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Le politiche discriminatorie della sinistra. Note a partire da un libro sugli sgomberi a Torino
(disegno di escif) Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili, renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda, tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e da Sinistra ecologista. Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro, altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale, una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel 2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire, multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone ‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”. Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche, abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino. L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019), il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie nella gestione dell’ordine pubblico. Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto – La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in piedi. La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri, da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria, attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi in una condizione di paria senza diritti. Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti. Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante. L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza – sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio, adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del camper o del furgone in cui vive. Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica. Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”. L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”. La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”. Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le “famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto, complice silenzio della società civile torinese. Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa consapevolezza. (francesco migliaccio)
February 26, 2026
Napoli MONiTOR
Sab 28/02 Presentazione libro “Ufficio sinistri” + concerto “Collettivo bad taste”
Sabato 28 Febbraio dalle 21.00 presentazione libro e a seguire concerto Ore 21.00 Presentazione del libro “Ufficio Sinistri – Storie di calciatori mancini” di Andrea Vecchio. Cronache inusuali ed aneddoti di calciatori mancini sia di piedi che di pensiero. L’autore presenterà il libro mediato da un membro del collettivo Bad Taste. Ore 22.00 Bad Taste Collective presenta: HARDCORE EPITAPH BONANZA -NEGATIVE PATH – Punk HC – Palermo; -LA MORTA GORA – Punk HC – Pisa; -SONO ANCORA VIVO – Punk HC – Rovereto.
February 24, 2026
NextEmerson
Libriamoci, le Giornate di lettura nelle scuole
Come ci ricordano i dati dell’Osservatorio AIE sulla lettura, a cura di Pepe Research, in Italia nel 2025 sono cresciute del 4% le persone tra i 15 e i 74 anni che si dichiarano lettrici e lettori (almeno un libro letto anche in parte negli ultimi dodici mesi, compresi e-book e audiolibri), raggiugendo i 33,9 milioni: sono adesso il 76% della popolazione, contro il 73% dell’anno precedente. La crescita riguarda tutte le fasce d’età: tra i 15-17 anni i lettori sono cresciuti del 5% nell’ultimo anno e sono adesso l’89% della popolazione, nella fascia 18-34 anni sono cresciuti del 2% e sono ora l’82%, nella fascia 35-54 anni sono cresciuti del 3% e sono ora il 79%, nella fascia 55-74 anni sono cresciuti del 2% e sono ora il 68%. Tuttavia, calano tempi e frequenza di lettura: la quota di chi apre un libro almeno una volta a settimana è passata dal 72% dei lettori del 2022 al 61% del 2025, mentre quella di chi legge solo qualche volta al mese è passata dal 26% al 38%. Inoltre, per quanto riguarda il tempo medio settimanale dedicato in particolare alla lettura di libri a stampa, questo è calato da 3 ore e 32 minuti nel 2022 a 3 ore e 7 minuti nel 2025. Il 37% dei lettori legge fino a tre libri, e-book o ascolta fino a tre audiolibri l’anno. Il 22% legge tra 4 e 6 libri l’anno, il 19% tra 7 e 11 e il 22% 12 o più. E si conferma il gap di genere, che è di quasi dieci punti percentuali: tra le donne le lettrici sono l’81% della popolazione, tra gli uomini i lettori sono il 72%. Insomma, c’è ancora tanto da fare per sostenere e incrementare la lettura e raggiungere anche i lettori più deboli. E in tale direzione va l’iniziativa in corso “Libriamoci. Giornate di lettura nelle scuole” (dal 16 al 21 febbraio 2026). Libriamoci è una grande festa diffusa e collettiva per celebrare la lettura ad alta voce. Una campagna nazionale rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, dai nidi alle superiori, sia in Italia che all’estero partita il 16 febbraio e che si concluderà domani, 21 febbraio, anche se quest’anno sarà prolungata sino al 28 febbraio per la parziale sovrapposizione alle festività di Carnevale. Durante queste Giornate su invitano tutte le scuole a ideare e organizzare iniziative di lettura ad voce alta, sia in presenza che online, volte a stimolare nelle studentesse e negli studenti il piacere di leggere. L’obiettivo del progetto, promosso dal Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura che da dodici anni – d’intesa con il Ministero dell’Istruzione e del Merito e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – porta la lettura ad alta voce nelle scuole italiane e all’estero, è da sempre quello di diffondere e accrescere l’amore per i libri e l’abitudine alla lettura, attraverso momenti di ascolto e partecipazione attiva come sfide e maratone letterarie tra le classi, realizzazione di audiolibri, performance di libri viventi, gare di lettura espressiva, incontri con lettori volontari esterni, gare di dibattito a partire da singoli romanzi ecc. Come ogni anno, nella realizzazione delle iniziative ci si potrà ispirare al tema istituzionale che caratterizza ogni edizione: per il 2026, Libriamoci ha scelto “Ogni libro è una creatura viva”, celebrando così la lettura come strumento di relazione e di armonia: un modo per imparare a vivere insieme, riconoscendo nel libro un compagno di viaggio capace di insegnarci a rispettare la natura, a capire gli altri e a costruire un futuro più giusto e condiviso. Al tema si affiancano inoltre i tre filoni tematici collegati, ciascuno pensato per ospitare diversi generi, stili e tipi di libri e lettura: Cantare la bellezza, dedicato alla bellezza segreta del creato e quella nascosta in noi stessi, la magia di mondi immaginari e quella del linguaggio capace di costruirli; Creature in cammino, in cui racconti e romanzi di vite vissute o immaginate esplorano paesaggi interiori, emozioni, relazioni e Creature nel nostro tempo incentrato sulle sfide del presente con uno sguardo responsabile e costruttivo verso gli altri e verso l’ambiente. E per offrire alle scuole un motivo in più per proseguire il percorso di lettura lungo tutto l’anno scolastico, Libriamoci condividerà tema e filoni con l’altra grande campagna del Centro per il libro e la lettura, Il Maggio dei Libri (dal 23 aprile al 31 maggio 2026). In questo modo si rafforza la continuità progettuale e si valorizza l’impegno delle scuole che scelgono di partecipare a entrambe le iniziative, realizzando attività che prendano avvio a febbraio e si concludano in primavera. Come ogni anno, i rappresentanti delle Città che leggono, sindaci, assessori e bibliotecari comunali si mettono a disposizione come lettori incontrando alunni e alunne grandi e piccoli delle diverse scuole dei loro comuni. Quest’anno saranno attive le città di: Arquata Scrivia (AL), Bologna, Borghetto Santo Spirito (SV), Brindisi, Bugnara (AQ), Cairo Montenotte (SV), Casoli (CH), Castelforte (LT), Castellammare di Stabbia (NA), Collegno (TO), Ercolano (NA), Este (PD), Firenze, Formigine (MO), Guardea (TR), Santa Croce sull’Arno (PI), Sant’Elpidio a Mare (FM). Partecipare a Libriamoci è semplice e per farlo c’è tempo fino al 28 febbraio: gli insegnanti che nel periodo di svolgimento della campagna avranno realizzato una o più attività di lettura dovranno soltanto iscriversi alla banca dati sul sito https://libriamoci.cepell.it/II/ e registrarla. Dopo la convalida delle iniziative inserite, sarà possibile scaricare dalla propria area utente in banca dati l’attestato ufficiale di partecipazione. Il sito fulcro digitale della campagna, consente di visualizzare, su una cartina dell’Italia, le attività inserite nella banca dati e fornisce suggerimenti di lettura, bibliografie tematiche, un elenco di buone pratiche da condividere, materiali utili da scaricare e notizie. Qui per approfondire i tre filoni tematici Giovanni Caprio
February 20, 2026
Pressenza
Giovani donne al bivio. Rileggere Ragazze del Sud di Simonetta Piccone Stella
(disegno di ottoeffe) Mi sono chiesta a lungo da dove cominciare per scrivere di Ragazze del sud. Famiglie, figlie, studentesse in una città meridionale, uscito per Editori Riuniti nel 1979 e firmato da Simonetta Piccone Stella. Il saggio è l’esito di una ricerca svolta a Salerno con un campione di circa cinquanta intervistate tra i venti e i trent’anni, di varia provenienza sociale, tutte iscritte all’università, alle facoltà di magistero e sociologia. Mentre Piccone Stella lavorava a Salerno, sotto la guida di Laura Balbo un gruppo di studiose svolgeva lo stesso tipo di inchiesta all’università di Milano e in altri centri italiani, e nel decennio successivo Renate Siebert-Zahar avrebbe proseguito e ampliato il lavoro con alcune iscritte all’università della Calabria. Quello che si prefiggevano di indagare queste studiose erano le trasformazioni della condizione e della mentalità femminile negli anni del cosiddetto boom economico. Le portavoce di questo cambiamento, a loro avviso, erano le giovani studentesse universitarie, in quanto protagoniste di esperienze nuove ed emancipatorie, dove meglio che altrove era possibile registrare le discontinuità con il passato, i balzi in avanti, i segni del cambiamento. Piccone Stella avverte che, nel caso di una piccola città di provincia meridionale come Salerno, cercare le trasformazioni vuol dire confrontarsi con molteplici situazioni di contrattazione, di stasi, di percorsi emancipatori annunciati, desiderati ma impraticabili, con consapevolezze raggiunte a metà, con rivolte silenziose. Il metodo è quello dell’intervista, della narrazione di sé, dell’auto-riflessività accompagnate dai commenti dettagliati dell’autrice. Le voci delle ragazze vengono maneggiate con destrezza e nessuna parola cade nel vuoto. Le analisi di Piccone Stella si leggono tutte d’un fiato e non lasciano scampo: i discorsi delle ragazze dicono solo una parte, tutto va riletto, lo sguardo ampliato, i non detti esplicitati, ogni cosa significa. I racconti delle giovani fanno emergere le confessioni che potrebbero trovarsi nei loro diari. Piccone Stella le interroga sul rapporto con la famiglia, i genitori, i fratelli e le sorelle, le vicende biografiche che hanno segnato la loro crescita, le aspettative che sentono gravare su di sé, il rapporto con gli uomini, i partner, la sessualità, il posto che sentono di occupare nella società e, ovviamente, i modi in cui stanno cambiando la propria condizione di donne. Ne consegue che molte narrazioni consolatorie vengono abbandonate sotto la spinta delle pungenti domande di Piccone Stella, in un processo di presa di coscienza attivato dal rapporto tra intervistata e ricercatrice. Nella trattazione tematica non c’è un vero punto di partenza, il testo gira e rigira su se stesso, affrontando allo stesso tempo tutte le questioni che si trovano intrecciate nella vita quotidiana delle giovani e così anche nella narrazione. Le ragazze si presentano. Sono innanzitutto figlie femmine di famiglie meridionali. Sanno bene cosa implichi questa condizione. Mentre faticano a presentarsi come studentesse universitarie, sintomo del fatto che la condizione di studiose immesse in un percorso professionalizzante non viene riconosciuta come propria fino in fondo, non esiste l’abitudine a usarla come auto-rappresentazione. Sono, infatti, in questa esperienza le prime – tema ricorrente nella sociologia dell’autrice –, non hanno in questo alcun antecedente e, se si voltano indietro, alcuna tradizione a cui rifarsi. Queste giovani, che per la prima volta continuano gli studi, prendono tempo: non si sposano subito, non passano da una famiglia a un’altra, non mettono al mondo dei figli prima dei venticinque anni. Hanno un tempo prezioso per sé, che chi le ha precedute non aveva, un tempo in cui possono pensare, chiedersi in base a cosa scegliere una strada piuttosto che un’altra, individuarsi, costituirsi come soggetti. L’importanza di questa sospensione dai doveri familiari si manifesta in una serie di “affermazioni in negativo”, in cui dichiarano, per esempio: “non penso al matrimonio”, e dicendo ciò segnalano, indica Piccone Stella, “il disgusto per un percorso obbligato”, il rifiuto di una strada già tracciata, in ogni caso fatta di esserci per gli altri, mentre ora scoprono cosa significhi esserci per se stesse. Volendo rintracciare invece un punto di inizio, la condizione di figlie fornisce le prime coordinate per orientarsi nell’universo simbolico di queste ragazze. Come la stessa Piccone Stella constata all’inizio della ricerca, queste donne, nonostante siano iscritte e frequentino l’università, un luogo altro, dove è possibile sperimentare un alto grado di libertà, sono immerse nell’istituzione familiare che viene percepita ancora – e l’ancora è un riferimento alla diversa condizione delle stesse giovani nelle regioni settentrionali – come principale o unico nucleo di appartenenza alla sfera sociale. La famiglia è così composta. I padri continuano a presiederla emanando leggi autoritarie; con loro le giovani mantengono un rapporto di distacco che a volte sfocia in odio. Le madri aderiscono alla legge del capofamiglia e con loro le figlie intrattengono diversi tipi di rapporti di dipendenza. Le figlie adottano diverse strategie per portare le proprie istanze in questo contesto: si passa da stati di guerra permanente a rivolte silenziose, fino alla poco convinta accettazione dello stato delle cose – in questi casi spesso si immagina di emigrare, di andare via dal Mezzogiorno. Nel complesso madri e padri sono figure segnate dall’ambiguità: mentre da un lato incarnano dei modelli ancora in uso, dall’altro emanano da loro direttive vaghe, incerte, prescrizioni che lasciano più spazio al volere delle figlie. Questi genitori, scrive Piccone Stella, “hanno abdicato al ruolo di oppressori assoluti e si limitano a fare quadrato intorno ad alcuni valori. Intanto però non viene abbracciato nessun nuovo modello”. Il sottofondo di tutte le storie narrate rimanda a una realtà sociale in lenta trasformazione, in cui si fatica a scorgere nuovi spazi – ricreativi, di lavoro, di vita – dove sia possibile sperimentare e dare forma a nuovi modelli. La mancanza di questi spazi non è, per Piccone Stella, un elemento trascurabile. Le ragioni vengono rintracciate nel perdurare di diverse forze e istituzioni sociali del Mezzogiorno, in primis la famiglia, che si sono confrontate con i segni del cambiamento senza aver compiuto passaggi intermedi, dando forme proprie alla modernizzazione che ha riguardato i diversi ambiti della società italiana del dopoguerra. Un’altra ragione riguarda il punto in cui si trovano le studentesse: abitanti a pieno titolo delle tensioni descritte, le protagoniste del libro non arrivano a produrre una critica strutturale della famiglia, perché non collegano interamente la loro condizione alle cause della loro condizione. Ciò emerge anche dalle opinioni che hanno circa l’istituzione del matrimonio e della stessa famiglia, su cui si esprimono con “continue contraddizioni e smentite, spie della fatica che un riesame cosciente di questi istituti, pilastri della vita femminile, comporta”. Emerge quindi un rifiuto da cui deriva un disagio – la critica verso il matrimonio come percorso di fuoriuscita dalla famiglia –, il bisogno di smarcarsi da percorsi obbligati, ma mancano le analisi strutturali sulle catene di causa ed effetto che conducono a questi disagi. In altre parole, si potrebbe dire che manca uno sguardo complessivo – e politico – sulla propria condizione e sulle istituzioni che la sorreggono. Questa è la tesi finale a cui giunge Piccone Stella.  Mi sono chiesta infine che spazio avessero le amiche, la politica, i rapporti sociali nelle vite delle protagoniste. Possibili percorsi emancipativi collettivi vengono disdegnati nei racconti delle giovani. E mentre i rapporti d’amicizia con le donne sono declassati perché la figura della donna è posta un gradino al di sotto di quella dell’uomo, la politica risulta un terreno difficile da attraversare senza un percorso di soggettivazione parallelo, a cui le giovani non sono state educate. I rischi che ne conseguono sono la partecipazione segnata da un conformismo al gruppo cui segue la disaffezione, o l’assunzione del comportamento maschile. Molti anni dopo questa inchiesta Piccone Stella si sarebbe dedicata alla forma letteraria del diario, producendo un’analisi confluita nel saggio In prima persona. Scrivere un diario. Ripercorrendo la trama di Ragazze del sud mi sembra che tutto resti chiuso nel diario e fuori dalla stanza è difficile distinguere le tracce del percorso svolto. Il ruolo del diario però è anche quello di registrare uno stato d’animo, un momento di conflittualità con il proprio io. Nel lungo arco temporale rappresentato dal secondo dopoguerra, il ruolo della donna, il concetto di identità femminile, l’organizzazione della famiglia, hanno rappresentato ambiti in cui i rapporti si stavano ridefinendo sotto la spinta – tra gli altri – di una vasta partecipazione femminile al mercato del lavoro, di un progressivo calo delle nascite, quindi del sopraggiungere del modello della “doppia presenza”, esito combinato del lavoro di cura con il lavoro retribuito intermittente. Il ruolo della donna nella famiglia e nella società andava assumendo forme talvolta nuove, con una consapevolezza parziale e un grado di scelta da parte delle sue protagoniste di volta in volta da indagare. Piccone Stella è un’attenta osservatrice di questi fenomeni. In Ragazze del Sud ci mostra un pezzo di questo mosaico dando voce al crescente numero di donne iscritte all’università. La difficile conclusione a cui arriva è che sono le stesse ragazze a opporre delle resistenze alla propria emancipazione, non riuscendo a esercitare una critica approfondita dei rapporti di potere all’interno delle loro famiglie, non rivendicando pienamente la propria libertà né impegnandosi nel costituire un modello emancipativo proprio.  Queste considerazioni non devono oscurare il percorso di consapevolezza e rottura intrapreso dalle giovani. All’interno di quella generazione, il libro di Piccone Stella mostra come alcune avessero cominciato a prendersi del tempo, a rompere con i dogmi più insopportabili delle istituzioni sociali nelle quali erano cresciute, a farsi delle domande. Domande che valgono per ogni generazione, da riproporre, da ripercorrere. (barbara russo)
February 19, 2026
Napoli MONiTOR
La biografia della donna-medicina ‘scudo’ della resistenza dei nativi americani
Con Madre Rossa • Red Mother, Mauna Kea Edizioni pubblica l’edizione italiana di Red Mother: The Life Story of Pretty-Shield, a Medicine Woman of the Crows (1932) di Frank B. Linderman, testo fondamentale della letteratura nordamericana e documento raro di testimonianza femminile indigena. C’è un gesto che attraversa il tempo più di molte dichiarazioni ufficiali: un pollice premuto sull’inchiostro, un’impronta lasciata su un foglio. È con quell’impronta che Pretty Shield (Bello Scudo), donna Apsáalooke – Crow, affida la propria memoria alla scrittura e compie un atto di sovranità narrativa. Non è folclore: è politica. È il diritto di dire “io” in un secolo che ha spesso negato alle donne indigene la possibilità di essere soggetti della storia, riducendole a figure mute, simboliche, decorative. Nelle pagine di Madre Rossa • Red Mother la storia non resta nei manuali: entra nelle tende, cammina nei villaggi, si posa sui dettagli che fanno un mondo. Pretty Shield racconta l’infanzia, la vita quotidiana, i riti, la maternità, il lutto, il peso delle relazioni comunitarie; ma racconta anche l’onda lunga del conflitto e dello sradicamento, fino agli anni delle guerre delle Pianure e alla battaglia del Little Big Horn — non come leggenda da cartolina, ma come ferita vissuta, che continua a vibrare nella memoria collettiva. Il valore contemporaneo di questo libro è evidente: Pretty Shield mostra come la colonizzazione non sia stata solo occupazione militare o perdita territoriale, ma anche frattura culturale, pressione assimilazionista, riscrittura delle identità. È una storia che parla al presente perché illumina i meccanismi con cui si producono silenzi: chi ha il diritto di raccontare? Chi viene ascoltato? Chi viene trasformato in “oggetto” di narrazione altrui? La sua biografia dialoga con un altro titolo di Frank B. Linderman già in catalogo Mauna Kea, Plenty Coups, Capo dei Crow. La vita di un grande Indiano. Se la figura di Plenty Coups consegna al lettore la voce pubblica e politica della nazione Apsáalooke — il capo chiamato a guidare il suo popolo nel passaggio traumatico verso la riserva e la modernità imposta — Madre Rossa•Red Mother, Pretty Shield, donna-medicina dei Crow ne rappresenta il controcampo necessario: la parte femminile della memoria, la prospettiva domestica e spirituale, la trama invisibile che regge una comunità quando la Storia travolge ogni cosa. Due opere che, lette insieme, compongono un affresco più completo e meno stereotipato del mondo Crow. La nuova edizione è curata da Raffaella Milandri (prefazione, traduzione e note), scrittrice, giornalista e antropologa di formazione impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei Popoli Indigeni e nella decolonizzazione dello sguardo europeo sulle culture native. Milandri è membro adottivo della Crow Nation (Montana) e della Four Winds Cherokee Tribe (Louisiana), un riconoscimento che nasce da un percorso di relazione e collaborazione diretta con le comunità. Il suo apparato critico accompagna il lettore distinguendo con chiarezza la voce di Pretty Shield dalla mediazione di Linderman, offrendo contesto storico, precisione terminologica e strumenti interpretativi utili anche a chi oggi interroga il tema della rappresentazione: non basta “parlare di” un popolo, bisogna interrogarsi su come si parla, con quali fonti, da quale posizione. In un tempo in cui la parola “decolonizzazione” rischia spesso di diventare moda, Madre Rossa•Red Mother propone un gesto concreto: rimettere al centro una testimonianza indigena e femminile, sottraendo la storia delle Pianure alla monocromia dell’epica. È un libro che parla di memoria come resistenza, di identità come continuità, di cultura come relazione. E, soprattutto, ricorda che la cancellazione non avviene solo quando si tolgono le terre, ma anche quando si sottraggono le parole. Firmata con un’impronta del pollice, questa non è una leggenda. È una vita che chiede ascolto — e che, ascoltata, cambia il modo in cui guardiamo il presente. https://www.facebook.com/photo/?fbid=1326189716219406&set=a.618601526978232 Pretty Shield, Crow medicine-woman – Kathryn S Gardiner, 2025 Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
Incontro con Iren3 Villa
Il podcast dell’incontro con Iren3 Villa, ricercatrice ed attivista, autrice di “La minaccia color lavanda: Il lesbismo nella teoria femminista e queer” (ETS, 2024) e di “Gayle Rubin” (Derive Approdi, 2025)
February 4, 2026
Radio Blackout - Info
Le Dita Nella Presa - Con o senza filo?
Iniziamo segnalando la presentazione di Assalto alle piattaforme di Kenobit (ed. Agenzia X) al CSOA Forte Prenestino, il 4 Febbraio. Nvidia ha preso molto del suo materiale di "training" da Anna's Archive; quella che sembra essere una pratica comune questa volta è stata confermata da documenti interni. Meraviglioso il modo in cui si sono difesi. Dopo il blocco di Internet durante le elezioni in Uganda, e il lunghissimo blocco di Internet in Iran, guardiamo ad alcuni report che segnalano l'utilizzo di Bitchat, una applicazione di messaggistica che sembra interessante per casi in cui la possibilità di comunicare via Internet è impedita. Ma non è tutto oro quello che luccica. Notiziole: * Microsoft perde la causa intentata da NOYB riguardo al tracciamento di persone minorenni tramite la sua suite Microsoft 365 Education, rivolta alle scuole. * la Corea del Sud fa (per prima) una legge sulla sicurezza della cosidetta intelligenza artificiale ad alto impatto. confrontiamola con l'AI Act europeo. * Nel Regno Unito il dibattito sulla perdita di posti di lavoro (per la verità ancora fenomeno la cui esistenza è dibattuta) dovuta all'intelligenza artificiale torna a far parlare di reddito di cittadinanza. * TikTok è passato a guida Usa, e gli effetti si vedono: la nuova privacy policy gli consente di raccogliere più dati di quella precedente * Il capo dell'agenzia per la cybersicurezza Usa ha caricato sul ChatGPT pubblico dei documenti riservati dell'agenzia stessa Infine, il quizzone: quando visitate un sito i cui server si trovano negli Usa, come fanno i dati inviati dal vostro dispositivo a raggiungere il server? A) con sistemi di trasmissione radio, come il Wi-Fi B) con sistemi satellitari C) con dei cavi La risposta esatta è la C: dei cavi sottomarini. Questo ci permette di parlare della continua espansione di questa infrastruttura (ormai esistono circa 600 cavi sottomarini, per un'estensione totale che supera abbondamentemente il milione di kilometri), ma anche della crescente concentrazione. A stendere sempre più tratte sono non tanto le imprese di telecomunicazioni, ma quelle di contenuto, come Google, Meta, ecc. insomma, le solite. Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
February 2, 2026
Pillole di info digitale
Pressentazione del libro ASSALTO ALLE PIATTAFORME
MERCOLEDì 4 FEBBRAIO 2026 Forte infoshop, AvANa e Sala da the interferenze Presentano insieme all’autore Kenobit: ASSALTO ALLE PIATTAFORME. RIPRENDIAMOCI INTERNET Possiamo evadere? Possiamo ribellarci? Possiamo rivendicare una dimensione online libera e rispettosa del nostro tempo? Un libro che analizza i meccanismi oppressivi del capitalismo sul web e propone un percorso concreto per neutralizzarli. Focalizzando lo sguardo critico sul concetto di content creation qui si tenta di svelare le trappole che si nascondono dietro il “successo” online e le dinamiche che trasformano le nostre passioni in catene. Evento su Gancio de Roma
January 29, 2026
Pillole di info digitale
Spazi di incontro – Spazi di conflitto – Libri e idee per immaginare
La III edizione del festival di Meltemi Editore, come le precedenti rassegne organizzata e svolta in collaborazione con Zona Autonoma Milano, focalizza l’attenzione sulle dimensioni degli spazi abitati e vissuti: spazi centrali e spazi di periferia, spazi da difendere e da riconquistare,… spazi per immaginare. Verrà inaugurato online venerdì 23 gennaio alle 19:00 con la presentazione di Maledette favole di Troglodita Tribe SPAZI DI INCONTRO – SPAZI DI CONFLITTO – LIBRI E IDEE PER IMMAGINARE Milano, via Sant’Abbondio 6 venerdì 30 gennaio * 18:30 – apertura della III edizione del festival * 19:00 – presentazione di Sovvertire le intimità con Nic Braida  * 20:30 – cena a cura di Q-cina Zam  * 21:30 – poetry slam e letture a cura di Una finestra sbagliata, a seguire open mic sabato 31 gennaio * 15:00 – presentazione di Geopoeta e La vara con Davide S. Sapienza e Vincenzo Agostini  * 16:30 – presentazione di Ci muove il desiderio con Giada Bonu Rosenkranz  * 17:45 – presentazione di Rivolte di strada con il Collettivo Ippolita e video intervento di Benjamin S. Case  * 20:30 – cena a cura di Q-cina ZAM  * 22:00 – serata musicale Trashcompleanno. 15 anni di ZAM, stessa rabbia, stessa musica, stessi errori domenica 1 febbraio 2026 * 15:00 – presentazione di Incoscienza di classe con Gregorio Carolo  * 16:00 – presentazione di Il teatro nei luoghi di conflitto con Marco Monfredini  * 17:00 – presentazione di Memorie della periferia con Manolo Morlacchi  * 18:30 – stand up comedy con Patrzia Emma Scialpi, Andrea Perancin e Adriano De Iuliis     Redazione Italia
January 27, 2026
Pressenza
Davide Lerner a Le parole di Hurbinek
Si è aperta sabato scorso a Pistoia la quarta edizione della rassegna Le parole di Hurbinek, percorso culturale dedicato al pensiero sull’Olocausto attualizzato al tempo presente. L’evento di apertura è stato la presentazione alla libreria Lo Spazio di Pistoia del libro di Davide Lerner intitolato Il sentiero dei dieci, una storia tra Israele e Gaza Piemme editore. Davide Lerner, classe 1992, è attualmente ricercatore del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, collabora con Radio 3, col quotidiano Domani e con svariate pubblicazioni italiane e internazionali; ha lavorato per tre anni nella redazione del quotidiano della sinistra israeliana Haaretz. Il libro costituisce la tesi dell’autore del master in giornalismo frequentato presso la Columbia University di New York e tiene insieme generi diversi: il racconto, l’analisi sociologica, l’analisi storica e l’analisi politica. Inizialmente, a settembre 2023, Lerner intendeva svolgere come tesi un reportage dalla Striscia di Gaza, territorio all’epoca trascurato dall’opinione pubblica mondiale; ciò grazie anche grazie alle politiche di Netanyahu, che era riuscito a sterilizzare la questione palestinese, derubricandola a un dettaglio di politica interna israeliana, mentre portava avanti, sotto l’egida della prima amministrazione Trump, gli Accordi di Abramo con diversi paesi arabi. Il progetto di tesi viene poi ovviamente reso impraticabile dal massacro del 7 ottobre e Lerner decide quindi di convertirlo in un reportage da una comunità agricola, chiamata appunto Il sentiero dei dieci (Netiv Ha’asara in ebraico). Essa costituisce l’insediamento ebraico più vicino alla Striscia e, proprio per tale contiguità territoriale, rappresenta un punto di osservazione particolare riguardo le possibili relazioni tra israeliani e gazawi. La comunità, formata da un migliaio di ebrei progressisti favorevoli al dialogo coi palestinesi, è colpita in pieno dal brutale massacro, che ne ha distrutto le infrastrutture e ha provocato venti morti e dieci feriti. L’autore intervista molti dei sopravvissuti, appartenenti a più generazioni, che, attraverso i loro ricordi, lo riportano indietro nel tempo, consentendogli di ricostruire sia le vicende storiche della regione, che le relazioni intercorse con i vicini arabi. Fino al colpo di mano di Hamas del luglio 2007, con cui l’organizzazione prende il controllo assoluto della Striscia estromettendo le altre componenti palestinesi, il confine con Israele era abbastanza poroso, permettendo ai gazawi, sia di viaggiare all’estero, che di lavorare in Israele. Tali rapporti consentivano una conoscenza dell’altro capace di generare, in alcuni casi, una certa empatia, specialmente nelle persone favorevoli al dialogo. Ciò aveva persino condotto alcuni personaggi descritti nel libro a prendere coscienza delle rispettive “catastrofi” storiche: la Shoa da una parte, la Nakba dall’altra. La maggioranza degli abitanti di Gaza sono infatti profughi della guerra del 1948 oppure ne sono discendenti e diversi di loro provengono dalle zone attualmente israeliane prossime al confine con la Striscia. Paradigmatico in questo senso è il rapporto che Avi, uno degli anziani fondatori del villaggio ebraico, instaura con Ibrahim, un anziano gazawi che lavora a lungo per lui e che a un certo punto gli mostra, poco lontano da Netiv Ha’asara, le rovine della propria abitazione, che ha dovuto lasciare nel ’48 e di cui conserva ancora le chiavi. Avi a questo punto racconta a Ibrahim la storia della sua famiglia, in fuga dalle persecuzioni antisemite dell’Europa. Dopo la vittoria di Hamas e il colpo di mano, lo Stato ebraico sigilla la Striscia, adducendo motivi di sicurezza. I contatti tra le due comunità si interrompono e, con il passare degli anni, la completa separazione fa sviluppare nelle rispettive giovani generazioni un senso di reciproca estraneità, che sfocia ben presto nel sospetto o addirittura nella mostrificazione dell’altro; ciò anche grazie alla propaganda politica che si giova della cultura del conflitto. Lerner riferisce ad esempio che nel lessico dei giovani israeliani, per mandare qualcuno all’inferno, si usa dire “vattene a Gaza”; proprio questa segregazione è per l’autore una delle chiavi di lettura dell’immane tragedia e della insensibilità israeliana verso i massacri operati a Gaza. Il libro descrive inoltre la reazione dei sopravvissuti del villaggio ai lutti, alla violenza e al terrore: più che alla vendetta e all’odio, essi tendono, pur con diversità di accenti, allo sconcerto, alla depressione e all’apatia, sia per il massacro, che segna anche la fine brutale del progetto di coesistenza pacifica, che per la terribile rappresaglia del governo Netanyahu. Allo stesso tempo il libro offre spaccati della società israeliana e delle sue divisioni interne, come quella tra ebrei ashkenaziti (di provenienza europea), istruiti, appartenenti alla classe media e politicamente di centro sinistra e gli ebrei sefarditi o mizrahim (originari del Medio Oriente e del Nord Africa), di estrazione sociale più bassa, spesso marginalizzati e politicamente di centro destra. Nella parte finale del libro l’autore, rientrato negli Usa, descrive le proteste che si sono svolte nei campus universitari, che mostrano il cambiamento radicale avvenuto nella percezione di Israele dopo il 7 ottobre. Le generazioni passate vedevano infatti lo Stato ebraico come il luogo di rifugio degli ebrei scampati alla Shoa, mentre oggi è visto come potenza occupante e violenta, percezione che peraltro corrisponde alla realtà della deriva politica di Israele. Nell’ultimo governo in effetti Netanyahu, pur di rimanere al potere e difendersi dai processi a suo carico, ha portato al governo la destra più estrema e suprematista, con trascorsi terroristici, essendosi bruciata ogni possibilità di alleanza con forze conservatrici più moderate. La presentazione è stata un’opportunità di discutere della vicenda israelo – palestinese con un suo profondo conoscitore, che ha fornito diverse interessanti chiavi di lettura della drammatica situazione del conflitto. Molto suggestiva è risultata l’analisi della tripla aggettivazione riferibile allo Stato israeliano: grande, ebraico e democratico. Secondo Lerner due soli dei tre aggettivi sono compatibili tra loro. Se Israele vuole essere grande e ebraico, ampliando il proprio territorio a spese di quello palestinese e concedendo ai soli ebrei il diritto di cittadinanza, non potrà essere democratico. Se sarà invece grande e democratico, non potrà essere ebraico, in quanto dovrà dare anche a tutti gli arabi inglobati i diritti oggi esclusivi degli ebrei. Infine se vuole essere ebraico e democratico, non potrà essere grande, perché dovrà lasciare ai palestinesi ampi margini di territorio per costruirci un loro Stato. Molto interessante è stata anche la risposta dell’autore ad una domanda dal pubblico riguardo al costo economico per lo Stato e la società israeliana della guerra più lunga che il paese abbia mai combattuto, con l’impiego di armamenti dal costo esorbitante; basti pensare che ciascuna delle munizioni del sistema di difesa anti missile Iron Dome, lanciati per distruggere in volo i razzi di Hamas ha il costo di 50 mila dollari. Poiché in Israele negli ultimi anni, nonostante tutto le tasse non sono aumentate e il tenore di vita della popolazione è rimasto sostanzialmente invariato, il costo enorme della guerra non può che essere stato interamente sostenuto dagli Stati Uniti, di cui pare che Israele sia diventato metaforicamente il 51° Stato. La rassegna Le parole di Hurbinek continua nei prossimi giorni con un calendario di incontri reperibile sul sito www.leparoledihurbinek.it. Enrico Campolmi
January 14, 2026
Pressenza