Proteggere questa pratica di cura

Comune-info - Friday, March 27, 2026

Intorno a Piazza del mondo, a Trieste, esiste una rete sorprendente che ogni giorno cerca di accogliere i migranti in transito verso altri paesi, di cui nessun si occupa. Gian Andrea Franchi, che con Linea d’ombra è ogni pomeriggio in quella piazza, si rivolge ad Andrea Segre, Matteo Calori e Stefano Collizzolli, registi di “Trieste è bella di notte”. Qui il precedente articolo di Gian Andrea Franchi, Quella linea d’ombra che molti nascondono. Questo invece l’intervento di Segre, Calori e Collizzolli: Trieste, i migranti e la nostra scelta di racconto

Cari Andrea, Matteo e Stefano, mi addolora la vostra reazione, ma io credo che forse cosa peggiore della violenza palese e dell’inganno, sia la rimozione del lavoro quotidiano nella piazza della stazione di Trieste.

Non ho inteso fare un’operazione impossibile come mettere sullo stesso piano forme diverse di negazione della realtà umana e politica: forme diverse, appunto. Considerarle analoghe è per me talmente privo di senso che non immaginavo che qualcuno potesse farlo. Capisco, però, che l’accostamento verbale possa suscitare una reazione. Probabilmente quello che per me era ovvio, può non apparire tale.

Quello che accade quotidianamente in piazza non è un qualunque lavoro di volontariato, bensì una pratica di Cura dalla valenza prettamente politica, che parte dall’accoglienza dei migranti in transito per andar fuori dal nostro paese, di cui nessun altro si occupa.

Inoltre, la piazza del mondo è un laboratorio sociale che è stato pienamente testimone dei respingimenti negli anni 2020 e 2021, così come ha seguito giorno per giorno il dramma del silos e tuttora continua ad essere accanto ai migranti di Porto vecchio. Sanità, farmaci, cibo, vestiario ogni sera per molti.

Abbiamo infine una rete di migliaia di persone fuori Trieste. Sono sorti come figli della Piazza del mondo almeno sessanta “Fornelli resistenti” che, ormai da tre anni, portano da mangiare a centinaia di persone. Tutta questa realtà relazionale complessa, frutto di un costante impegno, data per ovvia, viene costantemente omessa, rimossa, e, peggio ancora, denegata. La formazione di una rete imponente, inoltre, è frutto di viaggi frequentissimi in tutta Italia, creando legami e reti di comunità.

Credo che sia stato un errore di prospettiva nel film non mostrare il contesto in cui si svolgevano quei respingimenti: la prima accoglienza avveniva quasi sempre nella Piazza del mondo, cioè in strada, fra noi.

Così è stato per Alì che avevamo conosciuto e supportato a Velika Kladusa; così è stato per Umar che avevamo ugualmente seguito e sostenuto nel suo terribile percorso dalla tortura alla “salvezza”. Mi pareva di averlo anche accennato alla presentazione del film qui a Trieste. Sono queste vicende il cuore del problema migrante. E di questo solo noi ci occupiamo. Un problema sociale importante va visto nel suo contesto reale.

Io dico che il film non dava la visione reale del problema. Sarebbe bastato un cenno, ma limitando il problema si finisce con il darne un’immagine che nasconde la complessità in cui si svolge.

[Gian Andrea Franchi]

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