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Una tragedia alla volta
OGNI TANTO, COME REDAZIONE DI COMUNE, CI CAPITA DI ESSERE COINVOLTI IN SEMINARI, INCONTRI, PERFINO CORSI, DEDICATI ALLA COMUNICAZIONE, ALLE TRASFORMAZIONI DEL GIORNALISMO E ALLA LORO RELAZIONE CON IL BISOGNO DI UNA NUOVA CULTURA POLITICA. LA PROSSIMA VOLTA COMINCEREMO LEGGENDO E COMMENTANDO INSIEME QUESTO POTENTE TESTO -------------------------------------------------------------------------------- Foto di ThisisEngineering su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Non viviamo nel mondo. Viviamo nel palinsesto. Una cosa alla volta. Covid. Poi Ucraina. Poi Gaza. Poi Iran. Il resto sparisce. Perché smettiamo di guardarlo. Ma i morti nel Mediterraneo sono ancora lì. Annegano ancora ogni mese. Ma non entrano più nel formato. Esiste ciò che occupa spazio. Tutto deve riempire. Tutto deve durare. Tutto deve essere sostituito. Emergenza. Saturazione. Oblio. Ripeti. La politica diventa serie. La guerra diventa contenuto. Il dolore diventa immagine. Non capire. Reagire. Non pensare. Schierarsi. Il like decide. Non misura. Produce. Produce ciò che merita di esistere. Non siamo spettatori. Siamo dentro. Dentro il gioco. Dentro la gara. Dentro il punteggio. Tutto è posizione. Tutto è appartenenza. Capire rallenta. Indignarsi accelera. Quindi non capiamo. Riduciamo. Se non capisco, attacco. Se è complesso, lo semplifico. Se disturba, lo elimino. Sono malato. Noi o loro. Il conflitto diventa diagnosi. Lo spettacolo continua. Ripete. Ricicla. Assorbe tutto. Anche la ribellione. Anche la critica. Anche il rifiuto. Tutto torna dentro. E noi? Noi funzioniamo. Vogliamo poco. Veloce. Chiaro. Una storia. Un nemico. Una morale. Una sola. Non siamo più cittadini. Siamo utenti, bambini. Stimolo. Reazione. Premio. Passiamo da una tragedia all’altra senza accumulare niente. Abbiamo finito lo spazio dentro. Non sentiamo più niente se non una cosa alla volta. Non lo sentiamo sulla pelle. Non ne sentiamo l’odore. Non lo vediamo davvero. Ma basta. Basta per indignarsi. Breve. Intenso. Sostituibile. L’indignazione non ferma. Alimenta. Non blocca. Accelera. Tiene acceso tutto. Il sistema siamo noi. Non possiamo reggere due cose insieme. Non funzionerebbe. La dose deve essere singola. Una cosa. Un’emozione. Un nemico. Una tragedia alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- “Mago Menomale” è lo pseudonimo di un autore e collaboratore di Franco Berardi Bifo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una tragedia alla volta proviene da Comune-info.
May 13, 2026
Comune-info
Camminiamo contro il vostro riarmo energetico
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 9 maggio e domenica 10 maggio hanno avuto luogo a Londa (Firenze) due giorni di Mobilitazione per i crinali dell’Appennino Mugellano e della Montagna Fiorentina liberi dalla loro trasformazione in siti industriali di grandi opere mega eoliche che impattano sulla valle del Mugello e la valle del Casentino. La Marcia del 9 maggio si è svolta da Contea a Londa, Comune del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, dove la Società Hergo Renewables, ENI, ha presentato un Progetto di sei torri eoliche alte duecento metri ai confini del Parco Nazionale di fronte al Monte Falterona, sul corridoio ecologico che connette il Parco Nazionale alla Consuma e al Pratomagno. L’iniziativa è stata organizzata da Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione, Progetto Confluenza, Italia Nostra, Atto primo salute ambiente e cultura, Comitato Crinali Liberi Londa insieme a Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano e diverse associazioni territoriali. La Marcia con le insegne delle associazioni e dei comitati è arrivata fino alla Piazza del Comune di Londa dove si è svolta un’assemblea pubblica. I numerosi interventi hanno evidenziato l’aspetto speculativo della colonizzazione industriale eolica in territori che vivono essenzialmente della bellezza naturale dell’ambiente e del paesaggio e consumano pochissima energia. È stato ricordato come la cosiddetta transizione energetica deve essere ecologica, altrimenti non è transizione, non risolve alcun problema e li aggrava tutti in modo irreversibile. La guerra, intanto, richiede sempre più energia così come i server dell’intelligenza artificiale. Le alternative ci sono, senza consumo di suolo e senza devastare ambiente, paesaggio e biodiversità che, come afferma la Costituzione, vanno invece tutelati e protetti, come il diritto alla pace. Durante la marcia e all’assemblea è emersa la ferma determinazione a difendere i territori e le comunità dal degrado industriale causato dalla deforestazione dei crinali, dalla realizzazione di ampie strade per i mezzi eccezionali di trasporto delle pale sui Sentieri CAI 00 di crinale, memoria e identità storica dei popoli della montagna, dalla cementificazione e consumo di suolo forestale. La transizione energetica, hanno detto i partecipanti, non deve avvenire sulla testa della popolazione, ma deve essere fondata sulla partecipazione dei cittadini alle scelte energetiche adeguate alla specificità del territorio. Aziende agricole, strutture recettive, agriturismi, produttori locali, hanno sostenuto la mobilitazione dei due giorni offrendo accoglienza, ospitalità e visite nei luoghi incontaminati e ricchi di biodiversità che subirebbero un danno non ripristinabili dalle opere industriali. È stato anche rivolto un appello alle amministrazioni locali perché esprimano ferma e decisa contrarietà al Progetto eolico Londa, Comune del Parco e Montagna Fiorentina e a quei Progetti eolici nell’Appennino Mugellano che vanno a compromettere e a distruggere gli ultimi ecosistemi naturali meglio conservati, un bene comune in nessun modo compensabile, per le future generazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Comitato crinali liberi Londa, Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano, Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI (30 MAGGIO / 2 GIUGNO): > Un festival dedicato alla convivialità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminiamo contro il vostro riarmo energetico proviene da Comune-info.
May 13, 2026
Comune-info
Le nuove Terre di Mezzo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di ELLA DON su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Guerra e caos. Così si presenta il capitalismo dopo la sua evoluzione più recente, che ha condotto a una parziale differenziazione rispetto alla prassi neoliberalista consolidatasi negli anni Ottanta e Novanta. Entrambi i termini contribuiscono a definire ciò che viviamo oggi come una condizione di non eccezione (ne parliamo anche qui). Questi due sostantivi ci richiamano automaticamente alla memoria l’Olimpo della demenza criminale in cui si sta trasformando la Casa Bianca. Ma il trumpismo — prima o poi, per una ragione o per un’altra — giungerà alla sua fine; la guerra e il caos no, almeno finché non ci sarà un nuovo cambiamento nella lunga e travagliata vita del capitalismo. Gli interessi e gli investimenti — finanziari e politici — dietro questa evoluzione sono incommensurabili, e non prevedono passi indietro. In gioco è una visione del mondo in cui ciò che conta di più è il controllo strategico sulle risorse energetiche e naturali. La funzione svolta da Israele, con tutte le conseguenze che comporta, rientra anch’essa in questa logica. Due aziende stanno diventando sempre più centrali nello scenario globale così delineato. Grazie alla fama — che definirla sinistra è un eufemismo — del suo fondatore Peter Thiel, Palantir è da qualche anno in prima pagina su giornali e riviste di tutto il mondo. Il sistema Palantir è, in realtà, molto più della sola Palantir. In questo sistema occupa una posizione di rilievo un’azienda che, come la precedente, ha un nome tratto dal Signore degli Anelli, Anduril. Il legame tra le due è strettissimo: l’una non può sopravvivere senza l’altra. Non essendo giornalisti e non avendo quindi accesso a fonti o archivi specializzati, abbiamo basato la ricerca iniziale su questo mondo su DeepSeek, il chatbot cinese. La fiducia che vi si ripone ha a che fare con un elemento incoraggiante. Ogni informazione presentata viene corredata da uno, ma spesso più, link ad articoli che la supportano. Nella maggior parte dei casi, sono stati pubblicati sulla stampa nordamericana, la cui lettura ha confermato le informazioni fornite dal chatbot. Come sempre accade, i link portano ad altri link, il che ha permesso di ricostruire — molto parzialmente, certo — una realtà estremamente complessa. Anduril nasce per iniziativa di un gruppo di ex collaboratori di Thiel — Brian Schimpf, Trae Stephens e Matt Grimm — nel 2017, nell’ambito di un’iniziativa del tutto concertata con Palantir. Il fondatore iniziale fu in realtà Palmer Luckey. Dopo la vendita a Facebook della sua precedente azienda, per due miliardi di dollari nel 2014, ha dato vita — insieme ai tre ex Palantir e grazie al finanziamento di Thiel e altri speculatori finanziari di venture capital — ad Anduril. Non fu la sola startup che Palantir finanziò. La strategia di business insider dell’azienda di Thiel portò alla creazione di altre, tutte ben collocate nell’orbita di Palantir. Questa strategia è diventata famosa nei media statunitensi, e non solo, con un nome che non lascia dubbi: la Mafia di Palantir. Peter Thiel, in sintesi, ha creato — e sta ancora perfezionando — una macchina da guerra planetaria senza precedenti storici. Gli immensi mezzi finanziari di cui questa macchina della morte dispone rendono la galassia Palantir/Anduril l’attore principale nello scenario bellico che abbiamo di fronte oggi. Inutile dire che il più grande finanziatore e utilizzatore di queste iniziative di “tanatopolitica” è il governo degli Stati Uniti. Ma non è il solo, come vedremo. Anduril e Palantir stanno svolgendo un ruolo affatto centrale nel “regime di guerra” globale. Non si tratta solo di due aziende che godono di una posizione privilegiata per ottenere contratti ricchissimi. Peter Thiel, Palmer Luckey e alcuni dei loro collaboratori teorizzano, suggeriscono interventi, influenzano le scelte politiche ai livelli più alti. Il primo — oltre ad essere altre cose — è considerato il creatore del Vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, e l’ispiratore dell’orribile e ridicolo Pete Hegseth. Il secondo, che si è definito “sionista radicale“, ha visitato Israele segretamente e ha incontrato il Primo Ministro Netanyahu. Del resto, anche il CEO di Palantir — Alex Karp — non ha mai nascosto di essere un fermo sostenitore di Israele, considerando la difesa dello stato terrorista un imperativo morale ed esistenziale. I grandi capitali stanno scommettendo su quello che è probabilmente il più grande affare a livello planetario, tenendo conto di tutti gli elementi che lo circondano: la trasformazione della guerra tradizionale in guerra tecnologica condotta da mezzi autonomi. Ancora una volta, è Israele il principale campo di sperimentazione, ed è lì, infatti, dove Kinetica Venture Capital e 8VC di Alex Moore stanno effettuando enormi investimenti in questa direzione. “Operavamo con il modello della Seconda Guerra Mondiale, di carri armati e aerei… e ora è un nuovo paradigma; stiamo ripensando tutto”, ha detto Moore in occasione della sua prima visita in Israele, come riporta un articolo del Jerusalem Post. Il nuovo paradigma non riguarda solo l’applicazione delle tecnologie in sé. Riguarda la funzione della guerra, della molteplicità di guerre simultanee nella definizione di un nuovo scenario globale. La guerra permanente sta riorganizzando il “sistema-mondo”, la funzione delle istituzioni e delle loro relazioni. Nel frattempo, Palantir/Anduril stanno cambiando il senso stesso della guerra. Il gioco di squadra tra le due aziende ha definito la divisione dei compiti strategici che si sostanzia nel motto “from Edge to Cloud“, dal campo di battaglia al “cervello” centrale. La piattaforma di IA Lattice costituisce il punto di forza maggiore di Anduril. Consta di un sistema di occhi, orecchie e braccia: raccoglie dati sul campo, attraverso sensori, droni e altri equipaggiamenti. Questi dati vengono trasferiti a Palantir, che li elabora, definisce obiettivi e strategie da adottare a diversi livelli di scala. Detto in modo più chiaro: “La Lattice di Anduril gestisce i dati tattici in tempo reale, mentre l’Artificial Intelligence Platform (AIP) e il Maven Smart System [entrambi di Palantir] gestiscono la modellazione dei dati su larga scala e il comando a livello di teatro delle operazioni”, come riportato in un articolo di Investing.com. Un esempio di questa partnership — sempre a favore di Israele e del Mossad — è l’azione che ha portato alla morte di quadri di Hezbollah negli ultimi mesi del 2024, tramite esplosivi collocati nei walkie-talkie da loro utilizzati. I dati per realizzare l’azione sono stati raccolti ed elaborati dalle due aziende nordamericane e successivamente tradotti in kill-chain dal Mossad e dall’IDF. Quell’attacco rappresenta uno degli esempi più nitidi del processo di gamification (ludicizzazione) della guerra, dove le sovrapposizioni tra realtà “analogica” e realtà virtuale — producendo una realtà mista — sono costanti. Così come è già avvenuto per alcuni modelli operativi in ambito lavorativo — il caso di Amazon —, le operazioni sono gestite e attuate da operatori in centri di comando, dove interagiscono con interfacce digitali, realtà mista e intelligenza artificiale. Shyam Sankar — direttore della Tecnologia di Palantir — lo ha reso molto chiaro, dicendo che “l’arma più importante e malleabile non sono i missili, ma il software”. Il sistema di Palantir compila i dati provenienti dal mondo reale e li trasforma in un tabellone di gioco, dove sono rappresentati i punti di interesse. Il computer definisce il “campo di gioco” e le azioni da compiere. In quel momento, è Anduril che entra in gioco, eseguendo, attraverso la piattaforma Lattice, i comandi per attivare droni e altri sistemi autonomi di intervento. Tutto avviene su uno schermo che, dopo l'”intervento”, torna ad essere “pulito”. Questo processo fa sì che la cosiddetta kill chain sia molto breve, come in un videogioco. Purtroppo, Gaza, il Libano e l’Iran stanno dimostrando che si tratta di qualcosa di ben lontano dall’essere un gioco. Per concludere questa descrizione del modello Palantir/Anduril, potrebbe essere utile presentare un brano estratto dal sito di Anduril, chiarificatore del modo in cui la macchina nel suo complesso funziona: “Forniremo un meccanismo rapido e pronto per operazionalizzare queste nuove capacità di IA direttamente attraverso programmi di produzione della difesa già presenti sul campo. Il Maven Smart System, basato sulla Piattaforma Palantir, offre una piattaforma aziendale di comando missione che integra dati operativi su larga scala e utilizza capacità basate sull’IA per migliorare e accelerare il processo decisionale umano in missioni congiunte, quali intelligence e fuochi. Allo stesso modo, la piattaforma software Lattice di Anduril offre una piattaforma di autonomia di missione in prossimità (edge) che si integra direttamente con sistemi robotici e utilizza capacità basate sull’IA per automatizzare e orchestrare la conduzione di missioni congiunte, quali difesa aerea e ricognizione. Anduril e Palantir stanno unendo questi sistemi complementari, fornendo una capacità operativa continua dal campo all’azienda, che funge da piattaforma di distribuzione per nuove applicazioni di IA che chiunque può costruire. Questa piattaforma è già implementata e in uso da parte di Anduril e Palantir per i propri scopi aziendali e nei contratti governativi, il che consente a questo lavoro di iniziare immediatamente”. La visione completa di questa macchina e delle sue funzioni va ben oltre l’ambito strettamente bellico. La lettura globale — perfettamente in linea con la filosofia di Thiel — della funzione degli Stati Uniti e dei loro uomini “migliori” è contenuta nel libro di Shyam Sankar Mobilize, e ben sintetizzata da Annie Jacobsen in una presentazione elogiativa del lavoro di Sankar. Si legge sul sito del libro: “Ciò di cui l’America ha bisogno sono visionari, ribelli e persino eretici per superare l’inerzia burocratica che ha sempre impedito i cambiamenti tettonici. Per troppo tempo, il Pentagono si è inginocchiato all’altare dei processi. Capacitando individui eccezionali e sfruttando il potere del capitalismo e della concorrenza, possiamo liberare il talento e la forza necessari per resuscitare la base industriale, evitare la Terza Guerra Mondiale — e aiutare il nostro paese a costruire, e a vincere”. Gli interessi di Palantir e Anduril, tuttavia, non si limitano ai due paesi più (dichiaratamente) bellicosi dei tempi spaventosi che stiamo vivendo. L’Europa sta diventando un campo di conquista di questi due giganti made in USA, e i risultati sono già ben visibili. Tre paesi — Regno Unito, Germania e Polonia — hanno adottato ai massimi livelli il sistema da esse promosso, investendo quote di capitali molto elevate. A causa della sua posizione geografica, che la rende un paese di confine, la Polonia è senza dubbio, tra i tre paesi nominati, quello che sta tessendo i legami più complessi con Palantir e Anduril, nell’ambito della produzione bellica. Gli ordini attribuiti alle due aziende — che ammontano a miliardi di dollari — prevedono l’acquisizione del sistema di IA e cybersicurezza di Palantir, nonché la cooperazione con Anduril per quanto riguarda il sistema di missili autonomi. Il Regno Unito, dal canto suo, è diventato il quartier generale di Palantir in Europa. L’investimento di 1,5 miliardi di sterline servirà affinché Palantir sviluppi capacità alimentate dall’IA — già testate in Ucraina — per accelerare il processo decisionale, la pianificazione militare e la definizione degli obiettivi. In Germania, i negoziati hanno coinvolto principalmente Anduril, attraverso la partnership stabilita con il gigante tedesco della produzione industriale bellica Rheinmetall. L’accordo prevede lo sviluppo e la produzione congiunta di sistemi autonomi definiti dal software per le forze armate europee. Ciò significa che la partnership tra Anduril e Rheinmetall punta a un mercato che va oltre i confini tedeschi, poiché è “adattata alle esigenze individuali dei mercati europei e intende riflettere la filosofia ‘costruito con, e non per'”. Il resto del mondo non è escluso dagli interessi delle due aziende. Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Emirati Arabi Uniti sono solo i paesi dove le partnership con governi e/o aziende locali sono più significative. Inutile dire che la Cina e la Russia hanno piani equivalenti a quelli delle due aziende made in USA. Le differenze sono formali (il ruolo dello Stato, in primo luogo), ma anche sostanziali. Le due superpotenze hanno agito in modo da produrre ecosistemi statali molto complessi e articolati, fondati sugli immensi fondi finanziari di cui dispongono e sulla struttura dei loro eserciti. In sintesi, sembra che Thiel e gli altri anarco-capitalisti si posizionino in una nuova versione di ciò che Tolkien descrisse negli anni Cinquanta. Il Sauron che essi rappresentano incarna il desiderio di un potere assoluto e paranoico, da raggiungere con tutti i mezzi. L’Anticristo, evocato da Thiel come nemico totale, assume i tratti di una Idra dalle molte teste, il cui obiettivo è opporsi al processo di sviluppo che gli uomini “migliori” stanno imponendo alla Terra di Mezzo. Ciò che egli definisce Anticristo non è altro che la moltitudine di soggetti che, quotidianamente, lottano per una “vita giusta”, perché, come sempre, dove c’è potere, c’è resistenza. (Continua). -------------------------------------------------------------------------------- Articolo pubblicato originariamente su Esquerda.net -------------------------------------------------------------------------------- Rodrigo Magalhães è libraio a Lisbona. Ha pubblicato Cinerama Peruana (2013, Quetzal) e Os Corpos (2017, Quetzal). Collabora occasionalmente con riviste online portoghesi e italiane. Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le nuove Terre di Mezzo proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info
Capitale e crimine organizzato contro i popoli
-------------------------------------------------------------------------------- Copertina (dettaglio) di Tracce indelebili, libro edito dall’associazione Osservatorio Diritti Umani, disegnata da Gianluca Costantini. Il libro raccoglie storie di donne e uomini che con le loro lotte hanno contribuito a cambiare il mondo. La prima storia è dedicata a Berta Cáceres, uccisa dieci anni fa in Honduras per la lotta a favore del suo popolo e dell’ambiente e diventata subito un punto di riferimento di resistenza in tutto il mondo -------------------------------------------------------------------------------- Molto raramente il potere si mostra nudo, rivelando le sue secrezioni pestilenziali, quelle che si sforza di celare con il sostegno servile dei media mainstream e delle istituzioni statali. Quando ciò accade, abbiamo l’opportunità di comprendere le forme di oppressione e violenza che ci perseguitano. In breve, possiamo far luce sulle pratiche più ripugnanti, quelle che non verranno mai rese pubbliche. Lo scandalo Hondurasgate (legato a una rete finanziata per creare piattaforme mediatiche negli Usa per influenzare l’opinione pubblica contro i governi di sinistra in America Latina e che coinvolgerebbe anche Israele, ndr) ci permette proprio questo: di comprendere i meccanismi interni del sistema e di confermare i nostri sospetti più oscuri, quelli che spesso non possiamo esprimere per mancanza di informazioni sufficienti. Tra questi, la stretta collaborazione tra capitale e criminalità organizzata, un’alleanza operativa benedetta da stati e imperi. Sono state diffuse trentasette registrazioni audio, datate tra gennaio e aprile 2026, in cui una voce identificata come quella dell’ex presidente Juan Orlando Hernández afferma che la sua grazia è stata ottenuta grazie alla mediazione del governo israeliano. Da tempo, sulla base di quanto accaduto in Colombia nel contesto della repressione della sinistra e della guerriglia, si osserva una stretta collaborazione tra grandi aziende, forze armate, gruppi paramilitari e criminalità organizzata. Nel luglio 2025, il sistema giudiziario colombiano ha emesso una sentenza storica, condannando sette ex dirigenti della multinazionale Chiquita Brands International per aver finanziato gruppi paramilitari nella regione di Urabá tra il 1997 e il 2004. L’azienda ha versato alle Forze Unite di Autodifesa della Colombia (AUC), un gruppo paramilitare responsabile dell’assassinio di contadini e attivisti comunitari, oltre 1,7 milioni di dollari. Più recentemente, due alti funzionari della società Desarrollos Energéticos SA (DESA) sono stati condannati rispettivamente a 22 e 30 anni di carcere come coautori dell’omicidio dell’attivista ambientalista Berta Cáceres in Honduras. Cáceres è stata uccisa per la sua opposizione al progetto idroelettrico di Agua Zarca sul fiume Gualcarque. Esistono inoltre una serie di indagini sul rapporto tra Stato e capitale con la criminalità organizzata, e in particolare con il narcotraffico, che mettono in luce in modo eloquente questi legami. Dawn Paley ha pubblicato “Drug Capitalism: A War Against the People” nel 2020, in cui analizza come la guerra messicana alla droga sia in realtà una guerra contro i movimenti di base. In breve, esiste un’ampia mole di materiale empirico e analitico sull’argomento. Ciò che l’Hondurasgate rivela è che gli stessi responsabili vengono smascherati. La grazia concessa all’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per traffico di droga, dopo che è stato dimostrato il suo coinvolgimento nel trasporto di circa 400 tonnellate di cocaina in alleanza con cartelli come il cartello di Sinaloa, persegue diversi obiettivi. Da un lato, mira a indebolire i movimenti progressisti nella regione, compresi quelli in Honduras, Messico e Brasile, attualmente al potere. L’altro obiettivo è quello di trasformare l’Honduras in un’enclave strategica per le interferenze regionali del Pentagono. Oltre alla base aerea di Palmero, gli Stati Uniti intendono costruire un’altra base e ampliare le Zone Economiche Speciali di Sviluppo (ZES) per bloccare l’influenza cinese nella regione. Washington è già riuscita a limitare la presenza cinese nel Canale di Panama e ora si prepara a stabilire una base militare nel porto di Callao, in Perù, per contrastare il porto di Chancay, costruito dai cinesi. Per questo, l’impero prevede di spendere fino a 1,5 miliardi di dollari. Ma la questione centrale, dal mio punto di vista, è come le registrazioni audio rivelino la proposta di condurre “cacce” contro l’opposizione o la richiesta di sangue (“serve sangue”, dice Hernández, “per tenere la gente sotto controllo”). L’ex presidente cita Trump e Javier Milei, così come Pablo Escobar, per sostenere la necessità di controllare il popolo honduregno attraverso la violenza. Infine, questa rete violenta e repressiva gode del sostegno delle chiese evangeliche, come accade in tutta la regione. “Sono le chiese che faranno in modo che il passato venga dimenticato. E che la gente pensi che sia stata la sinistra a farlo”, dice Hernández nel contesto della continua battaglia culturale. L’obiettivo degli Stati Uniti è il controllo militare delle risorse strategiche per riposizionarsi nella regione, contenere la Cina e invertire il suo declino egemonico. Capisco che molti possano dire che lo sapevamo già. La lunga esperienza di Colombia, Messico e delle favelas brasiliane testimonia questa alleanza tra capitale, Stato e criminalità organizzata, orchestrata contro il popolo e la sinistra. La differenza, a mio avviso, sta nel fatto che con l’Hondurasgate c’è un esplicito riconoscimento di questa alleanza e che l’obiettivo non è altro che distruggere i movimenti popolari. E, se necessario, distruggere il popolo stesso, con il sostegno di Israele. Per questo motivo, non dobbiamo separare lo Stato dal narcotraffico e dagli interessi economici. Sono tutti elementi del capitalismo. Questo è il capitalismo che esiste realmente, quello che causa genocidio e morte, il sistema che aspira a cancellare interi popoli e territori. Dobbiamo ricordarlo quando parliamo di cittadinanza e diritti umani, quando insistiamo nel pretendere giustizia da uno Stato che non la garantirà mai perché, come dimostra il caso dell’Honduras, lavora per il grande capitale insieme alla criminalità organizzata. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Desinformemonos.org -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Lo Stato e la guerra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capitale e crimine organizzato contro i popoli proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info
Pensiamo sempre di esserci abituati al dolore
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Emad El Byed -------------------------------------------------------------------------------- Pensiamo sempre di esserci abituati al dolore e di essere preparati per la prossima perdita. Pensiamo che non sentiremo dolore nel momento della perdita di un’altra persona palestinese, un altro uomo, un altro bambino, un’altra donna. Ma ogni volta che lo viviamo, torniamo a sentire tutto il dolore. Il dolore per le persone che sono già state uccise, per i nuovi martiri, e per quelli che verranno. Non è facile vivere tutto questo dolore ogni giorno, ogni momento, ogni secondo, e non è facile vivere nella paura del momento in cui perderemo una delle persone amate. In momenti come questo sentiamo che tutto quello che pensavamo di aver fatto per rafforzare le nostre anime e prepararle per la prossima perdita diventa niente. Le persone leggeranno le notizie, le guarderanno, le vedranno sui social media. Leggeranno, ad esempio, che un bambino di 13 anni, nel villaggio di al-Mughayer (Cisgiordania), è stato ucciso da un colono che vive in Cisgiordania. Un uomo di 32 anni è stato assassinato, sempre ad al-Mughayer, a sangue freddo, dallo stesso colono che ha ucciso il bambino. Un altro bambino, di 16 anni, è stato ucciso a Hebron, e una donna ha perso la vita dopo tre anni passati a lottare per sopravvivere a causa di una pallottola sparatale da un cecchino a Jenin. Pensano che sia solo un numero: quattro palestinesi sono stati uccisi oggi, tutto qui. Spengono la televisione, spengono i telefoni, i laptop, i computer, e continuano la loro vita. Non sanno che Awsam Nassen era la speranza di sua madre, moglie di Hamden Nassen, a sua volta ucciso da un colono ad al-Mughayer nel 2019; era la speranza di sua madre di poterlo crescere, in assenza del padre, e farlo diventare un uomo, per riempire il vuoto che il padre aveva lasciato. Non sanno che Jihad aspettava da dieci anni di avere un bambino, per portare avanti la speranza di creare una nuova generazione di combattenti che possa continuare sul cammino della liberazione. È stato ucciso un mese prima che sua moglie desse alla luce il bambino. Non sanno che Muhammad al-Jabari, ad Hebron [al-Khalil] aveva studiato tutta la notte per il suo esame, perché voleva diventare qualcosa, voleva essere una persona che potesse forse liberare la Palestina. Ma mentre era in bici per andare a scuola, il criminale Ben Gvir è passato, l’ha visto, e ha deciso che questo qualcosa non doveva vivere più, ha deciso che quello che si meritava era questo, l’ha investito con la sua macchina, ha distrutto il suo corpicino, senza pietà. Non sanno che Raja’, la donna di Jenin, aveva lottato tutta la vita per costruire un futuro migliore per i suoi bambini, ed era pronta a sacrificare la vita per questo futuro sognato. Un criminale ha deciso che questa donna doveva essere fatta sparire da questo pianeta; Raja’ non potrà crescere i suoi bambini. Ha lottato per tre anni, è stata molto forte ed è riuscita a sopravvivere per tre anni con un proiettile in corpo, ma alla fine ha perso la vita. -------------------------------------------------------------------------------- Manal Tamimi del Coordinamento comitati popolari e della campagna di solidarietà internazionale Faz3a (protezione della popolazione civile palestinese), in un incontro a Roma promosso da Assopace Palestina -------------------------------------------------------------------------------- Chi ha il diritto di decidere se dobbiamo vivere o no? Chi ha il diritto di prendersi le vite dei nostri bambini? Non siamo numeri. Non siamo storie. Non siamo foto. Non siamo post o reels o storie sui social media. Siamo umani. Abbiamo sogni; abbiamo speranze; abbiamo amore; sappiamo amare; possiamo dare amore. Ci meritiamo di vivere tanto quanto ogni altra persona al mondo. I nostri bambini e le nostre bambine meritano di vivere quanto ogni altro bambino sulla Terra. Non lasciateci soli, continuate a parlare di Palestina. Parlate dei nostri bambini, delle donne, degli uomini e degli anziani che lottano ogni giorno. Parlate dei coloni, criminali, nazisti. Continuate a parlare delle umiliazioni che i Palestinesi subiscono. -------------------------------------------------------------------------------- Lettera recente di Manal Tamimi, diffusa da Assopace Palestina -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pensiamo sempre di esserci abituati al dolore proviene da Comune-info.
May 11, 2026
Comune-info
L’importanza di essere stati a Santa Marta
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Niek Verlaan da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Mentre gli occhi di tutti il mondo sono abbagliati dai vascelli in fiamme e dalle azioni piratesche dello Stretto di Hormutz, sempre più segno della decadenza e dell’insicurezza dell’economia del petrolio, in un altro mare dove i pirati scorrazzavano in altri tempi, si è tenuta – nell’indifferenza non lungimirante dell’attenzione internazionale – una conferenza la cui importanza sarà colta solo fra qualche anno. A Santa Marta, città colombiana affacciata sui Caraibi dal 25 al 28 maggio si è tenuta la prima conferenza internazionale sull’uscita dai combustibili fossili. Ne diamo una prima valutazione, rispettivamente dall’Italia come spettatore e da oltreoceano come partecipante. La conferenza presieduta da Colombia e Paesi Bassi ha radunato 57 Paesi, con esperti, diverse organizzazioni e realtà della società civile che si sono incontrati per discutere concretamente e ponderatamente di come uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili per un approvvigionamento energetico a livello mondiale compatibile con l’emergenza climatica. Mai momento è sembrato più propizio: i conflitti in Medio Oriente, l’aumento globale del prezzo dell’energia, i ricatti legati a gas e petrolio, evidenziano come il futuro del Pianeta passi per l’abbandono dei fossili. Diversi paesi partecipanti, tra cui l’ospitante Colombia, la Spagna ma anche Regno Unito e Olanda hanno ribadito come l’economia del petrolio, del gas e del carbone non sia più in grado di dare stabilità al progresso, al benessere e alla sicurezza delle civiltà che si basano sulla loro estrazione e consumo. In questo senso la conferenza di Santa Marta ha rappresentato un primo passo di risveglio, da più parti auspicato ma mai realmente intrapreso a livello delle istituzioni mondiali. La conferenza ha visto alternarsi diversi momenti finalizzati a rendere protagoniste le diverse categorie di attori coinvolte nel processo che si va delineando. Il primo giorno si sono tenuti gli incontri interministeriali, per poi procedere il giorno 25 aprile con il capitolo accademico che ha coinvolto più di 400 esperti di tutto il mondo e che ha dato vita al lancio di un nuovo gruppo di accademici e scienziati che si prefigge di fornire un supporto esperto alle nazioni che desiderano creare piani concreti di transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili. Domenica 26 aprile è stata invece la giornata del People Pre-Summit organizzato dalle reti Climate Action Network e Fossil Fuel Treaty e dell’assemblea globale delle rappresentanze sindacali, che si sono svolte all’Università della Magdalena e hanno visto il vibrante alternarsi di laboratori, incontri tematici, talleurs insieme a stand e banchetti che hanno dimostrato quanto ricco e vivo è l’ecosistema dell’attivismo climatico, ambientale e di genere in Sud America. Sia il Capitolo Accademico, che il People Pre-Summit e l’assemblea delle rappresentanze sindacali hanno prodotto documenti, rispettivamente la People’s Declaration e il documento di posizionamento politico sindacale “Transitione giusta e democrazia energetica”. Entrambi costituiscono una road map partecipata di uscita dal fossile con soluzioni e proposte dalle organizzazioni. Questi documenti sono stati poi recepiti nell’ultima parte della conferenza di Santa Marta, il cosiddetto segmento di Alto livello, dove tutti i ministri dei paesi aderenti si sono riuniti e hanno dato avvio al loro percorso di pianificazioni di uscita dal fossile. Per l’Italia era presente il delegato speciale per il clima, Francesco Corvaro, che nel suo intervento ha ribadito la necessità di diversi e nuovi spazi dove ravvivare il multilateralismo, con altresì la necessità di coinvolgere in questi spazi anche i big player della scena globale. I giorni della conferenza di Santa Marta hanno saputo trasmettere grande energia ed entusiasmo sia nei movimenti che nei rappresentanti governativi più attivamente presenti. Un impeto vero e proprio che sarà fondamentale per far sì che il multilateralismo sopravviva e diventi realmente efficace. “Finalmente una conferenza per il clima che funziona” – hanno commentato con malcelata ironia alcuni osservatori. Sebbene questo processo non sia all’interno della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e non voglia essere dichiaratamente competitivo con lo svolgimento dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), esso sarà di grande beneficio ai processi ufficiali che seguiranno Santa Marta. In una situazione in cui la governance globale è fortemente compromessa, aver trovato un “luogo dall’altra parte del mondo” dove poter immaginare e dimostrare che un futuro senza fossile si può fare e pianificare senza dover pensare a resistenze polarizzanti e inevitabili tensioni geopolitiche nonché influenze lobbistiche produce una boccata di aria fresca rigenerante per tutto il movimento ambientalista. Il prossimo appuntamento sarà nell’Isola di Tuvalu, d’intesa con la repubblica d’Irlanda, in quello che potrebbe essere il processo “staminale” della svolta sulle negoziazioni internazionali per il clima. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su i blog del fattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: Lo speciale dedicato alla conferenza di Santa Marta realizzato da A Sud -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’importanza di essere stati a Santa Marta proviene da Comune-info.
May 8, 2026
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Narges Mohammadi. Un cuore che si rifiuta di tacere
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Costantini (2024) -------------------------------------------------------------------------------- La storia di Narges Mohammadi non è una linea retta. È una storia di ritorni. Ogni volta che il regime ha cercato di cancellarla, lei è tornata. Sempre allo stesso punto: la scelta di non tacere. È con commozione e gratitudine che dovremmo avvicinarci alla sua storia di grandissimo coraggio e di tanto amore. Narges era una studentessa di fisica quantistica. Poteva scegliere una vita protetta, una carriera sicura. Ma come ha scritto lei stessa, studiare l’universo le rendeva impossibile restare indifferente alla tirannia che vedeva intorno a sé: «Come molti altri nelle nostre università, mi sono sentita in dovere di unirmi alla lotta per la libertà». Da allora il potere le ha risposto nell’unico modo che conosce: tredici arresti, cinque condanne, trentuno anni di pena complessiva, 154 frustate. Numeri che il regime accumula come trofei, e che lei porta come testimonianza. Oggi, però, il tempo sta scadendo. Mentre il mondo guarda alle mappe dei conflitti e ai titoli di guerra, Narges sta scomparendo in una cella a Zanjan. Dopo aver perso i sensi due volte in prigione e aver subito una grave crisi cardiaca, è stata trasferita d’urgenza in ospedale e ricoverata in terapia intensiva cardiologica. Il trasferimento è avvenuto «dopo 140 giorni di sistematica negligenza medica» dall’arresto del dicembre 2025. I suoi legali che l’hanno visitata qualche giorno prima la descrivevano pallida, gravemente sottopeso, incapace di camminare senza assistenza. Intorno alla prigione di Zanjan, nel frattempo, cadono bombe: Narges è detenuta in una struttura che si trova pericolosamente vicino a una zona di guerra attiva. C’è qualcosa di radicale nel suo coraggio. È rimasta in Iran quando poteva fuggire. Ha continuato a scrivere e a denunciare — la tortura del confinamento solitario, le violenze sessuali sulle detenute, la pena di morte — anche quando ogni parola le costava un’altra condanna. Ha vinto un Nobel restando in una cella, lasciando che fossero i suoi figli — che non la vedono da quando avevano otto anni — a ritirarlo per lei a Oslo. E dal carcere di Evin ha scritto il discorso che loro hanno letto davanti al mondo: si è definita una tra «i milioni di orgogliose e resilienti donne iraniane che si sono sollevate contro l’oppressione, la repressione, la discriminazione e la tirannia» e ha concluso con la certezza che «la luce della libertà e della giustizia brillerà luminosa sulla terra dell’Iran». Cosa ne è delle donne come lei? In questo periodo di escalation militare, le donne iraniane rischiano di diventare un danno collaterale invisibile. Schiacciate tra le sanzioni, i bombardamenti e un regime che usa la guerra come pretesto per soffocare ogni dissenso, donne come Narges combattono una doppia battaglia: contro chi le bombarda e contro chi le incarcera. La sua situazione, scrivono le organizzazioni che la seguono, non è solo emblematica della condizione dei difensori dei diritti umani in Iran: riflette la realtà più ampia e profondamente allarmante di chi viene detenuto arbitrariamente per mettere a tacere chi osa parlare. Il coraggio non è un gesto eroico isolato. È questa tenacia quotidiana. È continuare a scrivere quando il tuo corpo sta cedendo, continuare a testimoniare quando nessuno sembra ascoltare. Narges lo sa da sempre: «Non smetterò mai di lottare per la democrazia, la libertà e l’uguaglianza in Iran, anche se trascorrerò il resto della mia vita in prigione.» Non lasciamo che il rumore delle esplosioni copra tutto questo. Le bombe portano morte e distruzione, la resistenza e il sacrificio di Narges Mohammadi e di donne come lei ci regalano la speranza che un giorno potrà nascere un nuovo giorno. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Narges Mohammadi. Un cuore che si rifiuta di tacere proviene da Comune-info.
May 6, 2026
Comune-info
La scienza, chi ce l’ha?
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Qualche sera fa torno a casa, insolitamente, quasi all’una di notte. Dopo l’assemblea di quartiere (Santo Spirito di Firenze), iniziata alle nove di sera. Questa volta, c’è una sala piena, è il popolo dei Comitati, ce ne sono ben sedici. C’è il Presidente del Quartiere a cui sono affezionato, c’è anche l’Assessore alla Mobilità, che abita nel nostro rione e ha l’ingrato compito di gestire l’impossibile. I temi sono due – il Vigile di Quartiere e la Ztl: temi piccoli e locali, ma a un certo punto mi rendo conto che hanno implicazioni universali, riguardano l’essenza stessa della società in cui viviamo. Nove anni fa, un funzionario del Comune, Marco Lensi, aveva messo in pratica il “vigile di quartiere“, un esperimento che fu poi stroncato dall’alto. Non vi annoio con i dettagli, ma il Vigile di Quartiere doveva vegliare sulla qualità della vita, girando a piedi un quartiere che conosceva bene, facendosi segnalare tutte le problematiche, aiutando i cittadini che conosceva di persona a risolverle. La funzione della polizia municipale non è quella di garantire la sicurezza, di combattere la delinquenza: sono competenze dello Stato. Ma il Comune di Firenze, incalzato dal panico securitario della Destra, sta cercando sempre di più a usare i vigili come cacciatori di spacciatori. Ho sentito addirittura parlare di vigili cinofili, che non credo che dovrebbero fare le multe ai padroni dei cani che non raccolgono le cacche. Il secondo punto all’ordine del giorno, o della notte, era la ZTL. Con i residenti che segnalavano i mille buchi attraverso cui innumerevoli auto potevano penetrare in ogni momento, togliendo i posti macchina ai residenti, che quindi non potevano permettersi mai di uscire di casa la sera, perché al ritorno avrebbero trovato ogni angolo occupato da automobilisti di fuori venuti per godersi la movida in centro. Certi di non venire mai multati. I cittadini che intervengono sono toscani, e quindi parlano con foga, ironia, aneddoti: sanno raccontare molto bene ciò che vivono realmente. Ed essendo toscani, sono anche provocatori più del necessario, verso l’assessore e il presidente del Quartiere, che subiscono pazientemente tre ore di critiche. Alla fine, l’Assessore risponde. E in sostanza dice, “ascoltiamo voi dei Comitati, ma ascoltiamo anche tanti altri, e decidiamo noi. E quando decidiamo, qualcuno ci mette la firma. E se lo fa, vuol dire che si è informato e sa come stanno le cose, perché se no sa che finirà in galera”. In quel momento, colgo l’essenza della dialettica tra cittadini attivi e istituzioni. I cittadini hanno il diritto di lamentarsi, di sfogarsi, di esprimere la loro vita emotiva. Le Istituzioni hanno dalla loro, invece, la ragione. Hanno gli esperti e la scienza. E quindi vincono sempre contro i cittadini attivi. Metti una fruttivendola in pensione che parla delle buche nella strada sotto casa sua, contro un funzionario che in quella strada non ci è mai passato, ma è laureato in ingegneria. Eppure ci sarebbe una soluzione rivoluzionaria, che mi immaginò tempo fa un amico, ricercatore universitario in Architettura. In breve: l’Università, secondo la cosiddetta Legge Gelmini ha tre “missioni”. Insegnamento, ricerca, e “generare impatto sociale, culturale ed economico, trasformando la conoscenza accademica in benefici concreti per la società”. Ora, immaginiamo che l’Università istituisca un centro di prossimità attiva, a disposizione della cittadinanza, nel nostro quartiere. Per dire… Un cittadino nota una buca nella strada, e chiama il Comune. Il Comune manda la ditta sotto-appaltata con sede a Napoli, che ricopre la buca con catrame (non ho mai capito come facciano le ditte con sede a Napoli a vincere sempre gli appalti, ma dove fanno dormire gli operai nella città dove nemmeno chi ci è nato riesce a pagarsi casa?). Problema risolto, burocrazia sistemata. Poi un mese dopo, sbuca un’altra buca… Invece, immaginiamo un centro di prossimità attiva. La fruttivendola in pensione racconta della buca. Un ricercatore di chimica spiega, scienza alla mano, che la colata di catrame non è la soluzione. E chiama uno studente di ingegneria, che dice che il problema è il carico di mezzi troppo pesanti che passano tutto il giorno su un antico fondo stradale. E lì chiamano il professore di archeologia, che dice che in effetti quella strada ha ottocento anni. E quindi tocca deviare il traffico dei mezzi pesanti, e lo studente di urbanistica ci fa la tesi su dove mandare i camion (toscano singolare: i’ccàmio, plurale, i hàmi). E quando il funzionario del Comune dice, “eh ma non si può”, arriva lo studente di Legge che ci fa la tesi da 110 e lode per dire, “rilàssati,si può!”. Il Centro di Prossimità Attiva non darà sempre ragione alla fruttivendola, spesso avrà torto marcio anche lei. Ma ci sarà la separazione dei poteri: chi ha in mano il governo non avrà anche il monopolio della scienza. Tra cittadini e istituzioni ci sarà un terzo neutrale. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Kelebek Blog -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La scienza, chi ce l’ha? proviene da Comune-info.
May 6, 2026
Comune-info
Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico
-------------------------------------------------------------------------------- Alberto, pescatore, durante una battuta di pesca notturna davanti i frangiflutti installati durante i primi lavori del porto turistico a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Nel 2010, sul litorale romano, esattamente a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, è stata posata la prima pietra per la costruzione di un porto turistico. I lavori sono proseguiti per diversi anni prima di interrompersi. Nel 2022, la concessione per la realizzazione del porto è stata aggiudicata all’asta alla società Fiumicino Waterfront (parte del Gruppo Royal Caribbean), integrando al progetto originale una funzione crocieristica. L’intera area coinvolta si inserisce in un contesto delicato, di valore paesaggistico, storico e sociale. La presenza di un faro, dei bilancioni (strutture in legno per la pesca), e di un porticciolo per piccole barche da pesca, rendono questo luogo particolarmente suggestivo. A fare da cornice il fiume Tevere, la zona residenziale di Passo della Sentinella e una Zona Speciale di Conservazione (ZSC), un tratto di terra caratterizzato da una palude salmastra di valore ambientale e interesse europeo. Queste immagini hanno l’obiettivo di mostrare il contesto nel quale si inserirebbe una grande opera come quella di un porto crocieristico. Un luogo dove si susseguono scene che sembrano riecheggiare nel tempo, scuotendolo; un luogo dove si mescolano persone, ciascuna al contempo straniera e autoctona, il cui stretto legame è la terra stessa. Luogo che ti torce la bocca in una smorfia e poi la lascia aperta per lo stupore, mentre racconta la storia di conflitto tra mare e cemento, che lentamente, corrode  l’eredità sotto i piedi dei vecchi e dei bambini. Siamo davvero convinti che esistano progetti di grandi opere per i quali valga la pena accettare la scomparsa di luoghi con caratteristiche uniche? Luoghi che non avremmo alcuna possibilità di trovare altrove? Siamo davvero pronti a spogliarci di tutto, venendo meno alla nostra responsabilità di preservare la terra e il mare di cui abbiamo goduto, privando le generazioni future della possibilità di fare lo stesso? L’intera area vive in uno stato di sospensione da più di dieci anni. -------------------------------------------------------------------------------- Nome del progetto: Deep Blue (autore, Adriano Marchesi) Instagram: adriano_marchesi_ph Testo e foto per Comune: l’utilizzo di terzi deve essere concordato: adrianomarchesi.photography@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Arrivo di una burrasca, Mar Tirreno 2024 Dune dei dragaggi coprono il mare, 2026 Tratto di costa interessato dal progetto del porto crocieristico, 2024 Un uomo posiziona una rete da pesca alla foce del fiume Tevere, 2026 Cementificio installato fronte mare durante i primi lavori del porto turistico, 2024 Un uomo di fronte al muro che interdice l’accesso al mare, 2025 Struttura da pesca tradizionale, nota come Bilancione, 2026 Gianfranco Miconi, detto “Attila”, dentro la sua casa, uno dei Bilancioni, 2024 Area di cantiere intorno al vecchio faro di Fiumicino, 2026 “Barrucca”, pescatore, nella sala comune del porticciolo, luogo di ritrovo, 2024 Un Bilancione alla foce del fiume Tevere, 2025 Eugenio, attivista, contrario alla costruzione del porto crocieristico, 2025 Nicola trasporta un gommone al di là di una rete, 2025 Frequentatori della zona del porticciolo e dei Bilancioni, 2024 Un cigno nella zona salmastra adiacente alla spiaggia dopo una mareggiata, 2026 Partecipanti a un evento musicale svolto nell’area dei Bilancioni, 2025 Una chiesa nell’area residenziale di Passo della Sentinella, 2026 Abitante di Passo della Sentinella, sullo sfondo il fiume Tevere, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico proviene da Comune-info.
May 4, 2026
Comune-info
Ribellarsi all’estrattivismo immobiliare
LE LOTTE PER IL DIRITTO ALL’ABITARE SONO LEGATE A LINGUAGGI E OBBIETTIVI DELINEATI NEGLI ANNI SESSANTA E SETTANTA. A VOLTE VIENE LASCIATA FUORI, AD ESEMPIO, LA DIFESA DI CHI OGGI VIVE IN AFFITTO E RISCHIA DI ESSERE SFRATTATO. IL MERCATO DELL’AFFITTO E LE SUE TRASFORMAZIONI SONO STATI A LUNGO TRASCURATI. ABBIAMO SEMPRE PIÙ BISOGNO DI ASCOLTARE LE VOCI DI CHI VIVE DIRETTAMENTE LA CRISI ABITATIVA, AFFITTUARI INCLUSI, MA ANCHE DI INDIVIDUARE I NESSI CON LE CAUSE ECONOMICHE, FINANZIARIE E POLITICHE E, SOPRATTUTTO, DI IMPARARE DELLA ESPERIENZE E DALLA PROPOSTE DI CHI RESISTE. L’INTRODUZIONE DEL LIBRO ABITARE IN AFFITTO. LE NUOVE FRONTIERE DELL’ESTRATTIVISMO IMMOBILIARE (ARMANDO ED.) DI CHIARA DAVOLI E STEFANO PORTELLI Tracce della lotta a Milano di Chiediamo Casa e Social Forum Abitare -------------------------------------------------------------------------------- 1. Abitiamo un mondo che si trasforma a ritmo vertiginoso: spazi urbani e società che cambiano fisionomia a vista d’occhio, case che non sentiamo più sicure, un’epoca che ha smesso di garantirci quella stabilità che credevamo acquisita. In Europa siamo cresciuti con l’idea che il mondo fosse sotto controllo, stabile, permanente, e che noi fossimo i suoi cittadini e cittadine legittimi. Ci hanno convinto che le città siano fatte per noi, che possiamo influire sul loro sviluppo, che disponiamo di strumenti per criticare e modificare le decisioni di chi governa. Nel resto del mondo queste certezze sono molto meno solide, se non del tutto assenti: per questo, forse, il tempo presente ci appare così sconvolgente. Oggi quella sicurezza si incrina ovunque. Forme di violenza, precarietà e incertezza, che abbiamo a lungo considerato lontane, si affacciano anche ai nostri orizzonti. Le modalità attraverso cui la speculazione immobiliare e la gentrificazione prendono il controllo delle città – espellendo chi non può permettersi di restare o chi non è considerato il benvenuto – sono certo meno esplicitamente violente della colonizzazione o dei genocidi che colpiscono altre parti del mondo; ma la logica che le muove è la stessa. Genocidi e conflitti armati sono infatti quasi sempre legati al controllo della terra e delle risorse, e implicano la sottrazione, la distruzione, l’espropriazione delle abitazioni. “Uccidere una casa è genocidio”1 ha scritto il poeta palestinese Mahmud Darwish. La casa è un’estensione del nostro corpo, come scrivono Madden e Marcuse2; è un elemento imprescindibile per organizzare materialmente e simbolicamente le nostre vite. Ma è anche un punto di osservazione privilegiato da cui leggere le ingiustizie e le disuguaglianze. La casa è strettamente connessa alla salute, al benessere, ai rapporti sociali, allo status, all’inclusione, alla possibilità di accedere ad altri diritti; non si limita a riflettere le disuguaglianze sociali ma le plasma attivamente, perché influenza le diverse opportunità che hanno i diversi gruppi di popolazione e i rapporti che intrattengono tra loro. Negli ultimi cinque anni abbiamo fatto parte di un’assemblea di autodifesa abitativa a Roma. Questa esperienza ci ha permesso di attraversare l’ingiustizia abitativa con i nostri corpi. Abbiamo conosciuto persone sfrattate senza alcuna possibilità di ritrovare una casa. Abbiamo ascoltato le storie di chi ha subito le conseguenze più dure delle crisi degli ultimi anni. Abbiamo lottato al fianco di persone che temevano di non poter più restare nel quartiere in cui avevano scelto di radicarsi. Abbiamo visto famiglie cambiare Paese. Ci siamo scontrati con la difficoltà di pagare l’affitto, di mantenere una condizione abitativa dignitosa, di vedere crescere i propri figli e le proprie figlie in un ambiente conosciuto. Ci siamo imbattuti in forme intollerabili di violenza istituzionale e in discriminazioni sistematiche di classe e di razza, tanto nel mercato immobiliare quanto nella sfera istituzionale. Abbiamo visto anche tante rinascite: persone che sono riuscite a uscire dalla solitudine scegliendo di organizzarsi, ritrovando la forza e il sorriso. Abbiamo conosciuto tante realtà organizzarsi in diversi quartieri, città e paesi, portando avanti la lotta per il diritto alla casa, contro gli sfratti, la gentrificazione, la turistificazione e la speculazione, per difendere servizi, spazi e comunità. Più dei tanti studi e ricerche che abbiamo portato avanti in questi anni, sono state queste esperienze ad averci ispirato a scrivere questo libro. 2. Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare (Armando Editori, 2025) ha l’obiettivo di spiegare come la finanziarizzazione sia diventata pervasiva in quasi ogni aspetto delle nostre esistenze, e come attori e strumenti della finanza – fondi, asset, rendimenti, cartolarizzazioni – siano ormai entrati nella nostra quotidianità. Soprattutto in un paese in cui queste dinamiche sono ancora opache, abbiamo considerato fondamentale illuminare certi meccanismi complessi, per rendere chiaro e accessibile cosa significhi finanziarizzazione dell’abitare, collegandola allo smantellamento del welfare e ai processi di privatizzazione, cioè al trasferimento progressivo di funzioni e servizi pubblici verso il settore privato. Nel libro proviamo a tenere insieme due livelli di analisi tra loro intrecciati. Il primo è quello micro, che riporta l’attenzione sulle esperienze concrete delle persone; i racconti e le voci di chi vive direttamente la crisi abitativa sono stati il nostro punto di partenza. Il secondo è quello sistemico, che riguarda le cause economiche, finanziarie e politiche della crisi. Abbiamo bisogno di capire perché e come i nostri territori e le nostre case siano diventati una nuova miniera d’oro da cui estrarre profitti. Raccontiamo le trasformazioni in corso anche attraverso i dati, per chiarire le dinamiche speculative che stanno sottraendo immobili al mercato residenziale tradizionale, e contribuendo all’aumento dei prezzi, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Infine, avanziamo proposte e soluzioni guardando anche all’esempio di altri paesi. Consapevoli della complessità del problema e del fatto che la crisi abitativa non si risolve con un unico strumento, proponiamo una molteplicità di strade che si intersecano tra loro. 3. Negli ultimi decenni qualcosa è cambiato, in modo silenzioso ma profondo. Grandi investitori – fondi pensione, assicurazioni, società di gestione del risparmio – hanno iniziato ad accaparrarsi pezzi di città e di territorio. Come avvoltoi in attesa del momento propizio, si sono gettati sulle nostre case e sulle aree pubbliche, considerandole una fonte di rendimento stabile. Una parte rilevante di questo capitale proviene indirettamente dal risparmio diffuso3: i contributi versati nei fondi pensione complementari, i premi delle assicurazioni private, gli strumenti di gestione del risparmio in cui confluiscono i depositi di milioni di persone. Risorse nate per garantire sicurezza e stabilità nel lungo periodo vengono così convogliate nei circuiti della finanza immobiliare, contribuendo ad alimentare processi che trasformano profondamente le città. Fondi e investitori istituzionali non si limitano ad acquistare immobili esistenti, ma finanziano e orientano la produzione stessa dello spazio urbano. Forti dei loro immensi capitali, promuovono la riqualificazione di aree pubbliche e la costruzione di nuove tipologie residenziali – come studentati privati, coliving, build-to-rent. social housing – presentandosi alle amministrazioni locali come i risolutori del problema abitativo e i rigeneratori di una città data per abbandonata. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza un contesto politico che lo ha reso possibile, e spesso lo ha incoraggiato. In Italia come in gran parte d’Europa, le politiche neoliberiste hanno progressivamente svuotato il potere economico e decisionale delle amministrazioni locali: hanno tagliato gli investimenti statali, hanno indebolito la gestione dell’edilizia pubblica e subordinato la pianificazione urbana agli interessi degli investitori privati. Così le amministrazioni locali sono diventate facilitatori di investimenti: semplificano le procedure, ammorbidiscono le regole urbanistiche, riducono i rischi per chi porta capitali, o li scaricano sul pubblico. A volte – come nel caso della nostra città, Roma – si occupano attivamente di attrarre i grandi capitali privati, presentando la città alle grandi fiere degli investitori immobiliari. Si propongono grandi strutture, social housing, progetti ibridi che uniscono un mix funzionale tra ricettivo e residenziale, facendole passare come soluzioni innovative alla carenza di alloggi, o come strumenti di riqualificazione di territori degradati. Queste false soluzioni nascondono una nuova forma di estrazione di valore dai territori e da chi li abita. Le conseguenze non sono astratte. Mentre i grandi investitori, i fondi immobiliari e le società di gestione del risparmio accumulano potere e capacità di influenzare le decisioni politiche – fino a riscriverne le regole – i costi dell’abitare continuano a salire, mentre i redditi rimangono praticamente stagnanti. Il risultato è un divario che si allarga ogni anno, che pesa sulla qualità della vita e rende sempre più difficile costruire percorsi di autonomia: soprattutto per chi è giovane, per le persone più fragili e precarie, per chi non ha le risorse per stare al passo. la guerra invisibile dei potenti contro la popolazione, per usare l’espressione di Marco D’Eramo4, si articola oggi anche sul piano dell’accesso alla casa: è una continuazione della lotta di classe, ma che invece di svolgersi sul terreno della produzione industriale, si articola su quello della necessità vitale di abitare e di radicarsi su un territorio. Le grandi organizzazioni della proprietà sono riuscite a fare breccia nell’opinione pubblica, presentandosi come rappresentanti dell’interesse della maggioranza della popolazione. Nel libro spieghiamo come il mito dell’Italia come “paese di proprietari” si basi su una lettura falsata dei dati sulla distribuzione della proprietà immobiliare: anche se in Italia, infatti, un 70% di persone è proprietaria di almeno una quota di un immobile, questo non vuol dire che i loro interessi coincidano con quelle dei grandi investitori o degli speculatori immobiliari. Basti pensare che chi possiede la casa in cui abita non ha necessariamente interesse a vedere aumentare il suo valore: se questo permette un ricavo maggiore alla sua vendita, ci sarà bisogno di risorse altrettanto maggiori per comprare un altro alloggio in cui vivere. Chi invece possiede molte case, e trae la maggior parte dei suoi introiti da esse, ha tutto l’interesse alla crescita continua dei valori immobiliari. Ma questa è solo una frazione molto piccola della “classe dei proprietari”. 4. Una coscienza collettiva su questi temi ancora fatica a svilupparsi. L’Italia ha una lunga tradizione di lotte per la casa, collettivi territoriali, sindacati, associazioni e gruppi politici a volte con storie che risalgono a molti decenni fa. Le lotte per la casa, tuttavia, risentono ancora del linguaggio e degli obbiettivi delineati negli anni Sessanta e Settanta: principalmente l’aumento della disponibilità di case popolari, e la difesa degli immobili occupati come tramite per ottenerne l’assegnazione. Questi obiettivi sono fondamentali, e non possono essere trascurati, ma ad essi bisogna aggiungere una difesa attiva di chi oggi vive in affitto e rischia di essere sfrattato. Assistiamo sempre più a sfratti invisibili, che non vengono convalidati da un giudice, ma che riguardano chi è costretto ad abbandonare la propria casa perché il contratto di locazione non viene rinnovato e non sa più dove andare a vivere, poiché i prezzi diventano insostenibili anche nei quartieri che un tempo erano considerati popolari. Per lungo tempo, il ruolo dell’affitto nel sistema abitativo è stato sottovalutato, e non pienamente riconosciuto come una componente strutturale destinata ad assumere crescente rilevanza in contesti di crisi. L’abitare in locazione è stato spesso interpretato – anche all’interno dei movimenti per il diritto alla casa – come una condizione transitoria o residuale, tipica delle fasce sociali marginali. Questa impostazione ha contribuito a una limitata attenzione, sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello della mobilitazione sociale, nei confronti del mercato dell’affitto e delle sue trasformazioni. Solo in anni più recenti, e in particolare nel contesto della pandemia da COVID-19, è emersa con maggiore evidenza la vulnerabilità di una quota significativa della popolazione in affitto, evidenziando criticità strutturali già presenti ma a lungo trascurate. Nel libro cerchiamo di rivolgere sempre il nostro sguardo a contesti non italiani per capire come migliorare l’azione politica da noi. Il rilancio della lotta per la casa in Spagna dopo la crisi del 2008, ad esempio, è passato per la difesa delle persone che subivano pignoramenti per non poter pagare i mutui – una popolazione tradizionalmente molto diversa da quella che era stata protagonista delle lotte dei decenni precedenti. Anche in Italia è necessario creare alleanze e nuove forme di lotta che includano fasce di popolazione tradizionalmente estranee agli ambienti tradizionali da cui scaturiva la lotta per la casa. Del resto, è stato proprio collegandosi alle rivendicazioni dei migranti alloggiati precariamente nelle baraccopoli che la sinistra (parlamentare e extraparlamentare) negli anni Sessanta riuscì a costruire una mobilitazione che ha modificato l’intera struttura della legislazione sugli alloggi. Crediamo che oggi sia necessario un lavoro simile con le migliaia di persone che non riescono più a pagare l’affitto – moltissime di loro migranti, altre no. 5. Per concludere, crediamo che questo libro possa contribuire alla crescita di una consapevolezza collettiva su come affrontare la situazione dell’abitare oggi. Da un paio d’anni, questo tema ha iniziato ad acquisire centralità anche nella stampa mainstream. In tutta Italia si stanno moltiplicando le iniziative, i dibattiti, le campagne, le organizzazioni di base, orientate alla questione abitativa. Ci sono assemblee contro la speculazione, social forum sulla casa, collettivi territoriali, reti di autodifesa, sindacati di base, che quotidianamente cercano di tamponare le conseguenze più gravi dell’accaparramento degli alloggi e della speculazione finanziaria, producendo anche conoscenza e ragionamenti a partire dall’azione di base. Così, ultimamente sono usciti diversi volumi che affrontano da varie angolature il problema5. Il nostro libro si inserisce in questa serie di ragionamenti sull’abitare, nella convinzione che una nuova consapevolezza diffusa possa aprire una stagione di lotta politica su temi di centrale importanza. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Mahmud Darwish, “La casa assassinata” (Al bayt qatila), in Mahmud Darwish, L’effetto farfalla, a cura di Sana Darghmouni e Simone Sibiliio, Emuse 2025. 2 Madden, D., & Marcuse, P. (2016). In defense of housing: The politics of crisis. Verso. 3 Sul tema si vedano i lavori di Alessandro Volpi: I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, 2024; e Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza, Altreconomia, 2024. 4 Il libro è “Dominio: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”, edito da Feltrinelli 2020. 5 Possiamo citarne alcuni come: Sarah Gainsforth, Abitare stanca. La casa: un racconto politico, Effequ, 2022; Asia-USB, Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto all’abitare, L’Armadillo editore, 2023; Lucia Tozzi, L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane, Cronopio, 2023; Stefano Portelli, Luca Rossomando e Lucia Tozzi, Le nuove recinzioni. Città, finanza e impoverimento degli abitanti, Carocci, 2023; Sarah Gainsforth, L’Italia senza casa, Laterza, 2025; Gessi Whitee, Città in affitto. Un requiem per il diritto all’abitare, Editori Laterza, 2025, e altri ancora. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI SARAH GAINSFORTH: > Abitare sempre più temporaneo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ribellarsi all’estrattivismo immobiliare proviene da Comune-info.
May 3, 2026
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