La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso
IL SINDACO DI TRIESTE HA ATTACCATO NUOVAMENTE CHI OGNI GIORNO INCONTRA COLORO
CHE ARRIVANO DALLA ROTTA BALCANICA. INTANTO, SONO ARRIVATI A 65 I FORNELLI
RESISTENTI CHE DA TUTTA ITALIA OGNI SERA SONO IMPEGNATI CON L’ASSOCIAZIONE LINEA
D’OMBRA IN QUELLA CHE È STATA RIBATEZZATA PIAZZA DEL MONDO. I PRIMI FORNELLI
SONO NATI TRE ANNI FA (FOTO: FORNELLI RESISTENTI MANTOVA). “LA PIAZZA DEL MONDO
MOSTRA CHE CERCAR DI VIVERE È OGGI SCANDALOSO: BISOGNA ACCONTENTARSI DI
SOPRAVVIVERE… IN PIAZZA DEL MONDO SI TENTA DI FAR POLITICA, DI COSTRUIRE MOMENTI
DI POLIS, DI COMUNITÀ… SIAMO BEN CONSAPEVOLI CHE IL NOSTRO IMPEGNO È RISIBILE DI
FRONTE ALL’IMMENSITÀ DEL COMPITO – SCRIVE GIAN ANDREA FRANCHI – MA SI DEVE
COMINCIARE DA DOVE SI STA. E NOI QUI STIAMO CON DISPERATA SPERANZA…”
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Ottobre 2023, nascono ufficialmente i primi Fornelli resistenti. Maggio 2026:
piú di 65 Fornelli resistenti (da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro…) insieme
all’associazione Linea d’Ombra sono impegnati ogni sera a curare, sfamare,
dissetare, rivestire, accogliere in strada, a Trieste, le persone migranti
abbandonate dalle istituzioni. Da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro. Foto
Fornelli resistenti Mantova
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L’ineffabile sindaco di Trieste Roberto Dipiazza attacca per l’ennesima volta la
nascita quotidiana della “Piazza del Mondo” (così viene da anni chiamata da
tanti e tante Piazza della Libertà, dove transitano ogni giorno decine di
migranti provenienti dalla Rotta balcanica e diretti per lo più in Francia e in
Nord Europa, ndr) perché, nutrendo i “migranti”, attiriamo anche i “criminali”.
Le nostre città turistiche sono piene di gente in cerca di cibo: di turisti così
cari al sindaco, ai sindaci, perché portano soldi e le città si vendono, come
tutto, come la vita. Anche nella Piazza del Mondo si mangia. Ma in altro modo:
differenza essenziale. In un modo che rimanda alla funzione antropologica
profonda del dar da mangiare, come primo gesto radicale di cura per l’altro,
riscoprendo le radici primarie della condizione umana per cui, alla nascita, il
nutrimento contiene già tutto un cammino di vita. E il pasto in comune è sempre
stato un momento di festa intesa come celebrazione della vita in quanto
comunità.
Nella Piazza del mondo si toccano e si vedono le radici della vita, cui occorre
rivolgersi in un mondo che appare dominato da una radicale volontà e voluttà di
morte. Nella piazza del Mondo si riscoprono le radici profonde della vita umana
a partire dalle basi della con-vivenza, della vita come essere-in comune, che
sembrano rievocare i gesti evangelici del curare i malati, nutrire gli affamati,
vestire gli ignudi, ma anche socializzando, giocando, danzando. Ciò rischia di
portare confusione, confondendo politica con carità o umanitarismo. Far politica
oggi vuol dire risignificare questa parola logora ma che va mantenuta, perché
creare neologismi fa solo confusione. Politica deriva da pòlis, città: occorre
ricreare, re-inventare la città, partendo dai veri problemi sociali in un’epoca
che tende a distruggere ogni forma di socialità in nome di una cultura dominante
che è diventata mera distruzione della vita umana e non umana, di una cultura
basata sulla lotta di tutti contro tutti in cui i più forti dominano senza
controlli, intaccano le basi stesse della vita. Coloro che fuggono da paesi
devastati dagli interessi dei potenti, chiamati “migranti” con disprezzo –
mentre ogni labile richiamo a uno straccio di diritto internazionale è caduto e
i diritti nazionali sono in crisi (come anche troppo si vede nel nostro paese
s-governato a colpi di decreti legge) -, sono i portatori di un messaggio
fondamentale, inciso nei loro corpi umiliati: riscoprire le fonti della vita in
comune, distrutta dall’individualismo mortifero, ricreare la polis, la comunità
come unica possibilità di un cammino di vita.
La Piazza del Mondo mostra che cercar di vivere è oggi scandaloso: bisogna
accontentarsi di sopravvivere, mentre le élites, ad ogni livello, sono intente
ridurre la vita a una massa di merci. In Piazza del Mondo si tenta di far
politica, di costruire momenti di polis, di comunità, fra noi “cittadini” e i
senza terra, i senza patria ormai, facendo capire a tutti quelli che da lontano
collaborano quotidianamente con noi – senza di cui la piazza non esisterebbe –
la necessità di agire.
Siamo ben consapevoli che il nostro impegno è risibile di fronte all’immensità
del compito. Ma si deve cominciare da dove si sta. E noi qui stiamo con
disperata speranza.
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