Ribellarsi all’estrattivismo immobiliare

Comune-info - Sunday, May 3, 2026

Le lotte per il diritto all’abitare sono legate a linguaggi e obbiettivi delineati negli anni Sessanta e Settanta. A volte viene lasciata fuori, ad esempio, la difesa di chi oggi vive in affitto e rischia di essere sfrattato. Il mercato dell’affitto e le sue trasformazioni sono stati a lungo trascurati. Abbiamo sempre più bisogno di ascoltare le voci di chi vive direttamente la crisi abitativa, affittuari inclusi, ma anche di individuare i nessi con le cause economiche, finanziarie e politiche e, soprattutto, di imparare della esperienze e dalla proposte di chi resiste. L’introduzione del libro Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare (Armando ed.) di Chiara Davoli e Stefano Portelli

Tracce della lotta a Milano di Chiediamo Casa e Social Forum Abitare

1. Abitiamo un mondo che si trasforma a ritmo vertiginoso: spazi urbani e società che cambiano fisionomia a vista d’occhio, case che non sentiamo più sicure, un’epoca che ha smesso di garantirci quella stabilità che credevamo acquisita. In Europa siamo cresciuti con l’idea che il mondo fosse sotto controllo, stabile, permanente, e che noi fossimo i suoi cittadini e cittadine legittimi. Ci hanno convinto che le città siano fatte per noi, che possiamo influire sul loro sviluppo, che disponiamo di strumenti per criticare e modificare le decisioni di chi governa.

Nel resto del mondo queste certezze sono molto meno solide, se non del tutto assenti: per questo, forse, il tempo presente ci appare così sconvolgente. Oggi quella sicurezza si incrina ovunque. Forme di violenza, precarietà e incertezza, che abbiamo a lungo considerato lontane, si affacciano anche ai nostri orizzonti.

Le modalità attraverso cui la speculazione immobiliare e la gentrificazione prendono il controllo delle città – espellendo chi non può permettersi di restare o chi non è considerato il benvenuto – sono certo meno esplicitamente violente della colonizzazione o dei genocidi che colpiscono altre parti del mondo; ma la logica che le muove è la stessa. Genocidi e conflitti armati sono infatti quasi sempre legati al controllo della terra e delle risorse, e implicano la sottrazione, la distruzione, l’espropriazione delle abitazioni.

“Uccidere una casa è genocidio”1 ha scritto il poeta palestinese Mahmud Darwish. La casa è un’estensione del nostro corpo, come scrivono Madden e Marcuse2; è un elemento imprescindibile per organizzare materialmente e simbolicamente le nostre vite. Ma è anche un punto di osservazione privilegiato da cui leggere le ingiustizie e le disuguaglianze. La casa è strettamente connessa alla salute, al benessere, ai rapporti sociali, allo status, all’inclusione, alla possibilità di accedere ad altri diritti; non si limita a riflettere le disuguaglianze sociali ma le plasma attivamente, perché influenza le diverse opportunità che hanno i diversi gruppi di popolazione e i rapporti che intrattengono tra loro.

Negli ultimi cinque anni abbiamo fatto parte di un’assemblea di autodifesa abitativa a Roma. Questa esperienza ci ha permesso di attraversare l’ingiustizia abitativa con i nostri corpi. Abbiamo conosciuto persone sfrattate senza alcuna possibilità di ritrovare una casa. Abbiamo ascoltato le storie di chi ha subito le conseguenze più dure delle crisi degli ultimi anni. Abbiamo lottato al fianco di persone che temevano di non poter più restare nel quartiere in cui avevano scelto di radicarsi. Abbiamo visto famiglie cambiare Paese. Ci siamo scontrati con la difficoltà di pagare l’affitto, di mantenere una condizione abitativa dignitosa, di vedere crescere i propri figli e le proprie figlie in un ambiente conosciuto. Ci siamo imbattuti in forme intollerabili di violenza istituzionale e in discriminazioni sistematiche di classe e di razza, tanto nel mercato immobiliare quanto nella sfera istituzionale.

Abbiamo visto anche tante rinascite: persone che sono riuscite a uscire dalla solitudine scegliendo di organizzarsi, ritrovando la forza e il sorriso. Abbiamo conosciuto tante realtà organizzarsi in diversi quartieri, città e paesi, portando avanti la lotta per il diritto alla casa, contro gli sfratti, la gentrificazione, la turistificazione e la speculazione, per difendere servizi, spazi e comunità. Più dei tanti studi e ricerche che abbiamo portato avanti in questi anni, sono state queste esperienze ad averci ispirato a scrivere questo libro.

2. Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare (Armando Editori, 2025) ha l’obiettivo di spiegare come la finanziarizzazione sia diventata pervasiva in quasi ogni aspetto delle nostre esistenze, e come attori e strumenti della finanza – fondi, asset, rendimenti, cartolarizzazioni – siano ormai entrati nella nostra quotidianità. Soprattutto in un paese in cui queste dinamiche sono ancora opache, abbiamo considerato fondamentale illuminare certi meccanismi complessi, per rendere chiaro e accessibile cosa significhi finanziarizzazione dell’abitare, collegandola allo smantellamento del welfare e ai processi di privatizzazione, cioè al trasferimento progressivo di funzioni e servizi pubblici verso il settore privato.

Nel libro proviamo a tenere insieme due livelli di analisi tra loro intrecciati. Il primo è quello micro, che riporta l’attenzione sulle esperienze concrete delle persone; i racconti e le voci di chi vive direttamente la crisi abitativa sono stati il nostro punto di partenza. Il secondo è quello sistemico, che riguarda le cause economiche, finanziarie e politiche della crisi. Abbiamo bisogno di capire perché e come i nostri territori e le nostre case siano diventati una nuova miniera d’oro da cui estrarre profitti. Raccontiamo le trasformazioni in corso anche attraverso i dati, per chiarire le dinamiche speculative che stanno sottraendo immobili al mercato residenziale tradizionale, e contribuendo all’aumento dei prezzi, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Infine, avanziamo proposte e soluzioni guardando anche all’esempio di altri paesi. Consapevoli della complessità del problema e del fatto che la crisi abitativa non si risolve con un unico strumento, proponiamo una molteplicità di strade che si intersecano tra loro.

3. Negli ultimi decenni qualcosa è cambiato, in modo silenzioso ma profondo. Grandi investitori – fondi pensione, assicurazioni, società di gestione del risparmio – hanno iniziato ad accaparrarsi pezzi di città e di territorio. Come avvoltoi in attesa del momento propizio, si sono gettati sulle nostre case e sulle aree pubbliche, considerandole una fonte di rendimento stabile.

Una parte rilevante di questo capitale proviene indirettamente dal risparmio diffuso3: i contributi versati nei fondi pensione complementari, i premi delle assicurazioni private, gli strumenti di gestione del risparmio in cui confluiscono i depositi di milioni di persone. Risorse nate per garantire sicurezza e stabilità nel lungo periodo vengono così convogliate nei circuiti della finanza immobiliare, contribuendo ad alimentare processi che trasformano profondamente le città.

Fondi e investitori istituzionali non si limitano ad acquistare immobili esistenti, ma finanziano e orientano la produzione stessa dello spazio urbano. Forti dei loro immensi capitali, promuovono la riqualificazione di aree pubbliche e la costruzione di nuove tipologie residenziali – come studentati privati, coliving, build-to-rent. social housing – presentandosi alle amministrazioni locali come i risolutori del problema abitativo e i rigeneratori di una città data per abbandonata.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza un contesto politico che lo ha reso possibile, e spesso lo ha incoraggiato. In Italia come in gran parte d’Europa, le politiche neoliberiste hanno progressivamente svuotato il potere economico e decisionale delle amministrazioni locali: hanno tagliato gli investimenti statali, hanno indebolito la gestione dell’edilizia pubblica e subordinato la pianificazione urbana agli interessi degli investitori privati. Così le amministrazioni locali sono diventate facilitatori di investimenti: semplificano le procedure, ammorbidiscono le regole urbanistiche, riducono i rischi per chi porta capitali, o li scaricano sul pubblico. A volte – come nel caso della nostra città, Roma – si occupano attivamente di attrarre i grandi capitali privati, presentando la città alle grandi fiere degli investitori immobiliari. Si propongono grandi strutture, social housing, progetti ibridi che uniscono un mix funzionale tra ricettivo e residenziale, facendole passare come soluzioni innovative alla carenza di alloggi, o come strumenti di riqualificazione di territori degradati. Queste false soluzioni nascondono una nuova forma di estrazione di valore dai territori e da chi li abita.

Le conseguenze non sono astratte. Mentre i grandi investitori, i fondi immobiliari e le società di gestione del risparmio accumulano potere e capacità di influenzare le decisioni politiche – fino a riscriverne le regole – i costi dell’abitare continuano a salire, mentre i redditi rimangono praticamente stagnanti. Il risultato è un divario che si allarga ogni anno, che pesa sulla qualità della vita e rende sempre più difficile costruire percorsi di autonomia: soprattutto per chi è giovane, per le persone più fragili e precarie, per chi non ha le risorse per stare al passo. la guerra invisibile dei potenti contro la popolazione, per usare l’espressione di Marco D’Eramo4, si articola oggi anche sul piano dell’accesso alla casa: è una continuazione della lotta di classe, ma che invece di svolgersi sul terreno della produzione industriale, si articola su quello della necessità vitale di abitare e di radicarsi su un territorio.

Le grandi organizzazioni della proprietà sono riuscite a fare breccia nell’opinione pubblica, presentandosi come rappresentanti dell’interesse della maggioranza della popolazione. Nel libro spieghiamo come il mito dell’Italia come “paese di proprietari” si basi su una lettura falsata dei dati sulla distribuzione della proprietà immobiliare: anche se in Italia, infatti, un 70% di persone è proprietaria di almeno una quota di un immobile, questo non vuol dire che i loro interessi coincidano con quelle dei grandi investitori o degli speculatori immobiliari. Basti pensare che chi possiede la casa in cui abita non ha necessariamente interesse a vedere aumentare il suo valore: se questo permette un ricavo maggiore alla sua vendita, ci sarà bisogno di risorse altrettanto maggiori per comprare un altro alloggio in cui vivere. Chi invece possiede molte case, e trae la maggior parte dei suoi introiti da esse, ha tutto l’interesse alla crescita continua dei valori immobiliari. Ma questa è solo una frazione molto piccola della “classe dei proprietari”.

4. Una coscienza collettiva su questi temi ancora fatica a svilupparsi. L’Italia ha una lunga tradizione di lotte per la casa, collettivi territoriali, sindacati, associazioni e gruppi politici a volte con storie che risalgono a molti decenni fa. Le lotte per la casa, tuttavia, risentono ancora del linguaggio e degli obbiettivi delineati negli anni Sessanta e Settanta: principalmente l’aumento della disponibilità di case popolari, e la difesa degli immobili occupati come tramite per ottenerne l’assegnazione. Questi obiettivi sono fondamentali, e non possono essere trascurati, ma ad essi bisogna aggiungere una difesa attiva di chi oggi vive in affitto e rischia di essere sfrattato. Assistiamo sempre più a sfratti invisibili, che non vengono convalidati da un giudice, ma che riguardano chi è costretto ad abbandonare la propria casa perché il contratto di locazione non viene rinnovato e non sa più dove andare a vivere, poiché i prezzi diventano insostenibili anche nei quartieri che un tempo erano considerati popolari.

Per lungo tempo, il ruolo dell’affitto nel sistema abitativo è stato sottovalutato, e non pienamente riconosciuto come una componente strutturale destinata ad assumere crescente rilevanza in contesti di crisi. L’abitare in locazione è stato spesso interpretato – anche all’interno dei movimenti per il diritto alla casa – come una condizione transitoria o residuale, tipica delle fasce sociali marginali. Questa impostazione ha contribuito a una limitata attenzione, sia sul piano delle politiche pubbliche sia su quello della mobilitazione sociale, nei confronti del mercato dell’affitto e delle sue trasformazioni. Solo in anni più recenti, e in particolare nel contesto della pandemia da COVID-19, è emersa con maggiore evidenza la vulnerabilità di una quota significativa della popolazione in affitto, evidenziando criticità strutturali già presenti ma a lungo trascurate.

Nel libro cerchiamo di rivolgere sempre il nostro sguardo a contesti non italiani per capire come migliorare l’azione politica da noi. Il rilancio della lotta per la casa in Spagna dopo la crisi del 2008, ad esempio, è passato per la difesa delle persone che subivano pignoramenti per non poter pagare i mutui – una popolazione tradizionalmente molto diversa da quella che era stata protagonista delle lotte dei decenni precedenti. Anche in Italia è necessario creare alleanze e nuove forme di lotta che includano fasce di popolazione tradizionalmente estranee agli ambienti tradizionali da cui scaturiva la lotta per la casa. Del resto, è stato proprio collegandosi alle rivendicazioni dei migranti alloggiati precariamente nelle baraccopoli che la sinistra (parlamentare e extraparlamentare) negli anni Sessanta riuscì a costruire una mobilitazione che ha modificato l’intera struttura della legislazione sugli alloggi. Crediamo che oggi sia necessario un lavoro simile con le migliaia di persone che non riescono più a pagare l’affitto – moltissime di loro migranti, altre no.

5. Per concludere, crediamo che questo libro possa contribuire alla crescita di una consapevolezza collettiva su come affrontare la situazione dell’abitare oggi. Da un paio d’anni, questo tema ha iniziato ad acquisire centralità anche nella stampa mainstream. In tutta Italia si stanno moltiplicando le iniziative, i dibattiti, le campagne, le organizzazioni di base, orientate alla questione abitativa. Ci sono assemblee contro la speculazione, social forum sulla casa, collettivi territoriali, reti di autodifesa, sindacati di base, che quotidianamente cercano di tamponare le conseguenze più gravi dell’accaparramento degli alloggi e della speculazione finanziaria, producendo anche conoscenza e ragionamenti a partire dall’azione di base. Così, ultimamente sono usciti diversi volumi che affrontano da varie angolature il problema5. Il nostro libro si inserisce in questa serie di ragionamenti sull’abitare, nella convinzione che una nuova consapevolezza diffusa possa aprire una stagione di lotta politica su temi di centrale importanza.

1 Mahmud Darwish, “La casa assassinata” (Al bayt qatila), in Mahmud Darwish, L’effetto farfalla, a cura di Sana Darghmouni e Simone Sibiliio, Emuse 2025.
2 Madden, D., & Marcuse, P. (2016). In defense of housing: The politics of crisis. Verso.
3 Sul tema si vedano i lavori di Alessandro Volpi: I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, 2024; e Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza, Altreconomia, 2024.
4 Il libro è “Dominio: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”, edito da Feltrinelli 2020.
5 Possiamo citarne alcuni come: Sarah Gainsforth, Abitare stanca. La casa: un racconto politico, Effequ, 2022; Asia-USB, Prigionieri del mattone. Rendita vs diritto all’abitare, L’Armadillo editore, 2023; Lucia Tozzi, L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane, Cronopio, 2023; Stefano Portelli, Luca Rossomando e Lucia Tozzi, Le nuove recinzioni. Città, finanza e impoverimento degli abitanti, Carocci, 2023; Sarah Gainsforth, L’Italia senza casa, Laterza, 2025; Gessi Whitee, Città in affitto. Un requiem per il diritto all’abitare, Editori Laterza, 2025, e altri ancora.

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