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Quarticciolo non è un palcoscenico
Oggi il Quarticciolo diventa teatro di una nuova passerella istituzionale. L’assessore alle Periferie Pino Battaglia sarà presente alla visita di Papa Leone XIV alla Parrocchia dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, in via Manfredonia. Un evento che si preannuncia carico di simboli, fotografie, dichiarazioni solenni. Ma la domanda resta semplice […] L'articolo Quarticciolo non è un palcoscenico su Contropiano.
March 1, 2026
Contropiano
L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente”
La domanda viene posta spesso. E’ Israele al servizio degli Stati Uniti oppure il contrario? L’intervista “strappata” all’ambasciatore Usa a Tel Aviv, Mike Huckabee, sembra sciogliere il quesito in termini quasi paradossali: e Wasington a essere “illuminata” dal nanerottolo che rappresenta l’avanguardia neocoloniale in Medio Oriente. Se non dal punto […] L'articolo L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente” su Contropiano.
February 25, 2026
Contropiano
Torino scende in piazza, ma non per il lavoro
A distanza di due settimane Torino ha mostrato due volti molto diversi di sé. Il 31 gennaio decine di migliaia di persone hanno attraversato la città contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il 14 febbraio circa mille lavoratrici e lavoratori metalmeccanici hanno manifestato per il futuro industriale del territorio e contro la crisi dell’automotive. La sproporzione ha colpito molti osservatori. Com’è possibile che la difesa di uno spazio sociale mobiliti più della difesa del lavoro? La risposta più immediata — disinteresse, superficialità, radicalismo — è anche la meno utile. Non aiuta a capire Torino. E soprattutto non aiuta a capire l’Italia di oggi. Infatti, non è diminuita la capacità di mobilitazione, è cambiato ciò che mobilita. Per oltre un secolo il lavoro industriale è stato la struttura stessa della vita collettiva. La fabbrica non era soltanto produzione: era mobilità sociale, organizzazione del tempo, identità urbana. Scioperare significava difendere non solo il salario ma il futuro. Oggi quella promessa non esiste più. La deindustrializzazione non è solo un processo economico: è diventata un fatto interiorizzato. L’automotive appare un settore in ritirata globale, deciso da catene produttive e centri finanziari lontani dalla città. Anche chi ne subirebbe le conseguenze fatica a immaginare che una manifestazione possa davvero modificarne il destino. Il lavoro resta un valore, ma non è più percepito come terreno politico contendibile. Lo spazio urbano sì. La mobilitazione per Askatasuna ha avuto una forza simbolica immediata: non parlava di scenari economici complessi, ma di presenza dello Stato, libertà di dissenso, possibilità di esistere nella città. Era un conflitto leggibile senza mediazioni tecniche. Non riguardava una categoria, ma un “noi” potenziale, anche per chi non frequenta quel luogo. È una differenza decisiva: il lavoro oggi non unisce perché segmentato — tra occupati, precari, studenti, professionisti — mentre il conflitto simbolico unisce perché riguarda il riconoscimento. Il primo chiede previsione del futuro, il secondo reazione nel presente. La scarsa mobilitazione per il lavoro racconta una città che non crede più che il proprio destino industriale si decida nelle piazze. Non si mobilita per ciò che si pensa perduto, ma per ciò che si ritiene ancora contendibile. La rassegnazione è percepibile proprio nel quartiere simbolo della Fabbrica: Mirafiori. Qui la gente non ha perso solo il lavoro, ma la fiducia nelle grandi istituzioni: la fabbrica, il sindacato, i partiti. È un cambiamento ormai quarantennale. Il 14 febbraio non è stato un giorno qualunque, ma forse il momento in cui la città ha scoperto di abitare già un’altra storia (e non sembra molto bella). Fabrizio Floris
February 17, 2026
Pressenza
Da sabato il Laurentino 38 è sulla bocca di tuttx
Da sabato il Laurentino 38 è sulla bocca di tuttx, non per lo stigma che ogni volta viene attribuito a chi vive nelle periferie, ma per la fantasia e il cuore che mettiamo nella solidarietà. Abbiamo organizzato un pomeriggio di musica in strada partendo con zero soldi ma è stata la forza delle relazioni la … Leggi tutto "Da sabato il Laurentino 38 è sulla bocca di tuttx"
February 16, 2026
L38Squat
Cisgiordania, l’arcipelago della segregazione
ISRAELE AVVIA L’ANNESSIONE DELLA CISGIORDANIA. FINE DELLA FINZIONE DEI “DUE POPOLI, DUE STATI” Nel silenzio della stampa, domenica 15 febbraio il governo di Israele ha approvato la riattivazione della registrazione delle terre nella Cisgiordania occupata, per la prima volta dal 1967. Vaste porzioni dell’Area C, circa il 60% del territorio cisgiordano, verranno classificate come “proprietà dello Stato”. Non è una legge votata dalla Knesset, bensì una decisione esecutiva presa direttamente dal Gabinetto di Netanyahu. Ma produce effetti permanenti. La registrazione catastale non è un atto tecnico neutro: stabilisce titolarità, consolida il controllo e integra nel sistema giuridico israeliano ciò che il diritto internazionale definisce territorio occupato. DIO A PARTE, L’ANNESSIONE NON È UN’IPOTESI È UN PROCESSO Nel diritto umanitario l’occupazione è temporanea, non conferisce sovranità, non consente acquisizione permanente. Eppure, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo dice senza ambiguità: “Stiamo continuando la rivoluzione degli insediamenti per controllare tutte le nostre terre”. Ha detto proprio così. Gliele ha promesse Dio in persona. È scritto nell’Antico Testamento, nero su bianco. Si potrebbe dire: carta canta, se non fosse una tragedia. Nel XXI secolo, quando un territorio occupato viene definito “nostro”, a maggior ragione se quel “nostro” è per diritto divino, la trasformazione è già compiuta nel linguaggio prima ancora che nei codici. Non è annessione dichiarata. È annessione incorporata nella burocrazia divina. Le frasi di Bezalel Smotrich sono parole coerenti con una visione politica messianica strutturata: sovranità piena su tutta la “Terra d’Israele”, smantellamento definitivo dell’idea di Stato palestinese – ma questo chiunque fosse al corrente della storia lo sapeva già – gestione permanente della popolazione palestinese come problema amministrativo. Possibilmente da “risolvere” — secondo dichiarazioni ripetute di esponenti del governo israeliano, tra cui Netanyahu e Smotrich — attraverso quella che viene definita una “deportazione volontaria” della popolazione. OSLO NON È FALLITO. È STATO SVUOTATO. Non è retorica marginale, è programma di governo, un processo iniziato nel secolo scorso. Perché mentre da questa parte del Mediterraneo si è discusso di “cessate il fuoco”, di “processi diplomatici”, di soluzioni a “due popoli, due Stati”, il fatto politico più rilevante è sempre stato sistematicamente rimosso, oggi come allora: negli Accordi di Oslo, l’Area C – circa il 60% della Cisgiordania – avrebbe dovuto essere trasferita progressivamente sotto controllo palestinese entro cinque anni. Cinque anni. Oslo II venne firmato nel 1995. Il trasferimento da allora non è mai avvenuto. L’Area C è sempre rimasta sotto pieno controllo israeliano: sicurezza, pianificazione, costruzioni, risorse, confini. È lì che si sono sempre allargati gli insediamenti ed è lì che si è consolidato il controllo territoriale, prendendo forma l’annessione di fatto alla quale stiamo assistendo oggi. Questo dato non viene quasi mai ricordato. Si parla di “processo di pace fallito” come se fosse evaporato da solo, come una nebbia mattutina. In realtà, è stato svuotato dall’interno. Israele ha lavorato sistematicamente per neutralizzare Oslo, congelandone la parte sostanziale e sfruttandone le ambiguità racchiuse nella versione inglese del testo, che fu quella adottata, a discapito di quella in francese, molto più precisa. Gli Stati Uniti hanno sempre garantito copertura politica, fin dal principio. Mentre l’Autorità Palestinese ha accettato una struttura di potere che la trasformava in amministrazione subalterna, dipendente economicamente e priva di reale sovranità. Praticamente dei ciambellani subordinati. Degli “yes men” senza spina dorsale. Questo va detto senza indulgenze. Nel libro di Ziyad Clot, Non ci sarà mai uno Stato palestinese. Diario di un negoziatore in Palestina, è documentata dall’interno l’ambiguità, l’impreparazione e la corresponsabilità dell’élite palestinese, a partire da Abu Mazen. Clot non scrive da oppositore ideologico, ma da insider del team negoziale. Racconta concessioni, rinvii, mancanze di strategia, accettazione di parametri che svuotavano di sostanza la prospettiva statuale. Il fallimento non è stato un incidente. È stato un processo del quale l’ANP è corresponsabile. Israele in Cisgiordania, piantina elaborata dall’ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale IL LABORATORIO CISGIORDANIA Oggi l’annessione del 60% della Cisgiordania non è più un tabù: è una possibilità dichiarata, pianificata, preparata giuridicamente e infrastrutturalmente da anni. E qui sta il punto che inquieta. Ciò che è stato fatto in Cisgiordania non è solo un precedente territoriale. È un laboratorio politico. Il passo successivo è la ridefinizione demografica: se l’annessione dell’Area C rappresenta la formalizzazione di un controllo territoriale consolidato, ciò che si sta preparando a Gaza è di altra natura: non integrazione giuridica, ma espulsione, svuotamento. E la parola che nessuno vuole pronunciare è deportazione. L’idea che la popolazione di Gaza possa essere “ricollocata”, “trasferita”, “redistribuita” in altri Paesi non è una fantasia complottista. È un’opzione evocata, discussa, testata nel dibattito politico israeliano e nei corridoi diplomatici. Si sonda il terreno, si osserva la reazione internazionale, si misura il livello di assuefazione. Abbiamo assistito, sotto i nostri occhi, a uno sterminio progressivo normalizzato dal linguaggio: “operazioni”, “danni collaterali”, “zone di sicurezza”, “evacuazioni”. Se l’annessione del 60% della Cisgiordania è stata resa possibile dall’erosione silenziosa di Oslo, la prossima fase, quella di Gaza, rischia di essere resa possibile dall’assuefazione. QUANDO LA FINZIONE FINISCE Prima si abitua l’opinione pubblica all’idea che uno Stato palestinese non nascerà mai. Poi si abitua all’idea che una popolazione possa essere spostata. Infine si dichiara che non c’era alternativa. La storia recente ci insegna che i processi irreversibili non iniziano con un’esplosione. Iniziano con una rimozione. Con una clausola dimenticata. Con un termine tecnico che sostituisce una parola morale. L’Area C doveva essere consegnata entro cinque anni. Non è accaduto. Gaza non doveva diventare un territorio invivibile. È accaduto. La domanda non è se l’annessione verrà formalizzata. La domanda è se, quando la deportazione verrà presentata come “soluzione umanitaria”, avremo ancora il coraggio di chiamarla con il suo nome. Perché questa volta non potremo dire che non sapevamo. Sta avvenendo sotto i nostri occhi. L’articolo potete trovarlo anche https://alessandramaffilippi.substack.com/ Alessandra Filippi
February 15, 2026
Pressenza
PALESTINA: DA GAZA ALLA CISGIORDANIA OCCUPATA, PROSEGUE L’AGGRESSIONE ISRAELIANA
Ancora palestinesi uccisi per mano israeliana nella Striscia di Gaza. Cinque nelle ultime ore: l’Idf ha riferito di aver ammazzato quattro uomini armati, usciti da un tunnel con l’intento di attaccare i soldati israeliani a Rafah. La versione fornita da Tel Aviv, tuttavia, non ha trovato conferme indipendenti. Un altro palestinese è stato ucciso ieri sera dal fuoco dell’esercito israeliano nel quartiere di Zeitoun, a sud-est di Gaza City. L’artiglieria ha inoltre colpito le aree occidentali di Beit Lahia, nel nord della Striscia, mentre unità navali israeliane hanno aperto il fuoco dal mare al largo di Khan Younis, nel sud. Con quest’ultima uccisione, il numero dei palestinesi morti dall’11 ottobre (data del cessate il fuoco mai rispettato da Tel Aviv) sale a 581. I feriti sono 1.544, mentre 717 corpi sono stati recuperati sotto le macerie. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri e collaboratrice de Il Manifesto. Ascolta o scarica. Intanto, mentre le forze di occupazione israeliane portano avanti un violento raid di due giorni nella città di Al-Mughayir, a nord di Ramallah, in tutta la Cisgiordania occupata si registra una nuova escalation repressiva. Oltre 20 palestinesi sono stati arrestati, tra cui due bambini e due donne. Detenzioni sono segnalate non solo nell’area di Ramallah, ma anche a Nablus, Hebron e Jenin. Su Radio Onda d’Urto, Fabian Odeh, nostro collaboratore, ha intervistato Bashar Al Qaryouti, attivista palestinese del villaggio di Qaryout, a sud di Nablus: un’area circondata da insediamenti israeliani illegali e da tempo colpita da una sistematica politica di confisca delle terre. Ascolta o scarica. Sul fronte della solidarietà internazionale, scontri si sono verificati a Sydney, in Australia, tra la polizia e i manifestanti in occasione della visita del presidente israeliano Isaac Herzog. Le forze dell’ordine hanno caricato i dimostranti nel tentativo di impedire loro di aggirare i blocchi. Secondo quanto denunciato dall’agenzia AFP, alcuni giornalisti sono rimasti feriti.
February 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Qui tra le fiamme si muore
Pubblichiamo una lettera scritta da abitanti del quartiere Laurentino 38 in supporto a L38Squat: Qui tra le fiamme si muore. Le nostre periferie sono sotto attacco. Il centro sociale e ciò che rappresenta è sotto attacco! Non con bombe o spari di fucile ma con una silenziosa violenza che fa più danni di un arma … Leggi tutto "Qui tra le fiamme si muore"
February 2, 2026
L38Squat
Comunicato di solidarietà student3 Liceo “Virgilio” di Milano occupato
Un messaggio forte e chiaro quello dei ragazzi e delle ragazze del Liceo “Virgilio” di Milano, occupato dal 27 gennaio 2026. Contro le spese del riarmo e contro i tagli al pubblico gli studenti e le studentesse ribadiscono il loro “NO” e si posizionano insieme al movimento dal basso che da mesi sta crescendo nel nostro Paese contro la guerra. Qui il loro comunicato integrale: > View this post on Instagram Durante quest’occupazione diverse saranno le iniziative d’approfondimento (clicca qui per la notizia) sulle toccanti questioni che studenti e studentesse vogliono portare all’attenzione della scuola (Riarmo; Palestina e Venezuela; ICE a Milano per le Olimpiadi). Noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo solidali con i ragazzi e le ragazze che, contrariamente a quanti credono che intimidazioni e multe che piovono dall’alto sulle loro mobilitazioni siano riuscite nell’intento di zittirli, continuano a cercare la loro strada per confrontarsi e fare politica, nonostante il clima pesante di questi mesi. Siamo lieti di mettere a loro disposizione il nostro lavoro e i nostri contributi. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università  -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Infami level pro
Succede che la mattina ti svegli con le guardie addosso che vogliono sgomberare una casa collettiva e uno spazio dove hai vissuto più di vent’anni di incontri, conflitti, gioie, pianti, amori e amicizie.Succede che la mattina ti svegli e corri sulla Colombo perché la possibilità di vivere e sognare è sotto attacco. Succede che quella … Leggi tutto "Infami level pro"
January 29, 2026
L38Squat
Cisgiordania i coloni continuano assalti ed espropri ,si prepara l’annessione
Sono continuati anche ieri i porogrom contro i palestinesi nei villaggi della zona di Masafer Yatta con un coordinamento sempre più stretto fra militari e coloni ,quando i coloni attaccano un villaggio i soldati bloccano le strade e impediscono anche l’arrivo delle ambulanze. La resistenza si manifesta nei villaggi dove risiedono dei giovani ma la violenza dei coloni è aumentata si accaniscono contro il bestiame ,gli ulivi,i pozzi d’acqua ,i pannelli fotovoltaici allo scopo di rendere impossibile la permanenza degli abitanti palestinesi. Nei villaggi isolati e dove non c’è la presenza dei solidali stranieri i coloni hanno gioco facile a cacciare i residenti ,dopo il 7 ottobre il processo di annessione si è ulteriormente accelerato e le operazioni militari prendono di mira i campi profughi. A Tulkarem e Jenin si contano quasi 40000 profughi senza tetto le cui case sono state demolite e si annunciano ulteriori demolizioni di strutture abitative. Ne parliamo con una compagna che si trova in Cisgiordania
January 28, 2026
Radio Blackout - Info