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Se tu sapessi come va a finire
-------------------------------------------------------------------------------- Immagine Rete Yekatit 12-19 Febbraio -------------------------------------------------------------------------------- Nel corso di un’intervista concessa a Roger Cohen del New York Times, Giorgia Meloni ha detto una frase su cui vale la pena riflettere: “Clearly if we look at this history today it’s one thing. If we looked at it standing in the midst of it, probably we would have seen it differently, no?“. “Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?”. Se tu ti fossi trovato a vivere, poniamo, nel 1936, quando Benito Mussolini proclamava trionfalmente la fondazione dell’Impero (tacendo il milione di vittime della guerra italiana in Etiopia) come l’avresti vista? Saresti stato contento di essere italiano, di avere finalmente un bell’Impero, saresti stato orgoglioso di avere ammazzato un milione di neri, no? In data 5 giugno e 8 luglio 1936, Mussolini aveva telegrafato a Graziani, dal ministero delle Colonie, i seguenti ordini: «Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi» e «Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici stop. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma». Rodolfo Graziani, noto come il macellaio del Fezzan, riconosciuto criminale di guerra dalle Nazioni Unite, condannato dopo la guerra a diciannove anni di reclusione, e poi condonato e liberato dopo solo quattro mesi, aderì nel 1952 al partito di Giorgio Almirante, quello con la fiamma che Giorgia Meloni continua ad esibire. “Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?” dice la nostra presidente del Consiglio. Ci sarebbe piaciuta, ce la saremmo goduta, avremmo potuto battere le mani e tornare a casa orgogliosi di essere italiani e fascisti, no? Ma se la guardi oggi, be’, allora è un’altra cosa. If you look at this history it’s one thing. Cioè? Oggi come la vediamo quella storia? È semplice, oggi sappiamo com’è andata a finire. È andata a finire che abbiamo ammazzato un milione di neri ma questo non importa, tanto è vero che la Repubblica democristiana e stalinista permise al criminale di guerra Graziani di uscire dal carcere e di iscriversi a un partito di assassini che è il diretto antecedente del partito di Giorgia Meloni. Ma poi è andata a finire che Mussolini seguì quel mattoide di Hitler e la storia finì con mezzo milioni di italiani morti e la distruzione delle città. Finì che l’8 Settembre gli eroi nazionalisti tagliarono la corda oppure si misero dalla parte delle truppe naziste mentre tutto stava per crollare. Gli italiani, che avevano osannato Mussolini quando ordinava di ammazzare gli etiopi, a quel punto si spaventarono un po’ e cambiarono idea, almeno per qualche tempo. Adesso agli italiani piacciono di nuovo gli assassini. Hanno dimenticato chi era Rodolfo Graziani, hanno dimenticato le leggi razziali, hanno dimenticato il 25 luglio e l’8 settembre. Ma la brava Meloni, inavvertitamente, ci avverte: finché siamo nel mezzo di questa storia è una cosa. Ma poi come va a finire tra un po’? Dovremmo averlo imparato come va a finire quando i nazionalisti sono al potere: va sempre a finire con una catastrofe, con una carneficina, ieri con Hitler, oggi con Zelenskyy, con Putin e con Trump, poco i porta con chi, purché sia l’Occidente. La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea: “Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante”. Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice. L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin. Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra. Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre. Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Memoria di un eccidio italiano -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se tu sapessi come va a finire proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Il terremoto del noi e quello della democrazia
OGNUNO, DOPO DIECI ANNI, HA IL SUO DI TERREMOTO “CENTRO ITALIA”. IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO DECISO DI NON TORNARE PIÙ E IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO DECISO DI RIMANERE, ANCOR OGGI, DENTRO UNA SCATOLA DI POLIURETANO CHIAMATA SAE, IL CUI TETTO NEL PRIMO INVERNO VENNE SFONDATO DALLA NEVE, E QUALCHE SETTIMANA FA È STATO SFONDATO DALLA GRANDINE. POI C’È IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO GUADAGNATO, DA UN PICCOLO FINANZIAMENTO, UNA COMPARSATA, FINO ALL’APPALTO STREPITOSO. IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO FATTO LAVORARE IN NERO GLI OPERAI NEI CANTIERI. IL TERREMOTO DELLA POLITICA, CHE DOPO DIECI ANNI HA COSTRUITO IL DELTAPLANO PER I TURISTI DI CASTELLUCCIO, MA NON CASTELLUCCIO; LE PISTE DA SCI DI PLASTICA, GLI IMPIANTI DI RISALITA E GLI IGLOO SUI SIBILLINI, MA NON I PAESI DEI SIBILLINI… TROPPI HANNO PENSATO AL “PROPRIO” DI TERREMOTO, ANZICHÉ SCEGLIERE DI COSTRUIRE UN POST TERREMOTO DI TUTTI. LA STRATEGIA DELL’ABBANDONO, DOPO DIECI ANNI, HA CONCLUSO, VINCENDO. «PERCHÉ LA BRACE CHE LA RIGENERA, È L'”IO” E IL “MIO”. PER IL “NOI” SAREBBE SERVITA PIÙ GENEROSITÀ E MENO EGOISMO. PIÙ “CEDERE”, CHE “PRENDERE”. PIÙ FRATERNITÀ E MENO EGO. PIÙ DEMOCRAZIA…», SCRIVE LEONARDO ANIMALI DALLE MARCHE. GIÀ, LA DEMOCRAZIA, QUELLA CHE ERA STATA CASSATA PER DECRETAZIONE, NELLA GESTIONE DELLE EMERGENZE GIÀ DAL TERREMOTO DE L’AQUILA Ognuno, dopo dieci anni, ha il suo di terremoto “Centro Italia”.  Il mio, quello strettamente personale,  mi è presente da dieci anni, ogni volta che esco di casa, o se mi affaccio dalla finestra. Io sono certo che questa fisicità, questa convivenza con le rovine accanto alla mia casa integra, mi abbia reso diverso nel tempo. Sicuramente non in meglio.  Poi c’è il terremoto che ho trovato da quella mattina del 24 agosto a Pescara del Tronto. Le case, a otto ore dalla scossa della notte, ancora fumanti dalla polvere, come se anziché scosse da sottoterra, fossero state bombardate dal cielo; i 52 morti di Arquata del Tronto dentro i sacchi neri all’obitorio dell’ospedale di Ascoli Piceno, tranne Marisol di pochi mesi, già composta dentro una piccola bara bianca; dei paesi con le case aperte, quelle sì, come scatolette di tonno; del dolore autentico, perfino delle autorità, ai funerali di Stato ad Ascoli, in un irreale sabato mattina d’agosto.  C’è il terremoto di Enzo Rendina, arrestato e processato perché non voleva lasciare Pescara del Tronto. C’è il terremoto di Massimo Dall’Orso, e dell’altra ventina di persone che hanno scelto di morire non resistendo al peso immateriale della non ricostruzione.  Il terremoto di Francesca di Castelsantangelo sul Nera, incontrata per caso tra dolore e macerie, diventata presto amica e sorella, e persa, per un tumore post sisma, quasi subito.  Il terremoto degli albergatori della costa adriatica, che hanno ospitato per un paio d’anni qualche migliaio di persone, destagionalizzando per decreto commissariale. Il terremoto dei farmacisti del cratere, e delle casa farmaceutiche produttrici di benzodiazepine e tranquillanti.  Ma anche quello dei baristi con ancora il bar in piedi, che hanno diminuito drasticamente di somministrare cappuccini e pastarelle, sostituiti esponenzialmente da alcolici ad alta gradazione.  Il terremoto di tanti con cui ho parlato, raccolto i sentimenti, le speranze, la protesta e l’indignazione.  Quelli che hanno deciso di non tornare più; quelli che hanno deciso di rimanere, ancor oggi, dentro una scatola di poliuretano chiamata SAE, il cui tetto nel primo inverno venne sfondato dalla neve, e qualche settimana fa è stato sfondato dalla grandine diametro albicocca.  Poi c’è il terremoto di quelli che hanno guadagnato, da un piccolo finanziamento, una comparsata, fino all’appalto strepitoso. Tanti piccoli, medi e grandi furbi.  Di quelli che hanno denunciato Nonna Peppina a Fiastra, regolando un vecchio rancore di vicinato.  Del sindaco di Monte Cavallo, denunciato per appropriazione indebita del Contributo per l’Autonoma Sistemazione, perché ha continuato a vivere per due anni nella sua casa inagibile.  Di quelli che hanno fatto lavorare in nero gli operai nei cantieri.  Dell’Ospedale di Amandola, ricostruito grazie all’assegno di partenza di cinque milioni di euro, donati alla Regione Marche dall’oligarca russo Igor Sečin, presidente della multinazionale del petrolio e del gas Rosneft. Il terremoto degli studenti dell’Università di Camerino, che per difendere il valore che il loro ateneo rimanesse sull’Appennino, di fronte alla richiesta di una delocalizzazione (temporanea, ma che sarebbe stata definitiva) sulla costa, si sono resi disponibili a studiare di giorno in paese e a dormire a Senigallia, con un pendolarismo quotidiano di 200 chilometri al giorno in pullman.  C’è il terremoto della politica, che dopo dieci anni ha costruito il Deltaplano per i turisti di Castelluccio, ma non Castelluccio; le piste da sci di plastica, gli impianti di risalita e gli igloo sui Sibillini, ma non i paesi dei Sibillini; i percorsi benessere kneipp nel fiume a Pievetorina, ma non Pievetorina.  Poi c’è il terremoto, di quelli che, grazie al terremoto, sono diventati parlamentari, consiglieri regionali, e di quelli che rimarranno sindaci e presidenti a vita di qualcosa.  Un solo catastrofico terremoto che ha generato tanti, infiniti, piccoli e personali terremoti. La situazione oggi è quella che l’onestà di ciascuno (ammesso che la  si abbia) può oggettivamente registrare. Tangibile, documentabile, fotografabile. Al netto di ogni mainstream e propaganda. Ed è quella che è perché, dopo dieci anni, troppi hanno pensato al “proprio” di terremoto, anziché scegliere di costruire un post terremoto di tutti.  La Strategia dell’abbandono, dopo dieci anni, ha concluso, vincendo, il suo lavoro. Perché la brace che la rigenera, è l'”io” e il “mio”.  Per il “noi” sarebbe servita più generosità e meno egoismo. Più “cedere”, che “prendere”.  Più fraternità e meno ego. Più democrazia, cassata per decretazione, nella gestione delle emergenze già dal terremoto de L’Aquila. La democrazia, in fondo, è la prima vittima che provoca ogni catastrofe naturale.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il terremoto del noi e quello della democrazia proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Ben Gvir, il mostro espiatorio
-------------------------------------------------------------------------------- Ortueri (Nuoro). Foto Gaza FREEstyle -------------------------------------------------------------------------------- Da alcuni mesi, in particolare dal compleanno festeggiato con la torta col cappio e dalle brutali sevizie inferte agli attivisti della Flotilla, è in atto un processo di “mostrificazione” del “ministro” Itamar Ben Gvir. Vi sono pochi dubbi che lo sia, ma occorre andare oltre le parole di quella che possiamo definire postinformazione e comprendere i motivi reali di questa campagna. Si tratta di una campagna propagandistica (ben) orchestrata dalla cosiddetta hasbara, tesa a separare Ben Gvir dal resto del governo e dello stato ebraico e a creare il mostro (che mostro resta) per demostrificare e normalizzare Israele e la sua immagine, ormai compromessa dal genocidio e dell’orrore perpetrato, non solo a Gaza. Ben Gvir non risponde soltanto all’intento di esaltare il fanatismo religioso e suprematista che incarna: egli è parte integrante e trainante della trasformazione di Israele, in totale accordo con il governo di cui fa parte e larghe fasce dell’opinione pubblica*.  Non è dunque più mostro degli altri ministri: risponde a un elettorato in costante espansione e assolve a una precisa funzione coordinata e integrata con le politiche di Nethanyahu, la cui immagine a sua volta mostruosa è stata progressivamente abbandonata per fare spazio a cappi e sevizie. Ben Gvir, il mostro utile a demostrificare Israele e a salvare ciò che resta di una ex democrazia e della nostra coscienza omertosa e indifferente all’orrore.  Israele, come si è immediatamente compreso dopo il 7 ottobre, non si fermerà più: indignarsi ora contro il mostro espiatorio, dopo anni di orrore totale e collettivo, è ipocrita. -------------------------------------------------------------------------------- Ai temi dell’articolo è dedicato il saggio dell’autore di prossima uscita, Verso l’israelizzazione dell’Occidente -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ben Gvir, il mostro espiatorio proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Chi decide cos’è un bosco?
IL CASO DEL BOSCO OSPIZIO DI REGGIO EMILIA VA OLTRE LA DIFESA DI UN’AREA VERDE MINACCIATA DA UN NUOVO INSEDIAMENTO COMMERCIALE. METTE IN DISCUSSIONE IL MODO IN CUI DEFINIAMO IL VALORE DELLA NATURA URBANA, IL RAPPORTO TRA INTERESSI PRIVATI E BENI COLLETTIVI E LA CAPACITÀ DELLE ISTITUZIONI DI AGGIORNARE DECISIONI PRESE IN UN CONTESTO ORMAI PROFONDAMENTE CAMBIATO. TRA CRISI CLIMATICA, CONSUMO DI SUOLO E CONFLITTO DEMOCRATICO, LA DOMANDA DIVENTA ALLORA POLITICA PRIMA ANCORA CHE AMMINISTRATIVA: CHI DECIDE CHE COSA MERITA DI ESSERE TUTELATO? Chi ha il potere di definire cos’è un “bosco”?  Non si tratta di una domanda retorica, ma una questione che emerge con particolare evidenza nella vicenda del cosiddetto “Bosco Ospizio” di Reggio Emilia, l’area verde di oltre 45.000 metri quadri che sta per essere sacrificata per costruire l’ennesimo superstore commerciale. La vertenza appare in qualche modo paradigmatica dei tempi, delle assuefazioni e delle trappole in cui continuiamo a cascare senza alcuno sforzo di modificare le nostre abitudini di pensiero e di comportamento. Conad vanta già tre superstore all’interno dell’area urbana di Reggio Emilia, oltre a tre supermercati e altri punti vendita. Complessivamente, nella città, la grande distribuzione alimentare può contare su due ipermercati, quattro superstore, tredici supermercati e cinque discount, senza contare i minimarket di quartiere. Ovviamente il progetto si spiega all’interno di una competizione per fette di mercato. D’altra parte, val la pena notare che Reggio Emilia, nel biennio 2023-24, si presenta al 12° posto per consumo di suolo tra i comuni con più di 100.000 abitanti. In questa classifica negativa peraltro si registrano molte città della nostra Regione: Ravenna, Modena, Parma, Bologna, Ferrara, evidenziando che si tratta di un problema diffuso nella pianura padana. In questo contesto una rete di cittadini, costituitasi in “Assemblea permanente Bosco Ospizio”[1] assieme a Legambiente, sta portando avanti da anni una contestazione del progetto “P.R.U. IP_6 – OSPIZIO”: così si chiama il progetto di “riqualificazione urbana” che prevede diversi edifici, strutture commerciali per 4680 m2 – di cui 2.500 m2 per il solo Conad –, assieme a parcheggi, una rotatoria e servizi pubblici per il quartiere: una biblioteca e una casa della salute. Già nell’ottobre del 2024, in un Consiglio Comunale aperto, il dottor Marco Cervino, ricercatore al CNR, presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, aveva sottoposto ai rappresentanti delle istituzioni le evidenze scientifiche che sottolineavano la ricchezza di vegetazione e il valore dell’area in termini di conservazione e cattura del carbonio, nonché il contributo al contrasto del fenomeno dell’isola di calore urbano. Chiariva inoltre come la distruzione del bosco urbano avrebbe comportato un impoverimento ecologico e il fatto che le nuove piantumazioni non avrebbero potuto eguagliare o compensare questi effetti. Nei giorni scorsi, alcuni docenti e ricercatori – Francesco Reyes (Professore Associato in Arboricoltura e Coltivazioni Arboree, Università di Modena e Reggio Emilia), Lara Maistrello (Professoressa Associata in Entomologia Generale ed Applicata, Università di Modena e Reggio Emilia), Luca Mercalli (Presidente Società Meteorologica Italiana e Ambasciatore Europeo Patto per il Clima) – hanno preso posizione richiamando il valore ecologico di quest’area. Gli autorevoli colleghi hanno già sottolineato l’importanza di un’area di verde spontaneo in una pianura fortemente urbanizzata come la nostra, in termini di rifugio e punto di ripopolamento per diverse specie animali, nonché di riproduzione della biodiversità per alberi, arbusti, erba e fiori[2]. A questa presa di posizione ha fatto seguito un appello di una dozzina di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che invita ad evitare «la distruzione di un polmone verde nella città di Reggio Emilia». E ancora una quindicina di colleghi delle Università di Parma e Bologna (tra cui il sottoscritto) hanno sottoscritto un appello nel quale invitano le istituzioni e i soggetti privati coinvolti a «sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza». Altri appelli e prese di posizione si stanno diffondendo in questi giorni, coinvolgendo diverse realtà territoriali. I rappresentanti di Conad sostengono che nel nuovo piano di riqualificazione gli alberi che sarebbero abbattuti sarebbero sostituiti da numerosi altri piantati per compensazione in questa e altre aree, come se un ecosistema sviluppatosi nel tempo e i suoi effetti in termini di biodiversità e di mitigazione del caldo potessero essere sostituiti da una sommatoria di piante messe a dimora in mezzo a edifici e parcheggi. Del resto gli scienziati intervenuti nonché il circolo locale di Legambiente hanno a più riprese ricordato che le nuove piantumazioni previste dal progetto non possono compensare l’effetto degli abbattimenti in termini di stoccaggio della CO2, di filtrazione delle polveri sottili e di mitigazione dell’isola di carbone urbana. L’amministrazione locale sostiene il progetto dichiarando fra l’altro di essere vincolata dalle decisioni prese da amministrazioni precedenti a partire da una delibera municipale del 2006 e da un accordo siglato nel 2015 tra il Comune e la cooperativa di consumo. La mancanza di attuazione del progetto comporterebbe il pagamento di penali economiche. Anche da questo punto di vista il caso appare emblematico rispetto ai problemi che le forme tradizionali di democrazia stanno rivelando a fronte di una crescente crisi ecologica e climatica. In una fra le estati più calde di sempre in Italia, destinata a lasciare dietro di sé un grande numero di vittime, con anziani, malati e lavoratori all’aperto tra i più colpiti dal caldo, la capacità attuale di indirizzo e decisione democratica per proteggere le condizioni di vivibilità di una città appare fortemente vincolata – se non esautorata – dalla miopia delle concezioni di sviluppo e delle scelte politiche di vent’anni prima. È un esempio della implacabile “banalità burocratica” dietro a cui abbiamo imparato a nascondere i tanti piccoli ecocidi quotidiani che si compiono nelle città e nei territori. Mentre la consapevolezza scientifica e la sensibilità sociale sulla questione climatica ed ambientale si è approfondita, i processi decisionali delle istituzioni democratiche che regolano i rapporti tra privati, istituzioni e cittadini nella gestione dei progetti di sviluppo urbano del territorio, seguono ancora logiche e priorità che spingono a sacrificare o sottomettere gli interessi pubblici e collettivi agli interessi e allo strapotere economico dei privati. In questo modo si produce una progressiva erosione di quelle dimensioni fondamentali – fiducia, autorità e legittimità – su cui si sostiene la comunità democratica. Da questo punto di vista la determinazione dei/delle manifestanti del “Bosco Ospizio” rappresenta un esempio importante di reazione alla rassegnazione fatalista e al senso di impotenza che attanaglia le democrazie contemporanee e l’occasione di ricostruzione di un orientamento collettivo. Se, come la scienza ci dice da tempo, le ondate di caldo sono destinate ad aumentare in frequenza e durata, oggi sappiamo per certo che nelle città abbiamo bisogno di ampliare e non restringere le zone dedicate a parchi, aree verdi, boschi urbani, concependo questi luoghi come possibili “rifugi climatici”: spazi aperti e conviviali che possano rappresentare un’alternativa democratica e universalistica rispetto alle soluzioni private attualmente dominanti. C’è un altro aspetto importante da sottolineare dal punto di vista della qualità della democrazia. Nell’aprile 2025 nove persone di Reggio Emilia di età compresa tra i 25 e i 77 anni – tra studenti, lavoratori e pensionati – sono stati querelate da Conad e posti/e sotto indagine per violenza privata, invasione aggravata e danneggiamento in concorso. Per la verità gli/le attivisti/e erano entrati nell’area boschiva durante l’avvio dei primi lavori, limitandosi a sedersi pacificamente di fronte al trattore per impedire il taglio della vegetazione, senza causare danni a cose o persone. Altre querele sono state depositate da Conad il 3 agosto scorso contro gli attivisti per “occupazione di area privata” e “violenza privata”, poiché i manifestanti a più riprese si erano schierati davanti alle ruspe impedendo l’inizio dei lavori. Nel clima di impoverimento e arretramento democratico nel quale viviamo, la protesta e la libera espressione dei cittadini per la conservazione di beni collettivi viene ancora una volta criminalizzata. Quello che mi pare non si riesca ancora a mettere a fuoco è che in un clima e in un ambiente che si vanno rapidamente trasformando e deteriorando, fino a minacciare le condizioni di vivibilità nelle nostre comunità, il confronto sugli usi e le destinazioni degli spazi, sulle modalità di cura e gestione del territorio e dei suoi beni, diverrà sempre più centrale e questo deve portarci anche a un ripensamento dei processi di discussione, valutazione e deliberazione democratica per evitare una perdita in termini di riconoscimento e legittimità. Di fronte alle nuove forme di conflitti ambientali e territoriali occorre ricordare che la democrazia e le sue forme, non è qualcosa di scontato, ma riguarda la capacità di una comunità di costruire nuovi spazi di espressione, confronto e deliberazione proprio per prevenire ed evitare polarizzazioni e tensioni e restituire alla città e ai suoi abitanti la libertà di decidere delle proprie condizioni di vita e sul proprio futuro. Nella controversia che coinvolge soggetti privati, amministrazioni, associazioni e cittadini, il conflitto come al solito investe anche il linguaggio e la definizione di “bosco”. I promotori del progetto di sviluppo urbano e commerciale negano l’esistenza nell’area di un bosco e la controversia è arrivata anche in tribunale. Il TAR di Parma non si è ancora pronunciato nel merito della richiesta da parte di Legambiente e dei cittadini di revocare a CONAD i titoli edificatori concessi, ma nel luglio 2026 ha tuttavia respinto la sospensione cautelare dei lavori il cui avvio era previsto per il 3 agosto. Per i giudici non sarebbe individuabile nell’area un “bosco urbano”. Il ricorso andrà avanti, ma nel frattempo gli scienziati che si basano fra l’altro sulla classificazione del verde a scala urbana proposta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), il più autorevole organismo scientifico in materia, hanno già chiarito, dal loro punto di vista, la natura boschiva ed ecologica dell’area. Scopriamo così non solo che ciò che chiamiamo “natura” non è autoevidente e non si sottrae ad una riflessione “politica”, ma soprattutto, siamo così profondamente alienati che ci ritroviamo a discutere di cosa è non è ambiente come se lo potessimo guardare, definire e amministrare “dal di fuori”. Quello di cui discutiamo attraverso un linguaggio fatto di “piani di sviluppo”, “programmi di riqualificazione”, “delibere”, “iter autorizzativi”, “diritti di costruzioni”, “ordinanze”, “compensazioni”, “coperture vegetali”, “piantumazioni”, riguarda niente meno che “la natura” delle nostre relazioni con il mondo vivente. L’impermeabilizzazione del linguaggio accompagna quella del suolo.  Il “Bosco Ospizio” è, d’altronde, un esempio perfetto di quello che Gilles Clément ha chiamato “Terzo paesaggio”. Quegli spazi un tempo antropizzati (in questo caso c’era appunto un ospizio) e poi “abbandonati”, nei quali “la natura” fa il suo lavoro: lentamente riconquista terreno, ricostruendo la boscaglia e dando rifugio a molte specie che non trovano più spazio altrove. Clément evidenzia la natura ibrida, sospesa, indecisa di questi spazi, che non coincidono del tutto con le nostre abituali classificazioni mentali e tantomeno con le divisioni amministrative. Sono piuttosto qualcosa che si colloca «nel campo etico del cittadino planetario» e che riguarda non un “bene patrimoniale” ma «uno spazio comune del futuro».[3] La decisione di ciò che riconosciamo come paesaggio vivente e in divenire si mostra sempre più chiaramente come una questione politica e di democrazia. Quell’area boschiva può continuare a vivere nella misura in cui rimane viva (nel)la nostra coscienza democratica. Scegliendo di tutelare e lasciare spazio a questi paesaggi in divenire scegliamo di riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.facebook.com/bosco.ospizio.re?locale=it_IT; https://www.instagram.com/bosco.ospizio.re; [2] Per una visione aerea dell’area si veda https://www.facebook.com/coambientere/videos/bosco-di-ospizio/496969272892417/ [3] Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005, pp. 25 e 61. APPELLO -------------------------------------------------------------------------------- UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA ED ECOLOGIA: APPELLO PER LA TUTELA DEL BOSCO OSPIZIO Come docenti e ricercatori/trici riteniamo che la vicenda del Bosco Ospizio di Reggio Emilia sollevi una questione che riguarda insieme la tutela ecologica e la qualità della democrazia. L’area, oltre 45.000 metri quadrati di verde spontaneo minacciati dalla realizzazione di nuove strutture commerciali, costituisce un importante spazio di biodiversità, conservazione e cattura del carbonio, mitigazione dell’isola di calore urbana. In una città e in una regione già fortemente segnate dal consumo di suolo e sempre più esposte alle conseguenze della crisi climatica, riteniamo necessario preservare e ampliare parchi, boschi urbani e aree verdi quali infrastrutture essenziali per la vivibilità presente e futura. Chiediamo pertanto alle istituzioni e ai soggetti coinvolti di sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza. La protezione di questi spazi non riguarda soltanto il paesaggio: significa riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. I/le sottoscritti/e docenti, ricercatori e ricercatrici Marco Deriu, Docente di Comunicazione ambientale, Università di Parma Emanuele Leonardi, Docente di Urban Studies and Climate Change, Università di Bologna Pierluigi Musarò, Docente di Media Culture, Humanitarianism and Climate Mobility Justice, Università di Bologna Vando Borghi, Docente di Sociologia dello sviluppo, Università di Bologna Maria Cristina Ossiprandi, Docente di Ambiente e salute: priorità e criticità, Università di Parma Piergiorgio Ardeni, Docente di Environmental and Resource Economics, Università di Bologna Simona Bertolini, Docente di Filosofa dell’ambiente, Università di Parma Fausto Pagnotta, Docente di Storia del pensiero politico, Università di Parma Federico Chicchi, Docente di Sociologia delle trasformazioni economiche e del lavoro, Università di Bologna Dario Tuorto, Docente di Sociologia della cittadinanza: partecipazione, istituzioni, controllo, Università di Bologna Sabrina Tosi Cambini, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma Martina Giuffrè, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma Valentina Gastaldo, Docente di Diritto dell’Ambiente, Università di Parma Antonio Bodini, Docente di Valutazione di impatto e valutazione ambientale strategica, Università di Parma Vincenza Pellegrino, Docente di Sociologia della globalizzazione, Università di Parma Paolo Savoia, Docente di Storia della scienza, Università di Bologna Francesco Fulvi, Docente a contratto di Architettura Tecnica, Università di Parma Alessio Malcevschi, Docente di Food Sustainability, Università di Parma L'articolo Chi decide cos’è un bosco? proviene da Comune-info.
August 20, 2026
Comune-info
Il riarmo è uno spartiacque
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di James Smith su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Per fare chiarezza sulla questione del riarmo, è bene partire dai dati forniti dall’Osservatorio Milex, che, nell’Annuario 2026 presentato al parlamento, segnala come l’aumento della spesa militare non sia un fatto episodico, bensì un elemento strutturale. Tra il 2010 e il 2026, l’Italia ha destinato 429 miliardi di euro alle spese militari. Una parte consistente di questa abnorme cifra è stata destinata all’acquisto di sistemi d’arma: la spesa in questo settore è infatti passata dai tre miliardi del 2006 ai 13,1 miliardi del 2026, portando la cifra complessiva a 138 miliardi di euro. Si tratta di valori destinati a crescere in modo considerevole: i più recenti Documenti programmatici pluriennali (Dpp) del ministero della Difesa stimano in oltre 130 miliardi il costo di nuovi sistemi d’arma nei prossimi 15 anni, di cui 35 miliardi già stanziati. Ma gli impegni presi sono molto più onerosi: il costo aggiuntivo per la traiettoria Nato al 5% del Pil entro il 2035 – confermata dal Governo Meloni dopo il vertice del Patto atlantico di Ankara del luglio di quest’anno – è di circa 498 miliardi, un aumento di 53 miliardi rispetto ai 445 calcolati un anno prima. Il rapporto segnala un altro dato interessante, ovvero che ogni anno gli stanziamenti definitivi superano sistematicamente le previsioni della Legge di Bilancio, con una forbice di aumento che va dal 9% al 16%. È in questo contesto che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato il ricorso all’indebitamento per accedere ai 14,9 miliardi di euro previsti per il nostro paese dal fondo finanziario europeo SAFE. Per quanto si tratti di prestiti a tasso agevolato e restituibili entro un massimo di 45 anni, i soli interessi da pagare potrebbero valere dai 12,5 ai 16,7 miliardi e l’insieme del prestito potrebbe costare al nostro Paese dai 19 ai 29,5 miliardi (la forbice delle cifre dipende dalle modalità e dai tempi di restituzione). Come si può intuire, siamo ben lontani dalla narrazione dominante che parla di soldi a fondo perduto, quasi fossero una libera elargizione. Così come non stanno in piedi le rassicurazioni che, dalla Presidente del Consiglio in giù, tutti si affrettano a dare sul fatto che l’accesso a questi fondi non inficerebbe in alcun modo la spesa sociale: non risulta da nessuna parte che i vincoli di stabilità finanziaria e il patto di stabilità siano stati aboliti, di conseguenza tutti i bilanci futuri dovranno tenere conto di questa zavorra distribuita nel tempo. E dovranno quindi ridurre proporzionalmente la spesa pubblica. Se aggiungiamo il fatto che i fondi SAFE sono vincolati per legge all’acquisto di armi, il quadro è chiaro: mentre il Paese affronta una crisi economica, sociale, ecoclimatica senza precedenti, il governo Meloni spinge per un futuro dentro il quale sia la guerra a determinare gli assetti economici e sociali, mentre per chi dissente è già in atto una sorta di stato di polizia, determinato dai plurimi decreti sicurezza che scandiscono l’attività legislativa delle destre al governo. Se la guerra sarà dunque il paradigma del presente e del prossimo futuro, il rifiuto della stessa comporta un radicale cambio di paradigma, elemento che non emerge in alcun modo dall’opposizione istituzionale, all’interno della quale si gioca con i termini per segnalare differenze che sono tuttavia interne al medesimo paradigma: o vogliamo far credere che, se invece di parlare di riarmo, scartiamo di lato auspicando la difesa comune europea, la sostanza cambi? Non scherziamo. Per uscire dall’impasse in cui la crisi del modello capitalistico sta trascinando il pianeta vi è solo una ragionevole strada: il disarmo, la diplomazia dei e tra i popoli, la costruzione di una difesa popolare non violenta. E la mobilitazione sociale di massa per affermarla. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il riarmo è uno spartiacque proviene da Comune-info.
August 10, 2026
Comune-info
Chi difende chi
-------------------------------------------------------------------------------- Marcia della pace Perugia-Assisi 2025. Foto di Luciana Bertinato, La Carovana dei pacifici -------------------------------------------------------------------------------- “La guerra è una condizione permanente dell’umanità? Verità scomoda, purtroppo innegabile”. Con questa domanda a risposta preconfezionata (La Stampa 22.07), poi “precisata”, cioè ribadita, in forme sempre più banali in successive risposte alle critiche ricevute, il teologo Vito Mancuso si è autocandidato, a beneficio di tutti i guerrafondai della Terra, al ruolo di antipapa. Il bersaglio della sua filippica a favore di una “pace armata” è infatti la formula della “pace disarmata e disarmante” con cui Leone XIV ha voluto caratterizzare sia la sua prima enciclica che il suo primo anno di pontificato. Quell’asserzione apodittica intanto è falsa: l’umanità ha conosciuto la guerra in modo saltuario, ora qua ora là, ora per periodi lunghi, ora per brevi blitz, sempre alternati a periodi di pace anch’essi più o meno lunghi. Per alcuni popoli e intere civiltà o culture la guerra è poi stata una eccezione. In secondo luogo, il termine guerra è sviante: che cosa hanno in comune gli scontri con pietre e bastoni, se mai ci sono stati, tra clan del paleolitico, dove i corpi si incontravano e i combattenti si potevano persino guardare negli occhi, con i conflitti condotti con bombe, cannoni, razzi, aerei e droni dal costo di miliardi di dollari dei giorni nostri? Per non parlare del fatto che oggi ogni guerra, per “limitata” che sia al momento del suo innesco, si svolge sempre sull’orlo del baratro nucleare che può portare alla scomparsa della vita su tutto il pianeta. Persino l’aggressività, bagaglio indispensabile delle guerre condotte attraverso un confronto diretto o a distanza ravvicinata tra uomini – maschi – e con armi personali, ha ceduto il passo alla fredda determinazione di chi – il vero protagonista delle guerre odierne – svolge la sua missione di morte davanti a una consolle. Come sono cambiate, nel corso degli anni e dei secoli, le virtù guerriere! Applicarvi le categorie del repertorio bellico tradizionale, come forza (fisica), coraggio, spavalderia, eroismo, sacrificio, valore, onore, gloria, ecc. è uno sproposito. Ma insieme a questa mutazione antropologica del guerriero interviene anche una mutazione concettuale dei mezzi con cui si fa la guerra. Anche le armi non sono più armi ma “sistemi d’arma”. Gli strumenti in mano a chi è “in prima linea” (una “linea” che a volte è a chilometri di distanza dal fronte, ma a volte è ancora a suo ridosso, magari nel fango di una trincea) non sono che terminali di una macchina governata altrove, che senza connessioni in tempo reale, ricognitori, satelliti, elaboratori e, sempre più, intelligenza artificiale, non potrebbe funzionare. Il concetto di difesa – se di difesa si tratta – cambia campo: non è più difesa degli “uomini al fronte”, né della “popolazione civile” trasformata in bersaglio per “demoralizzare” il nemico, ma la macchina che assegna a ciascuno ruolo e compiti: un ruolo passivo di bersaglio e i compiti parcellizzati di una catena di produzione della morte di cui è sempre più difficile ricomporre sia l’insieme che le finalità. È quella la catena che va difesa, salvaguardata, potenziata: la resistenza non è più quella di un popolo in armi – non può esserla – ma quella di una macchina bellica complessiva e molto complicata. Per questo l’entusiasmo iniziale che aveva animato la prima risposta vincente all’invasione russa dell’Ucraina è andato scemando mano a mano che la guerra si prolungava senza obiettivi chiari (“la vittoria”, ma quale?) e senza essere affiancata da un’iniziativa diplomatica seria per fermarla. Così in Ucraina, oltre alle manifestazioni contro il governo, si moltiplicano i renitenti, i disertori, gli imboscati e gli espatriati che non vogliono né morire né combattere, ma a cui le autorità che conducono il gioco danno la caccia in forme sempre più odiose per arruolarli. Lo stesso succede verosimilmente – tranne forse le manifestazioni; ma ne sappiamo poco – dall’altra parte del fronte, quello dell’”aggressore”. “Putin ha continuato a sbranare. Lo farebbe anche con Kiev se non ci fossero armi e soldati” sentenzia Mancuso. Ma non la sta forse sbranando nonostante quelle armi e quei soldati? Anzi, proprio perché ci sono, e perché anche loro cercano di farlo? Non si stanno forse sbranando a vicenda, Mosca e Kiev, con le rispettive “difese”, quelle che ora impongono loro di devastare non solo il territorio conteso, ma anche e soprattutto quello del nemico, anche a migliaia di chilometri di distanza? Dunque, quella difesa non serve a evitare di essere “sbranati”. Caso mai, lo impone. “L’unica vera pace a cui noi possiamo e dobbiamo concretamente tendere è un pace ‘armata’”, conclude Mancuso. Un ossimoro, ovviamente. Per difendersi e perseguire la pace con le armi occorre una superiorità nei confronti di ogni potenziale nemico. Ma il potenziale nemico (vero o finto che sia), sempre per difendersi e perseguire la pace, cercherà anch’esso di raggiungere una propria superiorità armata. In questo modo la “deterrenza” alimenta una corsa senza fine alle armi, mettendo sempre più il governo di ogni cosa nelle mani di chi quelle armi le produce, le governa, le usa o intende usarle, trasformando i relativi popoli, cioè noi, in carne da cannone. È quello a cui stiamo assistendo, soprattutto da quando la guerra in Ucraina e quelle seguenti hanno azzerato mezzi e ragioni dell’unica vera guerra da combattere insieme; la guerra alla catastrofe climatica e ambientale – e a chi la promuove, ci trae un guadagno o la ignora – che sta già devastando molti territori e vite, umane e non, quanto una guerra guerreggiata. Ma che per essere combattuta ha bisogno di un cambiamento radicale, innanzitutto di ciò che va inteso per difesa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La pace che non si equilibra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi difende chi proviene da Comune-info.
August 10, 2026
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Tre giorni in Val d’Agri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Coordinamento Nazionale No Triv -------------------------------------------------------------------------------- L’estrattivismo, la violenta estrazione di sostanze contenute nel cuore della Terra, costituisce da oltre due secoli la principale attività del capitalismo, nelle sue forme primitive di accumulazione e, oggi, come immissione nella catena del valore di quanto alimenta l’economia digitale, produzione centralizzata nelle mani di pochi enormi magnati. A sostegno di questa espropriazione si sono avute e si hanno le modalità più brutali del colonialismo, da cui originano tutti i conflitti che insanguinano lo scenario mondiale. L’Italia, con il suo impero da tragica operetta nel corno d’Africa e in Libia non è stata da meno dei grandi imperi europei. Ma oggi le vene aperte della Terra, per un tragico giro dei destini politici, sono quelle di alcune regioni italiane. Il Sud, dal Risorgimento parte residuale dello stato unitario, nella sua debolezza strutturale, ne fa le spese. L’antico toponimo contadino “Tempa Rossa”, è oggi il nome di un insediamento estrattivo, in Basilicata. La “timpa” in dialetto lucano è la collina, un innalzarsi del terreno fra i calanchi, un “coltivo” comunitario in una zona dimenticata dal cristo. Oggi, ai più potrebbe ricordare il nome di un capo pellerossa. La lotta delle popolazioni locali contro l’uomo bianco del capitale, ha il carattere di quella fierezza resistente, di quella saggezza e conoscenza antica. Questo articolo parla di questo. (Renata Puleo, Collettivo Educazione Ecologica e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università) -------------------------------------------------------------------------------- La mobilitazione L’organizzazione di una tre giorni in Val d’Agri, in Basilicata, è nata sulla spinta di dinamiche di valorizzazione orizzontale e della oggettiva convergenza di molte lotte che si sviluppate nel corso degli ultimi tre anni. Esse hanno trovato linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del popolo palestinese, contro le continue aggressioni imperialiste in atto concepite e attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba. Non ultimo, nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, di difendere il diritto all’acqua pubblica, oggetto di un referendum popolare il cui clamoroso esito è stato aggirato. La progressiva distruzione del welfare, la privatizzazione di sanità e sistema di istruzione, l’impoverimento del mondo del lavoro per qualità produttiva e reddito, hanno fatto emergere interessi, identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali. Dalla necessità di una ricomposizione politica e sociale che fosse in grado di squarciare il velo del silenzio calato su quanto accade nei territori lucani, per la presenza di due fra i più grandi giacimenti di idrocarburi in terra ferma in Europa (COVA di Viggiano e Tempa Rossa di Corleto Perticara, Regione Basilicata), da decenni assoggettati agli interessi delle multinazionali estrattive di idrocarburi e attraversati da profondi processi di privatizzazione, è nata la tre giorni promossa dal Coordinamento No Triv Basilicata e dall’Osservatorio Popolare Val d’Agri, col patrocinio del Comune di Spinoso. Si è trattato di avviare la lettura delle dinamiche mondiali a partire dal corpo vivo del territorio, dalle sue ferite e dai suoi bisogni, nel momento in cui la questione energetica irrompe a livello mondiale nel cuore della crisi degli equilibri geopolitici e del capitalismo. Tra i principali obiettivi dell’iniziativa è prevalso quello di tenere insieme e far dialogare realtà locali con soggetti in lotta in alte regioni e contesti. Il bisogno di confrontarsi, di conoscersi su uno dei teatri più interessati al fenomeno estrattivista, di cercare percorsi e soluzioni comuni, l’esigenza di uscire da forme di resistenza solo locali, di stringere alleanze e condividere obiettivi, è basata sull’assunto che la complessità della crisi stessa in atto (globale e locale) fa emergere con forza di intensità variabile la dimensione totalizzante: le resistenze sui territori sono il pane e le rose per l’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto. Prima giornata Grazie al prezioso patrocinio dell’amministrazione locale di Spinoso in Val d’Agri, la tre giorni ha preso avvio venerdì 24 luglio. Dopo l’inaugurazione della mostra fotografica“Cattive Acque/ Dark Waters. L’eredità tossica di Eni in Basilicata e nel Delta del Niger”, nata da un’inchiesta di Ekpali Saint, Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello, col supporto di Journalismfund Europe nel seicentesco Palazzo Ranone, in piazza a Spinoso, l’incontro ha avuto come focus La cura agroecologica alla tossicodipendenza da petrolio della produzione e distribuzione di cibo. Seguendo le tracce dei carotaggi e della infrastrutturazione di supporto alla ricerca, i partecipanti hanno attraversato il territorio tra le valli dell’Agri e del Sauro, tra pozzi e centri oli, sorgenti d’acqua e laghi, boschi, pascoli e seminativi. Associazioni impegnate nella promozione e nella pratica dell’agricoltura biologica hanno discusso in piazza la difesa della salute pubblica, la transizione energetica oltre il fossile e il nucleare, tenendo costantemente lo sguardo fisso agli scenari di guerra in atto, aggressioni scatenate per e con il controllo del petrolio e delle materie prime. Il confronto si è articolato, dentro il grande arcipelago delle tante e diverse soggettività impegnate in vertenze ambientali, intorno a quel che resta del diritto internazionale umanitario, alla necessità di difesa alla mobilità migrante, fenomeno sociale continuamente oggetto della peggiore propaganda politica del governo in carica (si veda la recente, e per certi versi tragicamente ridicola, presa di posizione della presidente del Consiglio sui fatti di Ceuta e Melilla, nell’enclave spagnola in Marocco) Al tavolo, coordinato da Vincenzo Ritunnano sono intervenuti Gianni Fabbris (Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità alimentare), Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune alleanza per un cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori), Ciccio Malvasi (Tavolo Verde). L’agricoltura paga un duro prezzo alla tossico-dipendenza dal petrolio, all’impatto delle estrazioni petrolifere, con la conseguente riduzione delle rese produttive. Al generale fenomeno del riscaldamento climatico, in questa terra si fanno i conti con l’inquinamento delle fonti d’acqua, dell’aria, dei suoli, delle reti alimentari, con tutto ciò che attiene alla rigenerazione delle matrici ambientali, della biodiversità, degli ecosistemici che sostengono la Vita. L’agricoltura è tornata, nel dibattito, al centro della riflessione sulla riproduzione sociale a partire dal protagonismo di chi lavora la terra e dal tema della qualità del cibo prodotto: solo un modello decentrato – è stato ribadito – favorisce una transizione energetica ecologicamente trasformativa, un metabolismo uomo-natura rispettoso degli scambi e delle interferenze fra viventi, di ogni specie. La transizione agroecologica si impone per il suo impianto circolare, basato sulla chiusura dei cicli di materia ed energia a livello di ogni piccola azienda, in aperta contrapposizione al modello verticale e centralistico praticato dai grandi monopoli agro-economici. Ben oltre le sirene del capitalismo verde e del mito di una sostenibilità fittizia: le attuali centralizzazioni-concentrazioni della ricchezza, della terra, dell’acqua, nelle mani di pochi, non sono sostenibili per definizione. Serve un’alternativa rivoluzionaria capace di abbattere gli assetti attuali che puntano tutto sulla deregolamentazione dei mercati reali e finanziari, sulla tecnologia ad alto contenuto di capitale, sulla brevettazione del vivente, sugli organismi geneticamente modificati, la robotizzazione e la digitalizzazione delle fabbriche del cibo. Un’alternativa capace di smontare quella promossa dal gigante della filiera (circa duemila aziende) Eni – Coldiretti sotto il marchio “Io sono lucano”, una lotta capace di tenere al centro lo sfruttamento del lavoro industriale e la caduta del reddito per chi lavora la terra. Nella piazza di Spinoso, Enzo Alliegro, antropologo viggianese e docente presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II (Il Totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata, Cortina, Milano, 2012), ha fornito un’interessante anteprima alla sessione di lavoro Salute, ambiente, estrazioni, energia, bonifiche, democrazia. Sono stati messi a fuoco, con le chiavi di lettura storico/economica, sociologica ed antropologica, i nodi principali che hanno visto stravolgere l’assetto politico, economico, culturale, della Basilicata. La regione, da agricola è andata assumendo man mano il ruolo di hub energetico, già molto prima del cosiddetto Piano Mattei, nonché di sito unico delle scorie nucleari e dei progetti sui data centers. Sono stati resi pubblici i primi stralci degli esiti del Progetto Regionale LucAS (Lucania Ambiente e Salute), mentre i dati dell’epidemiologia geografica sono stati forniti dall’epidemiologo, coordinatore del progetto di ricerca Citizen science, Annibale Biggeri, un apporto scientifico e metodologico originale, affiancato a quello di soggetti ed enti istituzionali, la regione Basilicata, l’ASP (Agenzia Sanitaria Provinciale), l’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) e l’ ISS, (Istituto Superiore di Sanità). I dati riguardanti la prima fase dei quesiti di ricerca dell’epidemiologia geografica delle diverse aree a rischio della regione, tra cui la Val d’Agri, non sono di certo incoraggianti. Tra 2015 e 2023 nei 15 comuni valdagrini “sono in eccesso la mortalità per tutte le cause di comorbilità, […] un decesso in più ogni 11 giorni, tumori maligni […] per 12 casi attribuibili anno, un decesso in più al mese, e malattie circolatorie”. La presenza di Giambattista Mele, medico di base e rappresentante di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), è stata cruciale, sia per la critica esercitata su un progetto chiuso e calato dall’alto (pagato con 25 milioni di euro dalle compagnie estrattive), sia per la conferma sostanziale dei dati del progetto VIS (Valutazione di Impatto Sanitario), che, presentato già nel 2017 da Fabrizio Bianchi del CNRdi Pisa, a Viggiano, si era avvalso delle migliori collaborazioni scientifiche disponibili e di un impianto metodologico di avanguardia a livello internazionale. Mele, citando Bianchi. ha infatti rimarcato che i primi risultati LucAS (Lucania Ambiente e Salute), arrivati dopo 7 anni di assenza di valutazioni, confermano le serie precedenti per profili di salute, con gravi alterazioni in un’area con popolazione circoscritta e limitata a poco più di 34.000 abitanti. Nonostante, i forti investimenti profusi per gli studi, risalta una voluta arretratezza nel disaccoppiamento tra dati sanitari e dati ambientali. Gli studi epidemiologici su aree geografiche non possono infatti che concludersi con ipotesi sull’influenza dell’ambiente e di altri fattori sulla salute. Resta il fatto che le politiche di prevenzione sono destinate a rimanere molto distanti da un modello di produzione che considera ambiente e salute come variabili marginali. Quanti ulteriori studi, quanti altri anni, quanti altri morti in più la comunità dovrà accettare? I dati ci sono, il gioco perverso è nel prendere tempo puntando sulle diverse interpretazioni. Le emissioni degli impianti Cova Group Technology (COVA) e Tempa Rossa (TR), reperibili dal Registro Europeo delle emissioni industriali, risulterebbero di entità non rilevanti, ma neanche trascurabili. Nel 2025 COVA e TR hanno emesso 119 e 146 tonnellate di metano, 164 e 225 tonnellate di ossidi di zolfo, 670.000 tonnellate e 163.000 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio, rispettivamente. In tempi di riscaldamento climatico si tratta di emissioni significative di gas climalteranti, superiori ad esempio a quelle generate in un anno dall’intero parco auto della Basilicata. Le emissioni complessive in atmosfera di inquinanti, confrontate con quelle in aree fortemente più contaminate da molte fonti emissive, quali la pianura Padana o gli insediamenti metropolitani, mettono in luce valori tuttavia superiori al limite di tutela della salute raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Da una parte, le emissioni industriali consentono di quantificare il contributo locale a un problema globale come il cambiamento climatico, dall’altra, le stime di impatto del PM2,5 (le microparticelle in sospensione, che respiriamo) permettono già oggi di valutare quanti eventi sanitari potrebbero essere attribuibili all’esposizione della popolazione residente. Quanti decessi, ricoveri o casi di malattia cardiovascolare e respiratoria potrebbero essere evitati riducendo del 10%, 25% o 50% le emissioni industriali? Se ne beneficerebbe anche il sistema sanitario che la legge del 1978 prevedeva organizzato soprattutto sulla presa in carico della prevenzione. Si tratta di domande alle quali oggi è possibile rispondere utilizzando modelli integrati ambiente-salute già ampiamente impiegati a livello internazionale. La loro applicazione alla Val d’Agri consentirebbe di spostare il baricentro della ricerca dalla sola documentazione dei danni già avvenuti, alla valutazione preventiva dei benefici ottenibili. A questa prospettiva dovrebbe affiancarsi anche un rafforzamento degli studi tossicologici e la valutazione degli effetti biologici associati alle miscele di contaminanti presenti nell’ambiente, l’individuazione di biomarcatori precoci di esposizione e di effetto. L’integrazione tra monitoraggio ambientale, epidemiologia e tossicologia consentirebbe infatti di costruire un quadro più completo dei rischi e dei benefici associati ai diversi scenari di intervento. Dopo oltre vent’anni di studi intervallati da lunghi silenzi, la questione centrale non è più quanto ancora resta da conoscere sugli effetti dell’inquinamento, ma come utilizzare le conoscenze disponibili per orientare decisioni capaci di ridurre le esposizioni e migliorare la salute delle comunità. La Val d’Agri potrebbe diventare un laboratorio avanzato di epidemiologia di intervento, un laboratorio di citizen science, nel quale cittadini, comitati, associazioni, possano partecipare alla progettazione degli studi, alla raccolta e interpretazione dei dati e alla valutazione dei risultati: dall’ascolto delle comunità alla loro effettiva co-produzione della conoscenza. Di grande interesse è stato il collegamento in serata col giovane giornalista e attivista nigeriano Ekpali Saints, che ha illustrato con dovizia di particolari gli effetti sconvolgenti della infrastruttura Eni/Agip in Nigeria sull’economia da pesca, sulla riduzione della disponibilità di acqua potabile e servizi, sull’incremento di malattie ed esodo delle popolazioni locali, nonché sull’iter processuale delle denunzie comunitarie presso il tribunale di Milano finalizzate all’ottenimento di risarcimenti ambientali, con relativo corollario di minacce da parte di un potere asservito e corrotto. Le forti analogie tra dinamiche oppressive di governance estrattivista, al netto della diversità di contesti normativi e delle concrete forme operative, richiama nei fatti quanto sia matura la necessità di fare un salto di qualità nella costruzione di una internazionale climatica, per la giustizia ambientale, economica e sociale, contro le multinazionali minerarie. Seconda Giornata Sabato 25 luglio, con partenza da Spinoso e da altre località lucane e pugliesi, i partecipanti hanno raggiunto Corleto Perticara dove hanno presidiato l’ingresso principale del Centro Oli Tempa Rossa, gestito da Total Energies Italia EP S.p.A. al 50%, Shell e Mitsui rispettivamente al 25%. Il presidio, alla presenza dell’inviato di Rai Basilicata (la TV locale si è occupata spesso del problema e delle proteste dei lavoratori: https://www.rainews.it/tgr/basilicata/articoli/2023/03/tempa-rossa-lavoratori-rti-in-presidio-total-37e60fb2-a194-42a0-b23d-f2089baaad58.html),ha denunciato la situazione di costante illegalità di un’opera voluta e imposta a costo di qualsiasi raggiro, a cominciare dalla sua natura privilegiata di progetto strategico globale (tra i 128 progetti infrastrutturali ed energetici più importanti al mondo per capacità estrattiva nel 2012), caldeggiato dalla banca di investimento Goldman Sachs e dal CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica), riguardante l’area della concessione di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi denominata Gorgoglione (Province di Potenza e Matera). Ai tanti ed evidenti aspetti negativi sul piano idrogeologico (il Centro Oli è costruito su una frana) si aggiunge la conferma della data di dismissione delle attività prevista per il 2069, dilazione che ha il sapore amaro di una beffa: la fase di dismissione corrisponde allo smantellamento dell’area del pozzo GG4, del ripristino dell’area alle condizioni originarie ante opera ma, nello scenario 2, avrebbe avvio a fine vita utile del pozzo, quindi al termine della sua fase di esercizio. Il rinnovo della concessione Gorgoglione ha coinciso con l’intervento della magistratura che ha trascritto al registro degli indagati, come responsabili di attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti, Gianluca Gemelli, stretto conoscente dell’allora Ministra per le Attività Produttive Federica Guidi, intercettata mentre discuteva con lui di un emendamento che avrebbe favorito il progetto interregionale Tempa Rossa. Il progetto di estrazione e coltivazione di petrolio fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste lucane, stava procedendo nel suo tortuoso e poco trasparente percorso grazie anche al provvedimento Sblocca Italia (2014), caldeggiato dal duo Boschi-Renzi, per snellire la burocrazia, rete di norme capaci di bloccare i processi produttivi. Ovviamente interessate le lobbies che fanno da suggeritrici alle commissioni parlamentari, con il conseguente intrico di aggiramenti giuridici, paradigma della gerarchizzazione dei poteri dei grandi gruppi supportati dallo Stato. A fronte della motivata e perdurante opposizione al progetto anche da parte della Regione Puglia, veniva azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni. La Legge di Stabilità 2016 (pur di rendere di fatto inammissibili sei dei sette quesiti referendari promossi da ben 10 Regioni contro lo Sblocca Italia), sanciva l’obbligo di un “accordo forte” tra esecutivo centrale ed enti locali quale fondamento preliminare alla realizzazione di progetti energetici. È quanto emergerà nella vicenda della costruzione dei nuovi mega containers e dell’adeguamento infrastrutturale del porto commerciale di Taranto, dell’afflusso alla raffineria tarantina del petrolio dai giacimenti di Tempa Rossa. Quel cambio di regole permise al Governo-Gentiloni di approvare, il 22 dicembre 2018, una norma che consentiva la prosecuzione dell’autorizzazione all’adeguamento delle strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto, nonostante l’opposizione della Regione Puglia. Lungo sarebbe tracciare il precorso delle norme e decreti illegittimi che hanno prodotto la situazione attuale, in Basilicata e in Puglia. Pertanto, mi limito alle catastrofiche conclusioni, di cui si è discusso nella seconda giornata. La Direttiva della Giunta della Regione Basilicata n° 293, emanata il 5 aprile 2024, finalizzata al rinnovo quinquennale della concessione di coltivazione di idrocarburi Gorgoglione, rilasciava e formalizzava l’intesa a favore di Total Energies EP Italia S.p.A., ai sensi dell’art. 3. Comma 1, lettera b) dell’Accordo Stato/Regioni del 24 Aprile 2001, con determinazione della Giunta, in esecuzione della direttiva regionale n.13 del 21 Marzo 2024. È chiarissimo come la direttiva sia il prodotto di pervicaci quanto antidemocratiche prassi decisorie, di assecondamento degli interessi della complessa filiera degli interessi estrattivi. Il risultato di questo intreccio conferma le valutazioni espresse nel 2015 dai vertici di Federpetroli, che bollavano il quadro produttivo della Basilicata col marchio infamante di “buco nero irreversibile”. Nel corso del presidio si è denunziata l’esaltazione del ruolo della tecnica e la continua violazione del principio di precauzione nel caso degli sversamenti nei corpi idrici. Total Energies racconta da diversi anni che le pratiche adottate nel Centro Oli sono le più avanzate al mondo; che i processi di desolforazione e trattamento possono autosostenersi senza necessitare delle tradizionali tecniche di reiniezione delle acque di strato e dei reflui di lavorazione; che a partire da una certa data verranno regalate alle scarse acque del fiume Sauro tonnellate di acqua demineralizzata e priva di radionuclidi! Alle cavie lucane viene raccontato che lo scarico nei containers interni all’impianto del residuo di sali (solido fangoso) rappresenta un’opzione che potrebbe essere adottata rispetto ad altra soluzione possibile, senza specificare a quali condizioni. Di sicuro si tratta dell’utilizzo anche dell’impianto di stoccaggio della SEMATAF,nel vicino Comune di Guardia Perticara (considerato uno dei più bei borghi d’Italia), dove su una superficie equivalente a tre campi di calcio viene trattato e si accumula l’impianto di stoccaggio dei fanghi petroliferi essiccati (il cosiddetto palabile) più grande d’Europa. La mancanza di apprezzabili stime previsionali di quantità di mercurio accumulato nei processi di trattamento delle acque, al netto della somma tra erogazione attuale dei pozzi in coltivazione da anni e proiezione della messa in produzione degli ulteriori pozzi attesi, ha enorme gravità.Il processo prevede la prassi costante di iniezione di diversi agenti chimici, in funzione deemulsionante, flocculante, antincrostante (uso di acido cloridrico), anticorrosiva (idrossido di sodio), fluidificante/antischiuma, che andranno ad aggiungersi alle centinaia di agenti chimici utilizzati nei processi di perforazione ed estrazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, la gran parte dei quali non pubblicati dalle companies del Centro Oli, in quanto ritenuti parte integrante del segreto industriale. L’impostazione delle compagnie fa sì che sia difficile stimare le quote effettivamente stoccate in un impianto di acque di strato e acque di produzione al netto del loro trattamento, in tal modo impedendo di stabilire quale sia il flusso reale del traffico di autobotti, che si sommerebbe a quello esistente ai fini del computo degli impatti ambientali. Total garantisce sulla carta che “ad oggi i quantitativi delle acque di strato estratte dal campo pozzi esistente e attualmente in esercizio (costituito da 6 pozzi) risultano estremamente bassi. Le acque di strato vengono trattate e interamente riutilizzate per i fabbisogni idrici del Centro Olio.La previsione dei volumi delle acque di strato estratti dal 2025 sino al termine del periodo di produzione del campo pozzi Tempa Rossa (2068!) sono stati stimati da Total Energies mediante specifici modelli di simulazione, utilizzati dalle diverse consociate estere della Società”. Siamo all’autoreferenzialità di una multinazionale al contempo produttore e controllore, che afferma di disporre di una stima elaborata con astratti modelli di simulazione che non sono resi pubblici. In realtà, i parametri analitici relativi alle misure effettuate in continuo, sintetizzati da Total rappresentano, all’atto dello sversamento nel Sauro, giorno e notte, per decenni, volumi di spaventosa quantità, in grado di aggredire in modo sistematico la principale matrice ambientale, creando conseguenze inedite sulle attività agricole, danno alla salute umana, nonché della fauna ittica e terrestre, in un’area anche molto più vasta di quella della concessione Gorgoglione. Il cosiddetto Fosso Cupo, individuato come recettore delle acque meteoriche di scarico provenienti dal Centro Oli, è un modesto corpo idrico di variabile portata che confluisce nel torrente Borrenza, tributario del torrenteSauro, che a sua volta entra nella gronda Agri-Sinni.  Se si considera il fatto che il solo impianto di trattamento delle acque di produzione riceve giornalmente centinaia e centinaia di metri cubi di acqua fossile mescolata a grandi quantitativi di sostanze chimiche, la quantità delle acque di produzione in ingresso da sversare nel torrente Sauro (la cui portata varia stagionalmente fino a situazioni di secca) corrisponderebbe a volumi abnormi. I residui chimici e/o radioattivi scaricati nel Sauro, finiscono nel bacino della diga di Monte Cotugno, la più grande diga in terra battuta d’Europa, il bacino idropotabile lucano che alimenta milioni di persone ed attività agricole tra Basilicata, Puglia, Calabria. Mentre tralascio altri dati che affaticherebbero la lettura, e rimando agli atti della tre giorni in pubblicazione,ricordo che la bandiera No Triv e quella della Palestina hanno sventolato insieme ai cancelli di Tempa Rossa. Come denunziato da Greenpeace e Re Common nella trasmissione Report del 10 maggio scorso, sono almeno 17 le forniture di greggio e/o carburanti che Shell ha garantito via Taranto ad Israele (https://www.greenpeace.org/italy/storia/30840/litalia-invia-petrolio-e-carburante-a-israele-la-nostra-inchiesta-con-report-rai3/). Ed è su questo che nel pomeriggio si è tenuta una sessione su energie fossili, guerre, Palestina, nei locali della sala municipale di Corleto Perticara. Ci tornerò più sotto perché, prima di scendere a Corleto, ci siamo spostati di pochi chilometri dove fervono i lavori nell’area del pozzo Tempa d’Emma1, un derrick (torre di perforazione) di 60 metri di altezza che verrà utilizzato per attività di work over on side track (spostamento su un binario di scavo laterale), con profondità fino a 4mila metri, atte a sanare perdite sotterranee e recuperare in produttività. In un surreale scenario militarizzato (molti responsabili di produzione vengono dai servizi segreti e dall’esercito francese), numerose le unità di polizia locale e provinciale, si alzano le pale eoliche, mentre a terra si stende un armamentario spaventoso di acciaio e distese di pannelli solari. Ai bordi della dissestata strada interpoderale lavorano enormi macchine disboscatrici, i tir sostano in attesa di ricevere il ceppato da trasportare alla centrale Enel del Mercure, tra Basilicata e Calabria. Un quadro plastico di una Basilicata miniera estrattiva in tutte le sue componenti. Il cerchio si chiude con il recente annuncio del suo presidente Vito Bardi (ex vicecomandante generale della Guardia di Finanza) di voler ospitare centrali nucleari “di nuova generazione”: nuove alleanze per il buco nero lucano. Nel pomeriggio del 25, nella Sala Municipale di Corleto Perticara, in assenza del minimo di decenza istituzionale (l’amministrazione non si è nemmeno degnata di porgere i saluti di prammatica, preda dell’atavico timore reverenziale nei confronti del padrone del feudo…) si è svolta la sessione di lavoro riguardante il tema della fragilità e del dissesto idrogeologico. Con il coordinamento di Enzo Alliegro, con interventi di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), di Giorgio Santoriello di Cova Contro e di esponenti No-Triv, i lavori hanno messo a fuoco, le numerose criticità di un impianto estrattivo insediato in un posto sbagliato per allocazione geologica, a forte rischio sismico, che ha già creato, e continua a generare fenomeni di sismicità indotta, e ripetuti fenomeni di emissioni odorigene e sonore. A inizio della sessione, è intervenuta la figlia del coltivatore di Corleto Leonardo Lapenta, accusato dalla Provincia di Potenza di aver sversato nei suoi terreni idrocarburi fino a 18 metri di profondità col suo trattore, in un’area limitrofa al pozzo dissestato Tempa d’Emma. La surreale vicenda si è momentaneamente conclusa con la pronuncia del TAR che scagiona il coltivatore per incongruenza tecnica (https://giornalemio.it/ambiente/a-report-il-giallo-del-contadino-lucano-che-avrebbe-inquinato-col-suo-trattore-il-terreno-a-18-metri-di-profondita/). Ma la dice lunga sulla ipocrisia degli amministratori locali. Il focus su Tempa Rossa e Israele, a cui già ho accennato, ha denunciato come, a giorni alterni, in virtù della natura diversa degli idrocarburi, il greggio proveniente da Tempa Rossa si avvicenda a quello proveniente dal COVA di Viggiano, condividendo le infrastrutture delle 5 linee delle pipe lines che da Viggiano raggiungono la raffineria ENI a Taranto. Alla testimonianza di Mariangela Piccinno (Freedom Flotilla Italia-Taranto) si sono aggiunte quelle di Donato Sepa (Reti per la Palestina-Basilicata) e Maria Licciardi (Pax Christi) che hanno trattato il tema della Realtà e prospettive della “Basilicata bellica” relativo all’operazione di Leonardo SpA, Telespazio, Stellantis, di trasferimento di quote di maggioranza della CMD di Atella (produzione motori diesel) alla società emiratina Edge (Groups Military Contractor), in un contesto internazionale di crescente tendenza alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Mentre il presidente lucano Bardi svende al ministro Guido Crosetto una Basilicata ritenuta “territorio ideale” per attrarre nuovi investimenti internazionali nei settori strategici della Difesa e dell’Aerospazio, lavoratori e cittadini devono essere in grado di dimostrare che la “grande opportunità per la crescita professionale dei nostri giovani e per il rafforzamento dell’intero tessuto produttivo lucano” può provenire solo da investimenti produttivi socialmente utili, rispettosi dell’ambiente e della vita, non dalla trasformazione di un intero territorio in polo produttivo di morte. È ancora più grave, Bardi continua a propugnare il progetto di autonomia differenziata. All’interno delle materie che dovrebbero essere assunte autonomamente dalla Regione, sono previsti i percorsi formativi degli istituti di formazione secondaria superiore, subordinati ai desiderata delle multinazionali, come sta già accadendo da anni agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale A. Einstein di Corleto Perticara, costretti a sognare il proprio futuro lavorativo al Centro Oli di Total Energies, grazie ai corsi di studio incentrati su chimica, fisica dei materiali e biotecnologie. L’intervento del docente, giornalista, blogger antimilitarista messinese Antonio Mazzeo, arrestato lo scorso anno da Israele sulla nave Handala della Freedom Flotilla e aderente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si è soffermato sul contributo diretto e indiretto del governo italiano e delle sue forze armate al genocidio perpetrato dallo stato sionista ai danni del popolo palestinese, all’aggressione imperialista USA/Israele ai danni dell’Iran, sottolineando con dovizia di particolari il ruolo dei porti e delle basi NATO in Italia. Della dimensione surreale che vive l’area di La Spezia ne ha parlato Lella Reboa, insegnante in pensione, attuale presidente dell’Associazione Posidonia, esponente del Comitato per la dismissione immediata del rigassificatore di Panigaglia che, dal 2024, chiede la chiusura definitiva di un impianto di oltre cinquant’anni; avrebbe dovuto essere dismesso nel 2013, ma che continua ad operare, con conseguenze catastrofiche in caso di incidente rilevante, visto il crescente coinvolgimento dell’Italia negli attuali scenari bellici. Altri interventi si sono susseguiti sulla connessione fra estrattivismo e guerra, ma ne lasciamo lettura e ascolto alla pubblicazione degli atti, considerata la loro notevole articolazione discorsiva. Di ritorno in serata a Spinoso, dopo una cena collettiva, si è tenuto fino a tardi, nel cortile del seicentesco Palazzo Ranone, uno splendido e coinvolgente concerto musicale di Graziano Accinni (Ethnos) e di Fabio Collaterale (Effetti Collaterali). Terza giornata, conclusioni e proposte Domenica 26, il nostro tour dei pozzi della Val d’Agri è stato un tormentone, con polizia provinciale, polizia locale, carabinieri, Digos, Guardia di Finanza, guardie private di Eni, spioni vari, tutto il tempo alle calcagna di una piccola carovana di auto. Col prezioso ausilio della guida ambientale Isabella Abate (Osservatorio Popolare Val d’Agri) il nostro piccolo viaggio è iniziato con unpresidio all’ingresso del COVA di Viggiano, sotto lo sguardo vigile e costante delle telecamere. Uno striscione ricordava il giovane ingegnere cuneese Gianluca Griffa, ex responsabile produzione del COVA che, inascoltato dai vertici ENI, denunziò ripetutamente lo sversamento di greggio da alcune cisterne e il comandante sulmonese dei Carabinieri Forestali Guido Conti, dipendente della Total Energies a Tempa Rossa. Entrambi morti suicidi. Sulle pressioni che subirono, si sa ancora poco. La carovana di auto si è spinta più in alto, verso i pozzi di S. Elia e Cerro Falcone, da dove si domina con lo sguardo tutta la valle, una volta di struggente bellezza. L’ultima tappa poteva essere la prima: al Rio Cavolo, nei boschi di Tramutola, conosciuto da pastori e contadini dell’area dall’antichità per gli affioramenti naturali di idrocarburi. Da lì ebbero inizio le ricerche minerarie ai primi del ‘900. Il mio coinvolgimento nelle attività no oil inizia alla fine degli anni ’90, quando su invito delle associazioni ambientaliste locali, con altri insegnanti delle scuole secondarie superiori di Potenza organizzammo un paio di pullman di attivisti e studenti per visitare i pozzi nei boschi di Calvello e i lavori del Centro Oli a Viggiano. Le bandiere dei Cobas Scuola le portammo come insegne di un percorso alternativo alle scelte operate già allora dalla triplice sindacale che, dell’avventura estrattiva, sposava il miraggio delle magnifiche sorti progressive di un improbabile riscatto industriale e occupazionale della Basilicata. La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università. Una didattica territoriale è indispensabile per comprendere la ricchezza culturale contadina dei luoghi, la saggezza nella coltivazione della terra, l’attaccamento a radici di saperi che devono passare al setaccio di una traduzione alla cultura giovanile attuale. La tre giorni in Val d’Agri ci consegna obiettivi praticabili che passano oltre l’ipocrisia degli accordi frutto degli incontri internazionali e dei punti dell’Agenda 2030. Il sindaco di Spinoso ha proposto il potenziamento dell’iniziativa denominata Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia, da rendere operativa il prossimo anno. Ma le dinamiche partecipative non possono essere innescate solo dall’interno di un tessuto sociale disperso, sfibrato e diviso, come quello lucano. L’appello che nasce dal cuore e dalle viscere della tre giorni in Val d’Agri è anzitutto a non ignorare la Basilicata. Ci piacerebbe nel corso di questo intero anno stringere con tutti i movimenti e con tutte le associazioni in Italia in un patto: lavoriamo insieme per portare (anche dai paesi europei ed extraeuropei disponibili) ai cancelli di Tempa Rossa 10.000 persone, con un solo obiettivo: dire no al fossile, dire sì all’autodeterminazione della vita dei territori. E chiudo ricordando che, malgrado il disastro sia in atto, il magnifico lago del Pertusillo, fa bere, e fa coltivare la terra, a oltre 3 milioni di persone. La Terra di Basilicata chiede di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Francesco Masi, NoTriv -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tre giorni in Val d’Agri proviene da Comune-info.
August 10, 2026
Comune-info
Spin Time e la Costituzione
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- L’articolo 42 della Costituzione ci ricorda che “La proprietà è pubblica o privata” cioè che “I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati”. Quindi viviamo in un paese nel quale non stiamo mettendo in discussione la proprietà privata. Ma non dobbiamo mettere in discussione nemmeno il bene pubblico e, in maniera più profonda e solidale, il bene comune. Il Comune di Roma ha provato a acquisire il palazzo di Spin Time Labs per riconsegnarlo agli abitanti di Spin Time. Ma il solito palazzinaro romano ha pensato solo ai suoi interessi, nonostante la Costituzione ci ricordi anche che la legge assicura “la funzione sociale” della proprietà privata e la rende “accessibile a tutti”. L’articolo 42 della Costituzione ci ricorda anche “la proprietà privata può essere (nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo) espropriata per motivi d’interesse generale“. Gli abitanti di Spin Time ce l’hanno una casa. La loro casa si chiama Spin Time Labs. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Spin Time e la Costituzione proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Il fresco come patrimonio dell’umanità
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo De Angelis -------------------------------------------------------------------------------- Il Mediterraneo non è mai stato così caldo e tocca la temperatura record di 33 gradi, accumulando tanta di quell’energia pronta ad esplodere, con l’arrivo della prima aria fredda, in eventi estremi come violenti nubifragi e alluvioni. Intanto nel Pacifico cresce El Niño che porterà una quantità di energia smisurata, di calore estremo, in un clima già supercaldo che ci farà rimpiangere questa estate considerata la più fresca di quelle che verranno. Stiamo entrando in un territorio estremo e ignoto ma continuiamo a far finta di niente. 63 i gradi misurati sull’asfalto, mentre continuiamo a cementificare al secondo 2,5 metri quadri di suolo pubblico. Temperature che sfiorano i 50 gradi al sole, con operai edili e lavoratori nei campi che muoiono nell’indifferenza generale e in quella più colpevole di chi governa. 41 gradi sugli Appennini. Boschi e foreste che bruciano. Fiumi come il Po in secca. Il Danubio, il secondo fiume più lungo d’Europa, è sceso ai livelli più bassi degli ultimi trent’anni, da costringere alla chiusura di due reattori nucleari in Romania, perché l’acqua è insufficiente al raffreddamento. Il 60 per cento del nostro territorio che soffre già di aridità secondo Coldiretti. L’Italia viaggia a una velocità di riscaldamento doppia rispetto alla media globale ma la classe politica che ci governa, anziché farne una priorità, rimane “climafreghista”, non dice una parola sullo stato di emergenza climatica come se fosse normale questo calore estremo e prolungato. Chi ci governa continua a ignorare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici firmato da 120 scienziati, approvato nel 2023 e lasciato nei cassetti dei ministeri. D’altronde le destre populiste al potere in ogni parte del mondo è quello che fanno: negano la scienza, sostengono i combustibili fossili con relative compagnie, ridicolizzano gli attivisti per l’ambiente, bloccano i piani di transizionze energetica e non stanziano fondi per il verde urbano per combattere le isole di calore. Ma sono sempre efficienti nella distrazione di massa e nella ricerca del consenso, propaganda e chiacchiere, vittimismo e manipolazione della realtà. E andrà sempre peggio con la campagna elettorale: daranno il meglio di loro che è il peggio per noialtri. Il fresco come patrimonio dell’umanità, inteso come alberi ombra acqua, le infrastrutture del futuro, e non come galera dove sono felici di rinchiudere anche i quattordicenni che sbagliano. Il fresco del verde pubblico, dei boschi orizzontali e verticali, dei corridoi d’ombra, del depaving per fare prati e giardini e far respirare le città, insieme alla riduzione delle emissioni: è da qui che dobbiamo partire, la nostra priorità per la sopravvivenza. -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- . L'articolo Il fresco come patrimonio dell’umanità proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Voltare le spalle agli sciacalli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di FGTB Charleroi & Sud-Hainaut  -------------------------------------------------------------------------------- Vincent Pestiau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb di Charleroi ha rivendicato l’azione compiuta da un gruppo di lavoratori belgi in occasione della presenza di un fascista di nome Ignazio La Russa. “Tutti i compagni dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi Fratelli d’Italia è un partito di estrema destra. Noi siamo contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella, soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana”, ha detto il compagno Pestiau. Se mi fossi trovato al Bois du Cazier, dove si commemorava l’eccidio di settanta anni fa, avrei voltato le spalle a quell’individuo la cui sola presenza è un insulto alla memoria dei minatori di allora e un insulto al sacrificio di migliaia di lavoratori migranti che ogni giorno, in Italia, rischiano la loro vita per salari di merda. Come disertore (Disertate è il titolo di uno degli ultimi libri di Bifo, “Il disertore” è anche il nome della sua newsletter su Substack, dove è apparso questo articolo, ndr) volto le spalle ai fascisti che oggi come nel 1956, sono al servizio degli sfruttatori e oggi come allora portano la responsabilità della sofferenza e della morte dei lavoratori migranti, che allora erano italiani, oggi sono africani, afghani o bengali. Nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1093 persone, secondo i dati ufficiali elaborati dall’Inail. Quest’anno ne sono morti 482 fino al mese di giugno, ma negli ultimi due mesi di canicola infernale ogni giorno nei campi e nei cantieri muore qualche lavoratore: la maggior parte di loro sono stranieri. Come possiamo definire i fascisti che respingono gli stranieri, li costringono a traversare il mare in condizioni pericolose, e infine li mantengono in condizioni di clandestinità per sfruttare al massimo il loro lavoro, se non sciacalli? Questi sciacalli stanno oggi speculando su un episodio che, a Ceuta, è costato la vita a centocinquanta marocchini ed africani che cercavano di raggiungere la costa spagnola (leggi anche Capire Ceuta). Il regista di Ceuta si chiama Donald Trump Qui sotto un testo di Gustavo Zagrebelski pubblicato dal Manifesto qualche giorno fa. Cara Giorgia, a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio. Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri. Menti sapendo di mentire. Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina. Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto. I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra. Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità. Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump. Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca. Te lo dico in breve: 1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale. 2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci. 3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini. Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari. Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri. Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X. Questo non è governare. Questo è sciacallaggio. Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea. Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco. Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione. Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre. I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia. Loro no. È l’unica differenza. Una madre lo sa. Da cristiana non ne parliamo neanche. Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera. Non quella retorica dei tuoi tweet. Ti chiediamo una cosa sola: smettila. Smettila di mentire agli italiani sulle cause. Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump. Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali. E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre. E sei cristiana. La grande migrazione e la sconfitta dell’internazionalismo Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno, mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi internazionalisti brancoliamo nel buio. Quando l’autonomia degli operai rendeva possibile la democrazia sociale, non abbiamo compiuto (e neppure pensato) la ricomposizione del lavoro migrante con la classe operaia. Siamo riusciti a svolgere soltanto, talvolta, una funzione di tipo assistenziale. Solo in alcuni casi (come quello delle lotte nel settore della logistica) i migranti si sono riconosciuti nelle lotte del movimento operaio. La migrazione non è un fenomeno recente. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi. In molti casi quei migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi del Mouvement des travailleurs arabes condussero le lotte alla Renault, e i giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale. Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è rovesciato. Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della popolazione. Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza razzista. È meglio che niente, ma non basta. L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante la vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e fascismo, fine della democrazia. Fin dalla sua origine il pensiero marxista non comprese il senso della colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia). Nel secondo dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra d’Algeria. Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso. Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato l’emarginazione e la clandestinizzazione per far lavorare i migranti a salari sempre più bassi. Il capitalismo europeo ha usato la migrazione per distruggere l’organizzazione operaia, e abbassare il salario, mentre i governi razzisti d’Europa intrappolavano la migrazione nella clandestinità e nello schiavismo, oppure nel respingimento: morti in mare, campi di concentramento. La gigantesca onda migrante ha cambiato la vita sociale e il panorama urbano, ma non siamo riusciti a integrarla nel fronte del lavoro. Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria. Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la stessa libertà con cui si muovono i capitali. Né la comprensione storica né la reazione etica sono bastati a fare del lavoro migrante componente della composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte dei lavoratori. La ragione principale della nostra sconfitta, la ragione principale del ritorno della barbarie razzista e fascista sta in questa nostra incapacità di integrare il lavoro migrante (non nell’Occidente multiculturale), ma nella composizione solidale del lavoro dipendente. Poteva andare altrimenti? Potrà andare altrimenti in futuro? Non ho risposta a questa domanda, ma occorre porsela, non solo per ragioni storiche. Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro di tutto: della democrazia, della pace, della solidarietà sociale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Voltare le spalle agli sciacalli proviene da Comune-info.
August 8, 2026
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