Arrivano anche i Parà per blindare Milano nella manifestazione di domani

Pressenza - Friday, October 23, 2026

Riprendiamo nel nostro angolo stretto tre interventi che riteniamo essere tra loro connessi attorno alle tematiche securitarie, tendenti a restringere ogni spazio di  dissenso e volte a reprimere tutti i conflitti sociali che insorgono attraversano una minacciosa crisi globale, con i sui riflessi bellici non solo distruttivi sul piano della tenuta degli equilibri del pianeta, ma anche sulle prospettive future dell’esistenza umana.

Dopo gli stravolgimenti dell’ordinamento giuridico in materia penale, a seguito del varo emergenziale degli ultimi 9 decreti sicurezza (con l’introduzione di tutta una serie di nuovi reati nella legislazione codificata, in uno anche con significative modifiche ed integrazioni del quadro penalistico, ponendo in essere aggravanti del reato che hanno appesantito il dettato comminatorio già previsti dal codice vigente), oggi il nostro guardasigilli ha posto l’attenzione sulla giustizia minorile e, in particolare, sul sovraffollamento delle carceri: una crescita connessa alla logica repressiva securitaria dell’esecutivo, posta in essere – sin dall’inizio dell’entrata in carica – con una serie di provvedimenti che, a partire dal decreto antirave al decreto antimaranza (passando per Caivano), “ha allargato le maglie della custodia cautelare – così come ha sottolineato Michele Gambirasi, nell’articolo di oggi sul Il Manifesto – portando per la prima volta nella storia anche gli Ipm al sovraffollamento”.

Nordio, nell’affrontare il tema per risolverlo, prevede di stanziare dei fondi per l’ampliamento delle carceri minorili, ma anche quello di destinare ai minori settori degli istituti di pena in atto occupati da maggiorenni.  Quella del carcere facile per i minori, in sostanza, è una linea – scrive ancora Gambirasi – “che si sposa con le politiche dei quattro anni di governo, pronta a ripresentarsi anche nel caso di Milano”. D’altra parte è lo stesso Nordio a conferma questa linea di tendenza: «Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti».

L’altra grande novità della giornata è quella dei “Parà” che, salutati anche dal sindaco Sala, affiancheranno le autorità di polizia nella gestione dell’ordine pubblico. Non è passato il tentativo dell’attribuzione delle  funzioni di polizia giudiziaria, tuttavia -come viene evidenziato nel corsivo che introduce l’articolo di Aurelio Angelini pubblicato stamani su Italia Libera online- : «la sequenza dei decreti sicurezza segna un ulteriore slittamento autoritario e pone una questione fondamentale di fedeltà alla Costituzione. Gli spazi del dissenso si restringono, i poteri coercitivi si estendono e gli strumenti eccezionali si normalizzano. Il rapporto tra cittadino e potere pubblico cambia così senza alcuna dichiarata revisione costituzionale».

In altri termini, questo nuovo passaggio prefigura un capovolgimento dell’attuale assetto ordinamentale dello Stato: «Ogni restrizione si legittima con l’emergenza precedente e ogni ampliamento di potere appare una risposta obbligata a una minaccia». Epperò, bisogna con forza affermare che: «Decisiva non è l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità. Nemmeno il “libero commercio” può rovesciare la gerarchia dei valori». Richiama a tal proposito Angelini nel suo pezzo l’art. 41 della COST., allorquando lo stesso sancisce espressamente che il principio di tutela dell’iniziativa economica privata è garantito, purché non in contrasto con l’utilità sociale né in danno di sicurezza, libertà e dignità umana.

Chiude il nostro trittico di voci critiche Lavinia Marchetti che punta il dito sulla necessità del governo di trovare il colpevole per le mancate risposte alle incalzante crescita della domanda sociale. Scrive la nostra:  «La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva».

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Cella impazzita Il guardasigilli interviene sugli scontri dell’ultimo weekend. Nel capoluogo lombardo però le custodie cautelari sono solo tre. Sovraffollamento anche negli istituti per i ragazzi

Nell’ultimo decreto sicurezza, emanato ieri dal Quirinale, oltre ai 500 militari che affiancheranno le forze dell’ordine per facilitare identificazioni, fermi e arresti, si ribalta il sistema dell’imputabilità dei minori e si prevede la flagranza differita anche per i minori.

 Sinora nel capoluogo lombardo gli «arresti massicci» di cui ha parlato Nordio contano tre ragazzi in custodia cautelare in carcere dei 35 arrestati tra sabato e domenica. Per gli altri trentadue sono scattati l’obbligo di permanenza in casa o il collocamento in comunità. Per i minori di 14 anni, quindi non imputabili per legge, la procura dei minori di Milano ha fatto sapere che procederà con «indagini anche socio-familiari, agli interrogatori dei ragazzi e, ove ritenuta la pericolosità sociale, alla richiesta di applicazione di misure di sicurezza e/o alla richiesta di apertura dei procedimenti amministrativi».

Anche davanti a questi numeri però Nordio ha ragione a descrivere gli istituti minorili come «effettivamente in sofferenza», al massimo pecca di eufemismo. O dimentica le responsabilità del suo ministero. Al 30 settembre 2026, secondo i dati forniti da via Arenula, negli Ipm si contavano 557 persone detenute a fronte di una capienza stimata tra i 516 e i 550 posti. Gli ingressi complessivi nel corso dell’anno invece sono stati 821, di cui l’80% per custodia cautelare, il 2025 ha chiuso a quota 1188. Nel 2022, prima del suo insediamento, le presenze erano 381, mentre gli ingressi si fermavano a 1051.

«Più celle non sono la risposta. Il nostro ordinamento pone al centro il recupero, l’educazione e il reinserimento sociale dei minori, principi che non possono essere sacrificati sull’altare dell’emergenza sicurezza» ha ribattuto l’Organismo congressuale forense. «La sicurezza non si costruisce aumentando i posti in carcere, tantomeno minorile. Servono prevenzione, scuola, servizi sociali, comunità educative adeguate, percorsi individualizzati e strumenti capaci di intervenire sulle cause del disagio» hanno attaccato le toghe di Area.

 Michele Gambirasi, La soluzione di Nordio alla rabbia giovanile: più galere per i minori (ilManifesto)

 

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Esercito e polizia giudiziaria: lo scarto più grave

Attribuire all’Esercito funzioni di polizia giudiziaria non è un rafforzamento meramente quantitativo. Solleva una questione di principio: quale ruolo si intende assegnare alle Forze armate nella gestione del conflitto sociale e nell’esercizio del monopolio della forza legittima verso i cittadini?

Non vanno confusi Carabinieri e Guardia di Finanza, forze di polizia a ordinamento militare con specifiche attribuzioni e strutture operative, con i reparti dell’Esercito impiegati in presidio e vigilanza.

Sul piano politico, affidare ai militari ulteriori compiti coercitivi rischia di normalizzare la presenza dell’apparato militare nella gestione del dissenso interno. Il precedente non si valuta sui tre mesi annunciati. Le misure temporanee possono diventare permanenti e ridefinire nella prassi il rapporto tra sicurezza e libertà. Scrive Bobbio ne Il futuro della democrazia: «L’unico modo d’intendersi quando si parla di democrazia […] è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole […] che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure» (Einaudi, 1984, p. 4). Decisiva non è dunque l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. L’emergenza non può farsi scorciatoia per alterare equilibri e garanzie senza adeguato controllo democratico. 

La Costituzione non è un ostacolo alla sicurezza

Gli artt. 17 e 21 garantiscono la libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Non sono concessioni dello Stato né diritti subordinati a convenienze economiche o commerciali: sono condizioni della partecipazione democratica. L’art. 52 prescrive che l’ordinamento delle Forze armate si informi allo spirito democratico della Repubblica. La Costituzione affida, inoltre, ad autorità civili e magistratura responsabilità e garanzie specifiche nella gestione della sicurezza e dei poteri coercitivi. La memoria storica impone prudenza. La militarizzazione dell’ordine pubblico e l’uso degli apparati coercitivi contro il conflitto sociale appartengono a una storia che la Repubblica ha inteso superare. I fatti di Milano del 1898, quando il generale Bava Beccaris impiegò l’artiglieria contro la popolazione, mostrano gli esiti della sovrapposizione tra potere militare e gestione delle tensioni civili. Ogni misura va valutata nel contenuto, nei presupposti e nelle garanzie, ma l’emergenza non può diventare giustificazione permanente. Il decreto-legge richiede, ex art. 77, straordinari presupposti di necessità e urgenza. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità.

Aurelio Angelini, italialibera.online,  La sicurezza come dispositivo di restrizione delle libertà: «l’inoculazione “omeopatica” di autoritarismo»
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Come si crea un “problema” per non risolvere i veri problemi

L’intera questione sociale, con le sue seccanti implicazioni economiche, si è lasciata rappresentare da qualche ragazzo incappucciato. Una semplificazione di straordinaria efficacia. Seguiamone per un attimo i passaggi: il governo aveva davanti a sé un problema che richiedeva di discutere la distribuzione della ricchezza, l’impoverimento del lavoro salariato, il progressivo assoggettamento delle città alla rendita immobiliare, i tagli massicci al welfare per destinare le risorse agli armamenti, la questione della sua complicità con il genocidio, una protesta pressante al Sud Italia dove nei supermercati gli scaffali sono vuoti e i benzinai hanno quasi finito la benzina. E poi che succede? Dopo gli scontri e le vetrine rotte disponeva di qualcosa di immensamente più maneggevole. Un colpevole.

La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva. L’identificazione proiettiva, di cui parlavo sopra, consente di pensare una relazione nella quale ciò che viene espulso dalla rappresentazione di sé trova un depositario esterno. Applicata alla nostra rispettabilissima famiglia nazionale, l’operazione assume una certa magnificenza. Una società organizzata intorno alla competizione economica, capace di imporre privazioni durature a milioni di persone e di considerare la coercizione una funzione ordinaria del governo, scopre improvvisamente di essere minacciata dalla violenza. La riconosce con impressionante sicurezza nel ragazzo che ha danneggiato una vetrina. Tutta la propria aggressività istituzionale, esercitata attraverso la violenza coercitiva e i pieni poteri di polizia e di repressione, può così presentarsi sotto le sembianze della responsabilità, mentre quella degli esclusi viene isolata come la “vera” violenza. Pensiamo alla perfezione di questo procedimento. Seguiamone anche qui – ne citiamo soltanto alcuni [ndr]– i passaggi chiave: impoverimento prodotto da scelte economiche? Una necessità di bilancio… “ce lo chiede l’Europa”; perdita di una casa o l’impossibilità di pagare un affitto… incapacità dell’individuo di competere sul mercato; espulsione di intere fasce sociali dal centro urbano…“riqualificazione”; precarietà lavorativa? Si chiama «flessibilità»… senza pretendere nulla; salari che non consentono di arrivare alla fine del mese?… problema di «produttività» e «competitività»; progressiva impossibilità di accedere tempestivamente alle cure mediche?… questione di «razionalizzazione della spesa sanitaria»; sfruttamento dei lavoratori immigrati, necessari all’economia e spesso esposti al ricatto del permesso di soggiorno?… Una questione di «gestione dei flussi migratori».

La protesta contro queste condizioni, soprattutto quando interrompe la circolazione delle merci (scioperi o blocchi) o il regolare svolgimento degli affari? Finalmente abbiamo una «minaccia all’ordine pubblico». E finalmente la violenza ha trovato un autore riconoscibile e la Repubblica può convocare la polizia. Se qualcuno dà un calcio alla porta e rompe il vetro, o danneggia una boutique, emerge in tutta la sua forza la “questione morale” che non è emersa per i punti sopracitati. Assistiamo a questo spostamento, attraverso il quale la violenza acquista finalmente un volto riconoscibile. Così lo Stato può contemplare la propria innocenza/sanità nel vetro che qualcuno ha appena mandato in pezzi.

Lavinia Marchetti, Il “paziente designato”(dal governo)

Toni Casano