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Gaza Cola arriva nei punti vendita Unicoop Firenze
In vendita in settanta punti vendita Unicoop Firenze: il 5% del ricavato di vendita sostiene il progetto Gazaweb di ACS ONG per garantire connettività e accesso alle comunicazioni alla popolazione palestinese. di Sara Barbanera su Informatore Gaza Cola arriva nei punti vendita di Unicoop Firenze: l’iconica lattina nata nel 2023 da un’idea dell’attivista e regista palestinese Osama Qashoo, da oggi è disponibile sugli scaffali dei principali Coop.fi in Toscana – settanta in totale – nella doppia versione normale e senza zucchero. Un prodotto che va ben oltre il gusto Parte del ricavato sostiene il progetto GazaWeb, promosso dalla ONG ACS – Associazione di cooperazione e solidarietà Onlus – per garantire alla popolazione civile connettività e accesso alle comunicazioni nella Palestina devastata dal conflitto. Per ogni lattina venduta, il 5% del ricavato di vendita verrà devoluto al progetto GazaWeb, nato per sostenere le comunità vulnerabili del territorio palestinese dove gli attacchi diretti alle infrastrutture di telecomunicazione civili, le restrizioni all’accesso all’elettricità e le interruzioni tecniche dei servizi di telecomunicazione rendono impossibile qualsiasi comunicazione e l’accesso a Internet. Senza internet, senza telefono, in una situazione di guerra, le comunità perdono la loro possibilità di rimanere unite: per rompere il muro di isolamento e mantenere i contatti all’interno delle comunità, è nato GazaWeb, un progetto collettivo realizzato da un gruppo di informatici volontari.  Attraverso l’utilizzo di e-sim, smartphone, power bank, il progetto aggira il blackout, captando i segnali radio per connettersi alle reti presenti in Israele o Egitto. Una soluzione partita dal basso per fornire una rete di comunicazione e informazione alla popolazione locale. > Come contribuire al progetto Gaza Web > > Si può contribuire al progetto GazaWeb anche donando direttamente > al crowdfunding “Fai crescere gli Alberi della rete a Gaza” attivo al > link coopfi.info/sostienigazaweb L’iniziativa è stata presentata venerdì 17 aprile presso il Coop.fi di Novoli, a Firenze, alla presenza di Osama Qashoo, fondatore di Gaza Cola, Manolo Luppichini, referente media per ACS e coordinatore della piattaforma GazaWeb, Francesca Gatteschi, direttrice soci Unicoop Firenze e di Claudio Vanni, responsabile relazioni esterne Unicoop Firenze. Un sostegno concreto al popolo di Gaza «Con questa iniziativa vogliamo far arrivare la nostra vicinanza e il nostro sostegno concreto alla popolazione di Gaza, martoriata da un conflitto senza fine e colpita da una crisi umanitaria sempre più grave. Da oggi sui nostri scaffali è in vendita la Gaza Cola, un simbolo di resistenza, speranza e libertà attraverso il quale è possibile dare un sostegno concreto alla popolazione civile e al progetto GazaWeb, nato per riaccendere il filo che connette Gaza al mondo. Per non restare indifferenti di fronte alla violenza che dilaga nella Striscia di Gaza, lanciamo questa nuova iniziativa che si aggiunge a quanto già fatto a sostegno del popolo palestinese con le raccolte alimentari e la raccolta fondi per le borse di studio per gli studenti palestinesi. Invitiamo tutti i nostri soci e clienti a dare un piccolo sostegno con l’acquisto di Gaza Cola, disponibile da oggi in oltre settanta Coop.fi», dichiara Francesca Gatteschi, direttrice soci Unicoop Firenze. Un simbolo di libertà e resistenza  «Il nostro viaggio è iniziato con una semplice idea: e se ogni sorso che fai potesse aiutare a ricostruire Gaza? Da qui, da questo pensiero, è nata Gaza Cola. L’idea è offrire una bevanda frizzante che, oltre a dissetare, porti con sé un messaggio di solidarietà e resistenza, facilmente accessibile a tutti. Per noi è come un “piccolo cavallo di Troia” che, attraverso una semplice lattina, diffonde il nome di Gaza nel mondo, promuovendo la ricostruzione e opponendosi alla distruzione. La Gaza Cola rappresenta un simbolo di libertà e un mezzo attraverso il quale tutti, con un piccolo contributo, possono dare un sostegno alla popolazione palestinese. Oltre all’aiuto diretto in questa fase di estrema emergenza umanitaria, il progetto Gaza Cola ha l’obiettivo di promuovere l’indipendenza economica palestinese attraverso un prodotto che rappresenti un esempio di “commercio e non di aiuto”. Ringraziamo Unicoop Firenze per avere aperto le porte a Gaza Cola, dando così un importante sostegno al progetto», dichiara Osama Qashoo, fondatore di Gaza Cola. «Quello di GazaWeb dimostra che l’ingegno collettivo può far rinascere l’umanità, anche sopra alle macerie e dentro una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili come quella che è in corso a Gaza: è un progetto collettivo, promosso dalla ONG ACS e nato realizzato da una rete di intelligenze che si impegnano per fare la differenza e che hanno lavorato con mezzi di fortuna ma con la volontà di superare ogni difficoltà e ogni embargo per garantire alla popolazione i contatti con il mondo e dentro le comunità. È un’iniziativa che vuole ripristinare le connessioni, soprattutto quelle umane, e abbattere il muro di isolamento che circonda Gaza. Il progetto è partito con un primo aiuto economico, un crowdfunding e, ora, potrà beneficiare di nuovi aiuti grazie alla vendita di Gaza Cola nella rete di Unicoop Firenze che ringraziamo per avere accolto la proposta di collaborazione», dichiara Manolo Luppichini, referente media per ACS e coordinatore della piattaforma GazaWeb. La storia di Gaza Cola Gaza Cola è una bevanda analcolica al gusto cola nata nel 2023 da un’idea dell’attivista e regista palestinese, rifugiato a Londra dal 2003, Osama Qashoo attraverso la Palestine House, una realtà di Londra che sostiene la comunità palestinese in tutto il mondo. Gaza Cola, che esiste in doppia versione normale e senza zucchero, viene distribuita in Italia da Equodistro di cui Osama Qashoo (fondatore di Palestinian House) fa parte come garante del progetto. Originariamente i fondi raccolti tramite la vendita di questa bevanda erano devoluti alla ricostruzione dell’ospedale Al Karama, ma questo obiettivo è stato reso impossibile dal perpetuarsi del conflitto. Per ora quindi i fondi vanno a sostenere presidi sanitari e tende da campo che operano nella Striscia, ma è Palestine House che determina di volta in volta questa parte di benefit. Equodistro, che la distribuisce in Italia, ha deciso di nascere per “raddoppiare la solidarietà” e destina invece i ricavi alla ong ACS per sostenere progetti vitali come GazaWeb (connettività sotto i bombardamenti), SOS Gaza (assistenza medica di emergenza), 100x100Gaza (ricostruzione dal basso), Olivi cultura di pace (difesa e rigenerazione del territorio). È un prodotto nato come segno di solidarietà con il popolo palestinese: la lattina è contraddistinta dai colori della bandiera palestinese, le strisce verdi, bianche e nere, su cui svetta un triangolo rosso ed ha come claim “il gusto della libertà”: è diventata un simbolo di resistenza ma anche un prodotto per dare un sostegno diretto e concreto alla popolazione palestinese. La vendita nei Coop.fi andrà a sostenere il progetto GazaWeb.   Il progetto GazaWeb Da inizio ottobre 2023 ad oggi il traffico internet a Gaza è diminuito di oltre l’80%. Le interruzioni sono state causate da una combinazione di attacchi diretti alle infrastrutture di telecomunicazione civili, restrizioni all’accesso all’elettricità e interruzioni tecniche dei servizi di telecomunicazione. L’accesso universale alla comunicazione, alle fonti di informazione e all’interazione attraverso la rete telefonica e internet è un diritto riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma a Gaza è costantemente negato. Per contrastare l’embargo e attivare sistemi di comunicazione stabile con Gaza, la ong ACS ha lanciato il progetto Gazaweb. L’ambizione di GazaWeb è di progettare un sistema complesso per garantire accesso universale alla comunicazione alle comunità vulnerabili e nei casi di emergenza umanitaria, a Gaza come in altri scenari di crisi internazionale. Le situazioni dove il diritto di accesso universale alla comunicazione è negato si contano a dozzine, infatti, e Gaza è solo la più macroscopica delle violazioni dei diritti umani digitali in corso. Un comitato tecnico di professionisti del settore comunicazione, informatico e legale, coordinato dalla ong ACS, ha individuato alcune opzioni per fornire accesso agli strumenti di comunicazione a una parte della popolazione gazawi. eSIM hotspot: gli alberi della rete L’intervento di emergenza più rapido sul quale GazaWeb sta investendo risorse e raccogliendo i primi incoraggianti risultati sono gli eSIM – hotspots, ovvero gli Alberi della Rete. ACS ha intenzione di “piantare” un buon numero di Alberi della Rete nei campi profughi e nelle altre aree dove le reti telefoniche non sono accessibili. Una serie di cellulari di ultima generazione consentono il collegamento ai network internazionali anche con le eSIM, carte sim virtuali che (tramite l’attivazione di un codice) svolgono le stesse funzioni di una SIMcard tradizionale. Inviando il codice di attivazione eSIM a chi possiede uno di questi apparecchi, si possono attivare collegamenti alle reti cellulari egiziane o israeliane dall’interno della striscia di Gaza. La ong ACS ha allestito, in coordinamento con i propri cooperanti presenti a Gaza, una serie hot-spot via wi-fi connessi a internet tramite eSIM, ognuno dei quali permette la connessione a 50 ulteriori apparecchi. In questo modo anche chi non è in possesso di cellulari di ultima generazione può agganciarsi a internet tramite il segnale wi-fi irradiato dall’Albero della Rete. Mentre nell’area costiera la connessione si aggancia a livello stradale, nelle aree interne bisogna elevare l’apparecchio ricevente di diversi metri per entrare nel campo di irradiazione. Ma i “giardinieri della rete” a Gaza hanno escogitato uno stratagemma: una volta attivati, infilano i cellulari che forniscono il wi-fi in un cestello insieme al powerbank e, tramite corda e carrucola, vengono issati su un palo, alto abbastanza da consentire la connessione. Questa strategia non è solo mirata a mantenere aperto un flusso d’informazione da Gaza verso il resto del mondo. L’impatto fondamentale degli Alberi della Rete ricade sulla popolazione stessa, per mantenere saldi i legami sociali fra chi vive una condizione catastrofica e ha bisogno di comunicare con i propri affetti, sparpagliati sotto le bombe nelle diverse aree abitate della striscia. Più eSIM si riescono ad attivare, più si infittisce il bosco degli Alberi della Rete e le relative connessioni. GaSH! – GaWeb Social Hub Dopo la tregua dell’ottobre 2025, Gazaweb trasforma l’emergenza in futuro. Nascono i Gazaweb Social Hub (GASH): due centri fissi a Gaza City e all’università di Khan Younis. Il contesto è devastato: infrastrutture accademiche e reti di comunicazione distrutte, migliaia di studenti senza internet né spazi per studiare. Gli hotspot di emergenza avevano mostrato che la connettività è vita – per l’educazione, per gli aiuti, per i legami familiari. Ora l’obiettivo è restituire accesso stabile allo studio, alla comunicazione e alla connettività digitale tramite la creazione di due centri tecnologici permanenti. I GaSH offriranno ambienti sicuri, connessione affidabile per lezioni online ed esami, e formeranno tecnici locali per la gestione della rete. Perché gli studenti sono il cuore della ricostruzione culturale e professionale del paese. Così, mentre il mare continua a portare storie di flotille e resistenza, a est il sole sorge davvero: su due luci accese che dicono Gaza non è solo macerie. Gaza studia, Gaza vive. I punti vendita dove trovare la Gaza Cola Firenze Coverciano, Colle di val d’Elsa, San Casciano in Val di Pesa, Siena Frondaie, Barberino d.M., Firenze Cimabue, Firenze Carlo del Prete, Bientina, Firenze Gavinana, Agliana, Empoli via Sanzio, Pontedera via Terracini, Prato via delle Pleiadi, Monsummano Terme, Montemurlo, Quarrata, Santa Mari a Monte, Firenze via Forlanini, Figline e Incisa Valdarno, Certaldo, Pisa Porta a Mare, Lucca viale Puccini, Firenze Ponte a Greve, Firenze piazza Leopoldo, Pontassieve, Poggibonsi via Salceto, Borgo San Lorenzo, Firenze Le Piagge, Castelfiorentino, Pistoia viale Adua, Fucecchio, San Giovanni V.no, Sansepolcro, Lucca via di Tiglio, Prato Fabbricone, San Miniato, Sesto via Pratese, Campi Bisenzio, Massa e Cozzile, Lastra a Signa, Arezzo viale Amendola, Montevarchi via dell’Oleandro, Centro dei Borghi, Sesto Fiorentino viale Petrosa, Sovigliana, Sesto F.no Colonnata, Pisa Cisanello, Ponsacco, Impruneta, Firenze Isolotto, Empoli via della Repubblica, Asciano, Bibbiena, Buonconvento, Chianciano,Chiusi, Camucia, Foiano, Montesansavino, Monteroni d’Arbia, San Gimignano, Sinalunga, Torrita di Siena, Castiglion Fiorentino, Siena San Miniato, Taverne d’Arbia,Rosia, Subbiano, Terranuova Bracciolini, Stia.   Ne hanno scritto anche: La Nazione; Il Tirreno; Nove da Firenze
April 20, 2026
ACS italia
VIK. Quindici anni dall’uccisione di Vittorio Arrigoni
di Meri Calvelli 15 aprile 2011 – 15 aprile 2026. Quindici anni dall’uccisione di Vittorio Arrigoni a Gaza. Questo ritratto è stato realizzato da un giovane Abdullah che frequentava il Centro Vik a Gaza e che vorrebbe “rimanere umano”. Fu una vicenda tragica l’uccisione di Vittorio,  che purtroppo preannunciava la continuazione di tanti altri orrori.  Vittorio Arrigoni era un attivista italiano per i diritti umani, arrivato la prima volta a Gaza nel 2008 con la prima e unica Flotilla che riuscì a rompere il blocco navale imposto da Israele sulle acque palestinesi.  Vittorio era un attivista che usava il reportage come strumento di denuncia. Nei suoi reportage condannava le azioni militari repressive di Israele, parlava con le persone e portava all’attenzione la situazione abusante vissuta dalla popolazione civile palestinese nella Striscia.  Il 14 aprile 2011 fu rapito a Gaza da un gruppo salafita, chiamato Tawhid wal-Jihad, in contrasto aperto con Hamas, che chiedeva la liberazione di alcuni loro membri detenuti e lo accusava di essere troppo vicino al sistema politico occidentale. Vittorio moriva tragicamente prima della scadenza dell’ultimatum.  Ma il suo “Restiamo Umani” vive oggi più che mai.  E’ un appello che trascende confini e ci impone di recuperare la nostra umanità, come l’unica prospettiva possibile da cui guardare il mondo e l’unica qualità imprescindibile con cui attraversarlo.  Oggi, all’indomani della partenza della Flotilla e mentre molte altri navi stanno salpando, ricordiamo Vittorio che sventola la bandiera palestinese dalla sua barca, e auguriamo Buon Vento alla flotta.  Restiamo Umani.
April 14, 2026
ACS italia
La Solidarietà Deportata
di Maurizio Giacobbe – Micropolis Intervista a Meri Calvelli – ACS ONG e Centro Culturale Vik In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. Questo dipende dal blocco dei permessi alle Ong che non intendono sottostare alle richieste di Israele? Sì, certo, noi avevamo le registrazioni che ci per- mettevano di operare in Israele e nei territori palestinesi, le avevamo da decenni con il Ministero degli Affari Sociali israeliano. Lo scorso anno quel ministero è stato cancellato e sostituito con il Ministero della Diaspora e dell’Antisemitismo e quindi ci hanno chiesto una nuova registrazio- ne che prevedeva la cessione dei dati dello staff locale e dei loro familiari. Una profilazione completa del personale? Era richiesta una serie di dati sensibili che ci sia- mo rifiutati di cedere; stiamo facendo pressioni sugli avvocati, però per il momento la situazio- ne è questa ed è così per tutte le organizzazioni internazionali, a partire dalla Caritas, da Medici senza frontiere, che in questo momento su Gaza è l’organizzazione più attiva ed è riuscita a por- tare nella Striscia medici per coprire la grande necessità di cure. Ora però stanno cominciando a vietarne l’entrata. E così è per noi. Questo ren- de tutto più difficile: al posto nostro operano i palestinesi, riescono a farlo perché sono a casa loro, provano a tenere insieme tutto e noi li so- steniamo da fuori. Quali sono i progetti che ACS ha portato avanti negli anni? ACS opera dal 1999 e su tutti e due i territori; io personalmente vivo e lavoro nella striscia di Gaza e in Cisgiordania da 25 anni. A Gaza si poteva entrare soltanto con permessi militari già da allora, ma quando è arrivata l’autorità di Ha- mas, quindi dal 2006, hanno proprio sigillato tutto; noi entravamo perché c’era un accordo, un visto di lavoro che ce lo permetteva. Abbiamo cominciato con l’agricoltura – abbia- mo ancora adesso progetti sull’agricoltura con le varie associazioni di base di contadini, sia in Cisgiordania che a Gaza – e poi abbiamo nel tempo allargato anche ad altro, in particolare attività educative, socio educative, psicosociali, di sviluppo, sui rifiuti. I settori da coprire a Gaza non mancavano sicuramente. Avevamo anche allargato gli scambi culturali con le università, con gli Erasmus, avevamo tantissime attività sportive, soprattutto rivolte ai giovani, per i quali in genere non c’era molta attenzione. Ne è un esempio il progetto Gaza Freestyle. Quando ancora era possibile far entrare a Gaza ragazzi e ragazze per fare attività con i giovani, abbia- mo costruito impianti sportivi, rampe di skate, il tendone del circo per le scuole circensi, che ancora esistono e vogliono lavorare. Il tendone era stato molto difficile portarlo dentro, però è stato bombardato, così come le rampe di skate e il parco. Erano progetti che avevano una vera funzione sociale e che purtroppo oggi non ci sono più, anche se i ragazzi continuano a fare attività fuori da quegli spazi. So che ci sono anche gruppi di giovani che praticano il parkour, disciplina sportiva che mette alla prova l’abilità di compiere un per- corso superando qualsiasi genere di ostacolo in modo rapido, efficace, spettacolare. Nel documentario One more jump queste squa- dre si allenano sulle macerie della Gaza bom- bardata. Quel documentario lo abbiamo promosso noi; abbiamo cercato di stare dietro a queste cose e diffonderle il più possibile, perché pensiamo che sia una delle dinamiche necessarie. La diploma- zia culturale, piuttosto che altri tipi di diploma- zia che non danno risposte, può essere una delle modalità più giuste per connettersi con quel mondo. Domanda: Con quali fondi avete realizzato quei pro- getti? I fondi che utilizzavamo venivano da bandi pub- blici gestiti dalla Cooperazione internazionale italiana, quindi dal nostro Ministero degli Este- ri, che ha sede a Gerusalemme, oppure dall’U- nione Europea o da fondazioni private. Negli ultimi due anni la Cooperazione italiana, come altre, ha tolto o tagliato i fondi, quindi abbiamo Gli olivi e tutto il resto li hanno piantati e curati i palestinesi. Chiaramente a Gaza la situazione è più disperata, hanno distrutto tutto e non c’è più la possibilità di usare i terreni, perché in questo momento gli abitanti stanno nelle ten- de sul mare, sulla spiaggia. Man mano che gli toglievano i terreni, ripiegavamo sugli orti do- mestici, costruivamo serre; quando si trovava un pezzettino di terra si continuava a piantare quel che era possibile. Gli aiuti alimentari, invece, da sempre andavano ai profughi. Poi chiaramente sono cresciuti bisogni differenti, questa non è stata la prima guerra, questa è la più lunga, la soluzione finale che Israele vuole dare alla questione palestinese, quindi ci sono bisogni che riguardano la condizione psicologica della popolazione, gli interventi educativi, socio educativi, psicosociali, per tutto quello che cominciato a sostenere i progetti attraverso dei crowdfunding e stiamo andando avanti così. Prima del 7 ottobre avevamo avviato un altro progetto, che è stato immediatamente bloccato, era un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana sulla gestione dei rifiuti, la chiusura di una discarica e la riabilitazione dei terreni e dei parchi pubblici. Avevamo già costruito i desalinizzatori ma ci hanno bloccato i fondi e ci stanno chiedendo di spostare il progetto in Cisgiordania perché il nostro governo non ha nessuna intenzione di finanziare alcunché su Gaza, ma Gaza è un po’ diversa dalla Cisgiordania e chia- ramente dovremo cambiare diverse cose. Torniamo per un momento all’agricoltura: nei primi anni 2000; prima della chiusura to- tale della striscia, che peso aveva l’agricoltura a Gaza? Era possibile fare conto sui prodotti locali per l’autonomia alimentare? A Gaza c’era tantissima terra molto fertile; l’a- gricoltura, insieme alla pesca, era una delle atti- vità remunerative con le quali i gazawi si sostenevano. Esportavano fragole, anche Israele se le comprava e poi le rivendeva come produzione propria, ma erano le fragole di Gaza, così come tutti gli altri alimenti. Gaza era un’oasi. Negli anni, un po’ per volta, gli hanno tagliato gli alberi da frutto: aranci, limoni… Come fanno in Cisgiordania con gli olivi… Anche in Cisgiordania l’agricoltura era molto avanzata e la terra fertile. I giardini fioriti non li hanno costruiti gli israeliani, ma i palestinesi. le guerre scaricano sulla popolazione civile. In questa situazione di emergenza di camion per le distribuzioni di beni primari, cibo, coperte ecc. ne abbiamo potuti mandare pochi perché Israele ha da subito bloccato tutto l’aiuto materiale. Solo i camion commerciali entrano. Quello che riusciamo a mandare sono i soldi che poi vengono ridistribuiti tra le famiglie bisognose, le più vulnerabili, per comprare il cibo al mercato nero. La popolazione di Gaza però non abbandona l’idea di restare su quella terra. Oggi abbiamo molti progetti, che sono quelli che loro ci propongono, le attività che permettano loro di sopravvivere, tra cui appunto le scuole tenda. Le scuole non ci sono più, però ci sono gli studenti. A partire dalle scuole dell’infanzia per fi- nire con le università, gli studenti vogliono studiare, aspirano ancora a un futuro di studi che non hanno mai voluto abbandonare, oggi con- sentito dagli operatori che ancora ci sono e che fanno scuola dentro queste tende. Da qui partono anche i gemellaggi con le scuole italiane, per un verso simbolici, però importanti per gli studenti, per far loro sapere che c’è chi è attento alla loro condizione; per l’altro, un sostegno economico per pagare gli insegnanti e comprare i materiali didattici. Gli educatori si danno un gran da fare e molti hanno iniziato anche come volontari perché nessuno li ha più pagati. Avete esteso questo progetto ad aree della Cisgiordania oppure è attivo soltanto su Gaza? In Cisgiordania l’attività delle scuole tenda è limitata ad alcune zone dove vivono i beduini: le scuole UNRWA sono state svuotate e adibite ad altro perciò vengono allestite le tende, che peral- tro rispecchiano la loro cultura. È difficile dire quanti sono oggi gli studenti che riescono a proseguire gli studi, ma penso nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ogni ten- da scuola ospita 40-50 alunni; nelle zone degli sfollati, dove gli studenti sono più numerosi, la frequenza è organizzata in turni. Sul fronte universitario, dal 2015 avevamo atti- vato un Erasmus, sia a Gaza che in Cisgiordania, con l’Università di Siena. Gli studenti italiani erano accolti nelle università palestinesi e i palestinesi a Siena. In questi ultimi anni di guerra gli atenei erano chiusi, talvolta distrutti, ma la richiesta degli studenti era di continuare a dare gli esami; hanno avuto la possibilità di farlo online supportati da un altro nostro progetto, quello degli Alberi della Rete, grazie al quale si dava la possibilità di avere la connessione in alcune aree che ne era- no sprovviste. Gli Alberi della Rete, che stiamo continuando a realizzare, li abbiamo ulteriormente ampliati con degli Hub Center, centri di connessione che in alcuni casi, dove ci sono ancora strutture agibili, sono forniti di tavolini e connessione wifi, in atri sono realizzati in tende. Ci sono difficoltà per procurarsi il materiale per una didattica tradizionale? E per le metodologie basate sulle nuove tecnologie? Di diversi libri, in partenariato con alcuni editori, abbiamo supportato la stampa, di altri testi scolastici abbiamo fornito la versione digitale. I materiali didattici per bambini ora si riescono a trovare anche dentro la Striscia, comprandoli sempre al mercato nero. La questione digitale, la connessione, l’elettricità, sono cose che si stanno risolvendo pian piano perché per l’elettricità siamo riusciti ad attivare un po’ di pannelli solari e c’è un sistema che fa uso di un gruppo elettrogeno, dal momento che la benzina costa un po’ di meno, però non è una cosa stabile. È stata anche riattivata parzialmente la connessione wifi attraverso la rete Jawal, che è la compagnia mobile palestinese, e Paltel che è la compagnia di telecomunicazione palestinese. Durante le azioni militari o quando circolano droni, però, la connessione è disturbata. Che la tregua a Gaza non sia mai davvero ini- ziata è noto ai più, ed è comprensibile che un rallentamento delle operazioni militari abbia lasciato spazio alla speranza, ma pochi giorni dopo l’intervista è circolata la notizia che l’esercito israeliano sta preparando i piani per una ripresa massiccia delle ostilità. Il pretesto è che Hamas non ha deposto le armi e questo non permette di avviare la fase due del “piano di pace”. Le migliaia di violazioni della tregua da parte di Israele, i 600 palestinesi uccisi e i 1500 feriti nella ‘fase uno’ non sono neppure presi in considerazione, così come il perdurare dell’occupazione militare di gran parte del territorio della striscia. Con ogni probabilità i problemi che a Meri parevano lentamente avviati a soluzione si acutizzeranno e noi torneremo a parlare degli Alberi della rete, cui abbiamo solo accennato, sperando che riescano, come prima, a connettere Gaza col resto del mondo, mantenendo vivi i legami affettivi e non permettendo lo sradicamento delle relazioni umane, obiettivo non secondario della guerra.
March 9, 2026
ACS italia
100x100GAZA: Torna, con una seconda edizione dall’11 al 15 febbraio 2026, la mobilitazione nazionale di solidarietà attiva per Gaza
PER CONTRIBUIRE ALLA RACCOLTA FONDI PER I PROGETTI ATTIVI NELLA STRISCIA DI GAZA 👉 QUI: LINK ALLA CAMPAGNA DI CROWDFUNDING 100X100GAZA SU PRODUZIONIDALBASSO. 100x100gaza è una mobilitazione straordinaria di solidarietà nata nel 2025 per rispondere collettivamente alla catastrofe umanitaria provocata dal genocidio inflitto da Israele alla popolazione di Gaza. Un’iniziativa che unisce azione diretta, consapevolezza e solidarietà, riaffermando che di fronte alla distruzione e alla sofferenza non è possibile restare indifferenti: prendere posizione è oggi un dovere civile, politico e umano. La prima edizione, svoltasi dal 9 al 13 aprile 2025, ha registrato una partecipazione ampia e diffusa, con oltre 200 iniziative auto-organizzate in tutta Italia e all’estero. Associazioni, collettivi, spazi culturali, circoli sportivi e singoli cittadini hanno dato vita a concerti, presentazioni di libri, cene solidali, eventi benefici, tornei sportivi, aste e iniziative artistiche, all’interno di una cornice temporale fortemente simbolica: 100 iniziative in 100 ore di solidarietà. L’obiettivo iniziale di raccogliere 100.000 euro è stato ampiamente superato: in appena 100 ore sono stati raccolti circa 130.000 euro, interamente destinati ai progetti di emergenza nella Striscia di Gaza promossi da ACS ONG e dalle campagne SOS Gaza, Emergenza Gaza, GazaWeb e Women With Gaza. Negli ultimi due anni, queste progettualità di emergenza – sostenute da associazioni, collettivi e reti internazionali, comprese quelle promosse da 100x100gaza – hanno rappresentato un presidio fondamentale di sostegno alla dignità umana in un contesto di distruzione senza precedenti. In mezzo alle macerie materiali e psicologiche, hanno permesso di mantenere vivi i semi della collettività solidale gazawa, capace di organizzarsi dal basso per rispondere ai bisogni immediati: cibo, acqua, cure, ma anche parola, relazioni, arte e memoria. Semi coltivati quotidianamente da operatori, insegnanti, artisti e attivisti, che continuano a preservare la rete del mutuo soccorso. FEBBRAIO 2026: UNA NUOVA EDIZIONE Dopo la riuscita della prima edizione torna 100x100gaza nel febbraio 2026, dalle ore 20:00 di mercoledì 11 alle 23:59 di domenica 15 febbraio. Questa nuova maratona di eventi sarà focalizzata sulla riconnessione del tessuto solidaristico e di mutuo soccorso nella Striscia di Gaza. Dopo due anni di isolamento, dispersione e frammentazione, l’obiettivo è sostenere una fase nuova: ricostruire i legami, riconnettere le energie, ricomporre il tessuto sociale e solidale. Un passaggio che significa accompagnare l’impegno degli attivisti palestinesi dal solo fronte dell’emergenza verso una stagione di ricomposizione e rinascita comunitaria, in cui il sostegno internazionale non sia soltanto assistenza, ma alleanza consapevole e condivisa. In queste settimane sono già in corso tentativi di allestire luoghi fisici di socializzazione a Gaza: spazi sicuri e funzionali per incontrarsi, scambiare risorse e visioni, condividere strumenti, rafforzare coesione, capacità operativa e trasparenza. L’obiettivo è innescare azioni collettive di supporto capaci di restituire fiducia, protagonismo e continuità alle reti locali. APPELLO ALLA PARTECIPAZIONE Dal 11 al 15 febbraio 2026, ogni realtà può partecipare alle 100 ore di solidarietà attiva di 100x100gaza. Associazioni, collettivi, spazi sociali e culturali, scuole, circoli sportivi o semplici gruppi di amici possono organizzare una o più iniziative: concerti, cene solidali, tornei, letture pubbliche, mostre, workshop, raccolte fondi e molto altro. Organizzare è semplice: * crea l’evento seguendo le indicazioni sul sito www.100x100gaza.it * scarica i materiali grafici e comunicativi * promuovi l’iniziativa sui social, in collaborazione con @100x100gaza PER CONTRIBUIRE ALLA RACCOLTA FONDI PER I PROGETTI ATTIVI NELLA STRISCIA DI GAZA 👉 QUI: LINK ALLA CAMPAGNA DI CROWDFUNDING 100X100GAZA SU PRODUZIONIDALBASSO.   Per maggiori informazioni sui progetti sostenuti: www.100x100gaza.it Instagram: @100x100gaza 📧 support@100x100gaza.it PROMOTORI DELL’INIZIATIVA ACS ONG – ASSOCIAZIONE DI COOPERAZIONE E SOLIDARIETÀ L’Associazione di Cooperazione e Solidarietà è il partner italiano e in loco a Gaza di Nazra. È un’organizzazione non governativa senza scopo di lucro. Da oltre 20 anni operiamo in aree critiche del Sud del mondo con progetti di emergenza e sviluppo sostenibile. Lavoriamo  in rete in un’ottica di cooperazione partecipata, affiancando e dando supporto a comunità e istituzioni locali. La filosofia alla base della nostra azione rifiuta l’approccio dell’aiuto occidentale esportato, per perseguire un obiettivo di sviluppo sinergico che mira alla progressiva indipendenza delle realtà locali. www.acs-italia.it   ARCI  (Associazione Ricreativa Culturale Italiana) è un’ampia associazione di promozione sociale italiana che unisce migliaia di circoli, case del popolo e associazioni per promuovere cultura, socialità, solidarietà, inclusione e partecipazione democratica attraverso eventi, corsi, attività ricreative e spazi di aggregazione. Fondata nel 1957, oggi l’organizzazione è presente su tutto il territorio italiano e conta circa 1.050.000 tra soci e socie e oltre 4.000 circoli aderenti.   GAZA FREESTYLE FESTIVAL Nasce nel 2014 con il nome Festival delle Culture. Diventa nel 2017 Gaza Freestyle Festival , ciò che conoscete oggi, cioè una collettività di persone che si divide in cinque sottogruppi: il gruppo skate, il gruppo donne, il gruppo musica, il gruppo media e il gruppo writing. Nonostante gli ostacoli causati dall’occupazione siamo riusciti ad entrare nella Striscia di Gaza diverse volte a partire dal 2018. Dall’ottobre 2023 la rete delle collettività che animano Gaza Frestyle, si è prontamente attivata con la campagna SOS GAZA, per portare sostegno diretto ai bisogni della popolazione gazawa vittima degli atti genocidari del governo israeliano.   PROGETTO REC  Ricerca e Cultura in Palestina nasce come progetto di solidarietà con il popolo palestinese. La scelta di intervenire in Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza, trova fondamento nel riconoscere in quella terra la limitazione all’autodeterminazione di un popolo oppresso da un’occupazione sempre più violenta ed estesa e il concretizzarsi di una mentalità, tutta occidentale, che ritiene di poter decidere a tavolino della vita di intere popolazioni. Siamo interessatə a diffondere in Italia la realtà della Palestina attraverso la voce di chi la vive, uscendo dalla narrazione mainstream che la descrive solamente come un territorio martoriato e senza speranze.   E con la partecipazione del CENTRO DI SCAMBIO CULTURALE VIK Il Centro Italiano di scambi culturali Vik, con sede a Gaza City, è stato fondato da Meri Calvelli, cooperante da trent’anni in Palestina, per favorire lo scambio, l’incontro e la contaminazione tra i giovani e tra i popoli e per garantire un accesso su Gaza, nella convinzione che solo vedendo con i propri occhi, vivendo e sperimentando un luogo, si possano costruire basi di pace. La pace viene dalla comprensione che nasce nell’incontro delle culture. https://www.facebook.com/centrovikgaza  
February 2, 2026
ACS italia
Raccontare è un atto politico – Il corpo delle donne come campo di battaglia
RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO. In questo video le voci delle sopravvissute https://www.acs-ong.it/wp-content/uploads/2025/11/Video-VBG-copia.mp4 DADAxCONGO nasce da questa urgenza: ridefinire la narrazione di guerra attraverso le voci delle sopravvissute, aiutare e creare un ponte con le reti di mutuo aiuto locali, denunciare l’impunità e il silenzio internazionale. DADAxCONGO è uno sforzo per metterci in rete e rompere il tetto del silenzio, sostenere le organizzazioni locali e amplificare le voci delle comunità congolesi. Non possiamo dare sostegno umanitario senza restituire la dignità del racconto e delle storie alle voci e ai corpi cui appartengono. > Mettiti in rete. > > PARTECIPA AL CROWDFUNDING DADAxCONGO – Solidarietà è Sorella > > Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme. > > Scrivici su uff.stampa@acs-italia.it, > > Organizza un evento sul tuo territorio, diffondi.
November 26, 2025
ACS italia
Il corpo delle donne come campo di battaglia – Parte 2. La violenza sessuale sulle donne durante il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo
> RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO.  RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING > DADAxCONGO. > > Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.   Réseau des Femmes pour un Développement Associatif Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix International Alert Capitolo 3 La posizione delle donne e le percezioni socio-culturali della violenza sessuale nel Sud Kivu Per comprendere le ragioni per cui si verificano tali atti di violenza sessuale, è necessario prendere in considerazione la situazione sociale ed economica delle donne nel Sud Kivu. Una conoscenza approfondita del modo in cui vengono percepite le relazioni di genere nella società e, soprattutto, delle attitudini degli uomini nei confronti del corpo femminile in tempo di pace — sia nel Sud Kivu che nei Paesi limitrofi da cui provengono alcuni autori di queste violenze — permette di capire più chiaramente come tali atrocità abbiano potuto verificarsi. Questo capitolo analizza quindi brevemente la posizione delle donne nella società del Sud Kivu, e il contesto socio-culturale ed economico in cui vivono. 3.2 Il significato dello stupro nel contesto tradizionale del Sud Kivu Sebbene lo stupro sia sempre esistito nella società tradizionale del Sud Kivu, esso è stato comunque considerato un atto profondamente riprovevole e un’estrema umiliazione per la vittima e per la sua famiglia, in particolare per il marito. Pertanto, tra i Fulero e i Vira che vivono intorno al Lago Tanganica e lungo il fiume Ruzizi, una donna che fosse stata stuprata non rientrava immediatamente a casa. Inviava invece un messaggio al marito per informarlo di quanto accaduto. Egli allora si armava di una lancia e partiva alla ricerca dello stupratore,che doveva assolutamente uccidere per vendicare l’offesa. Quanto alla donna, essa doveva lavarsi ai margini del villaggio per purificarsi e cambiare i propri abiti prima di rientrare nella casa coniugale. Questo aspetto profondamente umiliante dello stupro è ancora molto vivo nel Sud Kivu oggi. Le donne che hanno subito violenza sessuale avvertono questa umiliazione, così come le loro famiglie e l’intera comunità. In alcuni villaggi, gli uomini cercano di proteggere le donne dallo stupro accompagnandole quando si recano a svolgere determinate attività lontano dalle abitazioni, come prendere l’acqua al pozzo o raccogliere legna nella foresta. Ma la maggior parte delle comunità stigmatizza le donne che sono state stuprate e le ritiene ugualmente responsabili della vergogna e dell’umiliazione che hanno subito. Per questo motivo molte vittime di stupro preferiscono tacere su ciò che è accaduto loro. 3.3 In Burundi e in Ruanda, gli atti di violenza sessuale sono eventi quotidiani Perché i membri dei gruppi armati provenienti dai paesi vicini, coinvolti nel conflitto armato nel Sud Kivu, commettono sistematicamente stupri? Poiché ruandesi e burundesi figurano tra le forze armate implicate in questa guerra, può essere utile ripercorrere la storia recente di questi due paesi, anch’essi caratterizzati da violenza sessuale e da relazioni di genere profondamente diseguali. In Ruanda, durante il genocidio del 1994, le donne furono oggetto di violenze sessuali diffuse, perpetrate da milizie hutu, da soldati dell’esercito ruandese (Forces Armées Rwandaises – FAR) e da civili. Membri di milizie e soldati stuprarono donne tutsi ma anche donne hutu, in particolare quelle istruite appartenenti all’élite intellettuale. Funzionari amministrativi, militari e politici, così come capi delle milizie, incoraggiarono e talvolta persino coordinarono, a livello locale e nazionale, omicidi e crimini sessuali. Dopo la vittoria del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), i soldati tutsi dell’Esercito Patriottico Ruandese (APR) stuprarono donne hutu con l’obiettivo di vendicare le donne tutsi che erano state violentate dalle milizie hutu. Le testimonianze concordano sulla brutalità con cui furono perpetrati questi atti. Migliaia di donne furono violentate da uno o più individui, con l’uso di oggetti quali bastoni appuntiti o canne di fucile, e furono ridotte in schiavitù sessuale. Molte furono costrette ad assistere alla tortura e all’uccisione dei propri familiari, nonché al saccheggio delle loro case, prima di essere stuprate. Molte altre furono assassinate dopo la violenza sessuale. Allo stesso modo, in Burundi tutte le forze combattenti, compreso l’esercito burundese, commisero atti di violenza sessuale contro donne e ragazze appartenenti ai gruppi sociali più vulnerabili: sfollate, donne devastate dal conflitto, residenti sia nelle comunità sia nei campi per sfollati, e vedove. La newsletter La Veilleuse, pubblicata a Bujumburadall’associazione femminile locale Dushirehamwe, ha evidenziato l’entità del fenomeno nel paese. Secondo questa pubblicazione, non solo il numero di stupri è stato estremamente elevato, ma le conseguenze di tali atti continuano a costituire uno dei principali problemi affrontati dalle donne rurali in Burundi. Per timore di rappresaglie, molte donne non osano denunciare gli uomini che le hanno violentate. Sebbene la violenza sessuale sia peggiorata con la guerra, le prove indicano chiaramente che essa esisteva già in precedenza, seppure in forma meno massiccia. In entrambi i paesi, infatti, la violenza domestica è sempre stata molto diffusa. Nella sfera privata, molte donne sono vittime di violenza sessuale, fisica e psicologica. In Burundi, la responsabilità della violenza sessuale viene spesso attribuita ai membri dei gruppi armati, ma secondo La Veilleuse non sono gli unici perpetratori: si registrano casi di incesto commessi all’interno delle famiglie, con padri che abusano sessualmente delle figlie. Sono stati segnalati anche stupri di bambini, persino neonati, da parte di persone incaricate della loro cura. La situazione in Ruanda è analoga: le aree rurali hanno conosciuto un aumento della violenza domestica e dei casi di stupro contro donne e ragazze dopo la guerra e il genocidio. Tutti questi elementi attestano chiaramente la correlazione tra la violenza domestica esercitata nella sfera privata e la violenza perpetrata contro le donne nello spazio pubblico da soldati e membri di milizie durante i periodi di conflitto armato.   > RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO.  RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING > DADAxCONGO. > > Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.   Questo paper rappresenta un estratto tradotto di uno studio più ampio dal titolo: Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale contro donne e ragazze durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo  Sud Kivu (1996–2003) Réseau des Femmes pour un Développement Associatif Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix International Alert 2005 Questo studio è stato condotto e redatto da un team di consulenti composto da: Marie Claire Omanyondo Ohambe Professoressa Associata Institut Supérieur des Techniques Médicales Sezione Scienze Infermieristiche Kinshasa Repubblica Democratica del Congo Jean Berckmans Bahananga Muhigwa Professore Dipartimento di Biologia Centre Universitaire de Bukavu Bukavu Repubblica Democratica del Congo Barnabé Mulyumba Wa Mamba Direttore Institut Supérieur Pédagogique Bukavu Repubblica Democratica del Congo Revisione a cura di: Martine René Galloy Consulente internazionale Specialista in Genere, Conflitto e Processi Elettorali Ndeye Sow Consigliera Senior International Alert Catherine Hall Addetta alla Comunicazione International Alert I dati sul campo sono stati raccolti da un team composto da: Donne del Réseau des Femmes pour un Développement Associatif (RFDA), che hanno condotto la ricerca a Uvira, nella Piana della Ruzizi, a Mboko, Baraka, Fizi e Kazimia: 1. Lucie Shondinda 2. Gégé Katana 3. Elise Nyandinda 4. Jeanne Lukesa 5. Judith Eca 6. Brigitte Kasongo 7. Marie-Jeanne Zagabe Donne del Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix (RFDP), che hanno condotto la ricerca a Bukavu, Walungu, Kabare, Kalehe e Shabunda: 1. Agathe Rwankuba 2. Noelle Ndagano 3. Rita Likirye 4. Venantie Bisimwa 5. Laititia Shindano 6. Jeanne Nkere La ricerca è stata coordinata da: Annie Bukaraba Coordinatrice Programma “Women’s Peace” di International Alert, Repubblica Democratica del Congo orientale  
November 25, 2025
ACS italia
Gazaweb e gli alberi della rete | Manolo Luppichini | TEDxEnna
GUARDA IL TALK INTEGRALE QUI Un racconto intenso e necessario su Gaza, tra immagini e connessioni. Manolo Luppichini ci porta nel cuore del conflitto e ci racconta come, con il progetto “Gaza Web e gli alberi della rete”, si sia ristabilita la comunicazione dopo il blackout digitale, grazie all’uso di eSIM virtuali. Sottolinea l’importanza vitale della connessione per le comunità in guerra, definendola un gesto di resistenza. SOSTIENI IL PROGETTO GAZAWEB – GLI ALBERI DELLA RETE 
November 18, 2025
ACS italia
GAZAWEB – nella puntata di Quante Storie su Rai 3
https://www.acs-ong.it/wp-content/uploads/2025/11/estratto_QS_Luna-GazaWeb-1-2.mp4 Per diversi anni la rete ha alimentato il sogno di una democrazia digitale, capace di abbattere muri e costruire ponti. Cos’è rimasto oggi di quel sogno? Perché il web si è trasformato in un megafono per sovranisti e odiatori? Come scoraggiare la dittatura dell’algoritmo, che ha trasformato internet in un supermercato delle multinazionali? A queste domande risponde il giornalista Riccardo Luna, specializzato in temi legati all’innovazione tecnologica, in una puntata di Quante Storie che, raccontando le origini del web, esplora i pericoli e le potenzialità del nostro futuro, non solo virtuale. Interviene Manolo Luppichini, che racconta l’importanza delle connessioni a Gaza e l’embargo internet come strategia di guerra che disgrega la resistenza dal basso colpendo i più vulnerabili. SOSTIENI IL PROGETTO GAZAWEB – GLI ALBERI DELLA RETE  GUARDA L’INTERA PUNTATA SU RAIPLAY
November 18, 2025
ACS italia
Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale sulle donne durante il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo
> RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO.  RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING > DADAxCONGO. > > Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.   Réseau des Femmes pour un Développement Associatif Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix International Alert CAPITOLO 3 La posizione delle donne e le percezioni socio-culturali della violenza sessuale nel Sud Kivu Per comprendere le ragioni per cui si verificano tali atti di violenza sessuale, è necessario prendere in considerazione la situazione sociale ed economica delle donne nel Sud Kivu. Una conoscenza approfondita del modo in cui vengono percepite le relazioni di genere nella società e, soprattutto, delle attitudini degli uomini nei confronti del corpo femminile in tempo di pace — sia nel Sud Kivu che nei Paesi limitrofi da cui provengono alcuni autori di queste violenze — permette di capire più chiaramente come tali atrocità abbiano potuto verificarsi. Questo capitolo analizza quindi brevemente la posizione delle donne nella società del Sud Kivu, e il contesto socio-culturale ed economico in cui vivono. 3.1 La posizione delle donne La posizione delle donne nel Sud Kivu è caratterizzata, da un punto di vista economico, dalla “femminilizzazione della povertà”, aggravata dall’assenza di politiche o meccanismi per la promozione femminile; e, da un punto di vista socio-culturale, dalla persistenza di costumi, pratiche e leggi discriminatorie nei confronti delle donne. Questi fattori le rendono particolarmente vulnerabili in un contesto di conflitto armato: non solo aumentano la probabilità che si verifichino violenze di genere, ma — agli occhi degli autori — contribuiscono persino a legittimarle. 3.1.1 La femminilizzazione della povertà Quando scoppiò la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, la popolazione locale — e in particolare le donne — era già stata resa vulnerabile dal malfunzionamento delle strutture statali e dalla mancanza di infrastrutture economiche e sociali adeguate, dovuta a trent’anni di regime dittatoriale sotto il presidente Mobutu. Per decenni gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti delle imprese statali non erano stati pagati regolarmente, e così la popolazione era stata costretta ad assumersi compiti che avrebbero dovuto spettare allo Stato: costruzione di scuole, pagamento degli insegnanti, manutenzione delle strade e fornitura di servizi sanitari. In questo contesto di impoverimento generalizzato, il peso della sopravvivenza è ricaduto sempre più sulle donne. La mancanza di sviluppo economico e sociale ha determinato un ulteriore impoverimento della popolazione femminile, soprattutto nelle aree rurali e semi-urbane. Le donne costituiscono la forza trainante dell’economia di sussistenza del Sud Kivu, basata essenzialmente su agricoltura e allevamento. Circa l’80% della popolazione della provincia si dedica all’agricoltura, e il 70% di queste persone sono donne. Le donne sono attive anche nel settore informale, in particolare nel piccolo commercio, nella sartoria, nella tintura, nella ceramica e nella lavorazione dei cesti. Operano inoltre ai margini dell’industria mineraria, dove vengono impiegate come manodopera sfruttata e sottopagata. La guerra ha avuto un effetto devastante sulle attività economiche e sociali delle donne. Le risorse già scarse e i mezzi di produzione delle organizzazioni femminili di base sono stati distrutti o saccheggiati. Oltre alla situazione di insicurezza, le donne devono affrontare problemi strutturali che aggravano ulteriormente la loro povertà: * difficoltà di accesso alla terra a causa della sovrappopolazione e dell’eccessivo sfruttamento dei terreni fertili, e per via delle tradizioni patriarcali; * distruzione delle infrastrutture economiche o loro assenza; * tassazione pesante imposta dal Rassemblement Démocratique Congolais (RCD), che ha contribuito a erodere ulteriormente i redditi femminili. La guerra ha inoltre prodotto un elevato numero di vedove e donne sfollate, improvvisamente divenute capofamiglia senza alcuna preparazione. Esse vivono al di sotto della soglia di povertà e dipendono in larga misura dagli aiuti alimentari (quando disponibili) per sopravvivere. I tassi di HIV/AIDS sono elevati, anche a causa della diffusione degli stupri commessi dai gruppi armati. La guerra e la povertà hanno costretto molte donne e ragazze alla prostituzione di sopravvivenza, che le rende particolarmente vulnerabili alla violenza sessuale. Tale fenomeno crea condizioni “in cui le relazioni sessuali abusive sono più largamente accettate e in cui molti uomini, civili e combattenti, considerano il sesso come un servizio facilmente ottenibile mediante coercizione”. Parallelamente, la violenza domestica è aumentata, a causa della disoccupazione maschile, delle tensioni e dell’incertezza sul futuro politico del Paese. Questo aumento della violenza domestica durante i periodi di guerra è un fenomeno diffuso, confermato da studi — ad esempio — sull’ex Jugoslavia, dove durante il conflitto si verificarono episodi di violenza sessuale di crudeltà senza precedenti. 3.1.2 Costumi, pratiche e legislazione discriminatori Alcuni costumi, pratiche e leggi ostacolano l’accesso delle donne alla proprietà, all’istruzione, alle tecnologie moderne e all’informazione. Le donne soffrono spesso di analfabetismo o di scarsa istruzione, poiché in molte famiglie i maschi continuano a essere privilegiati rispetto alle femmine nell’accesso alla scuola. Molte ragazze appartenenti ai gruppi più svantaggiati abbandonano gli studi per matrimonio o gravidanza precoce. È difficile per le donne accedere ai mezzi di produzione come terra, proprietà o credito. Alcuni aspetti della legislazione congolese discriminano ancora le donne: ad esempio, una donna sposata deve ottenere il permesso del marito per aprire un conto bancario o richiedere un prestito. Tradizionalmente, le donne non possono ereditare dai padri o dai mariti. Nelle zone rurali, le donne producono e gestiscono il 75% della produzione alimentare, trasformano i prodotti per il consumo familiare e vendono circa il 60% nei mercati locali, ma spesso non ricevono alcun guadagno, poiché i proventi vanno direttamente ai mariti. Molti gruppi etnici mantengono pratiche tradizionali che perpetuano la sottomissione femminile, riducendo le donne allo status di proprietà privata. Tra i Bashi, Bavira, Fulero e Bembe, la consuetudine del levirato — per cui una vedova viene “ereditata” dal fratello del marito — è ancora viva, privando le donne della libertà di scegliere un nuovo coniuge. Tra i Banyamulenge, le donne erano considerate proprietà collettiva del clan: il suocero, il cognato o il marito della cognata avevano il diritto, con il consenso del marito, di avere rapporti sessuali con lei. Sebbene tali pratiche siano state in parte limitate dall’influenza del cristianesimo, non sono del tutto scomparse. Alcuni Bami (capi tradizionali) rivendicavano il droit de seigneur sulle donne della comunità che desideravano, facendole “consegnare” alle proprie case per un matrimonio forzato o per rapporti sessuali. Tali costumi persistono tuttora in alcune etnie (Lega, Fulero, Bembe e Bashi), e i genitori spesso li tollerano per il prestigio e i vantaggi che derivano dai legami con i Bami. 3.1.3 L’assenza di politiche e meccanismi di promozione femminile La provincia del Sud Kivu dispone di pochissimi meccanismi di promozione femminile. Un Ministero per gli Affari Femminili fu creato a livello nazionale all’inizio degli anni ’80, con una sede provinciale a Bukavu. Tuttavia, molte organizzazioni femminili lo consideravano solo uno strumento politico per mobilitare l’elettorato femminile a favore del presidente Mobutu. I fondi destinati alla promozione delle donne furono poi ridotti, e il ministero fu assorbito da quello per gli Affari Sociali, diventandone un semplice dipartimento. Durante l’amministrazione del Rassemblement Démocratique Congolais (RCD), al potere nel Sud Kivu dal 1998 al 2003, fu istituito un Consiglio Provinciale delle Donne (marzo 2001), indipendente dal ministero di Kinshasa ma privo di risorse per sviluppare progetti di sviluppo femminile. Strumenti internazionali come la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW) e la Piattaforma di Pechino sono stati raramente applicati, a causa della mancanza di finanziamenti. Un’indagine condotta nel 2001 dal governo della RDC e dall’UNICEF su tutto il territorio nazionale ha rivelato un quadro allarmante, mostrando che la situazione delle donne e dei bambini era peggiorata sotto quasi tutti gli aspetti dal 1995.   > RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO.  RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING > DADAxCONGO. > > Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.   Questo paper rappresenta un estratto tradotto di uno studio più ampio dal titolo: Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale contro donne e ragazze durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo  Sud Kivu (1996–2003) Réseau des Femmes pour un Développement Associatif Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix International Alert 2005 Questo studio è stato condotto e redatto da un team di consulenti composto da: Marie Claire Omanyondo Ohambe Professoressa Associata Institut Supérieur des Techniques Médicales Sezione Scienze Infermieristiche Kinshasa Repubblica Democratica del Congo Jean Berckmans Bahananga Muhigwa Professore Dipartimento di Biologia Centre Universitaire de Bukavu Bukavu Repubblica Democratica del Congo Barnabé Mulyumba Wa Mamba Direttore Institut Supérieur Pédagogique Bukavu Repubblica Democratica del Congo Revisione a cura di: Martine René Galloy Consulente internazionale Specialista in Genere, Conflitto e Processi Elettorali Ndeye Sow Consigliera Senior International Alert Catherine Hall Addetta alla Comunicazione International Alert I dati sul campo sono stati raccolti da un team composto da: Donne del Réseau des Femmes pour un Développement Associatif (RFDA), che hanno condotto la ricerca a Uvira, nella Piana della Ruzizi, a Mboko, Baraka, Fizi e Kazimia: 1. Lucie Shondinda 2. Gégé Katana 3. Elise Nyandinda 4. Jeanne Lukesa 5. Judith Eca 6. Brigitte Kasongo 7. Marie-Jeanne Zagabe Donne del Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix (RFDP), che hanno condotto la ricerca a Bukavu, Walungu, Kabare, Kalehe e Shabunda: 1. Agathe Rwankuba 2. Noelle Ndagano 3. Rita Likirye 4. Venantie Bisimwa 5. Laititia Shindano 6. Jeanne Nkere La ricerca è stata coordinata da: Annie Bukaraba Coordinatrice Programma “Women’s Peace” di International Alert, Repubblica Democratica del Congo orientale    
November 13, 2025
ACS italia
OLIVI SOTTO ASSEDIO. Il secondo report della Campagna Olivi-Cultura di Pace
LEGGI, SCARICA E DIFFONDI IL REPORT COMPLETO In questo periodo la stagione della raccolta delle olive in Palestina dovrebbe essere nel pieno del suo svolgimento, ma i contadini palestinesi si trovano ad affrontare ancora una volta una realtà fatta di aggressioni sistematiche, danneggiamenti e restrizioni all’accesso ai terreni. Nella prima settimana dall’avvio ufficiale della stagione, dal 15 al 21 ottobre 2025, coloni e militari israeliani si sono resi responsabili di episodi sempre più intensi e ricorrenti a danno della popolazione civile palestinese, che hanno interessato tutta la regione della Cisgiordania occupata, dopo che numerosi altri attacchi erano stati registrati contro i contadini che avevano provato ad anticipare la raccolta nel tentativo di sfuggire alle violenze. Particolarmente gravi sono gli episodi documentati nella zona di Hebron e Nablus, dove la violenza dei coloni armati e dell’esercito ha raggiunto livelli fuori controllo, con attacchi mirati anche contro donne e bambini, mentre continuano le espulsioni sistematiche, le demolizioni e i tentativi di intimidazione volti a costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre. Il presente rapporto è il risultato delle attività di monitoraggio e documentazione condotte sul campo dai partner palestinesi della campagna “Olivi – Cultura di Pace”: Arab Agronomists Association (AAA), Palestinian Agricultural Relief Committee (PARC), Palestinian Farmers’ Union (PFU) e Arab Center for Agricultural Development (ACAD), in collaborazione con le comunità rurali e con il supporto di media, istituzioni e organizzazioni locali, nell’ambito della campagna “Olivi – Cultura di Pace”. LEGGI, SCARICA E DIFFONDI IL REPORT COMPLETO
November 4, 2025
ACS italia
5 ragioni per cui non senti parlare del Congo
1.PARLARE DEL CONGO SIGNIFICA NOMINARE RESPONSABILITÀ.  Raccontare le responsabilità dietro le violenze significa esporre attori statali, multinazionali e reti di complicità internazionale. Ecco che i conflitti che mettono in discussione interessi consolidati ricevono meno copertura. Perché? Le narrazioni mainstream e le agende mediatiche sono influenzate da interessi di politica economica.  Il risultato?  * Scarsa indagine giornalistica sulle catene di approvvigionamento dei minerali. * Debole pressione diplomatica verso attori coinvolti per timore di compromettere alleanze strategiche. * Sovraesposizione di crisi che non mettono in discussione poteri economici. 2. LE RISORSE CHE FINANZIANO LO SFRUTTAMENTO Il sottosuolo congolese è ricco di materie prime, risorse come: coltan, cobalto, oro, diamanti, stagno. Questi minerali alimentano intere industrie globali – dall’elettronica all’automotive.  Le catene di approvvigionamento, spesso opache, permettono a attori economici internazionali di trarre profitto dall’instabilità, consolidando pratiche predatorie: accaparramento delle risorse, sfruttamento del lavoro. * I Prezzi e domanda globali incentivano estrazioni anche in contesti di conflitto. * Le aziende non tracciano adeguatamente la provenienza delle materie prime = complicità indiretta.  * Risultato: le comunità locali sono private di controllo e beneficio sulle risorse del proprio territorio. Mettere in luce questi legami sfida interessi economici coloniali.  Quando la ricchezza estraibile diventa fonte di profitto per attori esterni, l’instabilità conviene e l’informazione diventa più sottile e filtrata.  3.GUERRE PER PROCURA E INTERESSI GEOPOLITICI Il conflitto in Congo non è solo un conflitto interno. E’ il risultato di interventi regionali e di competizioni geopolitiche. Gruppi e attori esterni operano nel paese con l’obiettivo di controllare risorse o influenza politica. Questo rende il conflitto complesso da raccontare: non è solo una guerra interna ma un intreccio di interessi regionali e internazionali, con responsabilità diffuse. Punti chiave da analizzare: * Presenza di milizie locali sostenute — direttamente o indirettamente — da potenze regionali. * Interessi strategici (controllo delle rotte, accesso alle risorse) che coinvolgono attori esterni. La complessità geopolitica rende più difficile una narrazione semplice e facilmente digeribile dai media mainstream. 4.RAZZISMO SISTEMICO E GERARCHIE DI ATTENZIONE MEDIATICA L’attenzione internazionale ai conflitti soffre di bias.  Le emergenze che coinvolgono paesi e popolazioni africane spesso ricevono meno copertura e meno mobilitazione pubblica. Questo fenomeno si spiega anche e soprattutto decostruendo e analizzando dinamiche storiche e culturali: pregiudizi razziali e bias e il valore differenziale attribuito alle vite umane nelle narrazioni globali. L’attenzione internazionale ai conflitti soffre di bias. E questo come si manifesta?  * con una copertura mediatica limitata o episodica, senza follow-up. * una minor pressione pubblica su governi e istituzioni affinché intervengano o condannino. * minore priorità nelle agende politiche rispetto ad altre crisi percepite come “più vicine” o “più strategiche”. Quando la violenza riguarda popolazioni nere è derubricata a “conflitto africano”. Questo disvalore sistemico alimenta il circolo della non-rappresentazione e dell’impunità. 5. IL PROFITTO DEL SILENZIO – COMPLICITÀ ECONOMICA E MORALE L’invisibilità del conflitto è funzionale a chi ci profitta: le catene di profitto, le reti di corruzione e l’economia informale del conflitto prosperano quando c’è scarsa trasparenza. Le conseguenze di invisibilizzazione?  * Assenza di indagini indipendenti e accountability. * Sostegno implicito a pratiche di sfruttamento e finanziamento di milizie. * Difficoltà per le organizzazioni che operano sul posto di ottenere visibilità e fondi necessari. Il silenzio non è mai neutrale: avalla un sistema che non mette in discussione pratiche economiche coloniali, storie di abuso di popoli e terre.    DADAxCONGO è uno sforzo per metterci in rete e rompere il tetto del silenzio sostenere le organizzazioni locali e amplificare le voci delle comunità congolesi. Non possiamo dare sostegno umanitario senza restituire la dignità del racconto e delle storie alle voci e ai corpi cui appartengono. Assistiamo le donne congolesi del Nord Kivu, le più colpite dal conflitto, con kit di dignità nell’emergenza, le sosteniamo in questa fase emergenziale perché possano trovare spazio per raccontare e per resistere. Facciamoci amplificatori. Condividi. Partecipa. Dona al crowdfunding su produzionidalbasso.com Solidarietà è Sorella.  
October 27, 2025
ACS italia
OLIVI SOTTO ASSEDIO. Il primo report della Campagna Olivi-Cultura di Pace
LEGGI, SCARICA E DIFFONDI IL REPORT COMPLETO Nelle colline ricoperte di uliveti e nelle fertili valli della Cisgiordania occupata la stagione della raccolta delle olive è iniziata ufficialmente il 15 ottobre. Quest’anno, tuttavia, molte famiglie palestinesi hanno deciso di anticiparne l’avvio, nel tentativo di prevenire le sempre più frequenti aggressioni da parte dei coloni israeliani e riuscire a salvare almeno parte del raccolto. Ma già nei primi giorni i contadini sul campo hanno assistito a un’ondata di violenze senza precedenti che ha scandito la raccolta, con attacchi sistematici, furti di olive, incendi e distruzione degli oliveti e gravi restrizioni alla libertà di movimento. Nel corso della scorsa raccolta delle olive del 2024, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha registrato almeno 225 attacchi da parte dei coloni in 82 aree della Cisgiordania, con 171 casi di uccisione o ferimento di palestinesi. Più di 2.500 ulivi sono stati bruciati, oltre a numerosi episodi di distruzione e furto di attrezzi agricoli. Le prime testimonianze e gli eventi documentati nelle prime settimane di raccolta fanno presagire che il record dello scorso anno potrebbe essere ampiamente superato. I contadini palestinesi sono sottoposti a un costante clima di terrore, soggetti ad intimidazioni quotidiane che preannunciano un crollo drammatico della produzione olivicola, pilastro dell’economia rurale e fonte primaria di sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi. Le testimonianze raccolte sul terreno dai partner palestinesi della campagna “Olivi-Cultura di Pace” segnalano un’escalation di violenze già nelle settimane precedenti l’avvio ufficiale della stagione olivicola, previsto a inizio ottobre. Le organizzazioni palestinesi attive sul campo stanno portando avanti un’intensa attività di monitoraggio e assistenza alle comunità agricole locali, documentando sul campo numerose violazioni da parte di coloni e militari israeliani, tra cui alberi sradicati o incendiati, accessi negati ai terreni, contadini aggrediti fisicamente anche con armi da fuoco. Un contesto allarmante che evidenzia l’urgenza di proteggere il diritto al lavoro, alla terra e alla sicurezza di migliaia di famiglie palestinesi, e che rafforza il significato della campagna “Olivi-Cultura di Pace”, nata per sostenere la resistenza contadina e la difesa nonviolenta del territorio. LEGGI, SCARICA E DIFFONDI IL REPORT COMPLETO READ, DOWNLOAD AND SHARE THE REPORT (English version)
October 23, 2025
ACS italia