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La Israeli Apartheid Week in Germania. Contro la complicità accademica nei crimini israeliani
(archivio disegni monitor)   Dal 20 al 24 aprile 2026 diverse organizzazioni per la Palestina in Germania hanno organizzato una settimana di azioni contro la complicità accademica nell’apartheid e genocidio in Palestina, con il nome di Israeli Apartheid Week. Pubblichiamo questa intervista inedita a due studenti dell’organizzazione “Students for Palestine Germany” che hanno organizzato il boicottaggio accademico. L’intervista, realizzata da Sabine Broeck, professoressa dell’Università di Brema, è stata tradotta e editata per chiarezza. *   *   *  Qual è l’obiettivo della Israeli Apartheid Week? La Settimana dell’Apartheid israeliano è la prima settimana di azioni coordinate per il boicottaggio accademico in Germania, per esporre le complicità dell’accademia tedesca nei crimini israeliani e lanciare la rete ABC-DE come infrastruttura di boicottaggio sul lungo termine. I suoi obiettivi sono tre: esporre i legami strutturali tra le università tedesche e le università israeliane impegnate nell’occupazione e nell’apartheid; costruire un contropotere organizzato studentesco e docente per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) nelle diverse università; e ribadire che la solidarietà con la Palestina e il BDS sono forme di espressione politica che le università non possono censurare. Prevede un programma denso di eventi in ventitré città, tra cui Berlino e Monaco: lezioni, dibattiti, teach-in, proiezioni e azioni nei campus per esporre le collaborazioni istituzionali al dibattito pubblico. Della rete formano parte ben quarantatré organizzazioni studentesche e accademiche.  Avete già subito qualche forma di repressione? Già da prima che iniziasse la settimana, alcune università hanno proibito le iniziative: la Ruhr-Universität di Bochum ha cancellato un’intera serie di eventi a partire dalla diffamazione ufficiale del BDS come antisemita e sostenendo che il programma non avesse “basi scientifiche”. Tutti gli eventi sulla Palestina in Germania sono proibiti preventivamente, le aule vengono negate all’ultimo momento e gli organizzatori sono criminalizzati con vaghe accuse di “estremismo”. Ma tanto i tribunali tedeschi come gli esperti Onu hanno ribadito che le restrizioni sul BDS e sulla solidarietà alla Palestina violano diritti di base: diversi relatori speciali riconoscono che l’accusa di “estremismo” al BDS contraddice la libertà di opinione, di espressione, di associazione e di assemblea. Alcuni tribunali amministrativi tedeschi, per esempio quello di Colonia, hanno annullato le proibizioni a eventi BDS, considerandole incostituzionali. Ci puoi spiegare il contesto in generale? Al di là del movimento studentesco, sempre più radicale, sembra che le istituzioni accademiche abbiano dimostrato una adesione senza precedenti alle posizioni del governo. In Germania siamo testimoni di una chiusura sempre più stretta della “ragion di stato” sionista: la lealtà allo stato di Israele viene elevata a un principio semi-costituzionale, contrario al diritto nazionale e internazionale, specialmente quando prendono la parola i palestinesi e i loro alleati. Le autorità tedesche continuano a evocare la Costituzione, ma scavalcano continuamente le sue garanzie per implementare questa politica. Diversi ricercatori e centri di supporto legale hanno documentato come dal 2023 la Germania abbia costruito un’infrastruttura repressiva che criminalizza ogni forma di solidarietà reale con la Palestina, con le proibizioni, la violenza della polizia, i tagli ai fondi e le sanzioni professionali. Le università sono laboratori chiave di questa politica: strumentalizzano l’antisemitismo utilizzando le sue definizioni più espansive, usano una risoluzione non vincolante del Bundestag contro il BDS come se fosse una legge, e marginalizzano le ricerche critiche verso la politica estera tedesca – ironicamente, in nome della libertà accademica. L’unico contropotere esistente finora è quello del crescente movimento studentesco che insiste sui principi di base: che la libertà accademica deve includere la Palestina e la nostra abilità di rifiutare la complicità nell’apartheid, e che la “ragion di stato” non può essere usata come strumento per il genocidio e per l’occupazione Sono impressionata dal livello di ricerca e attivismo che avete costruito negli ultimi anni. Potreste descrivermi come funziona questa struttura organizzativa e politica? La campagna non è nata dal nulla: è il risultato di due anni di lavoro cumulativo svolto da dozzine di gruppi che rifiutavano la censura sulla Palestina. Un pilastro è stata la ricerca: studenti e docenti hanno compilato rapporti dettagliati sui legami con Israele delle loro università, dei programmi europei come Horizon, e anche con l’industria della difesa – rendendo empiricamente innegabile la complicità accademica. Un secondo pilastro è stata la creazione di coalizioni. I gruppi locali per la Palestina si sono collegati a sindacati, iniziative antirazziste e antimilitariste, a reti internazionali come il PACBI. Infine, abbiamo lavorato molto sull’educazione politica e la diffusione mediatica, organizzando convegni come “Academic Boycott Now!”, elaborando rapporti pubblici, formando dei portavoce, e ora con la IAW, in modo che, nonostante l’intensa repressione, il movimento possa esprimere un discorso chiaro e articolato a favore del boicottaggio. Gli attacchi alla solidarietà con la Palestina sono sempre più vili, a volte rasentano la follia. Che ruolo può avere la solidarietà internazionale? È il nostro salvavita. Anche osservatori istituzionali come il Commissario europeo sui diritti umani ormai hanno riconosciuto che la Germania è diventata uno degli ambienti più repressivi per le organizzazioni palestinesi. Per questo abbiamo urgente bisogno di testimoni, partner, e di pressione transnazionale. Quando dei ricercatori, dei sindacati e delle organizzazioni studentesche dall’estero sostengono il boicottaggio accademico in Germania, non solo rafforzano la chiamata al BDS guidata dai palestinesi, ma proteggono anche gli attivisti locali. Il boicottaggio accademico, inoltre, è intrinsecamente internazionale: si concentra sulle collaborazioni nella ricerca, i programmi di scambio, i circuiti di finanziamento transnazionali che sostengono apartheid, occupazione e genocidio. Creare campagne coordinate tra campus tedeschi e università estere ci permette di passare dai comunicati simbolici all’azione reale – per esempio quando delle istituzioni partner questionano o sospendono la loro collaborazione con le università tedesche che censurano la solidarietà alla Palestina. Avete un messaggio finale per i lettori in altri paesi, o qualche richiesta di contatto? Il nostro messaggio è semplice: se siete parte di un’università o di un’istituzione di ricerca ovunque nel mondo, siete già legati al sistema che stiamo sfidando – e per questo siete in grado di evocare un cambiamento di cui c’è urgente bisogno. Vi invitiamo a mettervi in contatto con ABC-DE, a scambiare informazioni sui loro legami alle università israeliane e coordinare campagne di boicottaggio accademico che fanno pressione su entrambi i lati di queste partnership. Siamo particolarmente interessate al contatto con le organizzazioni studentesche, con le associazioni di docenti, con i collettivi di ricerca e con le associazioni professionali che stanno ragionando o adottando risoluzioni sul BDS, o che stanno facendo campagne contro la complicità delle loro università. La nostra richiesta è: non trattate la Germania come un caso speciale che non può essere criticato. La Germania è un campo di battaglia centrale nella lotta per difendere dei diritti universali, e per terminare la complicità accademica con l’apartheid. 
April 23, 2026
Napoli MONiTOR
Alto Casertano, come il business del biogas ha scoperto il margine verde
(foto di giuseppe carrella) È la mattina del 28 marzo, Mel, Peppe e io nella Clio grigia, diretti nell’Alto Casertano. Superiamo i monti Trebulani che finora avevano segnato il confine fisico della nostra inchiesta. Nel cruscotto posteriore scompare la sagoma di Pizzo San Salvatore che si staglia sul monte Maggiore. Il paesaggio è diverso da quello già esplorato, l’aria più fresca. Siamo diretti a Pietramelara per incontrare Ivana, attivista del comitato Radici Pulite dell’Alto Casertano. I pendii ricoperti di verde mostrano il lato assolato. L’acqua di fiumi e torrenti scorre per buona parte del tragitto sempre a vista. Ci fermiamo a una fonte ferrosa per bere. Sotto il getto limpido i sassi si fanno rossi. Percorriamo le curve, una staffetta di ponticelli per arrivare nei pressi della Metalplast, ex sito di stoccaggio e trattamento rifiuti in località Ailano. Davanti l’ingresso è appeso uno striscione ripiegato dal vento. Stendendolo si legge: “No discarica – Sì bonifica”. Accanto un cartello più piccolo: “Area sottoposta a sequestro”. Appoggiato all’edificio principale che riporta l’insegna commerciale, vi è un enorme cubo di lamiera, la parte coperta della discarica. Appena fuori si ergono traballanti torri di ecoballe, molte interamente di plastiche. Più giù, indistinguibili masse di oggetti e stracci, i grossi teloni di copertura spostati dal vento svelano il crescere delle erbacce tra i legacci che racchiudono il tutto. Ancora più in basso una distesa di tessuti industriali arrotolati, sembrano enormi tappeti grigi. Costeggiamo l’abbandono, intorno ci sono diversi campi coltivati, proprio dietro di noi un trattore fa su e giù per un colle scosceso. Un cartello divelto riporta il codice CER della tipologia di rifiuti e la descrizione “Pannelli sportelli auto 6.11”. «Seguiamo la vicenda della Metalplast dall’estate del 2024 – ci racconta Ivana –, quando ci fu un principio di incendio che poi fu domato. In ogni caso aspettiamo ancora la prima messa in sicurezza e poi la bonifica. Qualche anno fa non eravamo così in allerta per il nostro territorio. Poi abbiamo assistito al moltiplicarsi di interessi imprenditoriali, tra l’immondizia e il biogas, e il proliferare dei siti ad alto impatto anche qui nell’Alto Casertano. Il comitato è nato a gennaio per era sensibilizzare le persone che proprio per assenza storica di minacce, si trovano impreparate». Notiamo che il sito è costeggiato da un canalone di scolo, lo percorriamo fino a incontrare il punto in cui si getta nel Lete, a meno di duecento metri. Prendiamo di nuovo la macchina, ci spostiamo a Pietravairano. Dal piccolo santuario che sovrasta il paese, vediamo il riflesso del sole nelle cupole bombate e lucenti dei biodigestori, a metà della piana. Qui vi è infatti uno dei ventuno impianti di biogas che Retina Srl (tramite la holding Retina Biometano) prevede di realizzare tra Lazio e Campania entro il 2026. Il nome non ci è nuovo: una delle controllate di Retina è Ingegneria Sostenibile Srl, di cui abbiamo parlato qui per i lavori avviati con firme contraffatte e vedette appostate in odore di ecomafia. Quello di Pietravairano non è dunque un caso isolato. Un’inchiesta di IrpiMedia descrive l’impianto a biometano di Dragoni, esempio emblematico di come la transizione energetica finanziata dal Pnrr possa trasformarsi in un’operazione finanziaria calata dall’alto senza il coinvolgimento delle comunità. Al centro della vicenda c’è la società Cannavina Srl, che ha ottenuto circa 16,4 milioni di euro di fondi pubblici per un progetto di cui i cittadini hanno scoperto l’esistenza solo a cantiere avviato nel 2022. La complessa struttura societaria a scatole cinesi fa ancora capo a Retina Holding, ed è legata a fondi d’investimento internazionali e al colosso australiano Macquarie, banca d’investimento con ramificazioni che toccano Lussemburgo e Regno Unito. Un’architettura finanziaria che, secondo l’inchiesta, serve a blindare l’investimento grazie alle garanzie statali fornite da SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) e ai prestiti di grandi gruppi bancari come Intesa Sanpaolo e Bnp Paribas, rendendo l’affare a rischio zero per i privati ma scaricando le conseguenze ambientali sul territorio. Inizia a fare buio, torniamo alla macchina. Il tramonto colora il profilo delle vette intorno alla valle aperta. Le ombre invece prendono forma proprio nel solco irregolare dell’acqua. Poco prima che faccia buio, si intravede una centrale idroelettrica con le grandi tubature perpendicolari al versante. (foto di giuseppe carrella) Oggi è sabato 11 aprile. La primavera non ha più niente di timido. In maniche corte raggiungo Dragoni, comune di circa duemila abitanti immerso nel verde dell’Alto Casertano. Qui si terrà un corteo che terminerà sotto il costruendo impianto di biogas di Cannavina Srl. Sullo sfondo il massiccio del Matese è ancora innevato. A pochi chilometri dall’arrivo si scarica il telefono. Devo orientarmi alla vecchia maniera e chiedo indicazioni al bar tabacchi nella piazza di Caiazzo. «Quella è una strada dritta che taglia e scende a valle, passi Alvigliano e sei a Dragoni», mi spiega un signore. Nella piazza del mercato sono radunate una cinquantina di persone tra manifestanti, volontari della Protezione civile e forze dell’ordine, oggi non particolarmente numerose. Si susseguono gli interventi al microfono. Parla anche la sindaca Antonella D’Aloia che racconta di aver subito un accanimento legale e attacchi personali per la sua opposizione all’impianto. Secondo Pasquale De Pasquale, l’attivista del comitato NO Biogas Dragoni, il cantiere è stato contestato sia per la violazione delle norme antisismiche, con l’esecuzione di lavori strutturali senza le necessarie autorizzazioni, sia per la sua parziale sovrapposizione alla fascia di rispetto della strada statale. Incominciamo a percorrere i tre km di strada e selciato che ci separano dalla sede del biodigestore, nell’ultimo tratto superiamo un piccolo Acquapark, si intravedono gli scivoli colorati. Un motoscafo rosa lo presidia insieme a due carabinieri. Una multipla traina un carrello in alluminio che ospita gli altoparlanti e un piccolo generatore. Per buona parte del tragitto passano gli Inti Illimani. Si susseguono gli interventi, molti menzionano che è il primo corteo per la città di Dragoni. Arrivati di fronte al sito, al di qua della sbarra che ci separa dai cilindri di cemento, ci aspetta la Digos e un Suv scuro parcheggiato di fronte. «Sono i proprietari dell’impianto», dice una signora davanti a me. Interviene anche il parroco, che in conclusione del breve sermone fa una pausa: «E allora cosa possiamo fare…» – la stessa signora risponde neanche troppo sottovoce: «Mettere una bomba». Qualcuno ride. La bomba in realtà potrebbe essere lo stesso impianto che in caso di emergenze sismiche produrrebbe effetti devastanti. Terminato il corteo ci spostiamo a un bar poco lontano per intervistare alcune attiviste del comitato Radici Pulite. «Il rogo di Teano dell’agosto 2025 è stato apocalittico – ci dicono –. Ha bruciato per un mese, quindici giorni di nube tossica. Abbiamo scoperto che quel sito era lì da dieci anni, sequestrato, abbandonato, nessuno lo sapeva. Da lì è cambiata la percezione del territorio. Nel raggio di dieci chilometri ci sono circa cinque impianti di biogas. Riteniamo che non ci sia tutto questo letame da smaltire, ci sembra evidente la speculazione». Il punto sollevato è quello del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, ovvero la necessità di trasportare enormi quantità di scarti zootecnici su gomma da lunghe distanze per alimentare un’attività sovradimensionata rispetto ai siti di trasformazione locali. «L’amministrazione è spesso impreparata – continuano le attiviste –. I comuni non informano i cittadini. Alla prima assemblea a Pietramelara sono arrivati comitati che non conoscevamo. Per noi ora c’è da tenere gli occhi aperti sulla Metalplast di Ailano. È strapiena, rischia l’autocombustione. La paura è che questa estate possa bruciare di nuovo». A questo punto chiedo degli effetti sulla salute. Risponde Simona, veterinaria e attivista: «Abbiamo già visto effetti teratogenici sulle bufale. Ci sono casi documentati di malformazione nei feti bovini. Ma l’Arpac ha detto che a Pietramelara non servivano monitoraggi. Chi deve tutelarti, minimizza, non necessariamente per negligenza, a volte per mancanza di informazioni. Ci siamo persuase che ci sia  un disegno più grande. L’Alto Casertano si sta spopolando, è visto come terra colonizzabile. Noi rispondiamo con un sistema di sorveglianza collettiva. Il territorio, adesso, sta reagendo». L’Alto Casertano non era sulla cartina del disastro ambientale campano. Mentre l’adiacente Agro Caleno portava i segni visibili della contiguità con la Terra dei Fuochi, qui permaneva un’idea di margine immune, di verde intatto. È in quello spazio – geografico e immaginario – che si sono infilati i capitali. Le ecoballe di Ailano, il biodigestore di Pietravairano, il cantiere di Dragoni: non sono anomalie di un sistema che funziona, sono il sistema nel suo funzionamento. Cambia solo chi paga il conto. Poco lontano i rifiuti arrivavano di notte, sui camion. Qui arrivano con i progetti Pnrr, le autorizzazioni regionali, le scatole cinesi lussemburghesi. Però c’è qualcosa che la speculazione non aveva previsto: qualcuno non ha intenzione di stare a guardare o di andare via. La primavera è esplosa e non solo nel paesaggio. (edoardo benassai)
April 21, 2026
Napoli MONiTOR
La scuola al servizio del mercato. Sulla riforma degli istituti tecnici
(disegno di flavia andolfi) La Rete degli Istituti tecnici in mobilitazione di Torino e provincia ha indetto per oggi, lunedì 20 aprile (ore 14:30), un presidio presso l’Ufficio Scolastico Regionale a Torino, in corso Vittorio Emanuele. La rete intende contestare la riforma dell’istruzione tecnica prevista dal governo. Qui è possibile leggere l’appello e firmare per sostenere la causa. Per definire i contenuti della riforma e fornirne un inquadramento critico, pubblichiamo una riflessione che l’Assemblea scuola Torino ha scritto per noi. *     *     * Trattare di scuola nello spazio pubblico genera sempre alcuni equivoci. Esiste uno scarto significativo tra la scuola per come appare agli occhi dell’opinione generale e la scuola per come è vissuta da coloro che la abitano ogni giorno. Non è mai facile colmare questa divaricazione e lo è ancora meno a proposito di un tema che, nelle ultime settimane, ha attirato una certa attenzione mediatica, vale a dire la cosiddetta “riforma degli istituti tecnici”. A offuscare la comprensione concorrono due fattori: da un lato il linguaggio di settore, ormai avvolto da un’aura esoterica; dall’altro la legislazione scolastica, una stratificazione caotica e antinomica. È un ginepraio dove la norma primaria affoga nelle eccezioni di circolari che la ridefiniscono in corso d’opera. Ma questa riforma non è una semplice questione “tecnica”, quanto piuttosto la tessera di un più ampio mosaico. Osservarne il disegno complessivo – le cui forme, seppur incompiute, sono già riconoscibili – ci rivela una precisa idea di scuola. Ciò che sta accadendo nel segmento dell’istruzione tecnica italiana, con la sperimentazione dei quadriennali elevata a rango ordinamentale, dopo un rodaggio brevissimo, e con la contestuale riscrittura dei quadri orari e delle metodologie didattiche per i percorsi quinquennali, rappresenta infatti l’applicazione più spietata della teoria economica del capitale umano. È bene chiarire che si tratta di una visione del mondo  totalmente schiacciata sulla prospettiva utilitaristica, che vede ogni attività umana attraverso la griglia dei costi-benefici, dell’investimento e della profittabilità futura. Per questo, anche se al momento sui mezzi di informazione risuonano più che altro le comprensibili preoccupazioni sindacali per il taglio delle cattedre o la stigmatizzazione di un riordino imposto a iscrizioni ormai concluse e senza linee guida per le discipline, dovremmo allarmarci in una prospettiva più ampia. L’ipotesi concreta è che siamo di fronte alle battute finali di un lungo processo di mutamento antropologico del “fare scuola”: ne parla un bel libro di Fabrizio Capoccetti dal titolo Scuola e insegnanti nella società neoliberale (Meltemi, 2026). Se facciamo lo sforzo di leggere tra le righe delle incrostazioni normative, ci accorgiamo che, sotto la cappa ideologica di parole seduttive che ci vengono imposte come “innovazione”, “modernità”, “apertura al territorio”, “personalizzazione degli apprendimenti”, l’istruzione cessa di essere il luogo della crescita umana – in quel senso generale ben restituito dal vocabolo tedesco Bildung – per ridursi ad addestramento funzionale alle mutevoli esigenze del sistema produttivo. L’istruzione diventa, nella logica della governamentalità neoliberale, un costo-opportunità che va calibrato, ottimizzato, se possibile abbreviato alla minima durata indispensabile, ridotto di tutto ciò che non è utile in ottica economicistica. Reso immediatamente remunerativo per il mercato del lavoro. Non si tratta di una deriva attribuibile solo all’attuale governo di estrema destra: le linee generali della riforma in corso risalgono al governo Draghi e il modello a cui esse si ispirano è da cercarsi in riforme che hanno le radici negli anni Novanta. Non è nemmeno una tendenza esclusivamente italiana. Siamo piuttosto di fronte all’applicazione locale di una strategia europea che da decenni spinge per una maggiore integrazione tra istruzione e logica di mercato. Lo ha documentato con precisione lo studioso belga Nico Hirtt, acuto critico delle politiche scolastiche europee e autore dell’Appello per una scuola democratica; e lo diceva già Christian Laval nel 2011 quando parlava di “una nuova scuola capitalista”: le trasformazioni subite dai sistemi scolastici in tutta l’area UE altro non sono state che l’inveramento delle richieste avanzate, sin dalla fine degli anni Ottanta, dalla Tavola Rotonda degli Industriali Europei, quando questo board dei colossi dell’impresa reclamava esplicitamente che il mondo dell’industria avesse maggiore influenza sui programmi scolastici e lamentava con malcelato fastidio che gli insegnanti avessero “una comprensione insufficiente dell’ambiente economico e della nozione di profitto”¹. Quanto prevede la riforma degli istituti tecnici è la realizzazione di quel disegno, ora sistematizzato in altre iniziative come la recente Union of Skills, programma europeo che subordina in modo esplicito l’istruzione alla razionalità economica orientata alla competitività. Il cuore tecnico della riforma, mascherato da ammiccanti parole d’ordine come “flessibilità” e “autonomia”, opera una sforbiciata al monte ore complessivo e, soprattutto, una decurtazione mirata delle discipline umanistiche e scientifiche di base, quelle stesse discipline che forniscono alle studentesse e agli studenti le chiavi linguistiche e logiche per non essere semplici esecutori di processi ma cittadine e cittadini in grado di sottoporre a severa critica lo stato di cose vigente. È qui che la teoria del capitale umano mostra il suo volto più brutale: dopotutto, se l’obiettivo è formare “lavoratori tecnici”, intesi come ingranaggi perfettamente lubrificati per le imprese, a che serve insistere (leggasi: investire risorse economiche) per insegnare discipline come la letteratura e le lingue o dedicarsi ai fondamenti epistemologici delle scienze? È il trionfo di una logica strumentale che ci precipita in un mondo alienante dove contano solo risultati misurabili e quantificabili in termini economici, a scapito di patrimoni immateriali come il libero pensiero, l’immaginazione e soprattutto la non “produttiva” vita democratica: un pericolo da cui Hannah Arendt ci metteva in guardia già nel 1958, quando scriveva Vita Activa. E così si spiega anche un altro pilastro della riforma degli istituti tecnici: l’imposizione ai docenti della “didattica per competenze” come metodologia esclusiva. La filosofa francese Angélique del Rey, nel suo fondamentale studio Alla scuola delle competenze (uscito in Francia quasi quindici anni fa, ma tradotto in italiano solo nel 2026), ha ricostruito con precisione la genealogia di questo approccio. La sua analisi dimostra in modo inconfutabile come la didattica per competenze rappresenti la colonizzazione del discorso educativo da parte delle teorie del management. Questo approccio è una mistificazione pedagogica funzionale a formare lavoratori flessibili e adattabili, pronti a essere riciclati secondo le esigenze di un capitalismo in perenne crisi e bisognoso di reinventarsi continuamente. Ecco che, con un pacchetto di competenze tecniche immediatamente dimostrabili e certificabili, validate possibilmente da quegli “esperti del mondo imprenditoriale” che la riforma vorrebbe far accomodare in cattedra, l’aula si trasformerà definitivamente in una sezione distaccata di un’agenzia interinale. Per dirlo in modo più semplice, non si tratterà nemmeno di ridursi a insegnare come eseguire specifiche mansioni, ma di addestrare a essere flessibili, adattabili e sempre pronti ad aggiornarsi o a riorientarsi professionalmente quando il sistema produttivo lo richiederà: bisognerà, insomma, insegnare a essere “resilienti”.  L’abbassamento a quindici anni dell’età per l’attivazione dei progetti di Formazione Scuola-Lavoro sancisce, in questa ottica, non tanto (o non soltanto) la trasformazione dello studente minorenne in manodopera a costo zero, quanto piuttosto la privazione del sacrosanto diritto a un tempo di vita non ancora monetizzato. È quel tempo della maturazione critica in cui si impara a distinguere un’opinione da un dato, prima di essere scaraventati nell’insicurezza e nell’aridità del mondo produttivo (o di ciò che ne rimarrà). Quella che ci aspetta è l’esatto opposto di una scuola che si prende cura del futuro del giovane. È un meccanismo che, attraverso la retorica del “talento” e della “vocazione” individuale, alimenta logiche estrattive nei confronti dei corpi e delle menti degli adolescenti, per rispondere a quelle contingenze economiche di corto respiro che vanno sotto il nome di “mismatch tra domanda e offerta di lavoro”. Alla destrutturazione dei saperi e alla riprogettazione antropologica dello stare al mondo la riforma degli istituti tecnici somma la demolizione delle fondamenta del sistema scolastico nazionale, frantumando il principio di comparabilità del titolo di studio. L’ampia autonomia concessa ai singoli istituti nella modulazione dei curricoli, giustificata ancora una volta dalla necessità di aderire alle “vocazioni produttive del territorio”, comporterà infatti un’offerta formativa à la carte, un caleidoscopio di percorsi disomogenei in cui il valore legale del diploma tecnico rischia di diventare un guscio vuoto, variabile a seconda del quartiere, della città o della regione in cui lo si consegue. È l’autonomia differenziata che si presenta sotto mutate spoglie: abolendo di fatto il biennio comune tra gli istituti, la riforma condanna le studentesse e gli studenti a una scelta precoce e irreversibile del proprio percorso di studi già alla fine della scuola media, incanalando dei quattordicenni su binari professionali rigidi. In questo modo, la riforma non solo impoverisce l’istruzione pubblica, ma consolida una pericolosa “scuola di classe”: chi sceglierà il tecnico, per condizione sociale o per orientamento precoce, verrà di fatto espulso dalle possibilità di emancipazione attraverso la prosecuzione accademica del proprio percorso di studi, confinato in un perimetro di pseudo-specializzazione subalterna dettata dalle imprese. Insomma, quella che i fautori della riforma presentano come una necessaria modernizzazione per allineare la scuola ai bisogni del mercato del lavoro non è altro che una resa incondizionata del sistema d’istruzione alla ragione economica neoliberale, dove l’unica misura del valore educativo è l’utilità marginale del lavoratore appena formato. La posta in gioco non è quindi solo sindacale o didattica, ma squisitamente politica. Fermare questa deriva, come chiedono le mobilitazioni che si stanno diffondendo in tante province italiane, non significa certo difendere la scuola del passato o la scuola così com’è, in una sterile autoreferenzialità, ma difendere in primo luogo la possibilità stessa di conservare ancora un orizzonte democratico, che permetta alle ragazze e ai ragazzi di domani di pensare un futuro diverso dal mondo unidimensionale che viene loro imposto. (assemblea scuola torino) _________________________________ ¹ ERT, Education et compétence en Europe, in: Etude de la Table Ronde Européenne sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, 1989.
April 20, 2026
Napoli MONiTOR
L’ordine del carcere e lo spazio del possibile
(disegno di sam3) Un uomo è solo nel parcheggio sotterraneo di un supermercato. In piedi sulla soglia, resta nell’ombra dell’androne e mentre parcheggio lo vedo leccare frettolosamente una sigaretta per chiuderla. Fa un impercettibile dondolio col corpo. Il parcheggio è vuoto, la mia è l’unica automobile presente, l’uomo è dunque sprovvisto della ragione più plausibile per sostare in quel luogo. E invece resta, in piedi, nell’androne ancora più buio per il contrasto con la luce del sole all’esterno. Mi incuriosisce e fugacemente ci scambiamo uno sguardo – c’è imbarazzo, come se fossimo nostro malgrado testimoni di qualcosa di scandaloso. Lascio zaino e giacca, entro a fare la spesa. Dopo poco esco, l’uomo è ancora lì, stavolta con una lattina in mano; sorseggia nervosamente. Se un parcheggio è un posto deputato a incorniciare l’auto entro un perimetro squadrato, spegnerla e riprenderla dopo aver svolto altre attività, cosa produce la presenza di un corpo non conforme – per le movenze, per gli atti, per l’aspetto – in uno spazio più o meno implicitamente normato? Perturba, spaventa, fa arrabbiare? Cosa sentiamo quando ciò accade, cosa facciamo? Quanto e come è legittima la presenza di un corpo in uno spazio? Chi può deciderlo? Come lo si decide, come lo si esprime? Inserisco la chiave nel quadro, avvio il motore. Mentre esco dal parcheggio spio con la coda dell’occhio quell’uomo, lo vedo osservarmi. Ecco di nuovo il turbamento. Ha capito, ho capito: i miei occhi sono state sentinelle a guardia d’una norma implicita, esplicitata tramite uno sguardo che vede e potenzialmente accusa, rimprovera, scaccia. I miei occhi hanno detto a quell’uomo: ci siamo accorti di te, non tanto perché esisti, quanto perché non sei al tuo posto. Ma qual è, alla fine, il suo posto? Sono turbata. Penso a quel martedì in carcere. Avevo incontrato Majdi[1] in mezzo alla “rotonda”, il varco circolare che si apre al centro del carcere e su cui affacciano tutte le sezioni. Majdi aveva tra le braccia una risma di quotidiani, Avvenire. Non c’eravamo mai visti, incrociamo lo sguardo, si avvicina, mi chiede come sto, gli chiedo come sta. Hamdoullillah, ci rispondiamo a vicenda. Prendiamo a parlare marocchino, dove hai imparato, sei brava. Un po’ qua, un po’ là, a Torino, a Casablanca… e tu, Majdi, come stai, da quanto sei qui? Sorride. Poco, sei mesi, ma devo rimanere qui ancora molto, nove anni. È tanto, tanto tempo, che entro ed esco da comunità, arresti domiciliari, prigione. Ho un problema di tossicodipendenza, il medico ha detto che dopo l’appello forse potrò andare in comunità. Senza il crack non ce la faccio. Lo dice con una certa sicurezza, senza andarne orgoglioso ma come facendo una constatazione. Cosa succede col crack?, mi aggrappo alla sua fermezza. Quando ho il crack non posso stare lontano dalla mia ragazza, la voglio sempre stringere, voglio starle accanto, e ci facciamo l’amore tante volte. E tu… dove sta la tua famiglia? Vivi in città? Sì, Majdi, vivo qui, ma la mia famiglia è lontana, sei o sette ore da qui. Ci fissiamo negli occhi mentre chiacchieriamo. Hai gli occhi sinceri, sei un essere sincero, mi dice come una carezza. Una guardia si avvicina, una tipa bionda, Majdi la saluta sorridendo, lei a sua volta risponde cortese e si allontana. Lei è gentile, ho lavorato per un po’ su da loro, negli uffici… facevo le pulizie, per questo la conosco. E ora, ora vendi i giornali? No, no, è che sono passato all’entrata e mi hanno chiesto di distribuirli. Prendine uno, tieni. No, no, grazie Majdi, non ti preoccupare, distribuiscili pure in sezione, tra i tuoi compagni. Dopo poco lei, la guardia bionda, torna da noi. Allora, ce ne andiamo? ci intima. Io e Majdi la guardiamo inermi e perplessi. Sto aspettando che scendano i ragazzi, mi stavo intrattenendo, dico sorridendole. Sì, ma ce ne andiamo? Andiamo, sì, andiamo. Ciao Majdi. Ciao Angela. Arrivo nell’aula e Mauro e Ahmed non sono ancora arrivati. Torno a chiamarli in sezione, passo di nuovo in rotonda. Majdi mi vede, viene verso di me. Ha in mano un foglio spiegazzato che mi agita davanti agli occhi, schiude le labbra per dirmi qualcosa. Un poliziotto lo interrompe e si interpone tra me e lui, rivolgendosi a me. Tu, sì, tu. Non puoi stare qui, non hai il permesso per stare qui, tu devi stare di là e basta, il tuo permesso è per stare là, qui non puoi venire. Perplessa e spiazzata lo osservo, non rispondo subito, è fiero del suo fare arrogante. Stavo solo aspettando i ragazzi, dico pacata. Non puoi aspettare qui, prosegue lui con tono tracotante. Ok, va bene, non importa… vado di là. Perdo di vista Majdi e allora mi avvio, il più lentamente possibile, nell’aula del Polo Universitario. Sento i passi della guardia dietro i miei, avverto di lui il ritmo dei piedi e lo percepisco chiedersi perché io stia avanzando così lenta. Sento in lui il desiderio di interrogarmi sui miei tempi, sul mio corpo che si muove con ritmi diversi da quelli consueti, sulle mie gambe che muovono passi inusuali. Sento che quel gesto così semplice – camminare con ritmi non conformi – è come se aprisse uno squarcio sulla finzione che regge un luogo, come se fondasse una crepa in quel regime di purezza fittizio e costruito. Il poliziotto non mi chiede nulla – a chi si chiede, da chi si pretende risposta? –, io giro l’angolo, arrivo in aula. Dopo poco arriva Ahmed, salam aalikum, si siede accanto a me e prende a leggere dei riassunti che gli ho portato. Cos’era il foglio che teneva in mano Majdi? Come posso saperlo, come può Majdi farmelo avere? Se glielo avessi preso, si sarebbe visto un foglio che passava di mano in mano; e avrebbe destato sospetto. Se anche non gliel’ho preso, si è visto un foglio che voleva passare di mano in mano; e ha destato sospetto. Instillare il dubbio sulla propria legittimità, sulla propria tenuta, ecco uno degli aspetti fondanti della “carceralità”, come confine materiale, giuridico, epistemico, come parte del regime confinario che si riproduce al di là della frontiera: è mobile e mobilitato dall’organizzazione degli spazi, dalla direzione degli sguardi. Come lo si introietta? Quale sapere produce? Il confine non produce soltanto fuori o dentro, ma dà forma a un’organizzazione dei sentimenti, dei desideri, dell’idea di sé. Louisa Yousfi nel suo Restare barbari si chiede citando Stamp Paid, il passeur che Toni Morisson racconta in Amatissima, se chi disumanizza, chi pensa di poter “misurare l’anima degli altri” abbia almeno un’anima. La questione genera scandalo poiché svela un ordine delle cose il cui obiettivo è ridurre al chiedersi, ossessivamente, quello che vogliono loro – “ma loro, chi sono?”, “what[2] are they?”– non più quello che vuole il sé. Fatima Ouassak in Per un’ecologia pirata parla di una assegnazione del “più piccolo spazio – identitario, comunitario, fisico, spirituale – possibile, in modo da ridurre gli individui alla loro sola forza lavoro”. Un processo di disancoraggio dal sé: il proprio sé storico, politico, affettivo, incarnato, individuato. Ecco che lo spazio dell’interazione con Majdi e la polizia, in carcere, risulta più nitido. Che cos’hai lì – qualcuno avrebbe potuto chiedere. Quanto tempo state passando a parlare – qualcuno ci ha implicitamente detto. Qua si può parlare solo dentro una cornice istituzionale, il vostro rapporto deve essere inquadrato dentro dei ruoli – qualcuno ci ha implicitamente intimato. Sei parcheggiato in un ruolo com’è parcheggiata una macchina: la cornice squadrata in un androne buio nei sotterranei di un supermercato potrebbe fungere ad altro – ma tutti[3], tutti, sorveglieranno affinché non lo faccia. E qualora accadrà sarà strano: allora qualcuno osserverà più del dovuto, farà sentire a disagio il non conforme, oppure chiamerà chi di dovere, chi riesce – tramite un potere basato sulla violenza – a ripristinare l’ordine fittizio su cui si basa la tenuta sociale. Il buio di quello spazio sarà funzionale a scongiurare altro che non sia un solo gesto, altro che non sia un solo uso. Incrociarsi e fare il tentativo di incontrarsi, ascoltarsi, comprendere, nel piccolo dell’androne di un parcheggio o nel grande atrio di un carcere, non è previsto. Puoi farlo, sì, capiamo io e Majdi: ma devi farlo di nascosto. Ciò che è previsto, qui, sono dei ruoli e delle relazioni inerti. Puoi indossarle solo così, mettere in scena di te ciò che è richiesto, non ciò che sei – ciò che desideri, ciò che ti andrebbe di essere. Semplice: Majdi, qui distribuisci i giornali e devi solo distribuire i giornali. So già che userai lo spazio della mansione per raggirare controlli, sorveglianze, discipline: ma per rimanere entro questo regime di verità, io devo fingere di non sapere. Se me lo fai vedere, Majdi, se mi metti davanti il fatto che potenzialmente puoi – fare altro, essere altro, divenire altro – ti restituirò al tuo ruolo, alla persona che ho bisogno che tu sia. Ne va della tenuta di questo posto, della riuscita di questa finzione. Majdi, qui fai la fila per vedere il medico del Serd e puoi solo fare la fila per vedere il medico del Serd. Se facendo la fila incontri un qualche tuo compagno, devi parlargli come si parla da detenuto a detenuto. Majdi, qui, se anche incontri per i corridoi un altro detenuto, non puoi molto più che salutarlo, perché i corridoi, Majdi, non sono fatti per fare riunioni spontanee, capannelli; i corridoi, Majdi, non sono che funzionali al passaggio da-a, e non spazi liminali in cui le cose possono accadere. Quegli occhi, Majdi, quegli occhi sinceri, tu li hai visti, ma ti è stato detto che non puoi vederli, Majdi, quindi torna indietro nel tempo, perché questo non è il posto per vedere occhi sinceri, questo non è il posto per aggettivare: qui, gli occhi possono esistere solo per sorvegliare o per essere tappati. Non andare fin là a chiamare i tuoi studenti, mi dice Fabrizio, un detenuto, un giorno di qualche settimana fa. Perché, Fabrizio? Sorride per la mia ingenuità. Perché poi ti fanno storie, e poi… è un rischio. Magari qualcuno comincia a sbraitare e incazzarsi e devono chiudere tutto, e tu sei lì, e cosa fai, rimani dentro? Qui sono tutti matti… non ti pensare. Capisco, grazie dell’avvertimento. Ma una cosa: se la questione è che possono fare problemi a voi o al Polo Universitario, è un conto. Se la questione è, invece, assumersi il rischio, io me lo assumo. Io vado. Le cose accadono: accadono qui, accadono fuori. Dentro e fuori non esistono. Sono produzioni e riproduzioni dello stesso sistema. È un’allucinazione del sistema, Fabrizio. Fuori fa schifo. Dentro pure. Le cose accadono e non voglio non fare qualcosa solo per il rischio che possa accadere altro. Le cose possono accadere sempre, perché lo spazio del possibile c’è, anche quando non è previsto. Ma non prevederlo – non prevedere che lo scorrere vitale delle cose possa aprirsi al possibile – è volere la morte. Si finge l’ordine e si ottiene la morte: se si elimina il possibile tutto muore. Ma grazie, Fabrizio, grazie: non voglio parcheggiarmi, vorrei potessimo non farlo. Vorrei slabbrassimo lo spazio del previsto, stressassimo la finzione fino a farla esplodere. Vorrei desiderassimo, vorrei divenissimo. (angela curina) -------------------------------------------------------------------------------- [1] I nomi reali e l’indicazione geografica del carcere non sono specificati a tutela delle persone ristrette e della sottoscritta.   [2] Come scrive Yousfi, nella versione originale in lingua inglese, Morrison non usa who ma what per riferirsi a “loro”. [3] Volutamente al maschile plurale.
April 17, 2026
Napoli MONiTOR
La tortura di Stato e il nemico anarchico. Verso il rinnovo del 41-bis ad Alfredo Cospito
(disegno di diego miedo) Il primo febbraio del 2023 il ministro della giustizia Carlo Nordio, nel corso di una informativa al Senato, disse: «Si può discutere se sia giusto o no applicare il 41-bis per un certo tipo di reato o un altro, ma se esiste la legge è uguale per tutti. Non si può fare la differenza tra il 41-bis applicato a un terrorista anarchico oppure a un mafioso o un camorrista». Erano trascorsi quattro mesi da quando Alfredo Cospito, anarchico sottoposto al regime del 41-bis dal maggio del 2022, aveva iniziato lo sciopero della fame. Nelle parole del ministro, nate per giustificare l’applicazione di quel regime a prescindere dal titolo di reato, c’è una (inconsapevole ma sostanziale) verità che Cospito nel suo lungo digiuno aveva più volte evidenziato: se il regime detentivo speciale viene considerato estremamente afflittivo tanto da incidere sulla compressione dei diritti umani fondamentali, tale afflittività riguarda tutti coloro che ne subiscono l’applicazione, al di là dalla ragione che li ha condotti lì. È un tema fondamentale, che non emerge certo con il caso Cospito, ma che è terreno comune per quei movimenti che nei secoli hanno considerato l’istituzione carceraria, e le sue aberrazioni, tendenzialmente inumane di per sé, oltre qualunque esigenza preventiva. Tra le impreviste conseguenze che la vicenda Cospito ha innescato nella recente storia italiana, vi è stata infatti quella di riportare al centro del dibattito mediatico e politico la crudeltà di un istituto su cui per decenni è calato il silenzio, in funzione di una sorta di subalternità rispetto a quanto viene considerato da sempre necessario, poiché indispensabile a garantire la sicurezza collettiva. L’introduzione di questo istituto risale al periodo delle stragi mafiose dei primi anni Novanta: il cosiddetto 41-bis è stato infatti istituito con il decreto-legge n. 306 del 1992, poi convertito nella legge n. 356 dello stesso anno. Successivamente sono state apportate modifiche rilevanti. Una prima riforma, con la legge 23 dicembre 2002 n. 279, lo ha trasformato da misura temporanea a strumento stabile, ampliando anche l’elenco dei reati che ne consentono l’applicazione. Una seconda modifica, introdotta con la legge 15 luglio 2009 n. 94, ha ulteriormente irrigidito il regime, con l’obiettivo di correggere alcune criticità applicative e definire in modo preciso le restrizioni imposte ai detenuti. Alcune di queste limitazioni sono state però successivamente dichiarate incostituzionali dalla Corte costituzionale. In origine, quindi, il legislatore aveva concepito il 41-bis come risposta a una situazione emergenziale. Solo con la riforma del 2002 – come ricorda il presidente del Tribunale di Firenze Marcello Bartolato – si è preso atto che un’emergenza protratta per anni non poteva più essere considerata tale, portando così alla stabilizzazione definitiva dell’istituto. L’ulteriore irrigidimento del 2009, inserito nel contesto dei cosiddetti “pacchetti sicurezza”, ha rafforzato ancora di più il regime, a discapito dei reclusi. A seguito di quella riforma, scrive Bartolato, la dottrina ha affermato come “le ragioni giustificatrici, essendo naturalmente estranee al carcere (lo scopo dell’inasprimento non è di natura disciplinare né è dettato da ragioni di sicurezza interna o di ristabilimento dell’ordine), traggono perlopiù spunto da due finalità: tranquillizzare l’opinione pubblica da un lato e, dall’altro, sollecitare condotte collaborative – come poi anche tutto lo svilupparsi del tema del cosiddetto ergastolo ostativo ha dimostrato”. Proprio la probabile e prossima riconferma del regime speciale a Cospito da parte del ministro Nordio si configura come una decisione dal forte (ed esclusivo) valore dimostrativo: lo Stato non deve scendere a patti con coloro che vengono considerati nemici dell’ordine costituito. Eppure, se nello scenario politico dell’ultimo ventennio, e a dispetto qualche flebile afflato registrato con l’emergere del caso Cospito, discutere del necessario superamento del 41-bis viene stigmatizzato come uno scandaloso sacrilegio – quasi quanto mettere in discussione l’intero impianto repressivo dello Stato contemporaneo – si potrebbe iniziare da un modesto quesito, proprio in riferimento alla vicenda del detenuto anarchico: se questo istituto trova, o dovrebbe trovare, la sua legittimità nella straordinarietà della sua applicazione e nella razionalità del suo obiettivo principale (l’interruzione delle relazioni tra il recluso e l’organizzazione criminale di appartenenza), in che modo lo si rende giustificabile nel caso in esame? L’organizzazione a cui viene ricondotto Cospito, ovvero la Federazione Anarchica Informale (FAI), viene descritta alla stregua di un’organizzazione di stampo mafioso: presenza di un gruppo chiuso, con una guida interna e una struttura gerarchica, in grado di mantenere comunicazioni e influenzare le attività anche dall’interno del carcere. Eppure, il reato associativo è stato riconosciuto, finora, solo a tre appartenenti alla FAI – numero legale minimo per prevedere quel reato – mentre molti di coloro che vengono ricondotti a quella sigla sono stati definitivamente assolti. In un’intervista di Lorenzo Cameli a Mario Di Vito, autore de La pista anarchica (Laterza, 2023), Di Vito spiega bene questo punto: “L’informalità di un’organizzazione politica fa sì che i suoi membri possano anche non conoscersi tra di loro: qualsiasi azione può finire sotto quell’ombrello, anche se non c’è una conoscenza diretta o un vero e proprio vincolo associativo. Riconoscersi in certi principi non può fare un’associazione delinquere”. Alla vigilia del rinnovo del 41-bis per Cospito rimane così aperta la questione rispetto al fatto che un simile livello di restrizione possa davvero essere giustificato dal tipo di organizzazione contestata, dal momento che diverse sentenze hanno escluso che la FAI abbia una struttura stabile, gerarchica e centralizzata. E se non esiste una struttura né una gerarchia, se non ci sono comandanti né subordinati, se la cosiddetta galassia anarchica è tale proprio perché priva di un centro definito e riconoscibile, perché utilizzare il 41-bis per punire Cospito e non permettergli di concludere la sua lunga pena in altro regime? In questi anni, persino altri organi dello Stato si sono espressi in maniera dissonante rispetto alla linea dura e pura del ministero della giustizia. La Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, la Direzione distrettuale antimafia di Torino, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria avevano tutti espresso parere favorevole al trasferimento di Cospito a una forma di detenzione di minore afflittività. E la stessa opinione era stata argomentata dal procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Tutte posizioni considerate superflue dal ministro. Recluso nel carcere di Bancali, Cospito vive da quattro anni sottoterra. Lui, come tutti coloro che sono sottoposti al regime speciale in quell’istituto, hanno accesso esclusivamente a quelle cinque sezioni ricavate scavando nel terreno, dove arriva solo luce artificiale (sempre accesa) e dove, se piove, si allaga l’intero reparto. Gli è concessa un’ora d’aria trascorsa in uno spazio ristretto e spoglio, la possibilità di interagire con un numero molto limitato di persone, il controllo rigoroso della corrispondenza sia in entrata che in uscita e l’accesso a un numero ridotto e selezionato di letture. A queste condizioni, negli anni, si sono aggiunte numerose altre limitazioni e divieti, tra cui alcune particolarmente crudeli e insensate: l’impossibilità, per esempio, di esporre nella cella fotografie dei propri familiari scomparsi. O, tra le più recenti, l’impossibilità di leggere dei libri fino a poco prima regolarmente acquistati dal detenuto perché, secondo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, avrebbero carattere “meramente voluttuario, non essendo necessari all’esercizio di diritti fondamentali”. In tal modo non solo viene meno la tesi che dovrebbe giustificare, in origine, l’applicazione di tale regime a un detenuto anarchico; ma, anche ammettendone la legittimità – ossia la sua coerenza con l’obiettivo dichiarato – resta incomprensibile l’ulteriore carico di sofferenza che ne deriva, così come le molteplici forme di distorsione a cui si presta. O meglio, lo si spiega esplicitando quanto Cospito ha mostrato in quei cento ottantadue giorni di sciopero della fame: una tensione dello Stato verso l’annientamento della persona ritenuta colpevole. Questa tensione non si è fermata neanche davanti al rischio concreto di morte del detenuto. Anzi, lo sciopero della fame di Cospito, ovvero l’azione non violenta per definizione, è stata trasformata in prova della sua pericolosità.  Mentre l’anarchico rischiava di morire – perdendo nel giro di pochi mesi quarantadue chili, muovendosi solo con la sedia a rotelle senza riuscire a deambulare autonomamente, con ematomi visibili su tutto il corpo e con pericolo di arresto cardiaco all’interno di una cella – il messaggio all’esterno, secondo il ministero della giustizia, era tutt’altro che non violento.  Per Nordio, Cospito avrebbe ribaltato il significato di quell’azione nel suo opposto, facendo “del corpo il catalizzatore che serviva all’azione strategica del detenuto che chiedeva unità di intenti e obiettivi pur lasciando a ciascuna formazione la libertà e l’autodeterminazione in relazione alla tipologia di atti da compiere”. In maniera abbastanza prevedibile fonti di via Arenula, un paio di giorni fa, hanno fornito alle agenzie di stampa l’anticipazione dell’orientamento ministeriale sulla proroga del 41-bis. Per la conferma bisognerà aspettare l’inizio di maggio ma, evidentemente, ci troviamo di fronte all’ennesima occasione che il governo ha di dirottare l’attenzione pubblica verso il nemico anarchico. Da questo punto di vista Cospito ben rappresenta, lo ricordava Salvo Vaccaro, “il granello di sabbia che inceppa il meccanismo, avendo sollevato con il suo gesto di protesta un problema rimosso che concerne vite a perdere, sulle quali solitamente si è scagliato il classico cinismo della continuità statuale che ragiona sui tempi lunghi cancellando le vite dei singoli”. (marica fantauzzi)
April 17, 2026
Napoli MONiTOR
Razza, linguaggio e politica in Italia. Dai “maranza” alle “bestie islamiche
img Non sono molti a ricordare storie come quella di Azouz Marzouk, giovane tunisino accusato della strage di Erba, o di Mohammed Fikri, marocchino arrestato per l’omicidio di Yara Gambirasio perché un suo «ya rab» – “mio Dio” in arabo – fu scambiato per un «Yara». Eppure, questi due episodi sono tasselli della costruzione da parte dello Stato e dei media italiani dell’arabo e del musulmano come nemico interno, barbaro e tagliagole. Una categoria che alimenta quella che Bouteldja definisce una forma di stato “integrale razziale”. A gennaio Abanoud Youssef, diciottenne, è stato ucciso a La Spezia da un suo coetaneo per motivi di gelosia. Il sindaco ha commentato l’accaduto affermando che “l’uso dei coltelli avviene solo in certe etnie” – chissà come mai dichiarazioni di questo tipo ci vengono risparmiate quando a compiere femminicidi sono italiani bianchi. Passano gli anni ma l’arabo e il musulmano restano l’“altro italiano”: da temere, contenere ed escludere a tutti i livelli. Prendiamo quello politico: anche quando ci è concessa una presenza nelle istituzioni – basta pensare a figure molto esposte come Ouidad Bakkali o Sumaya Abdel Qader, la prima deputata e la seconda consigliera comunale a Milano, entrambe del Partito Democratico e il secondo – questa non implica l’esercizio di un reale potere. Si tratta il più delle volte di rappresentanze funzionali a una narrazione inclusiva, ma svuotata di sostanza. Nessuna tra queste persone, per esempio, ha osato denunciare apertamente, neanche in questi anni terribili, la natura genocidaria del progetto israeliano: gli slogan conciliatori come l’auspicio a “una pace giusta” o al “rispetto del diritto internazionale” si innestavano a pieno sulla linea imposta dalla sinistra bianca e liberale. La fedeltà al partito o all’ente istituzionale di cui queste figure fanno parte è la condizione decisiva per la loro sopravvivenza politica. D’altronde, essere arabi e musulmani in Italia significa essere continuamente sacrificabili, in quanto target privilegiato dell’assalto mediatico e della repressione. Gli ultimi due anni hanno rappresentato un banco di prova per lo stato razzista italiano: misurare la reazione pubblica a una repressione mirata contro una specifica parte di cittadini che vivono, lavorano e partecipano alla vita culturale, sociale e politica del paese. Non esiste persona araba e musulmana in Italia che non comprenda la portata di quanto avviene in Palestina o che non si identifichi in quella causa come paradigma di liberazione collettiva. Le nostre famiglie ci hanno cresciuto davanti ad Al Jazeera (anche se ora preferiamo guardare Al Mayadeen), insegnandoci a riconoscere l’inganno dell’Occidente che ha ridotto i nostri paesi in macerie: Iraq, Afghanistan, Libia, Palestina, Siria, Libano, Yemen, Algeria. Le nostre identità sono molteplici, ma unite da un sentimento anticoloniale che ci porta a riconoscerci nel popolo palestinese e a individuare una serie di momenti-frattura. Ricordiamo bene l’assassinio di Mohammed El Durrah in diretta su Al Jazeera, durante la Seconda Intifada a Gaza, un evento sconosciuto ai nostri coetanei italiani, ma che ha creato una rottura tra noi e il loro. Mohammed eravamo noi. Ho trovato stimolante la lettura di Bouteldja sul contesto francese, e ho riconosciuto i limiti evidenziati da questo giornale soprattutto rispetto all’infelice scelta editoriale nella traduzione del titolo, che chiama in causa un termine come “maranza”: una parola che vende così tanto da aver dato nome persino a un pacchetto di leggi (“anti-maranza”) e a discutibili (e purtroppo fantasiosi) teoremi sulla loro presunta “alleanza con i centri sociali” nei momenti più conflittuali delle manifestazioni contro il genocidio in Palestina. Negli ultimi anni molti giovani arabi e musulmani sono stati indagati per presunto antisemitismo o terrorismo, per semplici post sui social. Seif Bensouibat, educatore romano di origine algerina è stato rinchiuso in un Cpr per un post su Instagram, mentre più noto è diventato il caso dell’imam torinese Mohammed Shahin. Persino una preghiera durante l’occupazione dell’Università di Torino ha fatto scatenare il panico, mentre la sinistra, con i sui silenzi e i suoi distinguo “alla Fratoianni”, alimenta l’odio anti-arabo senza muovere un dito contro le leggi securitarie, o per sostenere le campagne a favore dei prigionieri palestinesi in Italia – intanto Anan Yaeesh è stato condannato a cinque anni e mezzo dalla Corte d’Assise dell’Aquila, Ahmad Salem a quattro anni per “terrorismo di parola” e Mohammed Hannoun accusato di “finanziamento al terrorismo”. In operazioni di questo genere il linguaggio è un’arma importante. Lo stesso insopportabile termine “maranza” è un errore concettuale. Non parliamo di una categoria razziale o etnica, ma di una forma di controcultura urbana legata alla classe, che tende tra l’altro a rifiutare il dominio culturale occidentale, rivendicando uno spazio di visibilità: un processo generazionale che, come spiegato nel volume Controverse curato da Livia Apa, mostra tutte le fratture che attraversano la diaspora. Se la generazione dei nostri genitori cercava l’integrazione spaccandosi la schiena senza far troppo rumore, la nostra rivendica la rottura e la fierezza dell’identità. Così, capita che anche molti giovani italiani bianchi oggi imitano i codici “maranza” – trap, Baby Gang, Simba la Rue, borsello e bomber – estendendo il segno a una intera estetica giovanile, estraendolo dal contesto da cui proviene. Ogni semplificazione in categorie e gruppi monolitici segue, al contrario, la stessa retorica etnicista del sindaco di La Spezia, cancellando qualsiasi discorso più complesso dal dibattito, per esempio quelli sulla marginalità, il disagio giovanile, il desiderio, le sfide quotidiane di queste adolescenze. Persino chi lavora nel campo della ricerca accademica scivola su questo terreno, banalizzando un fenomeno attraversato da molte sfumature e chiaroscuri, cercando di romanticizzare un’esperienza e un’estetica attraversata da contraddizioni, dolore, stigmatizzazione, estraendo peraltro capitale sociale ed economico da quest’operazione. Chi vive le conseguenze della razzializzazione sul proprio corpo e su quello della propria famiglia sa bene cosa vuol dire essere additato come “maranza”. Sappiamo anche che le nostre vite valgono meno di quelle degli italiani bianchi, una consapevolezza che genera rabbia, ma che ci rende più lucidi. Le parole di Feltri e Sallusti sullo “sparare in bocca ai musulmani” e le “bestie islamiche” non sono provocazioni, ma test di consenso: fino a che punto l’opinione pubblica riterrà accettabile la disumanizzazione dei nostri corpi? È una strategia del colonialismo, questo spostare la barbarie lentamente ogni volta un po’ più avanti, sfruttando la poca capacità, anche di chi è in buona fede, di comprendere gli effetti della razzializzazione e della sua azione nel processo di socializzazione politica. Ma i giovani delle nostre comunità sono spesso discendenti o diretti sopravvissuti alle conquiste coloniali europee del secolo scorso, o alle guerre e crisi prodotte da quelle stesse logiche di dominio. La loro lotta per essere riconosciuti come pienamente umani nello spazio europeo è anche una lotta della e per la memoria: comprendere la genealogia della presenza indigena e razzializzata in Italia è dunque essenziale per costruire una solidarietà materiale e reale, fondata sulla comprensione dei dispositivi di potere che governano gli esseri umani. La razza è uno di questi e l’uso utilitaristico del linguaggio al suo servizio un inganno da svelare. (laila hassan)
April 16, 2026
Napoli MONiTOR
Arte, amore e rivoluzione. Una mostra antologica sui cinquant’anni del Laboratorio di Nola
(disegno di irene servillo) La cosa che ci piaceva di più è avere un rapporto vero con gli altri artisti… perciò io li amo tutti, anche quello più giovane, che si avvicina a questo mondo e che ha delle cose da dire, è uno che poi appartiene a questo nostro mondo, che è fatto di rapporti umani… e di amore. [Vittorio Avella] Il 17 di aprile presso i locali dell’Archivio di Stato di Napoli inaugurerà una importante mostra antologica sull’attività editoriale de Il Laboratorio di Nola, un soggetto tra i più significativi a livello nazionale e internazionale per una vasta serie di ragioni, che vanno dall’unicità dei suoi prodotti a tiratura limitata alla postura culturale, alla missione che si è dato. Ma il Laboratorio è anche una stamperia d’arte tra le più importanti al mondo e infine, ma non meno importante, un luogo di incontro, formazione, socialità, accoglienza. In quarantacinque anni di militanza il Laboratorio ha messo insieme anarchici, vagabondi, patafisici, ricercatori estetici, i mille altri che attraversano il mondo dell’arte, e che nell’arte cercano un posto nel mondo. Coerentemente con questa filosofia, le iniziative del Laboratorio sono veri e propri happening, come la Festa del Merlo, l’appuntamento che ogni anno da trent’anni porta in un cortile della provincia napoletana artisti e poeti da tutto il mondo con l’idea dell’arte come strumento di condivisione e cittadinanza. Ho avuto la fortuna di vivere le mille anime del Laboratorio in quanto autore di un documentario, Il Laboratorio (Lapej, 2024, 65’). Nei due anni in cui ho lavorato al progetto insieme a Daniela Allocca, non sono mancati gli incontri, i caffè, le scoperte, ma soprattutto è la prima volta in cui risconto un sentimento unanime verso il tema che racconto: dagli artisti delle controculture cittadine alle star dell’arte contemporanea internazionale, ai poeti, agli scrittori, non ho mai sentito altro che non fosse stima e amore nei confronti del Laboratorio e i suoi fondatori, Vittorio Avella e Tonino Sgambati. Vivendo questi due anni d’amore per e con il Laboratorio, ho capito alcune cose, che provo a mettere insieme: Si può fare arte contemporanea seguendo un’idea politica Come afferma Goffredo Fofi all’interno del film, l’opera del Laboratorio è stata in grado di incarnare all’interno dell’oggetto (e del processo) artistico i valori delle rivoluzioni, a partire da libertà, eguaglianza e fraternità. Non a caso, nella stampa d’arte la creazione è sempre co-creazione: non solo tra l’artista e lo stampatore, ma anche tra gli operai della cartiera che hanno prodotto quella carta, l’editore, il designer che ha progettato la collana all’interno della quale uscirà quell’edizione, il poeta che mariterà i suoi versi con il segno grafico. Nella storia del Laboratorio questa co-creazione è un’ibridazione tra arte, politica, spazio e tempo, all’interno della quale il processo creativo coincide con la vita stessa, come racconta Tonino Sgambati: “Non abbiamo mai avuto clienti, nessuno qui si è mai sentito un cliente. La nostra piuttosto è stata un’impresa, nel senso letterale del termine, abbiamo avuto i cavalieri, le armi, gli amori, le audaci imprese… perché fare un libro è anche un’esperienza esistenziale”. È in virtù di questo atteggiamento esistenziale che i prodotti del Laboratorio sono politica anche quando non parlano direttamente di politica, riuscendo a porre in essere un cambio di paradigma decisivo: dall’arte che parla di politica a fare arte in maniera politica, a fare del proprio essere nel mondo esso stesso politica. È un avamposto contro la turistificazione della città storica Un altro tema emerso durante la lavorazione del film è stato quello del ruolo che i laboratori artistici hanno assunto in questi anni come possibile necessario argine alla monocultura turistica nella città storica di Napoli. Spazi di pensiero laterale, dove non si vende nulla (o non esclusivamente), ma in cui silenziosamente si costruisce un mondo diverso, attraverso la più rivoluzionaria delle attività: lavorare insieme. Di tutti questi luoghi di ozio, creatività e cultura materiale il Laboratorio è stato il più utopico. A Napoli oggi questi luoghi sono messi a repentaglio da un turismo acefalo, eterodiretto dalle piattaforme e ossessionato dal cibo che sta desertificando un territorio storicamente straripante di vita: una teoria di pizzerie e friggitorie ha preso il posto di tutto il resto, con ovvie implicazioni sulla produzione culturale e sulla qualità del vivere. Proprio per questo, l’artista può contribuire a migliorare l’ecosistema in cui vive, e in questo senso l’esperienza del Laboratorio è stata anche una riflessione sul ruolo dell’artista nella società. Nell’attraversare cinquant’anni di arte contemporanea Avella e Sgambati hanno messo al centro del loro operare l’incontro, la rete, contribuendo a rendere migliore l’ambiente in cui hanno operato, portando l’arte anche dove non c’era, come nell’esperienza con l’Istituto Patafisico Partenopeo sul Vesuvio, e dando la possibilità a tanti giovani artisti di confrontarsi e imparare un linguaggio. Si può fare arte senza prostituirsi alle logiche di mercato Nel 1978 Avella e Sgambati fondano Il Laboratorio con in testa un’idea rivoluzionaria: mettere il proprio ingegno al servizio della realizzazione di lavori altrui. Una scelta di vita che è un manifesto politico e che scompagina i ruoli del processo creativo autoriale, con leggerezza e voglia di giocare, azzerando le gerarchie. Lo dice Avella all’inizio del film, quasi in forma di epigrafe: “La stamperia è la stamperia, e tutti gli artisti sono uguali. Tutto il nostro impegno è uguale. Sia per un giovane sconosciuto, che per l’artista famoso, questa è una regola”. E ancora: “È avere la voglia di contrapporre un mercato al mercato, di fare delle azioni contro il mercato che potessero cambiare l’idea delle persone… poi il mercato fino a un certo punto, comunque è il tempo il vero giudice. Però… si combatte ancora”. Infine il punto più importante, quello che rappresenta in qualche modo la sintesi di tutti gli altri: se vuoi custodire il sogno, il sogno di fare l’artista, devi farne una ragione di vita e un progetto politico. Pagherai un prezzo, ma ne varrà comunque la pena. (pasquale napolitano)
April 15, 2026
Napoli MONiTOR
In Svezia il capitale sposa l’estrema destra con le elezioni alle porte
(disegno di guerrilla spam) Il primo aprile Ulf Kristersson, primo ministro svedese e leader del Partito moderato, ha annunciato che, in caso di vittoria del centrodestra (ormai poco di centro e molto di destra) alle elezioni politiche previste per il 13 settembre, i Democratici di Svezia, partito nato nel 1988 da ambienti razzisti e neonazisti, non solo entreranno nel governo ma otterranno ministeri chiave: quelli dell’immigrazione e dell’integrazione. Due settimane prima erano stati i Liberali a comunicare il loro via libera all’alleanza di governo con i suprematisti, rifiutata categoricamente ancora l’ottobre scorso; la svolta ha provocato una ribellione interna, ma alla fine è stata approvata. Gli ultimi, e ipocriti, residui di “cordone sanitario” – l’esclusione dal salotto buono della politica di una formazione a lungo considerata, da tutti i partiti, incompatibile con i princìpi svedesi – si sono così sbriciolati. Gli antidoti al dilagare della xenofobia che il paese credeva di possedere, dall’alto della sua presunta superiorità non solo sull’Europa meridionale, ma anche sugli altri paesi nordici, si sono rivelati castelli di sabbia. Del resto, anche se i Democratici di Svezia sono entrati in parlamento nel 2010 l’ostilità verso le persone immigrate serpeggiava nel paese fin dall’inizio degli anni Novanta (non a caso il loro ingresso nelle amministrazioni locali data al 1994). La crisi dei rifugiati del 2015 ha poi rotto ogni argine. Jimmie Åkesson, che del partito suprematista è il leader incontrastato dal 2005, ha seguito la stessa traiettoria bifronte di Giorgia Meloni: accreditarsi come conservatore pragmatico nelle istituzioni, disposto ad accantonare (solo temporaneamente, beninteso) alcune delle proposte più controverse, e insieme dare libero sfogo al sessismo e razzismo della sua truppa nella società civile. Gli SD sono così passati dal 5,7% del 2010 al 17,5% del 2018, per poi diventare, nel 2022, il partito più votato dopo quello socialdemocratico (che da oltre un secolo è quello che raccoglie più consensi), nonché primo del centrodestra, superando, con il 20,5% dei voti, i Moderati (19,1%), che detenevano il primato nella coalizione dal 1979.  Al successo di Åkesson ha certo contribuito l’ascesa globale dell’estrema destra, ma la “normalizzazione” della Svezia – evidente anche nell’isteria bellicista e atlantista scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina – fa rumore, perché si tratta di un paese governato per lo più dal Partito socialdemocratico. Per permanenza al potere (dal 1932 al 2022), percentuale media di voti (fino ai tardi anni Novanta sopra il 40%) e risultati ottenuti (un welfare universalistico e politiche del lavoro ammirate in tutto il mondo), la traiettoria storica della socialdemocrazia svedese non ha eguali. L’altra faccia della medaglia del patto tra capitale e lavoro alla base del “modello svedese” è stata la neutralizzazione del conflitto sociale, con una marcata istituzionalizzazione dei movimenti, innanzitutto quello operaio; un dato, questo, che aiuta a spiegare la scarsa resistenza prima all’avvento del neoliberalismo e ora alla sua torsione autoritaria. Lo sdoganamento dei suprematisti comincia nel gennaio 2017, quando l’allora leader del Partito moderato, Anna Kinberg Batra, apre a una collaborazione in parlamento (ma non in un futuro governo). La sua uscita provoca un tale scandalo (con conseguente calo del partito nelle intenzioni di voto) da costringerla alle dimissioni. Il suo successore, Kristersson, inizialmente ribadisce la fedeltà al cordone sanitario, escludendo categoricamente qualsiasi accordo; tuttavia, dopo le elezioni del 2018 (perse anch’esse, dopo quelle del 2014) lo sfaldamento dell’alleanza di centrodestra, a causa della decisione dei Liberali e del Partito di centro di sostenere un governo socialdemocratico di minoranza, lo induce a intavolare un “dialogo costruttivo” con il partito-paria, diventato ormai il convitato di pietra della strategia per il ritorno al potere.    Un mese dopo le elezioni del 2022, la coalizione di centrodestra – che ha recuperato i Liberali, ma non i Centristi – annuncia di aver sottoscritto l’Accordo di Tidö (dal nome del luogo dove è stato siglato) con i suprematisti. Il patto prevede che il governo sia formato da Moderati, Liberali e Cristianodemocratici e guidato da Kristersson, mentre i Democratici di Svezia ne rimangono fuori, pur essendo stati i più votati. Åkesson e i suoi la fanno passare come una discriminazione che accettano per realismo (“il paese non è ancora pronto”), ma in verità si tratta di una posizione molto vantaggiosa: non si sporcano direttamente le mani e ottengono, in cambio dell’appoggio esterno (essenziale alla sopravvivenza dell’esecutivo), posti chiave nelle istituzioni e soprattutto il potere di dettare l’agenda del governo sulle materie concordate nel documento; a cominciare, naturalmente, da immigrazione e criminalità, di fatto ormai equiparate, sfruttando l’allarme per il fenomeno delle gang giovanili, la cui manovalanza è costituita da immigrati di seconda generazione. Anziché intervenire sulle cause del loro disagio, il nuovo governo sceglie la stretta repressiva (che peraltro colpisce anche l’attivismo, in particolare quello a sostegno della Palestina), integrata dall’introduzione di criteri più restrittivi sia per il diritto d’asilo che per l’immigrazione economica.  E gli avversari del centrodestra? Da anni i socialdemocratici, al governo come all’opposizione, fanno di tutto per dimostrare di essere più realisti del re – dove il realismo è quello del tecno-capitalismo xenofobo. In parlamento il partito guidato da Magdalena Andersson appoggia quasi sempre le proposte della maggioranza in materia di politica penale, migratoria ed estera; l’adesione alla Nato, impresa mai riuscita al centrodestra, è stata promossa proprio dai socialdemocratici, che sostengono incondizionatamente l’invio di armi all’Ucraina fino a una vittoria dai contorni indefiniti. Quanto al genocidio del popolo palestinese, è stato riconosciuto tardivamente e con molta cautela. Il Partito della sinistra ha sposato totalmente il regime di guerra, nella speranza di ottenere un ministero in un eventuale prossimo governo di centrosinistra (richiesta che sia i Socialdemocratici sia il Centro hanno rispedito al mittente); la sua leader, Nooshi Dadgostar, ha dichiarato che è giusto dare la vita per il proprio paese (nell’imminenza di una guerra contro la Russia…). Il suo patriottismo non trova riscontro in una recente ricerca condotta su oltre 100 mila giovanissimi che a breve cominceranno la trafila (obbligatoria) per la selezione di alcune migliaia di effettivi dell’esercito. Sette ragazze su dieci hanno risposto di essere indisponibili a combattere, in caso di guerra, con argomenti che vanno dalla nonviolenza al rifiuto di sacrificare la propria vita per un’entità astratta come lo Stato. Non bastasse il bellicismo russofobo, l’incapacità di Dadgostar di farsi portavoce del disagio giovanile (e non solo) è palese nella posizione ambigua sul genocidio in Palestina: la condanna di Israele non le ha impedito l’espulsione di esponenti del partito schierati al fianco della resistenza palestinese. L’esito delle elezioni di settembre è al momento molto incerto. Il definitivo sdoganamento dei suprematisti da parte dei tradizionali partiti di centrodestra può essere la carta vincente per mantenere il potere, a fronte di una coalizione rossoverde (Socialdemocratici, Partito della sinistra, Verdi e Partito di centro) molto divisa al suo interno, soprattutto su clima, immigrazione e politica economica. Dall’altro lato, in una parte dell’elettorato di centrodestra l’alleanza con i Democratici di Svezia continua a suscitare un malumore che potrebbe riflettersi in un calo dei Liberali, e forse degli stessi Moderati. Per niente scandalizzata è la Confindustria svedese. La riprova del fatto che la classe dominante ha deciso di fare del partito di Åkesson il suo referente politico, senza più alcun infingimento, è una pubblicazione uscita nel settembre dello scorso anno, Tidö 2.0. Un nuovo inizio per la Svezia. A firmarla sono due think tank, Timbro e Oikos, rispettivamente della Confindustria e dei Democratici di Svezia; il matrimonio ufficiale tra capitale e suprematismo si è consumato lì. Dopo aver precisato che le due organizzazioni hanno “premesse ideologiche diverse”, liberali per Timbro e conservatrici per Oikos, viene enfatizzato il comune, grande amore di entrambe le tradizioni di pensiero per la libertà. È proprio questo principio a ispirare l’ambizioso programma di riforme che viene presentato. Al governo in carica viene riconosciuto il merito di aver invertito “un processo che per molto tempo era andato nel verso sbagliato”, anche se non si capisce in che cosa consistano i successi di Kristersson, dal momento che il suo esecutivo non è riuscito, con l’approccio law and order, a debellare la criminalità giovanile – cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2022 – né a ridurre la spesa pubblica, che anzi è aumentata per finanziare il riarmo; per tacere del clima, su cui la Svezia ha registrato uno sconcertante arretramento. Ora si tratta di osare ancora di più, scrivono gli autori del documento, incentrando il nuovo corso sull’iniziativa e la responsabilità individuale, ovvero ridimensionamento di tutto ciò che è pubblico (welfare, cultura, aiuti internazionali), privatizzazioni e deregulation (anche degli affitti), ulteriore precarizzazione del lavoro, enfasi sulla natalità e la famiglia, equiparazione a potenziali criminali delle persone migranti. Qualche segnale di rifiuto delle misure xenofobe più indecenti del governo si è visto, negli ultimi mesi, per esempio in occasione dell’espulsione di giovani di famiglia immigrata che, compiuti i diciotto anni, non sono più coperti dal permesso di soggiorno dei genitori e, se privi dei requisiti di reddito per la residenza, possono essere deportati nel paese di origine dei genitori, dove spesso non hanno mai messo piede; una norma aberrante, introdotta peraltro nel 2016 dai Socialdemocratici. Dopo le polemiche, Åkesson ha battuto in ritirata, contando sulla sua prossima partecipazione al governo per applicarla senza freni, così come tutto il repertorio della remigrazione (trasformazione dei permessi di soggiorno permanenti in temporanei, incentivi al rimpatrio “volontario”, revoca della cittadinanza [sic], e via dicendo). Nonostante le proteste di diverse amministrazioni locali (anche di centrodestra), dipendenti pubblici e giovani contro il razzismo istituzionalizzato, a ora mancano movimenti di massa che possano sfidare l’appiattimento di quasi tutto l’arco politico su programmi e (dis)valori che hanno raso al suolo l’egualitarismo, il femminismo e la solidarietà di cui il paese andava fiero (non senza ipocrisie). Il tempo del conflitto sociale è ora; se vincerà la “nuova” Svezia auspicata da padroni e suprematisti, esso non sarà nient’altro che un’eccedenza di cui sbarazzarsi. (monica quirico)
April 14, 2026
Napoli MONiTOR
MSC, l’America’s Cup e il lavoro volontario
(disegno di sam3) Noi sappiamo tutto del Comandante Aponte e degli affari della Mediterranean Shipping Company (MSC). A ben vedere, c’è l’intera storia dello sviluppo economico del sud Italia dentro la vicenda di questa multinazionale del mare. Il sud come piattaforma logistica da predare e da conquistare insieme al suo esercito industriale di riserva rimasto a languire dopo gli anni delle ondate migratorie. Il sud della disoccupazione giovanile, del lavoro povero e informale, del rischio di povertà che riguarda quasi il quaranta per cento della popolazione. Il sud della migrazione intellettuale.  Noi sappiamo che sotto la guida del fondatore Gianluigi Aponte, MSC è diventata la prima compagnia di navigazione al mondo. MSC non possiede solo navi, ma controlla una rete globale di terminal portuali. Oltre al trasporto merci via mare, il gruppo è leader nel settore crocieristico e sta espandendo la sua presenza nel trasporto ferroviario e aereo. MSC sta investendo i profitti generati durante la pandemia per acquisire asset strategici. Non è un mistero neanche il suo coinvolgimento nel trasporto di armi e materiale bellico da e verso Israele, come riporta un report del Palestinian Youth Movement. Noi sappiamo tutto, e non saranno i segreti bancari vigenti in Svizzera a impedirci di affermarlo. Sappiamo che è un uomo schivo, il Comandante Aponte. Non appariscente come un Bezos o un Musk, ma non diverso da questi signori in termini di visione del mondo. La sua multinazionale costituisce un’infrastruttura indispensabile del capitalismo contemporaneo, rappresenta sia il peso che la bilancia dell’economia globale, è presente in più di tre­cento porti di tutti i continenti e su almeno duecento rotte commerciali, trasportando più di cinque milioni di contai­ner in giro per il globo. Oltre a Gioia Tauro, MSC controlla il porto di Napoli, e ha ottenuto la concessione dell’area destinata al nuovo terminal di levante a San Giovanni a Teduccio, finalizzato a duplicare il volume dei traffici di container, devastando un territorio intero e sottraendo tratti di costa. Ma al di là degli investimenti e delle strategie cannibali, noi sappiamo un’altra cosa sul suo conto, tecnicamente la più rilevante: sappiamo cosa vuol dire, per questo colosso, il lavoro. Sappiamo il meccanismo, conosciamo il significato di questa parola alle orecchie di questi signori famelici. Ci interessa ancora di più definire i dettagli, se si pensa al nesso tra MSC e il territorio napoletano, e al fatto che MSC è anche sponsor della SSC Napoli e dell’America’s Cup, la competizione che si terrà nel 2027 nell’area di Bagnoli. Per inquadrare il significato che costoro attribuiscono al lavoro occorre prima di ogni cosa guardare verso il mare, perché è lì che il modello Aponte affonda le sue radici. Prendiamo una nave qualsiasi della sua flotta, la MSC Paloma. Battente bandiera panamen­se, trecentosettanta metri di lunghezza, una capacità di circa tredicimila container. Il profitto di quella nave dipenderà da tanti fattori, tra cui uno in particolare: un sofisticato meccanismo di arbitraggio giuridico e fiscale che trasforma la nave in un territorio straniero fluttuante. Sebbene la proprietà faccia capo alla famiglia Aponte e al gruppo MSC con sede in Svizzera, l’uso della bandiera di Panama consente all’armatore di operare al di fuori delle normative europee, beneficiando di una tassazione prossima allo zero e di standard di sicurezza meno stringenti che abbattono i costi. Compreso quello del lavoro. È il principio delle “bandiere di comodo”. Equipaggi multinazionali, composti spesso da marinai filippini o indonesiani, contratti che ignorano i minimi salariali e le tutele previdenziali dei paesi occidentali. Si crea così una gerarchia razzializzata a bordo, dove lo stesso spazio di lavoro è regolato da diritti diseguali, rendendo i lavoratori invisibili agli occhi della legge. Tale è la concezione che hanno questi colossi del lavoro. Tale è la condizione di nullità giuridica e sociale che emerge da un modello del genere. Il principio della bandiera di comodo produce il modello del “lavoro di comodo”. Il lavoratore è, di fatto, intrinsecamente violabile. Se scendiamo a terra e osserviamo con attenzione, veniamo a sapere altro. In trent’anni, senza troppi clamo­ri, il Comandante è diventato uno dei più grandi armatori del mondo gestendo un colosso a conduzione familiare come una trattoria di cucina tradizionale. Il modello che ha elaborato è un misto di paternalismo e lavoro di comodo. Sappiamo che la metà circa degli oltre 20 mila lavoratori del gruppo è originaria della Campania, e sarebbe opportuno chiedersi il perché. Troppo mansueti i compaesani di mister Aponte? Troppo ricattabili dallo spettro del non lavoro in terra meridionale? Più facilmente controllabili? Nel quartier generale in Svizzera lavorano almeno trecentocinquanta dipendenti con la sindrome di Stoccolma, che venerano mister Aponte come un santo. A poco a poco il modello MSC del lavoro prende forma. Lo vediamo per quello che è. Che ruolo avrebbero in tutto questo, i sindacati? Lo dicono i fatti. A chi non abbassa la cresta rispetto a questo modello egemonico spetta il licenziamento. Ed è esattamente quello che è successo nei porti di Gioia Tauro e di Napoli, dove MSC di fatto comanda. Ancora un’altra cosa sappiamo. È uscita di recente la notizia della campagna di reclutamento dei volontari per l’edizione dell’America’s Cup di vela prevista per il 2027 a Napoli, di cui MSC è sponsor. Come si legge dal sito, “il programma coinvolgerà centinaia di volontari e rappresenterà uno degli elementi chiave dell’organizzazione dell’evento. Il gruppo più numeroso sarà impegnato a terra, con compiti di supporto logistico e assistenza al pubblico. I volontari saranno presenti nel Race Village e nelle Fan Zone per accogliere i visitatori, fornire informazioni sul programma delle regate e orientare il pubblico tra eventi collaterali e attività dedicate agli appassionati di vela. Non mancheranno opportunità anche in acqua: alcuni volontari saranno coinvolti nelle operazioni di supporto alle regate, contribuendo alle attività organizzative che permettono lo svolgimento delle prove a mare”. Un evento sponsorizzato da una multinazionale del mare che attribuisce un preciso significato alla parola “lavoro”, e che ai nostri occhi appare come un grande processo di speculazione, si avvale di migliaia di volontari che probabilmente accetteranno l’umiliazione senza neanche rendersene conto. Lavoro volontario, gratuito, qualificato, nel sud depresso del lavoro di comodo e della desertificazione industriale. Nel sud della disoccupazione giovanile, del lavoro povero e della migrazione intellettuale, dei “cercasi ragazzo” fuori ai bar del centro storico pieno di turisti che scendono dalle navi da crociera di mister Aponte, navi che intossicano la città mentre sono alla rada. Nel sud dei movimenti dei disoccupati organizzati. Nel sud di MSC. Di recente è stata lanciata una campagna contro questo colosso. Se sappiamo tutto sul suo conto, allora sappiamo anche cosa bisogna fare. (andrea bottalico)
April 13, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Sguardo
(disegno di ottoeffe) È stato arrestato in settimana R.E., diciannovenne dei Quartieri Spagnoli, ritenuto responsabile del ferimento di un sedicenne del Pallonetto con un colpo di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile (gli viene contestato il reato di lesioni aggravate dal metodo mafioso). L’agguato ha avuto luogo in piazza Carolina, dove già a dicembre era avvenuta una sparatoria tra giovanissimi e dove alcuni residenti hanno segnalato nelle ultime settimane scorribande di ragazzini. Da quando ho tredici anni ho assistito alla genesi di svariati tormentoni sulle presunte escalation di violenza degli adolescenti della nostra città, con la costruzione di emergenze che in realtà servivano solo a vendere i giornali, e che venivano trattate ogni volta come un caso eccezionale e meritevole di interventi urgenti, dimenticando che appena sei mesi o un anno prima si era parlato delle stesse identiche cose. I comportamenti di questi ragazzi venivano denunciati come il picco massimo di gravità mai raggiunto nella storia del mondo, o un fenomeno a cui mai si era assistito prima di allora. Periodicamente, in realtà, si trattava delle stesse situazioni che tornavano sotto la stessa forma, o appena diversa: gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine con il coltello al Vomero, le guerre di cinghiate a Soccavo, le uova con i chiodi il Martedì Grasso, gli spari fuori al Metropolis, la moda del tirapugni, gli spari fuori al My Toy, poi di nuovo gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine dei cellulari a Montesanto e così via. Una volta, mentre intervistavo Hanif Kureishi, parlando della violenza negli stadi mi disse che il tema non esisteva, perché la questione non riguardava gli stadi ma la violenza nella società: «Hai mai provato ad uscire il sabato sera a Newcastle?», mi chiese (io gli dissi che ci avevo vissuto, capii cosa volesse dire e la conversazione si spostò su altro). È nella stessa prospettiva che l’unica risposta del mondo degli adulti alla presunta escalation di violenza giovanile – che se fosse stata davvero tale, in una curva in costante ascesa da trent’anni, vedremmo oggi i ragazzini girare coi bazooka pronti ad ammazzare chiunque intralci la loro strada – è stata la violenza stessa. Da un libro in fase di scrittura, riporto alcune delle misure del cosiddetto Decreto Caivano, ultimo atto del processo di criminalizzazione degli adolescenti del nostro paese, evidentemente senza successo, se questi continuano ad accoltellarsi e a spararsi sfogando la loro frustrazione ogni volta che possono: Tra i vari provvedimenti il decreto prevede: l’estensione dell’applicabilità del cosiddetto Daspo urbano ai minorenni maggiori di quattordici anni (multa e divieto di accesso fino a tre anni ad aree urbane, pubblici esercizi e locali, applicabile a soggetti considerati “socialmente pericolosi” o anche solo a denunciati per alcuni reati, nda); l’inasprimento delle sanzioni per il reato di porto abusivo di armi e per il reato di spaccio in casi di lieve entità; l’applicazione potenziale anche ai minori della misura dell’avviso orale del questore, con la possibilità di vietare il possesso e l’utilizzo di dispositivi cellulari; l’introduzione del cosiddetto “ammonimento”, sempre da parte del questore, con convocazione del minore e dei genitori e del pagamento di una sanzione amministrativa che va dai duecento ai mille euro. (per chiudere la questione consiglio due importanti articoli pubblicati da questo giornale, il primo di g. e il secondo di Marica Fantauzzi). E lo sguardo? Mi sono perso. Lo sguardo è il nuovo tormentone, o meglio lo è la cosiddetta “guerra degli sguardi”, claim lanciato da Dario Del Porto dalle colonne di Repubblica Napoli, nel solito pezzo (etimologicamente) patetico che i giornalisti napoletani scrivono, sempre uguale, dopo ognuna di queste tragedie o fatti gravi. Articoli che se non parlassimo di cose serie farebbero ridere, ma no, scusate, fanno proprio piangere. Segue incipit: La “guerra degli sguardi” poteva spezzare la vita di un altro giovanissimo e ancora una volta in pieno centro della città. È questo lo scenario delineato dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pool anticamorra della Procura sul ferimento di un ragazzino di 16 anni raggiunto da colpi d’arma da fuoco la notte tra il 31 marzo e il primo aprile in piazza Carolina, proprio alle spalle della prefettura e a due passi da piazza del Plebiscito. (dario del porto, napoli, la guerra dei ragazzini armati: spari per uno sguardo di troppo) (credits in nota 1) Vorrei aver imparato meglio, ma un uomo mai conosciuto come Fabrizio De Andrè è stata forse la persona che più mi ha insegnato a non giudicare in ogni momento il prossimo, soprattutto se il mio sguardo muove da una posizione di privilegio. Nel ventennale della sua morte, Guido Harari ha pubblicato su di lui un bel libro fotografico, Sguardi randagi, in cui mostra trecento immagini del poeta, in bianco e nero e a colori, con a corredo due testi di suo figlio Cristiano e della sua compagna Dori. Una delle foto più belle è quella che ritrae FDA steso per terra nei corridoi del palasport di Bologna, durante le prove di un concerto, mentre dorme appoggiato a un termosifone. (foto di guido harari) In Tre madri De Andrè racconta di tre donne, madri dei condannati a morte Tito, Dimaco e Gesù. L’album è stato scritto durante il Sessantotto, quando F. non aveva neppure trent’anni e ragionava sulle contraddizioni e le sfide che insidiavano il suo spirito antiautoritario in un mondo in fiamme. Così è anche l’album: poetico e prosaico nei versi e nei contenuti, contro ogni autorità, appunto, e in fondo contro ogni eroe – non è un caso che il grande assente sia in fondo proprio Gesù, che compare soprattutto per bocca e pensieri degli altri personaggi. I vangeli apocrifi, in realtà, che sono stati ispirazione per FDA, non parlano neppure del dialogo tra Tito e Gesù sulla croce, mentre De Andrè consegna a questo ladro, condannato in croce dall’ingiustizia del mondo più che dell’Impero, l’ultima parola del disco. Nell’album lo sguardo di Tito è sincero e blasfemo, soprattutto quando smonta uno a uno i comandamenti inventati dai potenti e assurti a dogma nei secoli, riconoscendo allo stesso Gesù (“l’uomo che muore”) la funzione di vittima sacrificale del potere. Tito non si pente come nei vangeli ufficiali, anzi rivendica il diritto alla ribellione, e lo fa davanti al dolore delle tre madri, anche se a differenza dei testi sacri non sapremo mai dell’eventuale approvazione di Cristo per questi ragionamenti. Sappiamo invece della tragedia di Maria – non diversa da quella delle altre due madri, che invece le rinfacciano la futura resurrezione di suo figlio – che piange “le braccia magre, la fronte e il volto” di Gesù, sapendo che in quel momento l’unica conseguenza di questa assurda storia del figlio di Dio è stata toglierlo a lei. Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra disgrazia. […] Per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che non è affatto quello dell’indulgenza – perché l’indulgenza si accompagna sempre a qualche amara esperienza – ma della tenera compassione, della sorpresa dolorosa, di non si sa quale altro sentimento, inconcepibile, inesprimibile, che la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché Madre per grazia, Madre delle grazie, la fa la più giovane del genere umano. (georges bernanos, diario di un curato di campagna) Nel 1972 quando Berger pubblica Questione di sguardi, mostrando la nostra incapacità di guardare il mondo in una società intasata dalle immagini, non sa che appena quarant’anni dopo, precisamente il 3 aprile 2012, più di un milione di persone avrebbero scaricato la prima versione della app di Instagram per Android in un solo giorno. Non so se il libro abbia venduto così tante copie e in quanto tempo, ma in fondo questo non ha molta importanza. Le sue analisi restano infatti a distanza di quasi mezzo secolo attuali, mentre dopo appena otto anni Instagram aveva già perso il suo slancio a discapito di una nuova app, quel Tik Tok che stando ai cicli vitali delle ultime tendenze social dovrebbe essere a sua volta in fin di vita. Negli stessi mesi in cui Berger pubblicava I Send You This Cadmium Red – una raccolta delle lettere, dei disegni, di note, appunti e fotografie scambiati negli anni con il suo amico John Christie, tutto accomunato dal colore “rosso cadmio” – un’autrice italiana lo omaggiava (o forse no) scrivendo un testo che portava lo stesso nome del capolavoro del critico inglese (in realtà era una cover di This kiss di Faith Hill). Il brano parla della forza assoluta dello sguardo come strumento di connessione e speranza per un futuro migliore. Che domani torni, che va bene così. Sì, per come mi parli. Tu, perché siamo qui. È questione di sguardi, è un attimo. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando in: La scuola, di Daniele Luchetti (1995)
April 12, 2026
Napoli MONiTOR
Fare gli autobus invece della guerra. La lotta degli operai ex Irisbus-Menarini
(copertina di enrico pantani) L’ennesima crisi industriale attraversa la ex Irisbus di Avellino, ora Menarini spa, la più grande fabbrica italiana di autobus. La contrazione dei volumi produttivi prodotta dall’assenza di commesse da parte delle municipalizzate italiane, nonostante un parco autobus circolante in Italia ormai obsoleto, ha reso strutturale il ricorso alla cassa integrazione. In fabbrica, in alcuni reparti come carpenteria, montaggio e verniciatura, si lavora pochi giorni al mese, con una produzione complessiva di appena trecento autobus all’anno. In questi anni lo stabilimento è stato difeso e tenuto in vita grazie alla lotta dei lavoratori, gli stessi che giovedì 2 aprile 2026, insieme ai lavoratori e ai delegati sindacali Fiom dello stabilimento Menarini spa di Bologna, si sono riuniti ad Avellino per discutere della crisi della società e su come rilanciare la vertenza. Le rivendicazioni sono semplici e, soprattutto, sono quelle di sempre: statalizzazione e rilancio della produzione attraverso l’inserimento nei capitolati d’appalto degli enti locali di misure premianti del contenuto locale delle produzioni manifatturiere. Pubblichiamo dal numero 13 de Lo stato delle città un articolo del novembre 2024 che raccontava la storia dell’ex Irisbus e faceva il punto sulla lotta contro la chiusura e la privatizzazione dello stabilimento.  *     *     * Lo stabilimento ex Irisbus di Flumeri nasce nella seconda metà degli anni Settanta nell’ambito delle politiche per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno. L’investimento nella costruzione della fabbrica, inizialmente destinato alla città di Eboli, viene dirottato in Irpinia dall’allora segretario della Democrazia Cristiana Ciriaco De Mita. È così che su un campo di tabacco della Valle Ufita viene impiantata la più grande fabbrica italiana di autobus. Nel 1999 una joint venture tra l’italiana Fiat Iveco e la francese Renault dà vita a Irisbus Holding, la seconda società per la produzione di autobus nel mercato europeo. Nel 2011 l’accordo tra queste viene sciolto e la proprietà ritorna nelle mani del gruppo Iveco. In questi anni la capacità produttiva dello stabilimento è di sei autobus al giorno. Nel 2002 dalla fabbrica irpina escono mille e cento autobus. «Quando sono arrivata alla Irisbus il primo giugno del 2006 – racconta Silvia Curcio, delegata della Fiom e volto storico della vertenza – c’erano 1.150 addetti. La cosa che più mi colpì fu il forte odore degli alberi di tiglio presenti nel piazzale. A giugno fioriscono. L’odore mi è rimasto ancora impresso nella mente. Le operaie nello stabilimento erano pochissime. Io venivo da quattordici anni di catena di montaggio nello stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco. Quando sono entrata si producevano due tipologie di autobus. Nel mio reparto si produceva il Citelis, utilizzato per le tratte urbane ed extraurbane, su commesse prevalentemente pubbliche. Su un’altra linea si produceva il Domino, un autobus da gran turismo, di quelli che si utilizzano per fare le gite. Poi si produceva anche il 18 metri, un autosnodato che corrispondeva a due pullman messi insieme con una membrana al centro. Si producevano due autobus di linea al giorno e si lavorava su due turni: dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22. Dopo sei mesi vengo spostata al reparto dove si produce il Domino Gran Turismo, in cui eseguivo la preparazione degli sportelli. I committenti della società erano soprattutto enti pubblici: regioni e città. Sulla linea di produzione del Domino avevo discussioni perenni con i capi perché abusavano del loro potere. Io che venivo da un’esperienza di vera lotta alla Fiat di Pomigliano, non mi lasciavo intimidire e gli tenevo testa. A Flumeri la conflittualità in fabbrica non era paragonabile a quella di Pomigliano. Nel 2007, dopo alcune discussioni con i capi perché non ci fornivano i dispositivi di sicurezza, vengo trasferita al reparto 1, la carpenteria-saldatura, dove si assemblavano tubolari per la costruzione delle scocche». A Valle Ufita, per la produzione delle scocche dell’autobus, vengono utilizzati materiali nobili come l’acciaio. Quando il costo della materia nobile comincia a crescere, l’azienda, grazie a un finanziamento pubblico, decide di installare l’impianto di cataforesi: la scocca viene immersa per intero in una vasca piena di liquidi che hanno la funzione di rendere inossidabili i materiali meno nobili. Siamo nel 2006 e l’investimento comporta un massiccio abbattimento dei costi di produzione. L’impianto, diciotto anni dopo, è ancora in funzione. I primi segnali di crisi arrivano nel 2010. L’azienda propone un accordo di mobilità per 135 dipendenti impegnandosi a investire circa otto milioni di euro per il rinnovo dello stabilimento. «Al tavolo convocato dall’azienda viene detto esplicitamente che se la Fiom si fosse rifiutata di firmare l’accordo, la società avrebbe chiuso la fabbrica», racconta Dario Meninno, operaio in pensione ed ex delegato sindacale Fiom nello stabilimento Irisbus. I delegati si confrontano con le segreterie regionali e nazionali e accettano di firmare. Il sospetto, come raccontano lavoratori e delegati, è che l’azienda avesse già intenzione di dismettere lo stabilimento nel 2010 provando a far ricadere la responsabilità della chiusura sui sindacati, sulla Fiom in particolare. In questi anni lo stabilimento ha una capacità produttiva di circa ottocento autobus all’anno: quattro al giorno su due turni. La ristrutturazione, finalizzata a introdurre importanti innovazioni di processo, avrebbe comportato l’eliminazione di un turno di lavoro con un ammanco salariale di cento euro al mese sulla busta paga di ogni operaio. La ristrutturazione è quasi terminata quando a Roma, nel corso di una discussione tra azienda e sindacati sull’andamento degli stabilimenti italiani del gruppo Fiat, la segreteria nazionale della Fiom chiede ai dirigenti della società in che condizioni versi lo stabilimento Irisbus di Valle Ufita. I manager rispondono che lo stabilimento non presenta problemi. La sera del 6 luglio 2011 il delegato Fiom Dario Meninno riceve un fax dal sindacato provinciale: senza giri di parole gli viene comunicato che l’Irisbus avrebbe “cessato la sua attività” il 31 dicembre 2011. Il presidente di Fiat Industrial, Sergio Marchionne, in un’intervista affermerà che lo stabilimento irpino è una fabbrica tenuta in vita dalla politica “perché non ha mai guadagnato una lira nella sua storia”. Lo stabilimento rappresenta per la società solo una zavorra, un peso di cui liberarsi il prima possibile. A seguito dell’annuncio della chiusura, le quotazioni del titolo Fiat in Borsa schizzano alle stelle. Nello stesso anno vengono annunciate anche le chiusure dello stabilimento Fiat di Termini Imerese (1.556 lavoratori diretti), dello stabilimento CNH di Imola (183 lavo- ratori diretti), e di un altro stabilimento del gruppo Iveco a Barcellona (100 dipendenti diretti). Le commesse e le produzioni della Irisbus vengono trasferite in Francia, nello stabilimento gemello di Annonay, deputato alla produzione del Citelis, e in Repubblica Ceca, nello stabilimento di Vysoké Myto, dove erano presenti altri stabilimenti del gruppo Iveco. QUATTRO MESI AI CANCELLI Il 7 luglio 2011 l’edizione irpina de Il Mattino titola: “L’Irisbus spegne i motori in Valle Ufita”. Gli operai entrano in fabbrica, si allertano, discutono ed escono tutti fuori dallo stabilimento. Nasce un corteo spontaneo. Silvia Curcio lo ricorda come se fosse ieri: «Era un giovedì. Il venerdì siamo andati tutti allo stabilimento, anche chi era in cassa integrazione, e abbiamo fatto un’assemblea. In questa assemblea si è deciso di bloccare la produzione e presidiare lo stabilimento perché le intenzioni dell’azienda erano serie. Quel giorno inizia la nostra battaglia». Il picchetto inizia il 7 luglio del 2011 e termina il 31 ottobre 2011. «Abbiamo cominciato che era luglio – continua Silvia – e faceva molto caldo. Io mi sono ustionata le braccia perché indossavamo sempre queste magliette con su scritto Irisbus. Non facevamo entrare nessuno. Dentro c’erano gli autobus finiti e altri che dovevano essere completati entro il 31 dicembre. Dopo un po’ abbiamo iniziato a presidiare notte e giorno perché si temeva che l’azienda portasse via gli autobus. Abbiamo montato una cucina da campo e cucinavamo lì il pranzo e la cena perché altrimenti la gente non riuscivi a tenerla lì. Venivano da comuni lontani, non potevano tornare a casa per pranzo e poi ritornare al presidio. Durante i giorni del picchetto abbiamo iniziato a occupare alcuni comuni irpini per fare pressione su Roma. L’azione più forte, il primo grande corteo, è stato quello del 15 luglio. Conserviamo un video che ti fa rabbrividire a vederlo. Eravamo più di mille persone. Era presente Landini, tutti i sindaci dei comuni irpini, i commercianti della zona, il parroco di Flumeri e tanti cittadini. Io faccio il primo intervento dal furgone per esortare i miei colleghi, le donne soprattutto, a non arrendersi. È stata anche una lotta di donne, la nostra. Erano trentacinque le operaie dello stabilimento e siamo state sempre in prima linea. Durante il corteo c’erano i celerini che formavano un cordone. Noi siamo riusciti a sfondare la barriera e abbiamo invaso l’autostrada. Abbiamo bloccato la Napoli-Bari per una decina di minuti. Con noi c’erano anche i sindaci, sono venuti a nostra tutela altrimenti saremmo stati denunciati. Da quel giorno abbiamo fatto manifestazioni, assemblee, presidi, interventi. Andavamo alle processioni di ogni comune con le magliette dell’Irisbus, anche alla processione per la Madonna Assunta che si tiene il 15 agosto ad Avellino. Il vescovo ci fece mettere davanti alla statua della madonna… Andavamo ai concerti, salivamo sul palco e raccontavamo la nostra vertenza per far capire a tutto il territorio che stavano chiudendo una grande fabbrica, la più grande fabbrica italiana di autobus. La prima volta che siamo andati come Irisbus a protestare a Roma, sotto il ministero dello sviluppo economico, da Valle Ufita partirono undici pullman. Uno era di soli sindaci, poi c’erano quelli dei lavoratori e poi le persone del territorio che venivano a portare la loro solidarietà». Dopo quasi quattro mesi la Fiat decide che bisogna fermare la lotta e andare allo scontro diretto con i lavoratori. Venerdì 14 ottobre, presso la sede di Confindustria, segretari e delegati sindacali incontrano i rappresentanti dell’azienda. La Fiat chiede di abbassare i toni e di tranquillizzare i lavoratori. Nella notte del 15 ottobre 2011, una ventina di autisti assoldati dall’azienda fanno ingresso nello stabilimento con lo scopo di forzare il picchetto e portare via gli autobus. Quella notte a picchettare ci sono soltanto due lavoratori. Quando uno dei due si accorge che qualcuno furtivamente sta provando ad aprire il cancello della fabbrica, prende la macchina e la mette di traverso davanti alla porta carraia per impedire l’uscita degli autobus. I due operai iniziano a telefonare a tutti i lavoratori che, in pochi minuti, accorrono ai cancelli della fabbrica. Gli autobus fermi rappresentano per la proprietà un costo insostenibile. Per gli operai, invece, l’uscita delle macchine dallo stabilimento significa la fine della lotta. Gli operai sono intenti a presidiare la porta carraia quando alcuni di loro individuano il gruppetto di autisti e lo blocca ai tornelli di accesso allo stabilimento. Pochi secondi e iniziano i tafferugli. Dopo una mezz’ora arrivano Digos e carabinieri. A seguito dei disordini scattano le denunce per settantadue operai. L’unica operaia a essere denunciata è Silvia Curcio, anche se non ha partecipato agli scontri. Alle denunce segue una richiesta di risarcimento danni per due milioni e duecentomila euro ai settantadue operai, per aver costretto l’azienda a pagare ai committenti le penali per la mancata consegna delle macchine. Arrivano infine sette lettere di licenziamento: cinque indirizzate ai lavoratori, una a un delegato Fiom e un’altra a un delegato Uil. Il 31 ottobre, nella sede locale di Confindustria, l’azienda propone un accordo: chiede di terminare il presidio, di far uscire gli autobus dallo stabilimento e di far rientrare al lavoro gli operai fino al 31 dicembre. In cambio si impegna a ritirare denunce, licenziamenti e richieste di risarcimento danni. Su indicazione del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, i delegati Fiom decidono di indire un’assemblea. I lavoratori dello stabilimento sono chiamati a decidere. L’assemblea si tiene il 2 novembre – “l’accordo dei morti”, lo chiameranno più tardi i lavoratori. Unitariamente si decide di accettare le condizioni imposte dall’azienda. I delegati sindacali si recano in Confindustria e firmano l’accordo. Il 3 novembre gli operai rientrano in fabbrica e continuano a produrre fino al 31 dicembre dello stesso anno. Il primo gennaio 2012 inizia la cassa integrazione di due anni per cessazione di attività. Il presidio dell’ex Irisbus, durato centosedici giorni, rappresenta uno dei più lunghi nella storia delle mobilitazioni operaie negli stabilimenti del gruppo Fiat dal dopoguerra a oggi. LA LOTTA CONTINUA La decisione della Fiat di dismettere lo stabilimento si inserisce in un piano di complessivo ridimensionamento delle attività produttive in Italia. «Alla fine del 2012 – racconta ancora Silvia Curcio – non sapevamo più che fare. Era passato un anno e non ci sentivamo neanche più per telefono, tanto eravamo delusi e arrabbiati. Su Facebook mi imbatto nella vertenza della Breda Menarinibus di Bologna. Anche lì volevano dismettere lo stabilimento, stavano per essere ceduti a una società turca. Ognuno conduceva la propria battaglia, però erano vertenze isolate. Ci incontravamo durante gli scioperi, le manifestazioni, ma niente di più. Dunque, trovo questi compagni di Bologna e gli dico “ma perché non mettiamo insieme le due lotte, le due vertenze?”. Nessuno credeva a una possibilità del genere perché noi eravamo un’azienda privata e loro un’azienda pubblica. Mi intestardisco e nella sede della Camera del Lavoro di Avellino riesco a far incontrare i delegati del consiglio di fabbrica di Flumeri con quelli di Bologna. A distanza, con il vivavoce, perché allora non esistevano le videochiamate. Si inizia così a discutere e nell’ottobre 2012 facciamo il primo incontro a Modena. Durante un’assemblea di tutti i delegati della Fiom nazionale capiamo che bisogna fare pressione sulla politica e chiedere un intervento pubblico». Dopo l’assemblea di Modena, nella sede della Cgil di Grottaminarda i lavoratori scrivono una bozza di mozione con l’ex parlamentare del Pci Raffaele Aurisicchio. La mozione viene poi consegnata a un parlamentare irpino di Sel, Giancarlo Giordano, il quale avrebbe dovuto coinvolgere e far firmare la mozione ai parlamentari emiliani. Nella mozione si chiede di creare un “polo del trasporto pubblico locale” su gomma mettendo insieme due stabilimenti: l’ex Irisbus di Flumeri e la Breda Menarinibus di Bologna. L’operazione riesce. L’unico partito a non votare la mozione è la Lega, che si astiene. Iniziano così gli incontri al ministero in vista della creazione del polo. La presenza di Breda Menarinibus nella nuova società è fondamentale perché lo stabilimento emiliano è l’unico in Italia a possedere le licenze per produrre gli autobus. Con la chiusura della fabbrica di Flumeri, infatti, la Fiat ha portato via anche le licenze per la costruzione delle vetture. L’accordo viene firmato nel dicembre del 2014. Dalla fusione tra ex Irisbus e Breda Menarinibus il primo gennaio del 2015 nasce una nuova società: Industria Italiana Autobus (IIA). L’ottanta per cento del capitale è nelle mani di Tevere Spa, società che fa capo all’imprenditore Stefano Del Rosso, e il venti per cento nelle mani del colosso pubblico Finmeccanica. Nella quota di Tevere Spa è presente una quota di Karsan, azienda turca produttrice di autobus, e una quota appartenente all’imprenditore pugliese Luciano Vinella, patron di Sita Sud e capo della Finsita Holding Spa. Il prezzo a cui Del Rosso rileva lo stabilimento irpino, come scritto nelle carte, è pari a mille euro: un prezzo simbolico, o un regalo, come sostengono gli operai. Una volta costituita la società si aspetta il contratto di sviluppo con Invitalia per ottenere un finanziamento e far partire la società. Il contratto di sviluppo da trenta milioni di euro viene firmato dopo un anno e mezzo, nel settembre 2016. Dopo l’intervento pubblico dall’alto, ottenuto dai lavoratori attraverso mesi di conflitto, a Flumeri bisogna rimettere in piedi lo stabilimento. Occorre industrializzare il sito perché la Fiat ha portato via tutto lasciando solo l’impianto di cataforesi. Il tetto è sfondato, piove dappertutto e bisogna fare grandi interventi. La prima cosa che si inizia ad allestire è la carpenteria. I primi sette lavoratori entrano nel 2016. Le tute blu bolognesi vengono ad attrezzare le linee per permettere ai loro colleghi irpini di produrre gli autobus da otto metri. Inizia anche la formazione e pian piano gli operai vedono nascere le prime linee di produzione. Con una commessa di quaranta macchine destinate alla città di Messina si inizia a produrre i primi autobus dal colore rosso e nero. «La vernice era bellissima – racconta Silvia –. Quando abbiamo messo in moto il primo autobus è stata un’emozione forte. Però non eravamo rientrati tutti, una buona parte era ancora in cassa integrazione perché la produzione di questi autobus da otto metri richiedeva meno manodopera. Con il tempo abbiamo incrementato il lavoro in tutti gli altri reparti: la verniciatura, l’allestimento, ecc. Nel 2018 c’è stato uno stop e abbiamo fatto un po’ di cassa integrazione perché le commesse non erano tante». Le difficoltà per Del Rosso iniziano a presentarsi verso la metà del 2018. Uno dei soci di Tevere Spa, il patron di Sita Sud Vinella, abbandona la società. Vinella, che insieme a Sita Sud possiede una flotta di circa tremilacinquecento autobus, propone il revamping degli autobus per dare lavoro allo stabilimento. Del Rosso non è disposto a cedere la leadership e prende il comando da solo. Con l’u- scita di Vinella dalla società, Del Rosso inizia ad avere difficoltà economiche. A luglio la società non paga gli stipendi agli operai e ad agosto paga solo metà stipendio. Del Rosso convoca il consiglio di amministrazione per recarsi dal notaio e depositare i libri in tribunale per il fallimento. Le tute blu irpine con i loro colleghi di Bologna rispondono organizzando un presidio sotto lo studio del notaio a Roma. All’uscita dei manager dal palazzo, gli operai capiscono che non c’è partita e che l’azienda sarebbe presto fallita. Nel 2018 arriva il primo governo Conte. I parlamentari irpini del Movimento 5 Stelle sono cinque. Quelli campani sono molti di più. Gli operai cominciamo ad attraversare i comizi organizzati dal Movimento per esercitare pressione sulla politica. Il giorno della vigilia di Natale del 2018 il governo pentastellato salva dal fallimento la IIA, nomina un nuovo amministratore delegato e un nuovo capo del personale. Del Rosso viene escluso dalla società. Il salvataggio pubblico determina una riorganizzazione delle quote in seno alla società: il 28.65% va a Leonardo Spa (ex Finmeccanica), il 28,9% alla turca Karsan Otomotiv, e il 42,76% a Invitalia. Nel 2019 la IIA diventa una società a maggioranza pubblica. Progressivamente tutti gli operai rientrano a lavoro su una commessa ottenuta da Del Rosso per la produzione di mille macchine. Alla fine del 2019 rientrano a lavoro anche tutti gli operai in cassa integrazione. SMANTELLAMENTO PROGRAMMATO La forza lavoro dello stabilimento di Flumeri passa dai settecento addetti del 2011 ai trecento del 2019. Nel febbraio 2020, sessantacinque nuovi addetti, la maggioranza giovani al di sotto dei trent’anni, fanno il loro ingresso nell’azienda attraverso un contratto di lavoro in somministrazione. Come sottolinea un lavoratore di linea, «la produzione non è mai andata a pieno regime perché c’erano sempre problemi: si mettevano i soldi per acquistare i materiali, poi non consegnavi le commesse e dovevi pagare le penali. Non c’è mai stata una vera ripartenza ma un continuo stop and go. Poi si sono alternate varie società. Facevano i consigli d’amministrazione, mettevano le liquidità e un minuto dopo stavamo punto a capo, perché solo per pagare gli stipendi a noi e ai lavoratori di Bologna ci volevano tre milioni di euro al mese. A questi devi aggiungere i costi di gestione e il costo dei componenti che dovevi pagare ai fornitori, altrimenti non ti consegnavano i pezzi. Per un periodo abbiamo avuto addirittura due amministratori delegati. Poi uno è andato via ed è rimasto solo quello di Leonardo, che è arrivato nel 2021 ed è rimasto due anni. Si occupava degli acquisti ed è stato un disastro totale: materiali che non arrivavano, altri materiali comprati che non servivano… La mia impressione è che erano venuti per fare un’operazione precisa, cioè per portarci sull’orlo del fallimento. La verità è che Leonardo non ci voleva stare nella società e l’ha sempre manifestato. Hanno sperperato un sacco di soldi pubblici. Spesso abbiamo dovuto rinegoziare le commesse: si impegnavano a fare quattrocento autobus ma ne potevamo fare solo duecento, perché non arrivavano i componenti giusti e non riuscivamo a consegnare nei tempi. Leonardo non è l’officina sotto casa. È una multinazionale partecipata dallo Stato, un colosso. Un manager di una società del genere è impossibile che non sappia gestire la supply chain…». Negli ultimi anni i lavoratori hanno sempre chiesto al governo di mantenere il controllo pubblico della società, di vigilare sulla gestione e di contrastare l’operazione di smantellamento programmato. I loro sospetti nei confronti di Leonardo Spa vengono confermati con l’arrivo del governo Meloni. Nella notte del 10 luglio 2024, l’Industria Italiana Autobus viene privatizzata. Il novantotto per cento della società viene ceduto al gruppo Seri Industrial Spa e il due per cento rimane nelle mani di Invitalia. La società diventa quasi completamente a maggioranza privata. A tre mesi dall’acquisizione, l’unico cambiamento introdotto dal nuovo management ha riguardato il nome dell’azienda: da IIA a Menarini Spa. La fabbrica oggi conta trecentocinquanta dipendenti a tempo indeterminato e sessantasei lavoratori in somministrazione assunti nel 2024. Nello stabilimento gli operai sono fermi perché le forniture tardano ad arrivare. Il piano industriale del gruppo Seri prevede la produzione di cinque autobus al giorno. Un gruppo cinese ha manifestato interesse a rilevare una quota del venticinque per cento ed entrare in società con Seri, ma a oggi non esiste ancora un’ipotesi di accordo. «Noi – dice Silvia con la determinazione di sempre – siamo stati in grado di mantenere attiva questa vertenza e di riaprire uno stabilimento con la stessa vocazione industriale. Abbiamo tenuto testa a imprenditori e governi e dopo tredici anni siamo ancora qui a parlare di autobus. Se ci fossimo arresi lo stabilimento sarebbe stato chiuso nel 2011. Con la lotta abbiamo permesso ai nostri colleghi di andare in pensione, a tanti operai di continuare a percepire il salario e di far assumere anche dei giovani. Io avevo cinquant’anni quando è successo. Dove andavo a quell’età? Chi mi avrebbe preso a lavorare? Quello che abbiamo sempre chiesto e che continuiamo a chiedere è che la società sia pubblica. Non è vero che il pubblico non funziona. Questo è un luogo comune. Il pubblico non funziona perché ci hanno mandato i peggiori manager a fare un’operazione di smantellamento programmato. Alla fine è stata anche una scelta politica, la loro: preferiscono fare la guerra e non gli autobus. Si poteva fare e si può fare ancora. Se hanno intenzione di chiudere lo stabilimento devono sapere che noi siamo disposti a fare una lotta ancora più dura. Non ci fermeremo certo dopo tredici anni». (giuseppe d’onofrio)
April 10, 2026
Napoli MONiTOR
Un ricordo di Pietro Gargano
img Si è spento ieri a ottantatré anni Pietro Gargano, giornalista del Mattino (del quotidiano di via Chiatamone è stato caporedattore centrale fino al 2008) e studioso della musica napoletana. Nel 2015 Gargano ha completato la pubblicazione della Nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana, opera in nove volumi la cui scrittura lo aveva tenuto impegnato per tutto il precedente decennio. In quella occasione andammo a visitarlo nella sua casa al Cavone e ci fermammo per una lunga intervista. Riproponiamo a seguire quel testo. *     *     * Pietro Gargano è un giornalista del Mattino, oggi in pensione dopo oltre cinquant’anni di lavoro per lo stesso quotidiano. Lo scorso martedì ha presentato, al teatro Mercadante, l’ultimo dei sette volumi della sua Nuova Enciclopedia illustrata della canzone napoletana (Magmata Edizioni). Ne abbiamo approfittato per incontrarlo e parlare con lui del suo lavoro, della musica napoletana, e del suo lungo viaggio nel mondo del giornalismo. Nella presentazione alla tua Enciclopedia si richiama esplicitamente quella di Ettore De Mura. Quali sono i punti di contatto tra le vostre ricerche? De Mura è stato un eroe. Il suo lavoro è uscito nel ’68, quando non c’era computer né internet, e tutte le ricerche le ha fatte girando, sporcandosi le scarpe. Senza la sua opera non ci sarebbe stato nessun lavoro successivo. Certo c’è una differenza di metodo, connessa con i cinquant’anni che stanno in mezzo alle due cose. Le sue erano schede vere e proprie, mentre io ho fatto un lavoro in cui il giornalista prevale, soprattutto per gli autori che ritengo importanti, per i quali ho scritto dei lunghi articoli, dei ritratti, con un tentativo di valutazione critica. Ma una enciclopedia è una enciclopedia, ha un ordine alfabetico e un approccio informativo, per cui solo in coda ai volumi ci sono alcune sezioni monotematiche, appendici sui teatri, gli editori, e così via. In un certo senso il mio è un completamento del lavoro di De Mura, perché alcune figure si sono evolute, altre sono nate. Per esempio, ho fatto un tentativo di inglobare il mondo neomelodico, che forse è stato un errore, perché poi alcune parabole che sembravano avviate in una certa direzione non si sono rivelate tali. È stata una scelta delicata… Io sono convinto che il fenomeno neomelodico sia il riflesso di un buco nella cultura di questa città. La ragazzina di tredici anni che rimane incinta in un rione popolare, storicamente trovava i suoi cantori in Di Giacomo, Viviani, Bovio, poeti e narratori che si occupavano di quella Napoli. La stessa canzone di giacca non ha avuto una continuazione all’altezza della sua tradizione. C’è stata la canzone di malavita, che è un’altra cosa, e poi nulla. Anche se generalizzare è sbagliato… anche per la musica neomelodica. Per esempio, c’era una ragazza bravissima, Stefania Lay, con una voce di assoluto livello, che oggi non canta più. E lei ha cantato questa canzone, ‘A Libertà, con un testo protofemminista, un po’ rudimentale, ma forte. Tra i “fatti nuovi” c’è il fenomeno hip hop. Un fenomeno che meriterebbe strumenti di analisi critica adeguati, perché questi da anni stanno facendo i migliori versi in città. Sono gli unici autentici, c’è un racconto della realtà per come è. E musicalmente è successa una cosa straordinaria: a me sembra che la melodia che sta nella testa di ogni napoletano abbia preso il sopravvento, e siano usciti dei tessuti musicali molto belli. Quanto tempo è necessario per dar vita a un lavoro di questa mole? Io non me n’ero accorto, ma ci ho messo nove anni. Non ne potevo più francamente, ma sono contento di averla fatta. Dal mio punto di vista è stato un doppio tentativo. Il primo politico, nel portare al centro un “valore”, come quello della canzone napoletana, che non è un cascame folklorico, ma una forma d’arte popolare. Poi c’era l’idea di dare degli strumenti a chi se ne vorrà occupare un domani. Dal punto di vista del metodo ho avuto la fortuna che, da quando è venuto fuori il computer, ho cominciato a raccogliere tutto quello che potevo. E così quando ho deciso di fare questo lavoro avevo il vantaggio di un materiale già “organizzabile”. Ma la fase di accumulazione va indietro negli anni, prima avevo scritto un libro per Rizzoli, con Gianni Cesarini, che è un grosso critico non solo della canzone napoletana; e poi un altro lavoro per Selezione dal Reader’s Digest, con allegato una decina di nastri. Uno spazio importante lo hanno due manifestazioni storiche per la diffusione della musica napoletana: la Piedigrotta e il Festival di Napoli. L’importanza maggiore l’ha avuta la Piedigrotta. E se ne sa pure poco per quanto riguarda la tradizione più antica. De Simone, per esempio, è convinto che più che una sfilata di carri, all’inizio fosse una sfilata di carrette! Con i campagnoli che venivano dalla provincia a portare i broccoli, che alla fine si sfidavano a inventare e cantare. Proprio De Simone conserva una collezione di canti per Santa Maddalena, nati in queste occasioni, che sono di una bellezza senza pari. Oppure per dirne un’altra, anni fa, un amico che era un attore di sceneggiata, m’invitò a Montevergine per seguire il filone della tradizione che voleva si portasse la canzone più applaudita della Piedigrotta davanti alla Madonna, per eseguirla in presenza dell’abate. E vidi questi ragazzini delle più importanti famiglie dei suonatori di mandolini e di chitarre, che cantavano «Simme jute e simme venute, quanti grazie ca avimm’ avuto!» e poi dopo le canzoni nuove. Col tempo c’è stato un certo distacco da parte dei monaci, poi la guerra alla processione dei femminelli… Il Festival invece è stato un tentativo di portare sul mercato la canzone napoletana. Il primo si fa nel ’52, quando l’asse della capitale della musica era già spostata su Roma e Milano. Napoli prova a resistere, con la Phonotype e altre case discografiche, ma anche con i fascicoli della Piedigrotta, i giornali specializzati. In pochi anni il Festival diventa una cosa importante, e non è nemmeno vero che fosse deteriore da un punto di vista qualitativo, perché ci sono state canzoni bellissime. Anzi, puntando a un mercato non solo napoletano si cominciarono ad accogliere anche autori stranieri, ci fu uno scambio di esperienze. A mio avviso una delle canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni è Sciummo, che è di Concina, un settentrionale. Poi gradualmente la cosa si deteriorò, nel ’71 si fece l’ultimo Festival, anzi si arrivò solo al livello delle ultime prove finché la televisione non ritirò le telecamere. C’era stata una sparatoria, a Santa Lucia, otto colpi di avvertimento contro un autore. E poi una guerra di carta bollata, per canzoni che erano state escluse senza essere visionate, anche se va detto che gli imbrogli li hanno sempre fatti. Con grande responsabilità dei giornalisti, che avevano monopolizzato la giuria… È possibile individuare il più grande tra gli interpreti? Il più grande per me è Pasquariello. O almeno quello che si avvicina più al giusto modo di affrontare la canzone napoletana. I tenori, a parte Caruso, cantano di voce, mentre la canzone napoletana è basata sulla poesia, per cui interpretarla significa coglierne il senso. Non a caso, Caruso era stato un posteggiatore e quindi un interprete vero, non solo dal punto di vista del sentimento, della pronuncia, dell’esposizione, ma anche della gradualità della voce. Il posteggiatore sa quando deve urlare, perché la sala è grande e rumorosa, ma sa pure che se sta interpretando una serenata per due innamorati, la stessa canzone va sussurrata. E in questo Pasquariello è insuperabile. Comunque le grandi voci sono tantissime. C’è stata una cantante eccezionale, Lina Resal, che morì a trent’anni e non ha lasciato molto materiale, o anche Elvira Donnarumma. Io sono appassionato dai riformatori, e quindi ci metto anche Carosone, straordinario pianista e uomo ironico, capace di smontare tutti i luoghi comuni della musica non solo napoletana; ma anche Peppino Di Capri, che quando nessuno cantava più la canzone napoletana l’avvicinò ai giovani, terzinandola. E poi i due più grandi interpreti prima di Pino Daniele, che sono stati Bruni e Roberto Murolo. Sergio Bruni rappresenta oggi l’immagine della tradizione… È la continuazione della tradizione, di una tradizione di confine, dove avvengono sempre le cose più importanti. Perché lui nasce a Villaricca, un posto che non era più campagna ma non è diventata mai città. Per cui riprese il canto a fronna, tra l’altro inguaiando varie generazioni di interpreti, che nel tentativo di imitarlo fecero schifezze mai viste, rovinandosi pure la voce. Con Bruni ho litigato tantissime volte. Aveva un caratteraccio, ma anche una dignità di sé straordinaria. Un esempio di rigore assoluto. C’è l’aneddoto della luna, che io racconto, emblematico del suo modo di lavorare. “Un aneddoto esemplare del perfezionismo di Bruni lo racconta Nino Masiello. Nel ’68 Masiello dirigeva un concerto del maestro alla Casina dei Fiori. Bruni pretese, con educata fermezza, lo spostamento di un faro che, a suo dire, gli allungava il naso. Furono messi due faretti, ma anch’essi furono sostituiti. Tutto sembrava finalmente andar bene, ma a un certo punto il cantante strinse gli occhi e indicò un’altra luce di fronte. «Spostiamo pure quella», disse. Intervenne il suo segretario: «Maestro, chella è ‘a luna!»“. (da: p. gargano. nuova enciclopedia illustrata della canzone napoletana / I volume) Nei tuoi lavori ci sono figure femminili di primo piano, a cui raramente viene attribuita l’attenzione che meriterebbero. Da qualche tempo ho in testa l’idea di scrivere una storia della canzone napoletana al femminile. Forse questa mancanza è anche retaggio di antichi costumi, perché fino a un certo punto essere una posteggiatrice era vietato, ed essere una cantante era sinonimo di zoccola. La stessa Ria Rosa ha avuto solo successivamente una eco forte, il suo femminismo molto istintivo era quasi una rivincita. Nel periodo del café-chantant ci sono racconti di dietro le quinte in cui le sciantose, queste donne fatali, allattavano ‘o piccirillo dietro il sipario, e contemporaneamente connesso a loro c’era un mondo di sfide a duello, gioventù debosciata e nobile, suicidi, ammazzamenti. Finché arriva una donna brutta, forse addirittura insignificante, come Elvira Donnaruma, che riesce ad avere un grande successo e lo fa, come dice Cangiullo, altro grande autore di canzoni napoletane, “come un’anguilla di carne elettrizzata”. E infine c’è quel fenomeno straordinario di Giulietta Sacco, che ha avuto una carriera meno importante di quanto non meritasse. Inguaiata da un musicista, che se la teneva e la trattava malissimo. Poi ebbe una crisi mistica, la decadenza fisica. Ma la sua carriera è durata poco, interrotta nel momento migliore, quando si stava liberando dall’eco del fado che teneva in testa – perché st’Amalia Rodriguez, diciamoci la verità, è stata un incubo per tutte le cantanti napoletane… Un’altra specificità sono le rivalità, quasi delle guerre musicali. Sono una costante, anche se parecchie sono costruite. Nel senso che a disputarsi le simpatie del pubblico, i tifosi si moltiplicano di qua e di là. È il caso di Mario Merola e Pino Mauro, per esempio. Merola aveva una personalità dirompente, anche se Mauro cantava meglio. Però Mauro non aveva quella presenza ingombrante o la forza di Merola nello striscio. Un’altra, verissima invece, è quella tra Mirna Doris e Angela Luce, che dura anche ora che hanno più di settant’anni. Lì ci fu un fatto privato dietro, perché il compagno di Mirna la lasciò per Angela Luce, e lei rischiò di finire in galera, perché le voleva fare lo sfregio. Grandissime voci, ma se tu inviti a una delle due non puoi invitare l’altra. Che opinione hai della sceneggiata? Ho una buona opinione, anche se ha avuto bisogno di iscriversi a un partito per salvarsi, perché se non arrivava il Festival dell’Unità era morta e sepolta. Recentemente c’è stato Ottaviano, l’ultimo a portarla in giro con un po’ di successo, ma temo ci abbia rinunciato anche lui, ed è un peccato, perché credo sia un genere che abbia diritto di sopravvivenza. Certo, se uno si mette a leggere tutto col codice civile in mano è la fine. È una cosa che va contestualizzata, ma è un genere portatore di valori assoluti: la mamma, la gelosia, la vendetta, cose che stanno pure in Shakespeare. Quello della sceneggiata è stato l’ultimo genere ad avere un radicamento popolare vero. Anche durante gli ultimi tentativi, quelli di Geppy Gleijeses, vedevi nei teatri quelle reazioni istintive, la gente che alluccava: Accirele! Questa di Gleijeses, negli anni Novanta, era molto efficace, c’erano Pino Mauro e Mirna Doris, poi Ciro Capano, Antonio Buonuomo. Su Mirna Doris hai scritto un libro, in cui la presenti come l’erede più importante della tradizione femminile. Mirna è una mia cara amica, quel lavoro è stata una scommessa e credo sia una buona narrazione del suo personaggio. È una donna fragile ma tosta, con grandi valori. Ora sta cantando poco, dopo che ha fatto per una decina d’anni il programma di Limiti, con un successo straordinario. Andai con lei un paio di volte, perché Limiti mi chiese di scrivergli dei testi – poi lo fecero fuori – ma con Mirna non si riusciva a camminare per Milano, la gente la fermava ogni dieci metri. In generale hai scritto diversi lavori biografici. Hai un metodo generale nel costruire un rapporto con la materia e la persona che racconti? Quando ci si mette a lavorare alla biografia di una persona sarebbe importante costruire un rapporto più autentico possibile, ma non sempre è facile. Le persone che parlano per ascoltare se stesse non mi piacciono. A me piace ascoltare, ma non ascoltare solo quello che l’intervistato vuole. L’intervista non è un monologo. E quindi hai delle difficoltà, soprattutto con gli artisti, che oggi sono costruiti, hanno qualcuno alle spalle che gli suggerisce cosa dire, come muoversi, con chi parlare. Ovviamente dipende dallo spessore del personaggio che intervisti. Con Maurizio Valenzi è stata una tragedia. Noi lavoravamo così: lui raccontava, io prendevo appunti, scrivevo, e il giorno dopo rileggevamo. E puntualmente durante la rilettura lui alzava la mano: «Fermo. Non si può scrivere. Danneggia il partito!». «Ma ‘o partito nun esiste cchiù!», facevo io, perché il PCI era finito, e forse pure i DS. Allora subito: riunione di cellula. Prima telefonata: Giorgio Napolitano, per avere il consiglio massimo. Poi Geremicca, e tutti gli altri. Così si convocava questa riunione con gli ex capi operai delle fabbriche napoletane, che tenevano tutti ottantacinque-novant’anni. E che venivano chiamati per colpa mia a casa di Valenzi, dove votavano per alzata di mano se una cosa si poteva scrivere o meno. È stato un lavoro molto travagliato… L’ultima grande litigata, al termine della quale me ne andai, e poi fui richiamato per terminare il libro, fu per una cosa di questo genere, una storia molto efficace per il racconto di quello che era stato il PCI. È la storia di quando Maurizio fu arrestato, condannato all’ergastolo e trasferito in treno da un carcere diciamo decente, a un altro al confine con l’Algeria, la famosa “fossa del diavolo”. Nel frattempo, Liz, la moglie, era stata arrestata anche lei ma liberata, per avere distribuito materiale di propaganda. E allora il partito clandestino la avvisa, e le dicono: «Maurizio passa, in treno, a quest’ora da questa stazione per il trasferimento. Vai là e mandagli questo messaggio». Il treno si ferma nella notte, e Maurizio si affaccia in condizioni pietose: senza un capello, cadaverico, con i pidocchi che gli camminavano addosso. Lei lo vede, si scorda della parola d’ordine e scoppia a piangere. E il giorno dopo la espellono dal partito. Ho fatto una battaglia per scrivere questa cosa, e alla fine sono riuscito a infilarla. (riccardo rosa)  
April 9, 2026
Napoli MONiTOR