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La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso
IL SINDACO DI TRIESTE HA ATTACCATO NUOVAMENTE CHI OGNI GIORNO INCONTRA COLORO CHE ARRIVANO DALLA ROTTA BALCANICA. INTANTO, SONO ARRIVATI A 65 I FORNELLI RESISTENTI CHE DA TUTTA ITALIA OGNI SERA SONO IMPEGNATI CON L’ASSOCIAZIONE LINEA D’OMBRA IN QUELLA CHE È STATA RIBATEZZATA PIAZZA DEL MONDO. I PRIMI FORNELLI SONO NATI TRE ANNI FA (FOTO: FORNELLI RESISTENTI MANTOVA). “LA PIAZZA DEL MONDO MOSTRA CHE CERCAR DI VIVERE È OGGI SCANDALOSO: BISOGNA ACCONTENTARSI DI SOPRAVVIVERE… IN PIAZZA DEL MONDO SI TENTA DI FAR POLITICA, DI COSTRUIRE MOMENTI DI POLIS, DI COMUNITÀ… SIAMO BEN CONSAPEVOLI CHE IL NOSTRO IMPEGNO È RISIBILE DI FRONTE ALL’IMMENSITÀ DEL COMPITO – SCRIVE GIAN ANDREA FRANCHI – MA SI DEVE COMINCIARE DA DOVE SI STA. E NOI QUI STIAMO CON DISPERATA SPERANZA…” -------------------------------------------------------------------------------- Ottobre 2023, nascono ufficialmente i primi Fornelli resistenti. Maggio 2026: piú di 65 Fornelli resistenti (da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro…) insieme all’associazione Linea d’Ombra sono impegnati ogni sera a curare, sfamare, dissetare, rivestire, accogliere in strada, a Trieste, le persone migranti abbandonate dalle istituzioni. Da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro. Foto Fornelli resistenti Mantova -------------------------------------------------------------------------------- L’ineffabile sindaco di Trieste Roberto Dipiazza attacca per l’ennesima volta la nascita quotidiana della “Piazza del Mondo” (così viene da anni chiamata da tanti e tante Piazza della Libertà, dove transitano ogni giorno decine di migranti provenienti dalla Rotta balcanica e diretti per lo più in Francia e in Nord Europa, ndr) perché, nutrendo i “migranti”, attiriamo anche i “criminali”. Le nostre città turistiche sono piene di gente in cerca di cibo: di turisti così cari al sindaco, ai sindaci, perché portano soldi e le città si vendono, come tutto, come la vita. Anche nella Piazza del Mondo si mangia. Ma in altro modo: differenza essenziale. In un modo che rimanda alla funzione antropologica profonda del dar da mangiare, come primo gesto radicale di cura per l’altro, riscoprendo le radici primarie della condizione umana per cui, alla nascita, il nutrimento contiene già tutto un cammino di vita. E il pasto in comune è sempre stato un momento di festa intesa come celebrazione della vita in quanto comunità. Nella Piazza del mondo si toccano e si vedono le radici della vita, cui occorre rivolgersi in un mondo che appare dominato da una radicale volontà e voluttà di morte. Nella piazza del Mondo si riscoprono le radici profonde della vita umana a partire dalle basi della con-vivenza, della vita come essere-in comune, che sembrano rievocare i gesti evangelici del curare i malati, nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, ma anche socializzando, giocando, danzando. Ciò rischia di portare confusione, confondendo politica con carità o umanitarismo. Far politica oggi vuol dire risignificare questa parola logora ma che va mantenuta, perché creare neologismi fa solo confusione. Politica deriva da pòlis, città: occorre ricreare, re-inventare la città, partendo dai veri problemi sociali in un’epoca che tende a distruggere ogni forma di socialità in nome di una cultura dominante che è diventata mera distruzione della vita umana e non umana, di una cultura basata sulla lotta di tutti contro tutti in cui i più forti dominano senza controlli, intaccano le basi stesse della vita. Coloro che fuggono da paesi devastati dagli interessi dei potenti, chiamati “migranti” con disprezzo – mentre ogni labile richiamo a uno straccio di diritto internazionale è caduto e i diritti nazionali sono in crisi (come anche troppo si vede nel nostro paese s-governato a colpi di decreti legge) -, sono i portatori di un messaggio fondamentale, inciso nei loro corpi umiliati: riscoprire le fonti della vita in comune, distrutta dall’individualismo mortifero, ricreare la polis, la comunità come unica possibilità di un cammino di vita. La Piazza del Mondo mostra che cercar di vivere è oggi scandaloso: bisogna accontentarsi di sopravvivere, mentre le élites, ad ogni livello, sono intente ridurre la vita a una massa di merci. In Piazza del Mondo si tenta di far politica, di costruire momenti di polis, di comunità, fra noi “cittadini” e i senza terra, i senza patria ormai, facendo capire a tutti quelli che da lontano collaborano quotidianamente con noi – senza di cui la piazza non esisterebbe – la necessità di agire. Siamo ben consapevoli che il nostro impegno è risibile di fronte all’immensità del compito. Ma si deve cominciare da dove si sta. E noi qui stiamo con disperata speranza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info
L’università invisibile dell’accoglienza
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- La bellezza è sempre stata una delle forze più potenti e pervasive nella cultura umana, scrive Maura Gancitano. A Siena ci siamo trovati immersi nella bellezza della città. Travolti in un tardo pomeriggio a Piazza del Campo dal corteo e dagli sbandieratori della contrada del montone. Di notte camminando per vie deserte, da un palazzo all’altro fino all’imponente Duomo tutto per noi. Tutto per chi, Enrico Pusceddu, sommessamente, per non rompere quella magia, ci descriveva dettagli. Storico dell’arte lavora a Barcellona ma è originario di Samassi, dove è stato sindaco per diversi anni, ora a Siena come componente del direttivo Recosol. In quei vicoli fermare la bellezza come cura è diventata una necessità per chi si era scaracollato in treno, in auto, in aereo, da diverse regioni, lasciandosi alle spalle affanni e progetti in atto. Non sarà troppo? quel continuare a tenersi addosso sfide gravose fatte di progetti complessi che si misurano su vite altrui: minori non accompagnati, persone con alle spalle pesanti traumi. Tutti i giorni a combattere con stupide burocrazie con forze contrarie. Percorsi contro la tratta di donne nigeriane (Piam di Asti). Inclusione sociale e scuole di italiano (Rete Vesuviana Solidale, Scisciano e Marigliano). Piccoli comuni Arberesh, accolti nel 1.500 accoglienti nei nostri giorni: Acquaformosa (Ass. Don Vincenzo Matrangolo), Infine la scommessa solidale di un territorio difficile Crotone con l’Associazione Sabir e la Rete 26 ottobre. Fatiche e responsabilità, ritardi enormi dei finanziamenti quasi a voler spingere a desistere. Eppure questo “Patrimonio invisibile” continua ad esistere. È un dietro le quinte che non si vede, ma logora, un lavoro pesante, sempre in bilico. Lo rappresenta plasticamente Giovanni (ex sindaco), a un certo punto della passeggiata sfida la gravità, si arrampica su un muro e per alcuni minuti rimane appeso, vero free climber (bisogna essere bravi a tenere duro ostinati e contrari). La Rete delle Comunità Solidali con alcune delle esperienze territoriali sono state invitate all’Università degli Stranieri di Siena dal rettore Tomaso Montanari. E siamo a casa quando nel corridoio dell’Università si trova una targa che ricorda la strage di Cutro. Siamo a casa quando il professore riannoda nel suo intervento ricordi e pezzi di vita dove dentro ci ritroviamo tutti. Da Nord a Sud arrivati a Siena per un giorno, ognuno con un fardello più o meno pesante. Ma Siena è curativa, la città dove Mauro Pagani è stato direttore del festival la Città Aromatica, e ora ricorda anche lui la bellezza con una poesia di Sandro Penna. Fermare la bellezza. Almeno per un momento, il tempo di riprendere fiato. Si tornerà per altri incontri accettando l’invito del Rettorie ed entrare a far parte della Consulta dei Portatori di Interesse. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’università invisibile dell’accoglienza proviene da Comune-info.
April 30, 2026
Comune-info
L’accoglienza che non si vede
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- Lunedì 27 aprile una delegazione di Recosol proveniente da diverse parti d’Italia è stata accolta dal rettore dell’università di Siena, Tomaso Montanari e dal corpo docente per conoscere e confrontarsi sulle realtà della Rete delle Comunità Solidali che da anni, lontano dai riflettori, operano per creare comunità accoglienti, aperte e pacifiche.  L’incontro – “Patrimonio invisibile” – nasce dalla volontà di Montanari di approfondire quegli aspetti del fenomeno migratorio che fanno riferimento a un’accoglienza inclusiva, attenta al benessere delle persone accolte e delle comunità accoglienti le cui storie sono per l’appunto poco visibili, lontane dall’attenzione dei grandi media. L’accoglienza dei migranti e dei rifugiati  oggi viene disegnata come problematica, si fa riferimento ai grandi centri  per il rimpatrio o alle strutture che ospitano centinaia di persone in luoghi fuori da qualsiasi contesto sociale, mentre a macchia di leopardo molti comuni italiani continuano ad ospitare al proprio interno  stranieri – famiglie, donne vittime di tratta, minori non accompagnati, uomini – che studiano la nostra lingua, imparano un mestiere, vivono in abitazioni decorose e contribuiscono con il loro lavoro e la loro partecipazione alla vita comunitaria. Storie invisibili che però varrebbe la pena di raccontare, di conoscere e replicare per sfatare i falsi miti che la narrazione xenofoba ostinatamente impone attraverso i principali canali di comunicazione. Montanari ha ascoltato tutte le testimonianze ed è poi intervenuto per sottolineare quanto sia importante la collaborazione tra chi opera sui territori e i luoghi di studio e analisi. L’università è un luogo di formazione e  fornisce “gli strumenti” per permettere alle comunità di modificarsi, è necessario perciò interagire e trovare sempre nuove strade per contrastare logiche non inclusive.  All’incontro hanno partecipato in tanti. Giovanni Manoccio dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo di Acquaformosa (Cs), un ‘associazione che racchiude al suo interno sette comuni per la maggior parte di origine Arbereshe che oggi dà lavoro ad oltre cento persone calabresi che gestiscono i progetti di accoglienza diffusa – SAI- nei comuni aderenti. Ogni anno da oltre quattordici anni, l’associazione Don Vincenzo Matrangolo organizza il Festival delle migrazioni, dieci giorni di incontri, dibattiti, musica che coinvolge persone da tutto il mondo, divenendo ormai un riferimento internazionale per le persone che si occupano del fenomeno migratorio. Francesco Evangelista e Gianluca Annunziata della Rete Vesuviana Solidale che opera nell’area metropolitana di Napoli, nei comuni di Scisciano e Marigliano. La rete nata dalla collaborazione con diverse realtà locali ha aperto sportelli legali, organizza corsi di italiano gratuiti per tutti gli stranieri, ha un emporio solidale e ovviamente un progetto di accoglienza che prevede l’accompagno all’inserimento delle persone a tutto tondo grazie anche al supporto di associazioni ecclesiastiche. È oggi una realtà che incide profondamente sulla vita comunitaria, coinvolge la cittadinanza. Ha realizzato, tra le altre numerose iniziative, un campetto di calcio aperto e gratuito per tutti. Gli sportelli legali, nati come sostegno alle persone migranti, sono anch’essi oggi un riferimento per tutte le persone disagiate. Alberto Mossino del PIAM di Asti. Il PIAM (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti) è un’associazione laica composta da operatori sociali e migranti. Nato come risposta concreta alla grande presenza sulle strade del territorio astigiano di giovani donne straniere costrette alla prostituzione, dal 2000 si occupa di donne e immigrazione, con particolare attenzione alle vittime di tratta e sfruttamento. Dal 2011 è stato avviato un progetto di integrazione per richiedenti asilo, profughi e rifugiati, con il preciso intento di offrire a queste persone ciò che più di ogni altra cosa determina l’integrazione: i diritti. Il diritto alla cittadinanza, innanzitutto. Ma anche il diritto alla casa, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il diritto alla maternità, il diritto alla socialità e il diritto all’indipendenza. E ovviamente il diritto a sognare. Manuelita Scigliano presidente di Sabir e della Rete 26 febbraio. L’Associazione Sabir nasce (a Crotone) nel marzo 2017 su proposta di un gruppo di soci fondatori, già costituenti un gruppo informale di volontariato operante dal 2016 nell’ambito dell’educazione, della lotta alla povertà educativa, dell’inclusione sociale, della lotta alle disuguaglianze, del contrasto alla povertà, della solidarietà e della cooperazione internazionale. Sabir persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale senza scopo di lucro in favore di quanti si trovano in condizione di fragilità ed emarginazione sociale. Inoltre, si pone lo scopo di promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale e di favorire la cooperazione internazionale nell’area mediterranea. In particolare, l’impegno di Manuelita è rivolto a lavorare sul territorio per garantire i diritti essenziali ai migranti e, a cominciare dai minori stranieri non accompagnati e sostenere i parenti delle vittime del naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023 attraverso una rete di associazioni (la Rete 26 febbraio). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’accoglienza che non si vede proviene da Comune-info.
April 28, 2026
Comune-info
Il lento svuotarsi dell’accoglienza diffusa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Chiromechino, carnevale 2026, Napoli -------------------------------------------------------------------------------- Secondo “La frontiera, ovunque”, il nuovo rapporto sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia curato da Openpolis e ActionAid Italia, sono in aumento il numero delle società for profit che gestiscono le strutture e il numero dei posti nei centri di prima accoglienza. Il rapporto fa il punto sui dati dei centri di accoglienza straordinari (Cas), del sistema di accoglienza e integrazione (Sai) e delle strutture di prima accoglienza. Le persone accolte al 31 dicembre 2024, dice il rapporto, erano poco più di 134mila, pari allo 0,23% della popolazione residente in Italia: una cifra che da sola dimostra un trend tutto sommato stabile. È evidente: per qualcuno, lo 0,23 per cento significa invasione e pretesto per nuove misure repressive. Nel capitolo relativo alla capienza nei centri, il rapporto segnala come oltre un terzo (il 36 per cento) ha più di cinquanta posti disponibili, confermando la tendenza negli anni a prediligere un sistema basato sulle grandi strutture anziché sull’accoglienza diffusa nei territori. Molte altre informazioni sono raccolte nel sito con le mappe dell’accoglienza (Centri d’Italia). È possibile scaricare il rapporto completo qui. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il lento svuotarsi dell’accoglienza diffusa proviene da Comune-info.
April 28, 2026
Comune-info
Capracotta accoglie
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ad inizio di aprile i grandi media hanno raccontato l’intensa nevicata di Capracotta, anche se in questo splendido paese dell’Appennino molisano (il più alto comune dell’Appennino del Sud) non è certo una novità. Qualcosa di nuovo e importante è avvenuto invece qualche giorno dopo, quando per la prima volta questa località, ha accolto una famiglia nell’ambito di un progetto di accoglienza diffusa. Si tratta di un nucleo familiare di origine turca, arrivato con il programma nazionale SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) promosso dal ministero dell’Interno, coordinato in questo caso dal Comune di Agnone, ente capofila del progetto sul territorio. Il SAI, come noto ai lettori di Benvenuti Ovunque, rappresenta una rete pubblica che, malgrado i tagli e i tentativi di smantellarla, va oltre la semplice ospitalità, offrendo percorsi strutturati per l’autonomia di richiedenti asilo e rifugiati. Dall’assistenza sanitaria e psicologica all’apprendimento della lingua italiana, fino all’inserimento lavorativo e sociale, ogni fase è orientata a favorire una relazione vera e complessa tra rifugiati e società. La famiglia, racconta l’associazione locale Amici di Capracotta, è stata accolta in una struttura del comune situata nei pressi del Santuario della Madonna di Loreto, recentemente riqualificata grazie al progetto “Montagna accogliente”, iniziativa pensata per rendere il territorio sempre più inclusivo e aperto. «Crediamo profondamente che l’accoglienza sia un valore fondamentale, oltre che un’opportunità di crescita per tutta la comunità – ha detto il sindaco Candido Paglione- L’arrivo di questa famiglia rappresenta per noi un momento importante: un’occasione di grande umanità e di arricchimento reciproco, nel segno della solidarietà e della condivisione. A loro rivolgiamo il più sincero benvenuto: Capracotta è anche casa vostra». Del resto qui l’accoglienza ha una lunga storia: c’è prima di tutto l’accoglienza vissuta dai capracottesi da emigranti in tanti paesi del mondo (in primis Argentina e Usa, ma anche Germania e Francia) e in molte città italiane (da Roma a Milano passando per Torino); c’è l’accoglienza dei tanti originali che tornano l’estate triplicando, insieme ai turisti in cerca di fresco, il numero dei residenti; c’è ora, finalmente, anche l’accoglienza di migranti. In realtà, basta percorrere un chilometro della strada che porta da Capracotta a San Pietro Avellana per conoscere un’altra storia importante di accoglienza. Subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre, numerosi prigionieri di guerra alleati fuggirono dal campo di concentramento di Sulmona nascondendosi tra i boschi abruzzesi e molisani. Nel loro vagabondare furono spesso aiutati e sfamati da tanti contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano nonostante fossero minacciati di morte dalle ordinanze tedesche. A Capracotta, comune situato all’interno della linea Gustav e per questo completamente distrutto dai tedeschi (citato anche da Ernest Hemingway in Addio alle armi) il 4 novembre 1943 i fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino furono portati sulla strada verso San Pietro Avellana e fucilati per aver accolto, nascosto e sfamato alcuni prigionieri. Accogliere, spezzare il pane con chi non ne ha, resistere alla violenza della guerra restano parte della memoria di questa gente di montagna. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capracotta accoglie proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Nel silenzio del Mediterraneo
-------------------------------------------------------------------------------- Da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’ultimo naufragio, nel giorno di Pasqua, ha lasciato dietro di sé almeno ottanta morti. I sopravvissuti sono 32. Tra loro, un ragazzo egiziano di quindici anni, partito da solo, arrivato a Lampedusa e poi chiuso in un silenzio che è quello del trauma. Nel silenzio del Mediterraneo si continua a morire. Le immagini parlano da sole: persone aggrappate a uno scafo rovesciato, corpi già dispersi nel mare. Non è un incidente. È una tragedia che si ripete. Nel 2026, nel Mediterraneo centrale, sono già morte o scomparse 765 persone. Più del doppio rispetto allo scorso anno. Oggi muore una persona ogni nove che tenta la traversata. Eppure gli arrivi sono diminuiti. Questo significa una cosa sola: non è il numero delle partenze a determinare la morte, ma l’assenza di soccorsi, il vuoto di responsabilità, le politiche che tengono lontani gli occhi e le navi. E allora diciamolo con chiarezza: non si possono vincere le elezioni sulla morte e sulla sofferenza di esseri umani. Non si può trasformare il confine in un luogo dove la vita vale meno. Non si può costruire consenso sul rischio calcolato della morte. Non possiamo continuare a trasformare queste vite in numeri. Non possiamo limitarci a contare i morti. Due donne, rimaste sole con i loro bambini, hanno chiesto che i corpi dei loro mariti siano sepolti vicino al luogo dove vivranno. È una richiesta minima. È una richiesta umana. Serve un cambiamento: più operazioni di salvataggio, vie legali e sicure di ingresso, corridoi umanitari, politiche che mettano al centro la vita, non il confine. L’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Perché ogni naufragio non è solo una tragedia: è una responsabilità collettiva. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nel silenzio del Mediterraneo proviene da Comune-info.
April 8, 2026
Comune-info
Alluvioni tra le baracche
GLI EVENTI METEOROLOGICI DI QUESTI ULTIMI GIORNI HANNO ORMAI POCO DI IMPREVEDIBILE, MENO ANCOR LE LORO CONSEGUENZE SUI TERRITORI DI ABRUZZO, MOLISE E PUGLIA. LE PIOGGE HANNO ALLAGATO ANCHE IL GHETTO DI BARACCHE DI RIGNANO GARGANICO, ULTIMAMENTE RINOMINATO TORRETTA ANTONACCI, DOVE VIVONO OLTRE MILLE PERSONE. LO SFRUTTAMENTO LAVORATIVO E LE CONDIZIONI ASSURDE IN CUI SOPRAVVIVONO QUELLE PERSONE SONO BEN NOTE, MA NESSUNO HA MAI VOLUTO METTERLE DAVVERO IN DISCUSSIONE. EPPURE ESISTE DA OLTRE VENT’ANNI E LA REGIONE IN TUTTO QUESTO TEMPO NON È STATA AMMINISTRATA DA ORBÁN O SALVINI. IN QUEL GHETTO, DUE GIORNI FA, ALAGIE SINGATHE SI È IMPICCATO. AVEVA VENTINOVE ANNI Come scrive Italo Di Sabato in Un territorio già provato, gli eventi meteorologici di questi ultimi giorni non hanno nulla di imprevedibile così come non hanno nulla di imprevedibile le loro conseguenze. Dopo un inverno troppo secco, il terreno non può assorbire l’acqua che si riversa, causando frane, inondazioni e smottamenti. Se la natura non si può domare, è altrettanto vero che è possibile arginare gli effetti delle attività capitaloceniche, principali responsabili di questi fenomeni meteorologici avversi, e anche prevenirli con adeguate politiche ambientali. Le conseguenze dei fenomeni alluvionali degli ultimi giorni hanno messo in luce, per l’ennesima volta, il fallimento delle istituzioni che non hanno saputo prevenirli adeguatamente. Tuttavia, gli eventi degli ultimi giorni rendono evidente che ad aver fallito non sono solo le politiche ambientali ma anche le politiche sociali, come dimostra la drammatica situazione nei ghetti del foggiano. Qui da molti anni sorgono, sotto gli occhi di tutti, incluse le istituzioni, insediamenti informali, veri e propri slum, dove vivono migliaia di braccianti stranieri, schiavi del caporalato, sfruttati nei campi agricoli. Le forti piogge degli ultimi giorni hanno causato gravi allagamenti tra le baracche di questi slum, costruite con materiali di scarto – inclusi quelli contenenti eternit – rendendo ancora più difficile l’esistenza delle donne e degli uomini invisibilizzati dalle istituzioni che vivono in questi agglomerati in assenza dei minimi servizi igienici. Nonostante numerose siano le associazioni e i sindacato che da tempo lottano per dare dignità e riconoscimento giuridico a queste persone, le misure adottate dalle istituzioni restano insufficienti per contrastare il complesso sistema di sfruttamento in cui sono intrappolati questi lavoratori invisibili, messo in piedi da organizzazioni mafiose italiane ed estere e produttori agricoli senza scrupoli. Alla Provincia di Foggia era stato assegnato un finanziamento da Fondi PNRR proprio per risolvere il grave problema dei ghetti sul territorio. Tuttavia, gli investimenti fatti hanno lasciato la situazione pressoché inalterata. Addirittura, una parte di questi fondi – circa 100.000 euro, secondo il sindcato USB, che dovevano essere investiti a Rignano Garganico, ultimamente rinominato Torretta Antonacci, uno dei ghetti del foggiano – dovranno essere restituiti all’Unione Europea per inutilizzo. Oggi, Torretta Antonacci è completamente isolata. L’unica strada che porta all’insediamento è completamente allagata. Questa situazione mostra quindi il doppio fallimento delle istituzioni, nella provincia di Foggia come altrove. Da un lato, rivela l’incapacità delle istituzioni di attuare politiche ambientali volte a prevenire e limitare l’impatto di fenomeni avversi, sollevando non poche questioni morali, politiche ed ecologiche, dal momento che, come spiegano gli scienziati, questi fenomeni di emergenza climatica saranno sempre più frequenti, mettendo quindi i cittadini da nord a sud in ginocchio sempre più spesso. Dall’altro lato, questa situazione rivela un certo razzismo istituzionale, la de-umanizzazione dei migranti, la non-volontà di riconoscerli come soggetti, come umani. Torretta Antonacci, in questi giorni, non è rimbalzata nei titoli di (alcuni) giornali solo per l’alluvione, ma anche per il suicidio di Alagie Singathe, un bracciante gambiano di ventinove anni che viveva nel ghetto da qualche anno. La sua morte è il sintomo di una politica che non funziona, una politica arrogante che non rispetta né la vita né il pianeta. Se è vero che non possiamo sapere le ragioni del suo gesto, è altrettanto vero che il contesto di forte marginalità e grave vulnerabilità sociale quale è quello dei ghetti della Capitanata, ha sicuramente avuto un ruolo determinante. Tutto questo ci invita a riflettere sull’emergenza climatica e sull’emergenza sociale, sul nostro ruolo come collettività, così come sul ruolo delle istituzioni su cui ricadono responsabilità ben precise. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Alluvioni tra le baracche proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di mana5280 su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono anni che lavoro con rifugiati e migranti accolti nei progetti SAI e provo a ricostruire le loro storie, a mettermi in ascolto dei loro percorsi, spesso tortuosi, che li hanno portati qui da noi. Mi interessa capire non solo la loro storia ma anche l’orizzonte temporale, fatto di presente e futuro che compone o ricompone le esistenze. Prestare ascolto al loro vissuto permette di uscire dal ruolo omologato di migrante, persona da soccorrere ed aiutare senza distinzioni. Ogni persona accolta ha infatti un proprio vissuto, spesso segnato da traumi indelebili ma conserva gelosamente anche molto altro… odori, sapori, ricordi, rituali, affetti che chi lavora sempre in emergenza non riesce a decifrare fagocitato com’è dalla burocrazia e dagli schemi rigidi dei protocolli. Riuscire a scardinare lo scrigno prezioso di tutto “quell’altro” non detto può divenire un’esperienza forte e commovente. Nell’ultimo laboratorio che ho tenuto per un SAI calabrese ho incontrato una famiglia afghana che si trova in Italia da circa due anni. Parlano tutti abbastanza bene l’italiano ed è stato facile perciò comunicare e approfondire alcuni aspetti del loro percorso. Lui, il papà di cinque figli, è stato ai tempi della Repubblica un alto funzionario governativo nella provincia di Herat, tra le prime a cadere dopo l’invasione talebana del 2021. In Afghanistan aveva quattro guardie del corpo, una casa enorme, una vita decisamente agiata. Tutta la famiglia ha partecipato attivamente al laboratorio, producendo molto materiale fotografico per allestire una mostra sulla loro storia e cultura ma il momento più emozionante è stato quando Abdul – nome di fantasia per garantire l’anonimato in quanto perseguitato politico – ha letto ad alta voce, davanti a noi tutti, il suo racconto che riporto qui per intero. [Roberta Ferruti] Ricordo molto bene il 12 agosto 2021, era giovedì, molti distretti della provincia di Herat la mia città, erano già caduti in mano ai talebani, e la guerra era arrivata alle sue porte. Io sono rimasto nell’ufficio del governatore fino alle 12, poi sono andato a casa per mangiare. Quando ho acceso la televisione ho visto che i Talebani erano entrati nella città e stavano prendendo uno dopo l’altro gli uffici del governo. Herat era piena di paura, confusione e caos. Io ero contrario ai Talebani e avevo molta paura per la mia vita e per la mia famiglia. Quella notte è stata una delle notti più difficili della mia vita. Non pensavamo mai che il governo potesse cadere così velocemente. Dopo la caduta della città, molti soldati e funzionari del governo sono fuggiti. Ognuno cercava di salvare la propria vita e la propria famiglia. In quel momento ho capito che dovevo lasciare la città immediatamente. Senza dire niente a nessuno, neppure agli altri parenti: io, mia moglie e i miei cinque figli siamo saliti in macchina e abbiamo lasciato in fretta e furia la città. Un mio amico mi aveva detto che potevamo restare nascosti nella sua casa per qualche tempo. Vengo dall’Afganistan, una terra di straordinaria bellezza paesaggistica e culturale, caratterizzata da montagne imponenti, valli remote e una storia millenaria che affascina da sempre viaggiatori ed esploratori. La mia famiglia di provenienza è tra le più importanti dell’Afghanistan, molti familiari, infatti, hanno lavorato nelle istituzioni pubbliche, durante il periodo della Repubblica. Ho lavorato per dieci anni come capo in diversi distretti della provincia di Herat. Nell’ultimo si trovava la più grande base militare delle forze armate italiane della provincia di Herat e ho sempre tenuto una stretta collaborazione con loro lavorando a diversi progetti per aiutare la popolazione, ad esempio: sostegno alle scuole e all’educazione, sostegno agli ospedali e ai centri sanitari, collaborazione con gli uffici del governo, costruzione e manutenzione delle strade… Prima del 12 agosto del 2021 la situazione in Afghanistan era più stabile e più libera. I diritti delle donne erano rispettati, infatti le donne potevano studiare, lavorare e partecipare alle elezioni. Alcune di loro lavoravano anche al Parlamento e nei Consigli provinciali. La sicurezza era abbastanza buona e le Forze dell’ordine facevano il loro lavoro per proteggere la popolazione. La mia famiglia aveva una vita tranquilla e stabile. Avevamo tutto quello che serviva per vivere. La nostra casa era nel centro della città e avevamo tre automobili. Possiamo dire che avevamo una vita normale e serena. Purtroppo la situazione è cambiata dopo l’Accordo di Doha che ha gettato le basi per la caduta della Repubblica e il ritorno al potere da parte dei Talebani. La notte del 12 agosto del 2021 ho dunque lasciato la mia casa e la mia città insieme alla mia famiglia. Ad Herat c’era un grande disordine, fortunatamente durante il viaggio non abbiamo avuto intoppi. Ma, circa due ore dopo dall’arrivo a casa del mio amico, siamo stati informati del fatto che una decina di Talebani erano entrati nella nostra casa per cercarmi, hanno picchiato i miei cugini, che sono anche fratelli di mia moglie, e, hanno chiesto loro dove fossi. Per fortuna nessuno sapeva dove mi trovavo, tranne il mio amico. Solo per poco i Talebani non sono riusciti a trovarmi. Dal giorno dopo ho iniziato a cercare un modo per lasciare il paese. Dopo sette giorni, un mio amico è riuscito a ottenere per me un visto per l’Iran. Sono stato costretto a lasciare l’Afghanistan da solo, senza la mia famiglia, e sono andato in Iran. Dopo circa quattro mesi, mia moglie e i miei figli sono riusciti a venire anche loro in Iran insieme a mio cugino. Finalmente la nostra famiglia si è riunita di nuovo. All’inizio il nostro unico obiettivo era salvarci la vita, per questo motivo abbiamo scelto l’Iran, che era il paese più vicino e più sicuro per noi. Nei primi mesi non avevamo nessun contatto con le istituzioni internazionali. Dopo circa otto mesi, un mio amico mi ha dato l’indirizzo email del Ministero della Difesa italiano. Abbiamo scritto una email e dopo poco tempo abbiamo ricevuto una risposta positiva. Ci hanno chiesto di inviare tutti i documenti della nostra collaborazione con le forze dell’ordine italiane. Fortunatamente avevamo tutti i documenti e le prove e li abbiamo inviati. Poiché le forze dell’ordine italiane mi conoscevano bene e sapevano della nostra collaborazione, hanno accettato la nostra richiesta. Abbiamo aspettato circa venti mesi. Un giorno ci hanno chiamato e ci hanno detto di andare al Consolato italiano a Teheran per completare i documenti e ricevere il visto per l’Italia. Quel giorno è stato uno dei giorni più felici della nostra vita. Al consolato ci hanno accolto con grande gentilezza e rispetto. Il 21 dicembre 2023 abbiamo lasciato l’Iran per andare in Italia. Dopo essere atterrati a Roma, dove due operatori ci hanno accolto e ci hanno aiutato, abbiamo preso un altro aereo per la Calabria. Giunti all’aeroporto, abbiamo trovato due operatori dell’ufficio che seguiva il nostro caso. Sono stati loro stessi che ci hanno accompagnato sull’autobus che ci ha portati dove siamo ora. Voglio dire grazie al governo italiano, al popolo italiano e anche all’ufficio SAI per la loro gentilezza, ospitalità e aiuto. Siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto. [Abdul] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan proviene da Comune-info.
April 1, 2026
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Proteggere questa pratica di cura
INTORNO A PIAZZA DEL MONDO, A TRIESTE, ESISTE UNA RETE SORPRENDENTE CHE OGNI GIORNO CERCA DI ACCOGLIERE I MIGRANTI IN TRANSITO VERSO ALTRI PAESI, DI CUI NESSUN SI OCCUPA. GIAN ANDREA FRANCHI, CHE CON LINEA D’OMBRA È OGNI POMERIGGIO IN QUELLA PIAZZA, SI RIVOLGE AD ANDREA SEGRE, MATTEO CALORI E STEFANO COLLIZZOLLI, REGISTI DI “TRIESTE È BELLA DI NOTTE”. QUI IL PRECEDENTE ARTICOLO DI GIAN ANDREA FRANCHI, QUELLA LINEA D’OMBRA CHE MOLTI NASCONDONO. QUESTO INVECE L’INTERVENTO DI SEGRE, CALORI E COLLIZZOLLI: TRIESTE, I MIGRANTI E LA NOSTRA SCELTA DI RACCONTO -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Cari Andrea, Matteo e Stefano, mi addolora la vostra reazione, ma io credo che forse cosa peggiore della violenza palese e dell’inganno, sia la rimozione del lavoro quotidiano nella piazza della stazione di Trieste. Non ho inteso fare un’operazione impossibile come mettere sullo stesso piano forme diverse di negazione della realtà umana e politica: forme diverse, appunto. Considerarle analoghe è per me talmente privo di senso che non immaginavo che qualcuno potesse farlo. Capisco, però, che l’accostamento verbale possa suscitare una reazione. Probabilmente quello che per me era ovvio, può non apparire tale. Quello che accade quotidianamente in piazza non è un qualunque lavoro di volontariato, bensì una pratica di Cura dalla valenza prettamente politica, che parte dall’accoglienza dei migranti in transito per andar fuori dal nostro paese, di cui nessun altro si occupa. Inoltre, la piazza del mondo è un laboratorio sociale che è stato pienamente testimone dei respingimenti negli anni 2020 e 2021, così come ha seguito giorno per giorno il dramma del silos e tuttora continua ad essere accanto ai migranti di Porto vecchio. Sanità, farmaci, cibo, vestiario ogni sera per molti. Abbiamo infine una rete di migliaia di persone fuori Trieste. Sono sorti come figli della Piazza del mondo almeno sessanta “Fornelli resistenti” che, ormai da tre anni, portano da mangiare a centinaia di persone. Tutta questa realtà relazionale complessa, frutto di un costante impegno, data per ovvia, viene costantemente omessa, rimossa, e, peggio ancora, denegata. La formazione di una rete imponente, inoltre, è frutto di viaggi frequentissimi in tutta Italia, creando legami e reti di comunità. Credo che sia stato un errore di prospettiva nel film non mostrare il contesto in cui si svolgevano quei respingimenti: la prima accoglienza avveniva quasi sempre nella Piazza del mondo, cioè in strada, fra noi. Così è stato per Alì che avevamo conosciuto e supportato a Velika Kladusa; così è stato per Umar che avevamo ugualmente seguito e sostenuto nel suo terribile percorso dalla tortura alla “salvezza”. Mi pareva di averlo anche accennato alla presentazione del film qui a Trieste. Sono queste vicende il cuore del problema migrante. E di questo solo noi ci occupiamo. Un problema sociale importante va visto nel suo contesto reale. Io dico che il film non dava la visione reale del problema. Sarebbe bastato un cenno, ma limitando il problema si finisce con il darne un’immagine che nasconde la complessità in cui si svolge. -------------------------------------------------------------------------------- [Gian Andrea Franchi] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Proteggere questa pratica di cura proviene da Comune-info.
March 27, 2026
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Trieste, i migranti e la nostra scelta di racconto
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Siamo gli autori di “Trieste è bella di notte”. Leggiamo su Comune con tristezza e stupore l’intervento di Gian Andrea Franchi (Quella linea d’ombra che molti nascondono), che conosciamo da anni, da quando nel 2017 abbiamo raccontato l’attività sua e di Lorena Fornasir, assieme ad altre pratiche simili, prima che nascesse “Linea d’ombra”, nel film di zaLab “Dove bisogna stare”.  “Trieste è bella di notte” è un film; rappresenta un punto di vista e una scelta di racconto. È naturalmente criticabile, ma parlare di censura e di omissione intenzionale manca completamente il bersaglio. Il film racconta e denuncia le “riammissioni informali”: i respingimenti illegali operati dallo Stato italiano al confine sloveno. Non parla di Linea d’ombra, come non parla di No Name’s Kitchen o di Alto Vicentino Accoglie o di molte altre realtà che conosciamo, stimiamo e supportiamo, semplicemente perché si concentra sulla denuncia della pratica dei respingimenti.  Troviamo che mettere insieme questa scelta di racconto con i fasci in piazza e l’attacco infame e manipolatorio delle Iene sia folle. Di tutto c’è bisogno in questa fase, tranne che di cercarsi e additare i nemici dove non ci sono. [Andrea Segre, Stefano Collizzolli, Matteo Calore] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trieste, i migranti e la nostra scelta di racconto proviene da Comune-info.
March 26, 2026
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