
Narges Mohammadi. Un cuore che si rifiuta di tacere
Comune-info - Wednesday, May 6, 2026
Disegno di Gianluca Costantini (2024)La storia di Narges Mohammadi non è una linea retta. È una storia di ritorni. Ogni volta che il regime ha cercato di cancellarla, lei è tornata. Sempre allo stesso punto: la scelta di non tacere.
È con commozione e gratitudine che dovremmo avvicinarci alla sua storia di grandissimo coraggio e di tanto amore.
Narges era una studentessa di fisica quantistica. Poteva scegliere una vita protetta, una carriera sicura. Ma come ha scritto lei stessa, studiare l’universo le rendeva impossibile restare indifferente alla tirannia che vedeva intorno a sé: «Come molti altri nelle nostre università, mi sono sentita in dovere di unirmi alla lotta per la libertà». Da allora il potere le ha risposto nell’unico modo che conosce: tredici arresti, cinque condanne, trentuno anni di pena complessiva, 154 frustate. Numeri che il regime accumula come trofei, e che lei porta come testimonianza.
Oggi, però, il tempo sta scadendo. Mentre il mondo guarda alle mappe dei conflitti e ai titoli di guerra, Narges sta scomparendo in una cella a Zanjan. Dopo aver perso i sensi due volte in prigione e aver subito una grave crisi cardiaca, è stata trasferita d’urgenza in ospedale e ricoverata in terapia intensiva cardiologica. Il trasferimento è avvenuto «dopo 140 giorni di sistematica negligenza medica» dall’arresto del dicembre 2025. I suoi legali che l’hanno visitata qualche giorno prima la descrivevano pallida, gravemente sottopeso, incapace di camminare senza assistenza. Intorno alla prigione di Zanjan, nel frattempo, cadono bombe: Narges è detenuta in una struttura che si trova pericolosamente vicino a una zona di guerra attiva.
C’è qualcosa di radicale nel suo coraggio. È rimasta in Iran quando poteva fuggire. Ha continuato a scrivere e a denunciare — la tortura del confinamento solitario, le violenze sessuali sulle detenute, la pena di morte — anche quando ogni parola le costava un’altra condanna.
Ha vinto un Nobel restando in una cella, lasciando che fossero i suoi figli — che non la vedono da quando avevano otto anni — a ritirarlo per lei a Oslo. E dal carcere di Evin ha scritto il discorso che loro hanno letto davanti al mondo: si è definita una tra «i milioni di orgogliose e resilienti donne iraniane che si sono sollevate contro l’oppressione, la repressione, la discriminazione e la tirannia» e ha concluso con la certezza che «la luce della libertà e della giustizia brillerà luminosa sulla terra dell’Iran».
Cosa ne è delle donne come lei?
In questo periodo di escalation militare, le donne iraniane rischiano di diventare un danno collaterale invisibile. Schiacciate tra le sanzioni, i bombardamenti e un regime che usa la guerra come pretesto per soffocare ogni dissenso, donne come Narges combattono una doppia battaglia: contro chi le bombarda e contro chi le incarcera. La sua situazione, scrivono le organizzazioni che la seguono, non è solo emblematica della condizione dei difensori dei diritti umani in Iran: riflette la realtà più ampia e profondamente allarmante di chi viene detenuto arbitrariamente per mettere a tacere chi osa parlare.
Il coraggio non è un gesto eroico isolato. È questa tenacia quotidiana. È continuare a scrivere quando il tuo corpo sta cedendo, continuare a testimoniare quando nessuno sembra ascoltare. Narges lo sa da sempre: «Non smetterò mai di lottare per la democrazia, la libertà e l’uguaglianza in Iran, anche se trascorrerò il resto della mia vita in prigione.»
Non lasciamo che il rumore delle esplosioni copra tutto questo. Le bombe portano morte e distruzione, la resistenza e il sacrificio di Narges Mohammadi e di donne come lei ci regalano la speranza che un giorno potrà nascere un nuovo giorno.
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