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Davide Lerner a Le parole di Hurbinek
Si è aperta sabato scorso a Pistoia la quarta edizione della rassegna Le parole di Hurbinek, percorso culturale dedicato al pensiero sull’Olocausto attualizzato al tempo presente. L’evento di apertura è stato la presentazione alla libreria Lo Spazio di Pistoia del libro di Davide Lerner intitolato Il sentiero dei dieci, una storia tra Israele e Gaza Piemme editore. Davide Lerner, classe 1992, è attualmente ricercatore del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, collabora con Radio 3, col quotidiano Domani e con svariate pubblicazioni italiane e internazionali; ha lavorato per tre anni nella redazione del quotidiano della sinistra israeliana Haaretz. Il libro costituisce la tesi dell’autore del master in giornalismo frequentato presso la Columbia University di New York e tiene insieme generi diversi: il racconto, l’analisi sociologica, l’analisi storica e l’analisi politica. Inizialmente, a settembre 2023, Lerner intendeva svolgere come tesi un reportage dalla Striscia di Gaza, territorio all’epoca trascurato dall’opinione pubblica mondiale; ciò grazie anche grazie alle politiche di Netanyahu, che era riuscito a sterilizzare la questione palestinese, derubricandola a un dettaglio di politica interna israeliana, mentre portava avanti, sotto l’egida della prima amministrazione Trump, gli Accordi di Abramo con diversi paesi arabi. Il progetto di tesi viene poi ovviamente reso impraticabile dal massacro del 7 ottobre e Lerner decide quindi di convertirlo in un reportage da una comunità agricola, chiamata appunto Il sentiero dei dieci (Netiv Ha’asara in ebraico). Essa costituisce l’insediamento ebraico più vicino alla Striscia e, proprio per tale contiguità territoriale, rappresenta un punto di osservazione particolare riguardo le possibili relazioni tra israeliani e gazawi. La comunità, formata da un migliaio di ebrei progressisti favorevoli al dialogo coi palestinesi, è colpita in pieno dal brutale massacro, che ne ha distrutto le infrastrutture e ha provocato venti morti e dieci feriti. L’autore intervista molti dei sopravvissuti, appartenenti a più generazioni, che, attraverso i loro ricordi, lo riportano indietro nel tempo, consentendogli di ricostruire sia le vicende storiche della regione, che le relazioni intercorse con i vicini arabi. Fino al colpo di mano di Hamas del luglio 2007, con cui l’organizzazione prende il controllo assoluto della Striscia estromettendo le altre componenti palestinesi, il confine con Israele era abbastanza poroso, permettendo ai gazawi, sia di viaggiare all’estero, che di lavorare in Israele. Tali rapporti consentivano una conoscenza dell’altro capace di generare, in alcuni casi, una certa empatia, specialmente nelle persone favorevoli al dialogo. Ciò aveva persino condotto alcuni personaggi descritti nel libro a prendere coscienza delle rispettive “catastrofi” storiche: la Shoa da una parte, la Nakba dall’altra. La maggioranza degli abitanti di Gaza sono infatti profughi della guerra del 1948 oppure ne sono discendenti e diversi di loro provengono dalle zone attualmente israeliane prossime al confine con la Striscia. Paradigmatico in questo senso è il rapporto che Avi, uno degli anziani fondatori del villaggio ebraico, instaura con Ibrahim, un anziano gazawi che lavora a lungo per lui e che a un certo punto gli mostra, poco lontano da Netiv Ha’asara, le rovine della propria abitazione, che ha dovuto lasciare nel ’48 e di cui conserva ancora le chiavi. Avi a questo punto racconta a Ibrahim la storia della sua famiglia, in fuga dalle persecuzioni antisemite dell’Europa. Dopo la vittoria di Hamas e il colpo di mano, lo Stato ebraico sigilla la Striscia, adducendo motivi di sicurezza. I contatti tra le due comunità si interrompono e, con il passare degli anni, la completa separazione fa sviluppare nelle rispettive giovani generazioni un senso di reciproca estraneità, che sfocia ben presto nel sospetto o addirittura nella mostrificazione dell’altro; ciò anche grazie alla propaganda politica che si giova della cultura del conflitto. Lerner riferisce ad esempio che nel lessico dei giovani israeliani, per mandare qualcuno all’inferno, si usa dire “vattene a Gaza”; proprio questa segregazione è per l’autore una delle chiavi di lettura dell’immane tragedia e della insensibilità israeliana verso i massacri operati a Gaza. Il libro descrive inoltre la reazione dei sopravvissuti del villaggio ai lutti, alla violenza e al terrore: più che alla vendetta e all’odio, essi tendono, pur con diversità di accenti, allo sconcerto, alla depressione e all’apatia, sia per il massacro, che segna anche la fine brutale del progetto di coesistenza pacifica, che per la terribile rappresaglia del governo Netanyahu. Allo stesso tempo il libro offre spaccati della società israeliana e delle sue divisioni interne, come quella tra ebrei ashkenaziti (di provenienza europea), istruiti, appartenenti alla classe media e politicamente di centro sinistra e gli ebrei sefarditi o mizrahim (originari del Medio Oriente e del Nord Africa), di estrazione sociale più bassa, spesso marginalizzati e politicamente di centro destra. Nella parte finale del libro l’autore, rientrato negli Usa, descrive le proteste che si sono svolte nei campus universitari, che mostrano il cambiamento radicale avvenuto nella percezione di Israele dopo il 7 ottobre. Le generazioni passate vedevano infatti lo Stato ebraico come il luogo di rifugio degli ebrei scampati alla Shoa, mentre oggi è visto come potenza occupante e violenta, percezione che peraltro corrisponde alla realtà della deriva politica di Israele. Nell’ultimo governo in effetti Netanyahu, pur di rimanere al potere e difendersi dai processi a suo carico, ha portato al governo la destra più estrema e suprematista, con trascorsi terroristici, essendosi bruciata ogni possibilità di alleanza con forze conservatrici più moderate. La presentazione è stata un’opportunità di discutere della vicenda israelo – palestinese con un suo profondo conoscitore, che ha fornito diverse interessanti chiavi di lettura della drammatica situazione del conflitto. Molto suggestiva è risultata l’analisi della tripla aggettivazione riferibile allo Stato israeliano: grande, ebraico e democratico. Secondo Lerner due soli dei tre aggettivi sono compatibili tra loro. Se Israele vuole essere grande e ebraico, ampliando il proprio territorio a spese di quello palestinese e concedendo ai soli ebrei il diritto di cittadinanza, non potrà essere democratico. Se sarà invece grande e democratico, non potrà essere ebraico, in quanto dovrà dare anche a tutti gli arabi inglobati i diritti oggi esclusivi degli ebrei. Infine se vuole essere ebraico e democratico, non potrà essere grande, perché dovrà lasciare ai palestinesi ampi margini di territorio per costruirci un loro Stato. Molto interessante è stata anche la risposta dell’autore ad una domanda dal pubblico riguardo al costo economico per lo Stato e la società israeliana della guerra più lunga che il paese abbia mai combattuto, con l’impiego di armamenti dal costo esorbitante; basti pensare che ciascuna delle munizioni del sistema di difesa anti missile Iron Dome, lanciati per distruggere in volo i razzi di Hamas ha il costo di 50 mila dollari. Poiché in Israele negli ultimi anni, nonostante tutto le tasse non sono aumentate e il tenore di vita della popolazione è rimasto sostanzialmente invariato, il costo enorme della guerra non può che essere stato interamente sostenuto dagli Stati Uniti, di cui pare che Israele sia diventato metaforicamente il 51° Stato. La rassegna Le parole di Hurbinek continua nei prossimi giorni con un calendario di incontri reperibile sul sito www.leparoledihurbinek.it. Enrico Campolmi
Firenze alienata. È online il nuovo ebook di Ilaria Agostini e Francesca Conti
È online il nuovo ebook delle edizioni perUnaltracittà: Firenze alienata. Svendita dello spazio pubblico e finanza immobiliare, di Ilaria Agostini e Francesca Conti. L’ebook fa il punto sulla devastante campagna di alienazione del patrimonio pubblico e sulle ipotesi contro-progettuali … Leggi tutto L'articolo Firenze alienata. È online il nuovo ebook di Ilaria Agostini e Francesca Conti sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
BLACK HISTORY MONTH TORINO 2026
Febbraio 2026 segnerà l’avvio della quinta edizione della rassegna culturale Black History Month Torino. L’evento, promosso dall’Associazione Donne dell’Africa Subsahariana e II Generazione, si svolgerà sul territorio della città metropolitana di Torino, coinvolgendo più di 25 luoghi storici di grande importanza in 6 comuni (Torino, Rivalta di Torino, Pino Torinese, Carmagnola, Settimo Torinese e Collegno) e dando vita a oltre 85 manifestazioni culturali, artistiche e sociali in 28 giorni.  Questa rassegna, erede di una tradizione storica e internazionale che risale al 1926, cercherà per la quarta volta nella nostra città di celebrare e diffondere la storia degli afrodiscendenti con l’obiettivo di instillare un senso di orgoglio e contrastare i discorsi razzisti che promuovono l’idea di una presunta inferiorità nei successi ottenuti dalla comunità nera.  Nel 2026, il Black History Month Torino si concentrerà su 3 temi principali: “colonialismo commerciale, donne e potere, protagonisti nell’arte e nello sport”.  I temi dell’edizione 2026  – Colonialismo commerciale  – Donne e potere  – Protagonisti nell’arte e nello sport La selezione di queste tematiche è il risultato di un’attenta valutazione del contesto socio-politico contemporaneo e del desiderio di portare all’attenzione e analizzare le dinamiche del nostro tempo e le relative criticità.  Colonialismo commerciale, ieri come oggi, si manifesta attraverso lo sfruttamento delle risorse, il controllo politico ed economico e la creazione di profonde disuguaglianze, con effetti anche culturali e identitari sulle popolazioni locali. La decolonizzazione economica mira a ridurre la dipendenza dalle potenze coloniali e dalle multinazionali, promuovendo giustizia, sovranità sulle risorse e uno sviluppo sostenibile e rispettoso delle comunità. Tuttavia, questa transizione è ostacolata dalle strutture economiche esistenti e dalla dipendenza dei Paesi sfruttati, rendendo fondamentale diffondere educazione e consapevolezza attraverso momenti di confronto pubblico e rilettura critica degli equilibri economici globali, anche alla luce del ruolo delle nuove tecnologie. Donne e potere, le donne hanno storicamente avuto un accesso limitato al potere a causa di stereotipi di genere, discriminazioni e barriere sociali. Nonostante i progressi recenti, soprattutto nell’attivismo e nel terzo settore, continuano a incontrare difficoltà nell’accesso e nel mantenimento di ruoli decisionali. Per rafforzare l’empowerment femminile sono fondamentali educazione, mentorship e politiche di reale parità di genere. Il festival intende creare uno spazio di confronto coinvolgendo giovani donne afrodiscendenti in Europa e in Africa, che affrontano ostacoli aggiuntivi legati a dinamiche culturali, storiche e sociali, per valorizzarne le competenze e favorire l’accesso a opportunità professionali e istituzionali. Protagonisti nell’arte e nello sport, i giovani artisti e atleti afrodiscendenti svolgono un ruolo fondamentale come modelli positivi, capaci di ispirare le nuove generazioni e promuovere diversità e inclusione. Il festival valorizza la loro espressione creativa e sportiva in Italia e in Europa, dando spazio a linguaggi artistici e discipline diverse e alle loro testimonianze. L’arte africana, ricca di simbolismo, spiritualità e valore comunitario, ha avuto un forte impatto sulla cultura globale e merita maggiore riconoscimento. Nonostante le difficoltà legate a discriminazioni e mancanza di opportunità, il successo di questi protagonisti rafforza l’orgoglio e l’identità afrodiscendente. Anche quest’anno, il BHMT verrà proposto per l’intero mese di febbraio. L’edizione del 2026, proprio come le precedenti, sarà realizzata in collaborazione con una serie di enti e istituzioni torinesi e piemontesi. Inoltre, la rassegna è il risultato di un lavoro collettivo che vede il coinvolgimento diretto e attivo di numerose associazioni e fondazioni del territorio.  L’obiettivo è creare nuove connessioni con cittadinə, scuole e artistə. BHMTO aspira a coinvolgere la città in un evento rilevante non solo per celebrare la sua multiculturalità distintiva, ma anche come stimolo per promuovere e consolidare politiche dedicate alle minoranze etniche, alle comunità diasporiche, ai giovani afrodiscendenti e alle scuole, che rappresentano il principale ambito di intervento in questo contesto multiculturale.  Redazione Torino
“Assalto alle piattaforme”, il libro!
“Assalto alle piattaforme” è il libro di Kenobit, uscito settimana scorsa per Agenzia X. Di sperimentazioni come queste ne sentivamo il bisogno e ci piace leggere la testimonianza diretta da un artista che nei social c’è cresciuto e ad oggi condivide una visione mondiale di “via d’uscita”. O come dice lui nella sua newsletter: > Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali, > analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della > content creation e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il > capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il > mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati > proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel > modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono > liberarci. Leggi la recensione su cavallette.noblogs.org
Tre verbi, molti mondi, una sola Terra
“IL GRIDO E IL FARE CHE GENERANO COMUNITÀ NON SOPRAVVIVONO SENZA UN PENSIERO, L’INSIEME DI PENSIERI CHE DEVONO ESSERE NECESSARIAMENTE LENTI PER CONTRASTARE L’IRRIFLESSIBILITÀ DI QUESTI TEMPI TROPPO VELOCI, ALGORITMICI, SPIETATAMENTE MACCHINISTICI…”. UNA RECENSIONE DI GRIDARE, FARE, PENSARE MONDI NUOVI (ED. ELÈUTHERA) – IL LIBRO CHE RACCOGLIE TESTI DI MARCO CALABRIA – SCRITTA DA RENATA PULEO, INSEGNANTE E DIRIGENTE SCOLASTICA IN QUARTIERI COME MIRAFIORI A TORINO E PRIMAVALLE A ROMA Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- La selezione di articoli, interviste, prefazioni di Marco Calabria ha costituito per me una rilettura di contributi apparsi in carta stampata e nei siti che, dalla fine egli anni Novanta a primo ventennio del Duemila, si sono diffusi nella rete, luoghi che sono tuttora di mia assidua frequentazione. Le riletture sono buoni esercizi. Nello scorrere degli anni il lettore attraversa tante diverse esperienze. La vita vissuta lascia sul suo sguardo attuale la traccia di una maggiore conoscenza e di altrettanta consapevolezza della propria incolmabile ignoranza. Delle introduzioni di Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e di Raúl Zibechi, molto noti ai frequentatori di Comune perché io debba aggiungere altro, vorrei solo sottolineare l’affetto e la sottile intelligenza verso il pensiero dell’autore. Amicizia e compañeria, l’amicizia politica e umana di chi divide il pane, lo scambia, lo dona. Il titolo è di forte impatto, rinvia a tre verbi importanti, gridare, fare, pensare, diversi per definizione eppure legati da un tessuto fitto di connessioni. Poiché scegliere un titolo è fare una scelta ideologica, ideale, mi ci soffermo. La tela è l’agere nel quale si collocano i tre predicati, lì si contaminano, tornano a separare i loro fili. Il grido ha una pluralità di accezioni, si presenta in contesti di carattere sia emotivo che cognitivo, potremmo dire che la Natura stessa, la Vita, non fanno che gridare. Il grido dell’animale, con cui condividiamo le sorti molto più di quanto crediamo, è voce significante, a tutti gli effetti. È voce che chiama, ci chiama, richiama quell’ascolto e quella cura che oggi abbiamo dimenticato, drammaticamente. Al variegato mondo animale siamo collegati, come ci ricorda Jacques Derrida, più di quanto nel nostro orgoglio di umani siamo disposti ad ammettere (L’animale che dunque sono, 2006). Ce lo ricorda la congiunzione consecutiva, dunque, che Derrida volle inserire come necessaria per ragionare sul rapporto di dominio che esercitiamo sul regno dei viventi. Voce, dunque, simile a quella del bambino al nascere. Il gridare del neonato, quando ascoltato dalla Madre, è inserito nel bagno linguistico, nella pratica della cura: la risposta dell’adulto lo trasforma in una domanda, in molte domande, di cui sa di doversi fare carico. Il grido è anche quello del dolore e della rabbia, dell’impotenza di fronte all’orrore, così come è grido l’eureka della meraviglia, della scoperta. In queste pagine di Calabria è di carattere politico, è segno di resistenza ostinata e di rivolta. Ed ecco che si riallaccia al secondo verbo, il fare. Cosa? Muoversi, scappare, restare, con la resistenza del corpo che si oppone alla violenza, alla tortura, all’ingiustizia giocata come arma del più forte. Penso anche all’etica dell’azione immediata di cui scrisse Francisco Varela (Un know-how per l’etica, 1992), biologo e filosofo, quel gesto che ci fa intervenire in aiuto di un ferito, di chi per qualsiasi motivo cade, che non ci lascia nell’indifferenza del guardare e volgere il capo. Ma perché sia tale il fare è, in questi scritti, anche quello tenace dell’homo faber, che non solo produce qualcosa di inedito e di inaspettato ma, oltre il brutale produttivismo del lavoro sfruttato, costruisce per la vita comune, per la sua dignità quotidiana, di cui sono, per Calabria, magnifici esempi i campesinos di una terra dalle vene aperte che lui ben conosceva, ma anche i cocineros delle cucine comunitarie, i medici, gli insegnanti, nell’ostinato tentativo di costruzione di pacificato rapporto di ogni Creatura con la Terra. Il grido e il fare che generano comunità non sopravvivono senza un pensiero, l’insieme di pensieri che devono essere necessariamente lenti per contrastare l’irriflessibilità di questi tempi troppo veloci, algoritmici, spietatamente macchinistici. Tre verbi uniti allora dal tessuto della prassi, quella marxista e quella gramsciana, il circolo virtuoso fra pensiero, azione, pensiero, mani, testa, cuore, e ritorno: corazón, crasi con cui il matematico boliviano Fernando Zalamea sintetizza il lavoro dell’immaginazione politica, cuore, logos, ragione. Agua sucia, lodos, barros (sporcizia, fangosità) in cui sporcarsi le mani, scrive Zalamea, perché solo così nell’errore e nell’azzardo nascono i pensieri migliori, un liquido di coltura da cui far emergere consapevolezza e coscienza (Prometeo liberado, 2014). Forse, in questo tragitto che ho provato ad abbozzare per la mia rilettura di Calabria, avrei preferito che l’organizzazione interna dell’antologia seguisse l’ordine imposto dal titolo. Critica minore perché, come ho detto, i tre predicati lavorano insieme, qualunque sia il loro apparire nella trama dell’azione politica. Anche la suddivisione di Hanna Arendt fra opera, lavoro, e azione vera e propria, quella della parola, rimane un ottimo espediente per orientarsi nella comprensione della Vita Activa, ma mantiene saldi i nessi. Dei 19 pezzi scelti dai curatori, provo a commentare, tre aspetti, tre temi, per ragioni di affezione, di sentimento, quell’aspetto dell’essere toccati affettivamente e cognitivamente, tipico della pratica della lettura, guida, insegnamento, monito. Raccontare il dominio dal lato dei dominati, nella prima sezione (pp 21/34). Chi subisce gli effetti del potere sui corpi e sulle menti, chi è infettato dal virus del dominio, spesso abita il sótano, il sottoterra, la cantina, ma non è mai davvero impotente. Le crepe del mondo che abita i piani superiori sono interstizi dai quali si può far emergere il dissentire, il gridare che sveglia, che smuove, che fa maturare un pensiero non convergente. Oggi, il problema è l’assuefazione, è la complicità del dominato, spesso inconsapevole, nascosta sotto il velo della delusione o del cinismo, accompagnati da un mancare della volontà, quando non dal gusto autolesionista della servitù appresa come abito. Eppure, ci sono pensiero e lotta possibili anche nelle prigioni fisiche e in quelle mentali. Scrive Calabria, è una questione di equilibrio, di leggerezza, di potersi chiamare altrove, come quando un bambino gioca e inventa mondi. Nel capitolo sul grido il primo testo mi è particolarmente caro, rimanda alla prefazione di un libro scritto da persone che mi sono amiche, Lucilio Santoni e Alessandro Pertosa (pp 89/100). Libro dal titolo provocatorio (Maledetta la Repubblica fondata sul lavoro, 2015), infame, come spesso è stato considerato il pensiero anarchico, il gesto estremo portato contro le istituzioni-tabù: la res pubblica e il lavoro che la nobilita. In questi giorni gli operai del settore siderurgico italiano sono in lotta contro l’esternalizzazione, la cassa integrazione infinita, la chiusura degli impianti. Urlano ai poliziotti, che difendono la proprietà e il crumiraggio (scarso per la verità, in questo frangente), vogliamo lavorare! a ogni costo, anche quello della prigione. Scelta fra due prigionie, fra due condanne, e quella della sveglia che suona al mattino – nel testo di Santoni e Pertosa – sembrerebbe essere la peggiore: fine pena, mai. Francesca Coin in un libro del 2023 (Le grandi dismissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprendersi la vita) commenta diverse interviste a uomini e donne che volontariamente hanno lasciato il lavoro che svolgevano. Non sono solo operai, ma professionisti, infermieri, medici, insegnanti, insomma persone che – quasi sempre – hanno scelto il loro lavoro, non vi sono stati indotti dal solo bisogno tipico del proletario che vende la sua forza lavoro in un sistema totalmente impari. Il commento della sociologa non è all’altezza del problema, a parer mio. Un inno al tempo liberato verrebbe da dire, come scrive dubbiosamente in un passaggio della sua prefazione anche Calabria, solo per chi se lo può permettere? Per le ragioni più diverse, qualcuno sceglie una precarietà che implica l’avere i mezzi per sostenerla, a fronte dei molti che tale incertezza la soffrono nella quasi indigenza. Ma le parole degli intervistati sono spine: e se avessero ragione? E se nel gran rifiuto entrassimo in tanti, facendo massa che rompe le catene? Forse, almeno a me che ho amato il mio lavoro, a scuola, anche quando era difficile, anzi proprio in quel frangente di difficoltà, torna utile ripensare le categorie di Arendt: c’è fra l’ozio del possidente e la vita parca dell’operoso, l’invenzione, la parola, la solidarietà del consumo condiviso, del bene d’uso e non per il mercato. Tema toccato con la sensibilità di un marxista anche da Roberto Ciccarelli (Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, 2018) che analizza il grande inganno della attuale tecnologia, ideologia del tardo capitalismo. Sotto ogni algoritmo, in ogni risposta fornita da una chat tipizzata dall’intelligenza artificiale, c’è il lavoro oscuro del turco, macchina umana, intelligenza collettiva segmentata, taylorizzata, in funzioni infime, ore e ore davanti a uno schermo, nessuno spazio alla liberazione dal lavoro offerta dalle macchine. Il lavoro digitale, cognitivo del codice binario 0/1, fisico della mano che digita, resta ancorato al grido anarchico di Santoni e Pertosa. Nell’ultima sezione del libro di Calabria mi soffermo su due brani sulla cura (pp156/166; pp 167/172). La cura, l’avere cura, è il curare la malattia, è l’azione educante dell’adulto verso le creature piccole. Fragilità dello stato fisico e mentale e della disabilità, comunque la si intenda, terreno del bisogno e del desiderio, spazio della relazione. Un medico intervistato sottolinea come la malattia non parla del malato, semmai lo classifica, lo fa rientrare nei protocolli della medicina ufficiale, della scienza farmacologica, del potere che si gioca fra chi detiene il sapere esperto e chi mostra il corpo sofferente. Siamo cittadini di un paese il cui governo disprezza il mandato ricevuto dai costituenti all’art 32, sulla salute come benessere collettivo, come patrimonio di tutti, di cui dunque tutti si devono fare carico. Il sistema sanitario nazionale nato nel 1978 è minato da carenze di ogni tipo, finanziamenti, professionalità, mancanza di prevenzione, come ci ricorda nel suo ultimo libro Ivan Cavicchi, medico e attivista politico (Articolo 32. Un diritto dimezzato, 2025). Come prestare ascolto al malato, alla saggezza del suo corpo, alla grafica fine della sintomatologia che lui racconta, se non ci sono più né tempo né risorse? Tempo che, nell’ultimo capitolo dedicato da Calabria alla scuola, viene sottratto anche ai bambini, non a caso quelli più fragili, più bisognosi di attenzione, cura ipocritamente sancita dalla retorica dell’inclusione. Una scuola, per i forti, gli strutturati, i competitivi, i meritevoli per censo. Con un precariato storico che ha colpito non solo gli insegnanti di sostegno, con il diminuire dei fondi delle amministrazioni locali per le figure di assistenza alla disabilità e l’appoggio alle famiglie, con le ore di tempo pieno ridotte a puro servizio di custodia, la scuola che accoglie diventa un caso raro, quella che lascia a casa i bambini difficili, la più diffusa. Le parole resilienza e resistenza sono fulcro del famigerato piano PNRR (Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza, nato dalle menti geniali che ci hanno traghettato oltre la pandemia a colpi di decreti), in cui si prevede anche una sezione di spesa per la povertà educativa, la fragilità, saggiate attraverso la valutazione standardizzata, con i test INVALSI. Individuato, nella curva di Gauss, il lato perdente, a sinistra della gobba, quello di chi i test non li fa (i portatori di disabilità esonerati d’ufficio e i molti minori che non vanno a scuola), o li sbaglia, si dispensano briciole per il loro fabbisogno di recupero. Recuperare la normalità, quando possibile, sennò si rimane nel sótano, il sottosuolo degli esclusi. Concludo tenendo insieme proprio la scuola e il lavoro, sottotraccia della rilettura che ho fatto dei contributi di Calabria. Il lavoro nobile delle comunità latino-americane, che tanto il nostro autore conosceva e amava, non è quello che oggi abita le nostre scuole. L’ozio, l’humus in cui far crescere – tutelandole – le giovani menti, viene dimenticato. La scuola deve preparare al ritmo del lavoro, deve addestrare all’esecuzione del compito, in sospensione del giudizio critico, le competenze per il mercato al posto della conoscenza per la buona vita. Al lavoro futuro, adulto, probabilmente tutto questo sacrificio di saperi non servirà, ma serve a educare persone obbedienti, competitive, e – visti i venti che spirano minacciosi – all’attitudine guerriera. -------------------------------------------------------------------------------- Nell’archivio di Comune, gli articoli di Renata Puleo sono leggibili qui -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tre verbi, molti mondi, una sola Terra proviene da Comune-info.
Maranza di tutto il mondo, unitevi! Note sul libro di Houria Bouteldja
(disegno di giallaz) Quando chiedo alla commessa di Libraccio se abbiano in negozio il nuovo libro di Tommaso Sarti – Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza (DeriveApprodi, 2025) – lei litiga con il monitor perché è convinta che ci sia. «Devo averlo confuso con un altro», mi fa, scusandosi. La guardo comprensivo: non è così usuale che nello stesso mese vengano pubblicati due libri sui maranza, anche io mi sarei confuso. L’altro libro che ho in mente è La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel Seroussi (Agenzia X, 2025). Eppure, non è a questo che stava pensando lei: «L’ho confuso con quello dal titolo tradotto malissimo». La guardo confuso. Sebbene la sua non sia proprio una gran pubblicità, è questo tipo di frasi che suscita l’interesse di alcuni lettori. Vado a vederlo al piano di sotto: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie (DeriveApprodi, 2024). Il titolo originale è Beaufs et barbares. Le pari du nous di Houria Bouteldja (La Fabrique éditions, 2023), uscito in Francia due anni fa. Copertina stile La haine ma a colori, autrice franco-algerina militante e nota editoriale dei traduttori dal titolo: Perché maranza. Lo compro. Nella nota editoriale si spiega che la parola “maranza” traduce contemporaneamente “beaufs”, termine ai limiti dell’intraducibilità con cui generalizzando possiamo intendere il proletariato bianco, e “barbares”, che per Bouteldja sono i proletari indigeni, ovvero i nativi dei territori colonizzati, oggi immigrati, regolari e non, in Francia e negli altri paesi europei. Questa scelta la trovo coraggiosa. Sulla seconda parte della frase invece, con quell’invito a unirsi accompagnato da un altisonante punto esclamativo, sono d’accordo con la libraia: quantomeno discutibile. La prima volta che ho sentito il termine “maranza” era tre anni fa. Chi lo pronunciava alludeva a una serie di video che circolavano su TikTok in cui dei ragazzini molto giovani ostentavano azioni provocatorie e violente. I video provenivano soprattutto dal nord Italia. Maranza però non è un neologismo. La parola si trova già in una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, 1988), che in un’intervista di quell’anno rivendicava di essere lui stesso un “maranza”, attribuendo al termine questa definizione: “è quello che si impunta”. Se prima la parola era utilizzata solo da una nicchia di persone del milanese con un’accezione più o meno positiva, dal 2022 il termine è diventato di uso comune con una connotazione fortemente negativa proprio a seguito di quei video. Difficilmente oggi Jovanotti rivendicherebbe di essere un maranza, come faceva sul finire degli anni Ottanta. Il termine oscilla tra una connotazione criminale, pericolosa, e una più burlesca, quasi comica, ma pur sempre denigratoria. LIBERTÉ MA NON PER TUTTI Ponendosi da una prospettiva diversa rispetto ai tradizionali libri di storia, Bouteldja rilegge la periodizzazione storica convenzionale in chiave razziale. La razza, parola ripudiata dal dibattito pubblico odierno, diventa qui il motore silente che aziona la macchina della Storia. Sin dall’antichità, gli schiavi erano innanzitutto un soggetto razzializzato. La Modernità, che convenzionalmente comincia con la scoperta dell’America nel 1492, ha inizio con il genocidio di un popolo: gli indigeni americani, rei di incarnare una razza fino a quel momento sconosciuta e di abitare terre piene di risorse predabili. Data l’enorme quantità di ricchezza di cui disporre, c’era bisogno di identificare chi potesse beneficiarne e chi no; per questo, negli anni a seguire, nascono gli stati moderni. Inghilterra, Olanda, Francia – ma dal 1776 anche Stati Uniti – si contendono ripetutamente l’egemonia su queste ricchezze. Con lo stato moderno l’individuo rinuncia a una parte della sua identità per identificarsi con lo stato a cui appartiene; in cambio, egli pretende che, all’interno di esso, gli siano riconosciuti una serie di diritti e di privilegi: l’istruzione, la libertà di parola, il voto; ma anche l’accesso a una parte delle ricchezze provenienti dagli stati colonizzati. Solo all’interno dello stato, perché lo stato moderno è intrinsecamente razzista e costitutivamente selettivo. È evidente allora come la Rivoluzione francese costituisca sì una liberazione, ma solo per qualcuno. La schiavitù, abolita dalla Convenzione montagnarda nel 1794, ritorna già nel 1802; la colonizzazione in Africa è al suo apice durante il diciannovesimo secolo, e la Francia ne è una dei grandi protagonisti: Liberté, Égalité e Fraternité per qualcuno, non per tutti. Gli stati moderni europei hanno però dei fratelli, figli della stessa grande madre: la razza europoide. Per questo, se non è importante quello che spetta al cittadino di un’altra razza, è però molto importante che le pretese di un cittadino di uno stato fratello siano accontentate. Qui l’autrice riprende Gramsci, che aveva teorizzato l’esistenza dello “stato integrale”, ma si spinge oltre, introducendo il concetto di “stato razziale integrale”. In questi stati, le rivendicazioni politiche esistono, non sono represse, ma sono chiuse nel recinto della razza. La lotta di classe si riduce a un conflitto tra bianchi: “La battaglia tra la borghesia e il popolo, per quanto feroce possa essere, rispetta globalmente il paradigma razziale/coloniale che stringe il campo politico come in un corsetto. I due blocchi che si fanno la guerra, separati da rapporti antagonisti di classe, sono invece uniti dalla razza”. (p. 79) Il nazi-fascismo del ventesimo secolo allora è un’anomalia: questa si spiegherebbe come l’esclusione – definitiva? – della parte più estrema dello Stato razziale integrale. Perde il nazi-fascismo, ma vincono gli “stati razziali progressisti”: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Isolando la parte violenta degli “stati razziali integrali”, le potenze occidentali si assicurano la sopravvivenza degli stati nati dal 1492 in poi. Arrivando alla contemporaneità, con questa prospettiva l’autrice rivaluta l’astensionismo: “Votare significa votare bianco… tranne quando – ironicamente – la scheda è bianca. Nonostante sia azzardato dare un senso definitivo e univoco allo sciopero elettorale […] la loro ‘miseria civica’ non è altro che un atto di rivolta contro un dispositivo che organizza l’impotenza, impedisce qualsiasi riforma”. (p. 84). A questo punto Bouteldja avanza la sua proposta politica: un’alleanza tra i due soggetti del titolo, beaufs e barbares. Queste due forze sono in conflitto, come riconosce l’autrice stessa, dal momento che i beaufs identificano una delle cause del deterioramento del loro stile di vita proprio nella presenza dei barbares nei loro stati (non è un caso infatti che i neri e gli arabi si siano rifiutati di aiutare i gilet gialli nel 2018). Eppure, secondo Bouteldja, i due gruppi hanno un nemico in comune: l’Unione Europea, “il punto debole dello stato integrale” (p. 129). Solo con l’obiettivo comune di un’uscita della Francia dall’Unione Europea si potrebbero radunare le forze dei due schieramenti. Il problema però è che il ritorno a una prospettiva nazionale comporta inevitabilmente il rischio di una svolta nazionalista, che colpirebbe proprio i barbares. Qui l’argomentazione dell’autrice sembra più fragile: seppur si mostri consapevole di questo rischio, Bouteldja confida in un orizzonte più ampio, che scongiuri la minaccia nazionalista: “Bisogna iscrivere la Frexit decoloniale in una nuova geografia politica, che deve implicare solidarietà e fratellanza con i popoli del Sud e anche una rottura della meccanica dello sfruttamento su cui si fondano i rapporti asimmetrici tra la Ue e il Sud globale” (p. 139). Questa prospettiva, seppur affascinante, appare molto problematica: come definire chi fa parte del Sud globale e chi no? E, soprattutto, come evitare che si ripresentino le stesse dinamiche di sfruttamento che caratterizzano la geopolitica contemporanea? NOI E I MARANZA Sebbene l’autrice parli della Francia, questo saggio si inscrive molto bene anche nella cornice italiana con le sue specificità. Nonostante il diverso rapporto con la cultura islamica, anche in Italia l’islamofobia è in crescita. Secondo Bouteldja, questa è “l’arma congiunturale della controrivoluzione coloniale […], un tassello chiave al servizio dello stato razziale integrale”. (p. 126). Da quando il termine “maranza” è divenuto di uso comune, questo non si sente solo nei comizi elettorali di Vannacci e Sardone, ma si ripete spesso per strada, in televisione, sui social. È del 5 novembre scorso il post di Ryanair Italia che afferma: “Ci riserviamo il diritto di non servire chi indossa tute da maranza” (con tanto di didascalia: “facciamo noi le regole”). La parola è usata soprattutto nell’ambito della sicurezza: i maranza sembrano essere diventati il più grande pericolo per la nostra incolumità. È nota l’indagine della Digos secondo cui alcuni esponenti dell’estrema destra avrebbero organizzato delle “ronde anti-maranza” volte a riportare l’ordine e la sicurezza nelle strade milanesi; pare anche però che alcuni dei responsabili del blitz all’occupazione del liceo Da Vinci di Genova, indagati per danneggiamento aggravato e apologia di nazismo a causa delle svastiche disegnate sui muri, siano “maranza”. Ma chi sono allora i maranza? Se non è esatto che la parola maranza sia un neologismo, come affermato nella nota editoriale (p. 7), è pur vero che, nel suo nuovo utilizzo, il termine di fatto combini le due parole “marocchino” e “zanza” (Gabriel Seroussi sostiene che questa idea sia un falso mito: probabile, ma di fatto oggi la parola richiama istintivamente questi due termini). Anche la parola “zanza” ha una storia molto particolare, ma possiamo ipotizzare che derivi da “zanzara”, insetto particolarmente fastidioso. Uno “zanza” è infatti un “imbroglione, truffatore, furfante” (Treccani), oppure, in senso più ampio, un “tamarro”. I maranza sarebbero quindi dei micro-criminali di origini marocchine o, nel migliore dei casi, dei tamarri magrebini. È sempre più diffuso però un utilizzo del termine con riferimento a quegli adolescenti, anche di origine italiana, che vivono – come i ragazzi marocchini – l’emarginazione delle periferie, ascoltano un certo tipo di musica e vestono con le fantomatiche “tute da maranza”. Da qui l’idea della traduzione del titolo: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Come ci racconta Bouteldja, in Francia il razzismo non è cosa di pochi, e lo stesso si può affermare per l’Italia. Tutti abbiamo condannato quel manipolo di ultras della Fiorentina che insultarono Kalidou Koulibaly dicendo “scimmia di merda”, ma quanti di noi rinuncerebbero al diritto di prelazione che sentiamo di avere su quanto ci circonda rispetto a un immigrato irregolare? Dire maranza vuol dire parlare dal di qua di una barricata, vuol dire che c’è un “noi” e c’è un “loro”; eppure, cos’altro ci rende diversi da “loro” se non la convinzione, sedimentata nelle tradizioni delle nostre famiglie, di meritare dei privilegi solo in quanto cittadini di uno “stato razziale”? Allora, dimenticando per un attimo quanto discutibile possa essere la traduzione del titolo, bisogna riconoscere a quest’associazione linguistica il merito di strappare la parola maranza alle connotazioni razziste sempre più diffuse di Sardone e Ryanair – ma anche di tanta gente di sinistra – e renderla, forse per la prima volta in Italia, soggetto politico attivo. (federico murzi)
I libri sono liberi, ma le opinioni non sempre lo sono
Evidentemente l’Italia ha maturato un problema con i libri. E’ un problema che ha sempre avuto, ma in questi anni si è acutizzato. Non tanto perchè fanno discutere per i loro contenuti, ma perchè fa discutere ciò che rappresentano spesso politicamente. Hanno fatto discutere a partire da chi li ha scritti, dalle opinioni degli scrittori, o lo hanno fatto a partire dai contenuti del libro stesso. Abbiamo anche un problema di schizofrenia con la democrazia, il fascismo, l’antifascismo, la libertà d’espressione e la censura. Problemi che in questi anni ritornano periodicamente al centro del dibattito perchè evidentemente non si sanno gestire. Uso il termine schizofrenia perchè evidentemente ogni anno diventa sempre più patologico. Sembra che non si riesca più a distinguere ciò che è fascista da ciò che non lo è, libertà d’espressione da ciò che non lo è, censura da ciò che non lo è, democrazia da ciò che non lo è. Tutto questo accompagnato da comportamenti confusionari: un anno si critica uno scrittore per le sue opinioni e si invita alla censura; un anno si invita uno scrittore a non presentarsi ad un festival pur essendo stato invitato; un anno nel silenzio assoluto viene esclusa una casa editrice dichiaratamente antifascista dal Salone del Libro di Torino senza che non troppe voci mediatiche si levino in aiuto; un anno alcuni scrittori fanno un appello in contrarietà alla presenza di una casa editrice dichiaratamente fascista senza essere ascoltati. Tutto questo sembra un teatro, una commedia senza trama di cui si intuisce il contenuto e si ignora la conclusione, perchè la fine è sempre diversa: un misero spettacolo da cui si può indagare la salute della nostra democrazia. I fatti recenti, dopo l’appello – firmato tra gli altri da Alessandro Barbero, Anna Foa, Antonio Scurati, Carlo Ginzburg, Giovanni De Mauro, Christian Raimo e Zerocalcare – per chiedere di escludere dall’evento “Passaggio al Bosco”, la casa editrice che pubblica scritti di e su Mussolini, Degrelle, Codreanu e neofascismo, ce lo manifestano senza tante sfumature. Ciò che mi riporta alla mente sono episodi simili che negli ultimi vent’anni l’Italia ha vissuto su questo tema. Nel 2008 il Salone del Libro di Torino dedicò la sua edizione ad Israele “per i sessanta anni della sua nascita”. Un evento percepito mediaticamente come festoso ed importante che solo qualcuno seppe contestare. Il Forum Palestina e altre reti solidali con i palestinesi, organizzarono una efficace campagna di boicottaggio che aprì un discussione a tutto campo nel mondo della cultura e della politica. Moltissimi scrittori, palestinesi e non solo, decisero di non partecipare perchè non aveva senso che una democrazia come l’Italia dedicasse un evento culturale alla nascita di un Paese nato sulla pulizia etnica da parte di gruppi d’estrema destra sionisti e la Nakba del 1948 del popolo palestinese, al quale – già all’epoca – imponeva di vivere in un sistema di apartheid razzista e coloniale fatto di violenza e soprusi quotidiani e repressione militare sistematica. Conclusione: non troppo clamore mediatico e il mondo della cultura italiana celebrava Israele senza che nessuno si indignasse per la sua storia. Nel 2011 nel Veneto leghista, l’allora assessore alla cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, iniziava una crociata una serie di scrittori italiani invitando alla censura dei loro testi: “Via quegli autori dalle biblioteche pubbliche” – disse pubblicamente. La loro colpa era aver firmato nel 2004 un appello per la liberazione e l’indulto a Cesare Battisti, combattente militante negli anni Settanta nei Proletari Armati per il Comunismo (PAC), organizzazione italiana della lotta armata di estrema sinistra. Fu così che si chiedeva che gli “scrittori pro-Battisti” – così vennero chiamati – venissero messi al bando nelle scuole. “Non chiediamo nessun rogo di libri, intendiamoci. Semplicemente inviteremo tutte le scuole del Veneto a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi degli autori che hanno firmato l’appello a favore di Cesare Battisti”, disse l’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan, 39 anni di Bassano del Grappa, fervente cattolica del PDL, con alle spalle una militanza nel Fronte della Gioventù e un passaggio in An. “Un boicottaggio civile è il minimo che si possa chiedere davanti ad intellettuali che vorrebbero l’impunità di un condannato per crimini aberranti”, sbottava annunciando una lettera a tutti i presidi, mentre nelle biblioteche comunali, nel silenzio generale, stavano sparendo le opere degli autori politicamente scomodi. Donazzan, nota alle cronache regionali per aver deciso di donare a tutti gli scolari delle elementari una copia della Bibbia, dichiarò: “Un autore, un intellettuale, esiste per quello che scrive. Questo è il suo ruolo nella società. Quella a favore di Battisti non è stata una petizione popolare. Ci troviamo davanti a un messaggio aberrante lanciato da intellettuali. A favore di un personaggio che si è macchiato dei peggiori crimini di sangue. L’unica cosa che possiamo fare è boicottare i loro libri. Smettere di leggerli. Non accoglierli nelle biblioteche pubbliche e nelle scuole. (20 gennaio 2011)”. In seguito, a chiederne ufficialmente la censura nelle scuole, era stato l’assessore regionale con l’appoggio del presidente della Regione Luca Zaia, che definì la vicenda di Battisti “abominevole”: “I delinquenti vanno messi in galera, non lasciati liberi”. Intanto casi di censura leghista, strisciante o esplicita, venivano denunciati da alcuni bibliotecari veneti. A venire sconsigliati erano soprattutto i libri di Roberto Saviano. Soddisfatto di aver sollevato “un gran vespaio”, come lo definì lui, l’assessore provinciale Speranzon disse che “Era proprio quello che volevo” anche se poi la presidente della Provincia, la leghista Francesca Zaccariotto, fu costretta a fargli fare marcia indietro. Riassumendo: dei politici locali decisero che era giusto censurare i libri di alcuni scrittori ed intellettuali, che non avevano violato nella regola della nostra fantomatica “democrazia”, solo perchè avevano chiesto in un appello la liberazione di un guerrigliero politico degli anni Settanta, oltre alla richiesta di fare pace con la travagliata storia degli Anni di Piombo, di “assalto al cielo” e di radicalità delle masse. L’azione dei politici leghisti locali fu sicuramente fascista e antidemocratica che violava il diritto alla libertà d’espressione e limitava la diffusione di cultura. Questi politici volevano censurare dei libri sulla base di una loro politicizzazione strumentale di alcuni fatti passati, fondata sulla loro opinione che volevano trasmutare in convinzione di massa. Le opinioni, proprio perchè tali, sono sempre di bassa lega rispetto ai pensieri strutturati e argomentati con cognizione di causa. Ma la storia non finisce qui. Nel 2019, Wu Ming 4 che avrebbe dovuto presentare al Salone del Libro di Torino l’antologia di suoi scritti su “J.R.R. Tolkien Il Fabbro di Oxford” edito da Eterea, decide di annullare la sua presentazione in quanto al Salone del Libro sarebbe stata presente uno stand Altaforte, di fatto la casa editrice di CasaPound, organizzazione d’estrema destra occupante di un palazzo del Ministero dell’Interno che nessuno ha mai sognato di sgomberare. Nei giorni prima la notizia aveva suscitato molte critiche ed esortazioni a tenere fuori dalla kermesse una presenza platealmente neofascista. Dello stesso avviso anche il fumettista ZeroCalcare, che scrisse: “oggettivamente sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po’ l’asticella del baratro”. Come ha risposto il Comitato d’indirizzo del Salone? Con un comunicato che in sostanza dice: “CasaPound non è fuorilegge, dunque può stare al Salone, basta che paghi”. Non tutti seguirono l’esempio, il saggista Christian Raimo, dimessosi da consulente del Salone del Libro, decise di esserci lo stesso “soprattutto per parlare, discutere, ascoltare, e contestare. Ogni spazio pubblico è un campo di battaglia”. Un’opinione condivisibile, soprattutto se il motivo era provare coi propri mezzi a non normalizzare quella presenza inquietante. Riassumendo: Il Salone del Libro decide di invitare una casa editrice di stampo neofascista perchè CasaPound non è fuori legge, ma si dimentica di due punti fondamentali: la Legge Mancino (1993), che punisce l’incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, inclusi gesti e simboli; e la Legge Scelba (1952) che vieta la ricostituzione del disciolto Partito Fascista e punisce l’apologia del fascismo, condannando manifestazioni, propaganda e organizzazioni che ne richiamino principi o metodi, con la Mancino che funge da norma sussidiaria per condotte meno specificamente fasciste ma discriminatorie. Questo basterebbe per dire che il neofascismo non è un’opinione tra le altre e che la sua apologia è reato. Nel 2021, invece, al Salone del Libro di Torino succede qualcosa di estremamente insolito: l’esclusione della casa editrice udinese Kappa Vu da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia (con la famigerata Mozione 50) dalla partecipazione al “Salone del libro” di Torino previsto dal 14 al 18 ottobre 2021. La comunicazione è avvenuta non con una comunicazione scritta ma con una telefonata, non alla casa editrice diretta interessata, ma all’Associazione di editori di cui Kappa Vu fa parte, con l’avvertimento di esclusione di tutti gli altri editori appartenenti all’Associazione. Si tratta di un fatto gravissimo un fatto grave: una decisione avvenuta in base ad un “giudizio di merito” dal punto di vista politico da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia, sulle pubblicazioni della casa editrice stessa in merito alle esecrabili vicende del confine orientale e sulle foibe. Non si tratta di una casa editrice qualunque, ma una casa editrice che pubblica libri su argomenti storici importanti: l’occupazione fascista della Jugoslavia, l’italianizzazione fascista delle terre slave, la resistenza antifascista jugoslava, le foibe, le amnesie di Stato italiane sulle vicende del Confine Orientale, l’antislavismo fascista, i campi di concentramento fascisti dove vennero rinchiusi e sterminate le popolazioni slave etc. La politica non potrebbe operare discriminazioni sulla base di pubblicazioni non ritenute “proprie”. L’Anpi Udine con il coordinatore Dino Spanghero affermò: “inaccettabile e antidemocratico, una violazione della libertà di stampa sancita dalla Costituzione”. Conclusione: evidentemente la Regione Friuli Venezia Giulia ha delle simpatie revisioniste della storia a tal punto da impedire la presenza di una casa editrice che, attraverso la ricerca storica, ha dichiarato guerra al revisionismo storico. Interessante che il Salone del Libro non si sia espresso…. Per concludere, l’art. 21 della nostra Costituzione afferma che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, essendo il pluralismo delle idee e dei pensieri, e non la censura, patrimonio delle società democratiche. Un conto è esprimere la propria opinione libera; un conto è imporre forzatamente la propria opinione pensando che debba essere legge; un conto è dichiararsi fascisti e, in quanto tale, pretendere di avere voce in capitolo; un conto è accettare che i fascisti possano essere normalizzati in quanto agenti d’opinione; un conto è escludere chi la pensa diversamente a prescindere proprio per il suo pensiero; un conto è esporsi per chiedere democraticamente chiarimenti su fatti democraticamente inspiegabili come appunto la presenza di case editrici apertamente schierate Credo che sia urgente più che mai discutere ampiamente sui temi della libertà di espressione, dei valori dell’antifascismo e sul fatto che l’apologia di fascismo sia reato. Un questione che prima o poi si dovrà affrontare se vogliamo continuare a vivere in un clima pacifico di dialogo. Lorenzo Poli
La plastificazione delle città, un libro sul turismo nei Paesi Baschi
(disegno di otarebill) “Era una città di plastica / di quelle che non voglio vedere / con edifici cancerogeni / e un cuore di paccottiglia / dove invece del sole sorge un dollaro / dove nessuno ride, dove nessuno piange / con gente dalle facce di polistirolo / che sentono senza ascoltare e guardano senza vedere / gente che ha venduto per la sua comodità / la sua ragion d’essere e la sua libertà”. Poteva essere questa strofa di Rubén Blades e Willie Colon l’epigrafe del libro La rivolta nella città di plastica, di Marco Santopadre, una breve inchiesta sulla turistificazione estrema della città basca di Donostia (San Sebastián) pubblicato qualche mese fa dalla Red Star Press di Roma. La mitica canzone Plástico del 1978, un capolavoro della salsa, è un’invettiva ironica contro la superficialità delle donne, degli uomini e delle città del continente americano. Negli anni Settanta questi musicisti latinos di New York vedevano come il modello urbano consumista statunitense si riproduceva anche nei loro paesi d’origine. Mezzo secolo dopo questa plastificazione ha raggiunto tutte le città del mondo: le capitali, come Roma, che con il Giubileo è stata finalmente consegnata alla grande finanza internazionale; ma anche le città meno centrali. Una è sicuramente Donostia (è il nome basco: in castigliano è San Sebastián), la “perla del Cantabrico”, nel nord della penisola iberica. Santopadre, che conosce bene il paese basco, e che per questo libro ha svolto dieci interviste ad attivisti, sindacalisti, consiglieri comunali, portavoce delle associazioni di quartiere, racconta di un passato recente in cui la città aveva due facce: la San Sebastián “turistica, godereccia, dai tratti raffinati, un po’ snob e un po’ retrò”; e la Donostia “estremamente popolare, combattiva, impegnata, verace, dai modi diretti e informali” (p.14). Per decenni questi due mondi hanno condiviso lo stesso territorio, forse ignorandosi, o disturbandosi tra loro poco più delle due città di The city and the city di China Mieville. Ultimamente, però, ed è il tema del libro, la prima ha “fagocitato” la seconda. Come nel libro di Mieville, si parla di classi sociali: la città borghese ha sconfitto la città popolare, divorando anche il suo mondo vitale, la sua lingua indigena (l’Euskera o basco), le sue mobilitazioni politiche. Lo strumento di questa vittoria è il turismo; o meglio, la trasformazione della città in una monocultura turistica. A differenza della vicina Bilbo (Bilbao), città operaia e industriale che si è aperta al turismo solo dopo la costruzione del museo Guggenheim a fine anni Novanta, con il “recupero” delle zone abbandonate dalla deindustrializzazione,  Donostia ha alle spalle due secoli di turismo: perciò la tipica risposta alle critiche al turismo è che Donostia “è sempre stata turistica” (p.31). Per il suo clima e la sua posizione, era meta di vacanze termali per l’aristocrazia già nell’Ottocento; e anche il dittatore Francisco Franco vi passò le estati dal 1940 fino alla morte, nel 1975. Ma per quarant’anni tutta la regione basca, Euskadi, è stata lo scenario della conflittualità indipendentista dell’ETA, di enormi mobilitazioni contro lo stato spagnolo, e della kale borroka, la guerriglia urbana dei giovani. Forse queste grandi mobilitazioni sono riuscite a tenere alla larga non tanto lo stato, quanto la massificazione turistica che incombeva sulla regione (della turistificazione di Bilbao parla anche l’ultimo capitolo del libro di Santopadre, a partire dal lavoro di Adriano Cirulli, altro grande conoscitore del país vasco). Santopadre spiega infatti che la deposizione delle armi di ETA ha segnato l’inizio del nuovo ciclo di turistificazione. Nello stesso anno dell’annuncio di ETA, il 2011, Donostia fu candidata a “Capitale europea della cultura” per il 2016 (l’anno in cui si seppe che il dubbio privilegio sarebbe stato riservato anche a Matera; pochi anni dopo a Procida). Queste grandi celebrazioni cementificano nuove alleanze nelle élite: come le Olimpiadi di Barcellona del 1992, annunciate dall’ex ministro franchista Jose Antonio Samaranch, che sancirono la ritrovata unità economica di destra e sinistra sotto il vessillo dell’impresa e della gentrificazione, così Donostia 2016 è diventata subito il paradiso dell’industria turistica. Non passa neanche un anno dal “grande evento”, che già la turistificazione è estrema; nascono le organizzazioni contro l’overtourism – un termine che il libro giustamente critica, perché la questione non riguarda la quantità di turisti; e neanche la “qualità” (pp. 100-110). Subito dopo la pandemia del 2020 già un quinto dei posti letto nelle zone centrali sono per il turismo (p.49), con il conseguente calo dei residenti (non pronunciatissimo: nel quartiere centrale le statistiche registrano il dieci per cento in meno in venti anni, anche se probabilmente esponenziale; p.51). “Siamo in pericolo”, dichiara un’intervistata (l’unica donna). Quella di Donostia, per uno degli intervistati, sarebbe una “gentrificazione con caratteristiche proprie” (p.51). Eppure – circondata dagli aeroporti, funestata dal lavoro precario e stagionale, satura di bar e bnb (per lo più gestiti da gruppi imprenditoriali), inzeppata di installazioni artistiche, svuotata dall’aumento degli affitti, con il conseguente “sradicamento di un’intera generazione […] oltre all’indebolimento delle reti comunitarie e perdita dell’identità locale” (p.58) – si fatica a vedere in cosa sia diversa dalle migliaia di altre città gentrificate. Il libro ripercorre tutte le politiche con cui l’amministrazione ha favorito la turistificazione estrema: dalla concessione di licenze per hotel in deroga alle norme edilizie, alla demolizione di edifici storici di cui si mantengono solo le facciate, fino agli “errori” intenzionali che hanno accelerato la distruzione della città; e anche le denunce dei numerosi collettivi, studiosi e associazioni di abitanti, quasi sempre senza risultati, almeno nei tribunali. Al di là della forma specifica di vendere Donostia come capitale enogastronomica, una narrativa di cui Santopadre ripercorre lo sviluppo – dal 2009 che si fonda il Basque Culinary Center, si celebra la fiera San Sebastian Gastronomika, si trasformano le sidrerie in ristoranti brandizzati, fino all’assurdità dell’Instituto del Pintxo (p.83) – è evidente che i processi descritti nel libro sono proprio esempi da manuale. Le città gentrificate non si distinguono per forma, storia e vita, ma per il tipo di offerta che propongono ai nuovi arrivati – turisti o gentrificatori. Ed ecco la plastica! È il packaging che trasforma la città in un pacchetto che i visitatori possano consumare rapidamente. Ma è anche una metafora dell’abbellimento superficiale, della ripulitura frettolosa, del consumo in serie, colori e forme attraenti ma identiche ovunque. Il simulacro si moltiplica al punto di sostituirsi alla città. Anche questo processo è standard: lo descriveva Harvey in The Art of Rent ventitré anni fa, spiegando che le città per farsi “globali” sono costrette a distruggere ciò che le rende uniche. Donostia oggi è analoga alla Cappuccino city di Derek Hyra, ma anche alla città di Santa Chiara, le cui mirabolanti avventure racconta Diego Miedo; di fatto, a tutte le altre città turistificate del mondo. Tutte in mano ai city killers, come li chiama Lucia Tozzi. Quello che manca in questo racconto però è la rivolta del titolo. In questa città di plastica, dov’è l’abitante di Zerocalcare che esce col fucile gridando “Rebibbia non sarà mai il nuovo Pigneto! Le vostre apericene fatele da un’altra parte”? O quello di Diego Miedo che grida “Americani di merda non saremo mai il vostro zoo”? Dopo lo scioglimento dell’ETA forse è fuori luogo invocare le armi. Ma è vero anche che l’invasione turistica attuale, soprattutto dopo la pandemia, non ha mai prodotto niente di simile alle proteste anti-gentrificazione degli anni Ottanta, come la rivolta fondativa di Tompkins Square nel 1988. Ci sono gruppi di abitanti critici, reti internazionali come SET, libri ed eventi contro il turismo – ma pochissime rivolte. Un’eccezione forse è stata quest’estate a Città del Messico contro i turisti statunitensi, che le autorità hanno rapidamente definito violenza xenofoba. Le rivolte contro la plastica sono nella nostra immaginazione, sono prefigurazioni, dei simulacri, plastica anche loro. Rivolte vere, per ora, né a Donostia né altrove. Anche perché sarebbe assurdo prendersela con i turisti, ingranaggi della macchina, quasi sempre inconsapevoli. Ma anche sul campo della consapevolezza non siamo avanzati molto. Nel 1979 Ruben Blades e Willie Colon spiegavano chiaramente la strada contro la plastificazione: “Senti latino, senti fratello, senti amico – dice l’ultima strofa della canzone Plástico – non lasciarti confondere / dall’oro o dalla comodità! / Andiamo tutti sempre avanti / c’è ancora molta strada da fare / per farla finita tutti insieme / con l’ignoranza che ci mantiene suggestionati / con modelli importati / che non sono la soluzione. / Non lasciarti confondere / cerca il fondo e la sua ragione / e ricorda: si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Studiare, lavorare, andare sempre avanti, contro i modelli statunitensi di plastica: “Ricordati che la plastica si scioglie / quando la illumina il sole” canta Ruben Blades mentre il coro ripete “si vedono le facce, si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Questa era la strada con cui “vinceremo insieme”. Per il momento, la vittoria non è arrivata. Cosa vuol dire “cercare il fondo e la sua ragione” nella città di plastica? Le facce di plastica hanno un retro, un fondo, dove si vede la filettatura, il segno della fusione, che ne rivela la natura artificiale, prestampata. Turistificazione e gentrificazione sembrano un pezzo unico, da prendere o rifiutare in blocco, magari regolando quantità e qualità. Il punto di fusione, nascosto, mostra invece che questi fenomeni sono un’accozzaglia di eventi disparati – dai finanziamenti pubblici alle low cost, alla mancanza di regolazioni sugli affitti brevi – fusi insieme da un discorso pubblico che li presenta come solidi e coerenti. E invece sono le forme del momento, che possono cambiare anche all’improvviso. Santopadre, per esempio, spiega il moltiplicarsi degli immobili di lusso (p.119-125), come un nuovo ciclo di valorizzazione (anche se secondo me sbaglia nel considerarla un “dopo” la gentrificazione). A Roma, per esempio, la fase non è più quella puramente turistica: abbiamo il lusso e i maxi studentati (ne parla Chiara Davoli nel numero dello Stato delle città di prossima uscita); altrove le politiche urbane portano tutt’altro, dall’abbandono di Detroit ai massacri di Rio de Janeiro. Dipende da come reagisce la società. Di fronte alla città di plastica, la ricerca dovrebbe fare come il sole della canzone: scioglierla. Scomporne i fattori, capirne gli equilibri, cosa tenere e cosa respingere, quali forze si legano a ogni pezzo; smentire sistematicamente il simulacro, la performance scintillante. Francesco Migliaccio ipotizza che la stessa idea di gentrificazione contribuisce a nascondere le diverse tendenze che influenzano la vita urbana, togliendoci lucidità. Un’altra metafora utile è quella di Mike Davis, Città di quarzo: gli aspetti apparentemente inconciliabili della vita urbana si riflettono tra loro come in un cristallo. Anche Marco D’Eramo in un gran libro su Chicago mostra come la città tiene insieme elementi diversissimi: Il maiale e il grattacielo. La metafora ci serve anche per la struttura politica che promuove questi processi, cioè lo stato. David Graeber ha spiegato che lo stato è un’accozzaglia di elementi inconciliabili tenuti insieme da una retorica convincente, ma che possono sciogliersi in qualunque momento. Anche a Roma dobbiamo capire come si interfacciano le scenette del sindaco con il giubbetto catarifrangente, le parate militari, la vendita di un appartamento per sedici milioni di euro, la Royal Caribbean che si prende Fiumicino. Senza farci confondere dai giornali che ci mostrano un progetto unico e coerente da accettare o rifiutare. “La strategia di orientare il dibattito politico verso l’antinomia ‘turismo sì-turismo no’ – scrive Santopadre – serve a coprire le responsabilità politiche e istituzionali nei cambiamenti strutturali imposti ai nostri quartieri”. Inchieste come questa ci aiutano a sciogliere tutta questa plastica, e a cercare il fondo. (stefano portelli)
Omaggio a Marco Calabria
UNA SALA PIENA, AL POLO CIVICO ESQUILINO DI ROMA, HA ACCOLTO SABATO 8 NOVEMBRE (MALGRADO METRO CHIUSE, BUS DEVIATI, TRAFFICO), LA PRIMA PRESENTAZIONE DI GRIDARE, FARE, PENSARE MONDI NUOVI, L’ANTOLOGIA CURATA DA GIANLUCA CARMOSINO E PUBBLICATA DA ELÈUTHERA CHE RACCOGLIE TESTI DI MARCO CALABRIA. IL LIBRO È UNA BUSSOLA CHE AIUTA A COMPRENDERE I POPOLI E LE ESPERIENZE CHE OVUNQUE STANNO PERCORRENDO SENTIERI COMPLETAMENTE NUOVI, ALTERNATIVI ALLE LOGICHE DEL CAPITALISMO, E PER QUESTO FRAGILI E IMPERFETTI, TRACCIANDO LA STRADA MAN MANO CHE AVANZANO. L’INTERVENTO DI RAÚL ZIBECHI CHE, IN COLLEGAMENTO DA MONTEVIDEO, HA APERTO L’INCONTRO La morte di un amico è una ferita al cuore. La scomparsa di Marco è molto più della morte di una persona cara, è la perdita di una memoria storica inestimabile in un momento in cui il capitalismo sta lottando proprio per cancellare la memoria collettiva di popoli, classe e individuo. È, quindi, doppiamente dolorosa. In un anno abbiamo pero Marco Calabria e Aldo Zanchetta. Due amici, due compagni di lotta, due luci che hanno illuminato le nostre vite, anche nei giorni più bui, e nutrito la speranza in un modo diverso. Marco sapeva trovare alternative al capitalismo nelle piccole cose della vita quotidiana, come ha accennato Stefania Consigliere nella sua recente intervista su Comune (Perché è difficile riconoscere mondi nuovi). Sebbene fosse un fervente ammiratore di Mao (cosa che condividevamo), la sua casa aveva un grande terrazzo dove centinaia di piante e piccoli alberi competevano con la grigia monotonia del cemento urbano. I suoi gatti e quelli del quartiere scorrazzavano li, mente Marco fumava una sigaretta dopo l’altra. Amava la natura con la stessa semplice ammirazione con cui amava giocare o ascoltare i bambini, ai quali dedicava attenzione e rispetto, senza il minimo accenno di paternalismo. Por essendo un uomo bianco, occidentale e urbano, capì lo zapatismo senza essere mai stato in Chiapas, così come capì i popoli in movimento in tutta l’America Latina. Comprendere è un atto creativo, ci ha detto Keyserling. Creare è una pratica sociale, individuale e collettiva che implica andar oltre l’esistente, reinventandolo nel materiale e del simbolico. In questo senso, Marco era un creatore fantasioso di nuovi mondi, sapeva riconoscere quando qualcosa di diverso stava nascendo. Credo che il miglior omaggio che possiamo rendere a Marco oggi, a un anno dalla sua silenziosa scomparsa, sia continuare a comprendere i popoli che stanno percorrendo sentieri completamente nuovi, inediti e originali, tracciando la strada man mano che avanzano, come diceva Antonio Machado. Grazie, Marco, per averci dato così tanto, senza aspettare nulla in cambio. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gridare, fare e pensare mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Omaggio a Marco Calabria proviene da Comune-info.
Potere e resistenza nei territori acquatici
I conflitti attorno all’acqua sono più che mai evidenti, ma da sempre i regimi e i governi cercano di controllare l’aspetto del territorio attraverso lavori idraulici come dighe o bonifiche per controllare la popolazione, sia locale, sia nazionale attraverso la propaganda. Modificare il territorio significa espropriare intere comunità delle loro ricchezze naturali e dell’economia consuetudinaria su cui si reggono e portano sempre a una militarizzazione e ad un accentramento del potere che difficilmente potrebbe imporsi in territori impervi come le montagne o le paludi. Prendiamo ad esempio l’abbassamento del lago di Sevan riportato da Giulio Burroni nell’articolo “acqua sovrane, di guerra e di propaganda” uscito su Il Tascabile (https://www.iltascabile.com/scienze/acque-sovrane-guerra-propaganda/) Il libro “gli uomini pesce” ed. Einaudi vede protagonisti Antonia e Sonic alla scoperta dei segreti lasciati da Ilario Nevi, partigiano regista e attivista ambientale, nonchè nonno di Antonia. Nell’estate della più grande siccità degli ultimi anni, il Po si è ritirato fino a diventare un rigagnolo, mentre la stagione estiva impazzava nel vicino litorale ferrarese, l’ambiente paludoso del Delta ha mostrato tutta la sua fondamentale importanza. Un territorio difficile, costretto a ritardatarie bonifiche e che ha visto uno dei pochissimi casi di guerra partigiana combattuta su barche. La storia di Ilario racconta tutto questo: la resistenza, ambientale e antifascista, di un territorio unico. Gli uomini pesce, disegnati come mostri, sono in realtà i difensori popolari dei territori, mostri che preservavano le acque e che hanno limitato l’espansione antropologica in territori difficilmente accessibili. Ne parliamo con l’autore Wu ming1 (e ci scusiamo per la qualità della diretta) Qualche lettura tratta da “addio alle valli” di Francesco Seratini, poeta romagnolo che racconta la vita delle genti e dell’ambiente del Delta del po.