Protocollare e punire
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Foto di Markus Spiske su Unsplash
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Sebbene rimandi etimologicamente al termine greco che indicava il foglio
iniziale di un rotolo di papiro e sebbene abbia una storia e una genealogia
specifiche, è solo con l’avvento della modernità che il protocollo fa tracimare
l’originario status di registrazione archivistica nel mare magnum della vita
sociale e politica, contribuendo, grazie al suo ambiguo potere performativo, ad
alimentare e dissimulare i rapporti di forza esistenti tra i diversi attori
sociali.
Enrico Gargiulo, sociologo attivo negli ambiti problematici della cittadinanza,
della sicurezza e dell’ordine pubblico, con Protocollo: uno strumento di potere,
recentemente uscito per i tipi di elèuthera, si impegna in un lavoro di
decostruzione dei discorsi istituzionali sulle politiche sociali, portandone
alla luce il carattere oppressivo e discriminatorio, in vista di una prospettiva
in grado di sovvertirne le strategie disciplinanti.
Con la modernità – questa la tesi principale di Gargiulo –, il protocollo si fa
strumento flessibile e tutt’altro che neutro, in quanto funzionale a un
controllo sociale pervasivo. Ciò che tuttavia colpisce di più è la dimensione
pseudo-giuridica con cui attualmente i dispositivi protocollari sussumono i
poteri giudiziario, esecutivo e legislativo. Ed è interessante notare che non
sono o, quantomeno, non sono solo i regimi autoritari a sfruttare le
potenzialità disciplinanti dei protocolli, ma anche (e soprattutto) le
cosiddette democrazie liberali sempre più tese a ridurre l’agone politico a mera
pratica amministrativa. Dalla ancora recente emergenza pandemica allo stato di
guerra permanente che caratterizza le forme del neocolonialismo contemporaneo,
il protocollo sembra orientare tutte le possibili e variegate declinazioni del
governo delle popolazioni.
Il sociologo italiano ci ricorda che gli ambiti interessati all’applicazione di
questo efficace strumento di coercizione dissimulata sono moltissimi e vengono
sistematicamente coinvolti dal potere politico nel momento in cui delega
delicate funzioni di controllo a tecnici e specialisti, i quali, forti della
loro discrezionalità professionale, si sostituiscono alla legge e al diritto. La
natura del protocollo, soprattutto nei casi in cui l’emergenza contestuale crea
vuoti giuridici, «non si limita […] a rendere più concrete le norme esistenti,
ma agisce come una pseudo-norma che va a innovare il campo giuridico: anche se
non è formalmente una legge si comporta come se lo fosse» (p. 34). Il protocollo
assurge così a vero e proprio linguaggio codificato necessario alla
comunicazione tra attori che insistono in settori analoghi, affini o contigui,
contribuendo «a creare standard linguistici e procedurali, funzionando quindi
come un dispositivo “educativo”, capace di gettare le basi di conoscenze
condivise e di stabilire identità comuni» (p. 34).
Il protocollo, come è noto, è anche una modalità di tenere traccia di una
determinata documentazione. Il che corrisponde a dire che il protocollo è valido
solo se certificato nello spazio amministrativo delle varie istituzioni di
Stato. È in tal modo che il suo carattere documentale istruisce una serie di
operazioni volte ad attualizzare ciò che sulla carta è solo previsto, fornendo o
togliendo legittimità a determinati comportamenti. In ultima analisi, il
protocollo assume le caratteristiche di un contratto tra le parti coinvolte –
direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente. Pur fingendo
di essere la risposta più adeguata alle esigenze organizzative attraverso cui il
potere esercita il suo governo sulla popolazione, i protocolli sono in realtà
efficaci strumenti per ovviare alla rischiosa aleatorietà della legge
nell’ambito di società sempre più complesse e senza dover ricorrere a metodi
esplicitamente coercitivi e potenzialmente impopolari.
Il quadro storico tratteggiato da Gargiulo è esemplare nel dimostrare che
l’avvento al potere della borghesia con la sua articolazione coloniale fa sì che
il protocollo assuma le sembianze di uno strumento strategico atto a mantenere
un ordine asimmetrico e diseguale. L’accumulazione del capitale, infatti, ha un
bisogno “vitale” di trasferire la propria forza al di fuori dei confini della
“civiltà” occidentale e, in questo, i protocolli sono (stati) di grande aiuto.
«Le strutture architettoniche dei forti, dei porti e delle navi, così come le
forme di registrazione e documentazione e le tecniche di esame che regolavano il
commercio di persone diretto nel “Nuovo” Mondo, erano esempi di violenza
strutturale resa possibile dagli apparati amministrativi» (p. 74).
L’incontro tra logica burocratica e impresa economica mostra, pertanto, sia il
volto autentico del capitalismo sia il linguaggio della burocrazia borghese,
entrambi tesi a codificare e a mettere al lavoro le divisioni di classe, di
“razza” e di genere. E, per non finire schiacciati dal concetto di “fine della
storia” con cui il neoliberismo rinnova la sua ideologia coercitiva, bisogna
allora sottolineare il fatto che il (neo)colonialismo continua a declinare al
presente la sua pervasività calcolatrice. La guerra, in questo senso, non è solo
conquista e strategia geopolitica ma anche aggressione dello stato di diritto –
il neoimperialismo trumpiano, indossata la maschera di prevenzione e difesa
dalle minacce terroristiche degli Stati che non si allineano all’ordine
geopolitico statunitense, è qui a ricordarcelo.
Uno degli snodi fondamentali del saggio di Gargiulo riguarda poi il concetto di
polizia. A prescindere dal significato assunto come forza repressiva tutrice
dell’ordine costituito, significato che ha egemonizzato il senso comune delle
società contemporanee, il termine “polizia” rimanda a quelle azioni tese a
modellare forme di buon governo, come si è in qualche modo verificato nel corso
della prima età moderna. In sostanza, l’idea di polizia è passata dalla funzione
di sistema regolatore delle crisi sociali che hanno segnato il passaggio dal
feudalesimo al capitalismo a organo dello Stato preposto alla sicurezza dei
cittadini e al rispetto delle leggi. Seguendo Foucault, la polizia si è
trasformata da negativa a positiva, diventando uno dei più efficienti organi di
governo della popolazione. «La parola “politica” […], al pari della parola
“polizia”, discende dal termine greco politeia, a sua volta derivante da polis.
Le istituzioni impegnate a fornire assistenza ai poveri, da un lato, e gli
apparati orientati alla prevenzione e alla repressione del crimine, dall’altro,
sono diventati due facce della stessa economia politica, finalizzata a gestire
la popolazione e ad affrontare la questione più ampia del pauperismo (pp.
80-81).
Instillare nella popolazione l’assuefazione consensuale alle misure di controllo
e disciplinamento sociale è, allora, la carta vincente dello Stato neoliberale.
Il termine biopolitica, con cui Foucault designava le pratiche governamentali,
non a caso, rinvia al controllo non solo dei corpi umani ma dell’intera specie
«che si traduceva in un percorso graduale che prevedeva forme di addestramento e
regolazione indiretta, di sorveglianza, quanto più possibile discreta, e, se
necessario, di punizione» (p. 81).
L’emergenza pandemica causata dalla diffusione di SARS-COV-2, le politiche
sull’immigrazione e l’attuale “Decreto Sicurezza” del governo Meloni indicano
come il caso italiano sia esemplare nel codificare i protocolli come dispositivi
burocratizzanti, concepiti e redatti per dare consistenza formale e performativa
a realtà molto complesse che meriterebbero ben più ampie discussioni collettive.
In breve, i protocolli sono le nuove infrastrutture del capitale a cui vengono
delegate responsabilità e operatività che lo Stato non riesce più a garantire. E
questo, ovviamente, a favore del libero mercato che, forte del suo potere di
astrazione, riduce la vita pubblica a start up, a impresa ad alto potenziale di
lucro in cui la sovranità pubblica è fagocitata dalla privatizzazione del
diritto.
Per quanto riguarda l’emergenza pandemica di Covid 19, l’analisi di Gargiulo è
puntualissima. All’insorgere della pandemia, il Consiglio dei Ministri è ricorso
a una norma contenuta nel Codice di Protezione Civile del 2018. Quindi,
servendosi di un codice normativo straordinario, i governi che si sono succeduti
hanno adottato misure di contrasto, i famosi DPCM, che hanno radicalmente
trasformato la vita sociale dell’intero paese. «Da allora, i dispositivi
protocollari si sono letteralmente moltiplicati: alla pandemia sanitaria ha
fatto seguito una pandemia di protocolli. Lavarsi le mani, entrare in piscina,
salire su un autobus, sono solo alcuni esempi di ambiti di vita quotidiana da
sempre governati da regole più o meno formalizzate ma che, a seguito della
pandemia, sono diventati oggetto di una regolazione specifica e minuta,
caratterizzata da un nome evocativo e dotata di un’estetica particolare» (p.
116).
Per quanto riguarda le politiche anti-immigrazione, di cui il cosiddetto hot
spot albanese è il caso insieme più vistoso e grottesco, vale quanto afferma
Didier Fassin. Anche la questione migratoria, infatti, viene affrontata in
termini gestionali e depoliticizzati, assecondando logiche statistiche – i
flussi, i numeri, i richiedenti asilo, ecc. L’espressione ragione umanitaria,
usata dall’antropologo francese per descrivere il protocollo della compassione,
è l’ennesimo caso di para-giurisdizione in cui l’estetica evocativa del
linguaggio sublima il trattamento feroce, cinico e standardizzato delle
cosiddette procedure di “accoglienza”.
Infine, i “Decreti Sicurezza” mostrano chiaramente come l’arte protocollare in
Italia sia pensata per punire il dissenso, il disagio, la marginalità, il
conflitto e la povertà. Dal “Decreto anti rave party” che inaugurava l’anno
2022, passando per il “Decreto Cutro” (che aggrava le pene contro gli scafisti
ritenuti gli unici responsabili delle tragedie del Mediterraneo) e per il
“Decreto Caivano” (adottato per contrastare la violenza giovanile dei cosiddetti
maranza), fino al Decreto del 2025, che istituisce nuovi reati quali quello di
resistenza passiva, si viene a delineare un percorso laboratoriale di cui il
protocollo è parte irrinunciabile dei processi tramite cui il capitalismo
sussume la realtà.
Il saggio si conclude con una requisitoria sul genocidio dei Palestinesi a Gaza.
Gargiulo non esita a definire l’accordo di pace imposto dall’Occidente come una
finzione, in cui la violenza e il massacro, – tradotto: l’uccisione sistematica
di civili inermi – diventa, ancora una volta, un mero fatto procedurale. Il che
ribadisce che scopo del saggio è, oltre a sottolineare l’aspetto ambiguo e opaco
delle procedure protocollari, quello di ribadire la necessità di acquisire una
prospettiva abolizionista non tanto degli strumenti di cui si servono gli
esecutivi, bensì delle stesse condizioni che permettono l’effettiva messa in
atto dei protocolli con tutta la loro “soave e sapiente” violenza.
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