
Pensiamo sempre di esserci abituati al dolore
Comune-info - Monday, May 11, 2026
Foto di Emad El ByedPensiamo sempre di esserci abituati al dolore e di essere preparati per la prossima perdita. Pensiamo che non sentiremo dolore nel momento della perdita di un’altra persona palestinese, un altro uomo, un altro bambino, un’altra donna. Ma ogni volta che lo viviamo, torniamo a sentire tutto il dolore. Il dolore per le persone che sono già state uccise, per i nuovi martiri, e per quelli che verranno. Non è facile vivere tutto questo dolore ogni giorno, ogni momento, ogni secondo, e non è facile vivere nella paura del momento in cui perderemo una delle persone amate. In momenti come questo sentiamo che tutto quello che pensavamo di aver fatto per rafforzare le nostre anime e prepararle per la prossima perdita diventa niente.
Le persone leggeranno le notizie, le guarderanno, le vedranno sui social media. Leggeranno, ad esempio, che un bambino di 13 anni, nel villaggio di al-Mughayer (Cisgiordania), è stato ucciso da un colono che vive in Cisgiordania. Un uomo di 32 anni è stato assassinato, sempre ad al-Mughayer, a sangue freddo, dallo stesso colono che ha ucciso il bambino. Un altro bambino, di 16 anni, è stato ucciso a Hebron, e una donna ha perso la vita dopo tre anni passati a lottare per sopravvivere a causa di una pallottola sparatale da un cecchino a Jenin. Pensano che sia solo un numero: quattro palestinesi sono stati uccisi oggi, tutto qui. Spengono la televisione, spengono i telefoni, i laptop, i computer, e continuano la loro vita. Non sanno che Awsam Nassen era la speranza di sua madre, moglie di Hamden Nassen, a sua volta ucciso da un colono ad al-Mughayer nel 2019; era la speranza di sua madre di poterlo crescere, in assenza del padre, e farlo diventare un uomo, per riempire il vuoto che il padre aveva lasciato. Non sanno che Jihad aspettava da dieci anni di avere un bambino, per portare avanti la speranza di creare una nuova generazione di combattenti che possa continuare sul cammino della liberazione. È stato ucciso un mese prima che sua moglie desse alla luce il bambino. Non sanno che Muhammad al-Jabari, ad Hebron [al-Khalil] aveva studiato tutta la notte per il suo esame, perché voleva diventare qualcosa, voleva essere una persona che potesse forse liberare la Palestina. Ma mentre era in bici per andare a scuola, il criminale Ben Gvir è passato, l’ha visto, e ha deciso che questo qualcosa non doveva vivere più, ha deciso che quello che si meritava era questo, l’ha investito con la sua macchina, ha distrutto il suo corpicino, senza pietà. Non sanno che Raja’, la donna di Jenin, aveva lottato tutta la vita per costruire un futuro migliore per i suoi bambini, ed era pronta a sacrificare la vita per questo futuro sognato. Un criminale ha deciso che questa donna doveva essere fatta sparire da questo pianeta; Raja’ non potrà crescere i suoi bambini. Ha lottato per tre anni, è stata molto forte ed è riuscita a sopravvivere per tre anni con un proiettile in corpo, ma alla fine ha perso la vita.
Manal Tamimi del Coordinamento comitati popolari e della campagna di solidarietà internazionale Faz3a (protezione della popolazione civile palestinese), in un incontro a Roma promosso da Assopace PalestinaChi ha il diritto di decidere se dobbiamo vivere o no? Chi ha il diritto di prendersi le vite dei nostri bambini? Non siamo numeri. Non siamo storie. Non siamo foto. Non siamo post o reels o storie sui social media. Siamo umani. Abbiamo sogni; abbiamo speranze; abbiamo amore; sappiamo amare; possiamo dare amore. Ci meritiamo di vivere tanto quanto ogni altra persona al mondo. I nostri bambini e le nostre bambine meritano di vivere quanto ogni altro bambino sulla Terra.
Non lasciateci soli, continuate a parlare di Palestina. Parlate dei nostri bambini, delle donne, degli uomini e degli anziani che lottano ogni giorno. Parlate dei coloni, criminali, nazisti. Continuate a parlare delle umiliazioni che i Palestinesi subiscono.
Lettera recente di Manal Tamimi, diffusa da Assopace Palestina
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