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Un appello agli amici di Vicofaro
-------------------------------------------------------------------------------- Un appello alle tante amiche e ai tanti amici che conoscono — o hanno conosciuto — l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti. Abbiamo accolto molte persone, le abbiamo soccorse e curate, le abbiamo accompagnate nel difficile cammino verso la ricostruzione di una vita. Insieme a tanti amici siamo riusciti a costruire una grande comunità solidale, composta da credenti nella giustizia e nella dignità di ogni essere umano. Dobbiamo essere orgogliosi di questo lavoro. Sappiamo che non è stato inutile. Questo straordinario percorso, vissuto insieme per dieci anni, è stato interrotto violentemente l’anno scorso dall’intervento della Polizia. Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi — gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali — ammucchiate davanti alla chiesa. Per un intero anno, insieme alla nostra equipe di volontari, abbiamo lavorato per cercare di salvare questa esperienza. Non ci siamo riusciti. Certamente molti ragazzi sono stati ricollocati e oggi stanno meglio: era questo il nostro obiettivo, e ne siamo felici. Ma il prezzo di quell’operazione è stato la chiusura e lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione non potranno più contare nella nostra casa aperta. Devo dirlo con coraggio: nel nostro caso la Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica. Vicofaro, questa chiesa-rifugio, doveva essere chiusa e il suo parroco reso non operativo. E così è stato. Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura. «Vogliamo un vero parroco», gridavano. Sono stati accontentati; di più, gli è stata consegnata la Parrocchia. Ho cercato giustizia attraverso i ricorsi, ma non ci sono riuscito. Ora sono anch’io un parroco rimosso, “bocciato”, messo da parte, delegittimato. Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per tutti quei ragazzi che oggi si trovano a Ramini e rischiano di finire in strada. Non è necessario dirvi che farò tutto il possibile per proteggerli. Penso anche a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto. So che molti sono delusi e indignati. Eppure non siamo sconfitti. Viviamo in un momento storico molto difficile, nel quale valori fondamentali come la giustizia, la solidarietà e l’umanità sono messi in discussione. Ma il cammino compiuto a Vicofaro non è stato inutile. Dieci anni di accoglienza, di cura e di condivisione non possono essere cancellati da una decisione o da una chiusura. Dobbiamo accettare che, in alcuni percorsi, possano esserci degli stop. Ma uno stop non significa necessariamente la fine. Significa anche che il testimone può essere raccolto da altri, in altri luoghi e in altri contesti. A Vicofaro abbiamo dimostrato che si possono realizzare cose importanti anche con pochi mezzi, quando esistono la volontà, il coraggio e la disponibilità a mettersi in gioco. Questo stile, questo modo di essere ha disturbato molto. Ha disturbato tutti coloro che concepiscono il servizio come una professione. Ha disturbato un modo dove corrono tanti soldi. Alle persone che oggi hanno preso possesso di Vicofaro voglio dire questo: quando entrerete in quella chiesa, ricordatevi di rivolgere una preghiera ai tanti poveri che sono passati di lì. In tanti hanno dormito tra quelle panche. Quante storie, quante paure e quante speranze hanno trovato riparo sotto quel tetto. Quella chiesa è stata benedetta dalla loro presenza. Lì i poveri, i migranti — i prediletti di Dio — hanno dormito e trovato rifugio. Chi entrerà in quella chiesa dovrà sentirsi davvero benedetto, perché entrerà in un luogo speciale. Quando, la domenica, celebrerete la Messa, guardate verso l’alto, verso quel matroneo un tempo gremito di poveri. Spero che possiate vedere ciò che io ho avuto la grazia di sperimentare: quelle braccia di Cristo che sembravano toccarli e proteggerli. Quei poveri che sono entrati con la veste bianca degli invitati alle nozze. Possano accogliervi e benedirvi. Carissimi, dobbiamo avere pazienza. Anche la Chiesa è fatta di uomini e di donne, portatori di fragilità, limiti e incertezze. Sinceramente, non riesco a non volerle bene, anche così, perché anche noi siamo fragili. Ma io vado avanti: con i poveri, con determinazione e senza paura. C’è ancora del buon seme in giro. Noi abbiamo seminato bene. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto Gesù ci ricorda: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Avanti, insieme, con coraggio, nonostante tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Don Massimo, Pistoia 21 Agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un appello agli amici di Vicofaro proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Il piede di cartone
-------------------------------------------------------------------------------- Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra. Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della “Piazza del mondo” di Trieste. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afghanistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella Piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambine e bambini provenire dalla Rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “Vai, vivi e salvaci”. Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Bion). Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la Piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda a un’alterità, a un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi Io sono confine, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afghano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita a una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella Piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord Europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua a interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della cura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il piede di cartone proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Capire Ceuta
LA QUESTIONE MIGRANTE NON È RIGUARDA L’ORDINE PUBBLICO. È UNA QUESTIONE SOCIALE E POLITICA: RIGUARDA LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO, L’IRRISOLTA EREDITÀ DEL COLONIALISMO, NEL CASO DI CEUTA ANCHE LE RELAZIONI TRA SPAGNA, MAROCCO E ALGERIA. IL GOVERNO SÁNCHEZ? IN QUESTI ANNI HA CONDOTTO PROBABILMENTE LA POLITICA MIGRATORIA MENO RAZZISTA D’EUROPA, EPPURE, DI FRONTE A CEUTA, HA IMMEDIATAMENTE INVIATO L’ESERCITO E ALZATO UNA BARRIERA IN MARE. “È LA PROVA CHE IL PROBLEMA NON È QUESTO O QUEL GOVERNO, MA LA CORNICE – SCRIVE MARCO ANTONIO PIRRONE – FINCHÉ LA QUESTIONE MIGRANTE VIENE TRATTATA COME QUESTIONE DI SICUREZZA E ORDINE PUBBLICO, OGNI ESECUTIVO, DI QUALUNQUE COLORE, FINIRÀ PER MILITARIZZARE LA FRONTIERA, ALIMENTANDO LA FEROCIA RAZZISTA DELLE DESTRE INTERNAZIONALI CHE DI QUELLA CORNICE SONO LE INTERPRETI PIÙ COERENTI…” Foto di David Valverde su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Tra il 30 e il 31 luglio 2026 circa sessantamila persone hanno attraversato la frontiera tra il Marocco e l’enclave di Ceuta1, a nuoto, a piedi, aggirando il molo del Tarajal2: l’equivalente del 70% della popolazione dell’enclave. Decine di morti – annegati o schiacciati nella calca contro il frangiflutti, i bilanci provvisori oscillano tra 40 e oltre 80 vittime – e, nel giro di quarantotto ore, il rientro in Marocco della quasi totalità degli entrati: senza cibo, senza un posto dove dormire, respinti anche a sassate da parte della popolazione. La Spagna ha inviato l’esercito e ha iniziato a installare una barriera marittima di contenimento lunga cinquecento metri3. Al grido italico “invasione, invasione”, l’Italia di Giorgia Meloni ha chiesto la sospensione della Spagna da Schengen, Trump ha usato Ceuta come spot elettorale – ciò che fa abitualmente, sin da prima dell’inizio dei suoi due mandati, con la frontiera messicana -, Musk ha rilanciato su X un video che paragona i migranti agli zombie di World War Z. In poche ore la macchina retorica dell’“invasione” e della “sicurezza” funzionava a pieno regime, come avviene da quaranta anni a questa parte quando l’uso politico delle migrazioni fa comodo, sia da parte dei governi che dei rappresentanti del neoliberismo. Vorrei provare a dare di questa vicenda un’altra chiave di lettura, sottraendola a quella macchina, evidenziando tre elementi. Primo: la fabbrica dell’invasione. I dati smentiscono la narrazione securitaria prima ancora che la si finisca di raccontare. Gli arrivi irregolari in Spagna nel primo semestre del 2026 erano in calo rispetto al 2025; la stragrande maggioranza di chi è entrato a Ceuta è tornata indietro in poche ore, a piedi, volontariamente. Non un’occupazione, dunque, ma un movimento di corpi poveri, in gran parte giovani e giovanissimi marocchini, attratti da una voce – una sentenza del Tribunal Supremo dalla portata in realtà assai limitata, che le reti social e dei trafficanti hanno trasformato nella promessa che chi arriva dal mare non possa essere espulso, a differenza di chi arriva da terra (chissà poi perché!) – e respinti dalla realtà materiale di una città di ottantacinquemila abitanti, simbolo oggi dei muri e delle frontiere erette dalla “civile” e democratica Europa contro il libero movimento delle persone. Eppure “invasione” e “sicurezza” restano le parole d’ordine dei governi europei e delle destre fasciste e razziste. Come ho cercato di mostrare altrove1, la retorica dell’invasione non descrive nulla: traduce in linguaggio numerico e securitario la paura dell’erosione dei privilegi accumulati dalle società più ricche. La vera invasione non è quantitativa ma qualitativa: è l’irruzione di corpi che mettono in discussione il monopolio proprietario2 della libertà di movimento e rivelano che i diritti e le ricchezze di pochi sono costruiti sull’esclusione e sullo sfruttamento di molti. Secondo: l’uso politico del corpo migrante. Che la polizia marocchina non abbia fermato l’enorme flusso di persone “improvvisamente” in fuga dal Marocco non è un mistero né un complotto: è una decisione politica, con un precedente esplicito nel maggio 2021, quando Rabat “aprì” la stessa frontiera per punire Madrid dell’ospedalizzazione del leader del Polisario, ottenendo un anno dopo la capitolazione spagnola sul Sahara Occidentale. Questa volta il segnale arriva dieci giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, cioè dopo il riavvicinamento della Spagna al rivale storico del Marocco. Circolano anche, rilanciate da voci autorevoli, tesi su una regia statunitense e israeliana. Qui occorre distinguere con rigore. Che esista una pressione documentata di Washington e di ambienti neocon filo-israeliani sulla Spagna – un rapporto della Commissione Appropriazioni del Congresso USA che ad aprile definiva Ceuta e Melilla “situate in territorio marocchino”, le uscite dell’ambasciatore israeliano all’ONU, gli editoriali che invocano una “seconda Marcia Verde” – è un fatto. Che Washington e Tel Aviv abbiano orchestrato operativamente l’apertura della frontiera non è, allo stato, documentato da nulla. La lettura più fondata è intermedia: la rottura tra Madrid da un lato e l’amministrazione Trump e Israele dall’altro (sulle basi negate per la guerra all’Iran, sul riconoscimento della Palestina, sulla definizione di Israele come “Stato genocida”) ha creato le condizioni permissive dentro cui Rabat ha potuto azzardare un ricatto migratorio di scala inedita. Non serve il complotto per riconoscere che i migranti vengono usati come arma nelle tensioni tra Stati e tra aree regionali: lo fece la Libia di Gheddafi e post-Gheddafi, lo fa il Marocco, lo ha fatto la Bielorussia sul fronte est. Ma l’arma funziona solo perché l’Europa ha esternalizzato ai regimi di confine il lavoro sporco del contenimento, consegnando loro la leva. E tanto il ricatto quanto il modo in cui la vicenda viene rappresentata e gestita rivelano, come ha scritto Giorgio Cremaschi, “tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante”3. In fondo sono i due lati della stessa medaglia: il capitalismo usa i migranti come spauracchio dell’invasione e della insicurezza, i paesi terzi cui è ceduto il lavoro sporco del controllo sulle migrazioni aprono le maglie per ricattare i paesi colonizzatori e ricchi con la minaccia dell’invasione e dell’insicurezza quando possono trarne un vantaggio o alzare il prezzo delle loro sporche prestazioni. Terzo: ciò di cui non si parla mai, lavoro e libertà. La domanda che nessun governo si pone è perché decine di migliaia di giovani marocchini si gettino in mare al primo spiraglio. La risposta sta nelle condizioni materiali del Maghreb: disoccupazione giovanile di massa, economie subordinate, promesse tradite prima dalla decolonizzazione e poi da cinquant’anni di neoliberismo – gli “aggiustamenti strutturali” del FMI che hanno soffocato sul nascere società civili e movimenti sociali in Algeria, Marocco e Tunisia4, dentro quella frattura Nord-Sud del Mediterraneo che è insieme economica, sociale e di rappresentazioni5. È la sovrappopolazione relativa del capitalismo mediterraneo: forza-lavoro eccedente, prodotta dagli stessi rapporti capitalistici e neocoloniali che poi la respingono. Un chiarimento è però necessario, perché la categoria marxiana di esercito industriale di riserva viene oggi manipolata – dalle destre come da certa sinistra sovranista – per dipingere i migranti come minaccia ai salari degli autoctoni. Come ha mostrato Pietro Basso, lavoratori emigranti ed esercito industriale di riserva non sono la stessa cosa; la produzione da parte del capitale di un esercito di riserva è una legge dell’accumulazione, non un evento passeggero legato a questa o quella politica migratoria; ed è il capitale, non chi migra, ad alimentare la concorrenza tra occupati e disoccupati, corredandola da secoli di politiche e rappresentazioni tese ad approfondire le linee di divisione tra i due campi. La conclusione politica di Marx era l’esatto contrario del chiudi-frontiere: la «collaborazione sistematica» tra occupati e disoccupati – oggi, la lotta unitaria tra nativi e migranti, a partire dalla piena uguaglianza di diritti – perché «ogni solidarietà tra occupati e disoccupati turba infatti il “puro” gioco di quella legge»6. I muri, le barriere galleggianti, i droni di Frontex, gli accordi con i paesi terzi non servono a fermare le migrazioni: servono a selezionare e inferiorizzare chi entra nell’ordine salariale europeo, producendo quella clandestinità che rende la manodopera ricattabile e a buon mercato7. La razzializzazione – la costruzione del migrante come minaccia, come inassimilabile, come “nemico” – è il dispositivo ideologico che rende possibile e “legittimo” tutto questo: gerarchizzare gli esseri umani sulla base del valore è una necessità strutturale del capitalismo, non una questione culturale o di ignoranza8. E quando la selezione fallisce, resta la tanatopolitica: le morti al frangiflutti del Tarajal, come quelle nel Mediterraneo centrale e nel deserto di Sonora, non sono fatalità ma esiti previsti e accettati delle strategie di governo dei confini9. Un’ultima osservazione riguarda proprio la Spagna. Il governo Sánchez ha condotto in questi anni la politica migratoria più aperta d’Europa – regolarizzazioni di massa, l’ammissione che l’economia e il welfare spagnoli hanno bisogno dei migranti – dimostrando, contro tutte le retoriche, che un’accoglienza sostenibile è possibile. Eppure, di fronte a Ceuta, anche l’avanzata e democratica Spagna ha immediatamente inviato l’esercito e alzato una barriera in mare. È la prova che il problema non è questo o quel governo, ma la cornice: finché la questione migrante viene trattata come questione di sicurezza e ordine pubblico, ogni esecutivo, di qualunque colore, finirà per militarizzare la frontiera, alimentando la ferocia razzista delle destre internazionali che di quella cornice sono le interpreti più coerenti. Perché la questione migrante non è una questione di ordine pubblico. È una questione sociale, politica, economica, civile ed etica: riguarda il lavoro e la libertà10. Riguarda il diritto di non emigrare e il diritto di muoversi; riguarda chi produce la ricchezza e chi se ne appropria; riguarda l’irrisolta eredità del colonialismo e del neocolonialismo che ha fatto del Mediterraneo una frontiera armata invece che un mare fra le terre. I sessantamila di Ceuta, tornati indietro in un giorno, hanno mostrato al mondo – più di qualunque saggio – che a premere sulle frontiere non è un’orda ma una domanda universale di libertà e di dignità. La vera paura del capitale non è l’arrivo dei migranti: è che la loro rivendicazione della libertà diventi universale e contagiosa. Per questo si fa la “guerra ai migranti”. Chi ha a cuore le sorti dei poveri e degli oppressi, a questa domanda non deve rispondere con le boe galleggianti, ma rifondando universalismo e internazionalismo dal basso: un internazionalismo delle pratiche, delle soggettività migranti, delle reti solidali che attraversano i confini11, capace di riconoscere che nella libertà di movimento – ancorata all’emancipazione economica, non alla sua mistificazione liberale – si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1 M.A. Pirrone, Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM edizioni, 2025, in particolare le Conclusioni 2 F. Gambino, Sulla cittadinanza proprietaria. Dai bagagli appresso all’investimento proprietario, in A. Dal Lago (a cura di), Lo straniero e il nemico. Materiali per l’etnografia contemporanea, Costa & Nolan, Genova-Milano 1998, pp. 187-208 3 G. Cremaschi, A Ceuta tutta la miseria e l’ottusità colonialista dell’Europa, il Fatto Quotidiano (blog), 31 luglio 2026 4 M.A. Pirrone, Dalla colonizzazione all’”islamismo radicale”. Globalizzazione, identità culturale e sviluppi politici nel mondo arabo-islamico, «Studi Emigrazione/Migration Studies», XXXVII, n. 137, 2000, pp. 67-97 5 M.A. Pirrone, Movimenti, frontiere e fratture mediterranee, Mimesis, Milano 2007 6 P. Basso, Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato abusarne!, in M. Musto, A.M. Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione, Carocci, Roma 2023, pp. 219-40; le citazioni da K. Marx, Il Capitale, libro I, sono riportate ivi, p. 222 7 Sul confine come dispositivo di “inclusione differenziale” della forza-lavoro si veda S. Mezzadra, B. Neilson, Confine come metodo, ovvero la moltiplicazione del lavoro, ombre corte, Verona 2014. Sull’industria globale della frontiera e la sua violenza: H. Walia, Border and Rule, Haymarket Books, Chicago 2021; P. Molnar, The Walls Have Eyes. Surviving Migration in the Age of Artificial Intelligence, The New Press, New York 2024 8 M.A. Pirrone, Razzismo, razzializzazione e valorizzazione del capitale all’epoca del capitalismo globale, in M. Grasso (a cura di), Razzismi, discriminazioni e confinamenti, Ediesse, Roma 2013, pp. 55-82 9 Ho affrontato la questione nel mio Guerra ai migranti, cit. Chi volesse approfondire il tema della necropolitica e della tanatopolitica delle frontiere può leggere A. Mbembe, Necropolitica, ombre corte, Verona 2016, e i lavori di S. Palidda; sul deserto come arma di deterrenza: J. De León, The Land of Open Graves. Living and Dying on the Migrant Trail, University of California Press, Oakland 2015 10 Sulla questione del nesso migrazioni/libertà ho dedicato molto spazio nel mio Guerra ai migranti, cit. perché credo sia una questione teorica fondamentale che ha a che fare proprio con le origini del capitalismo, il quale ha bisogno della libertà individuale per avere la forza lavoro da comprare ma al tempo stesso la teme perché è anche libertà di sottrarsi alle condizioni di questa vendita e di lottare contro di esse 11 S. Mezzadra, B. Neilson, cit.; cfr. anche le conclusioni di M.A. Pirrone, Guerra ai migranti, cit. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNANDEZ SAVATER: > Il chiodo a cui aggrapparsi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capire Ceuta proviene da Comune-info.
August 3, 2026
Comune-info
È qui che bisogna stare
QUALCUNO TAGLIA LA LEGNA CON CUI SI ACCENDERANNO I FUOCHI CHE SCALDERANNO MANI E PENTOLE NEI CAMPI. ALTRI TAGLIANO VERDURE E LAVANO PENTOLONI ENORMI. ALTRI ANCORA METTONO DA PARTE QUALCHE GIOCATTOLO E MOLTI VESTITI. MA CI SONO PURE COLLETTIVI CHE SI OCCUPANO DI DIRITTI, OPPURE CHE PENSANO ALLE SCHEDE SIM DA DISTRIBUIRE O A DOCUMENTARE LE VIOLENZE DELLA POLIZIA E A SEGNALARE LA PRESENZA DEI FASCISTI. “È QUI CHE BISOGNA STARE”, SCRIVE LUCIANO UMMARINO IN QUESTO DIARIO DA CALAIS, IN FRANCIA, A 33 CHILOMETRI DALL’INGHILTERRA, DOVE UN GRUPPO DI PERSONE DI CASETTA ROSSA SPA, SPAZIO SOCIALE AUTOGESTITO DI GARBATELLA, A ROMA, È ANDATO PER PORTARE UN SOLIDARIETÀ AI MIGRANTI. “SU UNA PARETE BIANCA, IN FONDO ALLA SPIAGGIA DI CALAIS, C’È UN MURALE DI BANKSY. UNA BAMBINA, LA VALIGIA APPOGGIATA A TERRA, GUARDA CON UN CANNOCCHIALE VERSO L’INGHILTERRA. SOPRA DI LEI, APPOLLAIATO SULL’OBIETTIVO, UN AVVOLTOIO ASPETTA. QUELLO SGUARDO NON APPARTIENE SOLO A CALAIS. SI POSA SULL’EVROS E SULL’EGEO, TRA LA TURCHIA E LA GRECIA. ATTRAVERSA IL CANALE DI SICILIA, DAVANTI A LAMPEDUSA. SI PERDE NEL DESERTO TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI, O SI FERMA CONTRO IL FILO SPINATO DI CEUTA E MELILLA, TRA IL MAROCCO E LA SPAGNA…” -------------------------------------------------------------------------------- 25 luglio. Roma, Calais e Gaza Vi scriviamo dai nostri Van, con Roma ormai alle spalle, appena varcato il confine italo francese, e la strada che corre dritta verso Calais. Siamo partite e partiti ieri da Piazza Sauli (quartiere Garbatella di Roma) che era meravigliosa piena come raramente l’abbiamo vista: più di cinquecento persone per la Pastasciutta Antifascista, i fornelli dei ristoranti del quartiere accesi fianco a fianco, la cucina di Casetta Rossa che lavorava insieme al collettivo Fermenti, tutto l’arcipelago di Mompracem — che non per caso porta il nome dell’isola dei ribelli di Salgari — stretto attorno agli stessi tavoli. Insieme al Municipio VIII. Tutte e tutti con l’Anpi. La stessa pasta che nel luglio del ’43 la famiglia Cervi offrì al paese per festeggiare la caduta di Mussolini, ieri è tornata a dire che quella storia non è affatto chiusa: continua da Calais a Gaza, ovunque un confine provi a decidere chi ha diritto a restare e chi no. Continua contro ogni sovranisno, ogni ICE in ogni angolo del pianeta. Da quella piazza, tra un abbraccio e l’ultimo brindisi, siamo partitə con due Van carichi di compagne e compagni, diretti al confine. Ad aspettarci c’è, tra gli altri, Refugee Community Kitchen (RCK), che ogni giorno cucina centinaia di pasti per chi ha attraversato migliaia di chilometri a piedi: ci uniremo ai loro fornelli con le stesse mani che ieri erano a Piazza Sauli, per lottare con chi la frontiera prova a respingere. Vi racconteremo il viaggio, un chilometro alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- 26 luglio. Il deposito di legna Siamo arrivati a Calais. Diciotto ore di viaggio non sono uno scherzo — si sentono nelle gambe, negli occhi, nella schiena. Ma in quelle ore succede anche altro: c’è chi il viaggio l’ha iniziato da quasi sconosciuta/o e ne è uscito con un volto nuovo, con lati che nessuno si aspettava. Si scoprono ironie, silenzi, tenerezze che nella quotidianità, chissà perché, non emergono mai. Ed è anche questo, forse, il senso della missione: prima ancora di arrivare, si comincia già a costruire qualcosa insieme. Il primo giorno l’abbiamo passato al Woodyard, il deposito della legna del progetto dell’Auberge des Migrants, insieme al collettivo che lo gestisce: si taglia, si divide, si riempie sacco dopo sacco. Un lavoro duro, ma necessario. Il mare di Calais è bellissimo, e proprio per questo fa più male: nasconde insidie per chi ha già attraversato deserti, ha già superato mille frontiere, e si ritrova ancora qui, fermo, in una situazione allucinante, abbandonato dall’Europa, dalla Francia, da ogni istituzione — che non solo non aiuta, ma sgombera, reprime, viola diritti. E oltre alle istituzioni, arrivano anche i fascisti, dalla Francia e dall’Inghilterra, a minacciare e talvolta aggredire chi vive nei campi e chi, come queste realtà, prova a costruire solidarietà. Ma qui ci sono anche realtà che non si arrendono, che lottano ogni giorno per trasformare la frontiera da zona di guerra in zona di solidarietà, di cooperazione, di speranza — per costruire, come diceva Alexander Langer, “l’importanza dei costruttori di ponti, dei saltatori di muri, degli esploratori di frontiera”. Il magazzino, oltre alla legna, ospita di tutto: sacchi a pelo, tende, derrate alimentari, e una grande cucina che presto sarà anche nostra — cucineremo per portare pasti nei campi intorno a Calais e in altre città come Dunkerque. E quella legna che oggi abbiamo recuperato, tagliato, preparato, accenderà i fuochi che scalderanno mani e pentole nei campi. Il fuoco che accenderanno servirà a cucinare, a scaldarsi, ma anche a dire: siamo qui, esistiamo, resistiamo, nonostante tutto. E oggi siamo felici di aver alimentato quel fuoco. -------------------------------------------------------------------------------- 27 e 28 luglio. Tra i fornelli di Calais Vi scrivo di due giornate insieme, perché a Calais i ritmi si mangiano le ore libere, e la sera, quando dovrei fermarmi a raccontare, sono già le grandi cucine di Refugee Community Kitchen (RCK) ad avermi occupato la testa e le braccia. Lunedì e martedì siamo tornati nello stesso magazzino dove pochi giorni fa tagliavamo la legna, stavolta però nella grande cucina. Da questa cucina escono, ogni giorno, quasi mille pasti destinati ai campi lungo la costa. Abbiamo passato le giornate lì dentro dalle 9 alle 17, a tagliare verdure, lavate pentoloni enormi, fianco a fianco con un’altra delegazione arrivata dall’Olanda e con altre persone – attiviste e attivisti, semplici cittadine e cittadini – che ogni giorno regalano ore di lavoro al progetto. E la cucina, in realtà, è solo un angolo di quello che succede qui dentro. C’è un gruppo che smista senza sosta le donazioni – sacchi a pelo, tende, coperte – un altro che si occupa soprattutto dei più piccoli, tra vestiti, giocattoli e laboratori pensati per loro. Ci sono collettivi che seguono i diritti delle donne rifugiate, altri che si battono per la tutela di chi rifugiato lo è per definizione. E poi c’è chi, per ore, riempie contenitori d’acqua enormi da portare nei campi, tra loro, li ho riconosciuti dall’accento, anche alcuni italiani. Un vero e proprio arcipelago di attività diverse, che convivono sotto lo stesso tetto e insieme valgono più della somma delle parti. Io non parlo né francese né inglese, e qui questo pesa davvero: faccio fatica a scambiare parole con le tante attiviste e attivisti, le volontarie e i volontari, le coordinatrici e i coordinatori di RCK. Ascolto, ma quello che mi arriva resta spesso solo suono: sillabe che non riesco ad afferrare, che non diventano mai significato. Così ho imparato a usare di più gli occhi, quasi per compensare: osservo con più attenzione i gesti, gli sguardi, il modo in cui ciascuno si muove per l’altro senza bisogno di spiegazioni. Credo sia proprio questo, in fondo, a tenere insieme un posto come questo: persone di lingue e paesi diversi che, senza troppe parole capite, finiscono per guardare tutte nella stessa direzione. Ed è questo sguardo condiviso, più delle parole che mi restano solo suono, a sorprendermi ogni giorno di più, la portata enorme, globale, di un progetto a cui anche noi, in piccolo, stiamo contribuendo. Poi c’è quello che nessuno sguardo riesce ad addolcire. Ieri il mare ha restituito due corpi: due persone morte tentando la traversata verso l’Inghilterra, che sono – lo sappiamo con una precisione che fa male – la cinquecentoquarantatreesima e la cinquecentoquarantaquattresima vittima di questa frontiera dal 1999 a oggi. Mi torna in mente una frase dalle prime pagine di American Tabloid, di James Ellroy: «I morti appartengono ai vivi che più ostinatamente li rivendicano». Credo sia esattamente per questo che qualcuno, qui, tiene il conto esatto di ogni vita persa in questo tratto di mare, da anni: perché nessuno di quei numeri resti senza nessuno che lo reclami. Oggi siamo andatə alla manifestazione in loro ricordo nel centro della città, insieme ai movimenti e alle realtà solidali del posto. Contro un’idea di confine che uccide e che le destre più becere trasformano in propaganda d’odio, caccia al nemico, minacce verso chi resiste e verso chi cerca solo salvezza. E per non dimenticare che, su questo, nemmeno i governi che si dicono di sinistra hanno saputo scegliere una strada davvero diversa. È qui che bisogna stare, tra i fornelli e questo arcipelago che ogni giorno mi lascia stupito. Per ora, è la sola risposta che so dare. -------------------------------------------------------------------------------- 30 luglio. Abbiamo le gambe, non le radici La Warehouse di Calais è un vero arcipelago. Ogni giorno me ne accorgo un po’ di più: sotto lo stesso tetto cooperano progetti diversi. La cucina che ogni giorno sfama i campi lungo la costa lavora a pochi metri dal Channel Info Project — CHIP — che porta ricarica elettrica, schede SIM, connessione e informazioni affidabili a chi si prepara alla traversata: il filo che tiene insieme chi da qui prova a raggiungere l’altra sponda. Poco più in là c’è Utopia 56, che fa le maraude notturne intorno e dentro i campi, documenta le violenze della polizia, segnala la presenza dei fascisti, distribuisce vestiti e sacchi a pelo. C’è Woodyard, la falegnameria, di cui vi ho già raccontato, che porta nei campi tonnellate di legna da ardere, per scaldarsi, per cucinare, e per tenere accesi fuochi che sono anche un segnale: un modo di dire «siamo qui», “Aqui estamos”. Ieri una parte di noi è partita a distribuire nei campi i pasti che la grande cucina del magazzino aveva preparato. Chi è tornato mi ha raccontato di un’umanità molto giovane, che vuole costruirsi un futuro — ed è disposta ad attraversare quelle poche miglia di mare, e lo fa, anche per le famiglie rimaste nei paesi di origine. Quello stesso mare che le separa da ciò che immaginano è, se lo attraversi, anche ciò che a quella vita le unisce. Pino Cacucci scrive che le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma che noi uomini «abbiamo le gambe, non le radici» — fatte apposta per andare altrove. La distribuzione è durata a lungo, centinaia e centinaia di persone, sotto un sole che anche qui a Calais si è fatto sentire con una forza che non ti aspetteresti così a nord. E in mezzo a quella fila lunghissima colpisce soprattutto l’organizzazione: non si lascia nulla al caso. Esistono regole d’ingaggio precise per ogni evenienza, dall’arrivo della polizia alle incursioni delle squadracce di estrema destra, fino alla cura di chi, tra le persone rifugiate, porta con sé fragilità che chiedono un’attenzione in più. È un sapere collettivo che si trasmette nei briefing e nei training prima di ogni uscita, con la stessa cura con cui si distribuisce un pasto. Ma è un’altra la cosa che qui a Calais ho notato con nettezza: la distanza tra questo pezzo straordinario di società che costruisce solidarietà — l’autorganizzazione dal basso, le ONG, la società civile internazionale — e la città politica, quella della sinistra tradizionale e anche quella nuova, francese. Non le ho mai viste incontrarsi. Camminano su binari paralleli dove non esistono incroci. Ieri abbiamo trovato il tempo per goderci un po’ la splendida spiaggia di Calais. E anche le ostriche di questi mari. Momenti belli e sereni che sono anch’essi parte fondamentale di una missione così intensa. Proprio ora arrivano notizie non belle da Roma. A Spin Time la scorsa notte c’è stato un principio d’incendio in un locale tecnico che è stato domato dagli stessi abitanti, che hanno evacuato l’edificio in autonomia e in sicurezza, senza danni a persone o cose. Da allora, però, non è permesso rientrare nelle proprie case se non uno alla volta, scortati, per recuperare l’indispensabile, mentre centinaia di persone restano in strada, sotto il caldo di Roma. Il timore è che un gesto di responsabilità collettiva venga trasformato in un pretesto amministrativo per allontanare chi lì vive, e che qualcuno a destra ne approfitti per chiudere i conti con Spin Time. Ma hanno fatto male i conti di questo sono sicuro. -------------------------------------------------------------------------------- 1 agosto. Una bambina guarda verso l’Inghilterra Su una parete bianca, in fondo alla spiaggia di Calais, c’è un murale di Banksy che i venti e la salsedine non sono ancora riusciti a cancellare. Una bambina, la valigia appoggiata a terra, guarda con un cannocchiale verso l’Inghilterra. Sopra di lei, appollaiato sull’obiettivo, un avvoltoio aspetta. Fu dipinto nel 2015, negli anni della Jungle, ma quello sguardo non è mai cambiato: è lo stesso di chi, da quella spiaggia, ogni notte, continua a cercare un margine di mare da attraversare. Quello sguardo, in fondo, non appartiene solo a Calais. Si posa sull’Evros e sull’Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Attraversa il canale di Sicilia, davanti a Lampedusa. Si perde nel deserto tra il Messico e gli Stati Uniti, o si ferma contro il filo spinato di Ceuta e Melilla, tra il Marocco e la Spagna. Cambiano le lingue, i governi, i colori delle divise: l’avvoltoio, sopra ogni cannocchiale, resta lo stesso. Noi quello sguardo l’abbiamo incontrato per una settimana, tra i sacchi di legna del magazzino, i fornelli accesi dalle 9 alle 17, le migliaia di pasti distribuiti nei campi lungo la costa. L’abbiamo incontrato nei nomi sconosciuti di due persone recuperate dal mare, e poi in altre quattro, prima ancora di riuscire a elaborare le prime. Nella rabbia di una commemorazione, nella pazienza di chi smista coperte e sacchi a pelo, nell’ostinazione silenziosa di chi, senza nessun aiuto dalle istituzioni, costruisce ogni giorno un pezzo di casa comune. Ma la missione, per noi, è cominciata già diciotto ore prima di arrivare, al volante a turno lungo l’autostrada, tra una sosta e un cambio di guida. Abbiamo scoperto, in quelle ore, lati di compagne e compagni che pensavamo di conoscere già: chi si è messo a cantare per tenersi sveglio, chi ha raccontato per la prima volta perché è entrato in questa storia. È un pezzo di missione che non finisce nelle foto dei campi, ma è lì che una delegazione si tiene insieme. Oggi ripartiamo da Calais. Nei furgoni portiamo indietro quelle diciotto ore, i volti conosciuti meglio lungo la strada, e la consapevolezza che quella frontiera non finisce sulla costa francese: si allunga fino all’Egeo, fino a Lampedusa, fino al deserto tra Messico e Stati Uniti, fino allo stretto di Gibilterra, e passa anche da Garbatella, da Roma, da ogni confine che scegliamo di non guardare. Portiamo a casa il compito di non lasciare che quello sguardo resti solo di migliaia di sconosciuti — di farlo diventare, appena possibile, anche il nostro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È qui che bisogna stare proviene da Comune-info.
August 2, 2026
Comune-info
Restituire ruolo e valore ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Tra le attività di Edicola Equa, gestita nel quartiere Oltretorrente di Parma dal Ciac (centro noto per il suo impegno sui temi dell’accoglienza diffusa), c’è anche la cura di un’aiuola -------------------------------------------------------------------------------- Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti, a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Restituire ruolo e valore ai migranti proviene da Comune-info.
July 25, 2026
Comune-info
Fuori dal ghetto. Azione!
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Storie di vita, storie di accoglienza negata e di soprusi, ma anche storie di riscatto. Il concorso della rassegna “Fuori dal ghetto. Rosarno Filmfestival” 2026 – promosso da Mediterranea Hope-Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno (con molte adesioni, tra cui la redazione di Comune-info/Benvenuti ovunque) – ha come tema centrale lo sfruttamento del lavoro. Il termine per inviare le opere è il 30 settembre. Qui il bando completo: BandoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuori dal ghetto. Azione! proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Sostenere chi racconta le rotte
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sostenere chi racconta le rotte proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
L’accusa di Prevost colpisce due continenti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Roberta Ferruti -------------------------------------------------------------------------------- Ognuno qui negli Stati uniti ha il suo 4 luglio. Trump con un ridicolo discorso dei suoi trasforma il giorno dell’Indipendenza in una «festa contro il comunismo». Nella Central Valley, California rurale dei campesinos, si celebra messa tra le casette di legno dei braccianti stagionali senza green card che raccolgono frutta e mandorle. L’Indipendenza qui, tra cittadini non riconosciuti e braccati dall’Ice, paradossalmente è quella più vicina all’idea di libertà che animava i rivoluzionari americani del 1776. Nasce dalla carne viva di popolazioni sfruttate fino all’osso per mantenere alta la competizione nel mercato globale, governate dal sistema del terrore. Questo di certo è il 4 luglio dei mondiali di calcio, i caroselli con le bandiere messicane che riempiono le strade della California lo rendono evidente. D’altronde su una popolazione di 39 milioni di abitanti, 15 milioni sono di origine ispanica: nessuno tifa contro la sua «patria» di origine. Papa Leone, con un uno-due formidabile, tra il breve discorso del 2 luglio per la consegna della Liberty medal e l’omelia pronunciata sabato da Lampedusa, ha demolito l’idea di una «indipendenza» della disumanità, basata sul potere di un «manipolo di tiranni», come ebbe già a dire, da tutto il resto del mondo. Già la decisione del pontefice di non accogliere l’invito ufficiale della Casa bianca di partecipare alla cerimonia governativa e di essere invece a Lampedusa sulle orme del suo predecessore, è sembrata una risposta diretta, inequivocabile, alle deportazioni, alle catture, alle uccisioni di migranti in America. Alle cerimonia per la Liberty medal il papa ha parlato da «figlio della nazione». Che rivendica il suo diritto di americano, prima che capo della Chiesa universale, di dire quella verità che il potere tecnoplutocratico ha paura di ammettere: «Sono i migranti ad aver plasmato il futuro della nazione». Per Papa Leone «la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di proteggere ed apprezzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore è messo in discussione». L’America è Great again solo se accetta la sua verità: è stato ed è un paese che è diventato «grande» aprendo le sue porte a ondate successive di immigrati, che lo hanno letteralmente costruito insieme alle loro famiglie. Il discorso sarà di ispirazione potente per tutte le parrocchie che con la società civile stanno animando le «Reti di Risposta Rapida» contro catture e deportazioni. Un sistema di autodifesa dalle retate, di cura e protezione solidale per le famiglie, di luoghi sicuri per bambini e famiglie a rischio di arresto, di mutuo aiuto per chi deve stare nascosto. Ma è con il discorso rivolto principalmente all’Europa, da Lampedusa, che il papa ha spiegato che quello che sta accadendo è un fenomeno globale, non ascrivibile alla sola follia di un isolato dittatore. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate». Ancora verità, sferzante, diretta, senza giri di parole. Non è la fatalità, non è il mare il responsabile. Lo sono coloro che prendono decisioni politiche, come il recente Migration Pact dell’Unione europea sulle deportazioni e sui lager che chiamano Cpr. E quelli che non le prendono, come coloro che fanno finta di non vedere ciò che accade in Libia o in Tunisia, e continuano a finanziare con soldi pubblici sistemi criminali di respingimento e internamento di donne, uomini e bambini, tutti nostri fratelli e sorelle, figli nostri. Il discorso di papa Leone è ben più ampio, in tutta la sua radicalità. La concretezza delle cose si mescola alla spiritualità della parola evangelica. È teologia disarmata e disarmante. Il Samaritano, uno che per definizione non aveva nemmeno diritto di parola, un «illegale», difronte alla morte e alla sofferenza di un essere umano, fa quello che né il sacerdote né il levita fanno. Cioè vede e si ferma, agisce, presta soccorso. Per chi ha deciso di sfidare le volontà dei governi in questi anni e ha continuato a soccorrere in mare, ad accogliere, a mettere al centro i diritti umani e non la facile retorica delle propagande politiche, è un grande riconoscimento e un invito a continuare. «Siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata». L’Europa, dice papa Leone, ha i numeri per farlo. Dall’alto non lo potrà fare se non attraverso una propria indipendenza innanzitutto da Trump e dal suprematismo tecnocratico della guerra e della disumanizzazione. Dal basso lo sta già facendo, praticando la solidarietà in mare e in terra, costi quel che costi. «Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su il manifesto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’accusa di Prevost colpisce due continenti proviene da Comune-info.
July 5, 2026
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Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di tivissima da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Nasce “Rete Lampedusa”, “rete di Pietro” con l’obiettivo di riunire terzo settore, mondo ecclesiale e società civile in un unico movimento culturale e operativo che si occupi di migrazioni e accoglienza. Il progetto è pensato per colmare un vuoto strutturale nel dibattito pubblico europeo sulla migrazione. Di fronte alla polarizzazione tra il leitmotiv dell’invasione e il silenzio tattico, i promotori propongono una terza via: una narrazione basata su dati, competenza, diritti umani e – soprattutto – sull’incontro con l’altro come atto di umanità condivisa. Promossa e guidata da Pietro Bartolo, il medico che ha accolto per tanti anni i migranti sbarcati a Lampedusa ed ex parlamentare, divenuto figura simbolo dell’accoglienza, la rete mira a trasformare la percezione della migrazione da emergenza ad opportunità strutturale per il futuro demografico ed economico dell’Europa. I migranti non solo non sono un’emergenza ma sono il nostro futuro. È ormai evidente a tutti che l’Europa sta affrontando un inverno demografico senza precedenti. Entro il 2050 mancheranno all’appello 44 milioni di lavoratori. Tutto il nostro welfare, le nostre pensioni, la nostra economia si reggono oggi grazie a chi è arrivato, i dati parlano chiaro. Nonostante ciò, a causa anche delle politiche repressive e respingenti, il nostro mare, il Mediterraneo, è divenuto un cimitero. Dal 1991, oltre 50.000 persone hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa. Dal 2014 ad oggi, i morti e dispersi documentati sono oltre 35.000, di questi, almeno 4.000 erano bambini e questi sono dati ufficiali, riconosciuti mentre sappiamo che sicuramente sono molti di più, morti non rintracciati, persone disperse lungo la tratta di cui non si ha traccia. Mentre il nostro continente invecchia, l’Africa vede lasciare il continente i suoi giovani ma nonostante ciò sua popolazione è sempre più giovane. È inevitabile che queste due realtà si incontreranno comunque, che lo si voglia o no. La Rete Lampedusa pone il suo obiettivo su questo punto e invita a decidere da che parte stare: se accettare questo stato di cose che attraverso il filo spinato e i naufragi non riuscirà comunque ad arginare gli arrivi oppure accogliere le persone attraverso canali legali, formazione, lavoro e dignità. Non solo per solidarietà ma anche per consapevolezza di questo stato di cose. Il 15 luglio alle ore 10 a Roma, in via Marghera 59, presso l’istituto Maria Ausiliatrice delle Salesiane di Don Bosco, Pietro Bartolo presenterà il progetto della Rete che aspira ad accogliere al suo interno tutte le realtà che da anni si occupano del fenomeno migratorio (per saperne di più: https://www.retelampedusa.org/). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza proviene da Comune-info.
June 29, 2026
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