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Perché disprezzare chi resiste?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Antonio Cansino da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Gentile Signor De Gregori, da antico fan mi sarei rivolto a Lei con il “tu”, ma questa è una lettera di un anziano signore a un altro anziano signore e preferisco la forma desueta e cortese del “lei” anche per sottolineare che si tratta di un ragionare su argomenti seri, che meritano il giusto distacco emotivo. Perché da parte mia l’emozione c’è e va raffreddata, tanto più che essa è stata la spinta principale che mi ha indotto a rivolgerLe queste righe. Il punto è che Sue dichiarazioni su Bruce Springsteen mi hanno causato un misto di sorpresa, delusione e amarezza, toccandomi nel profondo. Sono tra i molti e le molte che in questo mezzo secolo hanno legato i propri sentimenti, le proprie speranze, i propri sogni alle Sue canzoni. Ho pochi anni meno di Lei, l’ho ascoltata per la prima volta credo nel 1973 nella mia città, in tournée con Riccardo Cocciante e con Antonello Venditti, e in seguito ho amato particolarmente, e cantato, e suonato, alcune delle Sue canzoni perché erano belle ma anche e forse soprattutto perché stavano dentro un universo di valori che era lo stesso mio, lo confermavano e lo arricchivano. E questo all’epoca era molto importante. È vero che altri esprimevano in modo meno metaforico, più esplicito, l’adesione a quei valori e quello sguardo disincantato e amaro sulla realtà, ma nel Suo repertorio c’erano comunque cose meravigliose: Saigon, Cercando un altro Egitto, Pablo, Generale, Viva l’Italia, La storia. E poi i sodalizi con Caterina Bueno e con Giovanna Marini mi confermavano che tra Lei e un qualsiasi cantante di cassetta c’era un salto profondo. Lei sa bene che tra il pubblico e un artista della “popular music” – per usare un termine accademico – si sviluppa un rapporto affettivo, di fiducia, di identificazione. Emotivo. E così è stato il mio rapporto con Lei. Analogo e diverso rispetto a quello con altre artisti e altri artisti, ma comunque profondo. È questo rapporto che ho sentito improvvisamente incrinato dalle Sue parole. Con grande sorpresa, anzitutto, e poi con un senso di delusione. È stato come se una piccola parte del mio immaginario si fosse compromessa, come se avessi dovuto ammettere che quel piccolo pezzo di me stesso o era sbagliato da sempre o non funzionava più. Ma questi sono certamente affari miei, cose che riguardano me, il mio immaginario, i miei sentimenti. I sentimenti di uno delle tante centinaia di migliaia, forse milioni, di suoi fans. Che è normale e giusto che non La riguardino. Ma oltre alla sorpresa e alla delusione ho citato anche l’amarezza. E qui credo di dovermi spiegare bene perché questo riguarda anche Lei e il mondo intorno a noi. Lei in sostanza ha detto che Bruce Springsteen farebbe bene a cantare e basta, senza dare lezioncine dal palco perché quello non è il mestiere di un cantautore. E che Lei non ne dà perché non ha un’opinione precisa di quello che sta succedendo nel mondo, a Minneapoli, a Kiev, a Gaza. La seconda cosa mi sorprende, ma è del tutto ovvio che se non se la sente di parlare di cose su cui non ha un’opinione precisa il silenzio è la scelta migliore. Anzi, è una scelta particolarmente apprezzabile nell’ipertrofico e degradato mondo della comunicazione attuale. Il caso di Springsteen è però un caso diverso e su questo vorrei attirare per un attimo la Sua attenzione. Springsteen è un cittadino statunitense, profondamente legato al suo paese. Ed è un uomo, credo lo si possa dire senza timore di sbagliare, di “buoni sentimenti democratici” come si diceva una volta. Amante della libertà, della verità, della giustizia sociale, della convivenza pacifica tra esseri umani, tra nazioni, tra uomo e natura. Né più, né meno. Non un sovversivo, non un demagogo, non un arruffapopoli. Un buon cittadino, formato a quegli stessi nobili sentimenti universalistici che sono gli stessi scritti nella nostra Costituzione del 1948. E in quanto tale vede il suo paese, il paese che gli ha ispirato l’amore per la libertà, per la verità, eccetera, sprofondare in un baratro in cui tutti quei valori vengono stracciati e umiliati in un crescendo di corruzione e di crudeltà, e le persone che continuano a crederci vivono in condizioni di pericolo – anche fisico – crescente. Questi sono gli Stati Uniti di oggi, non sono un’altra cosa. E di fronte a quel baratro – che rischia di diventare lo stesso baratro di molti paesi europei, compreso il nostro – che fa, Bruce Springsteen? Resiste, resiste attivamente, invita alla resistenza, esalta chi si è sacrificato per resistere. Questo fa, con canzoni e con discorsi degni delle liriche delle sue canzoni. E lo fa, oggi, a suo rischio e pericolo. Perché essere contro Donald Trump può avere conseguenze molto pesanti, anche per un miliardario famoso nel mondo come Bruce Springsteen. Se le cose non cambiano, può significare il carcere, l’esilio, forse peggio. Ammirevole, io direi: Lei non pensa? Nel corso degli anni Lei ha cantato, ci ha cantato, “Viva l’Italia che resiste”. Non dubito che l’abbia fatto perché ci credeva. E allora perché additare al pubblico disprezzo qualcuno che resiste e che resiste coraggiosamente per gli stessi valori che hanno mosso la nostra Resistenza, chi l’ha tenuta viva negli ultimi ottant’anni e chi oggi cerca con sempre più difficoltà di farne l’ispirazione principale della vita pubblica del nostro Paese? Quello che ai miei occhi è sicuro è che Lei ha fatto qualcosa che sarebbe stato meglio non fare: ha dato ragione a Donald Trump e torto a tutti quelli che negli Stati Uniti e nel mondo resistono alla barbarie che avanza veloce e terribile. Io sono piccolo, la mia voce arriva a pochi, quel che posso fare è limitato. DirLe tutto il mio sconcerto, la mia delusione è forse più un modo per fare i conti con me stesso che con Lei, visto che queste mie parole Le appariranno probabilmente non solo non condivisibili ma anche un poco patetiche, stonate. Ma io non me la sentivo di tenermele per me. Oggi – io la penso come Springsteen – la parola può salvare e abbiamo tutti e tutte l’obbligo di dire la verità. Dalle cattedre, nei luoghi di lavoro, nelle strade, sui palchi. La saluto, con immutata ammirazione per tutto quanto mi ha regalato in oltre cinquant’anni. -------------------------------------------------------------------------------- [Luigi Piccioni, docente universitario – Pisa] P.s.: proprio mentre scrivevo queste righe la Corte Suprema Usa ha attribuito a Donald Trump poteri assoluti su quelle che sono state finora le agenzie indipendenti. una delle giudici dissenzienti ha dichiarato che si tratta di una decisione che porta gli Stati Uniti ai livelli della monarchia inglese settecentesca ribellandosi all’arbitrio della quale il paese era nato. un altro passo, insomma, verso il ritorno dell’assolutismo. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La parola dal palco -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché disprezzare chi resiste? proviene da Comune-info.
July 1, 2026
Comune-info
Autonomia differenziata e controllo del territorio
QUELLA CHE VIENE CHIAMATA REGIONALIZZAZIONE, COME SE FOSSE UN INTERVENTO NEUTRALE DI ATTENZIONE AL TERRITORIO E NON UNA TRASFORMAZIONE LEGISLATIVA CHE RIGUARDA PIÙ AMBITI DI FORTE IMPATTO POLITICO E SOCIALE, PUÒ DIVENTARE TERRENO DI COLTURA ANCHE PER LA CAPILLARIZZAZIONE DEL CONTROLLO SICURITARIO E DELLA DIFFUSIONE DELLA PRESENZA MILITARE, A COMINCIARE DALLA SCUOLE. IN QUESTO CONTESTO DISTRUTTIVO SOTTOVALUTATO CI SONO ANCHE POSSIBILITÀ DI NUOVI ASSETTI. QUANTO POSITIVI DIPENDE DALLA POLITICA AGITA IN BASSO Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- “Finché la guerra verrà considerata una cosa malvagia, conserverà il suo fascino; quando sarà considerata volgare, cesserà di essere popolare” (Oscar Wilde) Questa riflessione si sarebbe dovuto, più propriamente rispetto alle intenzioni, intitolare “L’Autonomia del Nord va alla guerra”, in analogia metonimica con il testo di Antonio Mazzeo di cui dirò più sotto (La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia Manifestolibri, Roma, 2024). Infatti, il nucleo dell’argomentazione è che la regionalizzazione, non solo amministrativa come prevede la Costituzione (artt. 116,117, 119), ma legislativa in almeno quattro materie importantissime (sanità, istruzione, protezione civile, trasporti), di attuale competenza esclusiva dello Stato, può diventare terreno di coltura per la capillarizzazione del controllo sicuritario e della diffusione della presenza militare. Come cercherò di spiegare non è una mia allucinazione distopica. Il 6 giugno scorso si è svolta a Napoli, un’assemblea del comitato di scopo Contro ogni forma di autonomia differenziata (NOAd). Come suggerito dal suo nome, il collettivo non intende patteggiare alcun tipo di divisione del nostro paese. Le materie cosiddette concorrenti, di interesse per le singole Regioni, sono già indicate – con tutti i limiti e le possibilità – dal testo costituzionale e dalle sentenze della Corte. Vengo a delineare un po’ di storia. Le prime riunioni si svolsero in alcune sedi sindacali di Roma, Gilda-scuola e Flc-CGIL, nel 2017. I segretari delle organizzazioni sindacali ascoltarono, fra lo scettico e il disinformato, le preoccupazioni che la gente di scuola manifestava sulle già nefaste intrusioni della Regione Veneto nell’ambito dell’istruzione pubblica. Non solo si stavano dettando le linee didattiche per la formazione professionale di competenza locale, attraverso le cosiddette Unità di Apprendimento e le prime modalità dell’Alternanza Scuola Lavoro sul modello dell’apprendistato, ma si modulavano le stesse prove a test dell’INVALSI secondo i dettami suggeriti dal mercato, dalla piccola media impresa tipica della regione. L’eredità padana di Umberto Bossi veniva raccolta da Luca Zaia, il mega-sindaco di Venezia e, nei primi testi di intesa Stato-Regioni, il termine sussidiarietà (orizzontale e verticale: contribuzione dei cittadini e delle amministrazioni locali alle spese generali sostenute dallo Stato) sforava nella presa in carico del sistema tributario e della spesa da parte della amministrazione regionale. Dunque, all’inizio, il tema di discussione fu soprattutto l’attacco condotto al sistema di istruzione e formazione pubblica, nazionale. Ma presto la questione si estese ad altri ambiti di particolare delicatezza, la sanità, ad esempio. La proposta veneta non arrivò nemmeno a bagnarsi alle rive del Po, si estese verso ovest aggregando, nella follia emancipatoria, Lombardia, Piemonte, Liguria, oggi firmatarie dello stesso testo di pre-intesa con lo Stato, come se la differenziazione riguardasse ormai una macroregione, il Nord produttivo e ricco, come se nelle sue province non allignassero sacche di povertà e desolazione sociale. Nell’ultimo testo di preintesa, diffuso solo parzialmente, le materie di competenza della macroregione sono diventate 22. Il tutto nell’obliquo, ambiguo, interesse di altri presidenti regionali, governatori, come amano farsi chiamare in un delirio di onnipotenza. Il lavoro da allora svolto nel Collettivo da Marina Boscaino, da illustri costituzionalisti, da esperti di questioni riguardanti la costante decadenza della legge sulla sanità pubblica del 1978, è stato enorme. Si sono affrontati nel tempo gli effetti devastanti della legge Bassanini (1997) sulla trasformazione delle unità sanitarie territoriali in aziende, e l’autonomia conferita da Luigi Berlinguer anche alla scuola nel 1999. L’autonomia è diventata una parola abusata e distorta, venuta a significare management, leadership antidemocratica, nella progressiva distanza dai bisogni-necessità dei cittadini, su cui tornerò più sotto a proposito dei livelli di prestazione. Attualmente, come si è visto a Napoli, sono coinvolti nel Collettivo 20 province per altrettanti comitati locali, 33 fra associazioni, organizzazioni sindacali maggioritarie e di base, partiti, semplici cittadini. Ricordo che due anni fa fu promosso un referendum per la abrogazione della legge 26 giugno 2024 n.86, anche nota come Calderoli, su cui facevano leva gli autonomisti. La raccolta delle firme, nel caldo torrido dell’estate, raggiunse un milione e trecentomila firmatari, tra l’altro costituendo, per chi di noi stava in strada a raccoglierle, una bellissima prova: ancora si può giocare la carta della politica, come discorso, discussione nelle piazze, nelle strade. Sappiamo com’è finita: la sentenza della Corte Costituzionale non ha considerato ammissibile il quesito referendario (n. 10/2025) in base a un precedente atto, la sentenza n. 192 del 2024 che dettava alle regioni le regole sulle prestazioni obbligatorie, segnava i limiti invalicabili sul potere legislativo locale, non conferiva nessuno spazio per deleghe ampie al Governo prive di passaggi parlamentari. Oggi la discussione, come si è visto a Napoli, continua. Il Ministro Calderoli ci riprova fra corsi e ricorsi, fra la messa in silenzio da parte del Governo Meloni preso da altre priorità e la nuova assunzione in proprio di Matteo Salvini, guarda caso da rilanciare al prossimo incontro della Lega a Pontida. Prima di andare al tema militarizzazione, dirò ancora qualcosa sulla questione delle prestazioni. Le innumerevoli riforme subite dal sistema sanitario sulle prestazioni obbligatorie (LEA), la loro trasformazione in prestazioni essenziali (LEP) rimane un nodo dirimente, anche per il sistema di istruzione. Appare chiaro che due ambiti di tale importanza per la vita del cittadino, per ogni aspetto della riproduzione sociale, non possono essere ridotti all’osso di essenzialità di vaga definizione. Soprattutto in un paese così economicamente scompensato, la possibilità per i cittadini di accedere, attenzione, a diritti, non a opportunità, non può essere elusa. I bisogni primari restano tali e a essi per mandato costituzionale va data risposta, in ogni luogo del Paese. E può rispondervi solo il governo centrale in modo uniforme. L’intervento di Antonio Mazzeo a Napoli – come ho scritto in incipit – tocca il vivo delle manovre per elaborare il consenso sulla militarizzazione dei territori, resa più facile proprio dalle forme previste nel testo delle pre-intese sull’autonomia differenziata. L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle. Mazzeo conclude la sua intensa riflessione annotando che le forme assunte dalla autonomia differenziata possono essere messe in analogia con quelle dell’attuale fortuna del suprematismo dei ricchi. Forse – aggiungo io – da noi assurge a parente povero del fenomeno del muskismo. Come scrivono, coniando il termine, Quinn Slobodian e Ben Tarnoff, non è un problema rappresentato da un individuo singolarmente folle ma, come lo fu il fordismo, un complesso di pratiche sociali, di cui Musk è insieme causa, effetto, sintomo. Nel caso statunitense si tratta di un intervento capillare e plurimo di controllo della popolazione, in un delirio tecnologico capace di stordire soprattutto le classi meno colte. La promessa pseudo religiosa è nel paradiso terrestre da lui stesso creato (Muskismo. Una guida per perplessi Einaudi, Torino, 2026). Al convegno, organizzato il 17 aprile di quest’anno dall’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università a Torino, gli intervenuti hanno fatto ruotare le loro relazioni su questi nodi. Luigi Daniele, docente di diritto internazionale dei conflitti armati (Università del Molise), ha sottolineato come collassi la democrazia quando si prepara una guerra, e mentre è in corso. La diplomazia tace quando si sceglie di agire direttamente i conflitti armati, anche di bassa intensità, per accedere a risorse rare, per operare pulizie etniche funzionali alle nuove forme di colonialismo. Concludendo, la relazione stretta fra aspetti solo apparentemente distanti va considerata con estrema attenzione. I separatismi sono generatori di risentimenti che possono sfociare in conflitto armato. Facilmente il polemos – la politica come discorso, come parola – lascia il posto alla stasis che, nel suo significato originario, è la guerra intestina, civile. Lo sottolineano Massimo Cacciari e Roberto Esposito: il caos contiene elementi distruttivi ma anche possibilità di nuovi assetti. Quanto positivi dipende dalla politica agita dal basso, non dalla propaganda ottundente (Kaos il Mulino, Bologna, 2026). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Autonomia differenziata e controllo del territorio proviene da Comune-info.
June 28, 2026
Comune-info
I muri contro la vita
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Bernard Hermant su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il muro si pone come un simbolo vivente di apartheid, di segregazione razziale, un confine invalicabile e spietato che determina un noi e un loro. Un simbolo, come la caduta del Muro di Berlino, che ha rappresento un momento epocale della storia, l’archetipo di un possibile mondo nuovo, migliore di quello che l’umanità si lasciava alle spalle. Ma oggi Israele rischia di tracciare una via senza ritorno per quello stesso Occidente che il 9 novembre 1989 auspicava che quelle picconate fossero preludio di libertà, pace, benessere. Le barriere erette attorno a Gaza, in Cisgiordania, a difesa della colonie illegali, non sono i muri cui siamo avvezzi, quelli che separano gli stati; essi ne neutralizzano a priori la nascita, privano della speranza chi è stato privato della propria terra, dividono, frammentano, polverizzano legami familiari e comunitari. Il concetto di confine segna con le barriere erette da Israele un salto terribile di qualità: è il muro stesso a stabilire spietatamente dove termina un territorio, non prende atto di ciò che è già oggetto di convenzioni internazionali tra stati. Il muro non si pone come semplice strumento di divisione: diviene esso stesso generatore di distanza, separatore, confinando chi ne è circondato a una pena mai deliberata da nessun organo giurisdizionale. Ed è proprio questo l’ulteriore paradosso dei muri di Israele: la barriera non ha la finalità di proteggere chi è dentro, bensì di segregarlo, di punirlo. La salvaguardia è per chi è fuori, il cui obiettivo è creare un carcere a cielo aperto dal quale diviene impossibile uscire o, e questa è la tragedia nella tragedia, nel quale è ormai impossibile vivere. L’esigenza di sicurezza di una parte diventa condanna, senza alcun processo, dell’altra. Zygmunt Bauman così sosteneva nel 2002: “Uno degli effetti forse più importanti di tale nuova situazione è l’endemica porosità e fragilità di tutti i confini e l’intrinseca futilità, o quantomeno la natura irreparabilmente provvisoria e l’insanabile revocabilità, di qualsiasi definizione di confine. Tutti i confini sono labili, fragili e porosi” (1). Purtroppo, ciò pare non valere per i palestinesi. I muri eretti da Israele rappresentano il discrimine fra una vita dignitosa e un destino di morte; mai come nella nostra epoca “postmoderna” un apparato statale, territoriale, si impone in maniera violenta e realizza barriere infra-stato e non più tra stati; il muro, così come i check point, concepiti nel laboratorio Palestina definiscono la configurazione spaziale del mondo contemporaneo, quasi prefigurando i fenomeni di distanziamento sociale e le zone rosse cui oggi si tende per risolvere, così almeno si afferma, i problemi peraltro non da sottovalutare della sicurezza. Quando si stabilisce l’infrastruttura di cemento e metallo come simbolo di affermazione di un suprematismo e se ne accettano le conseguenze, il modello si afferma nel nostro immaginario e lo riplasma rendendolo la sola chiave possibile per una convivenza sicura. Cosa e chi resti al di là di quel confine, non ha più importanza: il noi si afferma come paradigma e ne stabilisce le condizioni non negoziabili. Come afferma Ernesto Sferrazza Papa ne Le pietre e il potere il muro produce «una doppia gerarchia: endogena, ossia interna alla massa che si accalca sui confini, fra chi può oltrepassare un muro, in che modo, a quali condizioni etc.; esogena, ossia fra la massa migrante – ciò che è al di là del muro – e la cittadinanza – ciò che è al di qua del muro. Intesi come filtri, i muri appaiono come un potente e complesso dispositivo biopolitico, l’elemento materiale che articolando insieme la sovranità statale e la necessità di governare i flussi, mostra la complessità dei rapporti di potere a livello globale. Il muro, da questo punto di vista, è un autentico laboratorio biopolitico, un punto di vista privilegiato dal quale analizzare i rapporti di potere e la loro traduzione spaziale» (2). Ancora una volta, Gaza e la Cisgiordania rappresentano un laboratorio a cielo aperto cui l’Occidente anela per la risoluzione dei problemi o, meglio, accentuandone le contraddizioni, ad apparente vantaggio di chi sta dalla parte giusta. I confini, prosegue Sferrazza Papa, «separano, uniscono, mettono in comunicazione, permettono il riconoscimento, assicurano la diversità. Sono l’oggetto per eccellenza della filosofia, dell’antropologia, della psicologia, della politica, di tutto ciò insomma che assume l’esistenza umana come oggetto d’interesse. Non deve dunque in alcun modo stupire il fatto che il controllo dei confini sia da sempre la posta in gioco del potere. Abbiamo detto che la nostra vita è un continuo attraversamento di confini: se ciò è vero, allora chi controlla i confini governa le vite degli altri, perché amministra e regola le modalità di questo attraversamento. Riconoscere non solo l’attualità del tema del confine, ma il suo ruolo performativo nella costituzione della realtà, il suo valore metafisico e politico allo stesso tempo, è forse il primo passo per impedire che i confini, da strumento indispensabile per la coesistenza umana, si trasformino in Schlachtbänke, nuovi “banchi da macello” sui quali, proseguendo la formula hegeliana, “la storia sacrifica i popoli”»(3). Sin dall’antichità i muri sono l’oggetto di una dialettica spaziale le cui implicazioni vanno svolte per comprenderne meglio le logiche: essi tengono fuori ma, allo stesso tempo, costringono dentro, e non è affatto semplice capire in quale momento una fortezza si trasformi in prigione, come ha rilevato Massimo Cacciari: “tutti i tentativi volti a ‘fortificare’ il luogo, lungi dal rassicurarlo, colpiranno a morte ogni abitare, poiché un luogo che si definisce per esclusione dell’altro, che non vuole che l’altro lo tocchi, che pretende il suo confine immune dall’altro, si trasforma inevitabilmente in prigione per chi vi risiede”(4). Il muro, principio immunologico di difesa dello spazio vitale attraverso la limitazione del contatto con l’esterno, immunitas antitetica alla communitas: trasuda disumanità per chi è recluso e circondato dalle barriere e non garantisce sicurezza a chi dovrebbe esserne protetto.   Il simbolo tragico della segregazione in nome della sicurezza porta dunque in sé i prodromi del suo stesso fallimento, basandosi sul mantenimento di un clima di emergenza, incertezza e conflitto permanente interno ed esterno. In sostanza, Israele conseguirà probabilmente il suo maligno intento di impedire la nascita di uno stato di Palestina ma non godrà mai, per la sua storia e la sua stessa natura, di un clima di distensione e di pace. E l’Occidente rischia di dirigersi nella medesima direzione, cavalcando le paure con i rigurgiti xenofobi dei Vannacci di turno, verso la sua israelizzazione. -------------------------------------------------------------------------------- 1. Z. Bauman, La società sotto assedio (2002), trad. it. S. Minucci, Laterza, Roma-Bari 2008, p. XX 2. E. Sferrazza Papa, Le pietre e il potere. Una critica filosofica di muri. Mimesis edizioni, Milano – Udine, 2020 3. G.F.W. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (1837), trad. it. G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1961, p. 57 4. M. Cacciari, Nomi di luogo: confine, in “Aut-aut”, 299-300, 2000, p. 76. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I muri contro la vita proviene da Comune-info.
June 27, 2026
Comune-info
Giuseppe, Maria, Francesco. Nomi tipicamente italiani
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va giù” ha detto qualche giorno fa, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale. Conosco personalmente almeno tre Mohammed con passaporto italiano. Conosco anche un Abdul con passaporto italiano. E di Omar poi… non ne parliamo proprio. Omar è un nome proprio di persona italiano. Deriva dall’arabo ʿUmar (عُمَر), un nome molto antico della Penisola Arabica. Si è diffuso in Italia per via del fascino esercitato dalla cultura orientale e grazie alla notorietà di figure storiche e popolari come Omar Khayyam, l’attore Omar Sharif e il calciatore Omar Sívori. Pur essendo rimasto relativamente raro, negli anni Settanta era molto comune nel Centro-Nord, soprattutto in Emilia-Romagna. Il nome Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta mutuato dall’ebraico Miryam. Ma ancor prima della sua versione ebraica molti studiosi sono convinti che il nome Maria abbia avuto origine in Egitto. “Mry” la sua versione egiziana, di fatto significa “amata”. Ma andando ancora più indietro nel tempo si trovano tracce del nome Maria addirittura in Siria, ad Ugarit, una delle città più antiche del mondo. Quindi prima di essere italiana, Maria è stata greca, egiziana, siriana, ebrea, ed ha attraversato l’Asia e l’Occidente, per poi fermarsi in Italia, nella sua forma latinizzata derivata dal greco biblico. E l’italianissimo Giuseppe invece? Da dove verrà? Sarà anche lui il frutto di un’invasione straniera che per secoli ha silenziosamente colonizzato i gusti e le scelte di milioni di italiani nel mondo? Beh, anche qui non vorrei far sembrare l’onorevole Rossano Sasso un baccalà per nulla edotto su ciò che sostiene di identificare per certo come “nome italiano”. Ma proprio lui che di mestiere vorrebbe proteggere la cultura italiana dai maledetti figli di immigrati come me, dovrebbe scegliersi meglio i suoi esempi. Perché neppure Giuseppe è spuntato dal suolo italico come un fiorellino autoctono nutrito solo ed esclusivamente da lacrime di patrioti coraggiosi, spaghetti al pomodoro, tricolore e sangue di antichi guerrieri romani. Giuseppe, prima di essere tirato in ballo durante quel patetico intervento poco degno di riecheggiare tra le mura della Camera dei Deputati, è stato un nome originatosi nell’Asia Occidentale. Yosef, Peppino, Giuseppe, è stato ebreo, poi greco (Iosepos) e infine latino (Ioseppos). E proprio da quest’ultima forma che deriva la versione italianizzata di Giuseppe. Francesco ha un’origine che indica addirittura l’appartenenza ad un altro popolo. Quello dei Franchi. Che non erano di certo italiani. Eppure oggi, il nome Francesco, che secoli fa indicava un popolo di barbari stranieri, è il più diffuso ed utilizzato in Italia. Un nome a tutti gli effetti “tipicamente italiano”. L’onorevole Rossano Sasso stesso, che vorrebbe distinguere nomi italiani da stranieri, basandosi sui ciò che per sua ignoranza ritiene più o meno italico, ha un nome di origine persiana. Gli studiosi ritengono che il nome greco che ha dato origine a quello odierno, derivi da una forma persiana o iranica orientale ricostruita come “Raṷxšnā”, collegata alla radice iranica che significa “luminosa”. Il che fa sorridere se penso a quanto poco “illuminato” sia un uomo che a 51 anni dice ancora stronzate razziste perché senza torturare la dignità dei cittadini stranieri che vivono in questo Paese, non saprebbe come guadagnare quei 14.000 euro mensili che riesce a intascare mentre finge di interessarsi di case popolari e italiani costretti a vivere sotto la soglia di povertà. Maria, Giuseppe, e Francesco sono nomi migranti. Non amo utilizzare la parola “migrante” a caso. Ma per i nomi italiani, non c’è parola più precisa. Perché questi nomi si muovono. Sono nomi vivi. Nomi nati da passaggi di bocche che non parlavano la stessa lingua ma che in modo o nell’altro, sono giunti al punto. Maria, Giuseppe e Francesco sono nomi che genitori africani, asiatici e di tutte le etnie oggi danno ai loro figli nati in Italia. Maria è una ragazza con genitori cinesi che abita a Orta di Atella. Giuseppe è un ragazzo con genitori congolesi, nato e cresciuto a Cuneo. Francesco è nato a Terni da genitori pakistani. Mohammed ed Abdul quando vinceranno una medaglia d’oro alle Olimpiadi, per conto di questo Paese che a volte sa essere davvero ingrato e poco generoso nei confronti dei suoi figli, per una o due settimane diventeranno l’esempio più alto e valoroso di cittadinanza italiana. Sulle nostre carte di identità ci sono già nomi che tengono insieme l’Italia e i nostri nomi tradizionali pieni di amore e benedizioni ancestrali. E se a quelli di Futuro Nazionale la cosa non va giù? Col tempo se ne faranno una ragione. Impareranno ad acculturarsi e civilizzarsi anche loro. E magari, con un po’ di voglia in più di comprendere la cultura italiana senza ridicolizzarla con mezzi dialettici tanto miseri quanto imbarazzanti, impareranno a capire che Maria, Giuseppe e Francesco solo a un certo punto, dopo un viaggio di secoli, prestiti, adattamenti e scambi culturali, sono diventati nomi italiani. La vita è un viaggio inarrestabile. L’identità di un popolo come quella di ogni singolo individuo che compone il tutto, è un una forza dirompente che non si può contenere in un fragile barattolino di paure neofasciste e abbiette riletture della nostra realtà. Realtà che pretende un’onestà intellettuale che un razzista senza alcuna conoscenza della ricchezza della propria cultura, non potrà mai incarnare. Maria, Giuseppe, Francesco, Omar, Abdul e Mohammed per me sono nomi meravigliosi. Unici e indivisibili. Hanno continuato e continueranno a viaggiare, ad incontrare lingue, popoli e altre culture. Si adatteranno al presente. Sopravviveranno. E alla fine impareranno a guardare avanti, in attesa di cambiamenti. Persino i nomi “italici” che in teoria dovrebbero farci comprendere a colpo d’occhio chi merita una casa popolare e chi no, ci ricordano che italiani non si nasce, ma attraverso giri, passaggi, scontri e incredibili accidenti, lo si diventa. Chi vuole restare, chi si radica con volontà, nella quotidianità talvolta difficile della vita di tutti i giorni, magari in una casa semplice, dove la priorità e andare avanti e garantirsi dignità e pace per sè o per la propria famiglia, è parte di questo Paese. Vorremmo sentire meno stronzate riecheggiare tra le pareti della Camera dei Deputati. Perché qui c’è gente che lavora e tira a campare. Gente che aspetta che il governo si tiri su le maniche per combattere contro la piaga del lavoro “povero” e degli stipendi da fame. La Camera dei Deputati ha assunto l’aspetto di una discarica abusiva e abusante nei confronti di chi in questo Paese, ha la sola colpa di essere straniero e povero. Ultimamente mi vergogno fin troppo spesso di condividere la cittadinanza con gente come Rossano Sasso. Il Paese sprofonda nella povertà assoluta e i neo/ascisti giocano con la rabbia e la disperazione di un popolo che in fondo disprezzano e che esiste solo per finanziare i loro stipendi. In una situazione così delicata, che esige un senso di responsabilità mai sperimentato prima in questo Paese, usare il razzismo per fare la sanguisuga attaccata alla giugulare della Lega, è imbarazzante. Oltre che nauseabondo. La filippica sui citofoni, gli stranieri privilegiati e le case popolari, anche no. Proprio non ce la meritiamo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Giuseppe, Maria, Francesco. Nomi tipicamente italiani proviene da Comune-info.
June 26, 2026
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Le ronde di Genova
L’ALFABETO DELLA VIOLENZA E DELLA GIUSTIZIA “FAI DA TE” TROVA MODO DI AFFASCINARE SEMPRE DI PIÙ NON SOLO A LIVELLO INTERNAZIONALE. MERCOLEDÌ 24, DALLE ORE 18, SUI GRADINI DEL PALAZZO DUCALE DI GENOVA, DURANTE LA 1256° ORA IN SILENZIO PER LA PACE, VERRÀ DISTRIBUITO QUESTO VOLANTINO -------------------------------------------------------------------------------- Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Siamo alle ronde Le indagini sono ancora in corso, ma pare che venti maschi “coraggiosi” di San Fruttuoso abbiano aggredito a bastonate un minorenne non accompagnato, colpevole (forse) di molestie e danneggiamenti. Gli hanno spaccato il cranio. Sembra anche che una ronda analoga sia stata organizzata a Quinto, i cui abitanti da tempo lamentavano molestie e atti di vandalismo. Non “sembra” ma “è certo” che sui social si contino centinaia di commenti che approvano le ronde e la giustizia “fai da te”. E chi prova a ragionare viene invitato a portarli a casa sua. In Italia muoiono tre persone al giorno sul lavoro, soprattutto in edilizia. Un fatto che dovrebbe creare un forte allarme sociale. Vogliamo organizzare ronde per sprangare i padroni che ignorano le norme di sicurezza? Chi plaude ai venti vigliacchi di San Fruttuoso ribadirebbe anche in questo caso “colpirne uno per educarne cento?”. In Italia l’evasione fiscale ha raggiunto livelli record. Gli evasori li conosciamo tutti, con nome e cognome, perché ogni giorno abbiamo a che fare con loro. L’evasione fiscale incide fortemente sul bilancio dello stato. Vogliamo aspettare sotto casa medici, idraulici, negozianti che non rilasciano lo scontrino fiscale? A Taranto esiste un’azienda (ha cambiato diversi nomi: ILVA, Acelor Mittal, ecc, ma sono sempre gli stessi) che da decenni emette sostanze cancerogene. Ha sulla coscienza migliaia di cancri, anche di bambini. Cerchiamo i padroni e i loro complici, e gli bruciamo la casa? Intere regioni italiane sono ostaggio della criminalità organizzata. Mafia, camorra, ‘ndrangheta, stidda, sacra corona unita. Vivono a “cento passi” da casa nostra. Anche in questo caso vale il principio del “colpirne uno per educarne cento”? Li spranghiamo? E da quale mafioso vogliamo cominciare? I venti vigliacchi di San Fruttuoso hanno scelto di colpire chi dà loro fastidio, ma sta anche sotto di loro nella scala sociale. E hanno perfettamente assimilato i disvalori che hanno portato le destre al governo: meritocrazia, competizione, indifferenza verso gli altri, nazionalismo, razzismo. È più che mai necessario che, a partire dalle scuole, dai quartieri e dai luoghi di lavoro, l’individuazione delle radici delle ingiustizie e il valore della solidarietà vengano riscoperti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le ronde di Genova proviene da Comune-info.
June 24, 2026
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Israele, i media italiani e la propaganda
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di mohammed al bardawil su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato. Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il turbamento per una petizione letteraria — senza che nessuno gli chieda conto di nulla che conti davvero. Le regole del genere giornalistico prevedono che l’intervistatore eserciti pressione, che verifichi le affermazioni, che segnali le contraddizioni. Qui non accade nulla di tutto questo. Il risultato è un testo che avrebbe potuto scrivere l’ufficio comunicazione della presidenza israeliana: formalmente dialogico, sostanzialmente monologico. Il momento più rivelatore è quando Herzog dice agli italiani: “Siamo vicini nel Mediterraneo, siamo amici, i problemi dobbiamo discuterli come si fa tra amici”. Bella formula. Peccato che l’amico in questione presieda istituzionalmente uno Stato che da anni blocca sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza — cibo, medicine, carburante — condannando la popolazione civile a morire non solo sotto le bombe ma per fame e per sete. Un assedio che organizzazioni internazionali, relatori ONU e la stessa Corte Internazionale di Giustizia hanno definito in termini che non lasciano spazio all’ambiguità. Di questo, nell’intervista, non c’è traccia. Nessuna domanda sulle condizioni dei palestinesi. Nessuna domanda sugli aiuti bloccati. Nessuna domanda sulla carestia indotta. Settanta mila morti. Zero domande. Ma quel lessico dell’amicizia non è innocente: è uno strumento. Israele ha sviluppato negli anni una dottrina sofisticata di lawfare diplomatico, l’uso sistematico del linguaggio della moderazione, del dialogo, della vicinanza tra popoli per neutralizzare preventivamente la pressione legale e politica internazionale. Quando Herzog parla da amico, non sta cercando un confronto: sta costruendo un perimetro discorsivo dentro cui le domande scomode non trovano posto. L’intervistatore che accetta quella cornice senza interrogarla non è un giornalista neutrale: è un compartecipe di quella strategia. Il Corriere ha accettato la cornice. Senza una domanda di riserva. Il profilo in box lo presenta come ex leader laburista, quasi a rassicurare il lettore: ecco un uomo di sinistra, un moderato, una voce ragionevole. Quello che il box non dice è che Herzog, da presidente, ha firmato ogni decreto militare, ha legittimato ogni operazione, ha coperto istituzionalmente ogni fase di una campagna che ha raso al suolo Gaza e ucciso 70.000 persone. Parlare da amico agli italiani mentre si firmavano le bombe non è moderazione. È cinismo con una buona conferenza stampa. Il giornalista non gli chiede nulla che conti. Cosa risponde alle misure cautelari della Corte Internazionale di Giustizia che ha riconosciuto il rischio plausibile di genocidio? Cosa pensa del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per Netanyahu e Gallant? Come giudica l’assedio sistematico degli aiuti umanitari, configurabile come crimine di guerra? Perché Israele continua a bombardare ospedali, scuole, campi profughi? Niente. Silenzio. Cambio di argomento. Il momento più oltraggioso arriva quando Herzog liquida la violenza dei coloni in Cisgiordania come opera di “un piccolo gruppo ai margini della società”. Piccolo gruppo. I coloni sono circa 700.000. Gli insediamenti sono illegali ai sensi del diritto internazionale — articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, ribadito da decine di risoluzioni ONU e dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024. La violenza dei coloni contro i palestinesi è documentata, sistematica, spesso coperta e armata dall’esercito israeliano. Chiamarla “margini” non è un’opinione politica: è una bugia. E il Corriere non la corregge, non la contesta, non la segnala nemmeno con una nota. Questa è la “permission to narrate” teorizzata da Edward Said: il privilegio di presentarsi come interlocutore ragionevole, di fissare i termini del discorso, di essere intervistati anziché interrogati. Herzog non è un moderato della pace. È il presidente costituzionale di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Un uomo che firmava le bombe con la stessa mano con cui oggi parla di amicizia mediterranea e si dice turbato per una petizione letteraria. Il Corriere gli ha offerto una tribuna. Non ha fatto giornalismo. Ha semplicemente fornito una comoda opportunità di propaganda, in un giorno che avrebbe meritato ben altre domande. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Israele, i media italiani e la propaganda proviene da Comune-info.
June 24, 2026
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Il diritto negato alla difesa civile non armata e nonviolenta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono molti punti di vista attraverso i quali guardare e giudicare la Proposta di Legge (PdL) per la formazione di un “Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta”. Sul piano politico, come un avanzamento sulla via della nonviolenza, una spinta al disarmo e un tassello ulteriore per la costruzione della pace fondata sul rispetto dei diritti fondamentali per ogni essere umano e sulla garanzia assoluta del diritto internazionale; su quello etico, come riconoscimento della legittimità della scelta di non uccidere, dell’obiezione ad usare strumenti progettati per violare, sottomettere, assassinare uomini e donne, del rifiuto della coercizione, della tracotanza, della prepotenza; sul piano giuridico, come un’articolazione e un completamento della Costituzione, che finalmente saldi assieme articolo 11 e articolo 52 della nostra carta fondativa, stabilendo in via definitiva che il ripudio della guerra non può che prevedere una difesa non armata e nonviolenta; sul piano istituzionale, con la formazione di una nuova struttura dell’apparato statale che, partendo da uno dei capisaldi delle pratiche nonviolente, ovvero la coerenza e il riavvicinamento più stretto tra mezzi e fini, potrebbe avere conseguenze tanto innovative quanto dirompenti all’interno dell’ordinamento pubblico e della filiera burocratica ancorata, da sempre, a una visione gerarchica nella quale i rapporti sono stabiliti, in via esclusivamente verticale, per supremazia e subordinazione. Il Dipartimento, tra le altre, dovrà predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone l’attuazione e la formazione del personale e della popolazione; avviare attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche; favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e cooperazione internazionale, con particolare riferimento alle aree di crisi; organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato. Tuttavia c’è un filo che lega assieme questi piani e dà loro solidità, prospettiva. Con questa PdL si riconosce un diritto (dovere) che va ad inserirsi pienamente in quella stagione vissuta tra la fine degli anni ‘60 e gli anni ‘70 che ha cambiato radicalmente il volto del paese nell’innesto tra riforme (Statuto del lavoratori, legge Basaglia, ecc) e riconoscimento di alcuni primari diritti civili. In quegli anni la spinta e la forza collettiva delle lotte operaie, delle fondamentali elaborazioni e mobilitazioni femministe, delle rivendicazioni studentesche, pur partendo da luoghi ideali e politici, ambiti sociali ed esigenze molto diverse, conversero – saldandosi – in quell’enorme movimento che dette pienezza e fondamento alla nostra democrazia. A qualcunə potrà sembrare azzardato, fuori misura ma esattamente come è stato nel grande movimento per i diritti civili, in particolare per il divorzio e per l’aborto, sostenuti con la lotta e con il voto di milioni di cittadin3, dobbiamo sostenere e mobilitarci in massa perché la proposta per un Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta diventi legge e struttura dell’ordinamento istituzionale del paese. Anche per quei due fondamentali diritti civili, il divorzio e l’aborto, fu indispensabile la scelta, l’impegno, la lotta di chi – per motivi etici, religiosi o di altra natura – pur avendo dubbi e perplessità, o addirittura contrarietà personale per il loro possibile esercizio – fece prevalere l’imperativo politico che un paese democratico, edificato su una Costituzione nella quale uguaglianza, solidarietà e libertà erano i saldi fondamenti della sua rinascita, dovesse senza esitazioni dare luogo all’esercizio di quei due importanti diritti. Si trattava di una generazione in buona parte uscita dalla devastazione e dalla brutalità della guerra, dell’occupazione nazista e dall’abiezione della dittatura fascista. Un mondo violento e repressivo che aveva come principio costitutivo la prevaricazione, la tracotanza, la pretesa violenta di imporre il proprio volere su ogni uomo e ogni donna con ogni mezzo. Ieri come oggi, in un mondo che sembra volere riprecipitare in quella temperie barbara e disumana, oltre alle tante iniziative che stiamo sostenendo, questa lotta per la PdL sul Dipartimento difesa civile non armata e nonviolenta a mio parere va assunta come priorità per tutto il movimento che lotta contro tutte le guerre, per il disarmo, per il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, proprio per i presupposti che ho cercato di illustrare nelle righe precedenti.  Non 50.000 ma 500.000, un milione di firme dovrebbe essere il nostro obbiettivo entro il 15 settembre prossimo. Naturalmente sono disponibile, assieme a tutto Opal, (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere), a partecipare a iniziative e confronti pubblici che ogni soggetto che ne fosse interessato volesse organizzare per illustrare e portare avanti questa importante proposta di legge. Firmare per questa PdL è semplicissimo. Si può fare con SPID o con CIE in pochissimi minuti, cliccando su qui. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il diritto negato alla difesa civile non armata e nonviolenta proviene da Comune-info.
June 18, 2026
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Perché Vannacci non è il problema principale
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Foglia Fogliazza (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Ogni volta che Roberto Vannacci parla, il dibattito pubblico si accende. Accade quando nega l’esistenza del femminicidio, quando attacca i diritti delle minoranze, quando trasforma differenze e fragilità in bersagli polemici. Ci indigniamo, discutiamo, replichiamo. Poi attendiamo la provocazione successiva. Ma forse stiamo guardando dalla parte sbagliata. La domanda più importante non è cosa pensa Vannacci: le sue idee sono note e, per molti aspetti, coerenti con una certa cultura che attraversa le destre contemporanee. La domanda davvero che forse ci dobbiamo porre, è un’altra: perché queste parole trovano ascolto? Perché occupano così tanto spazio? Perché riescono a intercettare una rabbia diffusa? Per provare a rispondere può essere utile tornare a una categoria elaborata da Antonio Gramsci: la “rivoluzione passiva”. Con questa espressione Gramsci descriveva quei processi storici nei quali le classi dominanti, invece di essere travolte dal malcontento popolare, riescono ad assorbirlo, a deviarlo, a trasformarlo in uno strumento di conservazione. Accolgono una parte delle domande che emergono dalla società, ma lo fanno in modo da lasciare intatti i rapporti di potere esistenti. Se osserviamo molte delle retoriche che attraversano le destre contemporanee, il meccanismo appare sorprendentemente attuale. Esiste una rabbia sociale reale. Esiste la precarietà. Esiste la difficoltà di arrivare a fine mese. Esiste il progressivo impoverimento di ampi settori della popolazione. Esiste la percezione di un futuro più incerto per i propri figli. Esiste la sensazione che la politica non riesca più a incidere sui grandi processi economici. Tutto questo è reale. Ma invece di interrogarsi sulle cause strutturali del disagio – l’aumento delle disuguaglianze, la concentrazione della ricchezza, la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento dei servizi pubblici… – il discorso pubblico viene continuamente spostato altrove. I problemi diventano i migranti, le persone LGBT, il femminismo, il politicamente corretto, l’antifascismo, i diritti civili… Non si nega il disagio. Lo si reindirizza. La rabbia viene riconosciuta ma privata del suo oggetto reale. È qui che figure come Vannacci svolgono una funzione politica importante: contribuiscono a trasformare la sofferenza in una guerra culturale permanente. Una guerra che mobilita emozioni forti e costruisce identità contrapposte, senza mai mettere davvero in discussione gli equilibri economici che alimentano quella stessa sofferenza. Per questo sarebbe un errore considerare Vannacci un semplice fenomeno folkloristico. Il problema non è l’eccesso verbale. Il problema è ciò che quell’eccesso riesce a nascondere. Questo meccanismo oggi trova un alleato formidabile nell’architettura dei media e degli algoritmi social. Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: sono costruite per massimizzare il tempo che vi trascorriamo, e sanno che nulla ci trattiene più a lungo della rabbia. La provocazione non è solo una strategia politica, è un modello di business: chi si indigna commenta, condivide, risponde. Chi commenta genera traffico. Chi genera traffico produce pubblicità. Chi produce pubblicità genera profitto. Per le piattaforme, non per noi. Siamo intrappolati in un ecosistema informativo che monetizza la nostra rabbia, trasformando la discussione pubblica in uno spettacolo continuo dove chi urla più forte vince l’attenzione della giornata. Si tende a rispondere alle provocazioni denunciandone il carattere razzista, sessista o omofobo – spesso giustamente – ma restiamo prigionieri dello stesso terreno di gioco. È così che la destra detta l’agenda. Si discute della provocazione del giorno. Si rincorre la polemica. Si smentisce. Ci si indigna. E intanto scompaiono dal dibattito le questioni fondamentale: perché tante persone si sentono abbandonate? Perché il lavoro non garantisce più sicurezza? Perché la sanità e la scuola pubblica appaiono sempre più fragili? In altre parole, si combattono i sintomi senza affrontare la malattia. Naturalmente sarebbe un errore opposto ridurre tutto all’economia. Le persone non vivono soltanto come lavoratori. Vivono anche attraverso relazioni, identità, riconoscimento, desideri, paure. I diritti civili non sono una distrazione rispetto ai diritti sociali, sono parte della stessa idea di democrazia. Una società che discrimina le minoranze è spesso anche una società che accetta più facilmente le disuguaglianze. Una società che abitua al disprezzo dell’altro finisce per indebolire anche la solidarietà necessaria a difendere i beni comuni. Per questo la sfida non consiste nello scegliere tra diritti sociali e diritti civili, ma nel ricostruire il legame tra le due dimensioni. Le democrazie si indeboliscono quando aumentano contemporaneamente l’insicurezza materiale e l’esclusione simbolica. Quando le persone stanno peggio e, nello stesso tempo, si abituano a considerare alcuni esseri umani meno degni di altri. La frammentazione sociale produce una profonda solitudine. E quando le persone sono lasciate sole di fronte all’incertezza, l’ostilità diventa l’unico rifugio identitario disponibile. La vera scommessa politica ed educativa non è solo decostruire la polemica di turno, ma “ricostruire” un “noi” autentico e solidale, capace di curare l’isolamento prima che si trasformi in rancore. Per contrastare questa deriva non basta indignarsi. Occorre nominare ciò che viene sistematicamente rimosso. Ricostruire i legami tra le sofferenze individuali e le loro cause collettive. Smettere di abboccare all’esca mediatica per imporre, finalmente, le nostre domande. In fondo la domanda decisiva non è cosa pensa Vannacci. È perché, di fronte a una crisi che produce disuguaglianze e solitudine, continuiamo a discutere di capri espiatori invece che dei meccanismi che producono quella crisi. È urgente occupare il dibattito con le nostre priorità, e non inseguire le provocazioni del giorno. Senza mai affrontarne la radice. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché Vannacci non è il problema principale proviene da Comune-info.
June 16, 2026
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Il governo della demenza
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Come spiegare – o semplicemente cercare di comprendere – ciò che sta succedendo negli Stati Uniti? Come dar ragione del fatto – in apparenza davvero inspiegabile – che la nazione che fino a ieri dominava il mondo nell’ultimo decennio sia stata e sia tuttora retta da un presidente tecnicamente demente? Forse la sola possibile risposta è che gli Stati Uniti si trovano in una situazione storica alla quale solo la demenza è adeguata. Quando un paese raggiunge lo stadio ultimo dello sfacelo spirituale, nessuna decisione razionale che cerchi di farvi fronte è più accessibile. Si può soltanto precipitare con ogni mezzo il collasso ormai inevitabile e la demenza – reale o simulata – è lo strumento di governo certamente più adatto allo scopo. In quanto suddita fedele degli Stati Uniti, anche l’Europa si sta autodistruggendo e, come questi, sembra precipitare nella demenza. Se alcuni stati europei riusciranno a fermarsi sull’orlo del baratro o se rovineranno in esso insieme alla sciagurato e illegittimo organismo che si chiama Comunità europea è quanto i prossimi anni permetteranno di vedere. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Sul declino degli Stati Uniti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il governo della demenza proviene da Comune-info.
June 15, 2026
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Un posto dove giocare
LA STORIA DI DUE PORTE DA CALCIO RIMOSSE DA UN PARCO E APPRODATE AL TIBURTINO III RACCONTA MOLTO PIÙ DI UNA VICENDA DI QUARTIERE. PARLA DI SPAZIO PUBBLICO, INFANZIA, SPORT POPOLARE E DEL DIRITTO DEI BAMBINI A GIOCARE SENZA ESSERE SCHIACCIATI DALLA BUROCRAZIA O DALLA LOGICA DELLA PRESTAZIONE. IN FONDO, DIETRO QUELLE PORTE, C’È UN’IDEA SEMPLICE E RADICALE: UNA CITTÀ EDUCA ANCHE QUANDO LASCIA SPAZIO A UN PALLONE Finalmente iniziano i mondiali di calcio maschili? No. L’interesse per questa edizione è stato già ampiamente limitato negli ultimi mesi e non certo per l’esclusione, l’ennesima, dell’Italia Finalmente è stato trovato un posto (e che posto!) per le porte che erano state sistemate inizialmente nel parco di Carlo Felice dalla scuola calcio dell’Esquilino Football Club. Dal parco erano state rapidamente rimosse perché non erano state richieste le autorizzazioni necessarie a sistemarle lì e qualche cittadino “preoccupato” dal fatto che i bambini le stessero effettivamente usando e che effettivamente ci stessero giocando, disturbato forse dall’ormai inusuale rumore, dall’inusuale confusione che tanto “fastidio” arreca alla cittadinanza “per bene”, che vuole “dormire” sonni tranquilli, si era lamentato invitando l’amministrazione a farle rimuovere. Si poteva forse ragionare sul “senso” di quell’azione e sul risultato prima di toglierle: bambini che nuovamente si ritrovano al parco per giocare a pallone in un paese che ha per decenni, certo, in un’altra era dal punto di vista democratico, fatto dello spazio pubblico il luogo per antonomasia dell’incontro e della formazione motoria, libera e autogestita. Considerate le riflessioni che in queste settimane hanno occupato le pagine dei giornali, a ridosso dell’inaugurazione dell’ennesima edizione dei mondiali di calcio maschili alla quale non parteciperemo, si poteva forse immaginare una soluzione diversa, ma la preoccupazione rispetto alla legittimità dell’operazione ha prevalso. Via le porte. Si poteva forse aprire un tavolo tecnico e verificare insieme alla cittadinanza, all’associazione degli amici del parco, d’accordo con l’Esquilino FC sulla “operazione porte da calcio”, come procedere. Invece si è preferito la strada più breve e veloce. Rimuoverle. La meno coraggiosa, confessiamocelo. E così, oltre al danno, togliere ai bambini del territorio uno spazio finalmente impreziosito da porte “vere” con cui giocare a pallone come si faceva una volta, per strada, si poteva unire la beffa di vedere abbandonate quelle porte chissà dove. Ma grazie a una bellissima collaborazione tra il circolo dell’Arci Concetto Marchesi di Tiburtino III, l’Osteria Scuppiata Itinerante Anticapitalista, grazie alle moltissime realtà sociali e culturali che si sono unite e hanno collaborato alla riuscita dell’iniziativa, dalla Borgata Gordiani, all’Atletico San Lorenzo, al Kung-Fu della Luna e la tartaruga dell’Esquilino, dalla Capoeira del Kilombo Urbano, dalla Ciclofficina di Centocelle, allo Yoga Riot, allo Skatebord di Beat SB, le porte hanno trovato una seconda casa al Tiburtino III. Anche il Tiburtino non è più la borgata dove Vittorio De Seta andò a girare lo sceneggiato televisivo “Diario di un maestro”, all’inizio degli anni Settanta. Quel pullulare di bambini e bambine che scorrazzano nelle immagini dello sceneggiato per le strade del quartiere tra prati e campi sterrati inseguiti dal loro maestro, un vago ricordo. Nel film il calcio non ha molto spazio, ma le scene in cui Bruno D’Angelo, interpretato da Bruno Cirino, trasposizione cinematografica di Albino Bernardini, figura quasi mitologica della pedagogia democratica nel nostro paese, prova a capire le ragioni dell’emarginazione e dell’insuccesso scolastico dei ragazzi che gli erano toccati, nella classe differenziale alla quale lo avevano assegnato, ancora oggi emozionanti. Tra caccia alle lucertole, fionde per colpire barattoli abbandonati per la strada, gare di motorini, il maestro Bernardini-D’Angelo segue i suoi ragazzi un po’ ovunque, entra nelle loro baracche, fa lezione in mezzo ai campi e accompagna Remo fino al mercato di Piazza Ungheria ai Parioli. Lì impara che il suo alunno invece di frequentare la scuola vende le teste d’aglio per 100 lire alle ricche borghesi. Lo sceneggiato mostra come quella del maestro sia un’esperienza di vera e propria “osservazione partecipante”, che fin dai primi giorni di scuola lo mette in condizione di riflettere sulle difficoltà immediate di quei ragazzi che difficilmente potevano essere preoccupati dalla storia del Risorgimento o della Prima guerra mondiale e avevano bisogno di un insegnamento diverso. Emblematica la scena in cui discute proprio del senso oppressivo della scuola con il direttore che lo viene a trovare nella sua classe e rimane quasi scioccato dal fatto che la predella della cattedra si sia trasformata in una libreria dove ora i ragazzi possono sistemare i loro lavori. Ecco, le riprese interne invece furono girate nelle aulee dell’allora Scuola statale d’arte, oggi Liceo artistico Enzo Rossi di via del Frantoio, proprio a due passi dal circolo dell’Arci dove sono state sistemate le porte. In qualche modo ci piace pensare che tra quell’esperienza e l’arrivo delle porte al Tiburtino III si sia stabilita una connessione pedagogica e anche politica. La seconda edizione dei “Giochi tiburtini” patrocinata dal comitato romano della Uisp è stata infatti organizzata proprio per informare il quartiere del fatto che un campetto da calcio è ora a disposizione e augurarsi che quegli spazi un tempo così ricchi di umanità si possano riempire di nuovo.   Anche per correre appresso a un pallone: nel campo ora riqualificato e liberamente accessibile al territorio dove campeggiano le porte che secondo l’amministrazione non potevano rimanere nel Parco di Carlo Felice dove erano state sistemate dai genitori dell’Esquilino FC. La speranza è che moltiplicando l’esistenza di luoghi come questi, si possa contendere all’approccio competitivo nel quale sono immersi i bambini, oggi egemonico, il loro interesse per il gioco. La speranza è che organizzando iniziative che si ispirino a un modo diverso di concepire l’attività fisica, lo sport, il gioco, sia possibile per loro fare esperienze più ricche e positive di quanto non avvenga oggi, impegnati come sono in campionati, tornei, partite in cui il desiderio di vittoria, portato ai suoi massimi eccessi, stritola e compire quello del divertimento più spensierato. Peggio. Il divertimento è diventato la vittoria. E se non si ottiene quella si torna tristi e abbattuti a casa come dopo una sconfitta nella finale di champions league. Come il maestro D’Angelo prova a smontare il sistema oppressivo della scuola autoritaria degli anni Settanta e a segnalare riprendendo una vecchia espressione di Bruno Ciari, che è proprio la scuola a creare il disadattamento dei bambini, così oggi è in corso una partita difficilissima tra chi vorrebbe sottrare il calcio agli interessi economici che lo hanno trasformato in un business e i protagonisti di questa trasformazione violenta e ingiusta. Quando i genitori di Esquilino FC, durante le giornate delle vacanze di Natale, si diedero appuntamento per fissare le porte al campetto di Carlo Felice a questo pensavano, questo avevano in mente. Se l’amministrazione nonostante le ripetute sollecitazioni, nonostante il numero enorme di attività promosse in quello spazio, nonostante l’urgenza, non raccoglieva la proposta di ragionare su una ridefinizione di quello spazio di terra, perché potesse ospitare con modalità più “strutturate” il calcio, allora ci avrebbe pensato l’Esquilino FC acquistando con le quote dei soci delle porte e sistemandole nel parco perché i bambini e le bambine del quartiere potessero usarle liberamente. E funzionava. Perché i bambini e le bambine del quartiere hanno subito “preso la palla al balzo” e sfruttato la presenza delle porte per ricominciare a giocare liberamente. Per fortuna, alla fine, alla maggioranza della cittadinanza, ai media che si interessarono alla storia, ad alcuni volenterosi genitori dell’Esquilino FC che cominciarono a scriverne e parlane, sembrò un grande errore. Per fortuna, per una volta la reazione, se non indignata, sicuramente di incomprensione prevalse e dopo alcune giornate di intesi scambi telefonici con rappresentanti delle istituzioni ci si accordò perché dopo la rimozione delle porte a Carlo Felice si aprisse un ragionamento sulla ridefinizione dell’area, da anni sempre rinviato a data da destinarsi. Ora un tavolo tecnico si è aperto con l’obiettivo di definire un progetto di collaborazione anche a Carlo Felice ma intanto sapere che quelle bellissime porte non sono state perse e acquistate inutilmente e invece si trovano al Tiburtino III e a disposizione di quel territorio, riempie di orgoglio chi ama il calcio popolare e inclusivo, di chi crede ancora che non ci possa essere emancipazione senza educazione. L'articolo Un posto dove giocare proviene da Comune-info.
June 12, 2026
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