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Invidia della felicità e sgombero della piazza
PESANTE INTERVENTO DELLE FORZE DELL’ORDINE IN PIAZZA LIBERTÀ A TRIESTE, NOTA COME PIAZZA DEL MONDO PER L’ACCOGLIENZA AUTOGESTITA DEI MIGRANTI DELLA ROTTA BALCANICA. “NONOSTANTE LE FERITE, AMIAMO I NOSTRI SOGNI, CREDIAMO IN CHI LOTTA E CONTINUEREMO LA NOSTRA RE-ESISTENZA…”, SCRIVE LORENA FORNASIR -------------------------------------------------------------------------------- Sediamo nelle panchine di una piazza fino a due giorni fa, gioiosa tra gli scartati, gli ultimi ad essere rimasti dopo che gli altri, quelli di una città dal cuore nero e quelli del Palazzo, hanno scelto la cupezza dell’ordine imposto. La bellezza di una piazza piena di vita, di Fornelli resistenti, di scout, di cittadini, di studenti, di associazioni, con la passeggera felicità che sospende il trauma di vite spezzate, è il graffio insopportabile provocato dall’invidia di anime aride e deserte rispetto a una gioia – per quanto effimera – di coloro, i ragazzi migranti, che hanno sperimentato la soglia tra vita e morte. Sono vivi, non sono morti. La vita pulsa nelle loro anime. Non fanno parte del mercato del tempio e non sono venduti ai quattro denari. Il loro unico privilegio è essere vivi. Li vogliono finiti, remigrati, espulsi, invisibili, fantasmi. L’amore che è il primo atto politico della vita, continua tuttavia ad abitarci, non ci demoralizza, non ci consegna alla rassegnazione, non ci scolora il desiderio. Nonostante le ferite, amiamo i nostri sogni, crediamo in chi lotta e continueremo la nostra re-esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Invidia della felicità e sgombero della piazza proviene da Comune-info.
October 11, 2026
Comune-info
Fucina delle culture
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- 𝐈 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐒𝐀𝐈 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐚𝐧𝐨 (Lecce) 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥 𝐆𝐔𝐒 – 𝐆𝐫𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐔𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐒𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐫𝐢𝐞𝐭𝐚̀ “𝐆𝐮𝐢𝐝𝐨 𝐏𝐮𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢” danno avvio alla 𝐅𝐮𝐜𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐂𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐞, uno spazio dedicato alla comunità, alla formazione e alla partecipazione attiva. Le iniziative presentate in settembre, comprendono: 𝐋𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐜𝐢𝐭𝐨, dedicato all’apprendimento di tecniche sartoriali e alla condivisione di competenze; 𝐀𝐫𝐦𝐚𝐝𝐢𝐨 𝐒𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, spazio di scambio gratuito e solidale per il riuso responsabile degli indumenti; 𝐋𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐩𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢, servizio su prenotazione che valorizza le competenze delle beneficiarie dei progetti SAI. Sono in fase di attivazione anche il 𝐋𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐫𝐞𝐟𝐢𝐜𝐞𝐫𝐢𝐚 e il ciclo di incontri 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐟𝐚𝐛𝐞𝐭𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚. La Fucina delle Culture si configura come un luogo aperto, 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐯𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 e alla crescita condivisa della comunità locale. Tutte le iniziative si svolgono presso le 𝐀𝐮𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 – 𝐅𝐮𝐜𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐂𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐞, 𝐏𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐑𝐞𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐞 – 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐢𝐧 𝐯𝐢𝐚 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fucina delle culture proviene da Comune-info.
October 3, 2026
Comune-info
Una stanza tutta loro
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono storie che entrano nella nostra vita quasi per caso e poi, giorno dopo giorno, diventano parte di noi. Qualche mese fa ho incontrato una famiglia: papà, mamma e due figlie, richiedenti asilo, che vivevano da qualche anno a Pomigliano d’Arco (Napoli). Abitavano in una vecchia struttura alberghiera non più agibile, affittata loro irregolarmente e in nero. Una situazione abitativa fragile, che li esponeva continuamente al rischio di ritrovarsi da un giorno all’altro senza un tetto. La famiglia ha iniziato a frequentare il nostro Sportello Diritti, dove abbiamo cercato di accompagnarla nel percorso della protezione internazionale, nell’iscrizione sanitaria e nell’accesso ai servizi e ai diritti. A un certo punto ho pensato di chiedere aiuto a un caro amico Marco Iasevoli (non perché fosse un consigliere comunale, ma semplicemente perché è un cittadino di Pomigliano d’Arco) che, davanti a una famiglia in difficoltà, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. E Marco, davvero, non si è risparmiato. Ha preso a cuore questa famiglia e, insieme, abbiamo affrontato tante piccole e grandi difficoltà: le questioni scolastiche, l’attivazione dei buoni libro, gli accompagnamenti nel percorso sanitario, il sostegno scolastico per la figlia più piccola. Anche attraverso il nostro Sportello di contrasto allo sfruttamento lavorativo abbiamo accompagnato il papà nell’attivazione del conto corrente necessario per poter regolarizzare il suo percorso lavorativo. Nel frattempo qualcosa cominciava a cambiare. La mamma aveva trovato un lavoro stabile in una pizzeria, il papà lavorava come guardiano notturno. La famiglia stava lentamente costruendo una propria autonomia, con sacrificio e dignità. Ma c’era ancora un problema enorme: la casa. La struttura in cui vivevano continuava a essere una sistemazione precaria e il proprietario aveva deciso di mandarli via, dando loro pochi giorni per trovare un’altra soluzione. Per mesi abbiamo cercato una casa. Abbiamo bussato a porte, chiesto, cercato possibilità. Ma trovare un’abitazione in zona, soprattutto per una famiglia migrante, non è stato semplice. A quel punto abbiamo cercato un’altra strada: l’inserimento in accoglienza, in un SAI. Finalmente la risposta è arrivata: la famiglia è stata accolta, anche se in un’altra provincia. Lunedì li ho accompagnati nella loro nuova casa. E lì è successa una cosa che difficilmente dimenticherò. Quando siamo entrati nell’appartamento e le due bambine hanno visto la loro cameretta, sono esplose di felicità. Sembrava una cosa semplice: due letti, una stanza, uno spazio tutto loro. Ma per quelle bambine, non era semplicemente una cameretta: era sicurezza, era dignità, era la possibilità di sentirsi finalmente a casa, era la fine della paura di dover andare via da un momento all’altro. Le loro facce felici valevano più di mille parole. E in quella felicità c’era anche un pezzo del lavoro fatto insieme, passo dopo passo, senza lasciare quella famiglia sola. Abbiamo dimostrato che, al di là dei ruoli e degli incarichi, prima di tutto siamo cittadini e persone. E che quando una comunità decide di prendersi cura di qualcuno, anche una piccola cosa può diventare enorme. Quella cameretta ci ricorda una cosa semplice ma fondamentale: la solidarietà non è dare qualcosa a qualcuno. È camminare insieme finché quella persona non riesce a riprendere in mano la propria vita. E lunedì, vedendo quelle due bambine esplodere di felicità, ho pensato che ne è valsa davvero la pena. Perché dietro ogni pratica, ogni documento, ogni accompagnamento e ogni difficoltà, ci sono persone. Ci sono famiglie. Ci sono bambini e bambine che hanno soltanto bisogno di poter sognare, finalmente, una stanza tutta loro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una stanza tutta loro proviene da Comune-info.
October 3, 2026
Comune-info
A Parma hanno acceso i fornelli resistenti
NASCONO I FORNELLI RESISTENTI DI PARMA: IL 1° NOVEMBRE IL PRIMO VIAGGIO A TRIESTE PER GARANTIRE UNA CENA ALLE PERSONE MIGRANTI. UN CONCERTO E UNA SERATA CONVIVIALE PER RACCOGLIERE I FONDI NECESSARI Trieste, “Piazza del mondo” -------------------------------------------------------------------------------- Trieste è una città di confine e di passaggio, una piazza del mondo affacciata su una delle principali vie di ingresso in Europa. Per migliaia di persone provenienti dalla rotta balcanica rappresenta il primo approdo dopo mesi trascorsi attraversando frontiere, boschi e territori ostili. Arrivano spesso senza nulla, provati dal viaggio e dalle violenze subite. Fra loro ci sono molti giovani e minori non accompagnati. In piazza della Libertà, davanti alla stazione, l’associazione Linea d’Ombra offre ogni giorno una prima risposta: cure, abiti, coperte, informazioni, ascolto e qualcosa di caldo. Nata a Trieste dall’impegno di volontarie e volontari, Linea d’Ombra sostiene le persone migranti in transito lungo la rotta balcanica, offrendo assistenza materiale e sanitaria e denunciando le violenze subite alle frontiere. Un impegno reso ancora più necessario dalla mancanza di un’accoglienza pubblica adeguata. Le politiche dell’amministrazione comunale hanno privilegiato negli ultimi anni gli sgomberi e l’allontanamento dei richiedenti asilo dagli spazi visibili della città, senza risolvere il problema di chi continua a dormire in strada o in edifici abbandonati. Ora a Parma sta prendendo forma una nuova rete di solidarietà. L’idea è nata durante Solidalia 2026, nell’incontro “Piazze che (si) curano”, che aveva riunito esperienze capaci di trasformare la cura in una presenza concreta nei luoghi: non assistenza calata dall’alto, ma una relazione costruita nel tempo, attraverso gesti semplici e condivisi. Promossa dal Distretto di Economia Solidale di Parma, Solidalia è la festa dell’economia solidale: uno spazio di incontro fra associazioni, produttori e cittadini dedicato ogni anno a pratiche capaci di coniugare giustizia sociale, cura dell’ambiente e partecipazione. Dal confronto con i Fornelli Resistenti di Pesaro e Mantova e con la Piazza del Mondo di Trieste è nata la decisione di costituire anche a Parma un gruppo di Fornelli Resistenti. Ne fanno parte, insieme al DES – Distretto di Economia Solidale, CIAC, CSV Emilia, Cuoche Ribelli, gruppi di acquisto solidale e Casa delle Donne. Realtà differenti che hanno scelto di unire competenze, energie e disponibilità attorno a un primo obiettivo comune: raggiungere Trieste e preparare una cena per circa duecento persone. Il viaggio è previsto per domenica 1° novembre. Le pietanze saranno cucinate nella sede del circolo Il Cervo di Collecchio, tenendo conto delle abitudini alimentari e delle esigenze delle persone a cui saranno destinate. Il pasto prevede preparazioni semplici e nutrienti, come riso con verdure e legumi, uova sode e tè caldo. A Trieste gruppi provenienti da diverse città italiane si alternano secondo un calendario condiviso, garantendo con regolarità la preparazione e la distribuzione delle cene. L’intenzione della rete parmense è inserirsi stabilmente in questa organizzazione e tornare una volta al mese. Le associazioni si occuperanno della preparazione dei pasti, della raccolta dei materiali e delle pratiche burocratiche. Un primo sopralluogo, effettuato nei giorni scorsi, ha mostrato una situazione particolarmente difficile. Il violento maltempo che ha colpito Trieste ha allagato anche uno dei ripari utilizzati dalle persone migranti, aggravando condizioni già precarie. Il gruppo parmense porterà quindi non soltanto la cena, ma anche altri aiuti raccolti sulla base delle necessità indicate da Linea d’Ombra. Per sostenere le spese di viaggio e acquistare stoviglie e attrezzature sono in programma alcune iniziative in città. Partecipare a queste serate significa contribuire in modo diretto al primo viaggio dei Fornelli Resistenti di Parma. Significa anche permettere a un’esperienza nata durante Solidalia di uscire dal tempo della festa e diventare un impegno continuativo. Da una piazza all’altra, da Parma a Trieste, una cena può trasformarsi in un gesto di vicinanza e in una scelta precisa: non voltarsi dall’altra parte -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo A Parma hanno acceso i fornelli resistenti proviene da Comune-info.
October 3, 2026
Comune-info
L’altra sera non avevamo una soluzione. Ma avevamo una comunità
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Quello che è successo ieri allo Sportello diritti di Poggiomarino (Salerno) – gestito dall’associazione Restiamo umani-Ya basta! all’interno della Rete vesuviana solidale – merita di essere raccontato, perché dentro una piccola storia c’è tutto il senso di ciò che, da anni, proviamo a costruire. Eravamo alla fine dell’orario dello Sportello. La giornata era stata lunga, intensa e faticosa e stavamo per chiudere, quando si è presentato improvvisamente H. che già nei giorni precedenti era passato da noi chiedendo aiuto: dorme per strada, non ha nessuno e non ha un posto dove andare, non sa cosa fare. Avremmo potuto dirgli che non c’erano soluzioni. E, in effetti, le risposte istituzionali immediate erano praticamente pari a zero. Non perché non esistano bisogni, ma perché sul territorio mancano servizi di accoglienza a bassa soglia, come i dormitori, capaci di intervenire soprattutto nelle emergenze. E anche quei pochi servizi esistenti spesso prevedono procedure e meccanismi di accesso che richiedono tempo, mentre chi dorme per strada ha bisogno di una risposta adesso, non tra qualche giorno. Ma noi non potevamo semplicemente chiudere la porta dello Sportello e voltargli le spalle. Abbiamo così cominciato a cercare una possibile soluzione. Abbiamo pensato anche a un inserimento in un progetto di accoglienza straordinaria, ma sappiamo che anche quella strada richiede tempi e procedure che non sempre coincidono con l’urgenza di chi, quella notte, non sa dove dormire. Ed è proprio in quel momento che ci è venuta un’idea: rivolgerci direttamente alla comunità che, dal basso, stiamo costruendo da anni. Abbiamo scritto nel nostro gruppo WhatsApp della nostra comunità, chiedendo semplicemente se qualcuno fosse disponibile ad accogliere H. per qualche giorno, il tempo necessario per cercare una sistemazione più stabile. La risposta ci ha emozionato. Sono stati tanti coloro che hanno dato la propria disponibilità ad ospitarlo e per il momento ha trovato una casa dovo poter stare alcuni giorni. Non abbiamo risolto il problema della povertà abitativa. Non abbiamo sostituito i servizi pubblici. Non abbiamo trovato una soluzione definitiva. Tuttavia abbiamo fatto una cosa fondamentale: abbiamo impedito che una persona rimanesse sola davanti alla propria emergenza. Ed è proprio questo, per noi, il vero senso della comunità. Una comunità non è soltanto quella che si ritrova quando c’è qualcosa da festeggiare. È quella che, quando qualcuno cade, si ferma, si guarda intorno e dice: “Non sei solo, non sei sola, vediamo insieme cosa possiamo fare…”. È la comunità che non aspetta sempre che qualcuno venga dall’alto a risolvere i problemi, ma che sa organizzarsi in basso, mettere in comune un po’ di tempo, una stanza, una parola. Giovedì sera non avevamo una soluzione. Ma avevamo una comunità. E a volte, quando tutto sembra mancare, è proprio da una comunità solidale che può nascere la prima possibilità di ricominciare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’altra sera non avevamo una soluzione. Ma avevamo una comunità proviene da Comune-info.
September 26, 2026
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Un suicidio di carta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Qualche giorno fa, nella “Piazza del Mondo” di Trieste, abbiamo assistito a un suicidio: un suicidio di carta, ma pur sempre un suicidio, quando le carte dello Stato sono metà della tua vita – sono la tua “persona”, la tua maschera sociale, la tua possibilità di esistere per qualche tempo in questa società. Un ragazzo è venuto al tavolo dove si preparava la distribuzione della cena, chiedendo di mangiare. Gli è stato detto di mettersi in fila insieme agli altri che, seduti sul bordo dell’aiuola, attendevano l’offerta della cena, come avviene ogni sera. Il ragazzo, allora, in piedi accanto al tavolo, ha estratto da un sacchetto di plastica tutti i suoi documenti e li ha minuziosamente fatti a pezzi. Poi, senza dire una parola, si è allontanato. Un gesto estremo per un migrante distruggere i documenti della questura: l’identità faticosamente strappata dopo il cammino rischioso di mesi o anni, dopo l’attesa umiliante della grazia di poter esistere in questo paese – non un diritto, ma una concessione sovrana. Un gesto disperato nella sproporzione fra la richiesta di mettersi in fila, che non è un rifiuto, ma un accenno agli altri che attendevano. Il giovane è scomparso lasciandoci fra le mani lo scopo della sua lotta per sopravvivere, ridotto a carta straccia. È facile scriverne seduto sul divano: ecco quella che è stata chiamata la “differenza abissale” fra noi e loro… A loro il rischio dell’abisso. A noi la possibilità di lamentarcene pietosamente. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un suicidio di carta proviene da Comune-info.
September 17, 2026
Comune-info
Voci migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di T.M. su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Ogni estate circa 3.500 lavoratori, in gran parte di origine africana, arrivano nel Saluzzese (Cuneo) per la raccolta della frutta. Molti di loro cominciano da zero, senza sapere dove dormire, mangiare e trovare lavoro e dormono al parco Gullino. Dopo alcune settimane diversi migranti sono “ospitati” nelle aziende, ma cosa accade nelle aziende non si sa. Altri dormono in containers (accoglienze diffuse sul territorio), alcuni condividono alloggi, una parte di loro resta a dormire all’aperto. L’opuscolo KLICK “La casa dei braccianti” – curato da Marco Buttino per i testi e da Petra Probst e Paola Pia per le immagini e la grafica -, tratta di questo. Klick_agosto_2026Download -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Voci migranti proviene da Comune-info.
September 12, 2026
Comune-info
Trauma e vergogna
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”. È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 3 Butler J., Vite precarie, 2004 4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trauma e vergogna proviene da Comune-info.
September 6, 2026
Comune-info
Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Un appello agli amici di Vicofaro
-------------------------------------------------------------------------------- Un appello alle tante amiche e ai tanti amici che conoscono — o hanno conosciuto — l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti. Abbiamo accolto molte persone, le abbiamo soccorse e curate, le abbiamo accompagnate nel difficile cammino verso la ricostruzione di una vita. Insieme a tanti amici siamo riusciti a costruire una grande comunità solidale, composta da credenti nella giustizia e nella dignità di ogni essere umano. Dobbiamo essere orgogliosi di questo lavoro. Sappiamo che non è stato inutile. Questo straordinario percorso, vissuto insieme per dieci anni, è stato interrotto violentemente l’anno scorso dall’intervento della Polizia. Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi — gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali — ammucchiate davanti alla chiesa. Per un intero anno, insieme alla nostra equipe di volontari, abbiamo lavorato per cercare di salvare questa esperienza. Non ci siamo riusciti. Certamente molti ragazzi sono stati ricollocati e oggi stanno meglio: era questo il nostro obiettivo, e ne siamo felici. Ma il prezzo di quell’operazione è stato la chiusura e lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione non potranno più contare nella nostra casa aperta. Devo dirlo con coraggio: nel nostro caso la Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica. Vicofaro, questa chiesa-rifugio, doveva essere chiusa e il suo parroco reso non operativo. E così è stato. Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura. «Vogliamo un vero parroco», gridavano. Sono stati accontentati; di più, gli è stata consegnata la Parrocchia. Ho cercato giustizia attraverso i ricorsi, ma non ci sono riuscito. Ora sono anch’io un parroco rimosso, “bocciato”, messo da parte, delegittimato. Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per tutti quei ragazzi che oggi si trovano a Ramini e rischiano di finire in strada. Non è necessario dirvi che farò tutto il possibile per proteggerli. Penso anche a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto. So che molti sono delusi e indignati. Eppure non siamo sconfitti. Viviamo in un momento storico molto difficile, nel quale valori fondamentali come la giustizia, la solidarietà e l’umanità sono messi in discussione. Ma il cammino compiuto a Vicofaro non è stato inutile. Dieci anni di accoglienza, di cura e di condivisione non possono essere cancellati da una decisione o da una chiusura. Dobbiamo accettare che, in alcuni percorsi, possano esserci degli stop. Ma uno stop non significa necessariamente la fine. Significa anche che il testimone può essere raccolto da altri, in altri luoghi e in altri contesti. A Vicofaro abbiamo dimostrato che si possono realizzare cose importanti anche con pochi mezzi, quando esistono la volontà, il coraggio e la disponibilità a mettersi in gioco. Questo stile, questo modo di essere ha disturbato molto. Ha disturbato tutti coloro che concepiscono il servizio come una professione. Ha disturbato un modo dove corrono tanti soldi. Alle persone che oggi hanno preso possesso di Vicofaro voglio dire questo: quando entrerete in quella chiesa, ricordatevi di rivolgere una preghiera ai tanti poveri che sono passati di lì. In tanti hanno dormito tra quelle panche. Quante storie, quante paure e quante speranze hanno trovato riparo sotto quel tetto. Quella chiesa è stata benedetta dalla loro presenza. Lì i poveri, i migranti — i prediletti di Dio — hanno dormito e trovato rifugio. Chi entrerà in quella chiesa dovrà sentirsi davvero benedetto, perché entrerà in un luogo speciale. Quando, la domenica, celebrerete la Messa, guardate verso l’alto, verso quel matroneo un tempo gremito di poveri. Spero che possiate vedere ciò che io ho avuto la grazia di sperimentare: quelle braccia di Cristo che sembravano toccarli e proteggerli. Quei poveri che sono entrati con la veste bianca degli invitati alle nozze. Possano accogliervi e benedirvi. Carissimi, dobbiamo avere pazienza. Anche la Chiesa è fatta di uomini e di donne, portatori di fragilità, limiti e incertezze. Sinceramente, non riesco a non volerle bene, anche così, perché anche noi siamo fragili. Ma io vado avanti: con i poveri, con determinazione e senza paura. C’è ancora del buon seme in giro. Noi abbiamo seminato bene. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto Gesù ci ricorda: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Avanti, insieme, con coraggio, nonostante tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Don Massimo, Pistoia 21 Agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un appello agli amici di Vicofaro proviene da Comune-info.
August 22, 2026
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