
La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan
Comune-info - Wednesday, April 1, 2026
Foto di mana5280 su UnsplashSono anni che lavoro con rifugiati e migranti accolti nei progetti SAI e provo a ricostruire le loro storie, a mettermi in ascolto dei loro percorsi, spesso tortuosi, che li hanno portati qui da noi. Mi interessa capire non solo la loro storia ma anche l’orizzonte temporale, fatto di presente e futuro che compone o ricompone le esistenze. Prestare ascolto al loro vissuto permette di uscire dal ruolo omologato di migrante, persona da soccorrere ed aiutare senza distinzioni. Ogni persona accolta ha infatti un proprio vissuto, spesso segnato da traumi indelebili ma conserva gelosamente anche molto altro… odori, sapori, ricordi, rituali, affetti che chi lavora sempre in emergenza non riesce a decifrare fagocitato com’è dalla burocrazia e dagli schemi rigidi dei protocolli. Riuscire a scardinare lo scrigno prezioso di tutto “quell’altro” non detto può divenire un’esperienza forte e commovente. Nell’ultimo laboratorio che ho tenuto per un SAI calabrese ho incontrato una famiglia afghana che si trova in Italia da circa due anni. Parlano tutti abbastanza bene l’italiano ed è stato facile perciò comunicare e approfondire alcuni aspetti del loro percorso. Lui, il papà di cinque figli, è stato ai tempi della Repubblica un alto funzionario governativo nella provincia di Herat, tra le prime a cadere dopo l’invasione talebana del 2021. In Afghanistan aveva quattro guardie del corpo, una casa enorme, una vita decisamente agiata. Tutta la famiglia ha partecipato attivamente al laboratorio, producendo molto materiale fotografico per allestire una mostra sulla loro storia e cultura ma il momento più emozionante è stato quando Abdul – nome di fantasia per garantire l’anonimato in quanto perseguitato politico – ha letto ad alta voce, davanti a noi tutti, il suo racconto che riporto qui per intero.
[Roberta Ferruti]
Ricordo molto bene il 12 agosto 2021, era giovedì, molti distretti della provincia di Herat la mia città, erano già caduti in mano ai talebani, e la guerra era arrivata alle sue porte. Io sono rimasto nell’ufficio del governatore fino alle 12, poi sono andato a casa per mangiare. Quando ho acceso la televisione ho visto che i Talebani erano entrati nella città e stavano prendendo uno dopo l’altro gli uffici del governo. Herat era piena di paura, confusione e caos. Io ero contrario ai Talebani e avevo molta paura per la mia vita e per la mia famiglia. Quella notte è stata una delle notti più difficili della mia vita. Non pensavamo mai che il governo potesse cadere così velocemente. Dopo la caduta della città, molti soldati e funzionari del governo sono fuggiti. Ognuno cercava di salvare la propria vita e la propria famiglia. In quel momento ho capito che dovevo lasciare la città immediatamente. Senza dire niente a nessuno, neppure agli altri parenti: io, mia moglie e i miei cinque figli siamo saliti in macchina e abbiamo lasciato in fretta e furia la città. Un mio amico mi aveva detto che potevamo restare nascosti nella sua casa per qualche tempo.
Vengo dall’Afganistan, una terra di straordinaria bellezza paesaggistica e culturale, caratterizzata da montagne imponenti, valli remote e una storia millenaria che affascina da sempre viaggiatori ed esploratori. La mia famiglia di provenienza è tra le più importanti dell’Afghanistan, molti familiari, infatti, hanno lavorato nelle istituzioni pubbliche, durante il periodo della Repubblica. Ho lavorato per dieci anni come capo in diversi distretti della provincia di Herat. Nell’ultimo si trovava la più grande base militare delle forze armate italiane della provincia di Herat e ho sempre tenuto una stretta collaborazione con loro lavorando a diversi progetti per aiutare la popolazione, ad esempio: sostegno alle scuole e all’educazione, sostegno agli ospedali e ai centri sanitari, collaborazione con gli uffici del governo, costruzione e manutenzione delle strade… Prima del 12 agosto del 2021 la situazione in Afghanistan era più stabile e più libera. I diritti delle donne erano rispettati, infatti le donne potevano studiare, lavorare e partecipare alle elezioni. Alcune di loro lavoravano anche al Parlamento e nei Consigli provinciali. La sicurezza era abbastanza buona e le Forze dell’ordine facevano il loro lavoro per proteggere la popolazione. La mia famiglia aveva una vita tranquilla e stabile. Avevamo tutto quello che serviva per vivere. La nostra casa era nel centro della città e avevamo tre automobili. Possiamo dire che avevamo una vita normale e serena. Purtroppo la situazione è cambiata dopo l’Accordo di Doha che ha gettato le basi per la caduta della Repubblica e il ritorno al potere da parte dei Talebani.
La notte del 12 agosto del 2021 ho dunque lasciato la mia casa e la mia città insieme alla mia famiglia. Ad Herat c’era un grande disordine, fortunatamente durante il viaggio non abbiamo avuto intoppi. Ma, circa due ore dopo dall’arrivo a casa del mio amico, siamo stati informati del fatto che una decina di Talebani erano entrati nella nostra casa per cercarmi, hanno picchiato i miei cugini, che sono anche fratelli di mia moglie, e, hanno chiesto loro dove fossi. Per fortuna nessuno sapeva dove mi trovavo, tranne il mio amico. Solo per poco i Talebani non sono riusciti a trovarmi. Dal giorno dopo ho iniziato a cercare un modo per lasciare il paese. Dopo sette giorni, un mio amico è riuscito a ottenere per me un visto per l’Iran. Sono stato costretto a lasciare l’Afghanistan da solo, senza la mia famiglia, e sono andato in Iran. Dopo circa quattro mesi, mia moglie e i miei figli sono riusciti a venire anche loro in Iran insieme a mio cugino. Finalmente la nostra famiglia si è riunita di nuovo. All’inizio il nostro unico obiettivo era salvarci la vita, per questo motivo abbiamo scelto l’Iran, che era il paese più vicino e più sicuro per noi. Nei primi mesi non avevamo nessun contatto con le istituzioni internazionali. Dopo circa otto mesi, un mio amico mi ha dato l’indirizzo email del Ministero della Difesa italiano. Abbiamo scritto una email e dopo poco tempo abbiamo ricevuto una risposta positiva. Ci hanno chiesto di inviare tutti i documenti della nostra collaborazione con le forze dell’ordine italiane. Fortunatamente avevamo tutti i documenti e le prove e li abbiamo inviati. Poiché le forze dell’ordine italiane mi conoscevano bene e sapevano della nostra collaborazione, hanno accettato la nostra richiesta. Abbiamo aspettato circa venti mesi. Un giorno ci hanno chiamato e ci hanno detto di andare al Consolato italiano a Teheran per completare i documenti e ricevere il visto per l’Italia. Quel giorno è stato uno dei giorni più felici della nostra vita. Al consolato ci hanno accolto con grande gentilezza e rispetto. Il 21 dicembre 2023 abbiamo lasciato l’Iran per andare in Italia. Dopo essere atterrati a Roma, dove due operatori ci hanno accolto e ci hanno aiutato, abbiamo preso un altro aereo per la Calabria. Giunti all’aeroporto, abbiamo trovato due operatori dell’ufficio che seguiva il nostro caso. Sono stati loro stessi che ci hanno accompagnato sull’autobus che ci ha portati dove siamo ora. Voglio dire grazie al governo italiano, al popolo italiano e anche all’ufficio SAI per la loro gentilezza, ospitalità e aiuto. Siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto.
[Abdul]
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