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Cronache, libri, disegni e reportages - Napoli

La parola della settimana. Sì
(disegno di ottoeffe) La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no, certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla politica e sulla società) Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di culto con fiori e stronzaggini varie. (credits in nota 1) Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella, Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele “musica da matrimonio di camorra”. So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da Nobel di frasi in dialetto. Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo (vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È guerra di classe, nada mas. Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo? Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano? Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi vogliono loro? (gianfranco gallo) (credits in nota 2) Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere. https://www.instagram.com/reels/DVJ4XebDL7X/ Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani: Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita, dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale. Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo? Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere 181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia. (daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it) Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona occasione per approfondire: L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’ goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol”  è quasi sordo e cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi: è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi, rivistacontrasti.it) (credits in nota 3) (a cura di riccardo rosa) __________________________ ¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio Corbucci (1963) ² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986) ³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere, di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)
March 7, 2026
Napoli MONiTOR
Bologna, lo sgombero del Pilastro per imporre il museo dei bambini
(disegno di pietro cozzi) A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città. Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica. Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma. L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta. L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere. Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che, lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta. Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico. All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione, scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni e generi di conforto portati dagli abitanti. Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire “ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli arresti. Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo. La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno».. Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore, grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?». Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono state tenute in considerazione”. «C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici: chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo parco». La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori, insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte amministrative. A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono maggiore chiarezza. «Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina – ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle settimane scorse che potesse giustificarlo». Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
March 6, 2026
Napoli MONiTOR
Terra dei Fuochi, un bilancio sugli interventi di bonifica a un anno dalla sentenza Cedu
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti, residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi. L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto-legge n. 116, “Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il disegno di legge ha un approccio prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche, l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente, oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la reclusione. Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo maldestro di rispondere alla sentenza Cedu si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non pericolosi per opera dei singoli cittadini è punita con la reclusione fino a sei anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizza siano commessi nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di responsabilità. Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio – attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni. A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due miliardi di euro. I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi regionali stanziati (in alcuni casi, già nel 2009, come per località Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora decisamente insufficienti. E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero, siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della Terra dei fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno 2025. Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti – oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia, i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de simone)
March 5, 2026
Napoli MONiTOR
L’attacco al parco del Meisino. Una resistenza ecologista a Torino
(disegno di otarebill) Venerdì 6 febbraio, presso il CSOA Gabrio a Torino, i comitati impegnati in lotte ecologiste si incontreranno per ragionare sui loro percorsi e le relative pratiche. L’incontro sarà ospitato dall’assemblea Un Altro Piano per Torino, che da anni si batte per criticare il nuovo piano regolatore in gestazione e per immaginarne uno alternativo. In occasione dell’incontro sarà anche presentato l’ultimo numero de Lo stato delle città dove è pubblicata un’intervista ad alcune voci del comitato che lotta contro un progetto che comprometterà l’ecosistema del parco del Meisino. *   *   * Il parco del Meisino è una macchia di verde a nord-est della città, tra il parco della Colletta e il confine con il comune di San Mauro Torinese, attraversata dal Po nel tratto in cui esso si congiunge col fiume Stura. Le peculiarità ambientali di questo incrocio di acque e terre poco antropizzate hanno attratto molte specie di uccelli (migratori e stanziali, terricoli e acquatici) e di altri animali, tra cui diverse specie protette. Questi esseri popolano una grande varietà di ecosistemi: boschetti, canneti, greti ghiaiosi, zone umide, prati, campi coltivati. Un’area nota come “isolone Bertolla” è oggi la sede stabile di una delle poche garzaie urbane d’Europa. Dal 1997 il Meisino è un parco pubblico a gestione regionale, attualmente iscritto tra le riserve naturali tutelate dall’Ente di gestione delle aree protette del Po piemontese, che agisce su delega della Regione. Il parco include inoltre la Zona di Protezione Speciale Confluenza Po-Stura della Rete Natura 2000, soggetta alle direttive comunitarie per la conservazione della biodiversità. Oggi, però, la biodiversità del Meisino è minacciata da un’ondata di interventi finanziati da un bando Pnrr afferente alla Misura 5, “Sport e inclusione sociale”, per un investimento di undici milioni e mezzo di euro. Il progetto siglato dalla Città di Torino riguarda la creazione di un “Centro di educazione sportiva e ambientale” all’interno del parco. Per opporsi a questa speculazione, nel 2022 è nato il comitato Salviamo il Meisino, da allora impegnato a monitorare e documentare le modifiche a cui è sottoposta l’area, organizzando azioni finalizzate a impedire la realizzazione del progetto. Per il comitato, il Meisino non è solo un “polmone verde” fondamentale in una città inquinata e cementificata come Torino, ma anche un esempio di come il rapporto tra abitanti e bene pubblico non necessiti di essere né organizzato né regolamentato dall’alto. A parlare dell’impatto del Pnrr sulla vita del parco e delle ragioni della contestazione ancora in corso sono le persone del comitato stesso, intervistate a più riprese nel corso degli ultimi mesi.  Da chi è composto il comitato Salviamo il Meisino? «Innanzitutto da residenti dei quartieri intorno al parco e da frequentatori abituali, non necessariamente abitanti della zona, che lo hanno sempre attraversato liberamente: alcuni di loro conoscono bene l’area e le sue specificità e ne hanno un enorme rispetto. Ci sono anche persone che hanno fatto parte di altri comitati nati negli ultimi anni; e poi ci sono stati attivisti dei movimenti ecologisti, come Fridays for Future, e non solo. Ci sono persone che si sono alternate nel tempo, altre che si sono allontanate perché magari gli atti giudiziari, le multe o le denunce si sono sovrapposti, e allora per loro diventava più complicato partecipare. Alcuni del comitato originario facevano parte di un altro comitato già attivo sul Meisino, quello di Barca e Bertolla (i due quartieri a nord dell’isolone Bertolla), e quindi da tempo seguivano le vicende del parco. C’è persino chi ha tenuto lo storico delle proposte di riqualificazione fallite in precedenza. Quando ci siamo avvicinati al comitato, un po’ tutti abbiamo cercato di sfruttare le conoscenze e i contatti che avevamo per capire come muoverci al meglio». Chi sono invece i soggetti promotori e sostenitori del progetto? «Per fare nomi e cognomi, gli assessori comunali Domenico Carretta (Sport, grandi eventi, turismo e tempo libero) e Francesco Tresso (Cura della città, con deleghe al verde pubblico, tutela animali e protezione civile). Poi anche diversi dirigenti comunali; e soprattutto i rappresentanti dell’Ente di gestione delle aree protette del Po piemontese (Ente parco), che dovrebbe preoccuparsi di salvaguardare l’habitat del Meisino: Roberto Saini, prima presidente e poi commissario fino al luglio 2025, l’attuale presidente Alessio Abbinante, la direttrice Emanuela Sarzotti. E ancora, altri enti chiamati a esprimere pareri sul progetto – pareri che sono stati sempre favorevoli –, come la Soprintendenza alle Belle arti e paesaggio di Torino, l’Agenzia interregionale per il fiume Po, la Regione, l’Arpa Piemonte». Quali sono gli interventi previsti dal progetto di costruzione del Centro di educazione sportiva e ambientale da undici milioni e mezzo di euro? «Il progetto iniziale, quello che il sindaco Stefano Lo Russo (Pd) ha firmato per partecipare al bando Pnrr nell’aprile 2022, è strutturato in due cluster; il primo riguarda la realizzazione di nuovi impianti, quella che chiamano Cittadella dello Sport e della Salute, dove ci saranno una passerella ciclopedonale, aree giochi e fitness, nuove strutture sportive; qui è stata ristrutturata una tettoia, i sentieri sono stati allargati e trasformati in piste di larghezza carrabile, altri percorsi sono stati aperti e sono in corso anche interventi sulla vegetazione. Il secondo è un intervento più prettamente architettonico, edilizio, e riguarda la cascina Malpensata (l’ex galoppatoio militare) e le strutture adiacenti. Sette milioni e mezzo per il primo cluster, quattro per il secondo. Questi interventi saranno fatti dentro la riserva naturale, dove è previsto un “restyling” delle zone umide, e in parte ricadono anche nella zona di protezione speciale. Però il progetto ha una grande “facciata verde”; quando lo leggi sembra fantastico. La narrazione del progetto di rigenerazione dell’ex galoppatoio militare è che migliorerà la sostenibilità, rigenererà la biodiversità e sarà energeticamente ecosostenibile. Poi il progetto è stato leggermente modificato; è stata fatta una variante a seguito delle nostre proteste, e sono stati dati dei suggerimenti dalla Consulta per il verde, ma si è trattato di modifiche poco significative. La narrazione che utilizzano per giustificare questi interventi è quella della “inclusività” e del “design for all”, una formula presa da documenti Onu che pervade tutto il Pnrr: dappertutto c’è scritto che le nuove strade permetteranno di raggiungere ogni parte del parco, quindi la fruibilità andrà al massimo. Noi abbiamo interpellato alcuni esperti di piste ciclabili e di interventi sulla mobilità di Fiab, la federazione italiana ambiente e bicicletta, e ci hanno detto che le cose funzionavano benissimo come erano prima: anche una persona disabile poteva percorrerlo con la sedia a rotelle. La passerella ciclopedonale, che dovrebbe essere poco impattante, ha una doppia corsia per le bici, uno spazio per il pedone, fa delle curve, non è un semplice scavalco. Però nella narrazione dell’assessore Tresso, anche Fiab sarebbe entusiasta di questo progetto. Noi intanto abbiamo inviato la nostra relazione in cui segnaliamo i danni già prodotti e un’analisi su come la mobilità nel parco non viene affatto migliorata». Nell’estate 2024 il nome del progetto è cambiato: da Parco dello sport e dell’educazione ambientale è diventato Centro di educazione sportiva e ambientale. Cosa significa questa modifica? «Per noi in quel momento è diventato chiaro il fatto che la vocazione del progetto non era più incentrata sul parco. Avendo a oggetto un parco tematico, il progetto avrebbe dovuto per legge subire la verifica di assoggettabilità a Valutazione di impatto ambientale: questa procedura è stata omessa e per occultare meglio la violazione, la parola “parco” è stata fatta sparire dal titolo, con il pretesto di non confondere il nome del parco sportivo con quello naturalistico: richiesta formulata dallo stesso Ente parco con una sua prescrizione! Ma la sostanza resta, confermata dalla quantità di attrezzature che vengono disseminate nel parco e dalle dichiarazioni dei politici e dei funzionari dell’Ente, che dicono di voler cambiare la destinazione e la vocazione del Meisino. Del resto, il Dipartimento dello sport ha accettato di considerare l’ex galoppatoio, che era una struttura militare, come struttura sportiva, e questo ha permesso di accedere ai fondi del Pnrr». In che modo questi interventi impattano sull’attuale habitat del parco? «Pensando ancora all’ex galoppatoio, lì si era generata una situazione di naturalità inedita per un motivo semplice: i militari non davano accesso al pubblico e si era creata un’area riservata, dove l’insieme delle caratteristiche idrogeologiche, morfologiche e la non frequentazione antropica ha fatto sì che si sviluppasse una situazione di flora e fauna molto particolare e preziosa. In quest’area adesso sono state realizzate fondazioni di cemento per fare delle strutture a palafitta, perché qui c’è anche il problema idrogeologico che fa di questo progetto un enorme spreco economico. Al Meisino c’erano già delle strutture sportive che negli anni, con tutte le varie piene, si sono rovinate; e l’idea di porre nuove strutture sportive in un’area che viene allagata spesso, presuppone che dovranno essere dei privati a gestirle, perché costerà tenerle in piedi, e non è pensabile che a occuparsene sarà il Comune; e i privati per gestirle dovranno farsi pagare dal pubblico. In più, il Piano d’area vietava di ristrutturare l’edificio: sopraelevarlo com’è necessario comporta una ristrutturazione. Insomma, parliamo di interventi importanti e impattanti. E ancora, l’area a protezione speciale del Meisino deve il suo riconoscimento iniziale proprio all’avifauna, e il cantiere avviato sta già frammentando l’habitat di tutto il parco. Sin dall’inizio abbiamo denunciato che nel progetto non sia citata tutta una serie di animali perché non c’è stato un aggiornamento del formulario. Quando abbiamo fatto notare che ci sono dei ricci, hanno fatto un finto sopralluogo dopo che avevano cominciato a invadere l’area con decespugliatori, ruspe, eccetera… e chissà dove erano spariti i ricci, nel frattempo. Poi hanno ignorato la presenza di una colonia di tassi: c’è un sistema abitativo che abbiamo documentato con foto e video, che comprende anche altre specie di mammiferi e anfibi non considerate. L’aspetto paradossale è che il Pnrr è tutto strutturato sul diritto ambientale, ma in pratica alleggerisce proprio le procedure di tutela ambientale. In generale, al Meisino sono ignorate un po’ tutte le regole. Pare che le ditte a cui è stato affidato l’appalto per questi lavori non siano ditte forestali, ma edili, quindi, quando si tratta di creare passaggi o spostare materiali, hanno un approccio cantieristico e non si pongono alcun problema, nonostante il progetto preveda una serie di attenzioni al tipo di macchine da usare, ai percorsi da fare, all’acustica, l’uso del fonometro, la gestione del legname: queste norme sono scritte, ma nessuno riesce a controllare che vengano rispettate. Del resto, in una situazione in cui non c’è un piano di gestione – e di questa mancanza è responsabile l’Ente parco – non c’è molto da far valere». Quali altri soggetti si muovono intorno alla contestazione del progetto di Centro di educazione sportiva e ambientale? «Quando è nato il comitato Salviamo il Meisino c’erano già altre associazioni ambientaliste e qualche comitato attivi per la tutela del parco. Comitato e associazioni, però, sono due realtà diverse. Il comitato nasce su uno scopo preciso, in un luogo preciso, e quindi ha motivazioni e obiettivi precisi. Le associazioni spesso hanno storie che vengono da lontano, obiettivi più generici; molte volte poi hanno dei rapporti tali con le istituzioni da diventare promiscui. Poi c’è la Consulta per il verde e per l’ambiente presso il Comune, che possiamo dire essere l’espressione di queste associazioni. Questo organismo però sembra in crisi: il suo attuale presidente ha lamentato pubblicamente che essa viene interpellata solo dopo che un progetto viene approvato, non prima. Al Meisino, a lavori iniziati (settembre 2024), il presidente ha cercato di fare da mediatore; la consulta ha prodotto un lungo documento che analizzava il progetto di Cittadella dello sport evidenziandone le contraddizioni. Ma queste azioni finiscono per essere poco incisive, perché il Comune fa solo finta di ascoltare, e tutto si riduce a una lamentela ben educata che non porta a nulla. In ogni caso, i comitati sono mediamente soggetti esterni alle consulte, e anche il nostro lo è. Poi, per segnalare dei paradossi, ci sono figure come il dirigente Lipu (Lega italiana protezione uccelli) di Torino, che è vicino all’assessore Tresso e per questo non lo contraddice; o altri responsabili Fiab, che non ci hanno sostenuto senza dirci il motivo. In questa situazione è chiaro che dobbiamo trovare altri modi per opporci». A proposito di modalità di opposizione: oltre che con iniziative di socialità al parco, sopralluoghi collettivi, assemblee aperte e cortei cittadini, nell’ultimo anno e mezzo il comitato è stato molto attivo con presidi ai cantieri e attività costanti di monitoraggio e documentazione. È stato creato anche un sito web, dove si trovano aggiornamenti frequenti e un dossier approfondito, che evidenzia contraddizioni, criticità e ipocrisie del progetto in corso. Come viene prodotto questo materiale? «Come attività parallela, indipendente da quelle del comitato, alcuni cittadini hanno voluto creare un sito tecnico che raccogliesse tutte le evidenze sulla flora e la fauna presenti prima dell’inizio e durante i lavori. È nata quindi l’idea del Meisinometro, un progetto di mappatura della biodiversità del parco finalizzato a evidenziare in modo oggettivo le modifiche che sta subendo. La piattaforma raccoglie i dati rilevati dai partecipanti al progetto e permette a chiunque di conoscere nel dettaglio l’evolversi della situazione. Purtroppo non abbiamo periti che certifichino quello che rileviamo: non ci sono persone disposte a esporsi, perché gli esperti lavorano per gli enti pubblici, l’università o il Politecnico. Quindi, per esempio, nel caso del disboscamento per la costruzione della passerella ciclopedonale abbiamo fatto arrivare un agronomo da fuori; e ovviamente in quel caso avevano subito nascosto gli alberi tagliati, quindi non è stato possibile verificare molti dettagli. Comunque abbiamo un censimento, foto geolocalizzate, misure del boschetto tagliato; e i nostri dati sono diversi da quelli diffusi dal Comune, che cerca sempre di minimizzare». Alcune persone del comitato hanno portato la contestazione anche sul piano legale, presentando un ricorso al tribunale ordinario contro il Comune – aperto nel dicembre 2024 e rigettato ad aprile 2025 – e un reclamo al Collegio contro l’ordinanza del giudice in primo grado, anche questo rigettato, a luglio. Quali erano le istanze dei ricorrenti? «Il ricorso si è basato sul principio di lesione del diritto all’ambiente salubre, la cui tutela spetta al giudice ordinario, e ha chiesto un accertamento tecnico preventivo sull’impatto ambientale, mettendo in evidenza le incongruenze tra il progetto e la sua realizzazione. Tra gli argomenti del ricorso ci sono il non avere svolto un censimento, l’approssimazione e la velocità con cui è stata svolta la valutazione d’incidenza ambientale, ecc. Il ricorso è stato respinto per difetto di giurisdizione – secondo i giudici di primo e secondo grado i cittadini avrebbero dovuto rivolgersi al Tar. A oggi nessun magistrato è entrato nel merito del progetto e del suo impatto ambientale». La lotta del comitato, con la presenza costante di attivisti nei cantieri, è finita sui giornali anche per il modo in cui è stata repressa, nonostante le vostre forme di protesta siano state pacifiche… «Dall’inizio dei nostri monitoraggi mattutini, la polizia è sempre stata lì a presidiare, con volanti e camionette, e anche la digos ci ha sempre seguiti passo passo. A volte è stato difficile perché siamo stati continuamente ripresi, filmati; le persone sono finite spesso sui giornali. Per difenderci dalla polizia abbiamo dovuto filmarci tra di noi, e questa cosa a molti di noi non era mai successa prima. Siamo abbastanza sicuri di quello che affermiamo, abbiamo numerosi elementi per dire che certi tagli sono abusivi e che ci sono molte irregolarità, quindi il conflitto proviene da questa consapevolezza. Il nostro dissenso è stato censurato e punito prima con il diritto amministrativo e poi con quello penale; ed è abbastanza inedito il fatto che in alcuni casi – come per le contestazioni di settembre 2024, quando sono partiti i lavori – siano stati avviati due procedimenti in contemporanea, una multa e una denuncia penale per violenza privata in concorso. Anche le modalità in cui è stato ricevuto l’avviso di garanzia sono strane: lo hanno consegnato a mano, a casa di trentanove persone, la maggior parte incensurate. L’avviso di garanzia stesso è formulato in modo anomalo, perché riporta molti dettagli, ed è una cosa che di solito non si fa. Potevano anche mandarcelo in seguito, ma hanno voluto dare un segnale preciso: volevano beccarci tutti nello stesso giorno, non a caso, il giorno prima dei tagli fatti al boschetto, dove hanno abbattuto novanta alberi. L’idea che ci siamo fatti è che, se avessimo bloccato questo progetto, ci sarebbero state ripercussioni anche sugli altri progetti Pnrr in città. Non volevano permetterlo». A novembre 2025 l’assessore Carretta ha dichiarato che i lavori sono in ritardo a causa delle contestazioni, ma stanno procedendo e si concluderanno nei primi mesi del 2026. Poteva andare diversamente? E come state andando avanti? «Probabilmente bisognava muoversi molto tempo prima e avere delle strategie più precise; ma, forse, non ci si è subito resi conto della gravità della cosa. Magari, sulle strategie di resistenza, ci si poteva confrontare con le altre lotte simili sul territorio nazionale, e si potevano tentare azioni più incisive sin dall’inizio; ma bisogna anche considerare che non tutte le persone che facevano parte del comitato originario erano abituate a praticare forme di opposizione conflittuali. Oggi il comitato continua a muoversi – come sempre – su più fronti: a ottobre abbiamo inviato una diffida all’Ente parco, per impedire l’estensione dei lavori nell’area della riserva naturale. Anche i monitoraggi, le assemblee e le altre iniziative pubbliche non si sono mai fermate». (alessandra ferlito)
March 4, 2026
Napoli MONiTOR
Partecipazione e Coppa America. Sul consiglio comunale di oggi a Bagnoli
(disegno di francesca ferrara) Da quasi quarant’anni il dibattito sul futuro di Bagnoli è vivo, in città, a dispetto dei disastri di politici e amministratori che avrebbero dovuto governare il processo di rigenerazione, e del comprensibile scoramento di ampie fasce di popolazione e società civile. Quello degli ultimi mesi è stato castrato dalla riluttanza delle istituzioni competenti a considerare qualsiasi opinione contrastante rispetto alle proprie scelte politiche: non solo “semplici” cittadini, ma anche affermati scienziati, urbanisti, analisti vengono liquidati come i colpevoli del presunto immobilismo, come se fossero loro ad aver bruciato dal 1992 quasi un miliardo di euro di soldi pubblici, come se fossero loro gli imputati in un decennale processo per disastro ambientale e come se si trattasse di una controparte, piuttosto che del corpo sociale che la politica dovrebbe rappresentare (anche solo perché è quello che gli paga lo stipendio). L’accelerazione che da poco più di un anno ha registrato la bonifica non è paragonabile, per dimensione, allo stravolgimento dei piani urbanistici fino a qualche tempo fa garantiti da leggi nazionali e strumenti locali, frutto di una sintesi complessa ma efficace tra le tante posizioni emerse dagli anni Novanta sul territorio, e non solo. Uno stravolgimento che è estremamente politico, non solo per il merito ma anche per il metodo. Negli ultimi anni ho studiato approfonditamente le dinamiche di partecipazione delle comunità locali ai processi di deindustrializzazione in Europa. Bagnoli è un caso particolare da questo punto di vista, dal momento che la governance dell’emergenza e dell’eccezionalità (comune in queste circostanze a molte altre esperienze, dalla Spagna alla Germania) ha sfruttato le ulteriori possibilità derogatorie concesse dall’organizzazione del “grande evento” Coppa America per modificare interventi pianificati dagli organi di rappresentanza locale anche grazie a un contributo della cittadinanza. In maniera, cioè, assolutamente antidemocratica. Contestualmente all’aumento di intensità delle proteste sul territorio, e alla risonanza data a queste ultime dalla stampa, la struttura commissariale guidata dal sindaco Manfredi ha cominciato da qualche mese a indire una serie di iniziative di propaganda, cercando di colmare deficienze che avevano del clamoroso. Si tratta di iniziative non solo inutili, ma anche ingannevoli, perché arrivano dopo che il già citato stravolgimento è stato ratificato, gli accordi sono stati firmati, le richieste di coinvolgimento degli abitanti sono state oggetto di beffe nei fatti, e talvolta persino nella forma (qualche mese fa il dirigente amministrativo più alto dell’ente commissariale affermava davanti a una platea di abitanti che «un commissariamento è l’antitesi della partecipazione»). A questo gioco di prestigio non solo i più scaltri comitati territoriali, ma anche molti altri abitanti non hanno abboccato, tanto che persino gli studenti dei licei locali hanno fatto notare l’ipocrisia di queste pratiche, in un incontro pubblico, al sub-commissario Falconio. Dopo un lungo periodo di latitanza, oggi Manfredi si presenterà a Bagnoli per un consiglio monotematico sul territorio, chiesto invano per mesi dalla comunità e persino da alcuni consiglieri di minoranza (su tutti Antonio Bassolino). Lo farà in un territorio militarizzato, dopo aver chiesto ai comitati territoriali di indicare i nomi delle persone che assisteranno all’incontro e persino di leggere il testo degli interventi, manco fossimo a Sanremo. Proprio le modalità con cui questo consiglio è stato organizzato mostrano in realtà, in tutta la loro evidenza, cosa intende questa giunta comunale per partecipazione: informazioni diffuse fuori tempo massimo; selezione accurata dei partecipanti; controllo delle persone e delle loro parole. Ancora una volta, citando la candida ammissione del colonnello Auricchio, direttore amministrativo dell’ente commissariale, “l’antitesi della partecipazione”. E allora l’unica cosa che il sindaco-commissario dovrebbe fare questo pomeriggio è un serio mea culpa. Prendere atto di posizionamenti tutt’altro che minoritari (cinquemila persone sono scese in piazza per contestare l’organizzazione della Coppa, il 7 febbraio scorso), fermare i lavori e annunciare lo spostamento dell’hub logistico per la competizione in un luogo più idoneo. Dopodiché, impegnarsi al ripristino immediato delle competenze del consiglio comunale in materia urbanistica, al rispetto del Praru e del progetto Invitalia (con bosco, spiaggia e senza colmata) che lui stesso magnificava fino al 2024. Questo, ovviamente, se i fiumi di inchiostro e le centinaia di teorie e legislazioni elaborate sul tema della partecipazione pubblica alle decisioni nell’ultimo mezzo secolo hanno ancora una qualche fondatezza. Altrimenti, dica chiaramente che le decisioni le prende un uomo solo al comando: almeno sarà più chiaro il motivo per cui qualcuno continua a non farsi una ragione di ciò che sta accadendo. (riccardo rosa)
March 3, 2026
Napoli MONiTOR
Rewind Roma, febbraio 2026 # Più cemento, svendite ai privati e le gang in divisa
(disegno di peppe cerillo) Febbraio si apre con un disastro. Salta una conduttura dell’acqua sulla Prenestina all’altezza di Tor Tre Teste, mezza Roma Est rimane senz’acqua per ventiquattro ore. Centinaia di migliaia di persone restano a secco; lunghe file alle fontanelle e alle autobotti d’emergenza, scuole e nidi chiusi, trentamila litri d’acqua sprecati. La rete idrica a Roma è un colabrodo, quasi metà dell’acqua finisce dispersa, ma Acea è troppo impegnata a costruire un inceneritore. Il 3 e il 4 piove e tira vento: un ragazzo di diciotto anni viene ucciso da un auto in via dei Fiorentini (Tiburtina), mentre a Ostia si presenta il nuovo delirante progetto per il litorale modello Dubai. Il Comune formalizza l’acquisto di mille appartamenti Enasarco per 250 milioni, cioè 250 mila euro di media per ognuno. L’ex ente previdenziale ha dismesso già novemila appartamenti per un miliardo e settecentomila euro, cioè 188 mila di media ad appartamento. Come sempre, questi enti vendono più caro al pubblico che al privato, ma la protesta del 9 si concentra sul fatto che i proprietari ex assegnatari non vogliono vivere accanto ai nuovi assegnatari. A proposito di enti previdenziali, il 12 due anziani vengono sfrattati dall’appartamento Enpaia dove vivevano dagli anni Ottanta. Enpaia aveva svenduto i suoi appartamenti al sottosegretario al lavoro leghista Durigon, al presidente della regione Rocca, e al suo stesso presidente. Crolla un muro di contenimento a Formello, uccidendo un macellaio di 58 anni, e il giorno dopo crolla anche l’insegna di un cinema sulla Tuscolana, ferendo due persone. Il 13 manifestazione della comunità bengalese a piazza Vittorio contro il razzismo e il decreto sicurezza. Il 14 tempesta di pioggia e vento: crolla un albero sulla Nomentana, un fulmine colpisce una centralina elettrica a Grottarossa, il Tevere esonda a Focene, la mareggiata invade Ostia. Il 16 le mobilitazioni dei comitati locali finalmente riescono a far aprire la “casa di comunità” di Villa Tiburtina, un presidio di salute pubblica di cui il Municipio cerca di intestarsi il merito pur avendo sempre boicottato le proteste. A Capannelle muore sul lavoro un operaio di quasi settant’anni, schiacciato tra due Tir. Il 17 il presidente della Lazio Lotito annuncia il progetto per riqualificare lo stadio Flaminio, chiuso da vent’anni. Alla Peroni inizia lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici, minacciate di licenziamento. Il 18 arriva a Roma Bandecchi, il sindaco di Terni sotto processo per evasione fiscale da venti milioni per la sua università privata Unicusano. Flash mob e presidio in Campidoglio per i prigionieri palestinesi. Lo stesso giorno tre poliziotti del commissariato Parioli-Salario vengono arrestati per aver creato una rete di narcotraffico: fermavano i carichi di droga d’accordo con il trafficante, ma dichiaravano di averne sequestrata di meno per rivendere la maggior parte. Domenica 21 è una meravigliosa giornata di sole: alla commemorazione per Valerio Verbano al Tufello ci sono migliaia di persone, nonostante le tensioni; si presenta anche una consigliera di Fratelli d’Italia, ovviamente invitata ad andarsene. Lo stesso partito difende anche il militante neonazi di Lione morto nell’aggressione che lui stesso aveva organizzato, e per il quale un centinaio di fascisti sfilano per il centro di Roma. Il 22 è la penultima “domenica ecologica” (blocco del traffico) della stagione invernale. L’aria sta peggiorando e il Comune chiede di evitare l’uso della macchina, come se a Roma si potesse davvero girare in autobus. A piazza Vittorio si celebra il capodanno cinese (ma senza i robot kung-fu del gran gala di Beijing): inizia l’anno del Cavallo di Fuoco, quasi contemporaneamente al Ramadan e alla Quaresima. La sera a Cornelia un egiziano di 22 anni viene ucciso con una coltellata. Il 23 iniziano le indagini su ventuno poliziotti e carabinieri accusati di aver rubato sistematicamente vestiti, cosmetici e profumi alla Coin di Stazione Termini. Ecco a cosa servivano i due carri armati Puma schierati lì fuori! I furti hanno raggiunto quasi 200 mila euro, e sono avvenuti con la complicità – chissà quanto volontaria – di una cassiera del negozio, che è anche l’unica di cui viene reso pubblico il nome. La sera una ventunenne inglese rischia di essere stuprata a Villa Borghese: un uomo la spinge dietro una siepe e le strappa i vestiti, per fortuna lei scappa. Il 24 il consiglio comunale di Ciampino vota a larga maggioranza la prosecuzione dei lavori per una maxi-cementificazione in centro città, sempre in nome del “diritto inalienabile dei proprietari a edificare”, per loro superiore a qualsiasi altra istanza. La sera c’è un grande incendio e un’esplosione in una carrozzeria di Morena. Il 26 la giunta comunale approva il progetto dello stadio di Pietralata: sedici milioni di euro dei contribuenti saranno usati per favorire le speculazioni di un imprenditore statunitense. Il mese si chiude con due cortei quasi contemporanei, con migliaia di persone scese in strada sabato 28 febbraio: uno da piazza Esedra contro il ddl Bongiorno, che garantisce maggiore impunità agli stupratori; un altro a Garbatella contro la speculazione sui Mercati Generali, dove Comune e Municipio hanno ceduto nove ettari pubblici per sessant’anni in concessione alla corporazione texana Hines. Quest’ultima, che raccoglie anche fondi israeliani coinvolti nell’occupazione illegale in Cisgiordania, prevede di cementificare l’area con la scusa di uno studentato, ricavandone trentuno milioni l’anno. Il Comune, per sicurezza, ha già sradicato tutti gli alberi e devastato la zona verde. (stefano portelli) Leggi anche i rewind di gennaio 2026, dell’anno santo 2025 (1–2–3–4–5–6–7–8–9–10–11–12) e del 2024 (1–2–3–4–5–6–7–8–9–10–11–12).
March 2, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Mano
(disegno di ottoeffe) È crisi nera per il Boca Juniors, che ieri ha impattato anche contro il modesto Gimnasia Mendoza: ennesimo pareggio, quarta gara senza vittorie, sette punti di ritardo già accumulati in sette partite dalla coppia Estudiantes–Velez che guida la classifica. Nel match precedente, più volte, nel corso di uno scialbo zero a zero nel derby contro gli storici rivali del Racing de Avellaneda, i tifosi avevano perso la pazienza e gridato «Movete Boca movete, movete deja de joder!», qualcosa tipo “Datti una mossa Boca, non rompere il cazzo!”. Come forse ho già scritto in questa rubrica, un Boca-Racing ho avuto la gioia di vederlo alla Bombonera nell’aprile del 2023. Al contrario del mortorio della settimana scorsa, il tifo fu fuori controllo: i bosteros erano già in odore di titolo e nell’incontro precedente tra le due compagini il numero degli espulsi aveva raggiunto quasi quello dei giocatori rimasti sul terreno di gioco. Per di più gli scontri fuori dal campo avevano portato un numero enorme di arresti, si diceva, anche in seguito alla “spiata” fatta dall’hinchada del Racing. Con el machete en la mano / Con in mano il machete la chapa en el corazon: / e il distintivo sul cuore: será siempre vigilante / sarai per sempre un poliziotto Academia Racing Club! / Academia Racing Club! Racing botón! / Racing spia! (coro tifosi boca juniors vs racing de avellaneda) Si allarga lo scandalo esploso con le indagini della procura di Milano sulle piattaforme multinazionali del delivery (prima Glovo e poi Deliveroo, finita questa settimana con un provvedimento di urgenza sotto il controllo giudiziario). Ai rider, tremila nella provincia di Milano e ventimila in tutta Italia – si legge nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe Zocchi (ma è iscritta anche la S.r.l.) –, sarebbero state corrisposte paghe “in alcuni casi inferiori fino a circa il novanta per cento rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Già da qualche anno è un segreto di Pulcinella il ruolo delle grandi piattaforme nel sistema del cosiddetto caporalato digitale. La procura tuttavia evidenzia con chiarezza la dinamica per cui le multinazionali sfrutterebbero la loro posizione di forza rispetto ai lavoratori per imporre retribuzioni completamente inadeguate rispetto alla quantità e alla qualità della prestazione lavorativa. E noi come i fessi, con i nostri sensi di colpa borghesi, stiamo a guardarci la pagliuzza dentro il nostro occhio perché in mano al fattorino che ci ha portato la pizza non lasciamo che qualche spicciolo, piuttosto che fomentare la nostra e la altrui rabbia contro gli schiavisti digitali. Nella gig-economy l’imbrigliamento del lavoro è inscritto nell’architettura stessa della piattaforma, dal momento in cui – soprattutto nelle piattaforme dove vige un sistema libero di accesso alla flotta attiva (free login) come Uber – il/la lavoratore/trice è contemporaneamente indispensabile e superfluo al processo lavorativo, cioè è solo potenzialmente impiegato; è libero nell’accesso all’impiego, ma fortemente vincolato al metabolismo degli algoritmi che regolano la sua performance. Tuttavia, occorre evitare di cedere a visioni vittimizzanti sul lavoro di piattaforma, ovvero che escludono a priori la possibilità di esercitare agency anche attraverso le stesse infrastrutture che coordinano l’imbrigliamento. Per quanto costituisca un mercato del lavoro estremamente downgraded (cioè privo di tutele, quanto di garanzie della sicurezza dell’impiego, cfr. Sassen 1994), lo spazio sociale occupato dalle piattaforme è (ancora) anche uno spazio informale di pratiche sommerse e industriose attraverso cui lavoratori e lavoratrici tentano di aggirare le maglie del proprio stesso imbrigliamento. In altre parole, l’informalità si rivela anche nella sua forma costituente, laddove diventa un terreno fertile per la sperimentazione di pratiche di rimaneggiamento e resistenza contro il disciplinamento algoritmico. (gianmarco peterlongo, imbrigliamento e rifeudalizzazione del lavoro nella gig-economy. una ricerca sul caporalato digitale tra italia e argentina) Torna l’Argentina, e a proposito di “mani” non si può ignorare quella divina. Ho visto un video qualche giorno fa in cui Anna Trieste prefigurava il ritorno in città di Kevin De Bruyne, infortunato di lungo corso e reduce da mesi di esilio dorato, che scende a Capodichino e trova mezza squadra in infermeria, il Napoli giù in classifica sotto caterve di gol, e soprattutto l’allenatore dell’Inter «che addirittura mette nella stessa frase Bastoni e Maradona», accostando la simulazione del difensore nerazzurro con il patriottico gesto di resistenza di D10s. Chissà se KDB l’avrà presa a ridere come noi, abituati a ben altri paragoni: Titoli sotto mano questa settimana, a voi le conclusioni: Napoli, ospedale San Giovanni Bosco in mano al clan: quattro arresti, c’è anche un avvocato. (sky tg 24, 25 febbraio) L’avvocato Marengo: “Il Toro è nelle mani degli Agnelli”. (settecalcio.it, 20 febbraio) Comala, i vincitori del bando tendono la mano ai gestori storici: “Basta scontri, lavoriamo insieme”. (la repubblica, 27 febbraio) > clicca qui, per approfondire Trump: “Iraniani, prendete in mano il vostro governo e il vostro destino”. (il corriere della sera, 28 febbraio) Netanyahu agli iraniani: “Prendete in mano il vostro destino!”. (la7, 28 febbraio) È iniziata la guerra all’Iran. Israele e Usa in azione (avvenire, 28 febbraio)        L’Iran colpisce obiettivi Usa nel Golfo. Medio Oriente in fiamme (il fatto quotidiano, 28 febbraio) Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano: a cura di riccardo rosa
March 1, 2026
Napoli MONiTOR
Le politiche discriminatorie della sinistra. Note a partire da un libro sugli sgomberi a Torino
(disegno di escif) Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili, renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda, tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e da Sinistra ecologista. Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro, altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale, una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel 2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire, multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone ‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”. Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche, abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino. L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019), il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie nella gestione dell’ordine pubblico. Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto – La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in piedi. La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri, da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria, attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi in una condizione di paria senza diritti. Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti. Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante. L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza – sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio, adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del camper o del furgone in cui vive. Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica. Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”. L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”. La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”. Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le “famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto, complice silenzio della società civile torinese. Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa consapevolezza. (francesco migliaccio)
February 26, 2026
Napoli MONiTOR
La guerra dello Stato ai minori nel nuovo Pacchetto sicurezza
(disegno di federica pagano) Il 31 gennaio del 1908 Secondo M., nove anni, nato a Perugia, viene internato in riformatorio, all’epoca casa di correzione. A seguito della morte del padre sua madre aveva rinunciato a occuparsi di lui, affidandolo agli zii. Questi ultimi non erano riusciti a seguirlo e la madre aveva chiesto che fosse lo Stato a prendersene carico perché “invece di ascoltare i saggi consigli e le amorevoli correzioni della famiglia, fuggiva di casa rifugiandosi presso i socialisti. Nella sua tasca fu infatti ritrovato l’Inno dei lavoratori”. Da allora, scrive preoccupata la madre, la sua cattiveria è cresciuta in maniera allarmante, covando idee sovversive contro i preti e i ricchi. Per il sindaco della città, il ragazzo più che un incorreggibile è un deficiente, e segue le orme di un padre morto in galera. A confermare la necessità di internarlo, una nota dei carabinieri: “Si ritiene Secondo M. un discolo. Quindi, si propone che venga rinchiuso in casa di correzione. Si allega l’Inno dei lavoratori, tolto indosso al ragazzo”. L’ingresso di Secondo M. in riformatorio segue quello di tante e tanti altri dalla fine dell’Ottocento in poi, che “con il loro comportamento, rappresentavano una minaccia di sovvertimento sociale”. Con queste parole si conclude Questo figlio a chi lo do?, libro inusuale e prezioso scritto da Barbara Montesi, docente di storia contemporanea ed esperta di storia dell’infanzia. Il volume parte da un quesito: il minore appartiene alla famiglia o allo Stato? Se il genitore non può, non vuole o non ha gli strumenti per occuparsi della crescita di un figlio, in che misura deve intervenire il potere statale? Montesi raccoglie lettere di genitori, note dei carabinieri, sentenze dei giudici e sfoghi dei bambini che offrono uno spaccato di cos’era il Regno d’Italia e, soprattutto, delle condizioni di estrema povertà in cui versavano molte delle famiglie dell’epoca. Una povertà che, complice l’impronta lombrosiana, veniva fatta coincidere con la stupidità e l’ozio e, infine, con la criminalità. Lo Stato invita le famiglie che non possono occuparsi dell’educazione dei propri figli a mandarli in riformatorio, così da poter essere corretti e reinseriti nella società. Le lettere di quei genitori sono angoscianti, soprattutto quando arriva la consapevolezza che i luoghi di correzione finiscono spesso per essere solo luoghi di internamento, nella disperazione dell’attesa, fatta di comunicazioni interrotte e lettere censurate. Se i riformatori venivano considerati luoghi di punizione e non di educazione, è anche vero che proprio in quegli anni inizia a farsi strada l’idea che il minore “deviante” debba accedere a un percorso alternativo di giustizia, non assimilabile a quello degli adulti (fino alla metà dell’Ottocento in Italia adulti e minori condividevano gli stessi spazi di reclusione).  Le basi del diritto penale minorile in Italia furono poste proprio a inizio Novecento, grazie anche alla spinta dei primi movimenti femministi che guardavano con entusiasmo a esperimenti nati negli Stati Uniti, come l’istituzione del primo tribunale per minorenni, in cui si volgeva lo sguardo alla tutela e all’educazione del minore, in aperto contrasto con la tradizione punitivista e carceraria. Rossella Raimondo spiega inoltre che “la grande trasformazione che avvenne in Italia in materia di giurisprudenza penale minorile continuò […] nella seconda metà del Novecento”, quando il sistema detentivo minorile “mutò ulteriormente nelle sue strutture e funzioni, quale risultato di una serie di concause, tra cui il movimento di critica contro le istituzioni totali”. Partire da quanto avvenne all’inizio del secolo scorso per commentare quanto sta accadendo oggi in tema di giustizia minorile può apparire un audace salto temporale. Eppure, è anche leggendo quanto fu scritto e costruito in quegli anni che si può comprendere l’entità del danno che si va infliggendo al sistema di tutele e garanzie che, con fatica, è stato costruito attorno al minore.  La superficialità del legislatore che si accosta a questi temi nella fase storica attuale si accompagna a una forma di disumanità delle istituzioni che, scriveva Luigi Ferrajoli, finisce per essere contagiosa se non arginata tempestivamente. Già nel marzo del 2002 il ministro Castelli presentò due disegni di legge riguardanti la giustizia minorile e le misure per una risposta normativa alla devianza giovanile. L’inizio del nuovo secolo coincideva con la riproposizione di un vecchio allarme sociale: la criminalità giovanile. Nel 2001 il delitto di Novi Ligure aveva rappresentato la punta dell’iceberg di una crescente ossessione, mediatica e politica, che finiva per interpretare la minore età come un cavillo burocratico da eludere piuttosto che una garanzia di tutela. Castelli propose una serie di norme che oggi appaiono familiari: l’innalzamento delle pene per i minori di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, l’estensione della misura cautelare, il ridimensionamento di alcuni meccanismi dell’istituto della messa alla prova, un maggiore allineamento dei processi minorili a quelli ordinari degli adulti e il ridimensionamento della componente socioeducativa all’interno del tribunale minorile. Le critiche da parte di associazioni, magistrati e operatori del settore – che sottolineavano la natura essenzialmente propagandistica e securitaria di entrambi i disegni – e il netto rifiuto da parte dell’opposizione in parlamento per evidenti pregiudiziali di costituzionalità, fecero naufragare i progetti del governo Berlusconi in materia. Tra i critici di quella che Castelli definiva rivoluzione – e che più propriamente fu ribattezzata restaurazione – c’era Maurizio Galvani, che sul Manifesto scriveva: “Quando un ministro afferma con tanta convinzione (leghista) che ci vogliono pene più severe per adolescenti che non sono da considerare piccoli teppistelli ma criminali, l’obiettivo diventa chiaro. Si vuole eludere la differenza tra adulti sottoposti a giudizio e minori; si vuole adultizzare il processo penale minorile e cancellare la possibilità che un minore o un ragazzo sia in grado di riparare, di cambiare, di essere rieducato o come si diceva una volta ‘essere riacquistato alla società’. Sono criminali senza più attenuanti ed hanno sbagliato tutti coloro – che nell’ altro secolo – hanno cercato di dare una spiegazione e una giustificazione dell’antisocialità”. Un quarto di secolo è passato e la riproposizione del topos del giovane teppista criminale ritorna, rinnovato sotto alcuni aspetti (oggi prende le forme del minore straniero non accompagnato o del cosiddetto “maranza”). La sostanza rimane però la stessa: fare in modo che il minore sia raccontato e immaginato come un adulto spregiudicato, il cui odio verso la società necessita di una punizione adeguata, non più alla sua età anagrafica, ma alla percezione di pericolo che trasmette. L’attuale ministro degli Interni Piantedosi ha scritto su X a fine gennaio: “Immigrazione irregolare e baby gang sono strettamente collegati. Molti dei giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi incontrollati, nella totale mancanza di considerazione di chi allora era al governo, che non solo sottovalutò gravemente le conseguenze di una politica dei porti aperti, ma che oggi ci fa addirittura la morale sulla sicurezza nelle città. Noi abbiamo invertito la rotta. L’immigrazione irregolare è drasticamente calata e abbiamo creato i presupposti perché queste dinamiche tra dieci anni non si presentino più. E abbiamo in cantiere un nuovo pacchetto sicurezza, una parte significativa del quale riguarda proprio il contrasto alla violenza giovanile”. Il post del ministro illustra due dei presunti fattori di turbativa dell’ordine pubblico contro cui si indirizza l’ennesimo pacchetto di norme in materia di sicurezza presentato al consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio: i minori e, appunto, i cosiddetti “maranza”. A questi si aggiungono, come di consueto, le persone migranti, i manifestanti e gli attivisti dei centri sociali, in una deriva sempre più evidente verso un diritto penale d’autore, che tende a sostituirsi al diritto penale del fatto, finendo per colpire la persona per ciò che è o per ciò che rappresenta, ancor prima dell’eventuale commissione di un reato. Non paghi di quanto previsto dal Decreto Caivano (ampliamento della custodia cautelare in carcere per i minori in presenza di determinati reati; maggiore ricorso a misure cautelari e strumenti di controllo; rafforzamento della risposta sanzionatoria per reati commessi in gruppo o con violenza; potenziamento del daspo urbano e divieto di accesso in alcune aree), le nuove proposte di norme perfezionano il disegno afflittivo e carcerocentrico del governo Meloni, tramite alcuni elementi principali: l’estensione dell’ammonimento da parte del questore anche a ragazzi tra i dodici e i quattordici anni, prevedendo pesanti sanzioni economiche alle famiglie; reclusione da uno a tre anni per chi è trovato in possesso di strumenti con lama oltre i cinque centimetri; utilizzo dei metal detector nelle scuole su richiesta dei dirigenti scolastici e stretto controllo dei prefetti sugli strumenti di controllo utilizzati nelle scuole; soppressione dell’articolo 13 della legge 47/2017 che permette al tribunale per i minorenni, attraverso un decreto motivato e dopo aver valutato caso per caso, di estendere l’affidamento ai servizi sociali fino al compimento dei ventun’anni, se necessario per completare il percorso verso l’autonomia. E poi c’è la scuola. Pochi giorni fa al Ferraris di Scampia gli studenti hanno trovato ad accoglierli unità cinofile antidroga e metal detector (episodi analoghi sono già avvenuti in altre scuole campane). Da tempo la presenza della polizia nelle scuole viene spiegata come un necessario passo in avanti verso la costruzione di presidi di legalità, e il recente accordo tra il ministero dell’Istruzione e il ministero dell’Interno non fa che consolidare l’idea che perfino l’istituzione scolastica debba sottostare a dinamiche di sorveglianza e repressione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da anni il numero crescente di iniziative curate dalle forze di polizia italiane rivolte a un pubblico di giovani e giovanissimi, rendendo esplicita la collaborazione tra esercito e scuola pubblica. Tra i vari progetti merita di essere menzionato un concorso rivolto agli studenti di scuola secondaria sul ruolo del militare italiano come “baluardo dei valori di civiltà a tutela della pace e della libertà”. Nel frattempo, la condizione di salute di bambini, adolescenti e giovani adulti in Italia evidenzia diverse fragilità, con un marcato deterioramento del benessere psicologico dopo la pandemia, in particolare tra i ragazzi tra i quattordici e i diciannove anni. Più di 700.000 giovani sotto i venticinque anni convivono con ansia e depressione, e a questo quadro si aggiungono la povertà minorile – che interessa il diciassette per cento dei minori – e significative differenze territoriali nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. Al 30 settembre 2025 risultavano 16.534 minori e giovani adulti (fino ai venticinque anni) complessivamente in carico agli uffici territoriali della giustizia minorile. Di questi, 4.747 erano soggetti a misure restrittive della libertà, con un aumento dell’8,1 per cento rispetto a fine 2024. Dal 2022 a oggi, e soprattutto dopo l’approvazione del Decreto Caivano nel 2023, il numero di detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) è aumentato del cinquantacinque per cento, passando da 392 a 611 presenze. Attualmente, nove Ipm su diciassette soffrono di sovraffollamento, con picchi del centocinquanta per cento in alcuni istituti. I secoli passano ma la risposta dello Stato nei confronti del minore continua a rimanere inevasa. Il prossimo rapporto sulle condizioni della giustizia minorile italiana, curato da Antigone e in presentazione oggi a Roma, è stato intitolato Io non ti credo più. E non poteva essere altrimenti. (marica fantauzzi)
February 25, 2026
Napoli MONiTOR
Le lettere dal carcere di Alaa Faraj e il potere delle storie
(disegno di nyushi) In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo: restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta. All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel film di Gianfranco Rosi Fuocoammare. La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente, insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale. Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del corpo e della parola. La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro” da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti. Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei. In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da Sellerio, Storia della mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini – che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo, sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere di terra, nei centri di detenzione. La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza, testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia. Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna. Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo, attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)
February 24, 2026
Napoli MONiTOR
L’omicidio Deranque e la legittimazione dell’estrema destra in Francia
(disegno di lorenzo la rocca) In francese si dice “la bascule”: indica qualcosa – un pezzo meccanico, un giocattolo, una leva – associato al dondolio, un oggetto che produce un movimento improvviso, il cambiamento da uno stato di moto a un altro o, in senso figurato, cioè nel senso di questo articolo che sto scrivendo, il passaggio da un paradigma a un altro. Si potrebbe tradurre con “svolta”, ma il termine italiano non conserva quel senso di inquietudine infausta che trasmette invece la parola francese. La bascule è infatti intrinsecamente negativa: si bascule nel peggio, mai nel meglio.  La bascule in questione è l’uccisione del militante neofascista Quentin Deranque a Lione, ferito al termine di una rissa con degli antifascisti giovedì 13 febbraio e poi morto sabato 15 in ospedale. C’è un prima e c’è un dopo; e tra i due momenti c’è un morto ammazzato. Ovviamente ciò che rende esiziale la bascule non è la morte di Deranque in sé. Ma è sul suo corpo che, nell’immediato degli avvenimenti, col cadavere ancora caldo, una serie di rappresentazioni, di strumentalizzazioni e posizionamenti, assunti o profferiti da aree, politici, partiti e media, hanno profondamente modificato un contesto politico, sociale e culturale.  L’obiettivo perseguito – in maniera perfettamente cosciente e spregiudicata da alcuni, in maniera ingenua (cosa ancora peggiore) da tanti altri – è triplice: (1) mettere fine definitivamente alla pratica del “fronte repubblicano” in Francia; (2) sdoganare l’estrema destra e i suoi satelliti violenti come attori rispettabili della polis; (3) mettere al bando La France Insoumise, la quale malgrado il suo programma “di rottura” è la principale forza della gauche, cosa evidentemente insopportabile per buona parte della borghesia francese. Il fatto che questo avvenga sul corpo di un neofascista di ventitré anni la dice lunga tanto sul livello di violenza che caratterizza questo momento storico della lotta di classe in Francia, quanto sul grado di compiacenza che le classi dirigenti francesi mostrano verso il fascismo del quale, evidentemente, auspicano il successo. Poiché di mestiere sono giornalista, in maniera del tutto soggettiva il primo aspetto che mi ha colpito è il comportamento dei media. Il primo “lancio” dell’Afp (l’agenzia di stampa francese, una delle più importanti al mondo) è arrivato poco prima delle 18 di giovedì, appena due ore dopo un comunicato dell’organizzazione femonazionalista e razzista Némésis. L’Afp riportava allora la notizia che un “un giovane uomo di ventitré anni”, venuto ad assistere Némésis durante una protesta a Lione, era in prognosi riservata dopo essere “stato aggredito da militanti antifascisti”. La principale fonte citata dall’Afp era… Némésis.  Credo sia la prima volta dal dopoguerra che un’agenzia prestigiosa come l’Afp cita, per un fatto così importante, come unica fonte un collettivo neofascista. Se le parole sono importanti, nel giornalismo gli aggettivi sono rivelatori: così, il fatto che Deranque (il cognome lo si sarebbe appreso più tardi) fosse un militante neofascista, certo giovane ma comunque adulto e responsabile delle proprie scelte, è stato completamente occultato dall’aggettivo “giovane” che per giorni è stato associato al suo nome, per cui per almeno settantadue ore, sulla quasi totalità dei media francesi, un militante neofascista è stato designato semplicemente come “il giovane Quentin”. (Niente del genere, per dire, era successo quando era morto Nahel Merzouk, diciassette anni, ucciso a sangue freddo da un poliziotto a Nanterre nel 2023. Nessuno l’ha mai definito su alcun giornale “il giovane Nahel”). L’iniziale inquadratura degli eventi come un’aggressione subita dal “giovane Quentin” da parte di un gruppo di “antifascisti” è anch’essa il risultato di una campagna dei gruppi neofascisti. A una settimana di distanza dagli eventi, non si può che constatare il successo della destra neofascista nell’aver imposto la propria caratterizzazione degli eventi e dei personaggi. È così che è passata l’idea che “il giovane Quentin”, “appassionato di filosofia e matematica”, “dedito alle distribuzioni di cibo per i poveri”, è morto in seguito a un “linciaggio” barbaro e violento, a un “agguato” teso da vigliacchi antifascisti. E questo malgrado il fatto che gli elementi materiali, i video e le testimonianze, raccontano tutt’altro: che cioè Deranque fosse un convinto militante neofascista, che abbia bazzicato tra i gruppi più violenti del neofascismo francese, e che abbia partecipato insieme ai suoi sodali a un’aggressione contro degli antifascisti o quantomeno a una rissa ad armi uguali, avendo la peggio nello scontro e finendo poi per essere ferito mortalmente. Questo è un fatto indubbiamente tragico, ma qualitativamente differente da quanto è stato raccontato per giorni e giorni. Soprattutto, ed è per me la cosa più inquietante, è passata la prassi per la quale degli esponenti delle correnti più violente del neofascismo possono essere ospitati negli studi televisivi come se nulla fosse, le parole dei loro comunicati possono essere considerate come fonti primarie da una delle più grandi agenzie giornalistiche del mondo, le elucubrazioni della loro galassia su internet possono essere considerate legittime dai media. Questo salto qualitativo costituisce il cuore dell’assalto al “fronte repubblicano”.  Il “fronte repubblicano”, in Francia, non è una mera pratica elettorale. Certo, si concretizza principalmente nella solitudine della cabina elettorale, quando al secondo turno del maggioritario delle varie elezioni francesi si tende a votare qualunque altro candidato – magari di un partito opposto alla propria preferenza personale – piuttosto che far eleggere un membro dell’estrema destra.  Ma malgrado gli innumerevoli scricchiolii e tentativi di farlo saltare definitivamente, questo imperativo politico-morale ancora resisteva – almeno fino a poco fa – nella società francese, strutturando in profondità la vita politica del paese. Era un qualcosa che, organicamente diffuso nella società, influiva sul modo in cui si comprende e si racconta la politica istituzionale, sul modo in cui i media trattano l’estrema destra, sul peso che danno alle ossessioni di Le Pen e soci, sul trattamento che riservano alla galassia mediatica finanziata dal miliardario fascista Vincent Bolloré, sorta di Rupert Murdoch francese.  La morte di un neofascista a Lione ha tuttavia dimostrato, per la prima volta, che i media dell’estrema destra e le organizzazioni neofasciste sono invece capaci d’influenzare il racconto di un evento d’importanza nazionale e rovesciare in maniera grottesca il contenuto simbolico del fronte repubblicano, che in altri tempi, in Italia, si sarebbe chiamato “la pregiudiziale antifascista”.  Col cadavere di Deranque ancora caldo, facendo buon gioco del quadro interpretativo imposto dall’estrema destra, responsabili politici di primissimo piano della sinistra, del centro e della destra, quali il segretario del Partito socialista Olivier Faure, il candidato alle presidenziali Raphaël Glucksmann, il primo ministro Sébastien Lecornu, il ministro della giustizia Gérald Darmanin, il ministro degli interni Laurent Nuñez, la presidentessa della Camera Yael Braun-Pivet, la portavoce del governo Maud Bregeon, l’ex ministro degli interni Bruno Retailleau, Marine Le Pen, Jordan Bardella, ecc., si sono impegnati ad addossare la responsabilità di quanto successo alla France Insoumise.  Secondo questi “irresponsabili”, per citare il titolo di un libro dello storico del nazismo Johann Chapoutot, è la formazione guidata da Jean-Luc Mélénchon ad aver permesso il dramma di Lione, perché troppo casinista, troppo radicale, troppo di sinistra, ma soprattutto troppo capace di vincere le elezioni; senza contare, ovviamente, che ha fatto eleggere in parlamento tra le sue fila Raphaël Arnault nel 2024, il fondatore della Jeune Garde, un collettivo antifascista di Lione, i cui membri sono accusati di aver partecipato alla rissa finita in tragedia.  Visto il quadro mediatico e interpretativo appena discusso, la cautela è d’obbligo quanto all’effettivo ruolo di militanti vicini alla Jeune Garde in quanto successo a Lione. Per ora, quello che è certo è che vi sono sette persone indagate per la morte del militante neofascista, tra le quali un assistente parlamentare di Arnault (il quale si è autosospeso nel fine settimana ed è stato licenziato). Secondo la procura di Lione, tra queste, sei sono indagate per “omicidio volontario”, mentre l’assistente parlamentare è indagato per “complicità” (o “concorso”) in omicidio. Tre hanno dichiarato ai magistrati di “essere” o “essere stati” vicini alla galassia della ultragauche. Tutti hanno “contestato l’intenzione” omicida di quanto accaduto.  Prima di procedere è necessario un ulteriore elemento di contesto: sin dall’inizio degli anni Duemila, Lione è divenuta una delle capitali europee del neofascismo. Il media locale Rue89 ha contabilizzato 102 azioni violente dell’estrema destra tra il 2010 e il 2025, il “settanta per cento delle quali sono rimaste impunite, senza alcuna risposta penale o della polizia”, scrive Rue89. Oltre a essere particolarmente violento, il neofascismo francese è anche culturalmente vivace, nel senso che ha saputo rinnovarsi negli ultimi anni legandosi alla galassia mediatica finanziata da Bolloré e, politicamente, al Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella (su questo, rimando a un’inchiesta di Al Jazeera del 2018 ma di grande attualità). (filippo ortona)
February 23, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Cupola
(disegno di ottoeffe) Comme criscevem’ ‘e boss assettavano a Sanremo affianco agli onorevoli, po’ raccuntavan’ e nuje sentevem’. (co’sang, 80-90) Fanno un certo effetto le immagini delle fiamme che divorano la cupola del teatro Sannazzaro, semidistrutto da un incendio all’alba di mercoledì, e quelle del cratere affumicato rimasto al suo posto, fotografato dall’alto. Il Sannazzaro era stato il primo teatro napoletano, nel 1888, a essere illuminato dalla luce elettrica; il suo palco aveva ospitato Eleonora Duse, Roberto Bracco e la compagnia dei fratelli De Filippo; poi era diventato un cinema porno; a metà anni Sessanta era infine stato rilevato, ristrutturato e riaperto nel 1971 dall’attrice Luisa Conte e da suo marito Nino Veglia. (credits in nota 1) La storia del mondo è una storia di incendi, e la storia del teatro è in qualche modo anche la storia del mondo. Quando visitai per la prima volta The Globe a Londra sapevo del grande incendio che lo aveva distrutto nel 1613, ma non sapevo che solo cinquant’anni dopo essere stato rimesso in piedi era stato demolito. Fu una delusione apprendere che quel posto così suggestivo in cui stavo camminando era solo una ricostruzione moderna, fatta nel 1997, peraltro nemmeno nello stesso punto in cui la struttura originale era sorta. Capii dopo che era una di quelle finzioni che intreccia la realtà, come gli uomini-donne nel teatro medievale, con la creazione, o come Jacques in As you like it, dove all the world’s a stage, and all the men and women merely players; they have their exits and their entrances; and one man in his time plays many parts, his acts being seven ages. Attiguo a casa sua stava un palazzo moresco, denunciato dal salmastro, orientale, come un riflesso sbiadito. Scrostato sotto le volte degli archi e sulle cupole. Abitato l’inverno da Cristiani comodi che nell’estate pagana cedevano le due ali sul mare per non morire di fame. (carmelo bene, nostra signora dei turchi) Sembrerà strano a qualcuno, ma Brunelleschi l’architettura l’aveva studiata solo da autodidatta, quando a trentasette anni vinse un concorso per la progettazione della cupola di Santa Maria del Fiore, una delle cattedrali più importanti mai costruite al mondo. Filippo era infatti di formazione orafo (e orologiaio), e forse proprio per questo la soluzione che aveva proposto non incontrò grandissimo seguito, tra gli addetti ai lavori: senza la possibilità di usufruire di un sostegno esterno, Brunelleschi si inventò un sistema di corde, archi di mattoni verticali e anelli di pietra e legno orizzontali, che come i cerchi di una botte avrebbero impedito alla cupola di cedere alla spinta laterale. Alcune sofisticate macchine furono progettate per portare i pesantissimi materiali a quell’enorme altezza, tra cui un paranco azionato da buoi. Una buona parte di queste informazioni sono tuttavia soltanto supposizioni, perché alla sua morte Brunelleschi non lasciò neppure uno schizzo della progettazione. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/brunelleschi.mp4 (credits in nota 2) Si è fatto un gran parlare delle dichiarazioni del capo della procura di Napoli, Nicola Gratteri, che ha detto che quelli che voteranno Sì al prossimo referendum sulla giustizia sono – a proposito di cupola – mafiosi e massoni. Ora, sebbene la linea del gorilla di Brassens appaia ancora convincente sull’approccio ai togati, Gratteri incluso, per quel poco che ci ho capito mi sembra abbastanza insano pensare di smantellare una lobby (il sistema delle correnti) intervenendo direttamente sulla separazione dei poteri e aumentando il controllo del potere politico sui magistrati. D’altronde, il procuratore capo di Napoli – uno showman ormai che manco il compianto Mario Musella – dovrebbe sapere che il confine tra mafiosi, massoni e politici nel nostro paese non è mai stato troppo netto. E pure i giudici, sulla cupola, non stanno esattamente sempre fermi a guardare. PM: Signor Mutolo durante lo svolgimento del maxi processo vi giunsero notizie sulla possibilità di un aggiustamento di questo processo?  GM: Guardi negli ultimi periodi l’assicurazione era quella: state tranquilli, noi dobbiamo subire una condanna per il discorso politico, insomma, in cui si doveva far credere al mondo intero che la mafia era tutta condannata, comunque in appello con i giudici di merito si darà un aggiustatina, però a Roma state tranquilli perchè c’è l’assicurazione che viene il processo buttato a terra. Già aveva preso piede che a Roma diciamo c’era il Presidente Carnevale, si parlava che c’era la persona giusta al punto giusto e quindi cioè non ci potevano essere problemi. […] PM: Signor Mutolo, in che modo Andreotti sarebbe dovuto intervenire su Carnevale? GM: Perchè era una cosa che ci interessava diciamo all’On. Andreotti, cioè l’On. Andreotti era l’esponente, per quanto concerneva Palermo, la Sicilia, che era il più stretto, che era in contatti con Salvo Lima, quindi Salvo Lima cioè mandò a dire, cioè parlò con Riina, con altre persone che ora io non è che posso sapere con quante persone ha parlato fuori. Io posso dire con quelli che si parlava dentro, che l’On. Andreotti aveva dei rapporti particolari. Però io non so se sono di parentela, se sono politici, se sono di amici, comunque l’assicurazione era quella, che a Roma il processo sarebbe stato buttato a terra, cioè già si sapeva va bene che quando questo processo arrivava a Roma con le carte vuote il processo doveva essere buttato a terra, cioè i detenuti dovevano passare per vittime, va bene, e i giudici che avevano istruito il processo dovevano essere dei giudici inquisitori. Anzi ci diceva che sicuramente dopo la sentenza che faceva il Presidente Carnevale sicuramente il giudice Falcone a quel punto se ne doveva andare in qualche paese sud africano per andare a fare l’ambasciatore con il giudice. (il pentito gaspare mutolo interrogato dal pm nel corso dell’udienza del processo per la morte di mino pecorelli del 30 maggio 1996) La scorsa settimana si è tenuto a Bagnoli un consiglio di municipalità, uno di questi momenti di farsa (lapsus: volevo dire “falsa”) partecipazione che stanno organizzando il sindaco di Napoli, in veste anche di commissario straordinario per la bonifica, il suo partito (il Pd), i suoi assessori e tutta una pletora di personaggi che cercano di risollevare la reputazione del baraccone Coppa America, ormai inviso alla maggior parte degli abitanti del territorio. Tra le varie scene comiche, c’è stata quella della vicesindaca Lieto che si siede da sola in un banco del parlamentino di via Acate, dopo che attivisti e altri abitanti hanno occupato gli scranni della giunta, e si becca fischi, pernacchi e improperi, mentre tutti gli uomini con lei presenti (il dirigente Auricchio, l’assessore Cosenza, i subcommissari Falconio e De Rossi) se la danno a gambe levate lasciandola da sola in balia della contestazione. Lo stesso Auricchio, che si vanta spesso di essere carabiniere e uomo delle istituzioni, qualche minuto dopo si avvicinava a uno dei cittadini che stava osservando la scena, apostrofandolo con un «ma tu a chi appartieni?», nel tipico slang dei “servitori dello Stato” e dei popoli barbari. Qui alla frontiera cadono le foglie, e benché i vicini siano tutti barbari e tu, tu sia a mille miglia di distanza, sul tavolo ci sono sempre due tazze. (anonimo, dinastia tang – 618-906) a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Luisa Conte in Non ti pago, di Eduardo De Filippo (1964) ² Marco Messeri, Aldo, Giovanni e Giacomo in Tu la conosci Claudia?, di Massimo Venier (2004)
February 22, 2026
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