Ribellarsi all’estrattivismo immobiliareLE LOTTE PER IL DIRITTO ALL’ABITARE SONO LEGATE A LINGUAGGI E OBBIETTIVI
DELINEATI NEGLI ANNI SESSANTA E SETTANTA. A VOLTE VIENE LASCIATA FUORI, AD
ESEMPIO, LA DIFESA DI CHI OGGI VIVE IN AFFITTO E RISCHIA DI ESSERE SFRATTATO. IL
MERCATO DELL’AFFITTO E LE SUE TRASFORMAZIONI SONO STATI A LUNGO TRASCURATI.
ABBIAMO SEMPRE PIÙ BISOGNO DI ASCOLTARE LE VOCI DI CHI VIVE DIRETTAMENTE LA
CRISI ABITATIVA, AFFITTUARI INCLUSI, MA ANCHE DI INDIVIDUARE I NESSI CON LE
CAUSE ECONOMICHE, FINANZIARIE E POLITICHE E, SOPRATTUTTO, DI IMPARARE DELLA
ESPERIENZE E DALLA PROPOSTE DI CHI RESISTE. L’INTRODUZIONE DEL LIBRO ABITARE IN
AFFITTO. LE NUOVE FRONTIERE DELL’ESTRATTIVISMO IMMOBILIARE (ARMANDO ED.) DI
CHIARA DAVOLI E STEFANO PORTELLI
Tracce della lotta a Milano di Chiediamo Casa e Social Forum Abitare
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1. Abitiamo un mondo che si trasforma a ritmo vertiginoso: spazi urbani e
società che cambiano fisionomia a vista d’occhio, case che non sentiamo più
sicure, un’epoca che ha smesso di garantirci quella stabilità che credevamo
acquisita. In Europa siamo cresciuti con l’idea che il mondo fosse sotto
controllo, stabile, permanente, e che noi fossimo i suoi cittadini e cittadine
legittimi. Ci hanno convinto che le città siano fatte per noi, che possiamo
influire sul loro sviluppo, che disponiamo di strumenti per criticare e
modificare le decisioni di chi governa.
Nel resto del mondo queste certezze sono molto meno solide, se non del tutto
assenti: per questo, forse, il tempo presente ci appare così sconvolgente. Oggi
quella sicurezza si incrina ovunque. Forme di violenza, precarietà e incertezza,
che abbiamo a lungo considerato lontane, si affacciano anche ai nostri
orizzonti.
Le modalità attraverso cui la speculazione immobiliare e la gentrificazione
prendono il controllo delle città – espellendo chi non può permettersi di
restare o chi non è considerato il benvenuto – sono certo meno esplicitamente
violente della colonizzazione o dei genocidi che colpiscono altre parti del
mondo; ma la logica che le muove è la stessa. Genocidi e conflitti armati sono
infatti quasi sempre legati al controllo della terra e delle risorse, e
implicano la sottrazione, la distruzione, l’espropriazione delle abitazioni.
“Uccidere una casa è genocidio”1 ha scritto il poeta palestinese Mahmud Darwish.
La casa è un’estensione del nostro corpo, come scrivono Madden e Marcuse2; è un
elemento imprescindibile per organizzare materialmente e simbolicamente le
nostre vite. Ma è anche un punto di osservazione privilegiato da cui leggere le
ingiustizie e le disuguaglianze. La casa è strettamente connessa alla salute, al
benessere, ai rapporti sociali, allo status, all’inclusione, alla possibilità di
accedere ad altri diritti; non si limita a riflettere le disuguaglianze sociali
ma le plasma attivamente, perché influenza le diverse opportunità che hanno i
diversi gruppi di popolazione e i rapporti che intrattengono tra loro.
Negli ultimi cinque anni abbiamo fatto parte di un’assemblea di autodifesa
abitativa a Roma. Questa esperienza ci ha permesso di attraversare l’ingiustizia
abitativa con i nostri corpi. Abbiamo conosciuto persone sfrattate senza alcuna
possibilità di ritrovare una casa. Abbiamo ascoltato le storie di chi ha subito
le conseguenze più dure delle crisi degli ultimi anni. Abbiamo lottato al fianco
di persone che temevano di non poter più restare nel quartiere in cui avevano
scelto di radicarsi. Abbiamo visto famiglie cambiare Paese. Ci siamo scontrati
con la difficoltà di pagare l’affitto, di mantenere una condizione abitativa
dignitosa, di vedere crescere i propri figli e le proprie figlie in un ambiente
conosciuto. Ci siamo imbattuti in forme intollerabili di violenza istituzionale
e in discriminazioni sistematiche di classe e di razza, tanto nel mercato
immobiliare quanto nella sfera istituzionale.
Abbiamo visto anche tante rinascite: persone che sono riuscite a uscire dalla
solitudine scegliendo di organizzarsi, ritrovando la forza e il sorriso. Abbiamo
conosciuto tante realtà organizzarsi in diversi quartieri, città e paesi,
portando avanti la lotta per il diritto alla casa, contro gli sfratti, la
gentrificazione, la turistificazione e la speculazione, per difendere servizi,
spazi e comunità. Più dei tanti studi e ricerche che abbiamo portato avanti in
questi anni, sono state queste esperienze ad averci ispirato a scrivere questo
libro.
2. Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare
(Armando Editori, 2025) ha l’obiettivo di spiegare come la finanziarizzazione
sia diventata pervasiva in quasi ogni aspetto delle nostre esistenze, e come
attori e strumenti della finanza – fondi, asset, rendimenti, cartolarizzazioni –
siano ormai entrati nella nostra quotidianità. Soprattutto in un paese in cui
queste dinamiche sono ancora opache, abbiamo considerato fondamentale illuminare
certi meccanismi complessi, per rendere chiaro e accessibile cosa significhi
finanziarizzazione dell’abitare, collegandola allo smantellamento del welfare e
ai processi di privatizzazione, cioè al trasferimento progressivo di funzioni e
servizi pubblici verso il settore privato.
Nel libro proviamo a tenere insieme due livelli di analisi tra loro intrecciati.
Il primo è quello micro, che riporta l’attenzione sulle esperienze concrete
delle persone; i racconti e le voci di chi vive direttamente la crisi abitativa
sono stati il nostro punto di partenza. Il secondo è quello sistemico, che
riguarda le cause economiche, finanziarie e politiche della crisi. Abbiamo
bisogno di capire perché e come i nostri territori e le nostre case siano
diventati una nuova miniera d’oro da cui estrarre profitti. Raccontiamo le
trasformazioni in corso anche attraverso i dati, per chiarire le dinamiche
speculative che stanno sottraendo immobili al mercato residenziale tradizionale,
e contribuendo all’aumento dei prezzi, non solo in Italia, ma in tutta Europa.
Infine, avanziamo proposte e soluzioni guardando anche all’esempio di altri
paesi. Consapevoli della complessità del problema e del fatto che la crisi
abitativa non si risolve con un unico strumento, proponiamo una molteplicità di
strade che si intersecano tra loro.
3. Negli ultimi decenni qualcosa è cambiato, in modo silenzioso ma profondo.
Grandi investitori – fondi pensione, assicurazioni, società di gestione del
risparmio – hanno iniziato ad accaparrarsi pezzi di città e di territorio. Come
avvoltoi in attesa del momento propizio, si sono gettati sulle nostre case e
sulle aree pubbliche, considerandole una fonte di rendimento stabile.
Una parte rilevante di questo capitale proviene indirettamente dal risparmio
diffuso3: i contributi versati nei fondi pensione complementari, i premi delle
assicurazioni private, gli strumenti di gestione del risparmio in cui
confluiscono i depositi di milioni di persone. Risorse nate per garantire
sicurezza e stabilità nel lungo periodo vengono così convogliate nei circuiti
della finanza immobiliare, contribuendo ad alimentare processi che trasformano
profondamente le città.
Fondi e investitori istituzionali non si limitano ad acquistare immobili
esistenti, ma finanziano e orientano la produzione stessa dello spazio urbano.
Forti dei loro immensi capitali, promuovono la riqualificazione di aree
pubbliche e la costruzione di nuove tipologie residenziali – come studentati
privati, coliving, build-to-rent. social housing – presentandosi alle
amministrazioni locali come i risolutori del problema abitativo e i rigeneratori
di una città data per abbandonata.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza un contesto politico che lo ha
reso possibile, e spesso lo ha incoraggiato. In Italia come in gran parte
d’Europa, le politiche neoliberiste hanno progressivamente svuotato il potere
economico e decisionale delle amministrazioni locali: hanno tagliato gli
investimenti statali, hanno indebolito la gestione dell’edilizia pubblica e
subordinato la pianificazione urbana agli interessi degli investitori privati.
Così le amministrazioni locali sono diventate facilitatori di investimenti:
semplificano le procedure, ammorbidiscono le regole urbanistiche, riducono i
rischi per chi porta capitali, o li scaricano sul pubblico. A volte – come nel
caso della nostra città, Roma – si occupano attivamente di attrarre i grandi
capitali privati, presentando la città alle grandi fiere degli investitori
immobiliari. Si propongono grandi strutture, social housing, progetti ibridi che
uniscono un mix funzionale tra ricettivo e residenziale, facendole passare come
soluzioni innovative alla carenza di alloggi, o come strumenti di
riqualificazione di territori degradati. Queste false soluzioni nascondono una
nuova forma di estrazione di valore dai territori e da chi li abita.
Le conseguenze non sono astratte. Mentre i grandi investitori, i fondi
immobiliari e le società di gestione del risparmio accumulano potere e capacità
di influenzare le decisioni politiche – fino a riscriverne le regole – i costi
dell’abitare continuano a salire, mentre i redditi rimangono praticamente
stagnanti. Il risultato è un divario che si allarga ogni anno, che pesa sulla
qualità della vita e rende sempre più difficile costruire percorsi di autonomia:
soprattutto per chi è giovane, per le persone più fragili e precarie, per chi
non ha le risorse per stare al passo. la guerra invisibile dei potenti contro la
popolazione, per usare l’espressione di Marco D’Eramo4, si articola oggi anche
sul piano dell’accesso alla casa: è una continuazione della lotta di classe, ma
che invece di svolgersi sul terreno della produzione industriale, si articola su
quello della necessità vitale di abitare e di radicarsi su un territorio.
Le grandi organizzazioni della proprietà sono riuscite a fare breccia
nell’opinione pubblica, presentandosi come rappresentanti dell’interesse della
maggioranza della popolazione. Nel libro spieghiamo come il mito dell’Italia
come “paese di proprietari” si basi su una lettura falsata dei dati sulla
distribuzione della proprietà immobiliare: anche se in Italia, infatti, un 70%
di persone è proprietaria di almeno una quota di un immobile, questo non vuol
dire che i loro interessi coincidano con quelle dei grandi investitori o degli
speculatori immobiliari. Basti pensare che chi possiede la casa in cui abita non
ha necessariamente interesse a vedere aumentare il suo valore: se questo
permette un ricavo maggiore alla sua vendita, ci sarà bisogno di risorse
altrettanto maggiori per comprare un altro alloggio in cui vivere. Chi invece
possiede molte case, e trae la maggior parte dei suoi introiti da esse, ha tutto
l’interesse alla crescita continua dei valori immobiliari. Ma questa è solo una
frazione molto piccola della “classe dei proprietari”.
4. Una coscienza collettiva su questi temi ancora fatica a svilupparsi. L’Italia
ha una lunga tradizione di lotte per la casa, collettivi territoriali,
sindacati, associazioni e gruppi politici a volte con storie che risalgono a
molti decenni fa. Le lotte per la casa, tuttavia, risentono ancora del
linguaggio e degli obbiettivi delineati negli anni Sessanta e Settanta:
principalmente l’aumento della disponibilità di case popolari, e la difesa degli
immobili occupati come tramite per ottenerne l’assegnazione. Questi obiettivi
sono fondamentali, e non possono essere trascurati, ma ad essi bisogna
aggiungere una difesa attiva di chi oggi vive in affitto e rischia di essere
sfrattato. Assistiamo sempre più a sfratti invisibili, che non vengono
convalidati da un giudice, ma che riguardano chi è costretto ad abbandonare la
propria casa perché il contratto di locazione non viene rinnovato e non sa più
dove andare a vivere, poiché i prezzi diventano insostenibili anche nei
quartieri che un tempo erano considerati popolari.
Per lungo tempo, il ruolo dell’affitto nel sistema abitativo è stato
sottovalutato, e non pienamente riconosciuto come una componente strutturale
destinata ad assumere crescente rilevanza in contesti di crisi. L’abitare in
locazione è stato spesso interpretato – anche all’interno dei movimenti per il
diritto alla casa – come una condizione transitoria o residuale, tipica delle
fasce sociali marginali. Questa impostazione ha contribuito a una limitata
attenzione, sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello della
mobilitazione sociale, nei confronti del mercato dell’affitto e delle sue
trasformazioni. Solo in anni più recenti, e in particolare nel contesto della
pandemia da COVID-19, è emersa con maggiore evidenza la vulnerabilità di una
quota significativa della popolazione in affitto, evidenziando criticità
strutturali già presenti ma a lungo trascurate.
Nel libro cerchiamo di rivolgere sempre il nostro sguardo a contesti non
italiani per capire come migliorare l’azione politica da noi. Il rilancio della
lotta per la casa in Spagna dopo la crisi del 2008, ad esempio, è passato per la
difesa delle persone che subivano pignoramenti per non poter pagare i mutui –
una popolazione tradizionalmente molto diversa da quella che era stata
protagonista delle lotte dei decenni precedenti. Anche in Italia è necessario
creare alleanze e nuove forme di lotta che includano fasce di popolazione
tradizionalmente estranee agli ambienti tradizionali da cui scaturiva la lotta
per la casa. Del resto, è stato proprio collegandosi alle rivendicazioni dei
migranti alloggiati precariamente nelle baraccopoli che la sinistra
(parlamentare e extraparlamentare) negli anni Sessanta riuscì a costruire una
mobilitazione che ha modificato l’intera struttura della legislazione sugli
alloggi. Crediamo che oggi sia necessario un lavoro simile con le migliaia di
persone che non riescono più a pagare l’affitto – moltissime di loro migranti,
altre no.
5. Per concludere, crediamo che questo libro possa contribuire alla crescita di
una consapevolezza collettiva su come affrontare la situazione dell’abitare
oggi. Da un paio d’anni, questo tema ha iniziato ad acquisire centralità anche
nella stampa mainstream. In tutta Italia si stanno moltiplicando le iniziative,
i dibattiti, le campagne, le organizzazioni di base, orientate alla questione
abitativa. Ci sono assemblee contro la speculazione, social forum sulla casa,
collettivi territoriali, reti di autodifesa, sindacati di base, che
quotidianamente cercano di tamponare le conseguenze più gravi
dell’accaparramento degli alloggi e della speculazione finanziaria, producendo
anche conoscenza e ragionamenti a partire dall’azione di base. Così, ultimamente
sono usciti diversi volumi che affrontano da varie angolature il problema5. Il
nostro libro si inserisce in questa serie di ragionamenti sull’abitare, nella
convinzione che una nuova consapevolezza diffusa possa aprire una stagione di
lotta politica su temi di centrale importanza.
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1 Mahmud Darwish, “La casa assassinata” (Al bayt qatila), in Mahmud Darwish,
L’effetto farfalla, a cura di Sana Darghmouni e Simone Sibiliio, Emuse 2025.
2 Madden, D., & Marcuse, P. (2016). In defense of housing: The politics of
crisis. Verso.
3 Sul tema si vedano i lavori di Alessandro Volpi: I padroni del mondo. Come i
fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, 2024;
e Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza,
Altreconomia, 2024.
4 Il libro è “Dominio: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”, edito
da Feltrinelli 2020.
5 Possiamo citarne alcuni come: Sarah Gainsforth, Abitare stanca. La casa: un
racconto politico, Effequ, 2022; Asia-USB, Prigionieri del mattone. Rendita vs
diritto all’abitare, L’Armadillo editore, 2023; Lucia Tozzi, L’invenzione di
Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane, Cronopio, 2023; Stefano
Portelli, Luca Rossomando e Lucia Tozzi, Le nuove recinzioni. Città, finanza e
impoverimento degli abitanti, Carocci, 2023; Sarah Gainsforth, L’Italia senza
casa, Laterza, 2025; Gessi Whitee, Città in affitto. Un requiem per il diritto
all’abitare, Editori Laterza, 2025, e altri ancora.
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> Abitare sempre più temporaneo
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