Perché disprezzare chi resiste?
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Foto di Antonio Cansino da Pixabay
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Gentile Signor De Gregori, da antico fan mi sarei rivolto a Lei con il “tu”, ma
questa è una lettera di un anziano signore a un altro anziano signore e
preferisco la forma desueta e cortese del “lei” anche per sottolineare che si
tratta di un ragionare su argomenti seri, che meritano il giusto distacco
emotivo. Perché da parte mia l’emozione c’è e va raffreddata, tanto più che essa
è stata la spinta principale che mi ha indotto a rivolgerLe queste righe. Il
punto è che Sue dichiarazioni su Bruce Springsteen mi hanno causato un misto di
sorpresa, delusione e amarezza, toccandomi nel profondo.
Sono tra i molti e le molte che in questo mezzo secolo hanno legato i propri
sentimenti, le proprie speranze, i propri sogni alle Sue canzoni. Ho pochi anni
meno di Lei, l’ho ascoltata per la prima volta credo nel 1973 nella mia città,
in tournée con Riccardo Cocciante e con Antonello Venditti, e in seguito ho
amato particolarmente, e cantato, e suonato, alcune delle Sue canzoni perché
erano belle ma anche e forse soprattutto perché stavano dentro un universo di
valori che era lo stesso mio, lo confermavano e lo arricchivano. E questo
all’epoca era molto importante. È vero che altri esprimevano in modo meno
metaforico, più esplicito, l’adesione a quei valori e quello sguardo
disincantato e amaro sulla realtà, ma nel Suo repertorio c’erano comunque cose
meravigliose: Saigon, Cercando un altro Egitto, Pablo, Generale, Viva l’Italia,
La storia. E poi i sodalizi con Caterina Bueno e con Giovanna Marini mi
confermavano che tra Lei e un qualsiasi cantante di cassetta c’era un salto
profondo.
Lei sa bene che tra il pubblico e un artista della “popular music” – per usare
un termine accademico – si sviluppa un rapporto affettivo, di fiducia, di
identificazione. Emotivo. E così è stato il mio rapporto con Lei. Analogo e
diverso rispetto a quello con altre artisti e altri artisti, ma comunque
profondo. È questo rapporto che ho sentito improvvisamente incrinato dalle Sue
parole. Con grande sorpresa, anzitutto, e poi con un senso di delusione. È stato
come se una piccola parte del mio immaginario si fosse compromessa, come se
avessi dovuto ammettere che quel piccolo pezzo di me stesso o era sbagliato da
sempre o non funzionava più. Ma questi sono certamente affari miei, cose che
riguardano me, il mio immaginario, i miei sentimenti. I sentimenti di uno delle
tante centinaia di migliaia, forse milioni, di suoi fans. Che è normale e giusto
che non La riguardino.
Ma oltre alla sorpresa e alla delusione ho citato anche l’amarezza.
E qui credo di dovermi spiegare bene perché questo riguarda anche Lei e il mondo
intorno a noi.
Lei in sostanza ha detto che Bruce Springsteen farebbe bene a cantare e basta,
senza dare lezioncine dal palco perché quello non è il mestiere di un
cantautore. E che Lei non ne dà perché non ha un’opinione precisa di quello che
sta succedendo nel mondo, a Minneapoli, a Kiev, a Gaza. La seconda cosa mi
sorprende, ma è del tutto ovvio che se non se la sente di parlare di cose su cui
non ha un’opinione precisa il silenzio è la scelta migliore. Anzi, è una scelta
particolarmente apprezzabile nell’ipertrofico e degradato mondo della
comunicazione attuale. Il caso di Springsteen è però un caso diverso e su questo
vorrei attirare per un attimo la Sua attenzione. Springsteen è un cittadino
statunitense, profondamente legato al suo paese. Ed è un uomo, credo lo si possa
dire senza timore di sbagliare, di “buoni sentimenti democratici” come si diceva
una volta. Amante della libertà, della verità, della giustizia sociale, della
convivenza pacifica tra esseri umani, tra nazioni, tra uomo e natura. Né più, né
meno. Non un sovversivo, non un demagogo, non un arruffapopoli. Un buon
cittadino, formato a quegli stessi nobili sentimenti universalistici che sono
gli stessi scritti nella nostra Costituzione del 1948. E in quanto tale vede il
suo paese, il paese che gli ha ispirato l’amore per la libertà, per la verità,
eccetera, sprofondare in un baratro in cui tutti quei valori vengono stracciati
e umiliati in un crescendo di corruzione e di crudeltà, e le persone che
continuano a crederci vivono in condizioni di pericolo – anche fisico –
crescente. Questi sono gli Stati Uniti di oggi, non sono un’altra cosa. E di
fronte a quel baratro – che rischia di diventare lo stesso baratro di molti
paesi europei, compreso il nostro – che fa, Bruce Springsteen? Resiste, resiste
attivamente, invita alla resistenza, esalta chi si è sacrificato per resistere.
Questo fa, con canzoni e con discorsi degni delle liriche delle sue canzoni. E
lo fa, oggi, a suo rischio e pericolo. Perché essere contro Donald Trump può
avere conseguenze molto pesanti, anche per un miliardario famoso nel mondo come
Bruce Springsteen. Se le cose non cambiano, può significare il carcere,
l’esilio, forse peggio. Ammirevole, io direi: Lei non pensa?
Nel corso degli anni Lei ha cantato, ci ha cantato, “Viva l’Italia che resiste”.
Non dubito che l’abbia fatto perché ci credeva. E allora perché additare al
pubblico disprezzo qualcuno che resiste e che resiste coraggiosamente per gli
stessi valori che hanno mosso la nostra Resistenza, chi l’ha tenuta viva negli
ultimi ottant’anni e chi oggi cerca con sempre più difficoltà di farne
l’ispirazione principale della vita pubblica del nostro Paese?
Quello che ai miei occhi è sicuro è che Lei ha fatto qualcosa che sarebbe stato
meglio non fare: ha dato ragione a Donald Trump e torto a tutti quelli che negli
Stati Uniti e nel mondo resistono alla barbarie che avanza veloce e terribile.
Io sono piccolo, la mia voce arriva a pochi, quel che posso fare è limitato.
DirLe tutto il mio sconcerto, la mia delusione è forse più un modo per fare i
conti con me stesso che con Lei, visto che queste mie parole Le appariranno
probabilmente non solo non condivisibili ma anche un poco patetiche, stonate. Ma
io non me la sentivo di tenermele per me. Oggi – io la penso come Springsteen –
la parola può salvare e abbiamo tutti e tutte l’obbligo di dire la verità. Dalle
cattedre, nei luoghi di lavoro, nelle strade, sui palchi.
La saluto, con immutata ammirazione per tutto quanto mi ha regalato in oltre
cinquant’anni.
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[Luigi Piccioni, docente universitario – Pisa]
P.s.: proprio mentre scrivevo queste righe la Corte Suprema Usa ha attribuito a
Donald Trump poteri assoluti su quelle che sono state finora le agenzie
indipendenti. una delle giudici dissenzienti ha dichiarato che si tratta di una
decisione che porta gli Stati Uniti ai livelli della monarchia inglese
settecentesca ribellandosi all’arbitrio della quale il paese era nato. un altro
passo, insomma, verso il ritorno dell’assolutismo.
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