Le politiche discriminatorie della sinistra. Note a partire da un libro sugli sgomberi a Torino
(disegno di escif)
Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta
di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio
regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale
affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e
nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo
menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili,
renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro
dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a
rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla
sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda
commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella
polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista
chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come
il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa
controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda,
tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo
Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e
da Sinistra ecologista.
Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di
vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai
racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive
nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e
dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in
un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella
Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro,
altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi
vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un
passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso
Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale,
una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel
2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella
più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la
giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo
Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora
negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti
che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire,
multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone
‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”.
Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche,
abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino.
L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza
esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si
menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019),
il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di
Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono
descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico
odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra
chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo
sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie
nella gestione dell’ordine pubblico.
Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto
– La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica
che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale
selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di
misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari
selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era
misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui
corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in
alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto
fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti
in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono
erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a
supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli
immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in
piedi.
La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea
tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di
origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri,
da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità
impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un
welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche
aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra
allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e
favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo
è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria,
attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un
complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la
violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi
in una condizione di paria senza diritti.
Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i
marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in
strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia
residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di
perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere
conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone
che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine
del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti.
Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di
assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia
per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone
ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante.
L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo
mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non
autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai
campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza
– sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri
della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore
discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di
circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato
di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il
camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e
dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei
veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento
dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio,
adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del
camper o del furgone in cui vive.
Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi
degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica.
Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra
al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In
un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di
inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e
delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di
determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”.
L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel
tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia
abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la
mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo
monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La
prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di
nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal
punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”.
La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che
creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a
spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione
generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza
pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni
messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale
aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci
vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro
nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un
Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”.
Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un
documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base
alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le
“famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada
donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore
riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a
una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo
consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la
compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al
loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto,
complice silenzio della società civile torinese.
Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe
davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che
connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come
quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche
discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei
modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è
fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una
rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine
contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli
d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e
abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di
solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa
consapevolezza. (francesco migliaccio)