Roma, il corteo della Nakba: 78 anni di resistenza palestineseLa Nakba non è una pagina chiusa della storia da ricordare distrattamente una
volta all’anno. È una ferita aperta che continua a produrre sofferenza, violenza
e ingiustizia. La Nakba viene ricordata il 15 maggio, data che segna l’inizio
della tragedia vissuta dal popolo palestinese nel 1948. Quest’anno, tuttavia,
molte mobilitazioni si sono svolte sabato 16 maggio per consentire una più ampia
partecipazione e trasformare quella ricorrenza in un momento collettivo di lotta
e solidarietà. Le manifestazioni tenute a Roma e in altre città italiane
dimostrano che, nonostante i tentativi sempre più insistenti di delegittimare il
dissenso, criminalizzare la solidarietà e imporre una narrazione univoca del
conflitto, esiste ancora nel nostro Paese una coscienza civile e democratica che
rifiuta il silenzio di fronte a quanto sta accadendo.
A Roma, quella comunità umana, sociale e politica che non intende essere
complice dell’orrore si è ritrovata in quella che i movimenti hanno
simbolicamente ribattezzato “Piazza Gaza”, Piazza dei Cinquecento, dando vita a
un corteo determinato a non voltarsi dall’altra parte. La manifestazione ha
attraversato il centro della città, terminando il suo percorso a Piazza Vittorio
Emanuele.
Ciò che ebbe inizio nel 1948 con l’espulsione di oltre 700mila palestinesi dalle
proprie terre e dalle proprie case non appartiene soltanto al passato. Siamo di
fronte a un processo storico che, nel corso dei decenni, ha assunto forme
diverse, ma ha mantenuto un tratto costante: l’occupazione, la negazione dei
diritti fondamentali, l’espansione delle colonie e la progressiva compressione
dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Oggi questa realtà assume una
dimensione ancora più drammatica di fronte a ciò che sta accadendo nella
Striscia di Gaza.
Settantotto anni di espulsioni, occupazione e negazione dei diritti del popolo
palestinese, ma anche settantotto anni di resistenza e di lotta per il diritto
al ritorno e all’autodeterminazione. Una resistenza che continua a camminare
sulle gambe delle nuove generazioni e che rifiuta di arrendersi alla
cancellazione della propria memoria e della propria identità.
Chi oggi scende in piazza, sostenendo la mobilitazione internazionale della
Flotilla e la parola d’ordine “Blocchiamo tutto”, non lo fa soltanto per
custodire una memoria storica o per esprimere una solidarietà astratta. Lo fa
per denunciare il presente, per dare voce a chi viene ridotto al silenzio e per
chiedere l’interruzione di ogni rapporto politico, economico e militare con
Israele, insieme alla liberazione dei prigionieri politici palestinesi.
Le piazze mostrano con forza tutta l’ipocrisia dei governi occidentali.
L’esecutivo italiano, in sintonia con le istituzioni europee e con una logica di
progressiva militarizzazione delle relazioni internazionali continua a destinare
risorse sempre maggiori al riarmo e all’industria bellica. Nel 2026 la spesa
italiana per la difesa si avvicina ai 45 miliardi di euro, secondo i criteri di
calcolo adottati dalla NATO, mentre nel nostro Paese si riducono investimenti e
servizi essenziali come sanità pubblica, scuola, trasporti, welfare e sostegno
sociale.
Esiste un filo che lega le politiche di guerra e il peggioramento delle
condizioni materiali delle persone. Mentre si trovano risorse per le spese
militari, si continua a sostenere che non esistano fondi sufficienti per
garantire diritti sociali e condizioni di vita dignitose.
Questa scelta politica tradisce i principi più profondi della nostra
Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista e in particolare quel principio
fondamentale che sancisce il ripudio della guerra. Assistere alla distruzione di
interi quartieri, ospedali, scuole e università, alla privazione di acqua, cibo
e cure per milioni di civili a Gaza senza assumere una posizione chiara,
significa accettare una deriva che colpisce l’intera umanità.
Non potrà esistere una pace giusta e duratura finché continueranno occupazione,
colonizzazione e negazione dei diritti del popolo palestinese. La pace non si
costruisce attraverso la superiorità militare, i bombardamenti o i doppi
standard nell’applicazione del diritto internazionale. La pace richiede
giustizia, la fine delle violenze e il riconoscimento del diritto dei popoli
all’autodeterminazione.
La risposta arrivata dalle piazze di Roma e delle altre città dimostra che la
solidarietà internazionale e la fratellanza tra i popoli continuano a vivere
nella società reale, nonostante i tentativi di anestetizzare le coscienze
attraverso la propaganda. Gli studenti, i movimenti sociali, i lavoratori e i
cittadini che si mobilitano rappresentano una parte importante di questo Paese.
Questa mobilitazione non è un episodio isolato. Si inserisce dentro una
battaglia più ampia contro un modello fondato sulla guerra, sullo sfruttamento e
sulla subordinazione della vita umana agli interessi economici e militari. È la
stessa battaglia che guarda alle lotte sociali, ai diritti del lavoro e alla
difesa dello stato sociale. Anche per questo assume un significato importante
l’appuntamento dello sciopero generale di lunedì 18 maggio: un momento di
mobilitazione che intende ribadire un netto rifiuto delle politiche di guerra,
del riarmo e dell’idea che le esigenze delle persone possano essere sacrificate
per sostenere interessi economici e strategie militari.
Non saranno le retoriche belliciste né i tentativi di restringere il dibattito
pubblico a fermare questa voce. Finché esisterà un popolo privato della propria
libertà, continueremo a schierarci al suo fianco, nelle piazze, nei luoghi di
lavoro, nelle scuole e ovunque sia necessario difendere la dignità umana e
costruire una prospettiva di pace e giustizia.
Foto di Mauro Zanella e Giovanni Barbera
Giovanni Barbera