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La rabbia dei liceali
LA PROTESTA È ESPLOSA A FINE SETTEMBRE COINVOLGENDO IN POCHISSIMO TEMPO OLTRE MILLE LICEI IN TUTTA LA FRANCIA. IL MOVIMENTO HA PORTATO MEZZO MILIONE DI PERSONE A MANIFESTARE IL 6 OTTOBRE. ALLE PROTESTE DEI LICEALI SI SONO UNITI IN SCIOPERO UNIVERSITARI, DOCENTI, GENITORI, SINDACATI. LA POLIZIA HA RISPOSTO CON FERMI DI MASSA E CARICHE VIOLENTISSIME, CAUSANDO CENTINAIA DI FERITI IN DIVERSE CITTÀ, IN GRAN PARTE QUINDICENNI. STUDENTI E STUDENTESSE PROTESTANO NON SOLO PER I TAGLI ALLA SCUOLA, LA CARENZA DI DOCENTI, IL SOVRAPPOPOLAMENTO DELLE AULE, LA FATISCENZA DELLE STRUTTURE, LA REPRESSIONE POLIZIESCA CHE DURA DA TEMPO. LA QUESTIONE CHE DI FATTO SOLLEVANO VA OLTRE LA RICHIESTA DI AUMENTARE I SOLDI PER LA SCUOLA, RIGUARDA QUALE IDEA DI PERSONA E DI CITTADINANZA LA SCUOLA INCARNI. PER QUESTO IL POTERE TEME GLI ADOLESCENTI. MA UNA SOCIETÀ PUÒ DIRSI ATTENTA AI PROCESSI DEMOCRATICI SE I GIOVANI POSSONO CONTRIBUIRE A CAMBIARLA, SCRIVE EMILIA DE RIENZO. ASCOLTARLI SUL SERIO SIGNIFICA ACCETTARE CHE POSSANO METTERE IN DISCUSSIONE LE PRIORITÀ DEFINITE DAGLI ADULTI. QUEI RAGAZZI NELLE STRADE CI RICORDANO PRIMA DI TUTTO CHE IL CONTRARIO DELLA DEMOCRAZIA NON È SOLTANTO L’AUTORITARISMO. È ANCHE L’IDEA CHE IL MONDO, COSÌ COM’È, NON POSSA ESSERE MESSO IN DISCUSSIONE Foto di Elliott Ledain su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2026, le proteste degli studenti francesi si sono diffuse in centinaia di istituti. I ragazzi chiedono insegnanti presenti, classi meno affollate, edifici scolastici dignitosi e maggiori investimenti nell’istruzione. Non sono richieste rivoluzionarie: riguardano le condizioni necessarie per poter studiare. Eppure la risposta delle forze dell’ordine ha prodotto conseguenze gravissime. Un quindicenne ha perso una mano in seguito all’esplosione di una granata durante un intervento della polizia; decine di adolescenti hanno riportato lesioni agli occhi e al volto. Sono state avviate indagini su diversi episodi e il ministro dell’Interno è stato costretto a sospendere almeno l’uso delle granate stordenti durante queste manifestazioni. A scuola chiediamo ai ragazzi di imparare a ragionare, a esprimersi, a essere cittadini responsabili. Poi, quando provano a esercitare queste capacità fuori dalle aule, rischiamo di considerarli soprattutto un problema di ordine pubblico. E c’è un paradosso ancora più doloroso: chiediamo ai giovani di prepararsi a un futuro sul quale avranno responsabilità, ma spesso non riconosciamo loro un’autorità sufficiente per discutere il presente che stiamo consegnando loro. Finché i giovani imparano, ascoltano, si preparano a entrare nella società, vengono considerati nel loro ruolo. Quando cominciano a contestare le condizioni che gli adulti hanno costruito, diventano improvvisamente inesperti, manipolabili, irresponsabili. Se protestano, qualcuno sostiene che non capiscono le conseguenze delle loro azioni; se sono arrabbiati, si cerca chi li abbia sobillati; se la protesta si radicalizza, le ragioni iniziali rischiano di scomparire dietro le immagini degli scontri. È un meccanismo che non riguarda soltanto la Francia. Invece di chiedersi perché i giovani siano arrivati a protestare, ci si concentra su come riportarli all’ordine. A scuola per imparare impara a discutere e a dissentire Non tutte le proteste necessariamente sono giuste per il solo fatto di essere giovani, e i ragazzi non sono un gruppo omogeneo. Hanno contraddizioni, pregiudizi, possono sbagliare. Ma proprio per questo dovrebbero essere riconosciuti come interlocutori, non trattati come persone alle quali spetta soltanto imparare dagli adulti. Una democrazia non protegge i giovani impedendo loro di sbagliare. Li protegge garantendo che possano dissentire, partecipare e mettere in discussione le decisioni, senza essere esposti a rischi ingiustificati. La scuola, in questo senso, è un luogo decisivo: è uno dei primi luoghi in cui si sperimenta se la propria voce conta, se le regole possono essere discusse, se chi ha autorità è disposto ad ascoltare, se il dissenso viene accolto oppure punito. Se la democrazia si insegna soltanto come materia, ma non si pratica nelle relazioni quotidiane, diventa una parola vuota imparata a memoria. Per questo molto insegnanti, capi d’istituto e genitori appoggiano i loro figli e studenti e manifestano con loro. Che cosa teme allora il potere negli adolescenti che chiedono una scuola diversa? Perché impedisce loro di partecipare alle decisioni che li riguardano? Questi ragazzi non stanno chiedendo di abbattere il sistema. Chiedono che una delle istituzioni fondamentali della società democratica sia all’altezza della propria funzione. E allora la questione non è soltanto quanti soldi vengano investiti nella scuola, benché le risorse siano essenziali. È anche quale idea di persona e di cittadinanza la scuola incarni. Una scuola democratica non è quella in cui tutti sono d’accordo. È quella in cui si impara a discutere, a dissentire, a riconoscere le ragioni altrui e a partecipare alle decisioni comuni. Una scuola nella quale i ragazzi sperimentino di avere una voce, anziché apprendere soltanto che l’autorità ha sempre l’ultima parola. Per questo, quando la protesta studentesca viene affrontata prevalentemente come un problema di sicurezza, si perde un’occasione educativa e politica. Si può anche riaprire un istituto, disperdere un assembramento o arrestare chi ha commesso un reato, ma non si può esimere di rispondere alle domande che hanno portato i ragazzi in strada. Una società è democratica se i giovani e gli studenti possono contribuire a cambiarla. Ascoltarli davvero significa accettare che possano mettere in discussione le nostre priorità, il modo in cui spendiamo le risorse, la scuola che abbiamo costruito, il mondo del lavoro che li aspetta e persino l’idea di futuro che abbiamo preparato per loro. Significa rinunciare, almeno in parte, alla presunzione di sapere già che cosa sia meglio per loro. E questo vale per la scuola, ma anche per la politica. Forse la domanda più scomoda che ci pongono quei ragazzi francesi non è soltanto perché protestino. È questa: che valore attribuiamo alla loro parola, se siamo disposti ad ascoltarla soltanto quando non mette in discussione nulla? Una protesta può essere numerosa, visibile, capace di coinvolgere molti istituti e tuttavia rimanere minoritaria rispetto all’insieme della popolazione. E una maggioranza silenziosa, o semplicemente non coinvolta, può giudicarla non in base alle domande che pone, ma al disagio che produce: le strade bloccate, le lezioni interrotte, gli scontri, la sensazione che qualcuno stia mettendo in discussione un equilibrio al quale si è abituati. E su questo purtroppo che fanno leva molti politici. Quando il bisogno di tranquillità diventa più importante della necessità di ascoltare, il mantenimento dell’ordine può finire per valere più delle ragioni per cui una società dovrebbe cambiare. La democrazia non è la difesa dell’esistente La democrazia non consiste nel conservare ciò che c’è, ma nel mantenere aperta la possibilità di trasformarlo. Se una generazione incontra una scuola che non risponde ai suoi bisogni, ha il diritto di chiedere che cambi. Se i giovani vedono un futuro diverso da quello che gli adulti hanno immaginato per loro, non stanno necessariamente rifiutando la società: possono star cercando di renderla più abitabile. E la loro richiesta non dovrebbe essere accolta soltanto se è compatibile con le nostre abitudini. La democrazia è una ricerca continua di maggiore libertà, uguaglianza, partecipazione. È ciò che apre spazi che prima non esistevano e riconosce diritti che prima non erano riconosciuti. Difendere la democrazia significa anche difendere il diritto di cambiare la società democratica. Altrimenti, in nome della stabilità, finiamo per proteggere soprattutto chi si trova già in una posizione di potere. Quando la richiesta di cambiamento viene percepita da una parte della popolazione come una minaccia all’ordine, quali forze riescono a raccogliere quel disagio? E che responsabilità hanno le forze democratiche nel non lasciare che la domanda di sicurezza cancelli quella di giustizia? Una democrazia si misura anche dalla sua capacità di accogliere chi non si accontenta del mondo che ha ereditato. I giovani non hanno necessariamente tutte le risposte, ma non è questo che dovremmo chiedere loro. Dovremmo domandarci se siamo ancora capaci di ascoltare le domande che ci rivolgono, anche quando ci costringono a cambiare. Perché il contrario della democrazia non è soltanto l’autoritarismo. È anche l’idea che il mondo, così com’è, non possa essere messo in discussione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La rabbia dei liceali proviene da Comune-info.
October 9, 2026
Comune-info
Sally, educatrice artificiale
NELLO STATO DI NEW YORK SI È TENTATO DI INTRODURRE UN SISTEMA DI AI IN UNA PICCOLA SCUOLA DI PROVINCIA: SI CHIAMA SALLY E HA L’ASPETTO DI UNA GIOVANE “INSEGNANTE DI SOSTEGNO”, GUARDA UN PO’, BIANCA, GIOVANE E CARINA. LA SOSPENSIONE DEL PROGETTO NON CANCELLA DUBBI E DOMANDE, SCRIVE GIANLUCA GABRIELLI DI QUANDO SUONA LA CAMPANELLA: È QUESTO IL FUTURO EDUCATIVO ED EMOTIVO CHE ATTENDE I BAMBINI CHE VERRANNO, NATURALMENTE A PARTIRE DALLE SCUOLE PIÙ POVERE E PERIFERICHE? Foto Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Trent’anni fa su “Le monde diplomatique” fece scalpore tra noi insegnanti un bell’articolo di Gérard De Sélys sulla Scuola grande affare del XXI secolo.[1] L’autore introduceva una tematica che a suo parere sarebbe diventata attuale in breve tempo, ma che per i lettori europei era ancora una novità; si trattava dell’insegnamento a distanza, pratica avanzata nei luoghi con scuole ubicate in territori sterminati come il continente australiano. Una novità che minacciava di divenire rapidamente di attualità anche in Europa in virtù del giro di affari e di profitti che prometteva ai privati attraverso l’appalto di fette sempre più consistenti del sistema di istruzione. In seguito il tema ha perso di forza mediatica ma non certo di centralità; se ne è parlato meno, probabilmente perché ciò che allora veniva chiamato insegnamento a distanza è stato inglobato nella rapida evoluzione dei sistemi informatici, internet e social, con l’ulteriore doppia accelerazione del Covid e della cosiddetta AI. Così adesso i pacchetti di istruzione standardizzati e trasferibili della vecchia istruzione a distanza sono dei formati che da una parte stanno colonizzando la didattica ministeriale della scuola pubblica e dall’altra si sono evoluti in flessibilità e prestazioni articolandosi in molte interfacce diverse della galassia informatica. Oggi sembra che, rispetto all’enorme velocità di sviluppo di questi sistemi, la capacità di comprenderne le implicazioni e di discuterli sia costantemente in affanno, spesso sostituita dall’accettazione sconsolata o ingenuamente entusiastica di un’agenda dettata dall’ultimo prodotto lanciato – all’inizio gratuitamente – sul mercato del digitale.  Sally Quest’estate però, nella Salamanca City Central School District nello stato di New York, è accaduto un episodio interessante, che in Italia rischia di passare sotto silenzio o rimanere limitato ad una distratta lettura estiva, mentre credo meriti una riflessione a scuole aperte. Nello scorso mese di luglio il Sovrintendente scolastico infatti ha annunciato l’intenzione di avviare un progetto pilota per introdurre all’interno dell’istituto tecnico un sistema di intelligenza artificiale a disposizione degli studenti, per “migliorare il coinvolgimento interattivo in classe” e aiutarli a risolvere problematiche didattiche e di relazione. Il sistema sarebbe stato a disposizione degli studenti 24 ore su 24 con la possibilità di accedere ai loro pregressi in modo da poter fornire risposte individualizzate alle loro difficoltà. Non si sarebbe trattato però di un semplice computer, poiché il sistema di AI sarebbe stato integrato in un robot dalle sembianze umane, in particolare con l’aspetto di una donna tra i 16 e 24 anni, castana, pelle chiara in silicone, possibilità di interagire con gli e le studenti anche attraverso mimica facciale e gesti. Il prodotto sarebbe stato fornito dalla ditta Realbotix Corp per 57.590 dollari. Intorno a questo breve e lineare progetto iniziale sono emerse alcune “complicazioni” che la stampa internazionale, dal New York Times al Guardian, hanno riassunto e che hanno portato alla sospensione dell’iniziativa.  Privacy Le prime preoccupazioni sono state avanzate in merito alla privacy. Infatti i dati che sarebbero necessari al robot per personalizzare l’intervento costituivano elementi privati degli e delle studenti, la cui tutela evidentemente non può essere sacrificata all’efficienza del progetto. Anche se il responsabile della Realbotix ha subito assicurato che il problema non sarebbe esistito, l’affermazione suscita molti dubbi, perché non si capisce come possa sussistere la capacità di individualizzare interventi senza fare un uso massiccio di informazioni riservate. Diciamo che la contraddizione tra tutela della privacy e la necessità della personalizzazione è costitutiva e insanabile nei sistemi di istruzione basati sull’AI.   Silicone Il secondo problema è emerso dalla politica di acquisizioni aziendali della ditta Realbotix. L’azienda infatti, nell’ambito del proprio piano di sviluppo, aveva recentemente acquisito Simulacra, un’altra impresa di Las Vegas che produce bambole sessuali. La coincidenza è alquanto imbarazzante. I manager per l’azienda assicurano che non esiste alcun legame tra le bambole erotiche e l’interfaccia in silicone di Sally, ma questa precisazione non è stata sufficiente a fugare i dubbi. È comunque evidente che chi vende AI ha un forte bisogno di umanizzare i propri risponditori stocastici, esigenza comune a chi fabbrica oggetti finalizzati ad un uso erotico. Entrambe queste tipologie di imprese si candidano per coprire ambiti tendenzialmente resistenti alla semplice commercializzazione – l’istruzione pubblica emersa dall’Ottocento, la sfera sessuale – e per rendere i propri prodotti più soddisfacenti devono fingere umanità. Il silicone ammiccante è il trait d’union. Nativi americani Un terzo elemento critico è stato sollevato da genitori degli studenti e studentesse di quella scuola, poiché si tratta di un istituto che insiste nel territorio degli Allegany, nazione Seneca, e che tra i suoi iscritti ha circa il 40 per cento di nativi americani. Poiché di un progetto pilota si tratta, questi genitori della zona hanno criticato il programma, definendone l’implementazione “culturalmente insensibile” e si sono chiesti se non fosse degno di riflessione il fatto che per sperimentare una tale novità si fosse scelto proprio una piccola scuola di provincia con iscritti caratterizzati in questo modo. La critica sembra decisamente fondata; i sistemi di AI abbisognano all’inizio di una grande fase di autoistruzione perché l’efficienza è ancora bassa, la percentuale di “allucinazioni” alta e gli effetti collaterali ancora imprevedibili. Per farlo le aziende spesso “regalano” le versioni ancora in via di perfezionamento e si avvalgono dell’azione dei primi utenti per velocizzarne l’evoluzione. Cosa c’è di meglio di una comunità storicamente vessata e politicamente poco potente per questa sperimentazione d’assalto?  Sorrisi digitali Un altro elemento è stato sollevato dai sindacati degli insegnanti: forse – si legge nelle dichiarazioni – i soggetti più deboli della scuola non hanno tanto bisogno di un sostegno di tipo informatico e meccanico, né tanto meno di un’interfaccia siliconica capace di offrire sorrisi digitali, quanto di esseri umani: “I nostri studenti non hanno bisogno di robot. Hanno bisogno di relazioni reali con adulti premurosi. Gli insegnanti si accorgono quando gli studenti sono in difficoltà, festeggiano i loro successi e li aiutano a scoprire chi possono diventare. Nessun robot può farlo, non importa quanto realistica sia la sua pelle o quanto specifico sia il suo accento regionale”, ha dichiarato Melinda Person dell’ NYSUT.  Una posizione opposta viene dall’amministrazione Trump che si è schierata decisamente a favore dell’introduzione dell’AI nelle scuole, e da Melania Trump che ha sollecitato l’introduzione di robot basati sull’AI perfino nelle case dei bambini per “favorire la loro istruzione” e “potenziare le capacità analitiche e di problem solving”. Sostituzione Nell’ambito dei sindacati degli insegnanti è emersa un’altra dimensione del problema. “Gli insegnanti non sono stati consultati in merito all’introduzione di questo robot basato sull’AI” ha dichiarato un portavoce, spiegando che con quella cifra l’amministrazione avrebbe potuto assumere invece “due assistenti didattici in carne ed ossa”. Insomma, si pone il problema della sostituzione, anche se il dirigente della scuola e l’amministratore delegato di Realbotix hanno assicurato che Sally non sarebbe mai stata utilizzata al posto di personale umano ma che il programma è stato pensato “come strumento di supporto progettato per aiutare insegnanti e studenti, non per sostituirli”. Eppure è molto difficile pensare che non si tratti di un primo passo in una direzione estremamente preoccupante per la tutela del lavoro dei docenti. È davvero ingenuo ignorare le esperienze maturate negli ultimi 200 anni di innovazioni sul lavoro e gli effetti prodotti sull’occupazione. Certamente le sostituzioni non saranno brutali e di massa, ma progressive e regolate sulla capacità dei soggetti espulsi di digerirne l’effetto, introducendo tutele temporali, incentivi, sussidi, contando sull’area di precariato che semplicemente rallenterà il proprio percorso di ingresso nel sistema scuola. Ciò che viene in mente come esperienza recente è la rapida riduzione e in alcuni casi eliminazione dei cassieri dei grandi magazzini, impiegati nella fase intermedia di questa trasformazione ad insegnare ai clienti a servirsi delle casse automatiche, cioè delle casse che stavano progressivamente sostituendo loro stessi. Sentite come si esprime il delegato di Realbotix: “Gli insegnanti in carne ed ossa rimarranno nelle aule di robotica della Salamanca City Central High School; a loro spetterà la maggior parte dell’attività didattica e il compito di monitorare le risposte fornite dal robot agli studenti”. Trovare le differenze. Nuove formatrici Un altra dimensione solo sfiorata nei commenti riguarda l’altra finalità con cui è stata pensata Sally: “strumento di AI personalizzata per i nostri educatori”, ha dichiarato il Soprintendente Mark Beehler. Nella nuova piramide della conoscenza in alto si trova l’AI, depositaria del sapere universale; ad essa attingono in misura diversa i docenti e gli studenti. In prospettiva è presumibile che l’onere della formazione e dell’aggiornamento dei docenti saranno delegati allo strumento AI, più o meno incarnata (embodied AI), con la convinzione di produrre un risultato migliore (un sapere liberato dalle dimensioni relazionali) e più economico (liberato dalle incombenze legate ai corpi viventi). Sally o Wachiwi? Infine c’è un dato che circola sottotraccia nei commenti, ma che è stato giustamente esplicitato da un commentatore umoristico del Guardian: Perché non un cinquantenne calvo? Perché Sally, giovane castana dalla pelle chiara, e non Wachiwi, un’anziana nativa della nazione Indiana? Certo, questo sarà il prossimo passaggio, dare una spolverata di politically correct all’interfaccia per renderlo più “digeribile”.  Il dovere di aprirsi? In Italia la notizia è rimbalzata, ma in forma leggera, più per deprecare la sospensione del progetto che per analizzarlo e coglierne gli aspetti più discutibili e prospettici. Il tono dei commenti tricolori è destinale e virile al tempo stesso: sulla “Tecnica della scuola” si legge che “anche la scuola dovrà prima o poi aprire alle innovazioni più avanzate”. La capacità di adattamento degli esseri umani è incredibile, chi avrebbe mai pensato che in soli 10 anni la maggior parte della popolazione mondiale sarebbe stata costantemente online con un mini computer in mano a scambiare socialità fittizie con centinaia di sconosciuti. Ma proprio per questo è importante chiedersi se un’opzione come Sally, pur emendata di tutte le ingenuità di questa prima proposta (magari pelle nera, privacy più garantita, ricollocazione dei docenti in soprannumero contrattata con i sindacati) non costituisca davvero il futuro inquietante, educativo ed emotivo insieme, delle prossime generazioni.  -------------------------------------------------------------------------------- [1] G. De Sélys, La scuola, grande affare del XXI secolo, “Le monde diplomatique”, giugno 1998  -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quandosuonalacampanella.it -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Capacità da allenare a scuola che la tecnologia non chiede più -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sally, educatrice artificiale proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
Le nostre città, terreno di caccia per speculatori
LA GRANDE PROTESTA SPAGNOLA CHE OGGI PIANGE MARIACARMEN E LA VICENDA DI SPIN TIME PARLANO PRIMA DI TUTTO DEL BISOGNO DI UNA NUOVA CULTURA POLITICA, CAPACE DI PARTIRE DALLA VITA DI OGNI GIORNO E DAL DIRITTO ALL’ABITARE. AL TEMPO STESSO RIMANDANO A UN PROBLEMA ENORME: IL MODELLO DI SVILUPPO CHE PERVADE LE NOSTRE CITTÀ E CHE RENDE OVUNQUE LE AMMINISTRAZIONI LOCALI SUCCUBI DEI GIGANTI IMMOBILIARI. NON SI TRATTA SOLTANTO DI ESSERE PIÙ FORTI NELLE NEGOZIAZIONI CON GLI SPECULATORI IMMOBILIARI, SCRIVE CARLO CELLAMARE RICORDANDO IL PERCORSO DEL SOCIAL FORUM DELL’ABITARE, MA DI PENSARE ALLE ALTERNATIVE, A COME UNA CITTÀ E I SUOI ABITANTI POSSONO ADESSO VIVERE SENZA VENDERSI Roma, 19 settembre, manifestazione promossa da Spin time. Foto di Riccardi Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Le mobilitazioni spagnole, la vicenda di Spin Time e le tante altre che hanno attraversato le città italiane, l’esplodere della crisi abitativa in tutta Europa (e non solo) che pure ha spinto la Commissione e il parlamento europei ad impegnarsi, vedremo se bene o male, hanno riportato con forza l’attenzione su questo problema. Problema in realtà ben noto da tempo, che affligge molti strati della popolazione ed è causa di grande disagio sociale. È l’effetto della mercificazione non solo della casa, ma dell’abitare come fatto sociale complesso. E va oltre la funzione sociale della proprietà (come sostenuto nella nostra Costituzione), riguarda la condizione sociale stessa dell’abitare e quindi la coesione della nostra società. I numeri del disagio sono stati più volte indicati. Le politiche abitative in Italia, assenti per tantissimi anni, si sono riaffacciate recentemente con tre proposte di legge delle opposizioni che non riescono ad andare avanti e un «Piano casa» nazionale del governo totalmente inadeguato, se non pericoloso. Ci si interroga su come reagire a questa situazione. Da più di tre anni, in Italia, è attivo su questi temi il Social forum dell’abitare, un coordinamento di realtà impegnate sulla questione della casa e del diritto alla città, in un’interpretazione dell’abitare che è molto di più della casa. È una rete che vede coinvolti movimenti di lotta per la casa, realtà associative di livello nazionale (Arci, Forum Dd, Acli…), il mondo del Terzo Settore (Cnca…), alcuni sindacati (Cgil, Unione inquilini) e tante realtà che vengono dai territori italiani, dalle grandi città e dalle aree metropolitane ad alta tensione abitativa (Ocio da Venezia, ma anche da Napoli, Milano, Bologna, Roma, Torino dove ha sostenuto la campagna Vuoti a rendere) così come centri medi o più piccoli e da aree interne. Si tratta di un’alleanza trasversale che ha fatto tre grandi assemblee (Bologna, Napoli e Roma) e molti incontri sui territori (Genova, Torino, Firenze, Venezia…) discutendo le politiche abitative esistenti e promuovendo alternative, nel campo degli affitti brevi e della turistificazione, dell’edilizia residenziale pubblica e dell’housing sociale, della rigenerazione urbana come valorizzazione immobiliare e del peso dei fondi immobiliare sul mercato della casa, intersecando anche il dibattito a livello europeo sulle proposte che emergono dalla Commissione. È un percorso che costruisce rete e rafforza le capacità di opposizione. Non è ancora abbastanza e la prospettiva di una manifestazione nazionale è in discussione, così come emerso nell’assemblea pubblica a Spin Time a settembre e più recentemente nell’assemblea No Kings a Napoli. Le energie sociali impegnate sono tante, ma devono trovare il modo di far valere la propria forza. Indubbiamente è in gioco la democrazia. La manifestazione nazionale a Roma di settembre è stato un primo passaggio importante, oltre al sostegno alla lotta di Spin Time, ha posto il problema del peso dei fondi immobiliari sulle politiche urbane. La crisi abitativa, infatti, rimanda a un problema più ampio e più profondo, e contemporaneamente, molto più difficile, il modello di sviluppo che pervade le nostre città. La crisi abitativa e la mercificazione dell’abitare, con tutto quello che comporta e con tutte le disuguaglianze sociali che produce, è un effetto collaterale della mercificazione della città. L’apertura senza controllo e regolazione adeguata, anzi il creare le condizioni più vantaggiose per l’arrivo degli investimenti immobiliari così come il peso sempre crescente dei fondi e degli operatori finanziari in questi settori fanno sì che le politiche urbane ne siano per lo più succubi, determinando gli effetti collaterali sulle condizioni abitative che ben conosciamo: crescita dei prezzi sia nel mercato degli affitti, che in quello degli acquisti; espulsione e allontanamento della popolazione che non riesce a sostenere il costo della casa in rapporto ai redditi disponibili; gli studentati come grande affare; il passaggio agli affitti brevi. Spesso le politiche abitative pubbliche sono un grande cerotto rispetto ai danni della rendita immobiliare e del modello di sviluppo. Cercano di rimediare alle punte del disagio sociale. Si pone quindi un interrogativo profondo per i partiti di centrosinistra e, in particolare, per quelle forze impegnate nei governi delle città, soprattutto quelle che si avviano alle elezioni. Anche con le buone intenzioni di impegnarsi sul serio sulle politiche abitative, senza sganciarsi da un modello di sviluppo urbano che le produce si lascia aperto il problema. È un problema internazionale, di non facile soluzione in un’epoca di liberismo avanzato e dove le forze del mercato sono molto più grandi delle amministrazioni locali. Ma è un interrogativo ineludibile. E non si tratta soltanto di essere più forti nelle negoziazioni con gli operatori immobiliari, ma di pensare alle alternative, a come una città e i suoi abitanti possono vivere e produrre reddito senza doversi vendere o vendere propri pezzi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche sul manifesto -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FILIPPO CELATA: > Le case ci sono, è l’abitare che manca -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le nostre città, terreno di caccia per speculatori proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
Ma che democrazia è, senza politica?
RECENSIONE AL LIBRO DI ITALO DI SABATO LA DEMOCRAZIA PUNITIVA. STATO PENALE, MUTAZIONE ANTROPOLOGICA E CONSENSO REAZIONARIO (MOMO EDIZIONI). DOVE SI SPIEGA, ATTRAVERSO LA LETTURA DELLE TRASFORMAZIONI SOCIALI E DI POTERE DEGLI ULTIMI DECENNI, COME LA DEMOCRAZIA ABBIA BISOGNO, PER ESSERE TALE, DI NUTRIRSI DI CONFLITTO E DISOBBEDIENZA AL POTERE, CIOÈ DI POLITICA -------------------------------------------------------------------------------- Il libro di Italo di Sabato La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo edizioni) dovrebbe essere preso sul serio. Anzitutto per la lucidità dell’analisi di quanto accaduto nel nostro Paese in questi ultimi decenni. Poi per la riflessione, più in generale, sul senso da dare alla democrazia. In un recente editoriale del sito “Volere la luna” si ricordava che la democrazia non è democratica ma che può diventarlo, a certe condizioni. Nell’opera citata l’autore ci aiuta a cogliere alcune delle ragioni per le quali la democrazia si è trasformata in punitiva e anche alcune piste per ri-democratizzarla: l’importanza ad esempio del conflitto, costitutivo di ogni processo sociale, della “disobbedienza” come condizione perché il cambiamento accada e in fondo dell’eresia come costante provocazione della politica. Il potere nel libro diventa lo strumento per “recludere” la società tramite la paura e la violenza repressiva, ed è diverso dall’autorità: quest’ultima si definisce come strumento costante nella ricerca del bene comune. La politica è inclusione e dunque opera della giustizia per tutti. Il libro aiuta a smascherare la menzogna che costruisce il nemico, per la quale i più fragili e vulnerabili sono realtà naturalizzate da cui difendersi. La legalità assunta come unico orizzonte diventa funzionale allo svuotamento della politica che nel Paese ha trovato nella stagione di “Mani Pulite” la grande svolta. La prigione, la scuola, i media, i populismi e il “gentismo” non sono che alcuni dei sintomi della malattia della democrazia. Le leggi, i decreti e la repressione disegnano tutto ciò che esce dal paradigma securitario, inteso come sicurezza per il sistema, come sovversivo. La conclusione del libro, con l’appello all’abolizionismo, è un’indicazione di percorso. Lo scritto è attraversato da una sola e grande preoccupazione: ridare alla politica il posto che le spetta. Non potrà avvenire senza una lettura cosciente e critica di quanto sta accadendo. Il sistema repressivo-punitivo non è che la logica conseguenza del tradimento della politica e dell’asservimento al neoliberalismo. Ridare consistenza ai legami sociali “feriali” e quotidiani, ri-tessere il conflitto e la disobbedienza come metodi, ricordare che, come diceva don Milani, “il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Quel “da soli”, per dirla con Italo, è il vittimismo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ma che democrazia è, senza politica? proviene da Comune-info.
October 7, 2026
Comune-info
Naza, il genocidio come effetto collaterale
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- I soldati del reparto d’élite dell’IDF schizzano su fogli di block-notes gli edifici di Gaza visti dai droni. É la mappa approntata da Lavender, il sistema di Intelligenza Artificiale usato dall’IDF per individuare i bersagli, tutta la popolazione della Striscia, e bombardarli. Sui tetti di Tel Aviv, Yuval Abraham, regista insieme a Rachel Szor di Naza, in questi giorni nelle sale dopo aver vinto il Premio Speciale della giuria alla Biennale Cinema, chiede a questi soldati che hanno scelto di parlare, di raccontare come la guerra ibrida sia l’ultima versione, la più letale, dello sterminio di un popolo, oltre la soglia della tradizionale distinzione amico/nemico. I registi insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdam Ballal nel 2023 hanno realizzato No Other Land (Oscar per il miglior documentario 2025) filmando la progressiva distruzione del villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania, tutt’ora in corso. Naza si basa sulle inchieste giornalistiche del Guardian e delle riviste +972 e Local Call che insieme al quotidiano israeliano Haaretz in questi anni sono state coraggiose voci di verità contro la pesante reticenza sul genocidio di gran parte dell’informazione. Prodotto da Johnathan Glazer, regista di La zona di interesse, il documentario ha avuto inizio quando Hamdam Ballal ha subito ritorsioni. Il film, considerato unanimemente una delle migliori opere di inchiesta e di denuncia degli ultimi anni, ha suscitato le proteste del governo di Israele (e speriamo che si limiti a queste in vista delle elezioni il 27 ottobre) che ha accusato i registi di tradimento dello stato, ma il documentario è sostenuto dalla solidarietà mondiale che si è manifestata giorni fa alle Nazioni Unite, quando la gran parte dei delegati dei paesi rappresentati ha lasciato l’aula all’inizio del discorso di Netanyhau. Lavender è il sistema di Intelligenza Artificiale che opera con un algoritmo che penetra, intercetta, controlla e decide i bersagli umani, uomini, donne, bambine, calcolando per difetto e con massima imprecisione il numero di “naza”, cioè di effetti collaterali da uccidere nelle case e nelle strade. Il sistema di A.I. precede l’errore senza calcolarlo. “Non è stato colpito”, o “ne abbiamo uccisi 15 ma lui (il capo di Hamas) non c’era”. Lavender è agito da tecnici-soldati che per il fatto di essere tali, cioè di lavorare con la macchina di morte, sono convinti di una doppia immunità, etica e operativa. Come soldati eseguono gli ordini, come tecnici operano seguendo protocolli ordinari. Alla domanda, “ma siete voi a premere Invio”, la risposta è, “sì ma gli effetti non sono provocati da noi”. La percezione di corpi viventi è evacuata dal sistema della macchina in cui bisogna credere, altrimenti, dice uno dei soldati, “tutto è perduto”. Questa è la superficie di sapere-potere del sistema che riduce corpi a linguaggio-macchina e, da questa parte dell’interfaccia che è quella della nostra parte di mondo, un linguaggio tecnico lavora corpi disincarnati. I disegnini dei palazzi di Gaza con la distribuzione dei piani, degli appartamenti e delle famiglie che ci abitano, spiegano come Lavender intercetta tutte le conversazioni. L’algoritmo associa parole ricorrenti come papà e casa ai profili virtuali dei capi o reclute di Hamas,e questa, dice uno dei soldati è solo la parte visibile dei massacri. I palestinesi sono tutti bersagli, colpiti di notte mentre dormono perché è più semplice, ma, come abbiamo visto in questi anni, sono anche colpiti “per gioco” nelle file per il cibo, bombardati negli ospedali, incarcerati e torturati, deportati a sud della Striscia per “finire il lavoro”, che invece continua dopo l’istituzione del Board of Peace con la pulizia etnica in Cisgiordania. Ogni guerra oggi è definita “esistenziale” dai poteri. Dunque, la domanda esistenziale che Naza rivolge alla politica mondiale è: “come fai a dormire la notte?”. Il potere dorme la notte perché il suo vuoto è invisibile, mentre le immagini mostrano questo vuoto come la sua piena realtà. Nella notte di Israele Naza è un trattato sulla guerra come gaming, come produzione di terrorismo di stato e come terra incognita in cui vive il superuomo pronosticato da filosofie accelerazioniste e praticato dagli oligarchi suprematisti delle bigtech. L’antico “potere che frena”, il kathekon cristiano rieditato dalla recente filosofia politica si è dissolto nel potere che accelera l’estinzione. Gli antichi nemici non sono più nemici, sono effetti collaterali; mirare e sparare da remoto alza l’adrenalina, si è in uno stato di grande euforia, si gode. Non è la prima volta. Dalla guerra del Golfo alla guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre, all’invasione dell’Iraq nel 2003, sistemi d’arma comandati da remoto accompagnano e sostituiscono la guerra sul campo. Ma c’è anche un’altra realtà che emerge dall’oceano delle immagini quotidiane: la sottile e flagrante verità di un’estetica politica che lavora dall’interno la menzogna del potere. Il documentario mostra senza parole che la vera guerra non è mai stata contro Hamas, con cui prima del 7 ottobre Israele faceva accordi in funzione anti-ANP (pur compromessa da scandali e corruzione) ma contro i palestinesi; che la storia dell’“unica democrazia” del “fu” Medioriente è culminata nella decisione di non considerare la storia centenaria della diaspora contraria alla costituzione di uno stato nazionale; che la distruzione di un popolo è l’autodistruzione di uno stato. Storici e analisti hanno osservato in questi anni che la distruzione di Gaza è la distruzione di Israele. Il documentario mostra questa realtà marginale rispetto alla realtà dei massacri ma percepibile come effetto collaterale storico-politico: la triste quotidianità serale di TV accese, esercizi ginnici, relax sul divano e tavole apparecchiate con bugiarde luci soffuse sono le istantanee scattate dai tetti mentre i soldati parlano di ciò che si sa ma non si può dire e mentre aerei, razzi ed esplosioni attraversano i 60 chilometri di cielo che separano la città dalla Striscia. Il governo delle popolazioni oggi è esercitato all’incrocio di un conflitto tra democrazia e sicurezza, tra bisogni economici e sociali e guerre dei confini, tra accumulo di ricchezza e potere di estinzione. I tecnici-soldati sono espressioni di questa società che non è l’eccezione della parte di mondo che abitiamo ma la sua normale configurazione etico-politica. L’attuale tecnologia di governo è la normalità. La normalità quotidiana, microfisica che, nel caso di Israele, è lo stato di guerra. Lo storico Omer Bartov, in un libro recente, Nell’abisso, ha interpretato questa realtà, anticipandola in un articolo sul New York Times dal titolo: “Sono uno studioso del genocidio. L’ho conosciuto quando l’ho visto”. Una delle considerazioni svolte da Bartov riguarda la totale incapacità della società israeliana di provare empatia per la popolazione di Gaza. I sommersi e i salvati negano la loro condizione. In questa parte di mondo questa negazione fa la complicità dell’Europa e di ciò che fino a ieri era il cosiddetto Occidente. Gli stati hanno visto e vedono ma questi stati e i loro governi hanno rapporti stretti con Israele, partnership commerciali, accademiche e industriali e sono sempre più dipendenti da dispositivi d’arma e tecnologie israeliane. Queste relazioni sono intensamente sostenute da potenti lobbies nei palazzi dell’Unione Europea. Naza mostra i lacerti dell’archivio visuale dell’urbanistica che conferma le parole di Edward Said: all’edificazione di Israele corrisponde la distruzione dei palestinesi. La prima pietra di Tel Aviv agli inizi del ‘900, l’edificazione della città attraverso l’occupazione e l’esproprio, la metropoli moderna degli anni settanta. Gaza City ha condiviso con Tel Aviv la modernizzazione urbanistica. Oggi a Tel Aviv rimane solo una delle antiche case palestinesi, collocata come un reperto archeologico e tutti gli edifici di Gaza sono macerie. Questa archeologia urbanistica è stata tracciata anni fa dall’architetto e attivista Eyal Weizman, che ha fotografato le rovine di Gaza dopo uno dei tanti attacchi dell’esercito di Israele e ha raccolto le immagini nel progetto Forensic Architecture e in un libro del 2013, Il minore dei mali possibili. Il progetto continua oggi con “The architecture of Genocide”, una “cartografia profonda2 della Striscia con la topografia militarizzata dei tunnel e le immagini delle violenze delle campagne di guerra di Israele. Uno dei soldati dice che il reparto d’elite, alle dirette dipendenze del premier, ha il mandato di impedire qualsiasi richiesta palestinese di aiuto e qualsiasi iniziativa di sostegno alla popolazione palestinese nelle sedi internazionali che sono considerate minacce alla sicurezza nazionale. Lo stesso soldato dice che la politica di Netanyhau, incriminato dalla Corte Penale Internazionale, è non far nascere uno stato palestinese. Questa politica, peraltro superata dalla realtà del genocidio implica il proseguimento senza fine della guerra all’Iran e i bombardamenti del nord della Siria e del sud del Libano a causa di Hezbollah. La propaganda del sionismo religioso passa per la distruzione delle comunicazioni e la criminalizzazione della realtà che conferma lo sterminio come politica con altri mezzi. Ma come è ormai palese, quanto più si vuole affossare la verità tanto più la verità emerge. Non è l’unica, ma è quella di una politica di morte contrastata dalla presenza nel mondo di circa 8 miliardi di persone. Per questo Gaza è diventata globale, come la sua arte, la sua poesia, le sue danze e i suoi canti. Le immagini possono mostrare questa realtà che è l’indice storico del presente. [Paolo Vernaglione Berardi, Archivista.info] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Naza, il genocidio come effetto collaterale proviene da Comune-info.
October 6, 2026
Comune-info
L’estate sta finendo
LA CRISI CLIMATICA NON È PIÙ UN RISCHIO DA PROIETTARE NEL FUTURO: È GIÀ ENTRATA NELLA NOSTRA ESPERIENZA QUOTIDIANA, MODIFICANDO ABITUDINI, TERRITORI, ECONOMIE E PERFINO IL MODO IN CUI PERCEPIAMO LE STAGIONI. EPPURE, MENTRE I SUOI EFFETTI DIVENTANO SEMPRE PIÙ EVIDENTI E COSTOSI, LA TRANSIZIONE ECOLOGICA CONTINUA A ESSERE RACCONTATA SOPRATTUTTO COME UN PROBLEMA DI RISORSE. FORSE, ALLORA, LA DOMANDA DA PORRE È UN’ALTRA: QUANTO CI COSTA DAVVERO NON CAMBIARE? Quando ero bambino sognavo l’arrivo dell’estate e me la godevo fino in fondo come un tempo finalmente dedicato a quell’insieme di attività libere dalla costrizione e basate solo sui desideri. L’estate di quest’anno ha letteralmente stravolto questi parametri e sappiamo che, secondo gli studiosi del clima, le prossime saranno persino peggio. In un mondo normale, il tema di una radicale transizione ecologica dovrebbe quindi essere l’oggetto primario del confronto politico, sociale e culturale. Non è così e, dopo quattro decenni di politiche liberiste, ancora tocca sentire che i costi di una trasformazione ecologica della società sono troppo onerosi e che il sistema delle imprese non potrebbe farsene carico. Ecco perché, pur essendo una battaglia per la vita (che altro?), occorre scendere sul terreno dell’economia per confutare la narrazione dominante. Proviamo a farlo con quattro riflessioni. La prima riguarda non tanto i futuri costi della transizione ecologica, ma quanto già oggi ci costa non fare nulla. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi sono costati al nostro Paese 145 miliardi di euro, più di metà dei quali solo nell’ultimo decennio, mentre se consideriamo solo l’ultimo triennio il costo diventa di 13 miliardi all’anno. Se ai costi diretti aggiungiamo anche i costi indiretti (perdita di produttività, costi sanitari etc.) la cifra sale in maniera esorbitante: l’anno in corso è già costato all’Europa 180 miliardi di euro (pari all’1% del Pil europeo, esattamente la stima di crescita prefissata, che quindi è già evaporata). La seconda riflessione non ha bisogno di grandi evidenze: come mai i soldi per la transizione ecologica non ci sono, mentre per il riarmo e la guerra non si bada a spese? Secondo i dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per la Difesa, la spesa militare aggregata degli Stati membri nel 2025 ha raggiunto i 418 miliardi di euro (45 miliardi per l’Italia), con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente e con una proiezione al 2029 di 547 miliardi. La terza riflessione riguarda le imprese, dalle quali, secondo la narrazione dominante, ogni trasformazione dovrebbe passare e ogni cambiamento dovrebbe essere governato. Com’è noto da tempo, l’idea che, finanziando le imprese a pioggia, si produca a cascata benessere sociale, appartiene ormai alle favole. La relazione fra economia e finanza è ormai ribaltata e se una volta si poteva dire che la finanza fosse il mezzo e l’economia il fine, oggi è vero l’opposto. Basti vedere l’aumento del transito di risorse che dalle imprese, invece che in ricerca e innovazione tecnologica, finiscono direttamente in Borsa. Solo per fare un esempio, negli Usa la pratica del buyback (riacquisto delle proprie azioni per diminuirne il numero e farne salire il valore e i conseguenti utili) è arrivata alla spropositata cifra di 1400 miliardi di dollari (pari all’intero Pil dell’Italia). Da ultimo, ma non per importanza, resta il fardello della trappola del debito, un meccanismo tortuoso a cui nessuno sembra voler mettere mano. Sta di fatto che, nonostante da oltre trenta anni il bilancio del nostro Paese chiuda in avanzo primario (lo Stato spende meno di quanto ricava), la voragine degli interessi da pagare obbliga il nostro Paese a un perenne indebitamento, dentro un circolo vizioso di debito/austerità/interessi senza fine. Solo per dare l’idea, dal 2016 al 2025 abbiamo già pagato 714 miliardi solo per gli interessi sul debito, e si prevede che ne spenderemo altri 94 mld nel 2026, 101 mld nel 2027 e 107 mld nel 2028 (più del 4% del Pil). Come si vede, le risorse ci sono e si tratta solo di volontà politica. Fermare il riarmo, transizione ecologica, fine della trappola del debito per spendere in stato sociale. Serve altro a chi dice di voler cambiare il Paese? L'articolo L’estate sta finendo proviene da Comune-info.
October 5, 2026
Comune-info
Una piazza ci vuole
IN MOLTI TERRITORI LO SPORTELLO DIRITTI È PRESIDIO IMPORTANTE PER METTERE PIÙ CHE IL LAVORO, I LAVORATORI E LE LAVORATRICI. A VOLTE C’È CHI RIESCE PERFINO A PORTARE FUORI DAGLI SPORTELLI LE PERSONE E LE STORIE INCONTRATE. È ACCADUTO NEI GIORNI SCORSI A POGGIOMARINO, NEL NAPOLETANO, DOVE UNA PIAZZA CONTRO LO SFRUTTAMENTO È DIVENTATO UN LUOGO DI COMUNITÀ CON CENTINAIA DI PERSONE, DI ORIGINE MIGRANTE E ITALIANA, CHE HANNO PARTECIPATO A UN’INIZIATIVA PROMOSSA DA RETE VESUVIANA SOLIDALE E FLAI CGIL. IL MOMENTO PIÙ INTENSO È STATO QUANDO LE STORIE DI TANTE PERSONE COSTRETTE ALL’INVISIBILITÀ SONO ENTRATE NELLO SPAZIO PUBBLICO. ESPERIENZE CONSUMATE NEL BUIO E NELLA SOLITUDINE, D’UN TRATTO, SI SONO FATTE RACCONTO COLLETTIVO E UNIVERSALE. I DIRITTI QUALCOSA CHE SI ESERCITA, NON SI MENDICA Centinaia di persone hanno riempito lunedì 29 settembre, la piazza di Poggiomarino (Napoli) per parlare di sfruttamento lavorativo, caporalato, diritti e integrazione. Una partecipazione straordinaria, soprattutto di lavoratori e lavoratrici di origine migrante – in prevalenza provenienti dal Bangladesh, ma anche dall’India, dal Marocco e da diversi Paesi dell’Europa dell’Est – insieme a cittadine e cittadini italiani, associazioni, sindacato e rappresentanti delle istituzioni. Per qualche ora quella piazza è diventata qualcosa di più del luogo di un dibattito pubblico. È diventata il laboratorio vivente di una comunità che non costruisce paura e separazione, ma relazioni, dignità, diritti. È forse questa l’immagine più forte dell’incontro “Sfruttamento lavorativo e contrasto al caporalato. Buone pratiche a partire dall’Area Vesuviana”, promosso dalla Rete Vesuviana Solidale e dalla FLAI CGIL Campania e Napoli, con il patrocinio morale del Comune di Poggiomarino. Una piccola pagina di storia politica e sociale dell’Area Vesuviana, costruita innanzitutto dalla presenza e dal protagonismo delle persone. Un percorso che viene da lontano Per noi della Rete Vesuviana Solidale, quello del 29 settembre è stato un momento particolarmente importante. Da quindici anni portiamo avanti sul territorio un’esperienza di tutela e solidarietà che ha nello Sportello Diritti uno dei suoi principali punti di riferimento: uno spazio di consulenza socio-legale e segretariato sociale che nel tempo ha incontrato e accompagnato migliaia di persone, italiane e migranti, garantendo gratuitamente orientamento ai servizi e supporto nell’accesso alla tutela legale, alla salute e all’abitare. Una presenza quotidiana che ci ha permesso di conoscere da vicino le condizioni di migliaia di lavoratori e lavoratrici migranti che vivono nell’Area Vesuviana in situazioni di precarietà lavorativa e sociale, a volte estrema. Dal 2025, lo Sportello è diventato sede del Polo Sociale Integrato di contrasto allo sfruttamento lavorativo e al caporalato, nell’ambito del programma regionale Su.Pr.Eme. 2, rafforzando ulteriormente il lavoro di prossimità, intercettazione, orientamento e presa in carico. Negli ultimi mesi abbiamo sentito sempre più forte la necessità di compiere un passo ulteriore: portare fuori dagli sportelli le persone, le storie e le contraddizioni che incontriamo ogni giorno e restituirle allo spazio pubblico. Da questa esigenza è nato il percorso lanciato in maggio dalla Rete Vesuviana Solidale insieme alla FLAI CGIL per costruire una Marcia dei Lavoratori Invisibili: un cammino che ha già attraversato in due occasioni le strade di Napoli, il 1° maggio e il 20 giugno, portando nello spazio pubblico la voce di lavoratori e lavoratrici troppo spesso invisibili. Eppure, mai avevamo vissuto un momento come quello di Poggiomarino. Non soltanto perché centinaia di persone hanno risposto all’invito e riempito una piazza. Ciò che è accaduto rappresenta qualcosa di più: il tentativo concreto di ricostruire uno spazio pubblico nel quale persone diverse possano incontrarsi, riconoscersi, prendere parola e discutere insieme delle condizioni materiali della propria vita e del futuro del territorio. In un tempo segnato dalla frammentazione sociale, dalla solitudine e dalla difficoltà di costruire luoghi reali di partecipazione, una piazza attraversata insieme da lavoratori migranti e italiani, associazioni, sindacato e istituzioni assume un significato profondamente democratico. Contrastare lo sfruttamento significa allora anche contribuire a rigenerare la qualità della vita politica e democratica locale. Significa riportare nello spazio pubblico persone che troppo spesso rimangono invisibili; ricostruire legami dove prevalgono isolamento e diffidenza; creare luoghi nei quali i problemi sociali possano essere nominati e affrontati collettivamente; permettere alle istituzioni di incontrare direttamente le persone e alle persone di riconoscersi come soggetti capaci di partecipare alla trasformazione del proprio territorio. È anche questo il senso del percorso che stiamo provando a costruire: non parlare dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, ma costruire luoghi nei quali possano parlare, essere ascoltati e organizzarsi insieme agli altri lavoratori e alle altre lavoratrici del territorio. Nel suo intervento di apertura, Emilio Mesanovic ha ricordato la convinzione che accompagna l’esperienza della Rete: i diritti, per essere davvero tali, devono essere universali; solidarietà, mutualismo e organizzazione diventano così strumenti attraverso i quali costruire tutela ed emancipazione. Ed è proprio sul terreno del lavoro che diventa evidente la necessità di ricostruire questa dimensione comune. Le condizioni di sfruttamento vissute da molti lavoratori migranti nei campi e nei laboratori convivono nello stesso territorio con il lavoro povero e precario di tanti italiani impiegati nei supermercati, nel commercio e nella ristorazione. La piazza di Poggiomarino ha mostrato, per una sera, cosa può accadere quando queste vite smettono di procedere parallelamente e cominciano a riconoscersi nello stesso spazio pubblico. Quando le storie hanno riempito la piazza Uno dei momenti più intensi della serata è arrivato quando le storie delle persone hanno riempito la piazza. Nelle ore precedenti l’incontro, le Brigate del Lavoro della FLAI CGIL avevano incontrato le centinaia di lavoratori e lavoratrici migranti arrivati a Poggiomarino. Accanto all’attività di informazione e tutela sindacale, attiviste e attivisti solidali si sono messi in ascolto. Hanno raccolto frammenti di vite e di lavoro: esperienze di sfruttamento, salari troppo bassi, lavoro irregolare, precarietà, difficoltà quotidiane. Ma anche aspirazioni, bisogni, speranze e richieste di riconoscimento. Durante l’incontro quelle storie hanno trovato voce. Le parole raccolte nelle ore precedenti sono state restituite pubblicamente alla piazza dagli attivisti e dalle attiviste che le avevano ascoltate. Per alcuni minuti il centro della scena non è appartenuto agli esperti, alle organizzazioni o alle istituzioni, ma alle esperienze concrete dei lavoratori e delle lavoratrici. È stato uno dei momenti politicamente e umanamente più significativi della serata: persone troppo spesso costrette all’invisibilità sono entrate nello spazio pubblico. Esperienze vissute individualmente – e spesso in solitudine – sono diventate racconto collettivo, domanda di diritti e materia di confronto con le istituzioni. Ed è forse proprio in quel momento che la piazza di Poggiomarino ha espresso fino in fondo il suo significato: non soltanto denunciare lo sfruttamento, ma ricostruire comunità e partecipazione a partire dalla voce delle persone. Residenza anagrafica di prossimità Nel suo intervento, Gabriella D’Orso, Commissario prefettizio e straordinario del comune di Poggiomarino, ha sottolineato la necessità di lavorare per costruire percorsi reali di integrazione. La sicurezza, in questa prospettiva, non si costruisce alimentando paura e separazione. Una comunità è realmente più sicura quando è capace di costruire una giusta integrazione, affrontando i problemi senza averne paura e creando le condizioni perché tutte le persone che vivono e lavorano sul territorio possano accedere ai diritti e partecipare alla vita collettiva. Un obiettivo che richiede necessariamente collaborazione. Le buone pratiche possono nascere e consolidarsi soltanto attraverso un rapporto stabile tra istituzioni e realtà associative radicate nei territori. D’Orso ha riconosciuto in questo senso il ruolo di stimolo svolto dalla Rete Vesuviana Solidale, richiamando in particolare il percorso proposto dalla Rete sul tema della residenza anagrafica di prossimità per le vittime di sfruttamento. Una questione che può apparire puramente amministrativa ma che, nella vita di molti lavoratori e lavoratrici, rappresenta invece un passaggio decisivo. Come ricordato anche nell’intervento della Rete, la residenza rappresenta una chiave d’accesso a diritti e servizi essenziali e costituisce quindi uno degli strumenti attraverso i quali accompagnare le persone fuori da condizioni di invisibilità e ricattabilità. Accoglienza diffusa Sul significato dell’incontro si è soffermato anche l’Assessore regionale alle Politiche sociali Andrea Morniroli. Momenti come quello vissuto a Poggiomarino assumono un valore particolare perché permettono di ricostruire in una piazza dialogo e comunità, facendo incontrare le istituzioni con uomini e donne che rappresentano una componente importante della classe lavoratrice e della vita sociale dei nostri territori. Alle istituzioni spetta allora il compito di esserci: essere presenti nei territori, ascoltare ciò che vi accade, riconoscere le esperienze che funzionano e creare le condizioni perché possano assumere una dimensione più ampia. Perché le buone pratiche possono diventare politiche. In questo quadro Morniroli ha richiamato l’impegno della Regione Campania a investire nelle politiche per l’immigrazione e l’inclusione sociale, indicando una direzione fondata sull’accoglienza e sull’integrazione diffuse, sull’inclusione sociale e sulla valorizzazione del ruolo e delle competenze delle persone migranti, in alternativa a modelli fondati sulla repressione e sull’insicurezza e richiamando criticamente strumenti e strutture come CPR e CAS. La presenza nei territori A chiudere la carrellata degli interventi è stato Igor Prata, Segretario generale della FLAI CGIL Campania e Napoli, che ha sottolineato il valore del percorso intrapreso insieme alla Rete Vesuviana Solidale, ringraziando la Rete per il ruolo che sta svolgendo nella costruzione di questo cammino comune. Prata ha evidenziato come esperienze di questo tipo abbiano un valore importante anche per una grande organizzazione sindacale con 120 anni di storia come la FLAI. Perché è proprio attraverso percorsi come quello costruito nell’Area Vesuviana che un’organizzazione sindacale può riscoprire e fare vivere ogni giorno gli elementi più profondi della propria identità: radici saldamente piantate nei territori, prossimità, ascolto, capacità di esserci e presenza nel cuore della classe lavoratrice agricola – e non soltanto agricola – del nostro Paese. Una presenza che non aspetta necessariamente che il lavoratore arrivi nelle sedi del sindacato, ma prova ad andare nei luoghi nei quali le persone vivono e lavorano, a incontrarle, ascoltarle e costruire insieme percorsi di organizzazione e tutela. È su questo terreno che l’incontro tra FLAI CGIL e Rete Vesuviana Solidale può continuare a crescere: mettendo insieme storie e identità differenti, ma una comune volontà di stare nei territori e costruire insieme alle persone strumenti concreti di emancipazione. La Marcia dei Lavoratori Invisibili continua La giornata di Poggiomarino è stata una tappa fondamentale della Marcia dei Lavoratori Invisibili. Un ulteriore passo di un percorso che non può essere breve e non può esaurirsi in una manifestazione, in un progetto o in una stagione. Deve essere un cammino lungo. Un cammino che dovrà continuare finché i diritti di questi lavoratori e di queste lavoratrici non saranno pienamente riconosciuti e concretamente esercitabili. Noi della Rete Vesuviana Solidale continueremo a essere al loro fianco. Perché un mondo nel quale possiamo tollerare che vengano violati i diritti di un lavoratore o di una lavoratrice migrante è un mondo nel quale stiamo già accettando che possano essere messi in discussione i diritti e la dignità di tutte e di tutti. Lo ricordava, con parole nette, anche l’intervento di apertura: rendere più ricattabile chi si trova nella posizione più fragile finisce per indebolire le condizioni dell’intero mondo del lavoro. È per questo che ciò che abbiamo visto a Poggiomarino non riguarda soltanto le persone migranti. Riguarda quale territorio vogliamo essere. Riguarda la qualità del nostro lavoro, delle nostre istituzioni, della nostra democrazia e delle relazioni che siamo capaci di costruire. Riguarda tutti noi. Perché diritti e dignità esistono davvero soltanto quando sono riconosciuti a tutte e a tutti. Lunedì, nella piazza di Poggiomarino, abbiamo fatto insieme un altro passo in quella direzione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una piazza ci vuole proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
Le case ci sono, è l’abitare che manca
L’EUROPA APRE ALLA POSSIBILITÀ DI LIMITARE AFFITTI BREVI E ALTRI USI NON RESIDENZIALI NELLE CITTÀ SOTTO PRESSIONE ABITATIVA. MA IL PUNTO NON È SOLTANTO INTRODURRE NUOVI VINCOLI: È INTERROGARSI SULLE POLITICHE CHE, MENTRE DICHIARANO DI VOLER RENDERE LA CASA PIÙ ACCESSIBILE, CONTINUANO A INCENTIVARE ALBERGHI, STUDENTATI PRIVATI, SECONDE CASE E INVESTIMENTI IMMOBILIARI. IL CASO DI ROMA MOSTRA UNA CONTRADDIZIONE SEMPRE PIÙ EVIDENTE Roma. Foto di Claudio Hirschberger su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 9 settembre il commissario europeo Dan Jørgensen che, per la prima volta nella storia, ha una specifica delega sulle politiche abitative, ha presentato una bozza di regolamento. L’Affordable Housing Act invita paesi membri ed enti locali a introdurre limitazioni agli affitti brevi e ad altri utilizzi non abitativi degli immobili nelle città e nei quartieri “sotto stress abitativo”. A Roma sotto stress – applicando i parametri previsti – risulta approssimativamente un’ampia area che va dalla Bufalotta al Torrino, da Cinecittà a Val Cannuta, e che include il 60% di tutte le abitazioni. Qualcuno ha salutato l’intervento con favore e non senza un qualche stupore: finalmente si fa sul serio. Altri l’hanno criticato per essere timido, non sufficientemente impositivo o addirittura per vincolare l’introduzione delle limitazioni a verifiche e condizioni di vario tipo, piuttosto che facilitarle. Iniziamo con il dire che, a mio avviso, l’Act non avrà di per sé effetti diretti né in un verso né nell’altro. E allora cosa ne facciamo? Il regolamento sarà fra un paio di anni direttamente applicabile. Non necessita di una ratifica da parte dei paesi membri. In qualche modo li scavalca per rivolgersi direttamente alle amministrazioni locali, le quali hanno fatto pressioni per un intervento di questo di questo tipo. Ma alle quali il regolamento offre soltanto un ‘framework’. L’unico effetto concreto è rendere le limitazioni che eventualmente si introdurranno coerenti con le norme europee in materia di concorrenza e libero mercato. Non è poco, ma neanche tutto. La vera questione, tuttavia, è politica. Il primo uso che dovremmo farne è, io credo, svelare alcune palesi contraddizioni. A diversi livelli. A cominciare dall’Unione Europea, che meno di un anno fa ha lanciato il suo Affordable Housing Plan su presupposti del tutto opposti. L’assunzione è che se le case costano troppo è perché non ce ne sono abbastanza. Bisogna quindi costruirne di più. A farlo devono essere i privati. I quali devono essere incentivati e facilitati. Bisogna quindi accelerare le costruzioni, il rilascio dei permessi e ridurre vincoli e regole che – dice lo stesso piano – “hanno lo scopo di promuovere la nostra sicurezza e qualità della vita, perseguire obiettivi economici e sociali, e proteggere l’ambiente e il patrimonio culturale”, ma che evidentemente a costruttori e investitori danno fastidio. Stando magari attenti a che almeno alcune di queste nuove costruzioni siano a prezzi calmierati – la cosiddetta “edilizia residenziale sociale” – e coerenti con altri obiettivi, in primo luogo ambientali. Privilegiare quindi non le nuove urbanizzazioni ma la ‘densificazione’ dei tessuti esistenti, a “consumo di suolo zero”, la “rigenerazione urbana” e il recupero dell’esistente, anche attraverso partnership pubblico-privato. Partnership e vincoli di destinazione a edilizia sociale in Italia in realtà non hanno mai funzionato, e anche su questo Roma capitale – come altri – sta attualmente lavorando. Nei casi peggiori il ‘pubblico’ tende ad abdicare al mercato e ad accontentarsi delle briciole. A Roma poi l’espansione urbana ha proceduto implacabile nonostante la popolazione abbia smesso di crescere da diversi decenni, anche per via dei famigerati “diritti edificatori” ovvero facoltà di costruire concesse ai privati per volumi e superfici enormi, perfino difficili da quantificare, che l’ultimo Piano regolatore del sindaco Veltroni ha confermato e che ereditiamo addirittura dal precedente Piano del 1962. A Roma, quindi, il concetto di “consumo di suolo zero” viene declinato “al netto dei diritti edificatori”: una sorta di contraddizione in termini con la quale non abbiamo mai fatto fino in fondo i conti. Le nuove urbanizzazioni non si sono quindi mai fermate, ma hanno rallentato negli ultimi anni. E non certo perché siamo diventati ambientalisti. Non rendono abbastanza. Appetiti e capitali, come altrove, si rivolgono a zone più centrali con progetti residenziali ad alto rendimento o – ancora meglio – non residenziali: alberghi, studentati privati, ecc. I quali piuttosto che “rigenerare” città e quartieri generano impatti preoccupanti su costo della casa, vivibilità ed espulsione degli abitanti. Anche perché il pubblico non è solo debole ma spesso complice. In nome dello “sviluppo” (immobiliare) e della “valorizzazione” (immobiliare), confonde gli incrementi di rendita e di valore concessi a privati e investitori per obiettivi di interesse pubblico, in una sorta di mondo al contrario nel quale la crisi abitativa rischia di essere null’altro che un’ulteriore formidabile occasione di business. Non è un caso che la città in Italia nella quale si è costruito di più – Milano – sia anche quella dove i valori immobiliari sono cresciuti di più. Il secondo fondamentale dato di contesto è che l’Italia tra i tutti i paesi ad alto reddito è quello con il maggior numero di case per abitante. Per ogni famiglia ce ne sono quasi una e mezzo. Rispetto alla media degli altri paesi si tratta almeno di un 25% in più: più di sei milioni di case. Ed è vero soltanto in parte che di case ce ne siano troppe dove non servono – aree interne, comuni in spopolamento – e troppo poche dove servono – i centri più grandi e attrattivi. Nelle città metropolitane le abitazioni non occupate da residenti sono tra il 10 e il 15% dell’intero stock abitativo. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il focus su questo fenomeno è come detto l’elemento più interessante dell’Act, ma anche il più contraddittorio. Da un lato infatti l’UE ci dice che il problema è il cosiddetto ‘under-supply’, la mancanza di case, ma d’altro lato individua a mio avviso più correttamente un problema di ‘mis-allocation’. Non è che manchino in generale le case. Non ce ne sono abbastanza in locazione ai residenti, e a prezzi accessibili, proprio quando si amplia sia in quantità che dal punto di vista sociale la platea di coloro che si rivolgono al mercato degli affitti. Dal che si dovrebbe dedurre l’opposto: da un lato, quello che manca è la casa pubblica, popolare, o al limite sociale, e su questo sono quasi tutti d’accordo. D’altro lato, il mercato va regolato. Non il contrario. O è regolato male. Distorto a favore di chi la casa ce l’ha, chi ne ha più di una, chi le costruisce e chi ci investe. Ed è giusto chiedere esclusivamente più risorse pubbliche per case popolari cercando disperatamente di curare a valle, a spese dei contribuenti, una drammatica crisi abitativa, quando d’altro lato si rinuncia a usare gli strumenti disponibili per cercare di regolare a monte il mercato? Su questo lo stesso Affordable Housing Act è molto chiaro: gli strumenti esistono già. Un’opzione è appunto limitare la sottrazione di immobili agli usi abitativi. Di quanti e quali immobili parliamo? A Roma, ad esempio, ci sono circa 150/160mila abitazioni non occupate da residenti. Nel dibattito pubblico vengono spesso definite “case vuote”, ma è un clamoroso equivoco statistico perché molte non lo sono affatto. Circa 40.000 sono locazioni turistiche brevi, Airbnb e dintorni. Il tema è ben noto e l’Affordable Housing Act invita in primo luogo a limitare gli affitti brevi, come hanno fatto quasi tutte le città europee e hanno iniziato a fare alcune città italiane. Inclusa Roma, dove nelle prossime settimane dovrebbe prendere forma un regolamento restrittivo che si preannuncia ampio e coraggioso. L’aspetto più interessante e innovativo dell’Act è tuttavia l’invito ad andare oltre. Sui giornali si è parlato di “seconde case”, che sono sicuramente parte del problema. E non è un caso che tutti i paesi con il più alto rapporto tra abitazioni e nuclei familiari siano sudeuropei, iper-turistificati e molto attrattivi per affitti brevi e seconde case. Tra i danni di questo “modello di sviluppo” trainato dall’immobiliare e dalla turistificazione dobbiamo mettere nel conto anche questo: il costo non solo sociale ma ambientale, territoriale e paesaggistico di un’edilizia mastodontica, sproporzionata, destinata a usi non residenziali, intermittenti, stagionali, inefficienti; una delle principali cause di un consumo di suolo che procede incessante nonostante la popolazione decresca. Ma è comunque solo una parte della storia. Si parla infatti molto poco di altri usi non residenziali che negli ultimi anni stanno crescendo perfino di più degli usi turistici. Ad esempio gli affitti a medio termine, mensili, di fatto preclusi ai residenti, e che qui come altrove sono in pieno boom. A Roma possiamo stimare che riguardino circa 25.000 abitazioni, in parte nelle stesse zone dove c’è anche moltissimo affitto breve, e in parte (se non di più) in zone limitrofe, da Ostiense al Pigneto (si veda la mappa). Tali affitti a medio termine si suddividono in parti più o meno uguali tra locazioni cosiddette ad uso transitorio e agevolate per studenti. Studenti, quindi, vittime e carnefici della crisi abitativa? In parte. Il problema è che l’abitare studentesco è il segmento dove cresce di più non soltanto l’offerta ma anche i canoni di locazione. Dal che – a proposito di ‘under-supply’ – il paradosso di un’offerta che non è mai stata così ampia, a fronte di difficoltà abitative crescenti denunciate dagli studenti. A meno che non siano ricchi di famiglia: in quel caso l’offerta a loro disposizione è enorme.   Il colmo dell’assurdo è che le locazioni a medio termine sono nelle grandi città agevolate e incentivate: i proprietari pagano il 10% di cedolare secca, meno della metà. Dovrebbero per questo applicare obbligatoriamente canoni concordati, inferiori ai valori di mercato, negoziati periodicamente da rappresentanti dei proprietari e degli inquilini. Come è possibile quindi che a medio termine si trovino appartamenti in affitto a più di 10.000 euro al mese? Siamo sicuri, anche qui, che il problema sia soltanto l’under-supply di studentati pubblici? O non si tratta anche qui di un mastodontico fallimento regolativo? Sottraendo quindi alle abitazioni non occupate quelle destinate al breve o al medio termine, rimangono a Roma circa 80/90mila case. Anche queste tuttavia non sono tutte effettivamente ‘vuote’. Molte sono utilizzare come studi professionali e simili. Il loro numero è ignoto, in quanto molti di questi immobili sono comunque classificati come residenziali, e non come “uffici e studi privati” – altro problema regolativo sul quale sarebbe urgente intervenire. Mancano quasi del tutto perfino stime approssimative, sebbene il tema sia noto in quelle zone dove sono fortemente concentrati, e che qualcuno definisce in “over-office” (devo questa definizione al Comitato Rione Ludovisi). Le prospettive per una regolamentazione sono in questi casi più complicate. Perché né il medio termine né le destinazioni a uffici possono essere genericamente limitati senza mettere in difficoltà i non residenti a più basso reddito o chi lavora in questi immobili pagando spesso affitti esorbitanti. Per il medio termine sarebbe almeno auspicabile far funzionare le regolamentazioni esistenti e lo strumento del canone concordato. Per gli uffici, oltre a quanto detto, si potrebbe promuovere l’utilizzo di locali commerciali vuoti, come altrove si sta sperimentando. E in generale assecondare la minore richiesta di spazi conseguente all’aumento del lavoro da remoto per promuoverne un uso abitativo e impedire al contrario la conversione a ulteriori usi non abitativi, ad esempio di tipo turistico, come Roma Capitale ha inteso recentemente fare nell’ambito della modifica delle norme tecniche del Piano regolatore. Il resto sono effettivamente case vuote, sfitte, dormienti. Al netto dell’uso sporadico come seconde case, perché così tanti proprietari rinunciano a mettere a reddito i propri immobili? I motivi sono diversi e diverse sono quindi le possibili soluzioni. Anche su questo non sono disponibili dati: il gruppo di ricerca Just Housing dell’Università la Sapienza, di cui faccio parte, sta per questo avviando in collaborazione con Roma Capitale un’indagine. Può trattarsi di proprietà indivise fra eredi che non si mettono d’accordo. O di proprietari troppo ‘poveri’ per potersi permettere di ristrutturarle. Oppure troppo ‘ricchi’ per essere interessati a metterle a reddito. O che hanno paura di incorrere in inquilini morosi. O per i quali la gestione di una locazione è comunque troppo gravosa. È enormemente diffusa l’idea che il problema specifico se non l’intera crisi abitativa possa essere risolta liberalizzando e velocizzando gli sfratti, come ha fatto recentemente il governo Meloni. Una soluzione di questo tipo non è tuttavia solo moralmente e giuridicamente inaccettabile. È inefficace: facilitare gli sfratti non può che favorire ulteriormente l’espulsione degli abitanti a più basso reddito e la conversione degli immobili a usi non abitativi. Una prima alternativa può essere fornire garanzie ai proprietari in caso di morosità in sede di stipulazione dei contratti di locazione (e non a mero ristoro, come è il caso del fondo per la morosità incolpevole). Una seconda possibilità è sostituirsi ai proprietari nella gestione della locazione. Qualche città ci sta provando, attraverso le Agenzie Sociali per l’Abitare, come quella inaugurata recentemente a Roma. Tali Agenzie tuttavia fanno comunque fatica a trovare ‘clienti’, ovvero proprietari e immobili da reimmettere nel mercato a canone concordato. In molti casi il fenomeno delle case vuote rimanda a fenomeni speculativi. Il ‘mattone’ come destinazione privilegiata di investimenti è un altro problema comune a paesi come l’Italia dove immobiliare e rendita sottraggono enormi risorse a investimenti propriamente ‘produttivi’ e ben più qualificanti. D’altro lato, anche qui, le tasse sulla proprietà distinguono tra prima, seconda casa, ecc., ma non dell’uso che se ne fa e della sua “funzione sociale”, come pure imporrebbe l’articolo 42 della costituzione. A livello locale si segnala la proposta “vuoti a rendere”, promossa ‘dal basso’ a Torino e approdata anche in consiglio comunale, sebbene depurata dei suoi contenuti più potenzialmente efficaci. Disincentivare per via fiscale il non utilizzo degli immobili (IMU e TARI) è stato infatti considerato infattibile, mentre l’ipotesi – nei casi estremi – di requisire gli immobili vuoti per metterli in locazione, e versare i relativi proventi ai proprietari, è stata giudicata blasfema. Il che è indicativo di quanto ampio e radicato sia il fronte di chi difende a spada tratta il mero “diritto di proprietà”, e difficile anche solo prefigurare l’utilizzo di strumenti regolativi e limitativi. Gli strumenti come detto esistono già, sebbene vengano utilizzati spesso per altri scopi, agiscano in modi contraddittori o semplicemente non funzionino. Si tratta di strumenti fiscali che in larga parte – al netto delle addizionali – esulano dalle competenze di città ed enti locali, ma soprattutto di strumenti urbanistici sui quali queste hanno invece competenze enormi. Se non fosse che l’urbanistica ha smesso da tempo di svolgere la funzione per la quale è stata inventata – frenare e ordinare lo sviluppo urbano – e si proponga piuttosto di promuoverlo a tutti i costi. E a questo livello che, a mio avviso, l’Act europeo svela le più palesi contraddizioni. Poniamo il caso di una città, come Roma, dove viene favorita l’apertura di nuovi alberghi, preferibilmente di lusso. Poniamo il caso che questo ‘lusso’ venga sempre meno fruito in immobili specificatamente costruiti in zone più o meno periferiche, ma invada sempre di più i tessuti centrali, anche grazie a cambi di destinazioni d’uso e alla recente abrogazione delle norme urbanistiche che imponevano un limite alla dimensione degli alberghi nella città storica. O pensiamo alle analoghe liberalizzazioni che riguardano l’apertura di ulteriori locali commerciali in centro. Parliamo inoltre di studentati privati, o meglio di residence per giovani ricchi che possono perfino avere un uso turistico e ai quali sono stati destinati generosi sussidi pubblici a fondo perduto nell’ambito del PNRR: solo a Roma ne sono previsti venticinque. O ai quali vengono concessi a condizioni di favore terreni e immobili pubblici, o comunque permessi per costruire, cambi di destinazione d’uso, premi di cubatura, in cambio di quote di stanze a “prezzi calmierati” il cui costo è superiore ai prezzi di mercato, con il rischio che il resto del mercato si adegui innalzando ulteriormente i canoni. Leggiamo i comunicati o gli atti con i quali questi e altri progetti vengono giudicati di fondamentale “interesse pubblico”. Non si tratta proprio di quegli “utilizzi non residenziali” che l’Affordable Housing Act ci invita piuttosto a limitare, contingentare, disincentivare? Nulla di ciò che l’Act prefigura è sufficiente a risolvere la crisi abitativa. Può essere tuttavia utile per porsi delle domande, che non sono né polemiche né retoriche. Anche per evitare che con una mano faticosamente si cerchi di limitare mentre con l’altra ben più efficacemente si alimenti il problema. Perché lo stesso Comune, come detto, sta cercando di limitare gli affitti brevi, intende contrastare il fenomeno degli immobili vuoti, sta comprando a proprie spese centinaia di alloggi per destinarli a case popolari, e giudica “senza cuore” i fondi immobiliari che gli impediscono di acquistare l’edificio di Spin Time per dare una casa alle famiglie che ne sono state subdolamente sgomberate. Il mercato evidentemente va da tutt’altra parte. E non è che la questione possa essere ignorata. Ma magari evitare di affidare a questi stessi fondi interi pezzi di città, invitarli e attrarli attivamente, scrivere insieme a loro strategie e politiche di trasformazione urbana? Sono compatibili a pochi metri di distanza un progetto come Porto Fluviale, che darà una casa alle famiglie ex-occupanti, e il 25esimo progetto per uno studentato/residence/albergo di lusso con più di 2.000 posti letto agli ex mercati generali? Quale sarà l’effetto netto per un quartiere già iper-gentrificato come Ostiense? Siamo sicuri che il problema sia soltanto la mancanza di risorse pubbliche? Che l’unica alternativa alla speculazione sia l’abbandono di questi pezzi di città al non utilizzo e all’incuria? Un banco di prova potrebbe essere proprio Spin Time. La proprietà rifiuta infatti la vendita dell’edificio al comune a prezzi di mercato perché intende farci molti più soldi convertendolo in albergo di lusso. Un’opzione è allora sedare questo come altri appetiti simili vincolando la destinazione dell’immobile al suo uso attuale: dare una casa a chi non ce l’ha e servizi a tutto il quartiere. O davvero si pensa di affidare la soluzione dei nostri problemi al buon cuore dei soggetti che li alimentano? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI NURIA ALABAO: > Un 15M per la casa? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le case ci sono, è l’abitare che manca proviene da Comune-info.
September 30, 2026
Comune-info
Un 15M per la casa?
IL GOVERNO SPAGNOLO HA APPROVATO DUE DECRETI PER CONTRASTARE LA CRISI ABITATIVA (BLOCCO DEGLI SFRATTI, CONTROLLO DEGLI AFFITTI, TASSAZIONE DEGLI IMMOBILI TURISTICI), DOPO LO STRAORDINARIE PROTESTE DEI MOVIMENTI: I DECRETI SARANNO SOTTOPOSTI A VOTAZIONE AL CONGRESSO DEI DEPUTATI IN SETTIMANA. DI CERTO NON SARANNO DUE DECRETI, NON PREVISTI, A RISOLVERE UN PROBLEMA ENORME E STRUTTURALE. IN QUESTI GIORNI È STATO INEVITABILE IL PARAGONE TRA IL MOVIMENTO PER LA CASA E IL 15M. LA PRIMA DIFFERENZA EVIDENTE È CHE QUESTA MOBILITAZIONE È ORGANIZZATA DAL SINDACATO DEGLI INQUILINI, MENTE NEL 2011, TUTTE LE FORME ORGANIZZATIVE FORMALIZZATE VENIVANO RIFIUTATE. I NUOVI PARTITI CHE VOLEVANO “FARE POLITICA IN MODO DIVERSO” NATI DOPO IL 15M SONO ENTRATI NEL GOVERNO, MA HANNO TRADITO MOLTE DELLE PROMESSE. “QUANTO ACCADUTO NEGLI ULTIMI GIORNI APRE UNA FINESTRA ATTRAVERSO LA QUALE SPLENDE IL SOLE – SCRIVE NURIA ALABAO – SE L’ESTREMA DESTRA AFFERMA CHE LA COLPA DELLA CRISI ABITATIVA È DEI MIGRANTI, CHE SONO TROPPI E CHE OCCUPANO ABUSIVAMENTE GLI IMMOBILI, CHE NON ASPETTANO ALTRO CHE INVADERCI…, IL MOVIMENTO PER IL DIRITTO ALLA CASA SI CONCENTRA SUL VERO CONFLITTO. IL PROBLEMA È LA LEGGE INGIUSTA, I FONDI, LA SPECULAZIONE…”. OGGI QUALCOSA BOLLE IN PENTOLA, AGGIUNGE NURIA. IL CASO DI MARICARMEN – MARICARMEN ABASCAL È UNA DONNA DI 87 ANNI, DIVENTATA IL SIMBOLO DELLA LOTTA PER LA CASA IN SPAGNA DOPO LO SGOMBERO IN BARELLA – HA AVUTO UN FORTE IMPATTO SIMBOLICO, ED È QUESTO CHE HA RESO POSSIBILE LA SORPRENDENTE RIVOLTA: LA SUA VULNERABILITÀ E, AL TEMPO STESSO, LA SUA CAPACITÀ DI RAPPRESENTARE MOLTI SETTORI SOCIALI, NON NECESSARIAMENTE I PIÙ POVERI, HANNO FAVORITO L’EMERSIONE DI UN GRANDE MOVIMENTO CONTRO IL GOVERNO NAZIONALE DI SINISTRA E CONTRO L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI DESTRA DI MADRID. I MOVIMENTI, LO HANNO DIMOSTRATO DA ANNI IN AMERICA LATINA, NON HANNO BISOGNO DI PRESUNTI GOVERNI AMICI. SÁNCHEZ PARE NON SIA PIÙ “IL BELLO”… Foto di A.F.S. -------------------------------------------------------------------------------- Tra i membri attivi di quelli che chiamiamo movimenti sociali, c’è una parola quasi magica quando si parla di mobilitazione: desborde (straripamento, esondazione…, ndr). Invocarla significa che non siamo le stesse persone di sempre, né le nostre cerchie immediate, che è emerso qualcosa di inaspettato: nel numero delle persone, nella composizione sociale, o nella palpabile energia politica. A volte non si tratta di nulla di concreto, di una sensazione tangibile, di una certa brezza che fa fremere le vene, dell’intuizione che qualcosa stia accadendo e che forse sfuggirà ai ritmi e alle forme consolidate di protesta. La manifestazione di sabato scorso a Madrid ha certamente avuto le caratteristiche di questo traboccare inaspettato. Così come l’attuale acampada a Puerta del Sol. Il paragone con il movimento del 15M è inevitabile, soprattutto per chi, come noi, l’ha vissuto e ne è rimasto indubbiamente segnato. Tuttavia, sebbene il repertorio di azioni sia simile, le numerose differenze rivelano la distanza che separa il 2011 dal momento attuale. Una somiglianza risiede nella composizione: molti giovani della classe media che, pur sentendosi traditi da un sistema che non ha mantenuto le promesse fatte durante il movimento dei 15M, hanno ormai accettato che tali promesse non siano mai state mantenute, ma si sentono espropriati dal dover pagare ai proprietari di casa somme astronomiche con i loro magri stipendi. Una differenza molto evidente è che questa mobilitazione è organizzata dal Sindacato degli Inquilini (SI), che definisce tempistiche, strategie e rivendicazioni. Questa organizzazione si sta strutturando consapevolmente dal 2017, pianificando attentamente ogni fase della sua crescita, con quote associative, rappresentanti sindacali a tempo pieno, portavoce designati e formazione per i suoi membri, il che le consente di scalare la gerarchia e consolidare la propria posizione. Il SI (Socialista Indipendente) è presente in molte città, ma la sua struttura è confederale: coordinata a volte, ma con piena autonomia. Questo ha conferito loro la capacità di organizzare le mobilitazioni degli ultimi giorni e persino di fornire loro una guida, nonostante esistano altre organizzazioni per il diritto all’abitare. Ciò era impensabile durante il movimento 15M, un’esplosione molto più caotica, eterogenea e confusa, dove, di fatto, le forme organizzative altamente formalizzate venivano espressamente rifiutate. Forse per questo motivo, ebbe una maggiore portata sociale – mobilitandosi attorno a molteplici questioni – e risultò più ingovernabile. La ricerca di una struttura da parte di SI – e di altre organizzazioni nate negli ultimi anni – deriva, in parte, dal rifiuto di questa mancanza di struttura nelle esperienze passate. Questa carenza è stata valutata come un errore: senza organizzazione, chi appariva di più in televisione o aveva più follower sui social media finiva per prendere le decisioni. Anche il movimento 15M era privo di un programma chiaro e, inizialmente, di rivendicazioni specifiche, sebbene la PAH (Piattaforma delle Persone Colpite dai Mutui) avesse elaborato un programma in quegli anni. La mobilitazione fu una rivolta generazionale e venne presentata come un rifiuto dell’intero sistema: i politici radicati, i banchieri salvati con fondi pubblici, la Troika che imponeva misure di austerità… In definitiva, si chiedeva una democrazia diversa, una democrazia “reale”, che superasse, secondo la terminologia di quegli anni, il “regime del 1978”. La traduzione in misure concrete sarebbe arrivata in seguito, con la nascita di nuovi partiti che volevano “fare politica in modo diverso”. Sappiamo come è andata a finire. Entrarono al governo, approvarono leggi piuttosto tiepide e tradirono molte delle promesse dei loro programmi minimi, tra cui l’abolizione della legge bavaglio. Anche il programma di rigenerazione politica è finito presto in un cassetto, a prendere polvere insieme al limite dei mandati, ai tetti salariali e alla democrazia interna, o meglio, le guerre intestine hanno finito per espellere i militanti. Oggi, i partiti di quella che un tempo era considerata “la nuova politica” hanno perso ogni legittimità e godono di un sostegno elettorale ridicolmente basso. Anzi, sembrano considerare queste mobilitazioni come qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa che potrebbe procurare loro un po’ di capitale politico per tirarli fuori dall’irrilevanza. Se le strade prosperano, il fascismo si ritira Il movimento 15M ha temporaneamente arrestato, per tutta la durata della sua rilevanza politica, l’ondata di malcontento sociale verso l’estrema destra, come era accaduto in altri paesi europei, attraverso l’attribuzione di colpe ai migranti. Vox ha iniziato a riemergere solo quando il movimento 15M si è istituzionalizzato ed è stato di fatto smantellato. La questione abitativa è stata un perfetto barometro della deriva a destra della società spagnola: mentre il movimento PAH (Piattaforma delle Persone Colpite da Mutui) è riuscito a legittimare l’occupazione abusiva – soprattutto di immobili sfitti di proprietà di grandi latifondisti – gran parte del ciclo di destra si è basato sulla criminalizzazione di questa pratica, sulla creazione di un panico morale intorno ad essa e sulla sua associazione con la migrazione. La questione abitativa – o la sua mancanza – è stata anche al centro dell’attenzione di una parte del movimento di estrema destra, la più pericolosa di tutte: le organizzazioni paramilitari Desokupa e gruppi simili. Pertanto, quanto accaduto negli ultimi giorni apre una finestra attraverso la quale splende il sole. Se l’estrema destra afferma che la colpa della crisi abitativa è dei migranti – che sono troppi e che occupano abusivamente gli immobili – che non aspettano altro che invaderci, il movimento per il diritto alla casa si concentra sul vero conflitto. Il problema è la legge ingiusta, i fondi, la speculazione. E si può cambiare, mettendo in gioco il nostro corpo; cioè, generando un conflitto che vada oltre la mera retorica e trasformando il nostro stesso modo di sentire, perché anche il corpo pensa a modo suo. Le esperienze di attivismo incarnato trasformano le persone. A Madrid, sabato 26 settembre, una ventina di persone sono scese in piazza per “difendere” Ceuta e protestare contro Sánchez, ma un numero ben maggiore – tra le 80.000 e le 100.000 – era lì per difendere Maricarmen (Maricarmen Abascal è una donna di 87 anni, diventata il simbolo della lotta per la casa in Spagna dopo lo sgombero in barella, ndr), per difendere tutti noi. “Gli investitori sono gli invasori” e “dove sono i patrioti?” si gridava a Sol. Ma anche, come un déjà vu del 2011: “PSOE, PP: è sempre la stessa merda!”. Di chi sono queste mobilitazioni? Tuttavia, non si respira la stessa atmosfera anti-establishment e destabilizzante del 2011. Nonostante la corruzione, la gestione disastrosa della crisi di Ceuta e la stanchezza accumulata in otto anni di governo, i sondaggi non indicano un crollo improvviso del PSOE. Se ci fossero partiti alla sua sinistra con risultati migliori, potrebbe persino tornare a governare. Sánchez – un tempo “il bello”, ora “l’ingegnoso” – ha intravisto un’opportunità nell’esplosione del movimento per il diritto all’abitazione e ne sta approfittando. La questione di Ceuta sta perdendo un po’ di rilevanza e questo gli permette di indossare nuovamente i panni di statista attento al popolo, dedicando tutte le sue energie all’ottenimento del decreto. Da un lato, si rivolge direttamente a Maricarmen; dall’altro, cerca di addossare la colpa ad Ayuso e Almeida. Sebbene questo sia stato il punto di vista dell’intera sinistra istituzionale: gli sfratti sono colpa dell’amministrazione comunale di Madrid (centrodestra), che non applica la legge sull’edilizia abitativa, e argomentazioni simili. L’esperto di edilizia abitativa Pablo Carmona ha spiegato su CTXT come, dall’approvazione della debole e imperfetta legge sull’edilizia abitativa del 2023, si siano verificati oltre 90.000 sfratti, la maggior parte dei quali non ha trovato spazio sui media. Come sempre, cercano di presentare la mobilitazione come legittima: sì, avete ragione, e siamo con voi, è la destra che ce lo impedisce. Anche la cosiddetta sinistra “alternativa” sta facendo la stessa cosa e, sebbene abbia sbandierato la legge come una grande vittoria, oggi si aggira tra le manifestazioni e Puerta del Sol come se non c’entrasse nulla. Qui il passaggio è da “siamo con voi” a “siamo voi”. Vogliono sempre di più, ma non gli è permesso; la loro responsabilità finisce lì. Non solo sporgono la testa sperando di non essere tagliati fuori, ma credono anche di poter recuperare un po’ di legittimità dirottando l’energia politica impiegata lì per migliorare i propri risultati elettorali. Che siano o siano stati al governo – come nel caso di Podemos – devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Nessuno qui è innocente. Perché superare il clima creato dall’estrema destra significa anche liberarsi dal confinamento – e quindi dalla chiusura – di qualsiasi mobilitazione all’interno del prevedibile quadro elettorale. La questione abitativa è centrale per la struttura economica spagnola, ma anche per il suo significato politico e simbolico. Al di là dell’approvazione o del rifiuto del decreto richiesto dal SI (Partito Socialista Operaio), volto a migliorare le condizioni delle inquiline, la lotta continuerà finché non si intravede una soluzione al problema abitativo. Il problema è strutturale e richiede molte altre battaglie. Il sindacato lo sa e si sta preparando. La sfida per il SI e per tutto il movimento per il diritto all’abitazione è quella di mantenere questa pressione, indipendentemente da chi sia al potere, ed evitare le trappole tese dal governo progressista. Per ora, è già riuscito a cambiare il panorama mediatico, seppur temporaneamente, trasformando le strade, facendocele occupare in modo diverso e unendoci in un momento di diffuso scoraggiamento. Sta lavorando anche su qualcosa di meno evidente ma cruciale: sta trasformando la cultura, producendo nuovi valori e delegittimando la speculazione abitativa. Questo è più importante di quanto sembri, perché è da questo lavoro dal basso che possiamo lanciare lotte più ambiziose. Sebbene la campagna per il “Sì” si concentri principalmente sui fondi e sui grandi proprietari immobiliari, è chiaro che il messaggio sta trovando riscontro anche in altre tipologie di locatori: percepire un reddito da locazione significa vivere alle spalle del lavoro altrui. Questo tipo di retorica rappresenta un vero e proprio shock per il modello immobiliare spagnolo ed è destabilizzante perché il reddito da locazione è profondamente radicato nella società spagnola. Nonostante le difficoltà, sarà fondamentale che queste idee attecchiscano per regolamentare il settore e ridurre i privilegi di tutti i locatori, attualmente eccessivi sotto ogni punto di vista. Vedremo cosa succederà se il risultato in parlamento non sarà incoraggiante. L’energia che si respira in piazza – l’enorme numero di persone, ma anche la gioia palpabile – e il fatto che si stiano svolgendo manifestazioni simili in altre parti del Paese, indicano che qualcosa bolle in pentola. Forse è la benedetta ondata di protesta. Forse la piazza rimarrà occupata nei prossimi giorni o si trasformerà in qualcos’altro. Qualcosa che potrebbe anche andare oltre. Si invocano appelli ad ampliare le proteste, anche sotto forma di scioperi che potrebbero unire altre lotte in corso, come quelle relative ai servizi pubblici – a Madrid, la manifestazione per l’istruzione di domenica 27 è stata imponente. Il caso di Maricarmen ha avuto un forte impatto simbolico, ed è questo che ha reso possibile questa rivolta: la sua vulnerabilità e, al tempo stesso, la sua capacità di rappresentare molti settori sociali, non necessariamente i più poveri. Questa capacità di identificarsi con loro è stata senza dubbio una delle chiavi del loro successo. Dobbiamo però continuare a parlare di coloro che non hanno altra scelta se non quella di occupare abusivamente un immobile o che sono stati costretti a smettere di pagare l’affitto, perché per loro il blocco degli affitti o i contratti a tempo indeterminato – pur essendo molto importanti – non saranno sufficienti. Dobbiamo anche ricordare che non tutti coloro che hanno problemi abitativi sono “come noi”, che il problema abbraccia profili molto diversi: ci sono i rom, le donne e gli uomini poveri come quelli di Cañada Real, i marocchini e i minori non accompagnati che hanno più difficoltà a trovare una casa che si possa davvero definire tale. Queste persone non fanno bella figura in televisione e nessuno si identifica con loro. Riconquistare queste figure e dare loro spazio nel dibattito pubblico implica anche una lotta antifascista. Anche questo è una sorta di estensione. Perché nelle prossime settimane ci diranno Ceuta e noi risponderemo: diritti per tutti. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt.es -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un 15M per la casa? proviene da Comune-info.
September 30, 2026
Comune-info
Organizzeremo i dertori
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali -------------------------------------------------------------------------------- Quando la vita sociale si impoverisce e la paura dilaga, il nazionalismo vince. Quando il nazionalismo vince si prepara la guerra. Il nazionalismo ha vinto da una parte e dall’altra della frontiera russo-ucraina, e la conseguenza è la guerra, perché i nazionalisti sono fatti così: più si assomigliano più si azzuffano, anche se a pagare il prezzo del loro idiota patriottismo sono intere popolazioni. Il nazionalismo sta vincendo in larga parte d’Europa, la violenza xenofoba aumenta, si investono in armamenti risorse sottratte alla società, e si prepara la guerra. Per giustificare il riarmo d’Europa, dicono alcuni: non dobbiamo piegarci al fascismo russo. Fingono di non sapere che il fascismo è dalla parte della Russia di Putin ma anche dalla parte dell’Ucraina di Zelenskyy. Fingono di non sapere che metà dell’elettorato europeo vota per variegate formazioni nazionaliste che in comune hanno la propensione per la Russia. Il nazionalismo è una trappola. Per giustificare la retorica bellicista dicono alcuni: ma allora non avremmo dovuto prendere le armi contro i nazi-fascisti? Strano che a chiederlo siano spesso dei nazi-fascisti. Come è strano il fatto che ad accusarci di antisemitismo siano i discendenti politici di chi sterminò gli ebrei. Ma che farci? I nazionalisti son fatti così: non gli importa nulla della logica, nulla della verità. La verità è che il riarmo europeo non ha niente a che fare con la Resistenza. In Francia come in Italia la Resistenza fu opera di coloro che disertarono le armate nazionali. I partigiani erano disertori che dovevano sopravvivere alla guerra cui non volevano partecipare. Per disertare talvolta occorre resistere, talvolta i disertori sono costretti a prendere le armi. Ricapitoliamo la lezione del secolo passato. Nel 1914 i francesi volevano vendicare la sconfitta del 1870-71, quindi chiamarono alla guerra nazionale contro i tedeschi. Fu una carneficina senza precedenti: un milione e mezzo di morti, quattro milioni di feriti, solo dalla parte francese. Con un milione e ottocentomila morti la Germania uscì sconfitta dal conflitto iniziato nel ‘14, e nel 1919 a Versailles si definirono le condizioni del dopoguerra. I vincitori andarono a Versailles per costruire la pace? No: inglesi e francesi volevano la vendetta, l’umiliazione della Germania, volevano distruggere l’economia tedesca. John Maynard Keynes si trovava a Versailles come consulente del governo inglese, e capì che i paesi vincitori stavano facendo una cosa tremendamente sbagliata. In un libro dal titolo The economic consequences of peace, Keynes avvertì: se imporremo queste condizioni alla Germania non faremo che preparare nuove catastrofi. Ma siccome la voce degli intellettuali non conta, accadde esattamente ciò che Keynes aveva tentato di sventare. Le conseguenze economiche che Keynes prevedeva si verificarono: inflazione irrefrenabile in Germania, impoverimento, disoccupazione, umiliazione rabbia e risorgente nazionalismo. La vittoria di Hitler fu il frutto della vendetta anglo-francese. Chi semina vento raccoglie tempesta. Questa vecchia storia si è ripetuta dopo il crollo dell’impero sovietico. Le potenze occidentali spinsero la Russia verso un abisso di miseria e di violenza. Consulenti economici filo-occidentali dilapidarono la ricchezza prodotta dai lavoratori sovietici, distrussero il tessuto sociale e lo sostituirono con un’ondata di criminalità economica, di pirateria e di stragi mafiose. Gli anni Novanta post-sovietici sono raccontati da Svetlana Alexievic in Tempo di seconda mano come un’epoca di umiliazione profonda destinata a culminare in una reazione nazionalista estrema. Mentre i russi vivevano una crisi paragonabile a quella che toccò ai tedeschi negli anni Venti, mentre la popolazione russa si riduceva drammaticamente perché la gente moriva, gli uomini si ubriacavano e le donne erano costrette a emigrare per sostenere le famiglie, il culto di Stalin risorse come desiderio di vendetta. Putin è il vendicatore designato. I rapporti economici tra Russia e Germania si intensificarono, ma gli americani non ne erano contenti. Per quattro anni alla Casa Bianca c’era stato un amico di Putin. Dopo la pandemia, quando i democratici tornarono al potere, Biden e la signora Clinton pensarono di poter umiliare nuovamente la Russia usando la vita di quaranta milioni di ucraini come un grimaldello per provocare un nuovo Afghanistan alle porte di Mosca (così si espresse Hillary in un’intervista del gennaio 2022). Gli americani furono molto chiari su un punto: il legame economico tra Russia e Germania andava a tutti i costi spezzato, il contratto di fornitura energetica NorthStream2 andava cancellato. Biden giunse a dire che se i tedeschi non si affrettavano a interrompere NorthStream2 ci avrebbe pensato lui. Un agente segreto ucraino fece saltare la pipeline NorthStream2, mentre Putin restaurava la retorica stalinista della guerra patriottica, e Zelenskyy mobilitava il nazionalismo. I russi invasero il territorio ucraino, e fu la guerra. Chi ha voluto che questo accadesse? Chi ha creato le condizioni perché la pace naufragasse, come nel 1914, come nel 1939? La storia delle nazioni non è affar nostro. È una trappola. Da migliaia di anni qualcuno ci trascina alla guerra dicendo: siamo dalla parte giusta della storia, le ragioni della storia vogliono così. Ma le ragioni della storia non ci interessano più. Abbiamo capito l’essenziale, e l’essenziale è questo: la storia delle nazioni è una storia di morte. Uccidere non è il nostro mestiere, e per la patria non intendiamo uccidere né morire. Non conoscevo Virginia Libero, segretaria dei giovani democratici, prima che dichiarasse: “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Organizzeremo i disertori”. Adesso la conosco e penso la stessa cosa che pensa lei. -------------------------------------------------------------------------------- L’orrore del genocidio, l’assurdità della guerra che alligna in ogni nicchia. Questa è l’esperienza che dobbiamo vivere, nell’impotenza di fermare il precipizio. Elena a Gaza è una riflessione musicale su questo insensato destino cui l’umanità sembra incapace di sfuggire. Elena è il nome delle vittime indifese della violenza razzista, patriarcale, nazionalista. Gaza è il nome della ferocia che si è impadronita della vicenda umana, del ciclo interminabile di violenza e vendetta. Elena non andò mai a Troia, rivela Euripide. Paride credette di impadronirsi del suo corpo, ma portò con sé solo un fantasma. Fantasmi sono gli ideali, le promesse, i valori altisonanti che la civiltà occidentale persegue con lo sterminio. Franco Berardi ha scritto il testo, Marco Bertoni ha composto la musica, Andrea Renzini ha dipinto le immagini, la regia è di Licia Lanera. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Organizzeremo i dertori proviene da Comune-info.
September 30, 2026
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