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Protocollare e punire
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Markus Spiske su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sebbene rimandi etimologicamente al termine greco che indicava il foglio iniziale di un rotolo di papiro e sebbene abbia una storia e una genealogia specifiche, è solo con l’avvento della modernità che il protocollo fa tracimare l’originario status di registrazione archivistica nel mare magnum della vita sociale e politica, contribuendo, grazie al suo ambiguo potere performativo, ad alimentare e dissimulare i rapporti di forza esistenti tra i diversi attori sociali. Enrico Gargiulo, sociologo attivo negli ambiti problematici della cittadinanza, della sicurezza e dell’ordine pubblico, con Protocollo: uno strumento di potere, recentemente uscito per i tipi di elèuthera, si impegna in un lavoro di decostruzione dei discorsi istituzionali sulle politiche sociali, portandone alla luce il carattere oppressivo e discriminatorio, in vista di una prospettiva in grado di sovvertirne le strategie disciplinanti. Con la modernità – questa la tesi principale di Gargiulo –, il protocollo si fa strumento flessibile e tutt’altro che neutro, in quanto funzionale a un controllo sociale pervasivo. Ciò che tuttavia colpisce di più è la dimensione pseudo-giuridica con cui attualmente i dispositivi protocollari sussumono i poteri giudiziario, esecutivo e legislativo. Ed è interessante notare che non sono o, quantomeno, non sono solo i regimi autoritari a sfruttare le potenzialità disciplinanti dei protocolli, ma anche (e soprattutto) le cosiddette democrazie liberali sempre più tese a ridurre l’agone politico a mera pratica amministrativa. Dalla ancora recente emergenza pandemica allo stato di guerra permanente che caratterizza le forme del neocolonialismo contemporaneo, il protocollo sembra orientare tutte le possibili e variegate declinazioni del governo delle popolazioni. Il sociologo italiano ci ricorda che gli ambiti interessati all’applicazione di questo efficace strumento di coercizione dissimulata sono moltissimi e vengono sistematicamente coinvolti dal potere politico nel momento in cui delega delicate funzioni di controllo a tecnici e specialisti, i quali, forti della loro discrezionalità professionale, si sostituiscono alla legge e al diritto. La natura del protocollo, soprattutto nei casi in cui l’emergenza contestuale crea vuoti giuridici, «non si limita […] a rendere più concrete le norme esistenti, ma agisce come una pseudo-norma che va a innovare il campo giuridico: anche se non è formalmente una legge si comporta come se lo fosse» (p. 34). Il protocollo assurge così a vero e proprio linguaggio codificato necessario alla comunicazione tra attori che insistono in settori analoghi, affini o contigui, contribuendo «a creare standard linguistici e procedurali, funzionando quindi come un dispositivo “educativo”, capace di gettare le basi di conoscenze condivise e di stabilire identità comuni» (p. 34). Il protocollo, come è noto, è anche una modalità di tenere traccia di una determinata documentazione. Il che corrisponde a dire che il protocollo è valido solo se certificato nello spazio amministrativo delle varie istituzioni di Stato. È in tal modo che il suo carattere documentale istruisce una serie di operazioni volte ad attualizzare ciò che sulla carta è solo previsto, fornendo o togliendo legittimità a determinati comportamenti. In ultima analisi, il protocollo assume le caratteristiche di un contratto tra le parti coinvolte – direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente. Pur fingendo di essere la risposta più adeguata alle esigenze organizzative attraverso cui il potere esercita il suo governo sulla popolazione, i protocolli sono in realtà efficaci strumenti per ovviare alla rischiosa aleatorietà della legge nell’ambito di società sempre più complesse e senza dover ricorrere a metodi esplicitamente coercitivi e potenzialmente impopolari. Il quadro storico tratteggiato da Gargiulo è esemplare nel dimostrare che l’avvento al potere della borghesia con la sua articolazione coloniale fa sì che il protocollo assuma le sembianze di uno strumento strategico atto a mantenere un ordine asimmetrico e diseguale. L’accumulazione del capitale, infatti, ha un bisogno “vitale” di trasferire la propria forza al di fuori dei confini della “civiltà” occidentale e, in questo, i protocolli sono (stati) di grande aiuto. «Le strutture architettoniche dei forti, dei porti e delle navi, così come le forme di registrazione e documentazione e le tecniche di esame che regolavano il commercio di persone diretto nel “Nuovo” Mondo, erano esempi di violenza strutturale resa possibile dagli apparati amministrativi» (p. 74). L’incontro tra logica burocratica e impresa economica mostra, pertanto, sia il volto autentico del capitalismo sia il linguaggio della burocrazia borghese, entrambi tesi a codificare e a mettere al lavoro le divisioni di classe, di “razza” e di genere. E, per non finire schiacciati dal concetto di “fine della storia” con cui il neoliberismo rinnova la sua ideologia coercitiva, bisogna allora sottolineare il fatto che il (neo)colonialismo continua a declinare al presente la sua pervasività calcolatrice. La guerra, in questo senso, non è solo conquista e strategia geopolitica ma anche aggressione dello stato di diritto – il neoimperialismo trumpiano, indossata la maschera di prevenzione e difesa dalle minacce terroristiche degli Stati che non si allineano all’ordine geopolitico statunitense, è qui a ricordarcelo. Uno degli snodi fondamentali del saggio di Gargiulo riguarda poi il concetto di polizia. A prescindere dal significato assunto come forza repressiva tutrice dell’ordine costituito, significato che ha egemonizzato il senso comune delle società contemporanee, il termine “polizia” rimanda a quelle azioni tese a modellare forme di buon governo, come si è in qualche modo verificato nel corso della prima età moderna. In sostanza, l’idea di polizia è passata dalla funzione di sistema regolatore delle crisi sociali che hanno segnato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo a organo dello Stato preposto alla sicurezza dei cittadini e al rispetto delle leggi. Seguendo Foucault, la polizia si è trasformata da negativa a positiva, diventando uno dei più efficienti organi di governo della popolazione. «La parola “politica” […], al pari della parola “polizia”, discende dal termine greco politeia, a sua volta derivante da polis. Le istituzioni impegnate a fornire assistenza ai poveri, da un lato, e gli apparati orientati alla prevenzione e alla repressione del crimine, dall’altro, sono diventati due facce della stessa economia politica, finalizzata a gestire la popolazione e ad affrontare la questione più ampia del pauperismo (pp. 80-81). Instillare nella popolazione l’assuefazione consensuale alle misure di controllo e disciplinamento sociale è, allora, la carta vincente dello Stato neoliberale. Il termine biopolitica, con cui Foucault designava le pratiche governamentali, non a caso, rinvia al controllo non solo dei corpi umani ma dell’intera specie «che si traduceva in un percorso graduale che prevedeva forme di addestramento e regolazione indiretta, di sorveglianza, quanto più possibile discreta, e, se necessario, di punizione» (p. 81). L’emergenza pandemica causata dalla diffusione di SARS-COV-2, le politiche sull’immigrazione e l’attuale “Decreto Sicurezza” del governo Meloni indicano come il caso italiano sia esemplare nel codificare i protocolli come dispositivi burocratizzanti, concepiti e redatti per dare consistenza formale e performativa a realtà molto complesse che meriterebbero ben più ampie discussioni collettive. In breve, i protocolli sono le nuove infrastrutture del capitale a cui vengono delegate responsabilità e operatività che lo Stato non riesce più a garantire. E questo, ovviamente, a favore del libero mercato che, forte del suo potere di astrazione, riduce la vita pubblica a start up, a impresa ad alto potenziale di lucro in cui la sovranità pubblica è fagocitata dalla privatizzazione del diritto. Per quanto riguarda l’emergenza pandemica di Covid 19, l’analisi di Gargiulo è puntualissima. All’insorgere della pandemia, il Consiglio dei Ministri è ricorso a una norma contenuta nel Codice di Protezione Civile del 2018. Quindi, servendosi di un codice normativo straordinario, i governi che si sono succeduti hanno adottato misure di contrasto, i famosi DPCM, che hanno radicalmente trasformato la vita sociale dell’intero paese. «Da allora, i dispositivi protocollari si sono letteralmente moltiplicati: alla pandemia sanitaria ha fatto seguito una pandemia di protocolli. Lavarsi le mani, entrare in piscina, salire su un autobus, sono solo alcuni esempi di ambiti di vita quotidiana da sempre governati da regole più o meno formalizzate ma che, a seguito della pandemia, sono diventati oggetto di una regolazione specifica e minuta, caratterizzata da un nome evocativo e dotata di un’estetica particolare» (p. 116). Per quanto riguarda le politiche anti-immigrazione, di cui il cosiddetto hot spot albanese è il caso insieme più vistoso e grottesco, vale quanto afferma Didier Fassin. Anche la questione migratoria, infatti, viene affrontata in termini gestionali e depoliticizzati, assecondando logiche statistiche – i flussi, i numeri, i richiedenti asilo, ecc. L’espressione ragione umanitaria, usata dall’antropologo francese per descrivere il protocollo della compassione, è l’ennesimo caso di para-giurisdizione in cui l’estetica evocativa del linguaggio sublima il trattamento feroce, cinico e standardizzato delle cosiddette procedure di “accoglienza”. Infine, i “Decreti Sicurezza” mostrano chiaramente come l’arte protocollare in Italia sia pensata per punire il dissenso, il disagio, la marginalità, il conflitto e la povertà. Dal “Decreto anti rave party” che inaugurava l’anno 2022, passando per il “Decreto Cutro” (che aggrava le pene contro gli scafisti ritenuti gli unici responsabili delle tragedie del Mediterraneo) e per il “Decreto Caivano” (adottato per contrastare la violenza giovanile dei cosiddetti maranza), fino al Decreto del 2025, che istituisce nuovi reati quali quello di resistenza passiva, si viene a delineare un percorso laboratoriale di cui il protocollo è parte irrinunciabile dei processi tramite cui il capitalismo sussume la realtà. Il saggio si conclude con una requisitoria sul genocidio dei Palestinesi a Gaza. Gargiulo non esita a definire l’accordo di pace imposto dall’Occidente come una finzione, in cui la violenza e il massacro, – tradotto: l’uccisione sistematica di civili inermi ­– diventa, ancora una volta, un mero fatto procedurale. Il che ribadisce che scopo del saggio è, oltre a sottolineare l’aspetto ambiguo e opaco delle procedure protocollari, quello di ribadire la necessità di acquisire una prospettiva abolizionista non tanto degli strumenti di cui si servono gli esecutivi, bensì delle stesse condizioni che permettono l’effettiva messa in atto dei protocolli con tutta la loro “soave e sapiente” violenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Protocollare e punire proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
Guerre, oltre i confini dell’umano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Phyllis Lilienthal su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Quali risorse mettere in campo per fermare quest’orda di pazzi? In un delirio di onnipotenza patriarcale riemerge la voglia di guerra. Non abbiamo ancora saputo con certezza a quante decine di migliaia ammonti il tragico conteggio delle vittime palestinesi, ed ecco che un’altra orribile notizia arriva a tramortirci. Centosessantacinque bambine iraniane massacrate da un missile che ha centrato una scuola elementare. Forse statunitense, forse guidato dall’intelligenza artificiale. Non ci vorresti credere e ti si chiude lo stomaco. Pensi che il mondo tratterrà il fiato e tutte le copertine, tutti i notiziari non parleranno d’altro. Macché. Violando i vecchi codici umanitari, ospedali e scuole sono ormai diventati obiettivi normali, accettabili danni collaterali. Si passa oltre. E poi a chi dare la colpa? La cosiddetta “intelligenza” artificiale in teoria non ha faccia né nome, anche se nella realtà di nomi ne ha parecchi, quelli dell’équipe di ingegneri che l’hanno creata e che ne sono oggettivamente responsabili, avendovi immesso una mortifera potenza incapace oltretutto di fermarsi davanti a un obiettivo sbagliato. Chissà cosa direbbe Hannah Arendt se fosse viva adesso, quali parole aggiungerebbe a quella sua folgorante definizione entrata nella storia. La banalità del male. Si riferiva all’Olocausto del popolo ebraico che il mondo aveva ignorato e infine con orrore scoperto. Ma oggi ignorare un genocidio in diretta sugli schermi dei nostri smartphone è impossibile. Mentre l’inerme popolo palestinese viene sterminato nell’indifferenza della comunità internazionale, mentre le donne iraniane perennemente minacciate  di morte dagli ayatollah ora  rischiano la vita anche sotto le bombe di chi si erge a loro “salvatore”, avendo ben altri scopi che nulla hanno a che vedere con libertà, diritti e democrazia, quanto possiamo ancora considerare banale il male che imperversa nel mondo senza più alibi né mediazioni? Viviamo uno sgomento che ci toglie le parole. Dobbiamo chiederci a quale grado di ferocia si può resistere senza reagire, a quale numero di morti si può arrivare prima che il mondo insorga. Sembrava che con le stragi a Sarajevo e a Srebrenica si fosse toccato il limite. Ma a Gaza abbiamo visto che il limite non esiste. Come statue mute guardiamo il succedersi di eventi su cui non possiamo in alcun modo intervenire ma solo assistere come se fossero scene di una terrificante serie televisiva. Il senso di impotenza prende alla gola. Cerchiamo un’impossibile spiegazione che ci aiuti a restare nei confini dell’umano. Quale storia, quale dio, quale oscuro passato può mai spiegare la furia assassina che ha raso al suolo Gaza, il cinismo e l’indifferenza con cui Trump illustra al mondo le sue macabre imprese o la gelida sicurezza di Netanyahu e di buona parte del popolo israeliano quando rivendicano un folle diritto biblico al genocidio in nome di una Grande Israele destinata per disegno divino a dominare tutto il Medio Oriente? Come su Comune dice l’antropologa, scrittrice e attivista argentina Rita Segato intervistata da Raul Zibechi (Contro la legge del potere di morte): “Il genocidio di Gaza è totalmente diverso da tutti i precedenti genocidi che hanno colpito l’umanità. Perché tutti gli altri ancora invocavano la finzione giuridica, si nascondevano dietro l’ordine del diritto. […] Questo genocidio è un punto di svolta della storia. Perché nell’Olocausto si poteva vedere, in filmati, la sorpresa degli eserciti alleati quando entravano in un campo di concentramento. Si poteva percepire in coloro che arrivavano la perplessità e l’orrore che sperimentavano perché era stato nascosto al mondo ciò che stava accadendo nei lager, perché c’era ancora un simulacro giuridico vigente, esisteva ancora una grammatica giuridica. […] Non si può non sapere cosa sta succedendo a Gaza. Con questa esibizione senza pudore e senza alcun diritto che la contenga, si può dire che Gaza annuncia che una nuova legge è in vigore, che è la legge del potere di morte. Il potere della morte è la legge”. Una nuova legge e un nuovo potere che tuttavia traggono origine da qualcosa di assai antico, quel nesso fra patriarcato, violenza e guerra che le femministe ben conoscono. Ne abbiamo piena consapevolezza e lo abbiamo sviscerato in mille occasioni, in mille saggi, in mille interventi.  Oggi dobbiamo però riconoscere che tutto questo impegnativo lavoro non è bastato a produrre la rivolta culturale necessaria a salvarci dall’abisso in cui stiamo precipitando. Sono crollate persino le cautele e le regole che in parte avevano contenuto lo sciagurato ricorso alle guerre di cui è costellata la storia, e come nulla fosse viene letteralmente archiviato quel diritto internazionale che aveva fatto sperare nel superamento almeno della peggiore barbarie. Ora, dal profondo e oscuro grumo di una malintesa virilità mai sazia di potere, riemerge una voglia di guerra anche là dove sembrava impossibile, in un delirio di onnipotenza patriarcale suprematista, resa ancor più devastante dal connubio tra arcaica brutalità e avveniristiche tecnologie. Spogliate da ipocrite ragioni ideali, le guerre contemporanee nella loro nudità si mostrano per quel che veramente sono. In Palestina, in Ucraina, in Medio Oriente, in Africa e ovunque le guerre servono per accumulare profitti e risorse a vantaggio di una ristretta élite di oligarchi antidemocratici decisi a dominare il mondo come un’azienda, al di sopra di regole e leggi. La guerra è quindi un investimento commerciale spesso subappaltato a milizie private disposte a testare dal vivo la potenza delle nuove armi, la loro invincibilità tecnologica, la loro efficacia letale, senza scrupoli né remore. “Ciò che accade nel presente – spiega sempre Segato – è che la fratellanza maschile, la fratellanza maschile che ora descrivo come corporazione maschile, basata sulla lealtà degli uomini tra loro e sul carattere gerarchico della mascolinità, è una struttura che si replica e riproduce in tutti gli ordini, in tutte le società, in tutte le gerarchie, in tutti i rapporti in cui vediamo potere e disuguaglianza. Sono repliche di questo primo e basale ordine corporativo. Da lì viene anche la guerra. Parlando una volta a Buenaventura, costa del Pacifico colombiano, uno spazio iperviolento, qualcuno del pubblico mi ha chiesto: «Come si finisce questa guerra, che non può finire con un patto o un’amnistia perché è una guerra totalmente informale?». Una tale guerra si ferma smontando il mandato di mascolinità, che è il dispositivo che permette di reclutare i soldatini che formeranno le fazioni belliche”. Se questi sono i frutti del mandato maschile che ha pervaso di sé ogni spazio privato, pubblico e istituzionale, minacciando le nostre conquiste, i nostri diritti, i desideri, le differenze e le libertà, probabilmente ci troviamo di fronte alla lotta finale tra modi opposti di stare al mondo e di concepire il senso stesso della vita. Sembra rinascere l’incubo del prevalere di un potere tecnologico di stampo neonazista basato sul culto androcratico della forza e sulla superiorità della razza bianca. In altre parole, la quintessenza del machismo odiatore dei deboli, dei poveri e delle donne. Difficile capire quali risorse si possano mettere in campo per fermare quest’orda di pazzi. Viene però da pensare che solo la forza immaginifica di una potente visione totalmente contrapposta potrebbe forse in parte riuscirvi, o almeno tentarlo. Il coraggio di gridare in tutte le piazze della terra che il mondo per salvarsi ha bisogno del femminile negato, di quei valori repressi, della capacità di cura e di accoglienza, del senso del limite e della reciproca protezione. Il coraggio di mettere già in pratica questa rivoluzione nello spazio privato e pubblico, influenzando e contaminando l’immaginario collettivo. Può trattarsi di quello che Adriana Cavarero in un suo libro chiama “transito dal piano della critica a quello dell’invenzione”. Una radicale, gioiosa e plurale differenza che potremmo chiamare mandato femminista. Una sfida impossibile? Forse, ma necessaria. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Casadonnemilano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre, oltre i confini dell’umano proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
Quello che possiamo fare
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Costantini (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- C’è una ragione evidente per cui voteremo NO al referendum che si tiene domenica 22 e lunedì 23: questa è l’ultima chiamata per fermare una trasformazione autoritaria e propriamente fascista dell’assetto politico istituzionale italiano. Dal 1748, quando Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu pubblicò L’Esprit des Lois, testo fondamentale per la cultura politica moderna, si sa che la divisione dei poteri è a fondamento della libertà civile, e che il “potere assoluto corrompe assolutamente”. Solo chi è completamente in mala fede può negare che l’obiettivo di questa riforma è limitare l’autonomia della magistratura e concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo. Non illudiamoci che la vittoria del No apra una prospettiva di democrazia e di pace. La guerra incombe e la coppia maledetta di etno-nazionalismo e totalitarismo tecno-finanziario è profondamente radicata nella costituzione materiale del mondo contemporaneo. Ci vuol altro che un referendum per uscire da questo abisso. Eppure quel che possiamo fare è impedire che si consolidi uno stato di polizia e mantenere aperti spazi di vita intelligente. Perciò dobbiamo spiegare a tutti che in questo referendum ci giochiamo forse l’ultima possibilità di fermare una svolta apertamente fascista, e dunque è opportuno che tutti coloro che non hanno simpatia per le carogne vadano a votare. Con questo potrei anche avere concluso il mio messaggio. Invece no. Mi prendo la libertà di aggiungere qualche considerazione sulla prospettiva che si sta aprendo (ma che potrebbe anche chiudersi rapidamente dopo questo fine settimana): nell’area latina – Italia Francia e naturalmente Spagna e Portogallo – pare possibile interrompere l’occupazione del potere da parte di un ceto di ignoranti aggressivi, amici della mafia, aspiranti assassini. Le elezioni in Castiglia hanno fermato e rovesciato l’avanzata dei franchisti di Vox. Il primo turno delle amministrative in Francia ha aperto la strada a un’affermazione delle sinistre e particolarmente della France Insoumise, che in questa maniera potrebbe ripeterebbe il miracolo politico del 7 luglio 2024, quando i lepenisti furono fermati, e si aprì la possibilità di un governo delle sinistre che solo il tradimento di un presidente spregevole poté impedire. In Italia abbiamo la possibilità di fermare l’avanzata dei successori di Mussolini e dei razzisti putinisti della Lega. La presidente del Consiglio si aggrapperà probabilmente al suo seggio, ma per lei sarebbe l’inizio della fine. Se l’arco latino fosse teatro di un simile rovesciamento dovremmo cantare vittoria? Dovremmo pensare di avere sventato il pericolo che incombe? Certamente no. L’onda nera globale è ben lungi dall’essere esaurita, e sta per arrivare un cataclisma economico e finanziario destinato a moltiplicare gli effetti della guerra. Ma proprio per questo è importante creare un’area in cui la ragione prevalga sulla follia, e l’umanità prevalga sulla violenza. Questo è un voto sullo stato di diritto e sulla divisione dei poteri. Ma è anche un voto sull’alternativa tra umanità e orrore. È un voto in cui ciascuno deve scegliere se stare dalla parte dei nazi-sionisti o dalla parte di chi dice No al genocidio. È per questo che c’è qualche ragione di essere ottimisti: forse in Italia non c’è molta gente che ha letto L’Esprit des Lois, e l’indipendenza dei giudici non è al primo posto nell’attenzione della maggioranza. Ma una maggioranza nettissima degli italiani ha orrore per gli assassini sionisti e per il genocidio. E tutti hanno capito che questo governo (che criminalizza come antisemita chi si oppone il genocidio) è composto dai discendenti di coloro che stavano dalla parte di Adolf Hitler quando si trattava di mandare a morte gli ebrei, e da coloro che oggi stanno di nuovo dalla parte di chi infligge umiliazione tortura e morte a un intero popolo, agli ebrei del nuovo secolo, a coloro che il razzismo perseguita e vorrebbe eliminare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quello che possiamo fare proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Depressione e mondi nuovi
È DIFFUSO DA TEMPO UN MITO, CREATO DA MASCHI DEL NORD DEL MONDO, SECONDO CUI ESISTE UNO STATO DI SALUTE CHE È LA NORMA. È DIFFUSA DA TEMPO OVUNQUE ANCHE L’ESPRESSIONE “IO SONO MALATO” INVECE DI “LA MALATTIA È VENUTA A ME”. IN QUESTO SCENARIO C’È CHI NON RINUNCIA AD APRIRE CREPE. SAPPIAMO METTERE NELLE CONDIZIONI TUTTI E TUTTE PER RENDERE VISIBILI LE PROPRIE VULNERABILITÀ? SAPPIAMO RISPETTARE DAVVERO LE FRAGILI DI OGNUNO, SOPRATTUTTO QUELLE PIÙ COMPLICATE E MENO VISIBILI? E SE UNA DELLE PIÙ GRANDI PROTESTE CONTRO IL CAPITALISMO – HA SCRITTO UNA VOLTA JOHANNA HEDVA IN UN TESTO MERAVIGLIOSO (LA TEORIA DELLA DONNA MALATA) – FOSSE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO E DELL’ALTRA OLTRE CHE DI SE STESSI? LA DEPRESSIONE, CON TUTTE LE CONSEGUENZE PROVOCATE DA UNA SOCIETÀ CHE NON METTE AL CENTRO LA CURA, ACCOMPAGNA DA DIVERSI ANNI LA VITA DI MAURO ZANELLA. NELLA SUOI IMPEGNI SOCIALI, NELLA SUA VITA DI INSEGNANTE E NELLA SUA QUOTIDIANITÀ HA PERÒ SCELTO DI SFIDARE LO STIGMA SOCIALE, AD ESEMPIO, ATTRAVERSO IL RACCONTO. LO HA HA FATTO UNA PRIMA VOLTA OLTRE DIECI ANNI FA PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. TORNA A FARLO OGGI, PER CAMBIARE LE COSE IN PROFONDITÀ, SCRIVE, PER AIUTARE ALTRI A SENTIRSI MENO SOLI Foto di Sebastian Herrmann da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo testo è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto negli ultimi anni. Questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio ugualmente trarre un’esperienza che potremmo definire politica e sociale. Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina, Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione”. Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave. “Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato “Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno 2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo), confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in contesti professionali.” Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto appunto come lettera per il manifesto e successivamente pubblicato da Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che avevo scritto. Che cosa è cambiato da allora? Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora sono un insegnante di scuola primaria. Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno), una certa obesità che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice” depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza. “La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso, per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione. Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio di Roma, un ottimo psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia, settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà sapere come va”. Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La teoria della donna malata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Depressione e mondi nuovi proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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