
La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso
Comune-info - Tuesday, May 12, 2026Il sindaco di Trieste ha attaccato nuovamente chi ogni giorno incontra coloro che arrivano dalla Rotta Balcanica. Intanto, sono arrivati a 65 i Fornelli resistenti che da tutta Italia ogni sera sono impegnati con l’associazione Linea d’ombra in quella che è stata ribatezzata Piazza del Mondo. I primi Fornelli sono nati tre anni fa (foto: Fornelli resistenti Mantova). “La Piazza del Mondo mostra che cercar di vivere è oggi scandaloso: bisogna accontentarsi di sopravvivere… In Piazza del Mondo si tenta di far politica, di costruire momenti di polis, di comunità… Siamo ben consapevoli che il nostro impegno è risibile di fronte all’immensità del compito – scrive Gian Andrea Franchi – Ma si deve cominciare da dove si sta. E noi qui stiamo con disperata speranza…”
Ottobre 2023, nascono ufficialmente i primi Fornelli resistenti. Maggio 2026: piú di 65 Fornelli resistenti (da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro…) insieme all’associazione Linea d’Ombra sono impegnati ogni sera a curare, sfamare, dissetare, rivestire, accogliere in strada, a Trieste, le persone migranti abbandonate dalle istituzioni. Da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro. Foto Fornelli resistenti MantovaL’ineffabile sindaco di Trieste Roberto Dipiazza attacca per l’ennesima volta la nascita quotidiana della “Piazza del Mondo” (così viene da anni chiamata da tanti e tante Piazza della Libertà, dove transitano ogni giorno decine di migranti provenienti dalla Rotta balcanica e diretti per lo più in Francia e in Nord Europa, ndr) perché, nutrendo i “migranti”, attiriamo anche i “criminali”.
Le nostre città turistiche sono piene di gente in cerca di cibo: di turisti così cari al sindaco, ai sindaci, perché portano soldi e le città si vendono, come tutto, come la vita. Anche nella Piazza del Mondo si mangia. Ma in altro modo: differenza essenziale. In un modo che rimanda alla funzione antropologica profonda del dar da mangiare, come primo gesto radicale di cura per l’altro, riscoprendo le radici primarie della condizione umana per cui, alla nascita, il nutrimento contiene già tutto un cammino di vita. E il pasto in comune è sempre stato un momento di festa intesa come celebrazione della vita in quanto comunità.
Nella Piazza del mondo si toccano e si vedono le radici della vita, cui occorre rivolgersi in un mondo che appare dominato da una radicale volontà e voluttà di morte. Nella piazza del Mondo si riscoprono le radici profonde della vita umana a partire dalle basi della con-vivenza, della vita come essere-in comune, che sembrano rievocare i gesti evangelici del curare i malati, nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, ma anche socializzando, giocando, danzando. Ciò rischia di portare confusione, confondendo politica con carità o umanitarismo. Far politica oggi vuol dire risignificare questa parola logora ma che va mantenuta, perché creare neologismi fa solo confusione. Politica deriva da pòlis, città: occorre ricreare, re-inventare la città, partendo dai veri problemi sociali in un’epoca che tende a distruggere ogni forma di socialità in nome di una cultura dominante che è diventata mera distruzione della vita umana e non umana, di una cultura basata sulla lotta di tutti contro tutti in cui i più forti dominano senza controlli, intaccano le basi stesse della vita. Coloro che fuggono da paesi devastati dagli interessi dei potenti, chiamati “migranti” con disprezzo – mentre ogni labile richiamo a uno straccio di diritto internazionale è caduto e i diritti nazionali sono in crisi (come anche troppo si vede nel nostro paese s-governato a colpi di decreti legge) -, sono i portatori di un messaggio fondamentale, inciso nei loro corpi umiliati: riscoprire le fonti della vita in comune, distrutta dall’individualismo mortifero, ricreare la polis, la comunità come unica possibilità di un cammino di vita.
La Piazza del Mondo mostra che cercar di vivere è oggi scandaloso: bisogna accontentarsi di sopravvivere, mentre le élites, ad ogni livello, sono intente ridurre la vita a una massa di merci. In Piazza del Mondo si tenta di far politica, di costruire momenti di polis, di comunità, fra noi “cittadini” e i senza terra, i senza patria ormai, facendo capire a tutti quelli che da lontano collaborano quotidianamente con noi – senza di cui la piazza non esisterebbe – la necessità di agire.
Siamo ben consapevoli che il nostro impegno è risibile di fronte all’immensità del compito. Ma si deve cominciare da dove si sta. E noi qui stiamo con disperata speranza.
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