Source - Napoli MONiTOR

Dieci, cento, mille nuovi server indipendenti. Note sull’attacco Usa ad Autistici/Inventati
(disegno di giulia landonio) Riepilogo dei fatti principali. Il 26 agosto 2026 una distopia che avrebbe potuto farci riflettere in un libro cyberpunk degli anni Novanta si è fatta realtà. Il segretario di stato degli Stati Uniti, Marco Rubio (equivalente al ministro degli esteri), ha dichiarato (l’ennesima) guerra con un post sul social della persona più ricca del mondo. Ha dichiarato guerra non a uno stato sovrano, non a una pericolosa organizzazione considerata sovversiva, ma a un piccolo collettivo di volontari italiani, Autistici/Inventati, inserito nella lista SDGT (Special Designated Global Terrorist), insieme a camorra, ndrangheta, cartelli della droga e così via. Ed ecco l’accusa dal sito governativo ufficiale Usa, senza prove e senza contraddittorio, senza avvocati e senza tribunali: “Autistici/Inventati (Collettivo A/I) è un gruppo estremistico basato in Italia che costruisce e gestisce l’infrastruttura digitale per le cellule Antifa violente e altri militanti di estrema sinistra in tutto il mondo”. Questo piccolo collettivo per un quarto di secolo ha offerto servizi digitali (mail, spazio web, mailing list, sistemi di videoconferenze, e così via) a chi ci tiene alla riservatezza (privacy), a chi non vuole regalare i propri dati e metadati a società, in particolare Big Tech Usa, che utilizzano i nostri comportamenti online per monetizzare, blandire, persuadere e portare avanti i loro obiettivi di dominio e devastazione. A una condizione fondamentale, la condivisione di alcuni valori: “anticapitalismo, antirazzismo, antifascismo, antisessismo, antimilitarismo, e il rifiuto dell’autoritarismo e delle gerarchie”. La cura della riservatezza, con la messa a punto di un ambiente tecnologico autogestito per progetti sociali affini, è la conseguenza di questi valori, come chiarisce bene il manifesto. Il collettivo ha respinto in blocco le accuse. Due giorni dopo il sito autistici.org è sparito dalla rete: non perché le macchine siano state spente, ma perché il PIR (Public Interest Registry), associazione basata in Virginia (Usa) che gestisce i domini .org ha posto il dominio in serverhold, rendendolo irraggiungibile. Intanto, in Italia, Banca Etica ha sospeso l’operatività del conto corrente dell’associazione, di fatto sequestrando il denaro delle donazioni di migliaia di persone, per timore di sanzioni secondarie (blocco dei circuiti di pagamento Visa/Mastercard e del sistema interbancario Swift, controllati dagli Usa). In questa situazione kafkiana, l’associazione italiana titolare del conto non può chiudere, perché sarebbe rea di appropriazione indebita. Dal sito https://keepitfree.ai: “Il collettivo Autistici/Inventati si è sciolto e tutti i suoi servizi sono stati chiusi a partire dal 18 settembre 2026. Questo sito archivia i comunicati ufficiali del collettivo (ora sciolto) e gli aggiornamenti sugli eventi, e continua a essere mantenuto da volontari che documentano gli sviluppi e raccolgono la rassegna stampa”. Questa sofferta decisione è motivata in primo luogo dalla volontà di restare umani: aver cura delle persone che hanno affidato le loro comunicazioni ad A/I, scongiurare ritorsioni per quanto possibile; specialmente le sanzioni di primo grado contro persone e collettivi negli Usa, che rischiano fino a vent’anni di carcere senza appello, e con prove secretate, per terrorismo. Fin qui la cronaca. Ma come è potuto accadere? Dieci giorni per distruggere uno dei più importanti server autogestiti al mondo, solo incutendo paura? Proviamo a ricostruire la catena degli eventi. L’ANTIFASISMO È UN CRIMINE Come accuratamente ricostruito dall’indagine in corso di Sabot.media, questo attacco non nasce nel vuoto. Il 10 settembre 2025 l’attivista ultraconservatore Charlie Kirk è stato ucciso con un colpo di fucile durante un evento pubblico alla Utah Valley University. L’assassino, ora in attesa di giudizio, è Tyler J. Robinson, un ragazzo di ventidue anni, di famiglia bianca repubblicana, addestrato all’uso delle armi, non affiliato a nessun particolare gruppo politico. Il suo gesto, presentato come un attacco di presunti “Antifa”, è cruciale rispetto al caso A/I, perché a partire da quell’evento sono documentati: “il cambiamento di politica [rispetto all’uso politico della lista SDGT], una proposta della Casa Bianca [dichiarare Antifa un’organizzazione terroristica], la trasmissione media-congresso, la messa a punto della designazione di terrorismo esterno e l’azione finale dell’OFAC [Office of Foreign Assets Control, un ente del Tesoro Usa che rende operative le sanzioni finanziarie in base alle liste SDTG]. Resta ignoto un punto cruciale: chi ha messo l’A/I nel mirino delle sanzioni, quando, e in base a segnalazioni di chi?”. Facciamo un passo indietro per osservare la situazione come se fossimo all’esterno. Abbiamo dovuto imparare il significato di acronimi (SDGT, OFAC, ecc.) in grado di cambiare dall’oggi al domani le nostre vite. L’organizzazione Antifa viene definita gruppo terroristico interno il 22 settembre 2025. Tuttavia, poiché non esiste un’organizzazione del genere, e poiché l’antifascismo è un valore condiviso da molte organizzazioni e istituzioni, la caccia alle streghe Antifa interne agli Stati Uniti si è estesa. Di fatto gli Usa, intenti a perseguire il proprio delirio di onnipotenza, hanno statuito che l’antifascismo è un crimine. Un’analisi lucida e approfondita dei livelli in gioco nella designazione SDGT del collettivo Autistici/Inventati da parte dell’amministrazione Trump si trova nell’articolo Nobody has to agree. CHI SARÀ IL PROSSIMO? Quando i nazisti presero i comunisti, io non dissi nulla perché non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici, io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico. Quando presero i sindacalisti, io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi presero gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa. Questi versi molto citati, erroneamente attribuiti al drammaturgo Bertolt Brecht, sono tratti da un sermone di Martin Niemöller (1892-1984), pastore luterano tedesco. Niemöller si riferiva all’apatia dei tedeschi, in particolare degli intellettuali, rispetto all’ascesa del nazismo dal 1933 in poi, favorita da quella società civile a cui Brecht alludeva in La resistibile ascesa di Arturo Ui, dramma in cui l’immaginario gangster di Chicago rispecchia Hitler, e i suoi scagnozzi i vari gerarchi nazisti. Questi versi si possono applicare anche al caso A/I? Sì. L’analogia è sostanzialmente corretta, poiché si tratta pur sempre di persecuzione politica nei confronti di chi dissente da parte di un governo di estrema destra, cioè l’attuale governo Usa. Tuttavia, l’aggiornamento provoca un inatteso cortocircuito, perché in un’ipotetica nuova versione ci troveremmo con soggetti molto diversi tra loro, bersagli di procedure similari. Potremmo infatti parafrasarla in questo modo: Quando gli Usa dichiararono guerra al terrorismo e infine uccisero Bin Laden, io non dissi nulla, anzi, fui contento perché non mi piacciono i terroristi islamici. Quando uccisero nelle loro case, rinchiusero o deportarono migliaia di “terroristi” a Guantanamo io non dissi nulla perché non ero certo dei loro! Anzi, pensai: grazie, Stati Uniti! Quando rinchiusero e deportarono i migranti interni, e spararono a chi protestava, io non dissi nulla perché non ero un migrante. Poi fecero chiudere A/I, e io non dissi nulla perché non avevo un sito o una mail su A/I. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa. Che c’entrano i jihadisti di Al-qaeda? La catena degli eventi è stata messa in moto dalla legislazione in vigore dopo l’11 settembre 2001. Il quadro giuridico attuale, che ha ampliato a dismisura la possibilità di intervento extra-giudiziale ed extra-territoriale delle amministrazioni statunitensi, è una diretta evoluzione di quella dichiarata “guerra al terrore” di un quarto di secolo fa, nella quale siamo sempre più impantanati. Chi sarà il prossimo? Un po’ di immaginazione. Arci, con oltre un milione di iscritti e circa cinquemila circoli sul territorio italiano, è un’associazione italiana dichiaratamente antifascista. Se l’antifascismo è reato, Arci è un possibile bersaglio. Prima ancora, Anpi, fondata nel 1945 dai partigiani che combatterono durante la guerra di liberazione dall’occupazione nazifascista, è un possibile bersaglio. Ma perché limitarsi ad associazioni, con economie tutto sommato modeste? L’iscrizione nelle liste SDGT va a colpire in primo luogo la capacità di agire a livello economico, perché nessuna banca pare disposta a rischiare il bando dai circuiti Mastercard, Visa e Swift. Quindi… Coop Italia, colosso della grande distribuzione in Italia, propugna valori antifascisti. Non solo: boicotta attivamente prodotti israeliani fabbricati in aree della Cisgiordania colonizzate cacciando la popolazione palestinese. Ci sono abbastanza elementi per diventare un bersaglio. La lista può allungarsi a piacere. A differenza di interventi giudiziari con tanto di rogatorie internazionali, a differenza delle assai costose agenzie di intelligence e azioni militari con droni per “uccisioni mirate”, il costo di queste sanzioni è ridicolmente basso. Chi sarà il prossimo? In fondo l’Italia è una Repubblica fondata su valori antifascisti, almeno formalmente. E l’Europa, nata dalla ricostruzione dopo la sconfitta dei nazifascisti, non dovrebbe essere antifascista per costituzione? In realtà, l’Europa e la politica istituzionale tutta, non sembrano preoccupate dal fatto che una potenza straniera sanzioni suoi liberi cittadini e associazioni, né dal fatto che il sistema bancario non sia in grado di opporsi a questo genere di ricatto, nonostante esistano leggi sulla libertà bancaria. In gioco c’è la libertà di parola e di espressione. Questo è stato ben rilevato dal capitolo italiano dell’ISOC (Internet SOCiety), organizzazione no-profit che promuove la libertà di parola ed espressione, finanziata dall’affitto dei domini .org nel mondo. In una lettera a PIR, Internet Society, ICANN ed EURALO, Internet Society Italia sottolinea l’assenza, allo stato attuale, di evidenze che dimostrino il coinvolgimento di Autistici/Inventati in attività terroristiche e solleva una questione più ampia: la possibilità che un fornitore di servizi internet venga colpito per le azioni dei propri utenti o per le proprie posizioni politiche, fino alla sua esclusione dalla rete senza un controllo giudiziario. CHE POSSO FARE? Alla notizia delle sanzioni, molte persone si sono chieste: che posso fare? Nel mondo attuale, una risposta ovvia è: donare denaro. Questa reazione, per quanto comprensibile, è sintomo di un ragionamento perverso. Si tratta di un riflesso condizionato anche dalle pubblicità delle “multinazionali del cuore”, che ci mostrano bambini malnutriti e chiedono una mano sul cuore e una al portafoglio; dalle campagne a favore delle popolazioni terremotate, alluvionate, vittime di guerra, violenze, oppressioni. Il messaggio sottinteso è: “Non cambiate nulla nelle vostre vite: donate, e tanto basta”. Invece, la fame, le guerre, le catastrofi ambientali, le ingiustizie NON si risolvono con il denaro. Certo, il denaro è necessario in questo nostro mondo. Non in assoluto, solo in questo mondo. Quindi è ragionevole e auspicabile immaginare alternative europee al sistema bancario attuale, ostaggio degli Usa. Ma i soldi non sono il problema di fondo. Il problema di fondo è che solo poche, pochissime persone, si fanno carico della gestione e della cura dei sistemi tecnici da cui dipendono le nostre vite iper-tecnologiche. L’accentramento è il male più profondo. E va di pari passo con la delega. Le soluzioni centralizzate tendono a sostituire tanti problemi locali con un unico problema su scala più ampia, rendendo la partecipazione necessariamente delegata. Così, l’euro digitale centralizzato difficilmente potrà migliorare la già intollerabile situazione di controllo e sorveglianza da parte dello Stato. D’altro canto, le criptovalute non sono preferibili, anzi. In primo luogo, rimangono sempre nell’ambito delle tecnologie tossiche, di ispirazione militare; favoriscono la speculazione finanziaria; inoltre, come le proposte di centralizzazione, si propongono come ennesima soluzione tecnica a questioni sociali, culturali, politiche. In quanto procedure tecnocratiche, spostano l’attenzione dalle difficoltà di abitare un mondo condiviso all’apparente semplicità della delega a un pugno di tecnocrati. Il decentramento invece dev’essere gestito dalle persone per le persone. Per questo, l’ultima comunicazione del collettivo A/I prima della chiusura, il 12 settembre 2026, esorta alla creazione di “10-100-1000” nuovi server indipendenti. Non c’è bisogno di “scalare” verticalmente e offrire servizi a migliaia o peggio milioni di persone, per trovarsi poi nel mirino come A/I. Abbiamo le tecnologie digitali per “scalare” in maniera orizzontale, per mettere a punto infrastrutture federate non gerarchiche, nodi di una rete transnazionale e internazionalista con poche decine o centinaia di utenti ciascuno, milioni di piccoli nodi di persone che si conoscono tra loro, si scelgono e si fidano. Nodi di prossimità e affinità. Affinità non significa rinchiudersi in una piccola bolla. Significa provare a scegliere, insieme e in maniera responsabile, “come fare”, senza delegare sempre ad altri. Le politiche dell’affinità si esprimono in azioni e comportamenti concreti, invece di limitarsi a politiche di domanda. Invece di radunarsi sotto una bandiera, uno slogan, un leader per chiedere un cambiamento a chi comanda, con il rischio concreto di cementare identità egemoni, esse valorizzano la ricchezza della diversità individuale. Senza illusioni, ma anche senza rimpianti. IMMAGINARI TOSSICI Prima dell’epidemia Covid-19, “zoomare” significava “ingrandire una fotografia”. Sei anni più tardi, significa effettuare una videochiamata, perlopiù di gruppo. I piccoli umani ricevono una mail da gmail, gestita dalla multinazionale Alphabet (società madre di Google), il primo giorno di scuola dell’obbligo, da istituti scolastici che dovrebbero tutelare la loro riservatezza e invece regalano l’intimità dei più piccoli, in patente violazione della legislazione europea. A questi piccoli umani verrà vietato il ricorso a telefoni in classe, ma richiesto obbligatoriamente quello stesso dispositivo (in assenza di computer), a casa, per svolgere i compiti. Verrà loro intimato di smettere di giocare con i cellulari, ma anche raccomandato di tenerli sempre con sé, ben accessi, per essere rintracciabili e controllabili dagli adulti. Verrà loro spiegato che i social media provocano assuefazione, abuso e sono progettati in maniera tossica, quindi tendenzialmente da vietare a minori come loro; ma richiesto (quasi) obbligatoriamente un profilo o più per riuscire nella vita professionale, amicale, affettiva. Verrà loro raccontato che l’IA è l’Intelligenza Artificiale ed è qui per restare, potrebbe distruggere l’umanità o salvarla, in ogni caso bisogna impararla (non a gestirla: a usare quella dei padroni dell’IA) e farci i conti. Soprattutto, non farsi beccare a fare i compiti, scrivere tesi, ecc. con l’IA… ma per lavorare è indispensabile! Dissonanze cognitive formidabili per generazioni costantemente martellate da messaggi contraddittori. Cosa dovrebbero pensare questi piccoli della chiusura di A/I? Chiederanno sottobanco all’IA un parere? Si delinea una scelta di campo, “+A/I e -AI”. Tutto ciò è accaduto nel giro di pochi anni, con un’accelerazione importante dal 2020 in poi, con la penetrazione del privato multinazionale nelle istituzioni pubbliche, finanziato con soldi pubblici. Insegniamo agli insegnanti (a chi lavora nelle pubbliche amministrazioni, nella sanità pubblica, ovunque) a “usare bene” gli strumenti di asservimento delle multinazionali. Tutto ciò è sintomo di una schizofrenia crescente declinata in mille piccoli gesti quotidiani diventati abitudini. Processi di alienazione tecnica per cui le persone sono obbligate, o si sentono obbligate, ad adeguarsi al “nuovo che avanza”, ovvero a delegare sempre più la gestione delle loro vite a sistemi che non controllano, che certamente non determinano, di cui non hanno quasi mai consapevolezza né contezza. L’immaginario della Silicon Valley sta distruggendo il nostro mondo condiviso a suon di datacenter, social media, criptovalute, software e hardware proprietario, obsolescenza programmata, Big Tech, Automazioni Industriali spacciate per Intelligenti. La forzata chiusura di A/I è la punta dell’iceberg dell’omologazione tecnica planetaria. Segna un cambio di passo strategico: si colpisce l’infrastruttura del dissenso per silenziare il dissenso stesso. Ammesso e non concesso che davvero alcuni blog ospitati da A/I avessero promosso attività violente, cosa tutta da dimostrare, le autorità avrebbero potuto chiederne la rimozione. A/I in passato aveva provveduto a chiudere blog fuori dalle sue linee guida. Invece, nulla di tutto questo: un ordine esecutivo appreso dai media, nessuna interlocuzione diretta. Sarebbe un po’ come se la Sip (oggi Telecom) negli anni Settanta fosse stata ritenuta responsabile per le telefonate di rivendicazione delle Brigate Rosse o di un qualsiasi gruppo armato operante all’epoca. Per portare l’analogia più vicino a noi, sarebbe un po’ come se i social media fossero ritenuti responsabili per i contenuti pubblicati dagli utenti, troppo spesso violenti, razzisti, sessisti e così via. COME FARE? Cominciamo a chiederci cosa ci serve, cosa vorremmo, come lo vorremmo. Ci serve un sito web? I domini .org, come la maggior parte dei domini di primo livello, sono gestiti da registri basati negli Usa. Optare per un dominio di primo livello gestito da un ente europeo, per esempio un .eu, potrebbe contribuire ad aumentare la nostra resilienza infrastrutturale. Questa la lista fornita da ICANN. Ci servono metodi di pagamento? Possiamo fare a meno di Mastercard, Visa, Swift? Sono domande autentiche, non provocazioni. Senza un conto corrente, senza un modo per ricevere sostegno anche sotto forma di denaro, e per pagare chi lavora, chi fornisce servizi e beni, non c’è autonomia possibile in questo nostro mondo attuale. Ci serve un cloud per immagazzinare i nostri dati e condividerli all’interno delle nostre organizzazioni? Abbiamo le risorse e il tempo per imparare a farcelo, insieme a persone di cui ci fidiamo? Possiamo individuare fornitori eticamente compatibili con la nostra visione del mondo, che non cederanno immediatamente i nostri dati? Esistono, in Europa, fornitori che operano sistemi basati su software libero, in datacenter alimentati con energie rinnovabili: insomma, non tutti i fornitori sono uguali. Ciò vale per qualsiasi risorsa o servizio digitale. Anche per la cosiddetta IA. Per esempio, in Europa esiste un’associazione tedesca che cerca di promuovere un uso critico, auto-limitato, di modelli open source gestiti in maniera oculata. “Non sarà greenwashing?”, si domanderanno gli spiriti critici. “Ma che cosa cambia, in fondo? Le tecnologie digitali sono strutturalmente tecnologie di sorveglianza e distruzione estrattivista”, commenteranno i più radicali. Forse. Forse però questi atteggiamenti si presentano come estremamente radicali ma si concretizzano in scuse massimaliste, sogni di purezza estranei al mondo reale per non far nulla di concreto, per lavarsene le mani e proseguire come se nulla fosse. D’altra parte, esistono certamente molti altri server indipendenti. Chi cerca, trova. Chiedete alle persone affini. Se non ne avete intorno, avete un problema molto più rilevante di una mail chiusa o di un sito perso. E qui la domanda diventa: perché far ricorso a un server indipendente? Perché “fa figo”? Perché non abbiamo altre possibilità? Ancora una volta, sono domande autentiche, per cercare di uscire dagli automatismi comportamentali. L’Europa può proteggerci dalla lunga mano degli Usa, o di altri regimi autoritari? Se sì, come? Con il blocking statute, cioè legislazioni per proteggere enti europei e cittadini dall’ingerenza straniera? L’Europa ha questo tipo di protezioni da decenni, con il Regolamento n. 2271/96 del Consiglio del 22 novembre 1996 relativo alla protezione dagli effetti extra-territoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo, e dalle azioni su di essa basate o da essa derivanti. Nel caso A/I non sono servite, finora. Lo scorso 22 settembre i Paesi Bassi hanno proposto di rinforzare lo schema per schermare la Corte Penale Internazionale dalle ingerenze Usa. Infatti, nel 2025 ben quattro giudici della Corte Penale Internazionale con sede all’Aia sono stati inseriti nelle liste SDN (Special Designated Nationals), con queste motivazioni: “Bossa e Ibanez Carranza hanno autorizzato l’indagine della CPI contro il personale degli Stati Uniti in Afghanistan. Alapini Gansou e Hohler hanno autorizzato l’emissione dei mandati d’arresto della CPI contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant”. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, è stata inserita nella stessa lista per aver parlato a favore di Gaza, della Palestina e contro la guerra e l’occupazione di Israele. Ricordiamo che si tratta di casi molto diversi rispetto ad A/I, per quanto similmente odiosi: un conto è colpire singole persone con incarichi pubblici, grande visibilità mediatica, passaporti diplomatici; tutt’altra faccenda è colpire un’associazione di comuni cittadini con responsabilità verso terzi, cioè verso le persone che hanno loro affidato la sicurezza di blog, mail, newsletter, ecc. Le liste di proscrizione OFAC sono consultabili qui. In ogni caso, l’alienazione tecnica è primaria, perché la percepita lontananza dai sistemi tecnici produce la postura della delega, una postura psicologica – “non ci capisco nulla” –, sociale – “il mio comportamento individuale e quello del mio piccolo gruppo non cambia nulla a livello globale” –, politico – “dal basso o dall’alto, la politica non può nulla”. Tutte convinzioni assai diffuse, che contribuiscono al dilagare della delega a tutti i livelli rispetto alla scelta e gestione dei sistemi tecnologici. D’altra parte, a volte, anche quella nei confronti di A/I era delega. Nei ragionamenti (immaginari) di alcuni utenti, potrebbe esserci stato qualcosa del genere: “Non mi faccio un blog per conto mio, ho cose troppo importanti da dire per perder tempo dietro alle cose tecniche, mi appoggio a chi me lo offre gratuitamente e liberamente, fa pure figo, è antifascista ecc.!”. Non era certo il caso di tutti i blog là ospitati; ma, fosse stato anche uno solo, importa l’atteggiamento di fondo, che tende a separare i mezzi (il blog, la mail, lo strumento digitale) dai fini (dire le mie cose tanto importanti), e a considerare il servizio indipendente alla stregua di una merce sostituibile con analoga merce, possibilmente altrettanto indipendente. E allora, tutti su proton mail? Ma proton mail ha più volte confermato di collaborare con le forze di polizia fornendo loro i log degli utenti, cosa che invece A/I non faceva né poteva fare, per la buona ragione che non teneva i log. Non esiste il bianco e il nero, il buono e il cattivo. Le valutazioni sono complesse. In ogni caso, i servizi autogestiti non sono alternative facilmente sostituibili; non sono affatto alternative alle Big Tech, perché incorporano idee del mondo diverse da quelle delle masse acquiescenti a quelle tecnologie. Soprattutto, sono insostituibili, perché si tratta di una rete relazionale, non di una merce acquistabile. Certo, non chiunque può farsi tutto in casa. Non è nemmeno auspicabile, soprattutto perché autogestione e autonomia non sono autarchia e solipsismo. Sono invece processi relazionali complessi. Non si fanno in solitudine: altrimenti basterebbe trovare il video “fatti il tuo server” e saremmo a posto. A ogni modo, per chi vuole rimboccarsi le maniche, per sé e per le persone affini, un punto di partenza che andrebbe reso disponibile anche in altre lingue è Become the thousand servers. Ben fatto, mescola informazioni tecniche aggiornate a valutazioni di opportunità pratica. COME VALUTARE LE TECNOLOGIE? Le tecnologie non sono tutte uguali. Esistono tecnologie appropriate e conviviali, adatte per stare insieme. Poche e minoritarie, sempre in grave difficoltà, sono necessariamente tecnologie di auto-limitazione. La convivialità è il titolo italiano del saggio Tools for conviviality pubblicato nel 1973 da Ivan Illich. Ma la lezione tedesca definitiva porta il titolo Selbstbegrenzung. Eine politische Kritik der Technik. Cioè: Autolimitazione. Una critica politica della tecnica. Convivialità rimanda a tavole imbandite, banchetti, simposi. Non è possibile apparecchiare per migliaia di persone. Tanto meno per milioni. Auto-limitazione vuol dire scegliere responsabilmente, insieme, di limitarsi. Le sirene della rassegnazione ripetono che non si può arrestare il degrado comunicativo, che non contiamo nulla, che non è possibile invertire la rotta… Eppure, vista la rapidità dei cambiamenti, perché non immaginare un futuro diverso da quello prospettato dal millenarismo fascistoide imperante? Rimane per tutte e ciascuna il compito molto concreto di: valutare le proprie abitudini tecniche (individuali e di gruppi), in particolare le scelte digitali; individuare tecnologie rotte oltre ogni possibilità di riparazione, da abbandonare al più presto (es. i social media in generale); o, quantomeno (“ma lo uso per lavoro!”, “sono obbligato!”), attivare pratiche di riduzione del danno, a cominciare dal telefono in bianco e nero, senza notifiche di alcun tipo, ecc. Questo non per purismo, ma, molto pragmaticamente, per cominciare a liberare tempo, spazio, energie per altro (meno tecnologia, meno tecnologie tossiche). L’attenzione per le scelte alimentari è cresciuta molto negli ultimi decenni, nei paesi ricchi come l’Italia. Biologico, filiera corta, equo e solidale… Anche le tecnologie di comunicazione nutrono il nostro modo di abitare il mondo, mostrano chi siamo. Come si valutano le tecnologie? Per cominciare dall’inizio, con C.I.R.C.E. abbiamo messo a punto un semplice strumento di valutazione. Vi invitiamo a provarlo. Suggerimenti? Dubbi? Altro? Scriveteci a info chiocciola circex punto org Il momento è drammatico, ma favorevole: buone sperimentazioni. (carlo milani – https://circex.org)
October 23, 2026
Napoli MONiTOR
Il cortocircuito. Appunti di un’insegnante sulle rivolte dei giovani
(disegno di cyop&kaf) «Non capiscono un cazzo e non hanno voglia di fare un cazzo!». «Protestano per il caro benzina? Ma cosa c’azzecca con la scuola». «Lo fanno solo per saltare le lezioni, non hanno un’idea». «Non c’è ciccia, vogliono solo spaccare tutto». «Bisogna aumentare la sicurezza, più polizia e provvedimenti lampo sui minori». «Sono pagati per rovinare le manifestazioni». «Non è la Francia». Queste sono frasi che ho sentito a scuola, nei media e nei commenti. L’ultima settimana è stata una ventata di caos e novità nelle scuole – quelle scuole che solitamente sono estranee alle mobilitazioni – e nelle piazze. Quello che ai miei occhi è stata fonte di entusiasmo, curiosità e rinata vitalità, per la maggior parte degli adulti intorno a me è stato incomprensibile e inaccettabile, una disgrazia della contemporaneità. Non sono le immagini degli scontri e di questi alveari di mobilitazione ad allarmarmi, ma è la lettura che di questi fenomeni ne facciamo. Se da una parte la società distopica in cui viviamo produce ancora delle forme di dissenso e radicalità a tratti ingovernabili, dall’altra è incapace di dare spessore a quello che succede. Ribaltando totalmente la prospettiva, incomprensibile è la diffusa incapacità di orientarsi nella complessità del reale. Si osserva la facciata senza vederne l’architettura e ci si arresta sul messaggio sgrammaticato o sulla grafica fatta con ChatGPT, si enfatizza l’ambiguità di alcune rivendicazioni o ci si aggrappa a una presunta povertà di contenuto di un’occupazione o assemblea d’istituto. Ecco il cortocircuito: chi critica mancanza di senso e contenuto nelle rivolte dei giovanissimi non è in grado di delineare per questo fenomeno delle relazioni di causa ed effetto, né sa riconoscere che riproduciamo le stesse fallacie logiche che attribuiamo agli altri. LINGUAGGIO Lavorando a scuola ho visto che dal caos totale – non degli ultimi giorni, ma dell’ultimo decennio – possono iniziare a svilupparsi forme di organizzazione e rivendicazione snelle e ancora difficilmente comprensibili. Poche azioni da fare: mettersi in ascolto, supportare e colmare quelle lacune critiche che il sistema, nel quale la scuola come istituzione è compresa, ha reso gigantesche. Bisogna quindi interpretare linguaggi nuovi che solo in apparenza non sono linguaggi. Essi sono il risultato del continuo smantellamento di ogni forma di sapere, creatività, lentezza, contemplazione attraverso l’oligarchia tecnologica che continua a bussare alle nostre porte con genocidi, disastri climatici e repressioni. Questo linguaggio nuovo nasce da suoni e gesti non codificati, inediti e talvolta troppo spiazzanti per poterli accogliere. Come nasce un nuovo linguaggio, che è di per sé la più grande forma di soggettivazione dell’esistenza umana, in un mondo che continuamente lo riduce e lo semplifica? Per tentativi, sentimenti viscerali e sensazioni. La sensazione della possibilità di poter rompere l’ordinario, per esempio. Poco importa se lo stimolo arriva da reels che riportano, frammentariamente e sommariamente come fanno le grandi testate nazionali, le rivolte in Francia, Spagna e Albania; quello che importa è cosa possono far germogliare. In un reale assopito e individualista, schermato da vite on line, riuscire ad assumere un comportamento che nessuno aveva ascoltato, condiviso o avvallato fino alla settimana prima non era facile, ma è bastata una scintilla a far saltare il banco. Anche i miei studenti hanno deciso di mobilitarsi sulla scia delle proteste francesi e delle scuole intorno a loro. Fino al giorno prima, nelle nostre discussioni in classe molti consideravano qualsiasi forma di dissenso inutile: «da comunisti», «da ammazzare quelli che bloccano le strade». Alla fine della scorsa settimana, però, convocavano la prima assemblea d’istituto per parlare dei problemi della scuola. Pescando dagli immaginari e dalle categorie a loro note, ed è indubbio che siano più fragili rispetto alle generazioni precedenti, in una settimana si sono costruiti un mondo  che ha  rotto energicamente con il copione di una quotidianità pacifica. Sono pratiche imitate ma condivise, forme di organizzazione prese dalla vita di tutti i giorni e trapiantate nella rivolta. Avere il coraggio oggi di occupare, oppure più semplicemente saltare collettivamente le lezioni perché c’è un malessere profondo: queste azioni rappresentano qualcosa di importante e bisogna preservarlo prima che venga spazzato via dalla repressione. Vedo un miracolo, un miracolo che avviene in mezzo a presidi sceriffi, docenti che cordonano istituti per evitarne l’occupazione, condanne ferme e richieste di provvedimenti liberticidi nei confronti di minorenni, genitori che dopo i fermi dichiarano: «Doveva prenderle, così imparava». Mi terrorizza notare come la deriva securitaria e autoritaria si è impadronita anche della scuola e della lingua. Addio al linguaggio allora, che bruci il nostro linguaggio. APPRENDIMENTO Gli studenti sono quotidianamente marginalizzati ed etichettati, anche nel luogo dove questo non dovrebbe accadere. Nella mia esperienza, in un centro di formazione professionale, gli studenti spesso arrivano con dei traumi inaccettabili ma giustificati dal sistema scolastico e valoriale del nostro paese: bocciature intransigenti in momenti complicati della vita, emarginazione causata da comportamenti giudicati irreversibili, stigmatizzazione delle difficoltà linguistiche e didattiche e mancanza di supporto, sostegno e fiducia nelle loro inclinazioni e passioni. A tredici anni sono etichettati come irrecuperabili, definiti come problema da gestire nella scuola, tenuti in cattività. Se i docenti non si prendono responsabilità e non assumono posizioni radicali ma, al contrario, giudicano e reprimono la costruzione dell’identità di un adolescente, cosa si deve pretendere da questi giovanissimi fisiologicamente incazzati e anti-autoritari? Non è un caso che sappiano posizionarsi su diverse questioni con posture molto forti e radicali, ma con argomentazioni deboli se non inesistenti; e non è altrettanto un caso il fatto che nel valutarsi non si rendano conto della mancanza. Mi viene in mente che quando in classe ci esercitiamo sul testo argomentativo è sempre complicato, salvo rarissime eccezioni, riuscire a far passare il concetto dell’argomentazione e dei suoi possibili orizzonti retorici e di contenuto. Non bastano esempi ed esercizi decisamente creativi: l’argomentazione è un meccanismo che non ingrana. Ovviamente non sono gli studenti a essere ignoranti o fagnani, semplicemente non hanno esempi a loro disposizione. Da cosa sono circondati? Dai discorsi politici delle classi dirigenti, dalle ramanzine e dalle chiacchiere tra adulti legittimate dalla narrazione dominante. Oggi in classe abbiamo fatto un tema d’opinione sulla scorsa settimana, dovevano esprimersi sulle proteste studentesche, le pratiche e le reazioni. «Prof, non so cosa dire», «Ci fa fare delle robe noiosissime, senz’offesa», «Cazzo me ne frega», «Posso usare Gemini?». Alcuni intanto scrivevano animatamente. Correggendo insieme all’ultima ora ci siamo resi conto che fino a oggi non avevano mai azzeccato interamente la struttura e la completezza di un testo argomentativo. Qualcosa è cambiato grazie all’esperienza di una settimana. Gli sviluppi degli ultimi giorni non mettono d’accordo gli studenti, eppure il dibattito è straordinariamente acceso e le motivazioni di base godono del più totale assenso. Le loro esistenze non sono lontane né sorde al carovita, all’inflazione, alle critiche rivolte a strutture scolastiche fatiscenti e inadeguate, alle diseguaglianze anacronistiche e agli svariati livelli di oppressione e razzializzazione. Nel deserto autoritario della classe e del mondo esterno, loro si costruiscono da sé gli strumenti. Intanto il mondo del sapere e della cultura si sta arrovellando sulla vetrina di Feltrinelli. VIOLENZA Qualche anno fa ho avuto una discussione molto spiacevole con un mio studente che per ridere mi faceva vedere un video atroce di un carro armato che schiacciava cadaveri. Non capiva quale fosse il problema, d’altronde come avrebbe potuto? È essenziale superare le derive banali e tediose di classismo che in questi giorni si sprecano. Certo, la malizia del potere gode d’una generale debolezza critica perché tutto questo circo sciatto nutre il consenso e l’agibilità delle classi dirigenti. Al contempo i nativi digitali accettano la tecnologia e le varie forme di controllo che questa esercita sulle loro vite: esiste da sempre e si è radicata nelle viscere. Per questo l’azione non è ricondotta automaticamente alle conseguenze e la violenza è il linguaggio che li martella incessantemente. EMERGENZA Dicevano che sarebbe andato tutto bene: con semplici precauzioni avremmo superato anche la piaga della pandemia. Il discorso medico si è impossessato della nostra capacità critica, la legge marziale delle nostre esistenze. Lo stato di emergenza ha creato degli enormi margini per istituire, e non smantellare, forme di repressione e controllo totali. L’emergenza è stata poi la guerra o il fittizio mantenimento della pace. Ora l’emergenza è ritornata e non possiamo più commettere lo stesso errore. Mentre i proclami diventano dittatoriali e attuativi, la mia ossessione è quella della consapevolezza nelle piazze. Per prima cosa vorrei si smettesse di disumanizzare gli adolescenti incastrandoli in categorie degne di sceneggiatori scafati. La proiezione del maranza assume ogni giorno di più i tratti grotteschi da villain dei cartoni animati. C’è qualcosa di buono dalla perdita di senso: si possono spazzare via parole ridicole e soffermarsi su quello che serve per tutelare l’esistenza e la libertà di questa generazione che continua a destabilizzarci. L’ingenuità che è insita nella generosità di stare nei momenti di rottura deve essere resa saggezza, bisogna condividere sapere ed esperienze per non permettere che la violenza più forte di tutte, quella dello stato, abbia la meglio. Esagero con il maternage nel proporre il bollettino degli aggiornamenti dei vari decreti sicurezza a fine lezione e mi auguro che la settimana prossima altri studenti non siano arrestati o attaccati dalle forze dell’ordine. PROSPETTIVE DEL CAOS Quando facciamo storia, per gli studenti è ostico avere contezza della temporalità: non esiste una chiara linea del passato storico e manca la coscienza di come alcune condizioni attuali siano il processo di movimenti più lunghi e radicati. Quello che esiste adesso non si dà che nell’oggi, nella brevità. Diventare protagonisti, percepire di essere soggetti attivi è il miglior metodo di apprendimento. Decido di andare alla manifestazione percependo a scuola un interesse inedito. La piazza di sabato, a Torino, è rumorosa più del solito, ribolle di persone e idee molto diverse tra loro. Cerca di dominarla, con scarsi risultati, una decina di militanti di Futuro nazionale sotto mentite spoglie, lanciando dal megafono messaggi generici contro il governo e inveendo contro gli incappucciati. Gli “incappucciati”, che coperti non sono, stanno ai limiti del presidio e si riappropriano gioiosamente del monumento al duca di Aosta. I cori di una parte della piazza che esortano a togliere questi fantomatici cappucci cadono nel vuoto. Quello che un occhio meno pigro vede è qualcosa di diverso: tantissime studentesse e studenti delle scuole che solitamente non erano comprese nelle mobilitazioni, come quella del giorno prima durante il corteo studentesco. E accanto a loro ci sono altri che invece erano già attivi negli ultimi anni nei movimenti Propal. Si aggiunge qualche cittadino richiamato dal tam tam social e i militanti. È una piazza strana e antigovernativa che invoca l’idea di avere diritto a una vita dignitosa, alcuni in maniera strategica in vista delle elezioni. Il tentativo di controllo da parte della cripto-destra è fallimentare, basta una via per azzerare la loro presenza. Il corteo è grande e giovanissimo, le parole d’ordine sono chiare: basta carovita, scuola di qualità, antifascismo. Sento in me l’euforia di qualcosa di nuovo, vivo e poco incasellabile. (ilaria magariello)
October 22, 2026
Napoli MONiTOR
Bagnopoli, un vademecum. Il nostro contributo alle occupazioni degli studenti flegrei
(disegno di marta fogliano) “Gentileschi occupato contro la guerra e contro la Coppa”. Con invidiabile capacità di sintesi uno striscione affiso sul cancello esterno del liceo bagnolese sintetizzava le principali motivazioni che hanno spinto gli studenti e le studentesse, questa settimana, a occupare la scuola. È solo apparentemente un volo pindarico, anzi i giovani che hanno preso possesso delle aule e delle palestre in questi giorni hanno ben chiare tutte le connessioni tra ciò che gli accade intorno, dal livello internazionale a quello territoriale. «I soldi che vengono investiti per il riarmo – dicono – vengono tolti alla sanità, alla scuola, alle politiche per la casa. E quello stesso intreccio di poteri pubblici e multinazionali private che alimenta l’economia di guerra si mangia pian piano le nostre città e i nostri quartieri» (il riferimento è al ruolo di main sponsor della Coppa America svolto da Msc, colosso internazionale che ha un ruolo importante nella logistica di guerra e nel genocidio dei palestinesi). In questi giorni come redattori di Monitor, e insieme agli attivisti della Rete No America’s Cup, siamo stati coinvolti dagli studenti di tre scuole occupate dell’area flegrea in iniziative divulgative e informative rispetto alla storia di Bagnoli, agli sviluppi della rigenerazione urbana, al ruolo della competizione velistica come grimaldello per la speculazione e la cancellazione dei piani urbanistici esistenti. I ragazzi del territorio ci hanno invitati, ci hanno ascoltati e ci hanno fatto domande. Per la prima volta dopo molto tempo stanno lavorando in rete, e infatti ieri hanno lanciato la proposta per una “assemblea delle scuole in protesta”, che si terrà oggi alle 19 nel cortile del Labriola (sede centrale di via Terracina). Invitandoli a continuare a lottare mettiamo a loro disposizione (scaricabile naturalmente in forma gratuita, cliccando sul titolo) Bagnopoli. La rigenerazione di un’ex area industriale tra pianificazioni urbanistiche e assalti speculativi, opuscolo che abbiamo prodotto lo scorso inverno insieme all’Assise di Bagnoli, Bagnoli Informazione, il Laboratorio Politico Iskra, l’Osservatorio per la bonifica e la rigenerazione urbana di Bagnoli e la Rete No America’s Cup. (redazione napolimonitor)
October 21, 2026
Napoli MONiTOR
Quando le piazze si svuotano. Sul movimento spagnolo dopo le acampadas di Madrid
(disegno di manincuore) Il parallelismo tra l’acampada per la casa a Madrid e il movimento del 2011, nato nella stessa piazza, non ci permette di comprendere l’enorme lavoro preparatorio realizzato dal Sindicato de Inquilinas di Madrid, né le analisi politiche maturate in questi quindici anni all’interno del movimento. A breve uscirà in italiano il libro Generazione inquilina. Farla finita con la disuguaglianza abitativa, scritto da uno dei fondatori del Sindacato Inquiline di Madrid, Javier Gil, che espone proprio la teoria e le prospettive del “nuovo sindacalismo inquilino”. Questo articolo pubblicato il 10 ottobre su El Salto, e di cui presentiamo a seguire alcuni estratti, ci aiuta a capire l’evoluzione delle riflessioni interne al movimento spagnolo. La traduzione è di Stefano Portelli. *   *   * È strano paragonare la recente acampada a Puerta del Sol con il movimento del 15M. L’immagine ce lo suggerisce: le tende, la piazza occupata, le commissioni, le cucine improvvisate, le assemblee, e una sensazione difficile da spiegare, come se il tempo accelerasse e tutto sembrasse possibile. E poi c’è la memoria. Le tende del 2011 sono probabilmente lo spazio politico più carico di significato della storia della sinistra contemporanea a Madrid: basta piantare qualche tenda, e subito appaiono i fantasmi del 2011. Ma la parte più interessante di quello che sta succedendo ora è proprio quello che non somiglia al 15M. Forse abbiamo davanti qualcosa di molto più interessante che una ripetizione del ciclo delle piazze. È possibile che stiamo entrando in un nuovo ciclo politico, in cui la parola “organizzazione” non ci fa più venire l’allergia. IL LUNGO CICLO DELL’AUTONOMIA Per decenni, buona parte della sinistra extraparlamentare ha mantenuto una profonda diffidenza verso le organizzazioni forti. C’erano buone ragioni: il ventesimo secolo ci aveva lasciato partiti comunisti burocratizzati, sindacati trasformati troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni in cui la disciplina aveva sostituito il dibattito, avanguardie che avevano finito per confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di rappresentare. La crisi del comunismo e la caduta dell’Urss completarono lo screditamento dell’immaginario organizzativo. In risposta a tutto questo si consolidò un altro senso comune militante, che non nasce nel 1991, ma che parte invece dalla nuova sinistra degli anni Sessanta, dal femminismo autonomo, l’autonomia italiana, lo zapatismo, il movimento no-global, le esperienze argentine dopo il 2001, Occupy, le piazze arabe, infine il 15M. Queste tradizioni, nonostante le loro differenze, condivisero alcune intuizioni: il sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la preferenza per strutture decentrate, la rivendicazione di orizzontalità e una grande fiducia nel potenziale politico degli eventi spontanei. […] Per molto tempo, questa è sembrata una rottura necessaria con il ventesimo secolo; e forse lo era. I problemi sono iniziati quando la critica delle organizzazioni burocratiche è diventata una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando non avere leader iniziò a sembrare più democratico che averne; quando l’assenza di strutture formali si confuse con l’assenza di rapporti di potere; quando crescere iniziò a considerarsi sospetto, e quando preservare la purezza di piccoli gruppi di militanti apparve più importante che costruire organizzazioni capaci di includere chi non condivideva i nostri codici politici. Quel mondo ha prodotto risultati importanti, proteggendo la sinistra da molte patologie del ventesimo secolo; ha insegnato la diffidenza verso gli apparati, la cura dei processi, l’attenzione verso chi prende la parola e chi rimane escluso, la necessità di sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo liquidarlo come trenta anni persi; di certo, però, una domanda è rimasta senza risposta: come si costruisce potere su una scala più ampia? […] Oggi che la precarietà si è generalizzata, e che la proprietà si concentra sempre di più, diventando una frontiera tra chi ha un patrimonio e chi non ne ha, oggi che la promessa di inclusione delle classi medie perde la capacità materiale di ordinare la società, si riapre lo spazio per organizzazioni costruite direttamente sul conflitto tra interessi contrapposti. Se l’autonomia aveva trovato il suo terreno tra chi si posizionava fuori da una società ancora capace di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo precisamente in una società che ha sempre più difficoltà a integrarle. Ci sono indizi del fatto che questo slittamento non appartiene solo al movimento per la casa. Come scriveva di recente il militante della Cnt Rafa Cuesta su El Salto, il ritorno della forma sindacale coincide con un recupero più ampio del conflitto sul lavoro e con l’arrivo di esperienze in cui sindacati combattivi di base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori stanno ritrovando capacità di iniziativa. Forse allora il sindacalismo inquilino non è un’anomalia, ma una delle espressioni più visibili di una ricomposizione ancora ai suoi inizi. Se la rottura della società delle classi medie torna a rendere nitidi degli interessi che per decenni erano stati ammortizzati dall’accesso a un impiego stabile, al consumo, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano che stiano riapparendo organizzazioni costruite precisamente per trasformare questi interessi condivisi in un conflitto collettivo. Il ritorno del sindacato potrebbe non essere una moda militante, ma il sintomo organizzativo di una trasformazione sociale più profonda. FARSI TROVARE PRONTI Il libro If We Burn si chiede come organizzare potere su ampia scala, guardando indietro dopo l’entusiasmo. Il giornalista Vincent Bevins ha intervistato i partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di paesi, trovando enormi differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong o Ucraina, ma anche un punto ricorrente: i movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di persone, di abbattere governi o di paralizzare città, erano sorprendentemente poco preparati per decidere cosa sarebbe dovuto succedere il giorno dopo. La mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo. Se il movimento ha rinunciato a farlo, però, quegli spazi non sono rimasti vuoti: altri attori –  partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni religiose, nuove destre –  erano molto più preparati per approfittarne. Questa è una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di un’organizzazione in grado di intervenire su di essa sono due capacità distinte. La Spagna ha seguito naturalmente il suo percorso. Il 15M non ha “fallito” e basta, poiché ha trasformato il linguaggio politico, ha prodotto delle nuove organizzazioni (e ne ha alimentate altre, come la Plataforma de Afectados por la Hipoteca), ha modificato il dibattito pubblico; in seguito ha aperto un ciclo istituzionale completamente nuovo, in grado di superare il bipartitismo e di durare fino a ora. Ridurlo a una sconfitta sarebbe una semplificazione pari a idealizzarlo; ma ha lasciato aperta la stessa domanda: cosa succede quando la piazza si svuota? Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in qualche misura, elettorale. Parte dell’energia del 15M è stata incanalata in nuovi partiti e nuove candidature. Un’altra parte è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali, nelle reti di solidarietà e nell’attivismo settoriale. Un’ultima parte è rimasta troppo stanca e ferita per poter continuare a partecipare attivamente. Oggi sembra che stia affiorando una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di base. Questa è la cosa davvero interessante del sindacalismo inquilino contemporaneo. Un sindacato non è un partito politico, non pretende necessariamente di conquistare lo Stato né ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è neanche semplicemente uno spazio di incontro tra attivisti, perché aspira a organizzare una parte specifica della società a partire da una relazione materiale condivisa. È una differenza gigantesca. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non sapere cosa vuol dire “autonomia”, non aver partecipato mai a una manifestazione e non avere nessuna opinione sulla Comune di Parigi. Eppure, sa perfettamente quanto paga di affitto, quando finisce il suo contratto, chi è il suo padrone di casa, sa che nell’appartamento accanto cinque famiglie hanno ricevuto la sua stessa raccomandata. È lì che comincia l’ipotesi sindacale: non in una convergenza ideologica preesistente, ma nella possibilità di costruire interessi comuni a partire da una relazione sociale esistente. Per questo il Sindicato de Inquilinas di Madrid si organizza per territori, per palazzi e per proprietari. Il suo metodo per organizzare una palazzo consiste nel localizzare il resto degli abitanti, concordare delle richieste comuni ampie e condivise, aprire una negoziazione collettiva, e allargare il conflitto se il proprietario rifiuta di negoziare. Non è una strategia molto spettacolare, ma forse questa è la sua virtù. Perché uno dei paradossi della politica contemporanea è che abbiamo imparato a produrre degli eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di costruire istituzioni ordinarie. In questo senso, non è stato irrilevante scegliere di chiamarsi “sindacato”. C’è qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui buona parte dei movimenti sociali hanno preferito chiamarsi piattaforme, collettivi, reti o assemblee, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato coscientemente una parola così carica di storia. Chiamarsi sindacato esprime un’ambizione specifica: non ci si limita a denunciare un’ingiustizia, ad accompagnare le persone che la subiscono o a intervenire episodicamente; si punta invece a costruire un’istituzione permanente del conflitto – un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, creare appartenenza, formare i suoi membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e accumulare potere tra un conflitto e quello successivo. Il ritorno della parola è importante, perché segnala anche il ritorno di questa ambizione. MOBILITARE E ORGANIZZARE Qui appare una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse una differenza semantica. Mobilitare vuol dire riuscire a far sì che molta gente faccia qualcosa; organizzare significa far sì che quelle stesse persone siano in grado di fare cose che prima non potevano fare. Una combinazione di indignazione, reti sociali, copertura mediatica e congiuntura politica può fare in modo che cinquantamila persone arrivino a Puerta del Sol: questo dimostra una grande capacità di mobilitazione. Ma se dopo una settimana ci sono dieci nuovi palazzi organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei loro edifici, nuovi affiliati, nuove brigate e strutture in grado di sostenere conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. Si è creata organizzazione. […] Le strutture più capaci sono quelle che combinano mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibile per migliaia di persone, e allo stesso tempo sviluppano meccanismi con cui una parte di queste persone acquisisce responsabilità, formazione, capacità politica e leadership. Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di chiudersi su se stessa; ma senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere grandi dimensioni e lasciare dietro di sé ben poca capacità accumulata. Questo ci permette di affrontare in un altro modo il dibattito sulla acampada. Pablo Carmona in questi giorni proponeva di interpretare Puerta del Sol come una nuova “Comune di Madrid”: un movimento capace di liberarsi progressivamente dalle organizzazioni da cui è nata la protesta, per convertirsi in un soggetto autonomo, destituente ed espansivo. L’immagine è suggestiva, ma appartiene chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza appare di nuovo come il luogo dove le identità precedenti si diluiscono per produrre un nuovo soggetto. Le organizzazioni esistenti sarebbero necessarie per accendere la miccia, ma dopo dovrebbero farsi da parte, per permettere che l’evento dispieghi tutta la sua potenzialità. Un approccio sindacale  permette di porre il problema in un altro modo, senza arrivare alla conclusione superficiale che le organizzazioni semplicemente assorbiranno l’evento. Questo riprodurrebbe, in senso contrario, uno dei problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che tutta l’energia popolare debba finire contenuta nelle sue strutture. I grandi processi politici non funzionano mai così; ci sono sempre persone che arrivano per la prima volta, reti informali, gruppi di abitanti, militanti di diverse organizzazioni, persone che non vogliono affiliarsi a niente, spazi di autorganizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative impossibili da prevedere settimane prima. E tutto questo non è un’anomalia da correggere, ma una fonte di potenza di qualunque movimento di massa. La sfida consiste nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastruttura, esperienza accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e una lettura strategica. Il movimento popolare apporta la capacità di espandersi, una creatività e un’iniziativa che nessuna organizzazione può fabbricare con una strategia coordinata. Uno sciopero generale, se un giorno riuscirà ad avere una vera dimensione di massa, probabilmente dovrà creare proprio questo tipo di rapporto. Non dovrà essere solo “lo sciopero del sindacato”; dovrà diventare uno sciopero di migliaia e poi decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate, ma per la maggior parte – se siamo fortunati – composto da gente che non apparteneva a nessuna organizzazione. Questo ci obbliga a pensare a forme organizzative più ampie: comitati di sciopero di quartiere, assemblee aperte, coordinamento tra palazzi, strutture a cui partecipano sindacati, collettivi già esistenti e persone che arrivano per la prima volta. Le organizzazioni forti non devono sparire, ma neanche pretendere di sostituire il movimento. Il loro ruolo sarebbe quello di fare da colonna vertebrale per una forza sociale necessariamente molto più grande di loro. Forse questo è il miglior modo per descrivere il nostro compito ora: non contenere lo straripamento, né adorarlo, ma organizzarlo. IL RITORNO DELLA LEADERSHIP Per questo forse si può formulare un’ipotesi, intenzionalmente eccessiva: l’autonomia è morta. Ma spieghiamo subito cosa significhi, altrimenti l’affermazione risulta immediatamente falsa. Non sta morendo l’autonomia verso lo Stato o verso i partiti. Non sta morendo neanche la necessità che i movimenti sociali mantengano la propria capacità di decidere le loro strategie. Quello che potrebbe star morendo è l’autonomia come teoria sufficiente per l’organizzazione: l’idea che connettere le lotte orizzontalmente, rispettare la loro indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva si sviluppi dal basso, produrrà spontaneamente una strategia comune. Per decenni, buona parte della politica radicale ha diffidato di una parola in particolare, rappresentanza. La dicotomia vera, però, non è mai tra rappresentanza o assenza di rappresentanza. L’alternativa era tra rappresentanza controllata o rappresentanza informale; leaderismi visibili o invisibili; strutture sottoposte a regole o strutture costruite con relazioni personali che nessuno aveva votato. Jo Freeman lo aveva segnalato già nel 1970, nella sua ben nota critica alla “tirannia della mancanza di strutture”; e Bevins, mezzo secolo dopo, trova un’intuizione simile in molti dei partecipanti ai movimenti che studia, scoprendo che buona parte di coloro che hanno rivisto le loro posizioni dopo quelle esperienze hanno iniziato a dare più importanza all’organizzazione, alla presenza di leader e a qualche forma di rappresentanza esplicita. […] Non c’è forse parola più malvista del termine “leader” in alcuni ambienti militanti. Per anni sembrava che essa nascondesse sempre una minaccia. L’alternativa consisteva nell’affermare che siamo tutte uguali, che non ci sono dirigenti e che le decisioni sorgono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia passato abbastanza tempo in un’“assemblea orizzontale” sa che questo raramente corrisponde alla realtà. Ci sono persone che hanno più informazioni, persone che sono lì da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi immediatamente modificano l’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore a settimana alla militanza, e altre che ne hanno solo tre. La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo la questione sindacale non si ossessiona con limitare la leadership, ma in come moltiplicarla. Non si costruiscono dirigenti imprescindibili, ma centinaia di dirigenti. La persona che arriva perché il suo padrone di casa vuole sfrattarla, magari entro un anno starà organizzando il suo palazzo; in seguito può sostenere un altro conflitto, poi formare dieci persone nuove. Per questo, un pilastro dev’essere la formazione politica della pedagogia di Freire: partire dall’esperienza vissuta per sviluppare un pensiero politico di classe e anticapitalista. Questo processo è molto meno romantico di una piazza occupata, e molto più pericoloso per chi ha il potere. La rendita immobiliare può sopportare manifestazioni, ma ha molta difficoltà nel gestire migliaia di persone che imparino collettivamente a negoziare, a disobbedire, e a sostenersi durante lunghi conflitti. […] Visto così, anche il dibattito su quando bisogna lasciare una acampada cambia completamente senso. Ridurre la presenza in piazza non vuol dire smobilitare; potrebbe voler dire proprio il contrario. Il Sindicato de Inquilinas questa settimana ha annunciato che ridurrà progressivamente la sua presenza ufficiale nell’accampamento, per poter orientare i suoi sforzi verso i quartieri, i palazzi organizzati, e la preparazione di conflitti futuri, anche se altre persone decideranno di mantenere l’acampada. È una decisione strategicamente interessante, proprio perché rompe con l’intuizione ben radicata che una mobilitazione può crescere solo rimanendo fisicamente dove ha raggiunto la sua massima visibilità. Forse ora crescere potrebbe diventare qualcos’altro. Il momento eccezionale si può usare non solo per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita quotidiana alla fine dell’evento. In questo senso, Puerta del Sol non sarebbe tanto una Comune, come una gigantesca scuola sindacale accelerata; e il suo successo non si può misurare contando il numero di tende. Bisognerà aspettare dei mesi, e vedere in concreto come si materializza questo successo nello sciopero generale che si sta preparando. Perché preparare uno sciopero generale non vuol dire solo fissare una data sul calendario. La costruzione dello sciopero può essere in sé un processo di organizzazione di massa. Ogni comitato di sciopero che si costituisce, ogni palazzo che si unisce, ogni conversazione con chi non si è già organizzato, ogni nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza e ogni struttura di coordinamento, costruiscono già prima dello sciopero una capacità che rimarrà anche dopo di essa. In questo senso, lo sciopero non è solo il momento culminante in cui una forza già esistente si mette alla prova. Può essere anche il processo con cui questa forza si costruisce. Prepararla significa produrre il soggetto capace di sostenerla. […] Il 15M aveva prodotto un’enorme indignazione sociale, ma a rappresentarla a medio termine non furono le strutture popolari nate nei quartieri, bensì, soprattutto, le loro traduzioni elettorali. Prima le candidature municipaliste, poi Podemos, e poi tutto il ciclo politico che ha provato a trasportare nelle istituzioni una parte delle richieste, del linguaggio e dell’energia che avevano fatto irruzione nelle piazze. Non è stato né un tradimento né uno sviluppo inevitabile; ma di certo il risultato di una debolezza organizzativa. Si era creata una grande capacità per aprire una crisi, ma molta meno per darle una direzione propria, a una scala sufficiente. […] DOPO L’AUTONOMIA C’è un’altra differenza importante con il ciclo politico precedente. Costruire organizzazioni sindacali forti significa costruire un potere che non dipenda interamente dai ritmi elettorali. […] Un sindacato può negoziare una legge, contestare un decreto, fare pressioni su un governo o intervenire apertamente in un dibattito politico. La differenza è che la sua capacità di agire non emerge principalmente dall’aver occupato tali istituzioni. Emerge dalla gente che organizza e dalla possibilità di alterare materialmente un rapporto economico. Questa autonomia materiale dai cicli elettorali risulta specialmente importante dopo l’esperienza posteriore al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un governo può cadere, una maggioranza parlamentare può sparire. Ma una palazzina organizzata esisterà anche il giorno dopo; e anche una sezione sindacale, un comitato di sciopero, una rete territoriale capace di smuovere migliaia di persone. Puntare ad avere organizzazioni forti e non partitiche non consiste nell’abbandono della politica istituzionale, ma nella costruzione di fonti proprie di potere che permettano, tra l’altro, di intervenire su di essa senza dipendere completamente dai suoi rovesci di fortuna. Un contropotere che possa strappare conquiste a qualunque governo, scontrandosi quando necessario e continuando a organizzarsi quando cambi la maggioranza in Parlamento. Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze non servono, ma che tipo di organizzazioni rimangono quando le piazze si svuotano; lì forse si può trovare la differenza tra le due epoche. L’immaginario politico del 2011 potrebbe riassumersi in una piazza che grida “nessuno ci rappresenta”. L’immaginario che sta emergendo ora formula un problema differente: come costruiamo organizzazioni di massa che possiamo realmente controllare, e che siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme. (assiatu diallo, elisa molina, pablo pérez ruiz)
October 21, 2026
Napoli MONiTOR
Una settimana lunghissima. L’ex-Ilva di Taranto tra scioperi operai e cortei contro la fabbrica
(archivio disegni napolimonitor) Quella appena passata è stata una settimana intensa e lunghissima. È iniziata lunedì 12 ottobre, quando non erano ancora spuntate le prime luci dell’alba. È sciopero in tutti i siti del gruppo Acciaierie d’Italia, da Genova a Taranto, compresi i lavoratori degli appalti e quelli di Ilva in amministrazione straordinaria. «Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo nemmeno dove ci porterà!», dicono i delegati radunati alle portinerie. I lavoratori in cassa integrazione invece si raccolgono nei pressi della direzione dove dalle otto di mattina è previsto il concentramento e l’assemblea operativa che annuncerà le forme di mobilitazione. Il parcheggio della direzione si riempie in poco tempo mentre spuntano i primi raggi del sole: siamo tanti, tantissimi, tremila, forse quattromila, comunque una partecipazione che non si vedeva da tempo. I segretari locali dei sindacati dei metalmeccanici spiegano le ragioni della mobilitazione, quello che è successo nei giorni precedenti e quello che potrebbe succedere nei successivi. Gli incontri istituzionali della settimana precedente sono stati quasi del tutto inconcludenti. Il decreto in discussione mette momentaneamente in sicurezza i lavoratori dell’appalto e di Acciaierie d’Italia con cassa integrazione fino a giugno 2027 estendibile per tutto l’anno. Ma la fabbrica si fermerà e il governo non prevede leggi straordinarie per i lavoratori. Si discute dell’applicazione di leggi già esistenti, che però non bastano. Ci sono poi altre variabili da considerare: la decisione della Corte di Cassazione sul ricorso di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria sulla fermata dell’ultimo altoforno attesa per il 20 ottobre; il bando di vendita, al momento prorogato fino all’8 novembre, che però non lascia presagire nulla di buono né dalle parti di Jindal né da quella della cordata degli acciaieri italiani, che sono gli ultimi due concorrenti rimasti; c’è l’imminente aumento massiccio della cassa integrazione, a Genova come a Taranto; c’è il rapporto con un pezzo di città che chiede di mettersi definitivamente alle spalle il passato; ci sono le richieste del fronte operaio: leggi speciali per gli attuali lavoratori [FB1] – cassa integrazione, riconoscimento dei benefici per l’esposizione all’amianto e per lavoro usurante, prepensionamenti, incentivi all’esodo volontario –, per favorire una transizione industriale che possa prevedere una produzione di acciaio compatibile con la salute e l’ambiente, perché una fabbrica così com’è non la vuole nessuno. Tanti temi, tanti umori, tante differenze, ma tutti sono d’accordo su una cosa, anzi su quattro cose: salute, ambiente, lavoro, futuro! Lo sanno tutti che sarà lunga: partiamo oggi, poi andremo a Bari. Poi, se necessario, andremo anche a Roma! Finché non ascolteranno le nostre proposte, dicono i rappresentanti sindacali. Quando il segretario di Usb, a conclusione dell’assemblea, annuncia: «Ora andiamo a bloccare l’Eni!», scatta l’applauso fragoroso e il corteo si avvia verso i varchi d’ingresso e di uscita dell’Eni, mentre tra la folla spunta anche il sindaco di Taranto Piero Bitetti che porta la sua solidarietà ai lavoratori e si intrattiene a parlare con operai e delegati.  La città, inevitabilmente, si paralizza in poche ore. I lavoratori si smistano nei vari presidi, le forze dell’ordine defluiscono il traffico, il bar della stazione di servizio dell’Eni viene preso d’assalto, c’è una fila enorme: per andare in bagno, per un caffè, una bevanda, qualcosa da mangiare. Le risposte non arriveranno subito e bisogna organizzarsi per affrontare la notte, la prima notte, mentre il tempo minaccia pioggia. Si incontrano facce vecchie che non vedevamo da tempo e facce nuove con cui si socializzano le varie questioni: è il segnale che lo sciopero è riuscito, siamo talmente tanti in fabbrica che non ci conosciamo nemmeno tutti. Spuntano i primi camion che portano i panini, le prime birre, si iniziano a montare i gazebo per la notte; ormai, con i bagni troppo lontani e affollati, si piscia nelle piantagioni circostanti. Nel primo pomeriggio arriva la convocazione in regione: giovedì alle 10. È un primo risultato, era una delle richieste sindacali; ma non basta, non si smobilita. Non si smobilita nemmeno quando arriva l’annunciato acquazzone; nonostante il freddo, le ore di sonno perse, la stanchezza, le famiglie lasciate a casa, tutti gli impegni rinviati a data da destinarsi, la necessità di lavarsi e di andare in bagno – che anche quella è una forma di resistenza –, i beceri attacchi subiti dai soliti benpensanti da tastiera a cui non va mai bene nulla, i primi allarmi per la mancanza di carburante necessario a garantire i servizi essenziali, quelli li faremo passare, ma non si smobilita, nonostante tutto non si smobilita! Andrà avanti così per quattro giorni e quattro notti. Ormai si socializza anche con i funzionari della Digos, ma gli argomenti sono leggeri rispetto alla pesantezza della situazione: si parla di viaggi, camminate ed escursioni. La questura, nei vari spostamenti, ci ferma spesso. Ci chiedono della situazione: «Come sta andando il presidio? Cosa chiedete? Però pure la salute è importante…»; e certo che è importante, e quando mai siamo stati contro la nostra stessa salute… Siamo soli, nessun politico, nessun cantante, nessun attore che faccia un qualche appello a favore della nostra lotta, pure i media nazionali ci snobbano. Siamo soli, scomodi, vecchi e novecenteschi, possiamo contare solo su noi stessi e sui nostri compagni di lavoro. Ed è così che, in mezzo ai fuochi appiccati per scaldarsi, a qualsiasi ora del giorno e della notte, arriva sempre qualcuno che porta caffè e cornetti, birra, panzerotti, panini, focacce, il liquore fatto in casa: «Questo devi assaggiarlo!», anche se sono le tre di notte, e come fai a rifiutare? Ovunque vai ti offrono qualcosa! Ed è una cosa bellissima la condivisione tra compagni di lavoro, che poi neanche li conosci tutti! Una signora intorno alle sei di mattina si rivolge al nostro presidio, quasi disperata: «Io lavoro al Moscati, la questura non mi ha fatto passare, già siamo pochi là, come devo fare?». Non conosce la strada alternativa! Tre di noi si prestano a spiegare strade e a trovare soluzioni. Poi arriva un quarto che in maniera risolutiva dice: «Mi segua, le faccio strada io!». Non siamo contro la città, noi siamo parte della città! Ai presidi si discute di tutto, delle prospettive di lavoro, delle condizioni personali, delle differenze con Genova e i siti del nord, del rapporto con la nostra città: «Hanno ragione pure loro…», dice qualcuno. Certo che hanno ragione, ma come si trova la condivisione tra gente che ha gli stessi obiettivi e che però si divide sul come raggiungerli, tra visioni diverse e miserie umane? Nessuno lo sa, non se ne esce! Non tutti i lavoratori sono per la continuità di una prospettiva industriale. La svolta arriva giovedì 15 con l’incontro in regione. Circa quattrocento lavoratori giungono nel capoluogo pugliese in presidio sotto il palazzo della regione, tra gli slogan urlati dagli operai c’è anche «Noi vogliamo vivere!». Il presidente Decaro, prima dell’incontro, scende tra gli operai ad annunciare che «noi dobbiamo tutelare non soltanto i lavoratori ma anche i posti di lavoro!». L’esito del lunghissimo incontro in regione è un documento di condivisione di tutte le richieste sindacali approvate dal consiglio di fabbrica del 7 ottobre. Le richieste dei sindacati vengono sottoscritte, non senza difficoltà e con le relative e legittime consultazioni con i nazionali, da tutti i gruppi partitici: da Fratelli d’Italia al Movimento 5 Stelle. I segretari scendono tra i lavoratori ma un attimo dopo risalgono, c’è una novità dell’ultimo momento: è arrivata la convocazione a Palazzo Chigi per il 27 ottobre per iniziare a discutere la piattaforma sindacale. È un buon risultato, anche se non risolutivo. Bisogna smobilitare e invitare i lavoratori a raggiungere Roma per l’incontro del 27. Ma smobilitare è difficile come mobilitare e le assemblee svoltesi tra la sera del giovedì e la mattina del venerdì sono tese: alcuni lavoratori non ne vogliono sapere, altri sono più consapevoli che la battaglia sarà lunga e che bisognerà pure dosare le forze, mentre il carburante ormai scarseggia anche tra i manifestanti. Alla fine, si smobilita venerdì mattina, in attesa delle prossime scadenze e con la promessa di tornare a protestare in mancanza di risposte concrete. Ma la settimana non è ancora finita: nel tardo pomeriggio di venerdì arriverà la nuova procedura di cassa integrazione con numeri raddoppiati e con pagamento diretto da parte dell’Inps, una mazzata. L’azienda sta riorganizzando tutto il suo assetto alla luce delle decisioni della magistratura e in attesa della decisione della Corte di Cassazione che, in un caso o nell’altro, comunque non influirà su una fermata decisa dall’azienda e che, anche in caso di accoglimento dei ricorsi, durerà comunque alcuni mesi.  La settimana si chiude con la manifestazione promossa dal cartello di associazioni “Onda del futuro” che rivendica la chiusura di tutta la fabbrica, la fine della stagione dell’acciaio e la richiesta di bonifiche ed economie alternative. La partecipazione è ampia, i più ottimisti parlano di diecimila persone. Non tutti i manifestanti sono però contrari a una futura prospettiva industriale. È stata una settimana caratterizzata da due grandi prove di forza, entrambe rispettabili: quella degli operai che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno creato disagio e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. E quella dei cittadini che invocano la fine dell’inquinamento, che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno manifestato in città e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. Questa è stata la settimana di Taranto, così l’hanno ridotta Taranto! (fabio boccuni)
October 20, 2026
Napoli MONiTOR
Il maranza-factotum. Dietro l’etichetta, lo sfruttamento del nuovo proletariato metropolitano
(disegno di cyop&kaf) Le riflessioni a seguire nascono dalle conclusioni di un’inchiesta sul campo svolta da Tommaso Sarti tra le periferie di Milano e la provincia di Verona: Pisciare sulla metropoli. [T]rap, Islam e criminalizzazione del maranza (DeriveApprodi, 2025). Dopo aver analizzato il rapporto tra musica t/rap e Islam nelle nuove generazioni di italiani, arabo-africano discendenti che siano, prevalentemente di religione musulmana, e che sbrigativamente si preferisce etichettare in modo razzista col termine di maranza, un marocchino tamarro che va in giro vestito in un certo modo, si comporta in una certa maniera e incute paura sociale solo per essere così, Sarti, pensando al caso emblematico del trapper Baby Gang, così conclude la sua ricerca: “Viene perseguito, o perseguitato (a seconda dei punti di vista), perché rappresenta un problema politico per un paese che si rifiuta di riconoscere di dover qualcosa alle generazioni di giovani con background migratorio e popolare, nati nelle periferie e nelle provincie italiane, impiegati nei campi, nella ristorazione, nei servizi, sottopagati, sfruttati, discriminati e nondimeno costretti a mostrarsi grati al padre padrone europeo, alle false promesse promosse dalla società in cui viviamo”. La mia analisi parte da qua, da questo lavoro che li aspetta prima e dopo aver consumato l’ostentazione di armi, potenza muscolare, violenza e droghe varie nei video della t/rap, ma non abbandona, però, il campo di elezione privilegiato che questa generazione si dà per rappresentarsi, quello musicale. Nella misura in cui l’inchiesta di Sarti ci consegna, ad audio spento, l’immagine lavorativa di una generazione di “sottopagati, sfruttati, discriminati”, mi sembra chiaro si stia riferendo alla più generale condizione socio-esistenziale del nuovo proletariato precario delle grandi metropoli italiane, da tempo ben consolidata prima nei ghetti americani e negli ultimi trent’anni nelle banlieues francesi. Da qui due conseguenze: prima, riconoscere lo svuotamento di senso dell’etichetta maranza rispetto alla loro appartenenza di classe, un’etichetta che mentre assolve alla funzione di stigmatizzarli ai fini di ordine pubblico, occulta la loro condizione lavorativa; seconda, cercare, questa volta ad audio acceso, testi che tale condizione abbiano musicalmente reso conoscibile. Non si tratta tanto di investigare esaustivamente la relazione esistente tra t/rap e sfruttamento del lavoro contemporaneo, quanto di trovare una canzone che sappia velocemente fotografarla, sorvolando sugli aspetti più affrontati nel dibattito odierno quando si tratta del maranza – bande giovanili, islam politico, pericolo sociale, devianza, carcerazione –, per ritrovarlo solo con la sua forza-lavoro nei processi lavorativi in una posizione capace di condizionarne l’intera esistenza. Un testo di questo genere è Factotum (2024) di Marracash, rapper di fama conclamata, figlio della Barona, periferia tra le più difficili del milanese. La scelta di questa canzone rappresenta un arretramento rispetto alle tendenze più attuali preferite dai nuovi italiani, come è confermato da un intervistato: “Cioè è la musica appunto che ha legato tutte le cose perché se guardavi prima, dieci anni fa, anche quando ero appena arrivato in Italia, c’era solo Marracash, Gue, Fabri Fibra, Vacca, queste cose così capito? Guardi adesso di loro sì se ne parla, però non come si parla di Rondo, non come si parla di Baby Gang, di Sacky, tutti questi no? Perché appunto sono tutti di diverse etnie e quindi alla gente piace, questo non puoi negarlo”. Eppure, per quanto distante Marracash possa essere percepito dal gusto di questa generazione, Factotum mi sembra in grado di fotografarla dal punto di vista lavorativo: sorta di ideal-tipo weberiano distorto, il protagonista della sua canzone può essere assunto come tipo rappresentativo di proletario precario metropolitano, costruito concettualmente accentuandone alcuni aspetti legati alla sua attività produttiva, così da farne un individuo empirico-concettuale capace di esprimere le condizioni del lavoro nell’epoca storica del neoliberismo. UN LAVORO DA MARANZA Il factotum si alza presto al mattino (“fuori è ancora buio pesto”) perché il suo luogo di lavoro è molto distante da quello abitativo; infatti vive in periferia (“siamo delle popolari”), ammassato come tanti in un quartiere-dormitorio (“va nel formicaio”), in un appartamento piccolo e poco salubre (“buchi umidi”). I ritmi di lavoro e la sua retribuzione non gli permettono di mangiare decentemente (“mangio male”, “cibo precotto”, “mangiamo scatolette”) e di abbigliarsi adeguatamente (“vestiti sudici”). Il tempo libero, per quante poche gratificazioni gli dia (“poco sesso”) e la fatica supplementare che comporta, rimane qualcosa di prezioso per evadere da tutto (“non rinuncio la sera all’uscita / vado a letto la notte che muoio e mi sveglio / che sono in quasi in fin di vita”). Quindi, il lavoro: poco nell’edilizia come elettricista (“Oggi in cantiere io e un eritreo / metto canaline su un piano intero”), tanto nella logistica come magazziniere (“alla Swiss Post”, “in Swatch / Mediaworld, Carrefour, carico / e scarico”); rigorosamente precario (“qualche mese” di qua, “part-time” di là, sempre “lavori saltuari”) e senza alcuna prospettiva di stabilizzazione (“Nessuno che mi assuma, nessuno a me”), grazie all’assenza di referenze (“nessuna ref”) e al tipo di contrattualizzazione (“contratti subdoli”). Di fronte a questa situazione il factotum, riprendendo alcune pratiche tradizionali del proletariato metropolitano sempre condizionate dalla minaccia della povertà (“che vita di scrocco, piccoli prestiti, squilli 4088”), non può che ricorrere all’extra-legalità come sostegno al reddito (“siamo delle popolari, facciamo di tutto legali e illegali”, “rubo il rubabile”), anche perché l’assunzione, lì dove possibile, sarebbe condizionata da meriti davvero poco legati all’attività lavorativa (“sicuro devi leccare il culo per / ti giuro che piuttosto digiuno, man / o rubo a te”). Lo scatto di dignità del factotum dipende dall’aver preso coscienza di cosa sia il lavoro nella società capitalista (“la vita è produci / consuma, crepa, chiunque di noi prima o poi lo accetta / è che si crepa già prima di finire sottoterra), dalla parte di chi stare (“coi disertori / gli ammutinati”), quali contromisure adottare sul campo (“produco il meno possibile”) e contro di esso (“sì, fuggo in un bel giorno di giugno”). Questa conscienza del factotum, istintivamente di classe perché formata dentro i luoghi di lavoro e fuori di esso nei quartieri popolari, però, non può aiutarlo a lenire la depressione della sua condizione umana segnata dalla solitudine e dalla disperazione (“nessuna c’è / nessuno che mi aiuta / nessuno a me”, “solo Dio sa come si vive qui / e se ne fotte”). È solo con la sua forza-lavoro di fronte al mercato del lavoro. La situazione depressiva del lavoratore precario, soprattutto di quello immigrato una volta insediatosi nel luogo di destinazione, rispetto al caso italiano dei primi anni Sessanta del Novecento, è stata verificata tanto sul piano empirico (vedi Alasia e Montaldi) quanto su quello narrativo (vedi Bianciardi). Allo stesso modo, è stata certificata la trasformazione delle strutture sindacali dell’epoca in seguito all’ingresso di questo nuovo tipo di proletariato frutto dell’emigrazione interna dal Sud, della sua sistemazione nelle aree urbane del Nord e del suo rifiuto dello sfruttamento padronale attraverso forme conflittuali estranee alle strategie di pacificazione perseguite in quel momento dalle istituzioni del movimento operaio; trasformazione che gli consentì la conquista di un pezzo di stato sociale, risultato simile a quello ottenuto in Francia a partire dai grandi scioperi del 1968, in quel caso grazie alle lotte degli operai specializzati prevalentemente immigrati, quindi al segmento della classe lavoratrice più sfruttato al pari di quello meridionale italiano. Forti di questi esempi storici ritorniamo, ad audio spento, al nostro ideal-tipo (distorto) di factotum, il cui reddito complessivo è dato da lavori legali sottopagati e iper-sfruttati, e quelli extra-legali di piccolo cabotaggio. Guardiamo alla sua vita, alle sue relazioni, ai suoi desideri, al suo disincanto, ma soprattutto alla sua depressione e chiediamoci quale terapia possibile possa esercitare su di lui l’associazionismo sindacale in un momento di profonda crisi di rappresentanza di quelli confederali – si pensi al calo cronico degli iscritti della Cgil – e alla stragrande bianchezza dei dirigenti di quelli di base, con i maggiori tesseramenti tra i lavoratori precari immigrati. Più in generale, per immaginare la risposta, guardiamo al complesso dei lavori umili, faticosi e usuranti da lui svolti e strutturati in modo tale da non fargli acquisire nessuna dignità. Questo per quanto riguarda la sua attività lavorativa legale, che gli procura un potere d’acquisto risibile, appena necessario per vivere in un loculo umido nelle case popolari, mangiare scatolette e precotti, vestendosi ancora peggio. Dall’altro lato, questa volta a video acceso, caliamo il nostro factotum tra i suoi tanti bro’ armati fino ai denti che compaiono nei video di Baby Gang e chiediamogli quanta voglia abbia di iniziare un percorso lavorativo scandito da sfruttamento e razzializzazione con il conseguente ingresso combattivo in un sindacato da trasformare in una direzione conflittuale. Guardando allo stile di vita extra-legale propugnato dalla t/rap, all’enorme potere d’acquisto che il suo successo potrebbe assicurare (case meravigliose, macchinoni, capi firmati, ori, droghe, donne), la risposta è scontata, soprattutto se comparata alla vita che il factotum conduce grazie al lavoro legale, non dimenticando mai, però, quanto il carcere incroci i percorsi di vita dei (t)rapper che “ce l’hanno fatta” venendo dalla strada. In bilico tra un lavoro legale che non riscatta dalla povertà e il miraggio di una vita emancipatasi dalla miseria con l’illegalità, il nuovo proletario precario metropolitano che è il maranza-factotum, appare sempre più destinato ad abitare il mondo della disoccupazione “stagnante”, costituita da quella parte di lavoratori occupati ma completamente irregolari, allo stesso tempo dentro e fuori l’esercito operaio attivo: dentro perché attivi, fuori perché la loro irregolarità li rende irrintracciabili da qualsiasi tipo di rilevazione  e proprio per questo esposti al maggior sfruttamento. La scelta sul suo destino lavorativo e, quindi, sulla sua eventuale sindacalizzazione, deve essere presa meditando sull’origine storica del capitalismo e sul modo che questo riservò a quanti, mendicanti, vagabondi, ladri, avevano intuito quale trattamento avrebbe riservato al proletariato tutto: “È constatato storicamente che essi hanno tentato in un primo momento quest’ultima via e che da questa sono stati però spinti, mediante la forca, la berlina, la frusta, sulla stretta via che conduce al mercato del lavoro” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858). (fabrizio denunzio)
October 19, 2026
Napoli MONiTOR
È femmina però è bella. Le donne calabresi nelle ricerche di Renate Siebert-Zahar
(archivio disegni napolimonitor) A partire dal secondo dopoguerra, le donne italiane sono state protagoniste di numerosi e variegati processi. Non solo la loro voce è diventata sempre più chiara e distinta, ma l’organizzazione, i tempi e le possibilità delle loro vite sono radicalmente cambiate. Di fronte a queste trasformazioni, un gruppo di storiche e sociologhe ha avviato un percorso di ricerca collettivo. Il Griff – Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile – è nato a Milano nel 1973 e ha messo al centro la figura della donna nelle diverse sfere della vita sociale, a varie latitudini del paese, indagando il grado di consapevolezza con cui ognuna viveva le trasformazioni in atto sul piano dell’esperienza soggettiva. “Mia mamma mi ha fatto sposare piccola. Vedete una volta i genitori se la vedevano loro, non c’era il contatto che c’è adesso. Erano sempre distaccati, non avevamo confidenza, non potevamo parlare con i genitori […]. Ho preso un uomo con pochissima mia volontà, ma con la volontà dei genitori. Allora mi su sposata. Mi sono accorta dal secondo giorno che mi sono sposata che avevo sposato un uomo con cui non potevo essere in unione insieme, e ho sofferto sempre”. Questa breve testimonianza proviene dalla storia di vita di Carla, nata in Calabria nel 1921, e si trova nel saggio di Renate Siebert-Zahar “È femmina però è bella”. Tre generazioni di donne al Sud. La ricerca, pubblicata nel 1991 da Rosenberg and Sellier, raccoglie le storie di tre generazioni di donne imparentate tra loro: Siebert è partita dalle figlie, iscritte all’Università della Calabria (nate tra il 1961 e il 1966), per risalire alle madri (nate tra il 1928 e il 1942), e poi alle nonne (nate tra il 1901 e il 1921). Il saggio contiene le voci di quarantacinque donne, dalle quali emergono percorsi emancipatori drammatici, in molti casi dolorosi e mai realizzati o ancora opachi e incompiuti. Da questo fitto raccontarsi, passando da una generazione all’altra, emerge innanzitutto una graduale conquista da parte delle donne calabresi della possibilità di scelta. Dalla situazione senza sbocchi di nonna Carla riportata all’inizio, dove “la società era l’equivalente della famiglia e l’essere individuo era equivalente ad assumersi il ruolo di figlia, moglie e madre; percorsi per i quali la trama era già stata scritta altrove, nel e dal destino”, si passa alle dure fratture vissute dalle madri, che continuano a vivere principalmente la sfera della famiglia, alla quale però si affiancano altri ambiti, sempre più significativi; fino alle figlie, le studentesse universitarie, che vivono più mondi e che si trovano a scegliere tra diversi modelli culturali. Ma facciamo un passo indietro. È femmina però è bella si trova al centro della biografia intellettuale di Renate Siebert-Zahar. Sociologa, allieva di Theodor Adorno a Francoforte, Renate si dedica negli anni della formazione al pensiero di Frantz Fanon. Alla morte di Adorno nel 1969, lascia la Germania e si trasferisce a Milano, dove trascorre due anni insegnando presso la Scuola Superiore di formazione in sociologia, diretta allora da Laura Balbo. Insieme a Balbo, e con altre sociologhe e storiche, nel ’73 fondano il Griff, con l’obiettivo di indagare il ruolo che la donna andava assumendo nell’Italia del boom economico e di legare le analisi teoriche con i contesti territoriali e di vita delle studiose. In un’intervista dirà che è stata l’esperienza del Griff a segnare il suo modo di rapportarsi alla ricerca e al femminismo, indicando i rapporti con Balbo e con Adorno ugualmente significativi nella sua crescita intellettuale. Non a caso, È femmina però è bella si apre con una dedica a Laura Balbo, una citazione di Adorno e una prefazione di Luisa Passerini. Nel 1974 le viene offerto un incarico presso l’appena fondata Università della Calabria. Siebert accetta e vi si trasferisce. D’ora in avanti, i suoi interessi di ricerca si intrecciano con la questione della modernizzazione del Mezzogiorno, un processo complesso e contraddittorio di cui fornisce continui ritratti dedicandosi alla condizione femminile, all’organizzazione della famiglia, al ruolo della mafia e al potere dello stato. È femmina però è bella viene ultimato dopo quasi vent’anni di insegnamento e vita in Calabria. La Calabria, in effetti, è un’altra protagonista del saggio. Attraverso le voci delle generazioni che la abitano, si delinea un territorio in cui cambiano i sistemi di credenza, le persone abbandonano l’animismo, il rapporto magico che le legava al mondo, per approdare a una cosmologia basata sulla razionalizzazione e sulle libertà e volontà individuali che però si affermerà solo in parte. Fenomeni sociali “moderni” si mischiano quindi con le vecchie strutture e istituzioni, in una convivenza senza precedenti che pone la Calabria al di fuori delle teorie sullo sviluppo elaborate nelle società industriali e porta a confrontarsi, a detta di Siebert, con un contesto imprevedibile in cui “il vecchio si è disgregato, ma il nuovo stenta a farsi strada”. Un importante tassello nella modernizzazione di quegli anni è proprio la costruzione dell’Università della Calabria, voluta dal partito socialista e dalla Democrazia cristiana e approvata nel 1968 dal governo Moro. La grande opera, interamente pubblica, viene realizzata sul modello dei campus inglesi, prevedendo alloggi per studenti, personale e docenti, sale cinema, teatri, biblioteche. L’obiettivo è fornire ai giovani e alle giovani calabresi dei percorsi di formazione che permettano loro di restare in Calabria, una proposta contro l’emigrazione giovanile. Tra gli anni Settanta e Ottanta le studiose del Griff investigano la condizione giovanile femminile in più punti del paese, partendo proprio dalle studentesse universitarie. Nel caso di Siebert la ricerca si trasforma anche in un’indagine – una vera e propria inchiesta, commenta Passerini – sullo stato di salute di questa nuova grande opera pubblica. Inoltre, Siebert aggiunge alla ricerca sulle giovani studentesse l’approccio generazionale, risalendo alle madri e alle nonne. E, dato che le studentesse vengono selezionate sulla base di diverse provenienze, le interviste alle loro madri e nonne porta l’autrice a viaggiare in tutta la regione. È femmina però è bella è quindi un viaggio in diversi luoghi della Calabria e nella loro vita quotidiana nel corso dei decenni. MADRI, FIGLIE, NONNE Al centro di queste interviste si trovano i lavori svolti da uomini e donne, le forme di socialità, i racconti dell’emigrazione di mariti e figli, i valori di riferimento, l’organizzazione della vita quotidiana in seno alla famiglia. Ma questi mondi emergono dalle storie delle singole donne. Si vede allora come esse si sono orientate nel contesto sociale e secondo quali logiche hanno compiuto le loro scelte, “il modo in cui ognuna si è data ragione dei grossi cambiamenti avvenuti nel mondo in cui vivono”. Il metodo è quello della narrazione di sé, della memoria autobiografica, in un “lavoro a due voci” dove la soggettività di chi interroga non scompare, ma anzi viene accentuata nel rapporto con chi narra. L’indagine relazionale, a diversi livelli, è la chiave del testo e riguarda anche la costante dialettica che Siebert rintraccia tra ciò che avviene nel sociale e quanto si trova rielaborato sul piano della coscienza. Nelle interviste, infatti, emergono anche aspetti molto intimi: il rapporto con gli uomini, con la propria madre o figlia, le proprie aspirazioni. Siebert comincia dalle madri, quelle che in confronto alle altre appaiono nella posizione più dolorosa, perché come riassume Passerini, “a metà tra cambiamenti profondi a portata di mano, ma in realtà irraggiungibili, e alcuni cambiamenti possibili più per le figlie che per sé stesse”. Nonostante la posizione difficile, nella vita delle madri ci sono almeno due grandi fattori di novità rispetto alla generazione delle nonne. Anzitutto il lavoro extradomestico e salariato. Non tutte l’hanno praticato, ma si tratta di una possibilità che a tutte “incute coraggio”, per l’accesso a una autonomia economica, ma anche per l’apertura a nuovi contesti relazionali. Un altro cambio di passo è rappresentato dalla possibilità di inseguire “l’amore romantico” e di sposarsi per volontà propria e non per scelta dei genitori. In realtà, a posteriori, per molte di queste madri la scelta del matrimonio si rivela affrettata, in quanto, scrive Siebert, “nell’ansia di liberarsi del ‘padre padrone’ ci si è tuffate nel legame con un ‘marito padrone’”. Infine, per le madri è nel rapporto con le figlie che “si gioca tutta la propria identità”. Sono le figlie che hanno la possibilità di sviluppare percorsi emancipatori per le madri solo accennati, ed è quindi alla generazione più giovane che quella delle madri guarda con ammirazione e desiderio. Le figlie, le studentesse, sono intente a mediare tra vecchi e nuovi valori, mentre “si è alla ricerca di sé stesse”. Con le madri hanno spesso un rapporto di cura, a loro volta materno, e più aperto rispetto alla generazione precedente. Sono consapevoli di trovarsi in un percorso più libero, ma non sanno con chiarezza cosa vogliono. Scrive Siebert: “Il processo di crescita emancipatoria diventa doloroso, sofferto, attraversato da una tensione costante tra un’ambizione sociale molto forte e vincoli familiari e culturali che spingono nel senso opposto”. Nelle loro vite, la parentela e il vicinato – che sono stati centrali per le madri e le nonne – vanno scomparendo, ma non vengono sostituiti da universi relazionali e sociali altrettanto forti e strutturati in cui le ragazze possano trovare nuove e diverse appartenenze. Le nonne, infine, ereditano un mondo plasmato dalla migrazione transoceanica che tra Ottocento e Novecento ha coinvolto la regione. Sono diventate mogli e madri da giovanissime, per volere dei familiari, e hanno lavorato in casa per tutta la vita. In generale, tutto delle loro vite è stato scritto altrove, in particolare, scrive Siebert, “tempi sociali e soprattutto tempi maschili hanno scandito la loro vita sessuale, riproduttiva e quotidiana”. La forza del testo di Siebert sta nel mettere in connessione tre generazioni, interrogandole sugli stessi temi, ponendo l’attenzione sui segni del cambiamento, ma anche su ciò che permane. L’operazione genealogica mostra una parabola abbastanza chiara: le donne calabresi ottengono, nel corso del Novecento, spazi di autonomia, diventano protagoniste delle loro scelte e si chiedono cosa sia più giusto per loro, distanziandosi dai dogmi familiari e dal contesto di provenienza. Questo andamento è visibile anche nel rapporto con gli uomini, per le nonne e madri figure centrali per le sorti della propria esistenza, oltre che percepite come superiori; per le figlie, invece, figure molto meno presenti, verso le quali non si nutre alcun senso di inferiorità. UN LAVORO COMUNE Alla fine Siebert si confronta in modo esplicito con le ricerche di un’altra componente del Griff, Simonetta Piccone Stella, giungendo a conclusioni simili riguardo alle svolte biografiche nella generazione delle ragazze. Come già aveva notato Piccone Stella nella sua ricerca Ragazze del Sud, la possibilità di frequentare l’Università rappresenta un particolare privilegio, “un tempo prezioso”, “uno spazio per la riflessione” per donne che crescono in una realtà come quella del Mezzogiorno, dove “luoghi e istituzioni preesistono alla formazione del bisogno di autonomia della donna e lo ignorano”. Solo alcune delle studentesse prendono parte a gruppi politici mentre molte avvertono – sia nel campus che fuori – una scarsità di luoghi e contesti adatti alla socialità, allo sviluppo della vita pubblica, all’incontro fuori dalla famiglia. Le forme di aggregazione giovanile non vengono valorizzate nelle storie di vita, mentre ognuna riporta in modo diretto o indiretto “una sostanziale assenza di riferimenti collettivi” in base alla quale si fatica a proiettarsi nel futuro. Se si immaginano nel futuro prevale il modello della “doppia presenza” – combinazione di lavoro domestico ed extradomestico con una priorità del primo sul secondo –, che le vede barcamenarsi tra “il lavoro familiare e la maternità da una parte e una vita da professionista piena di prestigio e denaro dall’altra”. Mentre le ragazze che sembrano avere uno sguardo più lucido e consapevole sui propri progetti sono quelle che confessano di non avere un’idea prestabilita né un modello di riferimento ma di avere invece l’obiettivo di “conoscere meglio sé stesse, diventare più consapevoli”. Possiamo dire che è su questa consapevolezza di sé che lavora l’intero saggio. La forza della testimonianza iniziale di Carla sta in quel “essersi accorta” di aver sposato un uomo con cui non poteva stare insieme. E quindi, dalla consapevolezza all’azione, di aver lottato per tutta la vita affinché i figli non soffrissero delle stesse limitazioni in cui era stato bloccato il suo agire. Anche per questo, nonna Carla è stata una donna molto aperta ai cambiamenti che riguardano le nuove generazioni. Tutto il lavoro di Siebert, in questo testo come in altri, vuole muovere i fili della coscienza per scovare i processi di consapevolezza, sondare le autoanalisi, incentivare la riflessione su sé stesse. Ripercorrendo le vite di queste donne viene in mente Comizi d’amore, il documentario girato nei primi anni Sessanta da Pasolini in tutta Italia, con una raccolta di interviste a uomini e donne di diverse generazioni. L’elemento di rottura di quel lavoro consisteva nell’introdurre il tema della sessualità nel dibattito pubblico, ma serviva anche a costringere intervistati e spettatori a interrogarsi sui propri valori. In quel caso, i segni del cambiamento nel rapporto tra generazioni erano molto meno definiti, e spesso emergevano posizioni conservatrici, giovani che rivendicavano il loro diritto ad agire come se nulla stesse cambiando intorno a loro, ripercorrendo i passi e le scelte della generazione precedente. Fatta eccezione per le ragazze, le uniche – lo nota lo stesso Pasolini in una delle tante apparizioni da regista/intervistatore – a non assumere il punto di vista delle generazioni precedenti, le uniche a vedere con lucidità i cambiamenti che ormai le circondavano, a nominarli e accoglierli di buon grado. La voce fuori campo che chiude Comizi d’amore, accompagnando le immagini di un matrimonio tra due giovani, sembra riassumere il sottotesto del lavoro di Siebert, e forse dell’intero Griff: “Tonino e Graziella si sposano. Del loro amore essi sanno soltanto che è amore. Dei loro futuri figli sanno soltanto che saranno figli… È soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha pietà. Due ragazzi italiani si sposano e in questo loro giorno tutto il male e tutto il bene precedenti a essi sembrano annullarsi, come il ricordo della tempesta nella pace. […] Tonino e Graziella si sposano. E chi sa, tace. Di fronte alla loro grazia che non vuole sapere. E invece il silenzio è colpevole. E l’augurio a Tonino e Graziella sia. Al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore”. Le giovani degli anni Ottanta di Siebert sono ormai non solo consapevoli delle trasformazioni che le coinvolgono, ma anche impegnate a farci i conti. (barbara russo)
October 15, 2026
Napoli MONiTOR
L’ex-Ilva di Taranto e l’insostenibile peso degli operai dell’industria
(disegno di mario damiano) Nelle pagine dell’Unità degli anni Settanta c’era una piccola rubrica dedicata ai “sogni proibiti dei bambini”. Nell’estate del 1974 in redazione arrivò una lettera di una studentessa di quarta elementare di Massafra, una città non lontano della zona industriale di Taranto dove sorge l’enorme stabilimento siderurgico dell’ex-Ilva, all’epoca Italsider. La bambina scriveva nella sua lettera: “Penso che il mio paese sarà così: ci dovranno essere le strade asfaltate. La luce per la strada, l’acqua, la fogna, dei giardini pubblici per far respirare un po’ d’aria. Ci doveva essere un po’ di verde, invece non c’è. Nel mio paese ci sono solamente tre ville dove non si può giocare. Nel mio paese c’è l’Italsider di Taranto, perciò, il fumo viene nel mio paese e noi bambini respiriamo tutta quell’aria inquinata”. Due, o forse tre, generazioni dopo, nel 2008, le lettere dei bambini delle scuole elementari di Taranto, queste volte indirizzate al governo regionale, si erano fatte più cupe. “Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali sono pochi, l’uomo sta morendo a causa di tante malattie legate all’inquinamento. Ma avere un futuro è un nostro diritto”. Finirono in un libro realizzato dalla Regione Puglia che il presidente dell’epoca, Nichi Vendola, consegnò al governo nazionale di centrodestra. Erano gli anni della legge regionale anti-diossina e dell’impegno a rimettere in piedi l’Arpa per tenere sotto controllo le emissioni dei Riva che avevano collezionato record di produzione a Taranto mentre chiudevano batterie e altoforno a Genova. In mezzo ci sono stati anni di raccolta di dati, denunce, evidenze, perizie ed epidemiologia popolare che hanno conteso ai padroni della fabbrica il sapere sui danni causati dai loro profitti e hanno stabilito nessi causali tra acciaio prodotto e malattie e contaminazioni. Questa estate poi, l’associazione Genitori Tarantini ha ottenuto un risultato cruciale per la città, frutto di anni di militanza spesso solitaria. La loro azione inibitoria contro l’ex-Ilva è stata accolta dal tribunale di Milano che ha imposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, la rimozione dell’amianto presente e la riduzione delle emissioni nocive da produzione. Gli impianti dovranno essere fermati entro la fine di ottobre per i lavori necessari ed è chiaro a tutti che uno stop totale dell’ultimo altoforno in funzione significa che questi e gli altri impianti a esso asserviti non ripartiranno più. “Ilva is a killer” e “tutto l’acciaio non vale la vita di un bambino” sono da anni gli slogan del composito movimento cittadino e finalmente sembrano aver avuto giustizia. In un post sui social, il profilo dei Genitori Tarantini fa ordine tra gli interventi degli attivisti fatti nei giorni caldi di assemblee che hanno seguito la sentenza: “Abbiamo avuto tanta pazienza e comprensione. Persino i mitilicoltori, gli agricoltori, i pescatori dicevano: ‘se chiude la fabbrica, dove andranno a mangiare [gli operai]?’. Proprio loro che in tanti il posto di lavoro l’avevano perso a causa di quella fabbrica! E quando la mattina ci svegliavamo e guardavamo il cielo, l’orizzonte, e la puzza entrava fino in gola e la sentivamo scricchiolare sotto i denti, il pensiero andava a chi abitava nelle vicinanze, a soli venti metri da quella fabbrica, ai bambini, a come potevano salvarsi, visto che non potevano neanche andare via! E poi, quei bambini in ospedale, grigi come piccoli fantasmi! Come abbiamo potuto permettere che sacrificassero anche i nostri bambini, arrivare a questo? […]. Ci sentivamo impotenti, disarmati. E da quella fabbrica nessun segno di pentimento, di comprensione; quelli che lo facevano venivano sbattuti fuori. E i sindacalisti, muti. Anzi, un giorno li abbiamo visti percorrere la ringhiera con i loro Tir, come se per loro i tarantini fossero solo gli abitanti di una colonia intorno all’Ilva. Stavano scioperando e creavano disagio ai tarantini, che avevano avuto tanta pazienza e avevano sopportato di tutto. La guerra ai poveri, la loro contro di noi, perché noi la guerra a loro non l’abbiamo mai fatta, abbiamo sopportato e abbiamo avuto tanta pazienza. Non hanno mai capito che non era la popolazione a dover accettare quello che arrivava dalla fabbrica, ma la fabbrica a doversi adeguare a una ‘colonia’ la cui maggioranza era abitata da donne, uomini e bambini che nulla avevano a che fare con quella fabbrica. Chi ci lavora è la minoranza”. Sembra facile tracciare la linea tra i buoni e i cattivi, le vittime e i carnefici. Certo è che la classe operaia a Taranto è sempre stata un problema. Nel dopoguerra, gli operai erano colpevoli per la loro assenza: un Mezzogiorno prettamente agricolo non presentava le basi necessarie allo sviluppo e richiedeva massicci investimenti che avrebbero dovuto portare capannoni industriali ma pure una vera rivoluzione antropologica. Quando gli investimenti nell’industria di base arrivarono, i lavoratori tarantini si dimostrarono refrattari o ritardatari nell’assorbire la razionalità industriale prevista dal modello imposto. In una ricerca commissionata dalla Comunità europea alla fine degli anni Sessanta fatta dai sociologi – tutti settentrionali – Baglioni, Cella e Manghi, si indagavano “le tensioni emergenti dall’impatto tra un’iniziativa industriale tra le più avanzate sul piano organizzativo e un tipo di manodopera che, presumibilmente, doveva essere espressione di un ambiente se non totalmente arretrato ma certo ai margini delle zone industrializzate del paese”. Lo studio definiva i lavoratori più riottosi e resistenti alla disciplina di fabbrica, ai ritmi serrati, al lavoro notturno e su turni, agli incidenti mortali del subappalto, all’esposizione agli agenti nocivi e alla parcellizzazione dei compiti dovuta all’inquadramento rigido della job evaluation come “disadattati”, in ritardo di adattamento rispetto alla civiltà industriale, appunto. Fu poi il tempo della figura mitico-sociologica del metalmezzadro che mischiava lavoro di fabbrica e cura delle proprie terre finendo per non diventare mai davvero membro di una classe operaia consapevole e collettiva. Il metalmezzadro era a suo agio nell’economia informale, nella ragioneria individualizzata degli interessi, nell’arte di arrangiarsi di fronte alla crisi incombente della siderurgia iniziata negli anni Ottanta. Con la privatizzazione degli impianti poi, gli operai divennero la generazione spoliticizzata e precaria che con la prima busta paga sicura, nel contesto depresso della provincia di Taranto, correva a seppellirsi di cambiali per consumi che non poteva permettersi. Oggi, infine, sono sempre gli operai la palla al piede della storia della città, incapaci di garantire alcuna transizione, fardello di cui prendersi cura con prepensionamenti e lavori da fargli fare dopo averli riqualificati. È l’insostenibile peso degli operai dell’industria. La sociologia ci ha poi spiegato che a Taranto, sulle macerie della produzione industriale a cui proprio gli operai – i subalterni dei luoghi produttivi – avevano contribuito, è sorto un attivismo delle forze della riproduzione sociale: le mamme, i bambini, i genitori tarantini. Alle tute blu restava l’ombra di una complicità e il peso di una storia di sviluppo nocivo a cui non avevano opposto un mondo diverso. IL PIANO ALTERNATIVO Poche settimane fa, nella fase calante dell’estate, gli operai delle ditte d’appalto dell’ex-Ilva in sciopero si sono fatti strada tra le vie di Città Vecchia. Mentre i delegati componevano il presidio sotto Palazzo di Città alcuni lavoratori hanno deciso di bloccare il ponte girevole. In un breve video di una testata giornalistica locale si vede uno scambio acceso tra un’attivista del movimento ambientalista e alcuni lavoratori. Lei armata di bici e loro di una certa disperazione si scambiano qualche urlo. “E noi dovremmo morire per il vostro posto di lavoro?”, dice lei. “E tu mi devi spiegare dove vanno a mangiare tutti questi cristiani [se l’Ilva chiude]? A casa tua vanno a mangiare?”, grida un operaio, tenuto a bada dagli altri. Lei risponderà, senza chinare la testa, che gli attivisti si stanno dando da fare molto più dei lavoratori stessi per trovare loro un lavoro che non uccida né chi lavora né chi vive in città. Fa riferimento, credo, ai laboratori di progettazione sociale che sono nati a Taranto negli ultimi anni e che producono analisi costi-benefici, conti dei servizi eco-sistemici, suggestioni per economie alternative. Non bisogna fermare la città ma la fabbrica, dicono dai movimenti. Non si possono arrecare disturbi alla cittadinanza e poi volere la sua solidarietà. L’aria che tira è quella di rivalsa, c’è chi invoca il decreto sicurezza per far tacere le manifestazioni. Ma le manifestazioni degli operai finiscono lo stesso in poche ore, anche senza decreti, con impegni del governo a far sì che si sospendano i licenziamenti. Altre comunicazioni di licenziamenti collettivi arriveranno nei giorni successivi, e quindi nuovi presidi e nuove rassicurazioni. Intanto sui social si moltiplicano i racconti personali di chi ce l’ha fatta da solo. C’è chi, fuori dalla fabbrica, si è reinventato senza chiedere aiuti, senza ammortizzatori sociali, senza “mangiare a casa di nessuno”. Questa è la narrazione che va per la maggiore. C’è chi ha aperto partita Iva, chi si è inventato un mestiere, chi si è rimesso a studiare senza finire a lavorare nel mostro. Ma le figure più edificanti sono gli operai del siderurgico che si sono lasciati l’acciaio alle spalle. Anche i giornali tornano sulle storie – purtroppo poche, sempre quelle – di lavoratori dell’ex-Ilva che hanno cambiato vita con l’incentivo all’esodo previsto dopo la prima amministrazione straordinaria con gli accordi del 2018. E ciclicamente ritornano le storie esemplari del ristoratore ex-operaio del tubificio, del barista-poeta che dopo l’altoforno ha aperto un caffè letterario, del fotografo di talento ex-metalmeccanico. Per pigrizia di giornalisti in cerca di articoli che si scrivono da soli, o forse perché mai come in questa crisi abbiamo bisogno di piccoli eroi, ci facciamo bastare tre storie su tredicimila. In queste settimane, gli attivisti si incontrano in piazza, preparano una grande manifestazione nazionale per la chiusura della fabbrica. Raffaele Cataldi, operaio dell’ex-Ilva (ora in “Ilva in AS”) in cassa integrazione dal 2018 e che spesso è la voce del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti, ha specificato che i lavoratori della fabbrica “non sono assassini”, e questo preambolo forse racconta dell’aria che tira in città. Ha poi rassicurato i colleghi preoccupati dalla chiusura. Ha detto in assemblea a piazza della Vittoria: “A Taranto tutti hanno diritto al reddito, tutti, non solo i lavoratori dell’Ilva che non sono né assassini e non sono quelli che da domani moriranno di fame, perché io sono un cassintegrato e fino a mo’… anzi, ho preso chili, dopo la malattia ho preso pure chili; quindi, posso dire che non sono morto di fame”. Poco meno di un anno fa, in un’altra manifestazione organizzata dal fronte ambientalista tarantino, per la chiusura della fabbrica e lo sviluppo di economie alternative, un attivista faceva invece questo discorso: “Siamo arrivati all’inevitabile resa dei conti tra passato e futuro. Se noi immaginiamo Taranto come un campo di battaglia, troviamo da un lato, sotto al gonfalone dell’Ilva chiusa, gli attivisti, le associazioni, i cittadini, gli imprenditori che vogliono un’alternativa. Dall’altra parte troviamo chiaramente chi l’Ilva la vuole aperta e io parlo quasi esclusivamente al momento dei lavoratori, perché sul campo di battaglia ci vanno le vittime. Ci stanno quelli che stanno subendo tutto questo, perché chi invece ci ha portati a fare questa battaglia se ne sta come nei film, bello sulla collina, sul cavallo a fare il generale, a vedere noi che ci scanniamo. E sono: i politici, la classe politica, ovviamente. La classe dirigente e ovviamente i sindacati. Questi tre se ne stanno sulla collina e noi siamo sotto qui a scannarci. Siamo arrivati ormai a muso duro l’un l’altro, a un tiro di schioppo, perché il momento è appunto quello dell’ora zero”. Il discorso continuava con l’elenco delle “saracinesche culturali” aperte tra Tamburi e Città Vecchia, i festival, i concerti, le partite Iva della cultura-intrattenimento, gli esperti di servizi per l’accoglienza per crocieristi. Una Taranto di imprenditori culturali che si fanno da soli emerge tra le prospettive di alternativa alla fabbrica, supportate dagli studi dal basso che prevedono la creazione di musei eco-storici, passeggiate esperienziali, l’apertura dell’aeroporto di Grottaglie a voli civili (a cinquanta chilometri da quello di Brindisi) e il potenziamento del porto per accogliere più crocieristi. E gli operai? A fare le bonifiche. È questo l’altro tassello dell’alternativa, il Piano Taranto. Questo piano, sviluppato da associazioni e movimenti tarantini, dopo aver analizzato nel dettaglio i costi della permanenza della fabbrica, sviluppa una stima di costi e impatti per una dismissione e bonifica integrale dei terreni del Sito di Interesse Nazionale tarantino. Basandosi sull’adattamento di uno studio costi-benefici delle bonifiche fatto da Confindustria su scala nazionale, il Piano Taranto fornisce uno scenario rassicurante: “L’investimento per la sola area di Taranto – si afferma nel documento – ammonterebbe pertanto a poco più di due miliardi di euro, con un effetto sull’occupazione capace di generare oltre 40 mila potenziali posti di lavoro – vale a dire quasi 30 mila in più di quelli attualmente occupati tra Ilva e indotto – ed entrate fiscali per Stato ed enti locali di quasi un miliardo di euro”. Per il piano, quindi, si può “ragionevolmente affermare che il numero dei lavoratori oggi impiegati presso Ilva e il suo indotto, sarebbero totalmente riassorbiti nelle nuove attività di risanamento e riconversione economica, più ulteriori unità occupate in aggiunta a queste. Tutto ciò con un investimento di fondi che, a conti fatti, risulta inferiore a quello fino a oggi profuso dagli organi statali per l’operazione di salvataggio del siderurgico”. Un’analisi più attenta delle stime pone seri dubbi su costi e impatto occupazionale stimati, sugli assunti di base usati nello studio di Confindustria e sulla sua applicazione al caso tarantino. Non è chiara la durata dell’intervento, che nelle stime di Confindustria (poi applicate al calcolo della bonifica del sito tarantino) è fissata a cinque anni, ma che nel nostro caso pare altamente ottimista. Non è chiaro quanti dei posti di lavoro creati dalle bonifiche su tutta la filiera saranno tarantini, o perfino meridionali, e per quale lasso di tempo. Non si menziona poi che le stime di Confindustria sono tracciate sulle spese preventivate – e non le spese effettive – per la bonifica di vari SIN italiani con l’esclusione di Casale Monferrato dove la presenza di amianto, come per Taranto, rappresenta un costo aggiuntive. Sono poi escluse dai calcoli le bonifiche delle falde. Ma in fin dei conti l’accuratezza delle stime non è il punto centrale del piano, lo è invece il valore simbolico di un processo democratico di transizione dal basso. Che a trovare lavoro siano mille o diecimila persone diventa quasi un dettaglio secondario rispetto alla centralità simbolica della pratica politica stessa. CONQUISTE OPERAIE Sempre in una lettera inviata alla redazione dell’Unità, nel 1972, qualche anno prima della lettera della bambina di Massafra, un lavoratore dell’Italsider di Bagnoli a Napoli rispondeva al presidente del consiglio Andreotti, che in un discorso programmatico alle Camere aveva denunciato l’alto livello di assenteismo nelle imprese a partecipazione statale del Mezzogiorno e annunciava una stretta per accrescere l’efficienza. L’operaio nella lettera scriveva: “Gli italiani devono sapere che l’Italsider, oltre a produrre acciaio, produce anche la più alta percentuale di malati e di omicidi bianchi. Venga a vedere, l’on. Andreotti, luì che è cresciuto sempre nella bambagia o nei governi, venga a vedere come sono ridotti fisicamente i nostri compagni di lavoro […]; venga a dare un’occhiata alla cartella clinica di Giuseppe Cordoni (deceduto recentemente per i suol mali contratti nella fabbrica); venga a trovare le decine e decine di pensionati per invalidità, affetti da silicosi, asma, pleuriti, ecc. È chiaro che le nuove generazioni che lavorano all’Italsider, lavorano per vivere e non per morire; e lottano (piaccia o no al governo Andreotti-Malagodi) assieme a tutti ì lavoratori siderurgici per migliori condizioni di vita e di lavoro, e per la settimana lavorativa di 36 ore”. Taranto non era da meno. La costruzione dello stabilimento, che aveva fatto tornare centinaia di emigrati e portato in fabbrica centinaia di braccianti, si chiudeva con un’enorme disoccupazione di ritorno. Migliaia di lavoratori impiegati per pochi anni nelle ditte lungo feroci catene d’appalto ripresero a emigrare a fine lavori a metà degli anni Sessanta; ne rimasero in pianta stabile circa cinquemila. Ma la disoccupazione, in una città che la fabbrica aveva dispossessato del suo accesso al mare e delle sue altre potenzialità industriali, era solo uno dei tanti costi dell’industrializzazione di stato. “A Taranto come in guerra” titolava l’Unità in un reportage di fine estate del 1969.  C’era “un sistema illegale di appalti a ditte minori che sfruttano con ogni mezzo gli operai”, spiegava il giornalista. E nello stesso anno, nei verbali dell’“Indagine conoscitiva sulle aziende di stato” della Commissione Lavoro del Senato emergevano schedature poliziesche dei nuovi assunti, licenziamenti illegittimi, rappresaglie antisindacali, pagamenti a nero, orari interminabili, lavori a cottimo, e nessun rispetto delle più basilari regole sulla sicurezza. Le lotte operaie di quel periodo si concentrarono su conquistare diritti di rappresentanza e sicurezza. Attraverso la lotta, gli operai ottennero l’abolizione delle gabbie salariali (per cui i siderurgici di Taranto guadagnavano in media il quindici per cento in meno dei colleghi di Cornigliano); la fine del sistema della job evaluation basato sulla parcellizzazione alienante degli inquadramenti e delle mansioni; l’elezione diretta dei delegati sindacali e l’istituzione del consiglio di fabbrica; la creazione di comitati paritetici per migliorare la salute e la sicurezza in fabbrica e redigere pratiche operative e studi sulla salute negli ambienti di lavoro. Quando negli anni Settanta la dirigenza dell’Italsider propose l’espansione dello stabilimento (il “raddoppio”), qualcosa era già cambiato nella classe operaia tarantina e nelle forze politiche della sinistra. È rimasta traccia di una opposizione trasversale delle forze di sinistra della città, inclusi Arci, sindacati e partito comunista. Il segretario del Pci tarantino, che poi diventerà sindaco, intervistato all’indomani della presentazione del progetto di raddoppio del siderurgico era già chiaro: “Per noi sviluppo economico significa non solo occupazione ma anche casa, trasporti, scuola, verde, ambiente. Per questo diciamo no alla decisione dell’Italsider di ampliarsi a mare, mangiandosi completamente il territorio della piccola e media industria, chiudendo la città in una morsa che la soffocherà, inquinerà il mare, aggraverà in maniera notevole i già gravissimi problemi di collegamento tra la città e la zona industriale”. Nella primavera del 1971 gli operai dell’area industriale entravano in sciopero contro il progetto di espansione dell’Italsider verso il mare. Non era una opposizione all’allargamento dello stabilimento ma il tentativo di modificarne le scelte ed evitare che la fabbrica strozzasse la città. La contestazione apriva un solco profondo tra forze operaie e impresa di stato, che diventerà sempre più profondo in quel decennio. Al movimento operaio non bastava più la promessa di lavoro, chiedeva il diritto di negoziare il tipo di sviluppo che avrebbe interessato la città e le sue classi subalterne. Nei reparti, l’esperienza diretta della nocività dei processi produttivi acuiva la microconflittualità tra lavoratori e manager, e il conflitto portava a una negoziazione continua. I delegati lo incanalavano in forme di lotta più o meno organizzate, nelle discussioni delle commissioni aziendali, nelle negoziazioni dei tavoli di trattative. La microconflittualità operaia, nel sindacato dei consigli, si trasformava in riflessioni collettive, piattaforme rivendicative, azioni di lotta più o meno radicali, avanzamenti parziali, clausole nei contratti collettivi, impegni di investimento. Non si trattava solo di monetizzare il rischio ma di rinegoziare i processi produttivi, migliorare l’ambiente di lavoro, investire per modifiche impiantistiche, ridurre l’esposizione e l’orario di lavoro, riappropriarsi dei ritmi, delle conoscenze, delle tecnologie. Le poche carte rimaste, i resoconti delle assemblee, le mozioni dei gruppi, gli eventi del sindacato unitario Flm, e le memorie di chi c’era, restituiscono una classe operaia cosciente del proprio ruolo centrale nel determinare lo sviluppo cittadino, consapevole del sapere operaio sviluppato sugli impianti e attenta alla materialità di un processo produttivo infernale. Nei ciclostili del circolo giovanile “Che Guevara” di Lotta Continua in Città Vecchia, che gli attivisti di Taranto, anche loro operai e delegati di fabbrica, pubblicano nei primi anni Settanta, si leggono le vignette della fabbrica Italuccide: “Ci sono molti modi di uccidere. Si può sparare a uno, ficcargli un coltello nella pancia, togliergli il pane, massacrarlo di lavoro, ficcarlo in una casa inabitabile, farlo andare in guerra… solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro stato”. Sul giornale Avast! (Basta!), che il circolo produce in ciclostile e distribuisce tra l’area industriale e la città, si vede la fabbrica sullo sfondo che emana fumi, ammorba l’aria e il mare, e si legge: “Il padrone dice che questo è il prezzo del progresso e che prima o poi… Ma poi cosa?!” (15 gennaio 1972). E poi ancora: “Gli operai degli appalti hanno ingressi separati, non hanno docce e gabinetti decenti, spesso sono costretti a spogliarsi all’aperto. Dentro a lavorare si entra all’alba e si resta per dodici ore e più. I ritmi di lavoro sono massacranti. I capi sono sempre lì a rompere i coglioni, a costringere gli operai a fare lavori più pericolosi. Fuori dalla fabbrica è lo stesso: trovandosi spesso disoccupati gli operai degli appalti non hanno assistenza medica, se stanno in città bisogna pagare più di 30 mila lire di affitto, se stanno in paese ogni giorno si perdono ore e ore di trasporto e per di più a spese dell’operaio”. Anche gli operai di Taranto del circolo Città Vecchia risponderanno alle dichiarazioni programmatiche di Andreotti con un articoletto su Avast! (data sconosciuta). Il titolo chiede: “Andreotti, perché non provi tu a lavorare a Taranto?”. E poi continua: “Andreotti, capo del governo di centrodestra, nel suo discorso alle Camere, ha denunciato ‘la piaga dell’assenteismo’. E come punta massima di assenteismo ha citato Taranto e l’Italsider. Ma se ad Andreotti interessa saperlo, Taranto non ha solo quello di primati. Ha anche il primato di omicidi bianchi, visto che l’Italsider in dieci anni ha ucciso trecento operai. Ha sicuramente il primato della nocività, visto che dopo dieci anni di lavoro al siderurgico un operaio ha immancabilmente la salute rovinata. E lo sa Andreotti, quanto perde un operaio dell’Italsider e imprese solo per andare al lavoro? Due-tre-quattro ore di trasporti. Visto che gli operai vengono da paesi lontani fino a 50 km e solo per attraversare Taranto ci vogliono delle ore. E si faccia dare Andreotti dai suoi amici dirigenti dell’Italsider i dati sulle ore straordinarie lavorate dalle ditte. Di quanti operai costretti a dieci-dodici ore al giorno per colpa dei salari di fame! Ne verrebbe fuori un altro primato. Quindi Andreotti stia tranquillo. Se spera di eliminare l’assenteismo si sbaglia di grosso. A Taranto gli operai, non solo non hanno nessuna intenzione di lavorare di più, ma hanno tutte le intenzioni di lavorare di meno, di lottare per lavorare meno e salvaguardare la propria salute, di lottare contro i ritmi, gli straordinari e per ridurre gli orari”. Il gruppo Per l’Unità Operaia che prese forma in fabbrica in quegli anni comprendeva delegati attivi nella sinistra extra-parlamentare e pescava tra Lotta Continua e i trozkisti della Quarta Internazionale. La loro azione dentro i luoghi della produzione e in città, nei sindacati, nei consigli di fabbrica e nei circoli cittadini fu uno stimolo costante che collegava le negoziazioni dei vertici sindacali e le strategie politiche del Pci e degli altri partiti di sinistra con l’esperienza diretta dei lavoratori nei reparti più nocivi e la vita dei subalterni in città. Il gruppo era minoritario nei numeri ma egemonico nei consigli di fabbrica dell’area industriale. Lo testimoniano i libri e le interviste ai protagonisti del tempo. Questi delegati portarono i consigli a votare mozioni che riconoscevano le autoriduzioni delle famiglie operaie, in difficoltà di fronte al carovita, come forme di lotta legittime e supportate dai sindacati. E quando i delegati di movimento furono espulsi per le loro critiche alla decisione dei vertici sindacali di firmare uno dei primi accordi sulla cassa integrazione in fabbrica, una breve raccolta nei reparti portò migliaia di firme operaie a sostegno del loro reintegro nelle rispettive organizzazioni sindacali. Quando, a metà degli anni Settanta, i lavori per il raddoppio si conclusero, lottare contro la nuova disoccupazione di ritorno diventò un modo per ricomporre le lotte delle classi operaie che i processi di accumulazione in corso avevano diviso. Nella Vertenza Taranto si uniranno le lotte per il miglioramento degli ambienti, la sicurezza e le condizioni di lavoro, l’opposizione agli esuberi di fine lavori, la riqualificazione degli appalti selvaggi e il superamento dello sviluppo basato sulla monocoltura dell’acciaio. Nelle piattaforme sindacali, che poi troveranno sponda istituzionale nella prima giunta comunista della città, la disoccupazione di ritorno andava affrontata stavolta rinegoziando il modello di sviluppo in città. Le maestranze e i saperi operai che Italsider voleva espellere andavano riassorbiti in un piano di opere pubbliche, edilizia popolare e scolastica, riqualificazione del porto e collegamento con l’area industriale di Grottaglie dove imprese di manifattura leggera avrebbero dovuto svilupparsi per trasformare l’acciaio prodotto dall’Italsider. In quelle rivendicazioni gli operai in esubero diventavano maestranze utili a diversificare la crescita opprimente dell’industria di base oligopolistica. Infrastrutture per i trasporti e un piano delle acque per l’agricoltura provinciale dovevano riequilibrare la monocoltura nociva. Le centinaia di ditte d’appalto presenti nello stabilimento siderurgico, invece, avrebbero dovuto essere assorbite sotto le dipendenze dirette del siderurgico, a meno che non fossero state in grado di dimostrare che almeno metà delle loro commesse venivano da clienti non riconducibili all’Italsider. La contrattazione collettiva di gruppo e di stabilimento in quegli anni, intanto, impegnava la fabbrica a ingenti investimenti ambientali per la riduzione delle emissioni negli ambienti di lavoro e in quelli circostanti. Con la contrattazione locale poi, i lavoratori dell’Italsider ancorarono una parte degli aumenti retributivi strappati alla dirigenza per il finanziamento del cosiddetto “salario sociale”, un tesoretto gestito da una commissione paritetica tra consiglio di fabbrica e azienda che veniva destinato a opere di pubblica utilità. Con il salario sociale degli operai, negli anni vennero finanziate strade, trasporti pubblici, asili cittadini, e anche i primi presidi di medicina del lavoro locale. In una indagine del sociologo Aris Accornero alla fine degli anni Settanta emergeva che la prima preoccupazione degli operai del siderurgico di Taranto era ancora la nocività dell’ambiente e l’impatto dei processi produttivi sulla salute molto più che in stabilimenti simili nel resto d’Italia. Si dice spesso che l’industrializzazione portò sviluppo, benessere, consumi, oltre che veleni e malattie. Un’analisi materialista della storia di Taranto permette una piccola correzione. Se sviluppo e benessere ci fu, pur tra i fumi degli altiforni, non fu per l’industria ma per le lotte degli operai tarantini che in quell’industria consumarono i loro corpi. Della portata visionaria della Vertenza Taranto, però, restò poco. I disoccupati di ritorno non furono costretti a emigrare ma le ambizioni di programmazione sociale di sindacati e partiti della sinistra dovette ridimensionarsi. La crisi del settore siderurgico portò i sindacati sulla difensiva e la riforma delle relazioni industriali sganciò i delegati dalla microconflittualità dei reparti. Erano gli anni del riflusso, della cogestione della crisi dell’acciaio, della marcia dei quarantamila a Mirafiori e della fine del sindacato unitario dei metalmeccanici. A Taranto le forze organizzate del movimento operaio gestirono i primi accordi di cassa integrazione mentre chiudevano o si ridimensionavano le acciaierie del resto d’Italia. In fabbrica arrivavano i consulenti della Nippon Steel che sapevano trasformare le relazioni basate sul conflitto in circoli di qualità e toyotismo. La volontà di negoziare e la ricomposizione tra lavoratori diretti e in appalto portò a miglioramenti tecnologici per alcuni e super-sfruttamento per altri. Gli Ottanta sono anche anni di criminalità organizzata che infiltra la gestione delle ditte in appalto e riporta indietro al dispotismo dei regimi del lavoro. Arrivarono poi i primi prepensionamenti e la privatizzazione. L’arrivo di patron Riva fu una cesura senza precedenti: il pensionamento dei padri otteneva in cambio l’assunzione dei figli; mandare in soffitta le lotte era la moneta di scambio per il lavoro precario dei giovani. Le conquiste sugli impianti, gli investimenti per la salute e la sicurezza si erosero, a dimostrazione che le conquiste sindacali richiedono potere operaio per resistere ed evolversi. La produzione a tutti i costi diventò il nuovo mantra nello stabilimento. I vertici sindacali intanto compromettevano la legittimità residua che gli restava agli occhi dei nuovi operai con la cogestione del dopo-lavoro fatta con i soldi dei Riva e mostravano tutta la loro debolezza di fronte al dispotismo padronale, dal reparto confino alla Palazzina Laf, fino alla struttura-ombra manageriale dei “fiduciari” che seminavano panico e timore nei reparti pur non ricoprendo alcuna posizione ufficiale nell’organigramma aziendale. Allo stesso tempo, si aprivano spazi per farsi strada in fabbrica, per far carriera e sentirsi pure appagati, ma da soli, a costo di lasciare tutti gli altri indietro. La città dimenticava la storia di lotte della sua classe operaia e gli operai dimenticavano di essere una classe. Come racconta Alemanno, operaio e scrittore anche lui, in un libro del 2012: “L’orgoglio siderurgico dei padri è sepolto per sempre. L’Ilva era pubblica, si chiamava Italsider, e i nostri Cipputi si permettevano il lusso di studiare, formarsi sul ciclo di produzione dell’acciaio, farne un tutt’uno con i concerti di Giorgio Gaber al circolo Italsider o con le biblioteche popolari, stimolati dal genio incompreso di Peppino Francobandiera. Certo, c’era il Partito (comunista). E c’erano i sindacati. Ora l’Ilva è qualcosa da chiudere dietro la porta di casa a fine turno, facendo calare il silenzio. Non parliamo. A casa non parliamo mai di lavoro perché dialogare non è facile. E dialogare con chi poi? Tanti di noi avrebbero sognato di fare il carabiniere. Essere fuori, essere altrove. Di questo parliamo, sì; oppure lo pensiamo e ce lo teniamo dentro. Perché parlare può fare male”. I movimenti sociali, fuori dalla fabbrica, si attivavano per produrre evidenze scientifiche sull’impatto dell’acciaio sulla salute e sull’ambiente. Alcuni operai, un’avanguardia che cercava ancora di connettere fabbrica e città, erano presenti nell’onda nuova di mobilitazioni che emerse nella seconda metà degli anni Duemila. Nell’estate 2012, però, con il sequestro dell’area a caldo per disastro ambientale da parte della magistratura e con l’emergere del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, in opposizione alle mediazioni sindacali della crisi e alla loro gestione dei rapporti con Riva, la lotta per la giustizia ambientale si centrò sempre più chiaramente sulla necessità di immaginare una città post-industriale. Quella prospettiva passava, e passa ancora, dalla chiusura dello stabilimento, e chi prova a tenerlo aperto, con tutti i distinguo del caso (l’ambientalizzazione, la decarbonizzazione, la proprietà pubblica per la transizione ecologica), agli occhi degli attivisti è un venditore di fumo. È così che il solco tra operai e sindacati da una parte, e il resto del fronte ambientalista dall’altra si è fatto negli anni incolmabile. Con la storica cacciata delle leadership sindacali nazionali fatta dagli operai del Comitato a bordo del tre ruote nell’estate del 2012 si concludeva pure la stagione della modernità industriale. Nuovi attori e soggetti collettivi, nuove pratiche di democrazia, nuove economie e una nuova coscienza di classe sarebbero dovuti emergere dalle macerie di quel movimento operaio stanco, forse già morto. LE SOLITUDINI DELL’OPERAIO E la nuova stagione è arrivata con i suoi soggetti, gli attivisti, gli eroismi. Il ruolo dell’operaio nella nuova configurazione si è fatta sempre più solitaria. La solitudine della tuta blu non è un tema nuovo. Tre libri recenti, scritti da tarantini (un giornalista e due operai del siderurgico) ne parlano con trasporto. In un bel libro, il giornalista tarantino Fulvio Colucci, racconta dell’epopea delle squadre di calcio del quartiere Tamburi. Da bambino, anche Colucci giocava nella squadra della parrocchia di Gesu Divin Lavoratore e da grande ripercorre le memorie di un gruppo fatto di operai siderurgici capaci di disegnare trame di gioco elegantissime sul campo sporcato dalla polvere scura del minerale. Il campo è quello che sorge a pochi metri dai parchi minerari della fabbrica, Ilva Football Club è il nome del team. Quando il giornalista decide di ricostruirne l’epopea, i protagonisti sono già quasi tutti morti di tumore. Tra ricordo d’infanzia, romanzo collettivo e sogno, Colucci narra di Peppe siderurgico, punta della squadra, alle prese con la solitudine di un rigore da battere. Il capoturno e i colleghi lo hanno lasciato dormire a lavoro durante il turno di notte e ora si aspettano freddezza nell’esecuzione. Lo stesso Peppe che, tra la chance di diventare calciatore professionista e la paura di perdere tutto deciderà di restare operaio. Mentre sistema la palla sul dischetto e guarda i cumuli di minerali a distanza di uno sputo, Peppe passa in rassegna una storia personale che sembra destino collettivo. Così scrive Colucci: “Dalle acciaierie arriva odore di sgomento. Inarrestabile. A fredde folate spazza il piano di carico dei pensieri. […]. I bambini si aggrappano ai tubi Innocenti e, dalla tribuna, urlano spazientiti: ‘Mae’ e tiralo stu rigore!’. Peppe punta la scarpa sulla terra battuta, più nera di un vulcano spento. Prende tempo. Non vuole darla vinta al disagio infilatosi tra le linee dei pensieri, per colpa del siderurgico seduto lì, poco distante a fumar tranquillo, a rosolare la città e il quartiere Tamburi, ad attendere il suo errore. Già si vede infilzato dalle ciminiere come un pollo allo spiedo. […] L’Ilva ha avuto tutto: gli onori, le autorità, le benedizioni dei vescovi. I carabinieri col pennacchio. Grandi cerimonie, tragedie enormi, piccole miserie. Scruta tutto, tutto decide. Il rigore no. Peppe non vuol sbagliarlo, non vuol dare la soddisfazione al capoturno, vendere anche l’anima alle acciaierie. Lui aveva varcato con orgoglio i cancelli dello stabilimento, poi si era accorto del progresso dal volto d’inferno, del risultato scritto a tavolino, della sfida persa in partenza di fronte all’immensità della macchina, al suo istintivo divorare l’uomo e alla perfetta solitudine dell’operaio. Se n’era accorto sfogliando un pomeriggio l’Unità nella sezione del partito comunista ai Tamburi. Quei numeri agghiaccianti solo a dirsi. All’Italsider come in guerra: centinaia di morti, migliaia di feriti. Un solo ambulatorio non attrezzato, il numero incalcolabile di operai deceduti per malattie gastriche o respiratorie contratte sul lavoro, l’inchiesta del Consiglio di fabbrica. Il Consiglio di fabbrica, già. Che senso aveva giocare a pallone? […] La fabbrica sembra un plotone d’esecuzione, le ciminiere fucili puntati sul petto. Peppe prende la rincorsa. Tenta una finta per sbilanciare il portiere che non abbocca. Tira con quel po’ di forza rimastagli incollata al corpo. Una botta violenta, centrale, piega le mani al ragno nero”. Nel romanzo Malesangue dello scrittore operaio dell’ex-Ilva Raffaele Cataldi, il paragone calcistico ritorna insieme alla solitudine. È una lunga lista di tradimenti quella che elenca l’autore raccontando della sua esperienza di lavoratore e attivista del Comitato Liberi e Pensanti: il dipendente dell’ufficio del personale che lo accusa per i giorni di malattia che ha preso legittimamente, i compagni che negli anni non hanno più sostenuto la sua scelta di militare nel Comitato, i cittadini che di fronte all’occasione di occupare e bloccare la fabbrica si sono tirati indietro, e le realtà associative che non hanno condiviso la stesura del Piano Taranto: “Lo sdegno e il senso di abbandono che ho provato in tutti questi momenti resta indescrivibile. E se ho sostenuto quella solitudine, è solo grazie a ciò che ho imparato giocando a calcio. Quando giocavo in porta e prendevo un gol, quando i miei compagni festeggiavano un gol lontano da me nella metà campo avversaria, quando il mister nell’analisi della partita negli spogliatoi diceva di aver perso per un solo tiro in porta subito, facendo ricadere la colpa su chi, involontariamente, quell’unico tiro in porta non era riuscito a pararlo…. È la solitudine del portiere. Ed è simile alla solitudine dell’operaio”. Anche Cataldi, come Peppe siderurgico, è operaio suo malgrado. Se nelle pagine di Colucci la scelta di finire in fabbrica fa i conti con la mancanza di alternative, per Cataldi è una sorta di equivoco del destino. Lui in stabilimento ci finisce perché una cognata aveva mandato la sua candidatura a sua insaputa. È il rispetto familiare più che la prospettiva di un lavoro stabile a spingere Cataldi nello stabilimento, ed è lì che realizza presto che la busta paga garantisce “pane e veleno”. Ma Cataldi non si fa piegare dal regime di fabbrica, è anzi categorico: “Ho sempre lottato per la sicurezza sul lavoro e non sono mai sceso a compromessi”. È questo che porta Cataldi in rotta con i sindacati e spiega la sua solitudine. E tuttavia quello di Malesangue è un operaio sui generis a confronto con il resto della letteratura working-class. A differenza del riottoso metalmeccanico Di Ciaula o dell’epopea siderurgica e poi post-industriale dei libri di Alberto Prunetti, la parabola narrata da Cataldi non apre questioni, non pone dubbi, non restituisce un protagonista angosciato, internamente combattuto, crocevia di tensioni, ma piuttosto un individuo risolto, a una dimensione, nient’affatto dubitativo, come solo un giusto può essere. Ci sono buoni e cattivi nella sua fabbrica, ma questi non seguono la linea demarcata dalla struttura economica, dalla posizione di classe. La demarcazione non è il risultato di una visione materialista della società che si fa spazio tra le righe del memoriale, che prende forma nel resoconto dell’esperienza vissuta nei luoghi di lavoro. Si tratta piuttosto di una distinzione morale tra pochi operai dalla schiena dritta e tutti gli altri che mandano la città all’inferno. L’obiettivo politico del libro è chiaro e riflette il conflitto non sanato in città. La lotta contro la fabbrica non è tanto una lotta di classe, vecchio arnese del secolo scorso, ma una lotta di santi, di giusti contro cattivi, nella quale non resta che schierarsi. La solitudine dell’operaio di Malesangue non è tanto diversa da quella di Peppe siderurgico ma è una solitudine che ci conforta e consola perché traccia senza tentennamenti il confine tra buoni e cattivi. Non è il risultato di una struttura economica, dei rapporti di forza tra classi, ma il prezzo da pagare per essere stato sempre tra i giusti. La fine di quella solitudine, quindi, non richiede la trasformazione del sistema economico complessivo; basterà chiudere la fonte del male che è la fabbrica; né richiede la ricostruzione di corpi collettivi, intermedi, politici; basterà che la rivolta morale di ognuno di noi porti la conta dei giusti ad aumentare. Anche Luca Russo è lavoratore del siderurgico alle prese con la sua personale solitudine di tuta blu. Sta nel romanzo di Fabio Boccuni, anche lui operaio dell’ex-Ilva e scrittore, delegato della Fiom tarantina. Ne La Settimana decisiva, l’operaio di Boccuni parla della famiglia dei Tamburi, del lavoro in fabbrica, dell’impegno nel sindacato. Viene assunto in primavera, “quando sbocciano i fiori e si inizia a respirare quell’aria buona di nuove opportunità”, con un sospiro di sollievo. L’impiego industriale non è il risultato di un equivoco o di un obbligo familiare, ma la fine del lavoro nero e precario da manovale edile prima e da metalmeccanico in formazione-lavoro poi. Con la fine della precarietà inizia l’impegno sindacale e con l’impegno sindacale arriva la disillusione. La fabbrica è una bestia complessa, i sindacati hanno armi spuntate da leggi e contratti e sono ormai privi del vecchio potere collettivo delle mobilitazioni. I lavoratori hanno opportunità di carriera personali e poca solidarietà, i capireparto hanno il volto feroce del padrone e quello ammiccante di chi ce la può fare se riesce a stare nelle grazie di chi comanda. L’orgoglio operaio ormai perso lo custodisce nonno Pietro, siderurgico in pensione che anima i ricordi delle estati infantili del protagonista, e che però muore poco dopo il primo sequestro della fabbrica nel 2012. “Era stato un uomo fortunato – riflette il protagonista su suo nonno – ad appartenere a quella generazione che era stata protagonista di un cambiamento, una generazione che aveva avuto la possibilità di riconoscersi nelle grandi organizzazioni di massa, politiche e sindacali, pur senza esserne necessariamente parte attiva. Quella fortuna, insomma, di non sentirsi troppo soli a questo mondo”. Boccuni segue la crisi della fabbrica inventata che aderisce a quella dell’ex-Ilva e racconta dell’impotenza sostanziale di chi prova a tenere uniti il fronte operaio e quello ambientalista. Non è una lotta eroica la sua, ma una prova di resistenza, un continuo farsi attraversare dalle tensioni, dalle ragioni di ognuno che sono tutte legittime, dagli ostracismi reciproci, dalle umane miserie, dall’impotenza di mettergli ordine e farne organizzazione politica. La fine del libro coincide con la fine della fabbrica, che nel romanzo come nella realtà si appresta a una lenta chiusura. Il protagonista in cassa integrazione aspetta qualche buona notizia da un editore che ha un suo manoscritto e da sua sorella che sta per partorire e ragionando sulle sue ferite di classe scrive: “Ci avevano detto di trovarci un lavoro, di darci da fare, di prendere moglie, di comprare casa, di fare dei figli, di mettere su famiglia, di non disdegnare all’occorrenza di impegnarci nel sociale. Noi ci avevamo provato, ci avevamo provato a fare tutto quello che ci avevano detto di fare. Nonostante tutto, la nostra condizione era peggiorata: Marcella non c’era più, il mio lavoro non c’era più. Non c’era più neanche il mio impegno sociale, non avevo figli, nessuna opportunità, nessuna speranza. Questa era la mia condizione, mia e di tanti miei coetanei, di tanti miei colleghi di fabbrica”. La solitudine dell’operaio si è fatta piena, completa e angosciante. Non c’è giustizia né missione superiore per cui battersi nel libro di Boccuni ma solo un enorme malinteso: a nascere operai non c’è redenzione, si salvano in pochi, i giusti, per tutti gli altri ci sono solo macerie. Il passaggio dalla classe operaia – con i suoi riti, le organizzazioni e le azioni collettive – alla solitudine dell’operaio sta nello spirito del tempo, ma a Taranto è anche il risultato del processo di marginalizzazione e stigmatizzazione delle tute blu tarantine. La crisi ambientale di Taranto si produce e si aggrava nel cambiamento dei rapporti di forza dentro la fabbrica e si riproduce fuori con il solco tra movimenti cittadini e organizzazioni dei lavoratori. La resistenza al disastro ambientale, che prima trovava spazio nelle lotte sindacali che a partire dalla fabbrica avevano avuto l’ambizione di negoziare lo sviluppo della città, ha lentamente trovato forma fuori dai cancelli del siderurgico e fuori dagli attori politici e collettivi del movimento operaio. In questo passaggio, però, spesso il sindacato, senza forza di rinegoziare i processi produttivi con l’azienda, ha finito per diventare l’obiettivo principale – forse perché più facile da colpire – delle critiche, delle accuse e dei tic dello sciame di soggettività alternative che ha preso forma in città. Messo in soffitta l’operaio massa, ci è rimasto l’operaio con la sua solitudine, eroica o angosciante a seconda dei casi. ULTIMI PREPARATIVI Nel 2008, quando ho preso il diploma da perito tecnico industriale in una scuola di paese della provincia di Taranto, il docente di elettronica si raccomandava con i più studiosi tra noi di impegnarci per prendere un bel voto agli esami di maturità. I reclutatori dell’Ilva si sarebbero interessati a noi se avessimo preso bei voti, ci avrebbero dato un’opportunità. L’Ilva in realtà era già vicina al tracollo e in quella classe già sapevamo che la fabbrica non sarebbe stato il nostro futuro. Io sono finito a fare altro e dopo anni di lavoro nero e precariato ho trovato un impiego precario dove mi pagano per fare ricerca. A tanti anni di distanza la mia precarietà non è diminuita ma si è fatta più pesante e, nonostante gli sforzi, continua a tenermi lontano dalla mia terra. Ma è solo un caso che non sia oggi in cassa integrazione ad assistere alla mia fabbrica che chiude. In questi giorni contesi, un caro amico che lavora in fabbrica mi ha detto che si sta preparando alla chiusura. Ha fatto il passaporto, qualche concorso, si sta guardando intorno. Mi ripete sempre che, finita la fabbrica sarà impossibile negoziare alcunché. Senza la fabbrica e la sua classe operaia lì concentrata, il potere contrattuale del territorio sarà ulteriormente indebolito, e tutta la città – non solo gli operai – sarà incapace di negoziare per bonifiche, investimenti, e protezioni sociali. Ecco perché i sindacati ancora credono alla decarbonizzazione, mi spiega, e alla continuità produttiva. «Se mi pagassero per non lavorare, starei pure zitto e buono – mi dice –, che non è che a me piace andare a lavorare lì, però bene non sto neanche in cassa integrazione… Io ho fatto l’acciaio, France’, non so se è chiaro! Le vostre macchine, i vostri frigoriferi, le vostre lavatrici probabilmente le ho fatte io». Agli ambientalisti invidio la loro guerra santa, la convinzione davvero legittima di essere dalla parte di un bene assoluto. Agli operai invidio la possibilità di tenere i piedi in una storia, la maestria e il sapere che si ruba nei luoghi della produzione anche quando sei sottopadrone e per lui devi produrre, la solidarietà meccanica che si crea nella materialità del lavorare fianco a fianco con un compagno. A Taranto invidio il suo mare, i suoi intellettuali, la sua storia di lotte operaie dimenticate, la sua rivolta della riproduzione sociale. (francesco bagnardi)
October 14, 2026
Napoli MONiTOR
Al via il corso di scrittura giornalistica su reportage e inchiesta sociale
(disegno di -nm) Prenderà il via questo mercoledì il corso di scrittura giornalistica di Napoli MONiTOR su reportage e inchiesta sociale (ottobre-dicembre 2026). Ci sono ancora tre posti disponibili. Chi è interessato può iscriversi direttamente partecipando al primo incontro, fissato per mercoledì 14 ottobre alle ore 17 in redazione (via Broggia 11, terzo piano). Di seguito le informazioni base: › Durata del corso: dal 14 ottobre al 15 dicembre 2026. › Frequenza: un giorno a settimana, il martedì o il mercoledì (da decidere insieme ai partecipanti), dalle 17:00 alle 19:30. › Luogo: via Broggia, 11 (Napoli). › Requisiti: un computer portatile e un po’ di tempo a disposizione. › Numero massimo di partecipanti: dieci. › Prezzo: 200 euro (materiali inclusi).
October 12, 2026
Napoli MONiTOR
Comunità rom e politiche pubbliche a Napoli. Molti piani, pochi fatti
(disegno di ottoeffe) Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera 592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti amministrativi e interviste. «Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità, perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024 l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli comuni alle grandi città. Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale (Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni, a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali. La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e, soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia. I BUONI PROPOSITI Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale – istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione. È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio: otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del 2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi di un sostegno all’autonomia delle famiglie. Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo, un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota, della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento “verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie. L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della Sanità-Materdei. Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro, il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove hanno radicato la propria esistenza. La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate, indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di fare riferimento. IL NODO DELL’ANAGRAFE L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto, invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già sperimentate negli anni precedenti. Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato, l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi, che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati: quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla documentazione raccolta. Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania, l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano, ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito, negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e sul lavoro nero? Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e, in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato. Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali. La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità. Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente esercitati. La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli. Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom. Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione, introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici. Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione? Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste, però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti, quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente l’iscrizione anagrafica. Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo 2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di “sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle decisioni che le riguardano. A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri.  Anche la raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca. Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo, ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel presente. (pasquale frattini)
October 8, 2026
Napoli MONiTOR
Un batterio al potere. In Calabria si grida all’emergenza per trasformare il territorio agricolo
(disegno di sam3) I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che causa il disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città. L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione” per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente, rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta “immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”, sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio. Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione, sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti, nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola. Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario. In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili. Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese, il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto bene Giovanni D’Elia. Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe, proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra, le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio. Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non umani. Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto eolici e fotovoltaici. La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee. La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza, trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)
October 7, 2026
Napoli MONiTOR