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Cronache, libri, disegni e reportages - Napoli

Parole contro il carcere. Una raccolta di scritti delle detenute a Torino
(disegno di cyop&kaf) Il volume Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere, curato da Brunella Lottero e Cinzia Morone, è uscito a maggio del 2025 per Paolo Sorba Editore, ma è rimasto sconosciuto per molti mesi persino a chi, a Torino, si occupa o si interessa di carcere. Forse perché il suo contenuto spaventava, o perlomeno metteva in imbarazzo molte istituzioni, o forse, molto più semplicemente, perché viviamo tutti dentro a bolle comunicative e relazionali sempre più ristrette e sempre meno comunicanti. Poi è arrivato il premio Sarzana: a gennaio 2026 il libro vince il “XIII premio letterario Internazionale Poesia, Narrativa, Saggistica Sarzanae” e la notizia emerge e si diffonde suscitando finalmente l’interesse che merita. Il libro riprende vita e comincia a circolare, soprattutto tra chi di carcere si occupa e nelle lotte anti-carcerarie si impegna. Il testo nasce nelle sezioni femminili del carcere Lorusso e Cotugno di Torino dove due donne entrano il sabato mattina per nove mesi (sarà simbolico?) per condurre un laboratorio di scrittura creativa nella biblioteca del femminile, da sempre gestita dal comune di Torino, di cui Cinzia Morone è responsabile. È lei che da molti anni cura la biblioteca interna, la rifornisce di libri, propone letture condivise, laboratori o visioni di film. Questa volta organizza un laboratorio di scrittura creativa insieme a una vera scrittrice: Brunella Lottero. Nel laboratorio si propone la lettura di una grande scrittrice italiana, Elsa Morante. I brani tratti dai nove capitoli de La storia sono letti insieme, sono rielaborati e ispirano gli argomenti su cui redigere i propri testi. Alla fine del laboratorio ogni donna rientra nelle celle e si mette a scrivere dopo aver ritrovato nel racconto della Morante un tema generatore della propria condizione umana. La vita in carcere, la famiglia, gli amori, le speranze, le disperazioni, la vergogna, il tempo, il futuro: sono tantissime le suggestioni proposte e sviluppate nei numerosi brani che le donne hanno prodotto mese per mese; centododici i testi che qui sono pubblicati. Ne nasce una narrazione corale potente. Potente e struggente, che disvela, a chi ancora vuole chiudere gli occhi, la totale inutilità del carcere e la sua aberrante crudeltà. Le parole delle detenute non hanno filtri (segnaliamo peraltro che nessun testo è stato sottoposto alla censura da parte della direzione del carcere, fatto da non darsi per scontato) e tramite i loro occhi e le loro voci entriamo nell’inferno dell’universo carcerario italiano e del significato “rieducazione della pena”. “Il carcere è un’oscenità, un inferno. Trovo scarafaggi dappertutto. La testa ti fa riflettere in modo ossessivo”. “Tutto tace, ore 7,30 del mattino. Una voce improvvisa urla fortissimo: colazione!!! poi di nuovo il silenzio. Ore 8,45 si sente urlare di nuovo: terapia! Tutto prosegue, una giornata triste e desolata. Si sentono solo le urla e si vedono scarafaggi qua e là. La giornata prosegue con le urla delle assistenti che rompono il silenzio”. “Qui mi manca tutto e certe volte non manca niente perché mi sembra che sto vivendo di niente e per niente”. “In questo luogo le assistenti non ci assistono ma ci fanno la guardia, le urla sono quanto di più normale ci sia. Io mi chiedo: le assistenti sono autorizzate a urlare? Più urlano e più fanno carriera? La nostra dignità qui viene quotidianamente calpestata e l’urlo per me significa solo insulto”. Sanno, queste donne, che avrebbero bisogno di tutt’altro e che questo non luogo fa solo perdere tempo senza fornire nessuno strumento di uscita. “Qui non si preparano le detenute per il loro futuro: un lavoro, un mestiere, una possibilità di vita dignitosa ‘dopo’. Molte di noi che non hanno lavorato mai prima si trovano a oziare in cella, tutto il giorno. Sono annoiate e si riversano sui programmi demenziali della tivù. Preferiscono così terminare la pena in carcere, oziando. Per avere l’affidamento al lavoro e quindi scontare gli ultimi anni o mesi lavorando fuori, non ci sono aziende che collaborano con il carcere offrendo posti di lavoro. Non tengono in considerazione che più rimaniamo qui dentro, più abbiamo paura del fuori e del futuro. Ci serve un ponte tra il carcere e fuori”. Il futuro non è pieno di speranza perché il futuro significa tornare in quella società che in realtà ha prodotto il tuo “sbaglio”, quello che ti ha portato dentro. Quella società in cui vivevi con malessere e disagio rifugiandoti spesso nella droga: molte donne descrivono una vita difficile, di strada, a molte sono stati sottratti i figli. Sono poche quelle che raccontano di una famiglia che le sta aspettando e con cui riescono a fare progetti. Per la maggior parte di loro il futuro è nebuloso, o è la speranza di un uomo che le ami e le porti via, in un rifugio in montagna, lontano da tutto e da tutti. E come non tornare col pensiero a Graziana, una compagna di cella di queste donne, che nel giugno del 2023 si è tolta la vita dietro le sbarre perché in prossimità del fine pena che l’avrebbe riportata al suo orrore quotidiano fatto di violenza domestica? Tutto è grigio e desolante in questo carcere costruito solo quarant’anni fa, ma già desueto e fatiscente. Sarebbe da abbattere, come dicono in molti, e lo dice bene Nicoletta Dosio le cui parole risuonano tra le ultime pagine, un brano tratto dal suo libro Fogli dal carcere: “L’unico carcere accettabile è quello abolito”. Ma come si abolisce il carcere? Come aderenti al comitato delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso ce lo stiamo chiedendo da alcuni anni, da quando siamo state obbligate a occuparci di carcere in seguito alla detenzione di alcune attiviste NoTav e di giovani studenti. Tramite le loro parole e i loro racconti siamo entrate in carcere, ne abbiamo conosciuto l’orrore e l’insensatezza. Dalla solidarietà con le militanti è nata la solidarietà con tutte le donne del carcere femminile. Abbiamo continuato a sostenere le lotte delle “ragazze di Torino”, gli scioperi della fame o del carrello, sempre accompagnati dalle loro lettere di denuncia, gli appelli rivolti alle istituzioni, le rivendicazioni della dignità e dei diritti, che abbiamo contribuito a diffondere. Noi siamo, orgogliosamente, uno di quei ponti tra il dentro e il fuori a cui viene chiesto di portare fuori la loro voce. E le lettere delle “ragazze di Torino” sono diventate un punto di riferimento importante nello scenario carcerario e anti-carcerario italiano. Non è quindi un caso se in questo libro abbiamo ritrovato le stesse parole, le stesse denunce, la stessa richiesta di profonda dignità. Ci viene da pensare che quel laboratorio sia stato una delle rare e importantissime azioni di empowerment delle donne che ha promosso riflessione critica e scrittura, che ha dato voce alle inascoltate. Loro hanno ritrovato le parole, i solidali le hanno diffuse. “Le parole sono armi”, ci viene ricordato dal nome del laboratorio e la “narrazione critica e alternativa ha contribuito alle riforme carcerarie del Sessantotto”, ci ricorda Claudio Sarzotti nella prefazione. Abbiamo visto trasformare le loro parole in armi, rivolte a un mondo politico e istituzionale che sta deliberatamente lasciando marcire le galere. Le parole sono armi. Usiamole per abbattere queste maledette carceri. (nicoletta salvi ouazzene)
Ahmad Salem, dalla richiesta d’asilo all’Alta sicurezza. Oggi nuova udienza del processo
(disegno di sam3) È in calendario oggi, 20 gennaio, al tribunale di Campobasso, la quarta udienza del processo contro Ahmad Salem, ventiquattro anni, palestinese cresciuto nel campo profughi di Al-Baddawi, in Libano. Da oltre sei mesi Salem è detenuto in regime di Alta sicurezza a Rossano Calabro, uno degli istituti storicamente riservati alle persone accusate di terrorismo. L’inchiesta nasce nel maggio 2025, quando Salem si presenta in questura a Campobasso per chiedere asilo politico. Al momento dell’identificazione il giovane dichiara di aver smarrito i documenti, ma sostiene di avere delle fotografie salvate sul suo cellulare. La polizia visiona anche altri contenuti: immagini e video legati alla guerra in Palestina, filmati della resistenza armata e materiali sul genocidio in corso a Gaza. È da lì che prende forma l’impianto accusatorio. In queste brevi clip si vedono giovani, spesso in ciabatte, correre verso un carro armato, collocare un ordigno sotto il mezzo e fuggire tra le macerie. Al termine dell’azione il carro armato esplode. Altri video mostrano miliziani di Hamas all’interno di edifici mentre maneggiano ordigni, oppure combattenti che sparano verso soldati israeliani in mezzo alle rovine. Secondo gli inquirenti, la presenza di quei contenuti costituirebbe un segnale di radicalizzazione e dimostrerebbe una potenziale disponibilità a compiere azioni terroristiche sul territorio nazionale. Su queste basi Salem viene arrestato e accusato di due reati. Il primo è previsto dall’articolo 270-quinquies 3 del codice penale, introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza (Ddl 1660): il solo possesso di materiale ritenuto idoneo alla commissione di atti con finalità di terrorismo viene qualificato come “attività di autoaddestramento”. Una fattispecie nuova, che non punisce né l’uso, né la diffusione di questo materiale, ma solo la detenzione, e che solleva evidenti problemi di compatibilità costituzionale. Il secondo capo d’imputazione riguarda l’articolo 414 del codice penale, istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La pena, in questo caso, può arrivare fino a sette anni e mezzo di reclusione. I video indicati dalla procura come prova dell’autoaddestramento sono in realtà clip propagandistiche delle Brigate Qassam, diffuse online da anni, che mostrano azioni armate contro l’esercito israeliano: combattenti che colpiscono carri armati, maneggiano ordigni o sparano tra le macerie di Gaza. Secondo l’accusa, questi materiali avrebbero un contenuto istruttivo sulle tecniche militari e sull’uso di esplosivi. Per la difesa, invece, si tratta di documentazione informativa e propagandistica della resistenza palestinese, priva di qualsiasi funzione addestrativa. «Anche i video in cui Salem prende posizione, e chiede una mobilitazione contro il genocidio – spiega il suo avvocato Flavio Rossi Albertini – sono assolutamente innocui. Sul piano giuridico poi sono evidenti gli errori interpretativi: anche qualora Salem avesse commesso delle azioni, per il diritto internazionale in queste azioni non si configura alcun reato. Non si tratterebbe di terrorismo ma di diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese in territori occupati. La prefettura e la Digos di Campobasso avevano indicazioni precise su come intervenire, in una dinamica simile a quella del caso Anan Yaesh: prima Israele chiede l’estradizione, poi l’Italia la nega, ma successivamente procede comunque all’arresto. Segno che l’obiettivo reale non fosse consegnarlo, ma neutralizzarlo». In effetti, anche il procedimento contro Salem sembra inserirsi in una cornice più ampia. In Italia, come in altri paesi alleati di Israele, si assiste a un rafforzamento degli strumenti di controllo e repressione nei confronti degli attivisti che sostengono la causa palestinese. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ha svolto un ruolo diretto nell’inchiesta, occupandosi anche dell’individuazione e duplicazione dei contenuti del telefono di Salem. La stessa struttura è stata protagonista, il 27 dicembre, degli arresti a Genova, Firenze e Milano contro alcuni membri dell’associazione dei palestinesi in Italia, accusati di finanziare Hamas. Questa tendenza segnala il crescente protagonismo degli apparati di sicurezza e una progressiva estensione del perimetro penale: non più soltanto le condotte, ma le opinioni, i materiali informativi, le forme di solidarietà politica. Colpisce in modo selettivo giovani musulmani, migranti e rifugiati, assumendo tratti chiaramente razzializzati e islamofobici. Il carcere di Rossano Calabro, noto per la sua impostazione punitiva e per essere stato a lungo definito la “Guantanamo italiana”, ospita oggi detenuti condannati per terrorismo, ex appartenenti alle Brigate Rosse e persone arrestate nelle più recenti operazioni antiterrorismo. Salem affronta la detenzione facendo leva su una resilienza costruita nei campi profughi palestinesi, e con una consapevolezza politica e storica che il suo legale descrive come profonda. Intorno al suo caso si è sviluppata una mobilitazione: il 9 dicembre 2025 si è tenuto un presidio davanti al carcere, mentre l’eurodeputato Mimmo Lucano ha effettuato un’ispezione parlamentare. Il 16 dicembre alla Camera dei deputati si è organizzata una conferenza stampa che ha portato la vicenda all’attenzione pubblica. Intanto, è bene ricordare che il processo ad Ahmad Salem non rappresenta un’eccezione. Negli ultimi mesi aumentano i procedimenti fondati sui nuovi reati introdotti dal Ddl 1660. Secondo il Ministero dell’interno, solo l’anno scorso oltre duecento persone sono state espulse dall’Italia per presunte condotte legate al terrorismo. (giuseppe mammana)
Voglia di uccidere
(disegno di Otarebill) Sarà presentato martedì 27 gennaio, alle 17:30 nella redazione di Napoli Monitor (via Broggia, 11), il numero 15 de Lo stato delle città (a questo link indice e punti di distribuzione a Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino e nelle prossime settimane in altre città). Tra gli articoli della rivista c’è Voglia di uccidere, di Maurizio Braucci, che riproponiamo oggi ai nostri lettori. *     *     *  Giovani che uccidono altri giovani, spesso con pistole, altrimenti con coltelli. È un tema, quello della morte per futili motivi, che sembra non interessare l’opinione pubblica se non per l’arco di un momento: quello dell’ennesima vittima. Ogni dibattito che nel corso degli ultimi anni è seguito alle tragiche vicende di giovani uccisi per un litigio, si è sempre ridotto a discorsi sulla sicurezza e sulla certezza delle pene. Francesco Pio Maimone, Santo Romano, Gianbattista Cutolo, Emanuele Tufano e Pasquale Nappo, sono tra gli altri nomi di giovani uccisi a Napoli e provincia. In altre provincie del sud le pistole hanno sparato in situazioni che in passato sarebbero esplose con una violenza non armata. E quindi, perché tante armi e tanto desiderio di uccidere? La profezia di un poeta e il film di un grande regista possono aiutarci a rispondere. La prima riguarda l’intervista che Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo giorno di vita, concesse a Furio Colombo, in cui parla dell’Italia del 1975: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere”. I più meticolosi leggono in questa dichiarazione il resoconto di un momento storico dove il conflitto ideologico, tra ricchi e poveri, tra destra e sinistra, era talmente acceso che dalla rivalità si era passati alla guerra nelle strade. Ma se intendiamo la storia come un’eco del passato che arriva fino a noi, in questo allarme di Pasolini non possiamo non scorgere qualcosa che riguarda il nostro presente, impoverito ancora di più da contenuti violenti e narcisistici lì dove prima erano ideologici. Oggi non potremmo dire che è all’interno di dinamiche di lotta di classe che dei ragazzi incensurati muoiono a causa delle armi da fuoco e altri vengono condannati a pene più lunghe dei loro anni. Ma dovremmo specificare che si tratta di conflitti intraclassisti, che scoppiano tra persone appartenenti alla stessa dimensione sociale, e questo per effetto della trasformazione della lotta tra le classi in lotta di classe unilaterale, cioè da parte dei ricchi contro i poveri, come aveva scritto il compianto Goffredo Fofi pochi anni fa. In pratica i più poveri si fanno la guerra tra loro, per effetto di un’implosione disperata dei diritti e delle opportunità, oppure, aggiungo io, la fanno contro i ceti che sono potenzialmente dei loro alleati: quella classe media con cui ancora possono avere dei contatti sociali e che riconoscono come diversa da loro eppure ancora eguale a loro, in una specie di competizione tra disperati e omologati, dove l’omologazione è diventata l’unica via di adesione ai modelli del consumo. Quando, nell’agosto del 2023, fu ucciso Gianbattista Cutolo, ventiquattrenne musicista napoletano, scrissi una lettera aperta al suo giovanissimo assassino, spiegando che aveva sparato contro un ragazzo che abitava a pochi passi da casa sua, un futuro lavoratore intellettuale proveniente da una condizione sociale più agiata ma non contrapposta alla sua. In pratica, aveva ucciso un alleato e non un rivale. Lo stesso si può dire per i tre omicidi avvenuti a Monreale, ad aprile del 2025, dove un diciannovenne della periferia palermitana, si è armato per punire un rimprovero subìto da alcuni giovani operai del posto, cioè degli sfruttati. Nello stesso periodo, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, ho realizzato un cortometraggio sul tipo degli spot sociali, a metà tra finzione e documentario. Ho intervistato due ragazzi e una ragazza che raccontavano perché, secondo loro, le morti per futili motivi sono in aumento, e le spiegazioni sono state semplici: procurarsi una pistola è diventato molto facile, e si va in giro armati perché si pensa che anche gli altri siano armati. Mi sembra un circolo vizioso: le armi in mano ai più giovani aumentano perché sono aumentate le armi; il fatto che le armi siano aumentate fa temere per la propria vita e quindi ci si arma. Ma la leva della paura e l’aumento degli armamenti, non sono forse i punti forti dei partiti di destra che hanno preso potere in molti paesi del mondo? L’altro spunto di analisi è quello offerto dal film The Funeral (Fratelli in italiano, 1996) di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John. Qui un mafioso, Ray Tempio, cerca l’autore del misterioso assassinio del suo giovane fratello, Johnny, e lo trova in un semplice bulletto che prima si difende dicendo di averlo ucciso perché il giovane aveva violentato la sua ragazza e infine confessa che lo ha fatto solo perché era stato picchiato da lui davanti alla propria fidanzata. Queste le parole di Ray prima di vendicarsi: “Tu pensi che meriti di vivere dopo che hai ucciso un uomo? Puoi continuare a vivere in pace con la tua coscienza? Una volta che punti una pistola non c’è più modo di tornare indietro. Mia moglie, che non ti conosce, mi ha pregato di risparmiare la tua vita, di lasciare che sia Dio a punirti e di tenere le mie mani pulite. Se Johnny avesse violentato la tua ragazza, per il suo bene, io ti avrei risparmiato. Ma tu hai agito solo per rabbia, tu sei pericoloso. Tu non hai rispetto per la vita della gente, non c’è posto per uno come te nella società e il carcere è una cortesia che non meriti. Io non vedo altra scelta per me”. Sono le parole di un gangster che sente la legge del crimine come non sottratta a quella di Dio, e che crede di affermare un senso di giustizia anche se attraverso la violenza. Queste due citazioni dovrebbero farci riflettere sul fatto che esistono sicuramente ragioni sociali intorno all’aumento della violenza armata tra i giovani, ma allo stesso tempo la gratuità di questi fenomeni racconta anche della loro gravità amorale. Un altro grande poeta, William Wordsworth, ha scritto che “il bambino è il padre dell’uomo”, e se dei ragazzini agiscono distruggendo le proprie e altrui vite per non altro che rabbia, vuol dire che non solo il presente ma anche il futuro sono macchiati di sangue versato per stupidità ed esaltazione. Ma guardando agli adulti, io sento che tra il genocidio di Gaza, che ha mostrato la perdita di ogni rispetto verso la vita dei bambini, e l’assuefazione che in troppi hanno verso la morte gratuita dei giovani intorno a loro, c’è una continuità. Il conformismo che regola gran parte dei discorsi mediatici a riguardo dovrebbe farci temere di diventare complici di quelli che pure percepiamo come gesti crudeli, se ci affidiamo allo scetticismo di non poter far altro che restare a guardare. Provocare chi non crede che tutto questo si possa cambiare, è non solo un dovere ma un diritto dell’intelligenza umana. I giovani custodiscono le possibilità future di abituarsi al male oppure di rifiutarlo. E noi tutti siamo moralmente morti se non crediamo che dire “basta” abbia ancora un senso. Le parole della madre di Pasquale Nappo, il diciottenne ucciso a novembre scorso a Boscoreale, sono una terribile sintesi di tutto questo: “Credo sia stato un errore, una fatalità nella quale mio figlio non c’entrava nulla. Quando ho sentito di casi del genere in televisione, non avrei mai creduto che sarebbe potuto succedere a me”. Pasolini aggiungeva, nell’intervista che ho citato, che “l’inferno sta salendo da voi”, ma se questo è vero, dobbiamo chiederci cosa non impedisce e non previene questa salita. Un altro grande artista, il regista Vittorio De Seta, mi raccontò con una metafora quello che lui pensava del male, dopo che la sua compagna e collaboratrice Vera Gherarducci era morta a causa di una leucemia. Da questa drammatica esperienza aveva capito che, come nel caso della leucemia, quando i globuli rossi si abbassano perché il midollo osseo non ne produce più, nella società il male aumenta anche per effetto della diminuzione del bene, e il male diventa impazzito, delirante e autodistruttivo, appunto perché non ha più antagonismi. Mi è sempre sembrata una metafora chiarissima nella sua semplicità.
Condannato in primo grado Anan Yaesh, processato in Italia da Israele
(disegno di ottoeffe) Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale. La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati; affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”, solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri. La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour, restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh. Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze. RESISTENZA E TERRORISMO Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi. Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata, quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante. Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di mira obiettivi non militari. Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem, abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden. Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione? CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH? Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano. Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che, tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza». L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte, d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire nelle carceri israeliane. Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante, ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo, indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana. Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da Israele in Cisgiordania. Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello. Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto, e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena». (francesca di egidio)
America first. L’ascesa di Trump e la debolezza della democrazia negli Stati Uniti
(disegno di guerrilla spam) Qualche riflessione sulle radici dell’ascesa di Trump e sulla debolezza della cultura della democrazia negli Stati Uniti (e non solo), che l’ha resa possibile. Verso la metà degli anni Sessanta tenni un piccolo corso di orientamento per studenti degli Stati Uniti che si preparavano a trascorrere un anno scolastico in Italia – un gruppo abbastanza speciale, non fosse che per la scelta di conoscere realtà diverse dal loro egocentrico paese. Alla fine, feci una piccola verifica. Una delle domande era: quali sono le principali differenze tra il sistema politico italiano e quello degli Stati Uniti? La più intelligente e motivata rispose: “L’Italia è una repubblica parlamentare, gli Stati Uniti sono una democrazia”. In quel momento, suoi connazionali e quasi coetanei uccidevano e morivano in Vietnam in nome di una “democrazia” che questa ragazza colta e intelligente non sapeva che cosa esattamente volesse dire. Non l’ho più dimenticato, e ci ho ripensato adesso, che l’avvento di Trump e il suo consenso di massa rivelano una frattura in una formula – “democrazia americana” – che per troppo tempo è stata presunta come inscindibile. “NOI SU TUTTO” Alle origini, c’è un paradosso: gli Stati Uniti sono stati davvero la prima (e a lungo quasi l’unica) democrazia (certo, con tutti i limiti e contraddizioni su torneremo) e quasi l’unica repubblica (nel 1914 in Europa erano repubbliche solo Francia, Svizzera e San Marino). Da qui nasce l’idea degli Stati Uniti come eccezione e l’identificazione di “democrazia” con un paese (e con un paese solo: la mia studentessa non capiva che era “democrazia” anche la repubblica parlamentare italiana). Il concetto di democrazia stinge nell’egemonia del nazionalismo: anche per una persona tutt’altro che sciovinista come lei, democrazia voleva dire Stati Uniti, e Stati Uniti voleva dire democrazia. Indipendentemente dai contenuti. Questa storia per cui la democrazia americana è, se non unica, comunque speciale e superiore è stata interiorizzata da media e politologi italiani (mi ricordo un americanista illustre, giornalista e deputato, che spiegava alla radio che negli Stati Uniti ci sono i “checks and balances” – equilibri e controlli – come se divisione dei poteri e controllo costituzionale non ci fossero pure da noi). Anche per questo, i nostri media e politologi hanno creduto che lo slogan nazionalista “America first” fosse un ritorno degli Stati Uniti a una presunta tradizione isolazionista, che privilegia le questioni interne rispetto all’interventismo post-seconda guerra mondiale. Ma sono mai stati “isolazionisti” gli Stati Uniti? È vero che nel suo messaggio di addio George Washington ammoniva gli americani a evitare di “intrecciare il nostro destino con quello di qualsiasi parte dell’Europa, e impigliare [entangle] la nostra pace e prosperità con i tormenti delle ambizioni e rivalità dell’Europa”. La parola chiave qui è “Europa”; e l’Europa non è il mondo. Pochi anni dopo, infatti, la cosiddetta “dottrina di Monroe” sottoponeva l’intero continente americano alla “protezione” e all’egemonia esclusiva degli Stati Uniti. È il contrario dell’isolazionismo, e infatti in tutta l’era del loro presunto isolazionismo gli Stati Uniti non hanno fatto che intervenire fuori dai propri confini, dal Nicaragua nel 1854 al Cile nel 1973 al Venezuela nel 2026. È incomprensibile che da noi si continui, due secoli dopo, a parlare della “dottrina di Monroe” come di un dato oggettivo, un principio (una “dottrina”, appunto) che non si discute ma di cui si prende semplicemente atto, anziché la pretesa di un singolo stato, non legittimata da nessuno, di determinare i destini di un’intera area geografica – la stessa illegittimità, mettiamo, di una possibile “dottrina Putin” che affermi il diritto della Russia di escludere potenze “occidentali” dalla propria sfera di influenza. Più che isolazionismo, “America first” vuol dire solipsismo e dominio: solo noi, prima noi, noi su tutto – über alles, per così dire. RELIGIONE CIVILE Alle origini della democrazia negli Stati Uniti sta la Costituzione del 1789. Giustamente, media e politologi insistono sul fatto che Trump sta violando la Costituzione. Prima di domandarci che cosa c’è in questa Costituzione che renda possibile violarla in modo così flagrante, domandiamoci: ma che vuol dire Costituzione per tanti cittadini americani? In altre parole: quanto è debole la cultura democratica in questa “grande democrazia”? All’inizio degli anni Ottanta, un predicatore evangelico di Harlan, Kentucky, mi spiegava che “la nostra Costituzione è basata sulla  Bibbia”. Una mia amica proletaria (elettrice democratica, oggi fa post anti–Trump su Facebook) mi confermava che “i dieci comandamenti fanno parte della Costituzione”, scambiando i comandamenti per i dieci emendamenti del Bill of Rights, che aggiunsero alla Costituzione quei diritti essenziali di cui i “padri fondatori” si erano dimenticati. D’altra parte, Barbara Dane, organizzatrice della resistenza alla guerra del Vietnam tra i militari, raccontava che il governo cercava di impedire la distribuzione del Bill of Rights nelle vicinanze delle basi militari (ma già nel 1925 lo scrittore Sinclair Lewis era stato arrestato per averlo letto in pubblico). Erano passati neanche quattro anni dal varo della Costituzione, e già nel discorso pubblico se ne parlava come di un ”venerabile documento”, addirittura “parola di Dio”. Secondo Thomas Jefferson, l’assemblea costituente era “un’assemblea di semidei”. Quando si parla di “religione civile” negli Stati Uniti, insomma, bisogna prenderlo almeno in parte alla lettera. Qualcuno scambia pezzi della Costituzione con un pamphlet sovversivo, e qualcuno li scambia con la Bibbia. Come tutti i testi sacri, venerati e sconosciuti, sono pochi quelli che si prendono la  briga di leggerla. Così anche “Costituzione”, come “democrazia”, diventa un significante vuoto che ognuno riempie con i suoi desideri e pregiudizi. Gli assalitori di Washington erano convinti di essere loro i difensori della democrazia americana; e gli elettori Maga non riconoscono negli atti del regime Trump violazioni di una Costituzione in cui credono che ci sia scritto solo quello che vogliono loro. Ma poi, quanto è democratica la Costituzione degli Stati Uniti? In un certo senso, è diventata venerabile sul serio: è la più antica costituzione in vigore in qualunque parte del mondo. Con gli occhi del 1789, era la rivoluzione incarnata; con quelli del terzo millennio, non solo un compromesso che, spaventato del suo stesso radicalismo, consolida il potere di proprietari e schiavisti e ricostituisce il principio di autorità turbato dalla rivoluzione. Ci voleva coraggio per inventare uno stato senza un re (la letteratura americana fino alla Guerra Civile, da Hawthorne a Poe, è ossessionata dalla figura della decapitazione del re, di uno stato senza testa, senza centro); perciò la Costituzione e la religione civile americana investono la figura del presidente di un’aura simbolica di sacralità ben oltre i poteri concreti che il testo gli garantisce (anche per questo gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di assassini di presidenti, tentati o riusciti – forma repubblicana del regicidio). Nel corso della storia, a questo potere simbolico si intreccia un graduale slittamento dei poteri reali verso l’esecutivo. Fino a quando, addomesticato il parlamento, controllato l’ordine giudiziario, salta la consunta illusione dei checks and balances e la stessa Corte Costituzionale che dovrebbe vegliare sui suoi atti dichiara che il presidente non è punibile per nessuno dei suoi atti ufficiali – legibus solutus, come i sovrani assoluti di tre secoli fa –, senza che nella venerabile Costituzione si trovassero gli anticorpi per impedirne il suicidio. CHI È POPOLO E CHI NO Un altro abbaglio della nostra pubblicistica sugli Stati Uniti è lo scandalizzato stupore con cui si parla di un paese “diviso”. Ma quando mai non lo è stato, il paese che ha combattuto la più sanguinaria guerra civile della storia? Sotto l’apparente omogeneità ideologica, il consenso centrista della sfera politica è sempre stato attraversato da una separazione tra chi vi è rappresentato e chi no, a partire dalla discriminazione razziale tra bianchi e non bianchi che è ancora un principio strutturale del paese, ma anche da una lotta di classe di violenza e intensità a noi sconosciute. Nel suo discorso di addio, George Washington definiva gli americani come un “free people”, un popolo libero. Popolo in che senso? In quel momento c’era senz’altro più libertà negli Stati Uniti che altrove; tuttavia, anche lì la maggioranza delle persone – donne, schiavi, nativi, non possidenti – non erano libere affatto. Puoi parlare di popolo libero solo se ne delimiti i confini e lasci fuori gli altri: la democrazia si proclama valore universale, ma in nessun luogo e tempo è stata applicata universalmente. Qui sta la contraddizione originaria: il principio di inclusione implica una pratica di esclusione; la democrazia vale per gli inclusi e non si applica agli altri. L’esclusione comincia ai confini dello stato. In questo, gli Stati Uniti non sono soli: la Gran Bretagna,   “faro di democrazia” a casa sua, pratica imperialismo e massacri in tutto il resto del mondo; la “liberté” francese non valeva in Algeria; l’“unica democrazia del Medio Oriente” scende in piazza a difesa delle regole interne ma non conosce limiti fuori di sé e istituisce nei territori occupati un doppio regime legale per chi è popolo e chi no. Questo processo si riproduce nei rapporti interni. Come ha mostrato Eric Foner, la storia della libertà americana è la storia delle lotte degli esclusi per accedere alla sfera dell’inclusione: movimento operaio, abolizionismo, suffragismo, femminismo, movimento dei diritti civili, gay liberation movement… Sono state conquiste costate sangue, ma sempre a rischio. Si può anche tornare indietro: il diritto di scelta delle donne è già stato abrogato in gran parte del paese (con la motivazione che non era previsto nella Costituzione del 1789!); il diritto di voto degli afroamericani è eroso in pratica e minacciato in prospettiva; lo ius soli, la cittadinanza per nascita, è in discussione; e i dissidenti vengono riclassificati come “terroristi interni” (l’assassinio di Renée Goode potrà restare impunito: lei non era più “popolo”). La politica di Trump consiste nel ridefinire (anche in termini razzisti) chi è “popolo” e chi no: uno dei suoi primi atti è stata l’abolizione dell’ente incaricato di promuovere “diversità, equità e inclusione”; la caccia ai migranti, la presunzione di  colpevolezza per chi ha aspetto o accento diversi, ribadisce il confine tra popolo e non-popolo, con l’effetto collaterale non trascurabile di rinforzare il senso di identità e fedeltà tra quelli che continuano a essere, o credersi, inclusi. Potremmo dire, parafrasando Gobetti, che Trump è “l’autobiografia” della sua nazione. Ma non è una storia solo americana. Gli Stati Uniti sono, se mai, il luogo dove la contraddizione originaria e la debolezza attuale della democrazia si manifestano nel modo più pericoloso e traumatico, ma non esclusivo. “America first” non è tanto diverso da “prima gli italiani”: anche l’Italia è “spaccata” tra un “popolo” che ha accesso (sì, limitato, disuguale e precario) alla sfera dei diritti politici, e un non-popolo di migranti e “clandestini” che ne sono esclusi. Abituati a considerarsi un paese inclusivo (terra di immigrati) e consensuale, gli Stati Uniti vivono la crisi del consenso e dell’inclusività come crollo di ogni regola; l’Ice è solo l’aspetto più evidente di un disordine più profondo ma diffuso. Abituati da sempre a saperci divisi, noi possiamo forse gestire questa condizione in modo più controllato (l’involuzione autoritaria a cui lavora Meloni non consiste nell’abolire le regole ma, almeno per ora, nel rifarle a suo uso, mantenendo la facciata dello stato di diritto). Almeno per ora. Dicevano negli Stati Uniti: “it can’t happen here”, qui non può succedere. Stiamo attenti a non illuderci anche noi. (alessandro portelli)
Dentro e fuori i confini. La violenza come sicurezza e lo stato d’emergenza permanente
(disegno di otarebill) L’arresto di Mohammed Hannoun e di altre otto persone solidali con la Palestina non rappresenta un episodio isolato, né una deviazione imprevista del sistema giudiziario italiano. È un evento che chiarisce la direttrice intrapresa dallo Stato non solo nei confronti del movimento palestinese, ma anche delle altre forme di dissenso che provano a mettere in discussione i fragili equilibri e le tendenze dell’ordine geopolitico attuale. Sono arresti, peraltro, coerenti con la consolidata traiettoria di subordinazione dell’Italia – non certo una novità di questo governo, ma caratteristica dell’intero establishment politico – alle politiche israeliane di criminalizzazione e disumanizzazione dei palestinesi, e in continuità con il processo in corso contro Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, detenuti da oltre due anni sulla base di accuse di terrorismo formulate da Israele. La continuità tra questi casi non è un dettaglio tecnico: rivela la scelta politica di sostenere attivamente un sistema di oppressione che oltrepassa il contesto palestinese e affonda le proprie radici nella storia del Nord globale, nelle sue relazioni imperiali e nei meccanismi di disciplinamento sociale. I più recenti interventi repressivi in Italia (il processo in corso contro i tre palestinesi, la tentata espulsione dell’Imam di Torino, l’arresto di Ahmad Salem, la criminalizzazione delle proteste contro La Stampa, la chiusura del centro sociale Askatasuna, il decreto Delrio) si inseriscono in una strategia transnazionale riconoscibile. In Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti osserviamo da mesi un uso crescente e convergente degli strumenti giudiziari e amministrativi contro attivisti palestinesi e contro i movimenti solidali con la Palestina. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno recente: affonda le proprie radici nella storia stessa dello Stato moderno, che ricorre alla forza quando non è più in grado di governare o contenere il dissenso. È in questo contesto che gli eventi italiani vanno analizzati. Non è necessario soffermarsi sulla fragilità dell’impianto accusatorio nei confronti dei cosiddetti “colpevoli di Palestina”, né sulla sua evidente natura politica, rivelata non solo dall’assenza di rigore investigativo, ma anche dall’approccio apertamente orientalista e islamofobo ormai istituzionalizzato. È invece importante evidenziare il significato politico del ruolo svolto da Israele nella costruzione dell’accusa, dal momento che il materiale probatorio è prodotto quasi integralmente dai suoi apparati. Non siamo di fronte a una semplice collaborazione giudiziaria, ma a un processo di delega di una funzione sovrana a uno stato straniero. È Israele a determinare la definizione di “terrorista”, quali relazioni risultino sospette e quali parole siano da considerare come una minaccia; L’Italia recepisce queste definizioni e le fa proprie, talvolta in evidente contraddizione con le normative nazionali e internazionali, attribuendo loro valore processuale e applicandole sul proprio territorio. Questo dato non è rilevante perché presuppone un’autonomia violata del potere giudiziario – che è parte integrante dell’apparato statale e dei suoi interessi politici – ma perché smaschera la finzione della separazione dei poteri e dell’indipendenza decisionale. Quando l’ingerenza coloniale diventa così visibile, quando le relazioni tra i livelli differenti delle catene di comando non possono essere dissimulate, emerge una frattura che rivela la struttura gerarchica dell’ordine internazionale e l’intreccio dei meccanismi statali che lo compongono. Gli arresti e la repressione generalizzata in Italia e nel resto d’Europa non sono semplicemente una “stretta a destra”, ma manifestazione delle pratiche di gestione di questa fase storica da parte di un ordine internazionale fondato sull’imperialismo. Nonostante la retorica della svolta postcoloniale del secondo dopoguerra, i rapporti tra il Nord globale e gli stati “non allineati” sono rimasti definiti sulla base dell’uso della forza e sulla violazione sistematica delle sovranità. L’aggressione statunitense contro il Venezuela – con il sequestro e il processo farsa al presidente Maduro – è solo l’ultimo esempio di questa strategia, già evidente con i vari colpi di stato, i cambi di regime forzati, l’attacco e l’occupazione di Afghanistan e Iraq dell’ultimo trentennio. In questo scacchiere Israele occupa una posizione tutt’altro che secondaria. Israele, infatti, non esporta semplicemente intelligence o cooperazione militare: esporta un modello coloniale di gestione del dissenso fondato sulla criminalizzazione preventiva, sull’equiparazione tra solidarietà politica e minaccia alla sicurezza, e sull’impiego sistematico di narrative orientaliste e razziste che vengono universalizzate tramite il diritto e le legislazioni che le incorporano, come nel caso del decreto Delrio. La capacità israeliana di orientare la narrativa giudiziaria e mediatica europea non deriva da una coercizione esplicita, ma dall’allineamento volontario degli stati europei, che interiorizzano queste categorie in quanto funzionali alla stabilizzazione del proprio assetto interno. Gli stati del Nord globale non subiscono il modello repressivo israeliano: lo adottano e lo integrano, riconoscendovi un repertorio efficace di controllo sociale e contenimento del dissenso. Questa dinamica rinvia a un nodo teorico cruciale: il ruolo attribuito al diritto e l’illusione che questo possa operare come garante per il mantenimento degli equilibri interni ed esterni, nonché per la limitazione del ricorso alla violenza. È necessaria una critica radicale di queste strutture istituzionali e legislative (e discorsive) che dissimulano rapporti di forza radicalmente ineguali in un’apparente condizione di democrazia e parità di diritti. Benjamin scrive che lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione ma la regola, una verità che l’ordine politico si adopera a occultare. La prepotenza imperialista viene presentata come un’eccezione, come un’anomalia temporanea dovuta al presentarsi di condizioni straordinarie, in un sistema che pretenderebbe di garantire giustizia universale e tutela dei diritti, esattamente come avviene con le politiche di repressione domestiche. L’omicidio di Renee Nicole Good da parte di un agente Ice negli Stati Uniti è stato trattato come un episodio isolato e giustificabile, narrato attraverso paradigmi di eccezionalità, come se non ci fosse continuità e sistematicità nelle pratiche violente della polizia americana, che solo pochi anni fa uccideva nella stessa città George Floyd, e continua ad attuare azioni repressive verso studenti e gruppi razzializzati spesso incarcerati e deportati.   Collocare l’intensificarsi dei provvedimenti repressivi dentro un quadro giuridico ordinario non solo legittima la coercizione del dissenso, ma rende egemoniche e indiscutibili le politiche autoritarie dei singoli governi, cercando di far “digerire” le più evidenti forzature del sistema imperialista come deviazioni destinate a essere riassorbite in un presunto equilibrio internazionale. Lungi dal costituire un argine alla violenza e all’ingiustizia, il progressivo rinnovamento degli ordinamenti giudiziari diventa lo strumento attraverso cui la violenza viene ridefinita come sicurezza, e normalizzata nei meccanismi di governo. La questione non è più domandarsi perché lo Stato reprima con più o meno intensità in un determinato momento, ma interrogarsi su quali implicazioni questa repressione abbia per chi si organizza politicamente: quali margini di contraddizione si aprono, quali illusioni devono essere decostruite e quali strategie riformulate. Se la repressione è un indicatore della crisi del sistema, è proprio in quella crisi che si colloca lo spazio della possibilità politica. Per Gramsci “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Anche nella crisi che attraversiamo appare evidente come i poteri, incapaci di produrre consenso, abbiano abbandonato la mediazione e governino apertamente attraverso la coercizione. Gli arresti degli ultimi mesi, la chiusura degli spazi sociali, le intimidazioni nelle università, la censura crescente testimoniano questa traiettoria. La questione palestinese ha avuto, negli ultimi due anni, la capacità di destabilizzare, almeno in parte, il discorso ufficiale dell’Occidente. Ha riaperto ferite coloniali che si credevano chiuse, ha esposto la complicità delle democrazie liberali e smascherato la loro natura oppressiva, ha mostrato la strumentalità del paradigma dei diritti umani, ha riportato al centro categorie – colonialismo, resistenza, liberazione, imperialismo – che erano state marginalizzate. Il sistema reagisce tentando di impedire che la solidarietà si possa trasformare in coscienza politica salda e organizzata. Questa fase va attraversata cercando di non rimanere schiacciati. La retorica del rispetto dei diritti umani è ormai uno strumento difensivo buono solo per quelle aree politiche che lo utilizzano per nascondere le proprie complicità; lo spontaneismo delle recenti mobilitazioni di piazza ha mostrato di non avere sufficiente capacità di riproduzione politica; il sentimentalismo della solidarietà occasionale è buono per i mercanti delle organizzazioni internazionali e gli enti del terzo settore. Ciò che serve è organizzazione politica: un lavoro costante di produzione di senso, di costruzione di legami e di continuità tra i momenti alti e quelli bassi della mobilitazione. Un lessico capace di sottrarsi all’umanitarismo strumentale e di riportare al centro la dimensione storica e politica della questione palestinese, così come delle altre questioni internazionali. Un’analisi in grado di individuare le connessioni concrete tra ciò che avviene nei singoli paesi e l’evolversi dell’ordine globale. Conoscere il sistema almeno quanto esso conosce sé stesso è indispensabile. Rosa Luxemburg avvertiva che “le sconfitte, se comprese fino in fondo, rappresentano la scuola più feconda dei movimenti rivoluzionari”, perché obbligano a confrontarsi con la realtà, a confrontarsi con i rapporti di forza, a distinguere desideri e possibilità, a uscire dalle illusioni paralizzanti. Ciò che sta accadendo per opera dei governi e dei tribunali di mezza Europa, e degli Stati Uniti e in tanti altri posti del mondo “democratico” costringe a una chiarezza di visioni e di intenti: trasformare la fase repressiva da spazio di paralisi a momento di riorientamento strategico. Decostruire la narrazione, non farsi ingabbiare nella dicotomia “umanitario-terrorista”, non permettere che sia la criminalizzazione selettiva a stabilire i confini del discorso. (mjriam abu samra)
In terre sature. Deindustrializzazione e inquinamento selvaggio in Terra di Lavoro
(foto di peppe carrella) Piove ancora, è il 9 gennaio. Siamo nella solita Clio grigia diretti verso la Terra di Lavoro, un’area storica della Campania, corrispondente in larga parte all’attuale provincia di Caserta, un tempo tra le più fertili, oggi attraversata da un intreccio di sfruttamento industriale, inquinamento cumulativo e interessi criminali. Il paesaggio è un intervallarsi di ulivi secolari, serre, schiere di capannoni, alcuni ancora attivi, altri ridotti a involucri vuoti, testimoni in cemento e lamiera del fallimento di un modello produttivo. Superiamo il Rio Lanzi, che scorre sotto un ponte interrato e accostiamo sotto una pensilina davanti alla mastodontica Ex-Ginori Pozzi. È qui che abbiamo appuntamento con gli attivisti del Movimento Basta Impianti, che ci porteranno a conoscere il territorio. L’Agro Caleno e l’Agro Stellato oggi contano ventidue siti di trattamento, stoccaggio e gestione dei rifiuti industriali. Nell’estate 2025 si sono verificati due roghi significativi: uno a Pastorano e uno, dieci giorni dopo, a Teano. La risposta del Movimento era stata la convocazione di un’assemblea pubblica. «Mia nonna, di Bellona – ci racconta M. –, è nata e cresciuta in un contesto agricolo, quello della coltivazione della canapa; se percorri le campagne dall’Appia verso il mare, si trovano ancora le strutture con delle grandi vasche dove si metteva la canapa a macerare. Qui c’è un modo di dire: andare all’indietro “comm’e funare” perché i lavoratori nel Mezzogiorno che si occupavano della produzione di corde e funi di canapa, dovevano filarle camminando all’indietro. Poi la vocazione agricola si sposta sulla coltivazione del tabacco e tante famiglie, tra cui la mia, trovano lavoro, fino a quando anche quelle attività si saturano e inizia quella che possiamo chiamare la falsa industrializzazione di queste terre, con le promesse alla classe operaia degli anni Cinquanta e i nuovi approcci di sviluppo industriale e urbanistico». Davanti a noi il simbolo di quella trasformazione: l’ex Pozzi. È il segno di un mutamento che ha modificato la demografia e lo sviluppo dell’intera zona. Alla fine della sua parabola, dopo aver prodotto sanitari e poi vernici, l’ex Pozzi negli anni Ottanta chiude i battenti lasciando aperto il varco per decenni di sversamenti di rifiuti, in un’area grande come dodici campi di calcio. Ora, in parte di questa struttura mai bonificata, operano legalmente alcuni siti di stoccaggio e trattamento rifiuti. «Ci chiediamo dove sversino i fanghi – dice C. –, visto che qui nella zona industriale non ci sono impianti di depurazione». Nel 2025 un altro impianto non lontano (al km 188 dell’Appia) è stato sequestrato preventivamente. Il titolare è nel registro degli indagati. Da campionamenti paralleli sui reflui nel sito e l’acqua del Rio Lanzi, sono emerse le stesse sostanze inquinanti. «Questa è una ferita storica – continua C. –, ma ancora aperta. In questa zona, l’avvio del grande sito industriale nel dopoguerra, aveva creato i primi posti di lavoro nell’industria. La popolazione si riconfigura, lascia i campi, si costruiscono case, si mettono su famiglie. Cresce una nuova comunità insieme alla fabbrica. L’industrializzazione selvaggia, che poi ci ha trascinato nella devastazione ambientale per cui lottiamo oggi, portava con se le prime chiusure, i fallimenti, i licenziamenti. Intanto però c’era una comunità operaia che abitava il territorio. Poi nel 2015 viene scoperto che qui sotto c’è il più grande sito di tombamento di rifiuti d’Europa. Già nel ’93 c’erano atti secretati del comune di Calvi Risorta sui primi sversamenti nell’area con il metodo casalese “a strati”». Guardando l’andirivieni di camion al di là dei cancelli arrugginiti dell’ex Pozzi, noto che altre due strutture pachidermiche si stagliano un po’ più a destra. Due parallelepipedi schiacciati. «Li hanno fatti azzurri perché si confondessero col cielo», aggiunge C. ironicamente. Dalle ciminiere appena dietro fuoriesce una nuvola di vapore acqueo. Parliamo della centrale elettrica di Calenia Spa. Il nome è familiare perché pochi giorni prima ne avevamo parlato in videochiamata con B. «La Calenia è una centrale da 760 megawatt che produce energia elettrica bruciando gas naturale. Nel 2021, in piena pandemia, prova a raddoppiare la produzione energetica, con le scontate conseguenze ambientali visibili sul territorio. C’erano diversi collettivi e comitati a contestarli, tra cui Basta Impianti; scrivemmo in Regione chiedendo il blocco dell’ampliamento. Nel frattempo passano quattro anni e il mio paese, Sparanise, viene sciolto per infiltrazione camorristica; si insediano i commissari prefettizi. Al termine dell’incarico, con la nuova giunta, la Calenia procede di nuovo con la richiesta di ampliamento con il BESS (Battery Energy Storage System), un impianto di accumulo elettrochimico che consente di immagazzinare energia elettrica e rilasciarla in rete in momenti diversi dalla produzione. Di fatto il BESS ti fa aggirare la norma: basta fare tanti piccoli ampliamenti sotto la soglia dei dieci megawatt, superata la quale si attiverebbe una procedura di Valutazione di impatto ambientale obbligatoria. La cosa più assurda è che al consiglio comunale aperto trovammo l’ingegnere di Calenia seduto al tavolo dalla stessa parte della giunta… Ci fecero capire che Calenia mette al primo posto i dividendi per i soci; avrebbero fatto ampliamenti di 9,99 megawatt alla volta fino a raddoppiare la dimensione dell’impianto. Anche se dovessero fare una delibera “basta impianti” per i prossimi decenni rimane comunque l’avvelenamento. Noi vogliamo lavorare nei prossimi mesi non solo su un’assemblea popolare, che ci sarà il 22 gennaio, ma su un corteo regionale ampio, quanto più possibile». A questo punto ci spostiamo dal sito, ma non andiamo molto lontano. Camminiamo sotto la pioggia leggera nella zona industriale di Pastorano, dove rimane lo scheletro annerito del sito sequestrato di Sacco Antonio & Figli Srl, che ha preso fuoco nel luglio 2025. Gli attivisti ci spiegano che non è un caso che i roghi avvengano d’estate, quando l’attenzione è più bassa, come parte della ciclicità che connatura queste lotte, e pure le stagioni. «Troppo spesso i siti hanno preso fuoco in prossimità della scadenza della concessione o quando arrivavano a capienza massima – dice I. –. Se quest’impianto, per esempio, trattava lo stoccaggio di alcuni tipi di rifiuti come i plastici, che si fa se dentro ci hanno messo dell’amianto o rifiuti speciali?». La domanda è retorica: «Il costo di smaltimento legale è troppo alto per procedere correttamente e pagare per gli illeciti commessi. Così il sito prende fuoco…». Guardiamo l’edificio vuoto e imponente, dentro si vedono ancora cumuli neri, una poltrona sventrata giace all’ingresso. «Qui non è stata fatta neanche la messa in sicurezza, non parlo di bonifica, ma i primi accertamenti e le rimozioni necessarie – prosegue I. –. Accanto alla porta di ingresso, lo vedi?». Leggo un cartello: “Trattamento rifiuti recuperabili”. «Finché c’è da ammassare, loro ammassano, stoccano, con le profumate commissioni statali per il servizio di utilità pubblica. Quando poi arriva la fase di trasformazione, che implicherebbe per loro dei costi, guarda caso il sito prende fuoco. Una volta incamerato il massimo beneficio economico, riempiono il sito fino all’orlo ed è proprio quello il momento in cui deve andare in fiamme, anche perché trattare questi rifiuti significherebbe parlare di una filiera di trasformazione e recupero che in questo momento, in provincia di Caserta, non c’è. Ma noi qui a differenza dei funari, vogliamo andare avanti». (edoardo m. benassai)
Spina, vent’anni di storie e fotografie. Intervista a Mario Spada
(foto di mario spada) Incontro Mario Spada nel suo studio del Centro di Fotografia Indipendente, al quinto piano di un vecchio palazzo in via Guglielmo Pepe che affaccia direttamente sulle navi da crociera del porto. È una gelida e assolata domenica pomeriggio, lo aspetto in poltrona mentre si aggira per le sale con una coppia che è venuta a visitare la mostra, e che gli fa qualche domanda su alcune delle sue foto di maggiore impatto. C’è una grossa mano sulla testa di un neonato, ad accarezzarlo o forse a colpirlo; un giovane uomo che punta una pistola contro il suo pitbull; una bimba che parla a una ricetrasmittente giocattolo; un transessuale che utilizza un orinatoio a muro e accanto a lui un uomo che cerca di approcciarlo. «Sono quei momenti in cui la tensione raggiunge il picco massimo. C’è la foto. E dopo non sai cosa succede». Nel progetto Spina, che comprende un libro con ottantadue foto in bianco e nero e una mostra inaugurata a novembre – sarà visitabile fino a fine gennaio nelle sale del CFI –, ci sono vent’anni di immagini del fotografo napoletano. Adulti, bambini, anziani, neonati. Ritratti, ma non solo. E poi la morte, che incombe in molte delle fotografie, uno dei riferimenti più forti alla città, anzi a una città, che Spada non ha voluto delimitare in confini geografici: «Potrebbe essere Napoli ma anche Palermo, una città del Sud America, o di qualche altro posto. È importante, ma non troppo». Ci sediamo, il via vai per le stanze continua, torniamo sulla vita e la morte: «Mia madre aveva una relazione molto forte con la morte, quando ero bambino almeno una volta al mese mi portava nella chiesa del Purgatorio ad Arco, ai Tribunali, quella dove ci sono i teschi, e c’è la storia della principessa Lucia. Oggi ti fanno pagare un biglietto per entrare, ho detto tutto». Dietro la scrivania di Spada c’è una gigantografia che ritrae un ragazzino con una pistola. Siamo su un set cinematografico. Il giovane ha lo sguardo nel vuoto tipico di un momento di pausa, la pistola appoggiata sul volto sbarbato. Mi viene in mente il documentario di Leonardo Di Costanzo Cadenza d’inganno, dove il protagonista fugge dall’obiettivo quando si accorge che la telecamera lo costringe a farsi delle domande. Ritornerà anni dopo per chiedere al regista di terminare il film, credendo di avere delle risposte. «Quando lavoro con il cinema mi piace fotografare le comparse, i personaggi minori», continua Spada. Il film da cui è tratta la foto è il Gomorra di Garrone. Come si fa a racchiudere vent’anni di lavoro in un solo libro e una sola mostra? Questo libro io l’ho sempre voluto fare. Da subito, quando ho iniziato a fare fotografie, sapevo che avrei dovuto fare un libro che teneva insieme tutto, o comunque tanto. Anche quando ho portato avanti singoli progetti, come quello sui pitbull, o gli ultras, avevo sempre l’idea di fare questo libro. In questo senso, ogni fotografia è anche sintesi di un’esperienza che ho fatto. Ci sono foto che tu non puoi dire: “Ah, lì è la Madonna dell’Arco!”, e ce ne sono altre che sono più riconoscibili. Le fotografie all’inizio erano migliaia, poi sono diventate centinaia e alla fine ottantadue. È come se questo corpo si fosse formato nella mia testa. Il lavoro di costruzione del libro è diverso, ma non del tutto, da quello della mostra. Quali sono le differenze? La mostra è costituita da una serie di blocchi di immagini, che sono le pareti e non le pagine. È un’altra dimensione, anche se non si discosta più di tanto dal libro, infatti ho scelto di mantenere due pareti nere che racchiudono la mostra come una copertina, perché sono le due pareti più lontane. Come hai lavorato su selezione e montaggio? C’è dietro un editing molto emozionale, parlo del libro: ci sono assonanze, dissonanze, richiami, gesti che si ripetono. Penso al dittico del bambino calvo e del cane chiuso nell’altarino: sono due entità, due soggetti che si assomigliano, quello è un editing emotivo. Per quanto riguarda la mostra avevo questa traccia delle pareti nere: su una ho deciso di esporre tutte fotografie che venivano dal nero, così che potessero diventare un’unica immagine tutte insieme, come se fossero degli squarci di bianco che escono dal buio, ma che allo stesso tempo le si potesse vedere separatamente. Per quello che riguarda i contenuti, con Patrizio Esposito, che mi ha aiutato nel percorso, abbiamo deciso di togliere tutte le rappresentazioni di una città riconoscibile, stereotipata; è stato un editing lunghissimo, abbiamo lavorato due anni e mezzo, vedendoci ogni tre, sei mesi addirittura, in modo da dimenticarci quello che avevamo fatto e verificare se funzionava ancora. (foto di mario spada) Da cosa deriva questa scelta di “autocensura” rispetto alla città? Volevo che la città non fosse riconoscibile, volevo andare oltre i suoi confini, come se fosse una specie di microcosmo. Anche perché il mio è spesso il lavoro di uno che va in posti strani, in un certo senso esotici, poco conosciuti anche all’interno della città, luoghi che un napoletano non necessariamente riconosce. E questa è una scelta precisa dal mio punto di vista. Napoli c’entra perché nel cominciare questo lavoro, all’inizio degli anni Novanta, c’entra il fatto che vivevo a Napoli. Ho cominciato a frequentare la città di sera intorno ai sedici anni, era una città che la notte era nelle mani di pochi, bellissima perché non c’era nessuno per strada. I ragazzi, e le ragazze soprattutto, dei quartieri popolari, stavano nei loro rioni, si andava il sabato sera a ballare, ma si andava nelle grandi discoteche, fuori Napoli, nella zona di Caserta, Giugliano. Forse se fossi nato vent’anni fa e stessi vivendo ora questa città anch’io andrei a fare le foto a Largo Sermoneta, non lo so, sicuramente avrei avuto una difficoltà maggiore a innamorarmi della notte di Napoli. In che termini ci sei invece tu, dentro queste foto? Da piccolo avevo un’idea precisa di quello che volevo fare. Avrei voluto fare il Conservatorio, forse perché c’era il fidanzato di mia sorella che suonava benissimo, forse perché mi piaceva la musica, ma a casa mia non era considerata un’opzione del genere. Ho avuto un percorso scolastico diciamo da impiegato, poi ho cominciato a lavorare come fotografo in uno studio di matrimoni e questa cosa mi ha dato la possibilità di conoscere tecnicamente una fotocamera. Prima parlavo del racconto di un’esperienza: queste foto sono anche dei miei autoritratti. Quando scatti hai qualcosa che in qualche modo ti rappresenta, parla di te. Poi, chiaramente, può essere diverso quando fai una foto di cronaca, una foto importante tipo quella del ministro che fu ammazzato in Turchia, o l’uccisione di Kennedy: lì, anche se la foto è tecnicamente “sbagliata”, è potente perché ti racconta un evento importante per la storia dell’umanità. La foto famosa di quando Papa Woytila fu ferito da Alì Agca, in cui si vede la pistola, probabilmente non è del fotografo, ma di una delle persone che stavano lì e che stava nella posizione giusta. Pare che il fotografo ufficiale sequestrò subito tutte le pellicole ai fedeli e ai turisti che erano lì, e da lì probabilmente è uscita quella foto. Nel mio caso è diverso, non c’è niente di fondamentale per la Storia, parliamo di emozioni che provi quando scatti, e quindi quella foto c’entra molto con te. Questo non vuol dire che l’emozione basta a tirar fuori delle foto giuste, così come non basta il contesto. Quando ho fatto il progetto sugli ultras, una volta sono andato a Brescia con loro, un viaggio incredibile, ho fatto delle foto stupende. Poi dopo qualche settimana sono andato a Verona e non ho fatto manco una foto buona, funziona così. Così diventa ancora più complesso catturare il momento… Io non ho quasi mai fatto attualità, non perché sia un genere meno nobile, ma per me si trattava di lavorare in un posto per giorni, non era mio interesse fare un lavoro di mezzora. Tante volte mi avevano avvisato che c’era un morto per strada, ma non sono andato a fotografarlo, non mi interessava avere la foto dell’omicidio, io volevo la foto che potesse rappresentare tutti gli omicidi. Nel libro ce n’è una perché è una storia: è la foto di un corpo solo, di un omicidio fatto esattamente sotto casa mia. Per me è importante perché è una foto di come si muore, soli, non c’è nessuno intorno a questo corpo. Mi ricordo che mi telefonò un amico, dicendomi che avevano ammazzato un uomo sotto casa mia. Io vado a casa, prendo una macchina fotografica, rompo il cordone della polizia dicendo che lavoravo in pizzeria, entro, salgo sopra e faccio la foto. Dall’alto. Questo rapporto tra il contesto e le emozioni ti è stato chiaro fin da quando hai iniziato? Beh, negli anni sono tanti i lavori dei grandi maestri, le fotografie che mi hanno colpito. Amo i lavori di Letizia Battaglia, Diane Arbus, Eugene Smith. Forse i due lavori che ho conosciuto da giovanissimo e che mi hanno spinto a fare questo tipo di percorso sono stati La Centesima Strada di Bruce Davidson e Gipsy di Koudelka. In tutti e due i casi si capiva che c’era stata un’attenzione al tema, e soprattutto c’era il tornare sul posto, passarci del tempo, creare relazione. In che termini questi due concetti, il ritorno e la relazione, sono importanti per la tua fotografia? È come quando impari a conoscere delle persone. La prima volta conosci uno strato superficiale, poi guardando quello che hai realizzato, e avendo la possibilità di ritornare, puoi capire quali sono le cose interessanti che magari non avevi notato, e che puoi eventualmente approfondire se si ripresenta l’occasione. Più ci spendi del tempo, più entri in relazione, più la forza di questo processo si moltiplica. (foto di mario spada) Questo implica anche una capacità di entrare in relazione con mondi distanti dai tuoi, penso alle fotografie sul mondo dei ricchi, della nobiltà, dei grossi imprenditori. Era necessario. Io credo che qualsiasi cosa tu voglia raccontare, che sia un popolo, una storia, una città, ci sono sempre due anime che vanno in collisione, che magari convivono, come nella morfologia umana della nostra città, dove i quartieri dei ricchi sono circondati da quartieri dei poveri: se pensi a Chiaia, ci sono i Quartieri Spagnoli, c’è Santa Lucia, c’è la Torretta. Se vuoi raccontare una cosa devi cogliere i due estremi che ci sono dentro, che sono complementari. Lo scrive Belmonte nella Fontana Rotta: per studiare un popolo puoi guardare la classe alta e la classe bassa; infatti, se guardi Spina, nella prima fotografia la macchina è rivolta verso l’alto, quando c’è il truffatore, nell’ultima è rivolta verso il basso. È una scelta che abbiamo fatto proprio perché volevamo seguire questa sorta di idea, di filo conduttore. Parlavamo dei tuoi primi lavori, come fotografo di matrimoni… Sì, era un periodo in cui mi appassionavo all’arte, conoscevo il Museo Archeologico a memoria, ho sempre avuto una passione per la bellezza. Anche quando facevo il fotografo di matrimoni avevo una grande attenzione, ero catturato dalla bellezza che mi si presentava intorno. Lì ho conosciuto Oreste Pipolo, che aveva un occhio pazzesco. E poi Cito, che voleva fare un lavoro sui matrimoni napoletani: andavo a vedere quello che faceva, sicuramente queste relazioni mi hanno aperto un sentiero. Ritorna la relazione, anche in senso formativo… Sì, perché la relazione ti apre le porte, soprattutto ti fa passare da una cosa a un’altra. Io dalle tombolate sono passato al progetto del battesimo del Nano; poi da lì sono arrivato a Madonna dell’Arco, perché la gente più o meno era la stessa; è come se si aprissero di volta in volta delle porte; conosci persone, conosci storie, se le persone sei disposto a conoscerle veramente, loro si aprono. Io mi infilavo nelle storie così, quasi per vedere cosa succedeva. La prima volta che ho fotografato la Parrocchiella, che è una sorta di enclave dei Quartieri Spagnoli, era durante i Mondiali, forse del ‘98, perché passavo di lì e vidi questa famiglia che guardava la partita in un vicolo con la televisione sull’uscio del basso, e tutti fuori a guardare. Mi fermai, chiesi se potevo fare delle foto, e lì si è aperto un mondo, la storia di Carlo, che poi si è intrecciata con quella di Francesco, che si è intrecciata con Madonna dell’Arco, e così via. Come hai fatto a decidere che era il momento di chiudere il cerchio e fare questo libro? Probabilmente perché ho capito che avevo tutto quello che mi serviva. Ero pronto. Come se mi fossi reso conto che non avevo più scuse. (intervista di riccardo rosa)
Atlante di un territorio sacrificato. La storia di via De Roberto a Ponticelli
(disegno di cyop&kaf) Gelsomina è un’agricoltrice di sessantacinque anni che ha vissuto sin da quando è nata nella periferia est di Napoli, in via De Roberto, la strada di Ponticelli che oggi scorre interamente sotto il viadotto della tangenziale – il cosiddetto “ponte della Fiat”. L’appezzamento che continua a coltivare è lo stesso che lavoravano suo padre e suo nonno. Insieme al fratello Mimmo e al nipote Andrea vende come coltivatrice diretta zucche, finocchi, cavoli e altri ortaggi. «Prima che costruissero il cavalcavia negli anni Settanta – dice –, la terra che avevamo in fitto era molto più grande. Non era nostra ma di un avvocato, pagavamo poco e ci aveva concesso di costruire la nostra casa. Era grande e ci vivevamo tutti: aveva il piano superiore e pure la taverna». Poi le cose cambiano. La tangenziale taglia in due i campi e Ponticelli, nei primi anni Settanta, viene inserita in un Piano di Zona previsto dalla legge 167 del 1962, che individua nuove aree per l’edilizia popolare e consente ai comuni di espropriare terreni agricoli o edificabili in cambio di indennizzi, spesso cospicui. Già dal dopoguerra, questa periferia era interessata da opere di edilizia residenziale popolare e aveva visto nascere dapprima il rione De Gasperi e poi il rione Incis, ma è dal 1980 che questa fase di espansione urbanistica ha un impulso ulteriore. Le conseguenze del terremoto generano infatti l’urgenza di fornire un alloggio agli sfollati e viene varata la legge 219 del 1981, per finanziare la massiccia edilizia di emergenza. È in questo periodo che si aggiungono ai rioni già esistenti i nuovi Lotto O e Parco Conocal. Questi complessi, oltre ad accogliere chi ha perso la casa per colpa del sisma, diventano il luogo in cui viene traslocato chi deve lasciarla per fare spazio a nuove infrastrutture. Gelsomina e la sua famiglia sono tra questi: devono far posto al progetto del depuratore di acque reflue di Napoli Est. «Quando l’avvocato ha venduto quasi tutto al Comune – continua Gelsomina –, ha chiesto che ci dessero un altro posto dove stare, e da allora vivo al Parco Conocal. Per fortuna mio padre è riuscito a comprare questa piccola parte di terra in via De Roberto, ma non ha potuto fare di più; anche se avevamo il diritto di prelazione non avevamo abbastanza soldi, come molti altri contadini. Gli aspiranti acquirenti facevano le offerte e noi avremmo dovuto rilanciare, ma non era semplice. E poi non conveniva essere proprietari di terreni: le tasse sulla terra agricola in quegli anni salirono moltissimo, chi le possedeva era spinto a vendere in fretta, mentre chi voleva acquistare senza cambiarne la destinazione d’uso era disincentivato». Negli stessi anni, infatti, arriva anche l’effetto della grande riforma tributaria nazionale. Nel 1971 il Parlamento approva la cosiddetta “legge Preti”, dal nome del ministro socialdemocratico, che ridisegna l’intero sistema fiscale. Nei due anni successivi una serie di decreti attuativi, varati da governi a guida democristiana, aggiorna le basi su cui vengono calcolate le tasse sulla proprietà dei terreni. In pratica, per chi detiene molti ettari alle porte della città, il possesso dei campi diventa più oneroso; mantenere terreni agricoli in aree urbane è sempre meno conveniente, soprattutto in un periodo in cui gli enti pubblici sono interessati ad acquisirne la proprietà per realizzare opere di servizio alla città. In pochi decenni, la morfologia urbana e sociale di Ponticelli cambia radicalmente. Trasferiti nei rioni vicini e rimasti senza campi da coltivare, una parte dei contadini diventa manodopera nelle nuove strutture che sorgono: impianti di vario tipo, aziende di servizi, imprese di trasporto. «Alcuni vicini presero “il posto” al depuratore, principalmente per fare le pulizie – racconta Mimmo, il fratello di Gelsomina –. Solo che, finiti i loro contratti, nessuno della zona ha più trovato un lavoro lì. Non c’è stato nessun ritorno vero sul territorio. Anzi, per anni le vasche del depuratore non avevano un sistema di filtraggio adeguato e si riempivano di materiale organico che si decomponeva, rendendo l’aria irrespirabile. Molti non hanno retto e sono andati via». Negli anni successivi l’impianto di depurazione è rimasto al centro di discussioni tecniche e politiche: è un impianto ancora basato su un trattamento chimico-fisico e la Regione ha programmato un intervento di adeguamento per trasformarlo in un impianto biologico e ridurne l’impatto sul mare e sull’aria. Per chi abita intorno, come Mimmo, il depuratore è una presenza stabile che influisce negativamente sulla vivibilità.  Così le zone limitrofe al depuratore si svuotano dei campi agricoli e di una parte dei loro abitanti, mentre chi resta vive in piccoli agglomerati di case, compresse tra il viadotto della tangenziale sopra la strada, il depuratore, i capannoni che avanzano verso i terreni rimasti. In parallelo, i processi di industrializzazione e de-industrializzazione apportano nuove conseguenze per l’ambiente e la salute degli abitanti, al punto che nel 1998 l’area è inclusa in un Sito di Interesse Nazionale (SIN) che sancisce l’urgenza di bonificare parte del territorio di Napoli Est. Il perimetro intorno via De Roberto, poco più di un chilometro quadrato, diviene gradualmente un’area desolata, con interstizi vuoti in cui si accumulano discariche spontanee ed ex terreni lottizzati che vengono – nel corso del tempo – acquistati da imprese di trasporto e stoccaggio per conto di terzi; si addensano così operatori che offrono servizi di magazzinaggio e piccoli depositi le cui torri di container si alzano a pochi metri dalle case e dagli orti, disegnando una linea continua di lamiere tra chi abita lì e il resto del mondo. Nel contesto dei conflitti ambientali locali, la posizione di Gelsomina e dei suoi vicini viene spesso considerata una protesta Nimby (Not in my backyard, “non nel mio cortile”). Le opere che servono alla collettività, da qualche parte dovranno pur andare. Ma qui non è semplicemente il rifiuto di un’opera pubblica; a chi vive tra via De Roberto e le strade interne non è stato chiesto di accettare un singolo impianto, ma l’accumulo, in pochi decenni, di funzioni tecniche che se, collocate più equamente, peserebbero meno su ogni singolo quartiere. Intorno al “ponte della Fiat” non si solleva solo la questione della necessità di impianti di servizio alla città, ma si pone il problema di come vengono distribuiti gli oneri del funzionamento urbano. Perché la stessa porzione di territorio deve sostenere insieme depuratore, futuro impianto di compostaggio, viadotto e stoccaggi di container, mentre altre parti di Napoli ne restano quasi del tutto libere? Finché questa asimmetria resta fuori dal dibattito sulle scelte urbane, le voci di chi continua a coltivare e ad abitare qui saranno facilmente archiviate come rifiuto del cambiamento, invece che come richiesta di ridefinire chi, e in quali proporzioni, deve farsi carico delle funzioni più ingombranti della città. (delfina esposito)
All’osteria del Vaticano
(disegno di otarebill) Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino, Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano Portelli.  *   *   * A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima, Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle richieste dei clienti. Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non si è concluso. Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge. La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei baraccati devastati dall’eroina. Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura, affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle. Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines, già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba. Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire. “La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”, gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli “Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco, in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e nel buio incatenarli. “La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa. Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato, espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora: un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in gioco per capire come e dove agire. Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati, colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno restituite, e redistribuite. (stefano portelli)
La parola della settimana. Classifica
(disegno di ottoeffe) Ci prepariamo per andare a casa e ironizziamo ognuno sulle cinque migliori “canzone 1 – lato A” di tutti i tempi scelte dagli altri (le mie: Janie Jones, dei Clash, da The Clash; Thunder Road, di Bruce Springsteen, da Born to Run; Smells like teen spirits, dei Nirvana, da Nevermind; Let’s get it on, di Marvin Gaye, da Let’s get it on; Return on the grievous angel, di Gram Parsons, da Grievous Angel. (nick hornby, alta fedeltà) Negli ultimi giorni sono stato più volte coinvolto in una pratica che ho a cuore quanto l’insicuro e finto-cinico tassonomo Rob Gordon di Alta fedeltà: fare classifiche. Gli ultimi mesi sono stati peggiori per me o per te? È meglio campare riparando stampanti, facendo la guida turistica o un dottorato all’università? Qual è la top ten degli attaccanti più forti nella storia del Napoli? E dove si colloca Cavani? (In queste settimane circola una bufala sul ritiro del campione uruguagio, all’età di appena trentotto anni: comunque vada lo si ringrazia a nome del calcio per tutto quello che ha fatto). Una classifica un po’ mortificante che ho proposto riguarda la gravità delle varie implicazioni che si porta dietro l’assurdo omicidio commesso da un agente dell’Ice americana (Immigration and Customs Enforcement) ai danni di una donna che aveva provato a intralciare le operazioni di questo vergognoso corpo militare, che agisce per lo più senza alcun freno e nello sprezzo totale di qualsiasi regolamento – il vicepresidente Vance ha detto che l’agente assassino godrà di “totale immunità”, una categoria giuridica conosciuta solo nella sua testa e nei film dell’agente segreto con licenza di uccidere. Nel caso specifico, in cima al podio della gravità ho messo la narrazione ormai pacifica per cui ogni volta che c’è da mistificare qualcosa di scabroso si millanta l’esistenza di un presunto pericolo di “terrorismo interno”, pure se l’azione che si è andata a contrastare è la distribuzione di volantini o l’esposizione di uno striscione colorato tenuto in mano da vecchi e bambini. Rispetto a questa ennesima vicenda di violenza poliziesca ho apprezzato la posizione del sindaco locale, che adeguandosi al livello del dibattito politico negli Usa ha esplicitamente, e più volte, detto agli agenti dell’Ice “di andarsene a fanculo fuori dalla città”. Belli anche i video in cui maestre e professoresse di scuola danno di matto affrontando a muso duro i militari che vogliono andarsi a prendere gli studenti cosiddetti irregolari fin dentro la classe. (credits in nota 1) Questa pratica, a quanto leggo, sembra non essere rara negli ultimi anni negli Stati Uniti. In contrasto a questa operazione vi sono però, per fortuna, numerosi opuscoli, diffusi da Ong e da alcune scuole persino, dal titolo: Know your rights: what to do if Ice comes to your school (“Conosci i tuoi diritti: cosa fare se l’Ice arriva nella tua scuola”). Questa la situazione: In qualità di immigrato, ho il diritto all’istruzione? Sì, tutti gli studenti tra i cinque e i ventuno anni hanno il diritto a un’istruzione pubblica gratuita dalla scuola primaria alla secondaria (K–12), indipendentemente dallo status di immigrazione. Secondo l’American Civil Liberties Union: “Tutti i bambini che vivono negli Stati Uniti hanno il diritto a un’istruzione pubblica gratuita”. L’Ice può portarmi via dai locali scolastici? Non di norma. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione dello Stato di New York, l’Ice non può portare uno studente fuori dai locali scolastici né interrogarlo senza il permesso del genitore o tutore dello studente, tranne nei casi in cui abbia un mandato valido oppure quando è stato commesso un reato all’interno della proprietà scolastica. Sono obbligato a rispondere agli agenti dell’Ice? No, hai il diritto di rimanere in silenzio. Secondo l’Immigrant Legal Resource Center, tutti i bambini, indipendentemente dallo status di immigrazione, hanno il diritto di rimanere in silenzio nelle interazioni con l’Ice. Se un agente dell’Ice cerca di parlarti a scuola o durante un evento scolastico, non parlare con lui. Avvisa immediatamente un agente per la sicurezza scolastica, il/la preside o un insegnante. (da: mobilization for justice – traduzione mia) (da vd news) Tornando alle classifiche, mi segnalano l’uscita giovedì di un articolo del Mattino che riporta i dati sui Daspo (prescrizione nata per le manifestazioni sportive, ma ormai estesa a numerosi altri ambiti come la movida, le manifestazioni politiche, o utilizzata per punire comportamenti “anomali” nel corso dei cosiddetti “grandi eventi”, la vendita ambulante irregolare di merci e altro) comminati nel 2025 dalla questura di Napoli. Sono 379: il che vuol dire che a quasi quattrocento napoletani sono stati imposti limiti alla libertà di movimento in base a provvedimenti frutto nel migliore dei casi di una indagine poliziesca, senza passare per la magistratura. Il solito Del Gaudio si preoccupa di condividere con i propri lettori il suo stupore nel ritrovare in classifica non solo parcheggiatori e ambulanti, ma “finanche” gente “rispettabile” come studenti e professionisti. Non solo accattoni o sbandati del sabato sera, dunque, a leggere le storie che si celano dietro Daspo urbani e sportivi. Avanzano gli insospettabili. Non mancano studenti o lavoratori, finanche esponenti del mondo delle professioni. […] Studenti, qualche colletto bianco, imprenditori: sono quelli che sono stati segnalati per condotte tutt’altro che irreprensibili. (leandro del gaudio, il mattino) Passa p’o cazzo d’e classifiche, d’e sbirri, d’e tossici razzisti comme Vasco Rossi! ‘E scoppio ‘ncuollo po’ pareo, papà nun sta dint’all’assemblea d’a Società Italiana Autori Editori (co’sang, intro) (credits in nota 2) Un topos della musica leggera contemporanea è il livore verso il mercato, i manager e le classifiche, responsabili dello scadimento della produzione musicale internazionale (in realtà qualche anno dopo aver scritto queste invettive la maggior parte degli autori si ritrova invischiata fino al collo dentro queste cose, ma c’è poco da colpevolizzarli: perché proprio loro dovrebbero andare avanti a cereali con l’acqua e spese nei discount, quando tutto il mondo procede compatto nella direzione opposta?). Un passaggio chiave sul rapporto tra musicisti e mercato sta dentro Have a cigar, brano scritto nel ’75 dai Pink Floyd, che racconta il momento in cui il giovane artista/la band protagonista del disco si trova davanti per la prima volta i manager di una grossa casa discografica. I boss si entusiasmano per la canzone appena lanciata (“Uscirete con un album | Lo dovete alla gente”), gli prospettano grandi guadagni (“Ti abbiamo detto il nome di questo gioco? | Noi lo chiamiamo ‘cavalcare il treno dei soldi facili’”), gli parlano delle charts (“Avete visto le classifiche?”). Dopo avergli ripetuto che la band è davvero fantastica – sinceramente, that’s what I think, gli chiedono, a proposito: “Ma chi di voi è Pink?”. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Una professoressa di Chicago impedisce agli agenti dell’Ice di entrare nella propria classe ² Gianni Morandi racconta di alcune telefonate con Fabrizio De Andrè dopo il successo della canzone Si può dare di più
Studentati di lusso a Napoli, soldi pubblici profitti privati
(disegno di ginevra naviglio) All’angolo tra via Galileo Ferraris e corso Arnaldo Lucci, a pochi passi da piazza Garibaldi, è stato da poco inaugurato il Campus X. Alla cerimonia sono presenti un circoletto di manager e autorità cittadine, tra cui sindaco e rettore della Federico II. L’ex palazzo dell’Inps è stato revampato e al posto degli uffici ora ci sono miniappartamenti, aree di coworking, palestre, rooftop panoramici e ristoranti. È stato presentato come il modello “europeo” di studentato che a Napoli tanto mancherebbe, ma in realtà dello studentato ha ben poco, se non il fatto che ospiterà nei 540 posti letto disponibili un esiguo numero di studenti (84) a tariffe agevolate (ma solo per tre anni); in cambio di ciò, Investire SGR, la società d’ investimento parte del Gruppo Banca Finnat che ha acquistato lo stabile per circa quaranta milioni di euro, ha potuto beneficiare dei fondi del Pnrr: ventimila euro per ogni posto letto, per un totale di circa due milioni di euro. Una volta dichiarate di “interesse nazionale” queste strutture, in pratica private, si sottraggono all’iter del piano urbanistico comunale. Il palazzo dell’Inps è stato rinnovato e gli interni hanno assunto le sembianze di un rendering 3D. Si ha l’impressione di trovarsi nella hall di un ostello fighetto, con divanetti e mobili di design (ma forse è quello che è in sostanza). Perché la struttura, oltre a quei pochi posti riservati ai vincitori di borsa, è in sostanza un hotel privato e le restanti stanze/zone comuni saranno affittate a un prezzo ben al di sopra di quello mercato, 1.100 euro al mese per una singola di sedici metri quadrati. Anche per questo un gruppo di studenti universitari si è presentato il giorno dell’inaugurazione chiedendo un confronto con sindaco e rettore, che però non hanno voluto parlare con loro. Nello spot promozionale, con tanto di musichetta royalty-free, apparso inspiegabilmente sul canale YouTube del comune di Napoli, il rettore Lorito ha fatto solo un rapido e vago accenno al fatto che, nel prossimo anno, dovrebbero partire i progetti per cinque strutture, queste finalmente pubbliche, con i fondi della legge 338/2000, che prevede il cofinanziamento da parte dello Stato per interventi rivolti alla realizzazione di alloggi e residenze per studenti universitari. Si tratta circa di circa seicento posti letto, che si aggiungerebbero agli attuali novecento. Queste nuove strutture pubbliche, ancora lontane dall’essere pronte, saranno riservate ai vincitori di borsa di studio regionale, e si trovano nella Zona ospedaliera (100 posti), Portici (60 posti), a Napoli (330 posti), a Pozzuoli (70 posti). Ben poca cosa se paragonati ai 150 mila iscritti delle università partenopee, di cui 35 mila fuorisede. Tra questi ultimi quasi 30 mila  risultano idonei ma non beneficiari, ovvero studenti che nonostante abbiano tutte le carte in regola per beneficiare di un alloggio studentesco rimangono fuori dalla graduatoria per mancanza di strutture. Sono stati proprio questi studenti i primi ad accusare le conseguenze dell’impennata degli affitti in città. Negli scorsi anni in diverse occasioni hanno piazzato tende nei cortili delle università per denunciare che affittare sul mercato privato sta raggiungendo cifre proibitive. A influire sono vari fattori, tra cui spicca il fatto che molti degli alloggi del centro storico sono stati convertiti in stanze destinate ad affitti brevi orientati al mercato turistico. Le amministrazioni locali non  saputo (o voluto) mettere dei limiti al proliferare di questo nuovo tipo di strutture, che stanno determinando l’espulsione dei ceti più fragili. Le famiglie sfrattate, e gli studenti che non trovano più alloggio nelle zone che prima abitavano, sono costretti ad accontentarsi di case decrepite o a spostarsi in periferia. In questo modo gli effetti della speculazione si spalmano a cascata in tutta la città. ABBANDONATI A GIANTURCO Qualche giorno fa, in università mi trovo a commentare una notizia di attualità con due ragazzi da poco conosciuti: l’acquisto delle due torri del Banco di Napoli al Centro Direzionale. L’idea sarebbe di riconvertire pure quei due torrioni in acciaio e cemento armato in appartamenti per studenti universitari. In città, d’altronde, c’è penuria di case a prezzi abbordabili. I miei interlocutori, Antonio e Gennaro, sono entrambi studenti di giurisprudenza poco più giovani di me. Antonio ha avuto un’esperienza diretta della questione: ha ventidue anni ed è un fuorisede lucano che si è trasferito a Napoli per i suoi studi. Oggi vive in un appartamento condiviso con altri tre studenti in pieno centro storico, ma i suoi primi tre anni a Napoli li ha passati nello studentato pubblico di Gianturco, zona industriale a est di Napoli. Oggi paga quasi il doppio, perché non ne poteva più della struttura in cui stava. I tre anni che ha passato a Gianturco li descrive come un incubo. Mi mostra foto dei soffitti che cadono a pezzi: «Sembrava un ospedale, ti toglieva la felicità, quando si risolveva un problema se ne ripresentava subito uno nuovo, nella paura costante di essere trasferiti in altre strutture. La sensazione che provano inquilini e lavoratori dello studentato pubblico è abbandono, abbandono da parte dell’istituzione universitaria, da parte di chi dovrebbe gestirlo». Gianturco secondo lui è troppo isolata e pericolosa, quindi per evitare brutte sorprese aveva preso l’abitudine di tornare a casa entro le 18, praticamente un coprifuoco. «Quale studente potrebbe permettersi una singola a novecento euro al mese?», si chiedono i miei due amici. Gennaro aggiunge, tra l’esasperato e il rassegnato: «Lo Stato ha abbandonato il ruolo di garante del diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da operatori privati». Contribuisco alla discussione: gli dico che a Bagnoli stanno facendo un’operazione del genere: al posto di un hotel termale, poi scuola superiore, dismessa da anni, vogliono fare uno Student Hotel di lusso con vista mare. Anche qui il progetto è il sogno dei palazzinari, migliaia di metri cubi di cemento a ridosso dell’arenile. Ma non è l’unico, anche al Rione Berlingieri, a Calata Capodichino, ad Arzano, a Pietrarsa si preparano i cantieri per ristrutturare o creare da zero nuove strutture acquistate da fondi di investimento, gestite da privati, ma che beneficiano di circa venti milioni del Pnrr. In realtà, quello dello studentato sembra una facciata per poi guadagnare anche su altri business: pernottamenti di turisti e viaggiatori, affitto di spazi di lavoro alle piccole aziende, palestra, ecc. Come spiegano bene Portelli e Davoli nel recente volume Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, la diffusione degli studentati di lusso è al centro di una più larga serie di dinamiche urbane. Innanzitutto l’arrivo di attori e capitali finanziari nel mercato dell’edilizia studentesca, poi la contemporanea speculazione immobiliare in altri settori (per esempio quello turistico). Questa nuova stagione di “imprenditorialismo urbano”, dopata dai miliardi del Pnrr, è in sostanza una chance per investitori privati di fare cassa. La casa non è più bene d’uso ma investimento dal quale estrarre rendite crescenti. Quello del “partenariato pubblico-privato” è solo un mito, nei fatti il ruolo delle amministrazioni locali è quello di mettere disposizione risorse e garanzie, mentre i profitti ricadono sui soggetti privati. Gli studentati di lusso a Bagnoli e al Centro Direzionale, il Campus X a piazza Garibaldi, sono la dimostrazione che i cosiddetti vuoti urbani — cioè fabbricati non utilizzati, trascurati o mantenuti sfitti di proposito — non derivano quasi mai da coincidenze o da semplice negligenza. Lasciare che intere aree restino in stato di abbandono permette agli attori immobiliari di comprarle a prezzi irrisori, attendere gli interventi pubblici di riqualificazione e, successivamente, trarre profitto dall’aumento del loro valore. Queste strutture sono presentate da autorità e giornali cittadini come interventi di “rigenerazione” che tentano di risolvere il problema degli alloggi per studenti in città. In realtà, queste opere non fanno altro che riprodurre il problema che millantano di voler risolvere. (francesco nunziante)