno sostenuto senza dirci il motivo. In questa situazione è chiaro che
dobbiamo trovare altri modi per opporci».
A proposito di modalità di opposizione: oltre che con iniziative di socialità al
parco, sopralluoghi collettivi, assemblee aperte e cortei cittadini, nell’ultimo
anno e mezzo il comitato è stato molto attivo con presidi ai cantieri e attività
costanti di monitoraggio e documentazione. È stato creato anche un sito web,
dove si trovano aggiornamenti frequenti e un dossier approfondito, che evidenzia
contraddizioni, criticità e ipocrisie del progetto in corso. Come viene prodotto
questo materiale?
«Come attività parallela, indipendente da quelle del comitato, alcuni cittadini
hanno voluto creare un sito tecnico che raccogliesse tutte le evidenze sulla
flora e la fauna presenti prima dell’inizio e durante i lavori. È nata quindi
l’idea del Meisinometro, un progetto di mappatura della biodiversità del parco
finalizzato a evidenziare in modo oggettivo le modifiche che sta subendo. La
piattaforma raccoglie i dati rilevati dai partecipanti al progetto e permette a
chiunque di conoscere nel dettaglio l’evolversi della situazione. Purtroppo non
abbiamo periti che certifichino quello che rileviamo: non ci sono persone
disposte a esporsi, perché gli esperti lavorano per gli enti pubblici,
l’università o il Politecnico. Quindi, per esempio, nel caso del disboscamento
per la costruzione della passerella ciclopedonale abbiamo fatto arrivare un
agronomo da fuori; e ovviamente in quel caso avevano subito nascosto gli alberi
tagliati, quindi non è stato possibile verificare molti dettagli. Comunque
abbiamo un censimento, foto geolocalizzate, misure del boschetto tagliato; e i
nostri dati sono diversi da quelli diffusi dal Comune, che cerca sempre di
minimizzare».
Alcune persone del comitato hanno portato la contestazione anche sul piano
legale, presentando un ricorso al tribunale ordinario contro il Comune – aperto
nel dicembre 2024 e rigettato ad aprile 2025 – e un reclamo al Collegio contro
l’ordinanza del giudice in primo grado, anche questo rigettato, a luglio. Quali
erano le istanze dei ricorrenti?
«Il ricorso si è basato sul principio di lesione del diritto all’ambiente
salubre, la cui tutela spetta al giudice ordinario, e ha chiesto un accertamento
tecnico preventivo sull’impatto ambientale, mettendo in evidenza le incongruenze
tra il progetto e la sua realizzazione. Tra gli argomenti del ricorso ci sono il
non avere svolto un censimento, l’approssimazione e la velocità con cui è stata
svolta la valutazione d’incidenza ambientale, ecc. Il ricorso è stato respinto
per difetto di giurisdizione – secondo i giudici di primo e secondo grado i
cittadini avrebbero dovuto rivolgersi al Tar. A oggi nessun magistrato è entrato
nel merito del progetto e del suo impatto ambientale».
La lotta del comitato, con la presenza costante di attivisti nei cantieri, è
finita sui giornali anche per il modo in cui è stata repressa, nonostante le
vostre forme di protesta siano state pacifiche…
«Dall’inizio dei nostri monitoraggi mattutini, la polizia è sempre stata lì a
presidiare, con volanti e camionette, e anche la digos ci ha sempre seguiti
passo passo. A volte è stato difficile perché siamo stati continuamente ripresi,
filmati; le persone sono finite spesso sui giornali. Per difenderci dalla
polizia abbiamo dovuto filmarci tra di noi, e questa cosa a molti di noi non era
mai successa prima. Siamo abbastanza sicuri di quello che affermiamo, abbiamo
numerosi elementi per dire che certi tagli sono abusivi e che ci sono molte
irregolarità, quindi il conflitto proviene da questa consapevolezza. Il nostro
dissenso è stato censurato e punito prima con il diritto amministrativo e poi
con quello penale; ed è abbastanza inedito il fatto che in alcuni casi – come
per le contestazioni di settembre 2024, quando sono partiti i lavori – siano
stati avviati due procedimenti in contemporanea, una multa e una denuncia penale
per violenza privata in concorso. Anche le modalità in cui è stato ricevuto
l’avviso di garanzia sono strane: lo hanno consegnato a mano, a casa di
trentanove persone, la maggior parte incensurate. L’avviso di garanzia stesso è
formulato in modo anomalo, perché riporta molti dettagli, ed è una cosa che di
solito non si fa. Potevano anche mandarcelo in seguito, ma hanno voluto dare un
segnale preciso: volevano beccarci tutti nello stesso giorno, non a caso, il
giorno prima dei tagli fatti al boschetto, dove hanno abbattuto novanta alberi.
L’idea che ci siamo fatti è che, se avessimo bloccato questo progetto, ci
sarebbero state ripercussioni anche sugli altri progetti Pnrr in città. Non
volevano permetterlo».
A novembre 2025 l’assessore Carretta ha dichiarato che i lavori sono in ritardo
a causa delle contestazioni, ma stanno procedendo e si concluderanno nei primi
mesi del 2026. Poteva andare diversamente? E come state andando avanti?
«Probabilmente bisognava muoversi molto tempo prima e avere delle strategie più
precise; ma, forse, non ci si è subito resi conto della gravità della cosa.
Magari, sulle strategie di resistenza, ci si poteva confrontare con le altre
lotte simili sul territorio nazionale, e si potevano tentare azioni più incisive
sin dall’inizio; ma bisogna anche considerare che non tutte le persone che
facevano parte del comitato originario erano abituate a praticare forme di
opposizione conflittuali. Oggi il comitato continua a muoversi – come sempre –
su più fronti: a ottobre abbiamo inviato una diffida all’Ente parco, per
impedire l’estensione dei lavori nell’area della riserva naturale. Anche i
monitoraggi, le assemblee e le altre iniziative pubbliche non si sono mai
fermate». (alessandra ferlito)