Milano, studenti del Tito Livio occupato: “Vogliamo essere protagonisti del nostro presente e artefici del nostro futuro”

Pressenza - Friday, October 30, 2026

Oggi, martedì 27 ottobre, noi studenti del Liceo Classico Tito Livio, in seguito a una votazione, abbiamo deciso di occupare.

In tutte le scuole italiane si sta risvegliando una rinnovata coscienza della necessità di un cambiamento radicale nel nostro sistema scolastico. Siamo qui, dunque, per esprimere il nostro dissenso e la nostra rabbia nei confronti di uno Stato che non ci ascolta e ignora le esigenze e i bisogni dei giovani del suo Paese.

Il Tito Livio è una realtà fortunata e privilegiata, che offre spazi sicuri e accoglienti, un’ampia ed efficiente dotazione di materiali didattici e un clima di ascolto e rispetto reciproco tra studenti, corpo docente e dirigenza scolastica. La nostra protesta, pertanto, non nasce tanto dalla nostra identità di studenti del Liceo Tito Livio, quanto dalla consapevolezza di essere cittadini italiani, parte di una più ampia comunità che ogni giorno si trova a fare i conti con un sistema scolastico fallimentare, le cui contraddizioni e carenze strutturali non possono più essere ignorate. Una più ampia comunità che da anni cerca di portare all’attenzione delle istituzioni i numerosi problemi della scuola italiana, ricevendo in risposta, nel migliore dei casi, indifferenza e, nel peggiore, repressione. La nostra condizione privilegiata non può, dunque, e non deve indurci a volgere lo sguardo altrove; non può e non deve impedirci di dare voce alla nostra rabbia e alla nostra frustrazione di fronte a problemi sistemici tangibili a noi studenti del Tito Livio; non può e non deve impedirci di unirci alle proteste degli altri studenti italiani in atto in questo momento, anche quando le rivendicazioni avanzate non riguardano direttamente la nostra scuola.

Infatti, in quasi quattro anni di governo, non solo non è stata deliberata nessuna politica per risolvere i disagi che abbiamo espresso, ma, al contrario, ne sono state approvate altre che hanno peggiorato la nostra già critica situazione. L’Italia continua a relegare l’istruzione ai margini delle proprie priorità politiche ed economiche, destinandole appena il 4% del PIL, contro una media europea del 4,8%, e soltanto l’8% della spesa pubblica complessiva: una percentuale che ci colloca all’ultimo posto nell’Unione Europea e che testimonia un grave sotto-finanziamento, perpetuato da governi di ogni colore politico e tuttora irrisolto.

Un sotto-finanziamento che contribuisce ad alimentare una crisi infrastrutturale ormai impossibile da ignorare: è stato rilevato, pertanto, che su 40mila scuole statali, 36mila risultano non a norma; l’80% delle scuole milanesi. Soltanto tra settembre 2025 e agosto 2026 sono stati registrati 68 episodi di crollo e distacco di elementi edilizi nelle scuole italiane. Garantire un luogo sicuro in cui studiare non dovrebbe essere un privilegio, ma un presupposto imprescindibile del diritto all’istruzione.

Questo sotto-finanziamento non ha come vittime solo noi studenti, ma anche i professori: lo stipendio di un docente italiano con 15 anni di carriera è infatti di soli 1.600 euro al mese, il più basso in tutta l’Europa occidentale e a questa problematica va ad aggiungersi anche quella del precariato: nell’anno scolastico 2026/27, il sistema scolastico italiano ha fatto ricorso a oltre 155.000 incarichi a tempo determinato, mentre migliaia di posti sono rimasti senza assegnazione per mancanza di candidati nelle graduatorie. Una crisi che investe tanto le condizioni lavorative degli insegnanti quanto la continuità didattica degli studenti. Motivo per cui molte scuole sono inoltre sprovviste di educatori e insegnanti di sostegno per gli alunni più in difficoltà; il 60% degli alunni con disabilità è costretto a cambiare insegnante di sostegno almeno una volta nel proprio percorso scolastico. Come possiamo pretendere un’istruzione di qualità se non siamo disposti a riconoscere, anche economicamente, il valore di chi ha il compito di garantirla?

Ma le criticità della scuola italiana non si esauriscono nel sotto-finanziamento: ci troviamo di fronte a un sistema scolastico ancora profondamente classista, che troppo spesso, anziché contrastare le disuguaglianze sociali, finisce per riprodurle. Una gerarchizzazione dei percorsi di istruzione che si riflette anche nelle opportunità formative. Infatti, secondo i dati INVALSI 2026, mentre il 77% degli studenti dei licei classici, scientifici e linguistici raggiunge competenze adeguate in italiano, negli istituti tecnici la percentuale scende al 41% e nei professionali al 20%. La scuola non può e non deve limitarsi a preparare lavoratori, né permettere che la provenienza sociale condizioni le opportunità culturali di ciascuno: deve essere, prima di tutto, uno strumento di emancipazione.

Una scuola che, del resto, continua a portare con sé l’eredità di un modello concepito oltre un secolo fa. Infatti, era il 1923 quando, in pieno ventennio fascista, la riforma Gentile consolidava un sistema d’istruzione rigidamente gerarchizzato, pensato per una società profondamente diversa dalla nostra. L’impostazione didattica attuale è innegabilmente ancora basata sulla trasmissione passiva delle conoscenze, sulla memorizzazione e sulle lezioni frontali che non stimolano lo studente al ragionamento e non lo invogliano a imparare, focalizzandosi unicamente sulla valutazione del risultato.

Questo sistema così rigido, soffocante e privo di sguardo sul futuro non solo ha un evidente riscontro negativo sul benessere psicologico degli studenti di oggi, ma non compie nemmeno il suo dovere di prepararci al mondo esterno alla scuola e di fornirci gli strumenti per capire la realtà: l’educazione civica, anziché costituire una disciplina autonoma e strutturata, affidata a docenti specificamente formati, viene frammentata tra materie e insegnanti diversi, rischiando di ridursi a interventi occasionali e disorganici. Eppure, secondo lo studio internazionale ICCS 2022, che ha coinvolto circa 82.000 studenti, le competenze civiche sono ancora profondamente condizionate dalla provenienza socioeconomica.

Conoscere le istituzioni, comprendere i propri diritti e sviluppare una coscienza politica non può essere un privilegio di chi dispone già degli strumenti culturali per farlo: deve essere un diritto garantito a tutti.

E non è l’unica disciplina a essere stata messa da parte: la necessità di un’educazione sessuale e sessuo-affettiva obbligatoria, continuativa e scientificamente fondata, fin dai primi anni di scuola, è più forte che mai. Le 97 donne uccise solo lo scorso anno a causa di femminicidio, infatti, non sono state solo vittime di uomini pazzi o incoscienti, ma di una società patriarcale che si rifiuta di educare i giovani al rispetto e che, davanti a un bisogno così evidente, si dimostra cieca. Di fronte a tutto questo, infatti, l’educazione sessuo-affettiva è stata vietata nella scuola primaria e limitata notevolmente in quella di secondo grado, rendendo necessaria l’approvazione dei genitori per far prendere parte ai figli a queste lezioni. E questo nonostante, secondo uno studio dello Youth Endowment Fund, progetti educativi di questo tipo possano ridurre mediamente gli episodi di violenza del 17%. La violenza non si combatte soltanto quando si manifesta: si previene, a partire dall’educazione. E non possiamo continuare a pretendere di risolvere le conseguenze di problemi che ci rifiutiamo di prevenire.

Per quanto le istituzioni si rifiutino di prenderne atto, sui banchi di scuola ora ci siamo noi, studenti del 2026, che non possiamo più essere messi in uno stampo pensato per le generazioni passate. Siamo una generazione profondamente diversa da tutte quelle che ci hanno preceduto, con caratteristiche e talvolta fragilità diverse che, invece di essere valorizzate da un sistema scolastico che dovrebbe seguire il corso della storia, sono appiattite per renderci uguali allo spettro di un passato che non esiste più, rendendo la nostra diversità una debolezza.

E le conseguenze di questa rigidità si intrecciano con un malessere generazionale che non possiamo più permetterci di ignorare. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, già nel 2022 il 60% dei ragazzi e il 78% delle ragazze di quindici anni lamentava una situazione di disagio psicologico legato allo stress scolastico. Una pressione cresciuta costantemente tra il 2010 e il 2022, fino a raggiungere i livelli più alti registrati dall’indagine. Come può un’istituzione che dovrebbe accompagnarci nella crescita continuare a sottovalutare il peso che la stessa esperienza scolastica può avere sul nostro benessere?

E di fronte a tutto questo, quali risposte arrivano dalle istituzioni? Il consenso preventivo per l’educazione sessuale, il tetto del 30% per determinate categorie di studenti stranieri, l’inasprimento del voto in condotta, il divieto dei cellulari persino per finalità didattiche, fino all’introduzione della bocciatura per chi si rifiuta deliberatamente di sostenere il colloquio di Maturità, in risposta alle proteste studentesche del 2025. E mentre chiediamo una riforma strutturale dell’istruzione, il governo propone persino di ribattezzare gli istituti tecnici e professionali, come se cambiare il nome di una scuola significasse cambiarne la realtà. Una politica che troppo spesso sembra non considerarci per ciò che siamo – studenti, cittadini, soggetti della vita democratica, con bisogni, diritti e rivendicazioni – ma piuttosto come strumenti di propaganda, come argomenti da spendere nel dibattito pubblico, come un mezzo per raccogliere consenso elettorale.

Noi non vogliamo essere il terreno su cui si combattono le campagne elettorali di qualcun altro. Vogliamo una scuola che educhi anziché limitarsi a punire, che ascolti anziché limitarsi a giudicare, che affronti le proprie contraddizioni anziché nasconderle dietro provvedimenti simbolici.

Queste e molte altre sono le motivazioni che ci hanno spinti a prendere questa decisione: il carovita che aumenta senza sosta, totalmente ignorato dal nostro governo, contro il quale sciopereremo il 30 ottobre. Un futuro incerto fatto di guerra e sfruttamento. I continui decreti-legge adottati dal governo Meloni che limitano fortemente i nostri diritti. L’aumento delle forze di polizia a seguito delle manifestazioni del 17 ottobre. Occupiamo in solidarietà ai manifestanti del Sud Italia, che, senza fermarsi di fronte a niente, continuano a lottare.

Occupiamo perché lo Stato, invece di darci soluzioni, ci dà repressione. Occupiamo perché a noi studenti non basta più essere il futuro: vogliamo essere il presente. Non vogliamo più essere spettatori di un domani scritto da chi non ci ascolta, da chi ci prevarica, da chi pretende di decidere per noi. Vogliamo essere protagonisti del nostro presente e artefici del nostro futuro, a partire dall’istruzione.

 

Redazione Milano