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Sostenere chi racconta le rotte
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sostenere chi racconta le rotte proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
L’accusa di Prevost colpisce due continenti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Roberta Ferruti -------------------------------------------------------------------------------- Ognuno qui negli Stati uniti ha il suo 4 luglio. Trump con un ridicolo discorso dei suoi trasforma il giorno dell’Indipendenza in una «festa contro il comunismo». Nella Central Valley, California rurale dei campesinos, si celebra messa tra le casette di legno dei braccianti stagionali senza green card che raccolgono frutta e mandorle. L’Indipendenza qui, tra cittadini non riconosciuti e braccati dall’Ice, paradossalmente è quella più vicina all’idea di libertà che animava i rivoluzionari americani del 1776. Nasce dalla carne viva di popolazioni sfruttate fino all’osso per mantenere alta la competizione nel mercato globale, governate dal sistema del terrore. Questo di certo è il 4 luglio dei mondiali di calcio, i caroselli con le bandiere messicane che riempiono le strade della California lo rendono evidente. D’altronde su una popolazione di 39 milioni di abitanti, 15 milioni sono di origine ispanica: nessuno tifa contro la sua «patria» di origine. Papa Leone, con un uno-due formidabile, tra il breve discorso del 2 luglio per la consegna della Liberty medal e l’omelia pronunciata sabato da Lampedusa, ha demolito l’idea di una «indipendenza» della disumanità, basata sul potere di un «manipolo di tiranni», come ebbe già a dire, da tutto il resto del mondo. Già la decisione del pontefice di non accogliere l’invito ufficiale della Casa bianca di partecipare alla cerimonia governativa e di essere invece a Lampedusa sulle orme del suo predecessore, è sembrata una risposta diretta, inequivocabile, alle deportazioni, alle catture, alle uccisioni di migranti in America. Alle cerimonia per la Liberty medal il papa ha parlato da «figlio della nazione». Che rivendica il suo diritto di americano, prima che capo della Chiesa universale, di dire quella verità che il potere tecnoplutocratico ha paura di ammettere: «Sono i migranti ad aver plasmato il futuro della nazione». Per Papa Leone «la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di proteggere ed apprezzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore è messo in discussione». L’America è Great again solo se accetta la sua verità: è stato ed è un paese che è diventato «grande» aprendo le sue porte a ondate successive di immigrati, che lo hanno letteralmente costruito insieme alle loro famiglie. Il discorso sarà di ispirazione potente per tutte le parrocchie che con la società civile stanno animando le «Reti di Risposta Rapida» contro catture e deportazioni. Un sistema di autodifesa dalle retate, di cura e protezione solidale per le famiglie, di luoghi sicuri per bambini e famiglie a rischio di arresto, di mutuo aiuto per chi deve stare nascosto. Ma è con il discorso rivolto principalmente all’Europa, da Lampedusa, che il papa ha spiegato che quello che sta accadendo è un fenomeno globale, non ascrivibile alla sola follia di un isolato dittatore. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate». Ancora verità, sferzante, diretta, senza giri di parole. Non è la fatalità, non è il mare il responsabile. Lo sono coloro che prendono decisioni politiche, come il recente Migration Pact dell’Unione europea sulle deportazioni e sui lager che chiamano Cpr. E quelli che non le prendono, come coloro che fanno finta di non vedere ciò che accade in Libia o in Tunisia, e continuano a finanziare con soldi pubblici sistemi criminali di respingimento e internamento di donne, uomini e bambini, tutti nostri fratelli e sorelle, figli nostri. Il discorso di papa Leone è ben più ampio, in tutta la sua radicalità. La concretezza delle cose si mescola alla spiritualità della parola evangelica. È teologia disarmata e disarmante. Il Samaritano, uno che per definizione non aveva nemmeno diritto di parola, un «illegale», difronte alla morte e alla sofferenza di un essere umano, fa quello che né il sacerdote né il levita fanno. Cioè vede e si ferma, agisce, presta soccorso. Per chi ha deciso di sfidare le volontà dei governi in questi anni e ha continuato a soccorrere in mare, ad accogliere, a mettere al centro i diritti umani e non la facile retorica delle propagande politiche, è un grande riconoscimento e un invito a continuare. «Siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata». L’Europa, dice papa Leone, ha i numeri per farlo. Dall’alto non lo potrà fare se non attraverso una propria indipendenza innanzitutto da Trump e dal suprematismo tecnocratico della guerra e della disumanizzazione. Dal basso lo sta già facendo, praticando la solidarietà in mare e in terra, costi quel che costi. «Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su il manifesto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’accusa di Prevost colpisce due continenti proviene da Comune-info.
July 5, 2026
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Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di tivissima da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Nasce “Rete Lampedusa”, “rete di Pietro” con l’obiettivo di riunire terzo settore, mondo ecclesiale e società civile in un unico movimento culturale e operativo che si occupi di migrazioni e accoglienza. Il progetto è pensato per colmare un vuoto strutturale nel dibattito pubblico europeo sulla migrazione. Di fronte alla polarizzazione tra il leitmotiv dell’invasione e il silenzio tattico, i promotori propongono una terza via: una narrazione basata su dati, competenza, diritti umani e – soprattutto – sull’incontro con l’altro come atto di umanità condivisa. Promossa e guidata da Pietro Bartolo, il medico che ha accolto per tanti anni i migranti sbarcati a Lampedusa ed ex parlamentare, divenuto figura simbolo dell’accoglienza, la rete mira a trasformare la percezione della migrazione da emergenza ad opportunità strutturale per il futuro demografico ed economico dell’Europa. I migranti non solo non sono un’emergenza ma sono il nostro futuro. È ormai evidente a tutti che l’Europa sta affrontando un inverno demografico senza precedenti. Entro il 2050 mancheranno all’appello 44 milioni di lavoratori. Tutto il nostro welfare, le nostre pensioni, la nostra economia si reggono oggi grazie a chi è arrivato, i dati parlano chiaro. Nonostante ciò, a causa anche delle politiche repressive e respingenti, il nostro mare, il Mediterraneo, è divenuto un cimitero. Dal 1991, oltre 50.000 persone hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa. Dal 2014 ad oggi, i morti e dispersi documentati sono oltre 35.000, di questi, almeno 4.000 erano bambini e questi sono dati ufficiali, riconosciuti mentre sappiamo che sicuramente sono molti di più, morti non rintracciati, persone disperse lungo la tratta di cui non si ha traccia. Mentre il nostro continente invecchia, l’Africa vede lasciare il continente i suoi giovani ma nonostante ciò sua popolazione è sempre più giovane. È inevitabile che queste due realtà si incontreranno comunque, che lo si voglia o no. La Rete Lampedusa pone il suo obiettivo su questo punto e invita a decidere da che parte stare: se accettare questo stato di cose che attraverso il filo spinato e i naufragi non riuscirà comunque ad arginare gli arrivi oppure accogliere le persone attraverso canali legali, formazione, lavoro e dignità. Non solo per solidarietà ma anche per consapevolezza di questo stato di cose. Il 15 luglio alle ore 10 a Roma, in via Marghera 59, presso l’istituto Maria Ausiliatrice delle Salesiane di Don Bosco, Pietro Bartolo presenterà il progetto della Rete che aspira ad accogliere al suo interno tutte le realtà che da anni si occupano del fenomeno migratorio (per saperne di più: https://www.retelampedusa.org/). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza proviene da Comune-info.
June 29, 2026
Comune-info
Cisint e l’arte di far star male la gente
ANNA MARIA CISINT, EURODEPUTATA (LEGA), È STATA SINDACA DI MONFALCONE, CITTÀ CHE OSPITA UN’ECCELLENZA DEL MADE IN ITALY, LE OFFICINE DI FINCANTIERI, INTONO A CUI LAVORANO TANTI MIGRANTI, PER LO PIÙ BENGALESI, IN 400 DITTE, DIVERSE DELLE QUALI NOTE PER PRECARIATO, RICATTI, CAPORALATO. LA SIGNORA CISINT HA DEDICATO LA SUA VITA A FAR STARE MALE ALCUNE PERSONE. I BENGALESI DOPO LAVORO HANNO PIACERE DI SEDERSI IN PIAZZA E CHIACCHIERARE CON GLI AMICI? LA SINDACA HA FATTO TOGLIERE LE PANCHINE. LE DONNE VOGLIONO FARSI UN BAGNO A MARE NEI LORO COSTUMONI UN PO’ BUFFI? ECCO CHE LA SINDACA VIETA DI ENTRARE IN ACQUA VESTITE. SE NE STESSERO A CASA, ALLORA… SOLO CHE LA SIGNORA CISINT HA PENSATO BENE DI FAR ALZARE LA SOGLIA DI REDDITO MINIMO PER AVERE UNA CASA POPOLARE, IN MODO DA ESCLUDERE GLI IMMIGRATI. I MUSULMANI HANNO DUE CENTRI CULTURALI, DOVE SI PERMETTONO ANCHE DI PREGARE? ECCO CHE CISINT VIETA LA STESSA PREGHIERA PERCHÉ NON SAREBBE PREVISTA NELLA DESTINAZIONE D’USO. NEI GIORNI SCORSI, CISINT HA DENUNCIATO COME SIA IN CORSO IN ITALIA E IN EUROPA UN VERO GOLPE CONTRO LO STATO DI DIRITTO, MOSTRANDONE LE PROVE… Foto di mohammad samir su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone (Gorizia). Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1.600 lavoratori nei cantieri sono dipendenti Fincantieri, “Gli altri – spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto – lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”. Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato. Ora, il partito (Lega) di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente, proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori extracomunitari per il triennio 2026-28. Circa metà per per “lavoro subordinato non stagionale e autonomo” e metà per “lavoro stagionale nei settori agricolo e turistico” (come funzioni in pratica è un’altra storia). Il governo sostenuto da Anna Maria Cisint li definisce: “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. Questo in un paese con 2 milioni e 452 mila disoccupati e 13 milioni e 246mila inoccupati in età lavorativa. Senza bengalesi, niente global leadership di Monfalcone. Ora, la storia ci insegna che quando sei in un paese lontano a fare una vita di cacca, i piccoli rituali ti salvano – gli irlandesi a New York che si trovavano a cantare le loro canzoni, o i “terroni italici” con la festa del Patrono. E la signora Cisint ha dedicato la sua vita a far stare male la gente che fatica in fondo anche per lei. I bengalesi dopo lavoro hanno piacere di sedersi in piazza e chiacchierare con gli amici? La sindaca ha fatto togliere le panchine. Le donne vogliono farsi un bagno a mare nei loro costumoni un po’ buffi? Ecco che la sindaca vieta di entrare in acqua vestite. Se ne stessero a casa, allora… solo che la signora Cisint ha pensato bene di far alzare la soglia di reddito minimo per avere una casa popolare, in modo da escludere gli immigrati. I musulmani hanno due centri culturali, dove si permettono anche di pregare? Ecco che Cisint vieta la stessa preghiera perché non sarebbe prevista nella destinazione d’uso. Uscita da Monfalcone, i suoi orizzonti vessatori si allargano. A Mestre c’è un giardino pubblico, dove i “musulmani” (non è dato sapere di quale etnia) sono soliti pregare. Evidentemente non hanno i soldi per affittare un locale per farsi una moschea. E posso immaginarmi perché: Mestre fa parte del comune di Venezia, che come overtourism è messo peggio di Firenze. A Firenze, l’intera industria degli Airbnb non si reggerebbe senza i peruviani che lavorando in nero corrono in bici a cambiare le lenzuola e buttare i rifiuti. Ma siccome gli appartamenti sono presi appunto da Airbnb, i peruviani non hanno dove dormire loro stessi. Una mattina, i musulmani che vanno a pregare trovano l’angolo del giardino in cui di solito pregano occupato da due ragazze in bikini che dicono che vogliono prendere il sole. Come sia andata, non lo sapremo mai, ma pare che l’imam abbia chiesto loro di lasciare il posto il tempo di dire la preghiera. Sono tredici anni che partecipo all’autogestione di un giardino pubblico, e conosco benissimo la situazione: arrivano i ragazzi della scuola media che vogliono fare la partita nel campetto, e si lamentano che è occupato dai bambini piccoli; arrivano quelli che ci vogliono fare yoga, e si lamentano perché gli arrivano le pallonate in testa; e se ci sono quelli che fanno pugilato, non ci possono stare anche quelli che fanno yoga. Sono cose che si negoziano. Ma la notizia arriva a Cisint che dall’alto del suo smartphone sull’aereo per Bruxelles dice la sua, sul fatto che in un angolino di un giardino, la “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale” faccia una cosa sua: “Questo è quello che sta accadendo in tutta Europa e in Italia. La conquista, il governo e la sostituzione sono i loro obiettivi: un vero e proprio golpe contro lo Stato di diritto”. È affascinante la chiosa dell’articolo che ne parla, non si capisce se sia della giornalista o dell’eurodeputata: “Permettere che le consuetudini religiose di una comunità arrivino a limitare le libertà individuali altrui significa abdicare al principio di legalità e alla difesa dei valori occidentali. In gioco c’è ben più di un parco pubblico”. Questa è stata la tesi centrale del laicismo più odioso. Come quelli che vorrebbero vietare la processione in onore della Santa Patrona perché ostacola il traffico. Qui potete aderire, ad esempio, alla campagna dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per vietare che il suono delle campane limiti la libertà di dormire del cittadino laico, solo perché lo richiedono le consuetudini religiose di una comunità. Ma non ci risulta che l’UAAR abbia ancora cercato di vietare agli scout cattolici di dire una preghiera nella loro sede, perché non previsto dalla destinazione d’uso (non ci risulta, ma non suggeriteglielo!). Non a caso, un intervento di Cisint si intitola, “La minaccia di Allah“: che è il nome che anche i cristiani arabi usano per chiamare Dio. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario autogestito del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Non c’è più Laicità! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cisint e l’arte di far star male la gente proviene da Comune-info.
June 29, 2026
Comune-info
Il razzismo in Italia nei dati ufficiali
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Black&White di Castel Volturno -------------------------------------------------------------------------------- La raccolta di dati ufficiali (amministrativi o statistici) sulle discriminazioni e i reati razzisti è uno dei problemi con i quali si confrontano da tempo le agenzie internazionali che tentano di monitorarli in modo sistematico. Una delle principali difficoltà è costituita dalla natura stessa del fenomeno che deve essere monitorato. Gran parte degli atti, dei comportamenti e delle violenze razzisti restano nell’ombra perché non sono denunciati da parte delle persone che ne sono colpite o di chi ne è stato testimone.  La carenza di dati ufficiali che continuiamo a registrare in Italia anche in relazione ai casi di discriminazione e di razzismo noti, perché denunciati alle autorità preposte, va ben oltre questi limiti. Oltre alla persistente mancanza di un sistema coordinato di raccolta dei dati relativi alle diverse tipologie degli atti discriminatori e dei reati razzisti, il problema è la trasparenza: i dati amministrativi ufficiali disponibili non sono sufficientemente divulgati; d’altra parte le indagini statistiche nazionali sul fenomeno risalgono a molti anni fa. Nel momento in cui scriviamo, è in corso una nuova indagine nazionale condotta dall’Istat, volta ad indagare le opinioni della popolazione rispetto alla diffusione nella società delle discriminazioni nelle diverse forme (in base a genere, salute, religione, orientamento sessuale, identità di genere ecc.) e gli episodi di discriminazione eventualmente subìti, ma i risultati non sono ancora stati pubblicati. I dati disponibili sui reati commessi con un movente razzista Le carenze informative che riguardano il nostro paese sono particolarmente rilevanti in relazione ai reati razzisti. Le banche dati on line disponibili presso il sito del ministero della Giustizia e le statistiche pubblicate dall’ISTAT in materia di giustizia penale non permettono infatti di rilevare i dati su questa tipologia di reato né sono facilmente accessibili i dati sulle denunce pervenute alle forze dell’ordine. 1 L’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights operante presso l’OSCE), pubblica ogni anno nel mese di novembre un rapporto internazionale sui cosiddetti crimini di odio, ovvero sui reati commessi sulla base di un movente discriminatorio. Si tratta di dati amministrativi che sono comunicati a ODIHR, per quanto riguarda l’Italia, dalle Forze dell’Ordine e da OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori2). Insieme a questi dati ufficiali, ODIHR raccoglie anche informazioni qualitative sui casi documentati dalle organizzazioni della società civile.  Il grafico sottostante illustra in serie storica i dati sui reati discriminatori e su quelli specificamente razzisti comunicati dalle autorità italiane a ODIHR /OSCE a partire dal 2013.   Fonte: Elaborazioni di Lunaria su dati Oscad/Odihr, https://hatecrime.osce.org/italy -------------------------------------------------------------------------------- Come è facile osservare, nel corso del tempo il numero di segnalazioni ha avuto in generale una tendenza crescente, raggiungendo un picco di 1445 segnalazioni nel 2021. Negli anni successivi si nota invece una tendenza decrescente.  Nel 2024 sono stati comunicati in totale a Odihr 893 “reati di odio”: di cui 543 hanno un movente razzista, 244 un movente abilista e 104 un movente omolesbobitransfobico. Va evidenziato però che nel 2024, a differenza del passato, non sono considerati i casi di “incitamento alla violenza” che erano stati significativi negli anni precedenti: solo considerando i reati razzisti, i casi di incitamento alla violenza erano risultati 380 nel 2021, 276 nel 2022 e 264 nel 2023.  Sebbene Odihr abbia sempre tenuto ad evidenziare la differenza esistente tra il concetto di reato e di discorso di odio (che non necessariamente ha rilevanza penale), in Italia l’incitamento alla violenza a sfondo razzista, etnico, nazionale o religioso è un reatoprevisto dall’art. 604 bis del Codice penale. Non si comprende dunque la ratio dell’esclusione di questo tipo di reato dalla collezione dei dati pubblicati. I dati Odihr disponibili sono suddivisi anche in base alla tipologia di reato. Il grafico sottostante evidenzia come tra i reati di matrice xenofoba e razzista denunciati alle Forze dell’Ordine nel 2024, le profanazioni di tombe, le violenze fisiche e i casi di disturbo della quiete pubblica risultano quelli più numerosi. 2024. Reati razzisti comunicati da OSCAD a ODIHR/OSCE per tipologia di reato Fonte: OSCAD/ODIHR, https://hatecrime.osce.org/italy -------------------------------------------------------------------------------- Neanche l’ODIHR riesce (dal 2018 in poi) ad ottenere informazioni sul numero dei procedimenti giudiziari in corso e delle condanne comminate per perseguire questo tipo di reati.3 I dati sulle discriminazioni pubblicati da Unar L’altra fonte ufficiale di riferimento, sempre di tipo amministrativo, è costituita dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali). L’ufficio, istituito nel 2003 e collocato presso il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, ha il compito di garantire il diritto alla parità di trattamento e di contrastare le discriminazioni raccogliendo segnalazioni, fornendo assistenza alle vittime, svolgendo attività di ricerca e analisi, promuovendo attività di sensibilizzazione, riferendo in merito a Governo e Parlamento. L’ambito di competenza dell’ufficio è diverso da quello di OSCAD: UNAR si occupa infatti dei casi di discriminazione che non hanno rilevanza penale. Gli ultimi dati pubblicati si riferiscono al 20244. Il Contact Center dell’Ufficio ha raccolto complessivamente 17.640 segnalazioni di discriminazione tramite due canali: il monitoraggio del web e le segnalazioni dirette ricevute dai cittadini.  Le segnalazioni dirette ricevute dal Contact Center nel 2024 risultano 1.106; tra queste 641 sono state classificate come pertinenti. Se si considera un arco temporale di cinque anni, il numero di segnalazioni dirette ricevute dal Contact center evidenzia una tendenza irregolare ma tendenzialmente in crescita rispetto al 2020. Fonte: Unar, Relazione al Parlamento, 2024 -------------------------------------------------------------------------------- Considerando solo le segnalazioni ritenute pertinenti, come è accaduto negli anni precedenti, il movente “etnico-razziale” risulta quello più ricorrente (70,5%), seguito da quello riferito allo stato di abilità (13,1%) e da quello che fa riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere (5,9%). Le discriminazioni mosse da pregiudizi legati all’età (3,9%), alla religione (3,1%) e ad altri moventi sono risultate meno ricorrenti. 2024. Segnalazioni pertinenti per ground di discriminazione. Fonte: Unar, Relazione al Parlamento, 2024 -------------------------------------------------------------------------------- Lavoro, società e vita pubblica, finanza e credito, alloggi, enti pubblici e PA e Pubblici esercizi costituiscono gli ambiti in cui le discriminazioni segnalate al Contact Center di Unar nel 2024 sono risultate più frequenti. Fonte: Unar, Relazione al Parlamento, 2024 -------------------------------------------------------------------------------- Usiamo i dati con attenzione I dati sopra illustrati sono di natura amministrativa, prodotti cioè dalle autorità competenti a contrastare le discriminazioni e il razzismo con attività di monitoraggio e di assistenza alle vittime, di raccolta delle denunce e di investigazione. Pur costituendo una base di informazione fondamentale per la conoscenza e l’analisi dell’evoluzione del razzismo nel nostro Paese, rappresentano solo quella parte di discriminazioni e di violenze razziste che sono oggetto di denuncia e di segnalazione. D’altra parte, va sempre ricordato che l’aumento registrato nel numero di segnalazioni non indica di per sé una tendenza alla crescita delle discriminazioni. Esso potrebbe infatti essere determinato dal rafforzamento della collaborazione tra l’ufficio, gli enti locali e le associazioni presenti sul territorio o da un maggiore attivismo delle organizzazioni della società civile nelle attività di tutela dei diritti. Per tutti questi motivi, i dati amministrativi ufficiali sulle discriminazioni e sui reati razzisti sono molto utili, ma dovrebbero essere utilizzati con attenzione tenendo conto della loro natura non statistica. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Nei rapporti sulla sicurezza e la criminalità che vengono pubblicati periodicamente dal ministero dell’Interno le denunce di reati razzisti non sono considerate, mentre l’analisi dei dati sulla criminalità si dilunga sui reati compiuti dai cittadini stranieri. Allo stesso modo sul sito del Ministero della Giustizia sono disponibili gli aggiornamenti periodici sui dati relativi ai detenuti stranieri, ma non sui processi in corso e sulle sentenze relativi ai reati razzisti.  2 I dati sono forniti combinando i dati del “Sistema di Indagine – SDI” (estratti dal CED interforze) che attengono ai reati con finalità discriminatorie che hanno “copertura normativa” (ossia relativi a “razza”, etnia, nazionalità, religione, appartenenza a minoranze Rom e Sinti e linguistiche), con le segnalazioni OSCAD che riguardano gli ambiti discriminatori privi di specifica copertura normativa (relativi ad orientamento sessuale, identità di genere e stato di abilità). 3 ODIHR, Hate Crimes Annual Report for 2024, Key Observations, https://hatecrime.osce.org/italy 4 Si veda: UNAR, Relazione al Parlamento sull’attività svolta e sull’effettiva applicazione del principio di parità di trattamento e sull’efficacia dei meccanismi di tutela, 2024, disponibile qui: https://www.unar.it/portale/documents/d/guest/relazione-al-parlamento-2024 -------------------------------------------------------------------------------- Fonto: Cronache di ordinario razzismo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il razzismo in Italia nei dati ufficiali proviene da Comune-info.
June 28, 2026
Comune-info
Inventare l’avvenire, qui e ora
-------------------------------------------------------------------------------- Se i cortei sono la punta di un iceberg fatto di persone ma soprattutto di collettivi che in tanti modi diversi ogni giorno mettono in discussione l’ordine delle cose, allora “Inventare l’avvenire”, la giornata di protesta con i migranti promossa a Napoli sabato 20 giugno conferma che in Campania esiste un fermento sociale importante. Dalle Rete vesuviana solidale al Movimento Migranti e Rifugiati Napoli, passando per Mediterranea, sono tante le realtà che hanno condiviso la piazza sotto un sole cocente. “Abbiamo ricordato al governo che Castel Volturno, come altri posti, non ha bisogno di un cpr ma di lavoro dignitoso e non sfruttato, case e permessi di soggiorno. Non possiamo accettare il patto Europa asilo che cancella i diritti delle persone che hanno bisogno di protezione. Non possiamo accettare il razzismo istituzionale che ci vuole divisi”, dice Emilio … . È stata una manifestazione che riportato al centro le persone, ha aggiunto Mediterranea. “In un quadro nazionale sempre più repressivo e che, con il nuovo patto europeo sulle migrazioni ha radicalmente trasformato il diritto d’asilo come lo conoscevamo e spostato l’oggetto della tutela dalle persone ai confini, le voci di chi ha attraversato deserti, mari e frontiere non possono essere ignorate… Da Napoli arriva un messaggio chiaro: nessuna persona è illegale, nessun essere umano è invisibile, tutte e tutti hanno diritto a una vita degna…”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Inventare l’avvenire, qui e ora proviene da Comune-info.
June 21, 2026
Comune-info
Il mondo di Muhammad
-------------------------------------------------------------------------------- Se un giorno il mondo smettesse improvvisamente di essere raccontato da giornalisti dei grandi media, esperti di geopolitica o storici delle guerre, potremmo affidarci ai rifugiati. Le loro storie, i loro saperi sulla storia e sulla geografia, i loro sogni offrirebbero uno sguardo sul mondo inedito e straordinariamente ricco di senso. Nella poesia Profugo, Maḥmūd Darwīsh scrive: «La terra mi riconosce come le sue spighe, e il cielo sa che sono un figlio della pioggia». Chi opera nei percorsi di accoglienza cerca spesso di mettere al centro proprio le storie dei rifugiati. Unouno è uno spettacolo nato dalla collaborazione tra alcuni progetti di accoglienza dell’ong GUS in Salento e Ippolito Chiarello, attore e regista noto per alcuni spettacoli portati strada o in spazi non convenzionali (“barbonaggio teatrale”). Le vicende raccontate in scena si ispirano alla storia di Muhammad, un ragazzo partito dal Sudan a 13 anni e arrivato in Italia a 23, dopo un lungo viaggio segnato da violenze e torture che lo hanno reso cieco. Il 20 giugno, presso NASCA Teatri di Terra, a Lecce, Unouno è andato in scena in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Qui un’intervista a Ippolito Chiarello. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo di Muhammad proviene da Comune-info.
June 20, 2026
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Il mondo è di chi si muove
-------------------------------------------------------------------------------- Migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno contestato a Roma sabato 13 giugno il raduno della “remigrazione”. La straordinaria risposta di tantissime persone comuni che in inverno, a Minneapolis, quando le truppe dell’Ice hanno portato morte e terrore nelle strade, si sono dimostrate solidali con i vicini di casa migranti aggrediti e arrestati, non smette di fiorire ovunque. Intanto il generale Robero Vannacci ha battezzato il suo partito e Giorgia Meloni ha risposto con un rilancio nostalgico del fascismo. Foto di Riccardo Troisi, Comune-info: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo è di chi si muove proviene da Comune-info.
June 20, 2026
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Le ragioni del nostro rifiuto
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Oltremani Italia -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo Patto UE su migrazione e asilo non gestisce la migrazione. La respinge, la filtra, la rende invisibile e ricattabile. Oltremani Italia si oppone al nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che rappresenta una scelta politica precisa e non una “riforma tecnica”: rendere strutturale la detenzione amministrativa e impedire alle persone di esercitare il diritto d’asilo. Queste le ragioni del nostro rifiuto. Detenzione come strumento ordinario Gli “hub” e i centri di trattenimento, inclusi i CPR, già oggi luoghi di compressione sistematica dei diritti e della libertà personale, diventano la norma. Si legittima la detenzione di persone per il solo fatto di essere entrate irregolarmente nel territorio europeo o di chiedere asilo al confine. Questo rappresenta un attacco diretto allo stato di diritto e alle libertà fondamentali. Esternalizzazione e violenza di confine L’Unione Europea paga altri Paesi perché blocchino le persone prima che arrivino. Questo significa spostare la violenza fuori dai propri confini per non assumerne la responsabilità. Le cosiddette “frontiere esterne” sono già oggi luoghi di abuso sistematico. Il Patto le rafforza. Smantellamento del diritto d’asilo Procedure accelerate, “Paesi terzi sicuri”, esclusioni preventive: il diritto d’asilo viene svuotato. Non viene negato formalmente, ma reso sempre più difficile da esercitare. Produzione di sfruttamento Queste politiche creano irregolarità. L’irregolarità produce ricatto. Il ricatto produce sfruttamento. Non è un effetto collaterale: è un meccanismo strutturale e funzionale a un’economia che utilizza lavoro senza diritti. Le politiche migratorie contribuiscono così a costruire una fascia di forza lavoro priva di tutele, funzionale a un sistema economico che si regge anche sulla precarietà. Per Oltremani Italia, opporsi a questo impianto non è una presa di posizione astratta. È una pratica quotidiana e una scelta politica. Ospitare persone, condividere spazi, costruire percorsi di autonomia significa entrare in contraddizione diretta con queste politiche. Significa rifiutare nei fatti un sistema che produce esclusione e affermare pubblicamente un’alternativa. Per questo oggi, più che mai, è necessario rafforzare la base della comunità di Oltremani Italia. Non si tratta di “fare di più”, ma di essere di più. Più case aperte, più persone coinvolte, più legami reali. Non solo come gesto solidale, ma come presa di posizione politica collettiva. Ampliare questa comunità significa aumentare la capacità di resistenza e di costruzione di pratiche diverse, concrete e replicabili. In un contesto in cui i diritti vengono limitati per legge, costruire spazi che li rendono effettivi è già un atto politico. Da che parte stiamo? Contro i muri, contro i confini che escludono, contro le leggi che producono marginalità. Oltremani continuerà a stare da questa parte contro la normalizzazione della detenzione, contro l’esternalizzazione delle frontiere, contro l’uso dell’irregolarità come strumento di governo. E per una società in cui casa, diritti e dignità non siano subordinati allo status giuridico delle persone. E scegliamo di dirlo pubblicamente. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le ragioni del nostro rifiuto proviene da Comune-info.
June 16, 2026
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Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
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