Nel silenzio del Mediterraneo

Comune-info - Wednesday, April 8, 2026
Da Unsplash

L’ultimo naufragio, nel giorno di Pasqua, ha lasciato dietro di sé almeno ottanta morti. I sopravvissuti sono 32. Tra loro, un ragazzo egiziano di quindici anni, partito da solo, arrivato a Lampedusa e poi chiuso in un silenzio che è quello del trauma. Nel silenzio del Mediterraneo si continua a morire.

Le immagini parlano da sole: persone aggrappate a uno scafo rovesciato, corpi già dispersi nel mare. Non è un incidente. È una tragedia che si ripete.

Nel 2026, nel Mediterraneo centrale, sono già morte o scomparse 765 persone. Più del doppio rispetto allo scorso anno. Oggi muore una persona ogni nove che tenta la traversata. Eppure gli arrivi sono diminuiti. Questo significa una cosa sola: non è il numero delle partenze a determinare la morte, ma l’assenza di soccorsi, il vuoto di responsabilità, le politiche che tengono lontani gli occhi e le navi. E allora diciamolo con chiarezza: non si possono vincere le elezioni sulla morte e sulla sofferenza di esseri umani. Non si può trasformare il confine in un luogo dove la vita vale meno. Non si può costruire consenso sul rischio calcolato della morte. Non possiamo continuare a trasformare queste vite in numeri. Non possiamo limitarci a contare i morti.

Due donne, rimaste sole con i loro bambini, hanno chiesto che i corpi dei loro mariti siano sepolti vicino al luogo dove vivranno. È una richiesta minima. È una richiesta umana.

Serve un cambiamento: più operazioni di salvataggio, vie legali e sicure di ingresso, corridoi umanitari, politiche che mettano al centro la vita, non il confine. L’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Perché ogni naufragio non è solo una tragedia: è una responsabilità collettiva.

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