Il cambiamento tradito di Arévalo
La vittoria elettorale di Bernardo Arévalo e del suo Movimiento Semilla nel
giugno del 2023 aveva risvegliato in buona parte della popolazione la speranza
che un Guatemala meno diseguale fosse possibile. Al suo fianco si era mobilitata
gran parte della popolazione urbana e rurale per difendere una vittoria che il
cosiddetto “patto dei corrotti” voleva frenare a tutti i costi. Quest’ultimo è
un’alleanza informale, trasversale e impunita di potere politico, economico,
giudiziario e militare, il cui obiettivo è la cooptazione delle istituzioni, il
controllo del Paese e l’arricchimento tramite fondi pubblici.
Per circa 100 giorni, strutture di governo originarie comunitarie – come quella
dei 48 Cantoni di Totonicapán, i municipi di Sololá e Sacapulas, e settori dei
popoli Ixil, Ch’orti’, Xinka, Mam e Garifuna –, insieme a organizzazioni
contadine e indigene, erano scese in piazza contro i tentativi degli organi di
giustizia di annullare le elezioni e dichiarare illegale il movimento/partito di
Arévalo.
Giustizia sociale, sviluppo inclusivo, lotta alla corruzione e ripristino delle
istituzioni democratiche erano i cavalli di battaglia del programma elettorale
del neopresidente. Temi che avevano fatto breccia e che lo avevano portato a
vincere ampiamente il ballottaggio (agosto 2023), nonostante la bassa affluenza
alle urne (45%, con una riduzione del 16% rispetto al primo turno).
Una boccata di ossigeno per una nazione segnata da sanguinosi conflitti armati,
profonde divisioni razziali e un modello economico imposto dalle classi
dominanti (ladinos). Un sistema fortemente neoliberista, estrattivista,
agro-esportatore e oligarchico che, pur garantendo una grande stabilità
macroeconomica, genera una profonda disuguaglianza sociale. Quasi il 60% della
popolazione vive sotto la soglia di povertà (Indagine Nazionale sulle Condizioni
di Vita – Encovi 2023), una percentuale che sale al 75% tra la popolazione
indigena e che tocca picchi del 90% in dipartimenti come l’Alta Verapaz
(Istituto Nazionale di Statistica 2024).
A questi quadro si aggiunge un tasso di lavoro informale che supera il 70%, una
grave situazione di malnutrizione cronica infantile che colpisce circa il 44%
dei bambini sotto i cinque anni e una forte dipendenza delle famiglie
guatemalteche dalle rimesse inviate dai migranti. Nel 2026, queste ultime hanno
raggiunto la cifra record di quasi 18 miliardi di dollari, sostenendo quasi da
sole il consumo interno. Una situazione che, tuttavia, potrebbe progressivamente
deteriorarsi a causa delle restrizioni migratorie degli Stati Uniti: durante i
primi otto mesi dell’anno, infatti, le deportazioni verso il Guatemala sono
aumentate del 47,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un
totale di oltre 46 mila persone rimpatriate.
La profonda dipendenza strutturale dagli Stati Uniti – basti pensare che il 73%
delle esportazioni verso questa nazione gode di “zero dazi”, legando a doppio
filo la competitività agraria e industriale guatemalteca alle politiche di
Washington – va di pari passo con la politica diplomatica impostata dal
presidente Arévalo, volta a consolidare il Guatemala come un socio affidabile e
un alleato strategico di Washington. Si tratta indubbiamente di un’enorme Spada
di Damocle a stelle e strisce che pende minacciosamente sul destino del Paese.
Nel frattempo, mentre le grandi aziende godono di enormi esenzioni fiscali, lo
Stato rimane uno dei più deboli del continente. Con una pressione fiscale di
appena l’11-12% del PIL – tra le più basse al mondo –, le istituzioni pubbliche
affrontano enormi difficoltà nel finanziare politiche sociali e investimenti
strutturali a beneficio della popolazione.
Democratizzare le istituzioni e saldare l’enorme debito dello Stato in termini
di memoria e diritti umani era un’altra delle grandi aspettative riposte nel
nuovo governo. Quando si parla di Guatemala, infatti, la memoria corre
immediatamente alle oltre 200 mila vittime del cosiddetto “conflitto armato
interno” – con più di 45 mila desaparecidos –, l’85% delle quali di etnia Maya
(Rapporto“Nunca Más” del progetto interdiocesano REMHI del 1998; “Guatemala:
Memoria del Silencio” della Commissione per il Chiarimento Storico delle Nazioni
Unite del 1999).
La politica della “terra bruciata”, classificata dalla Commissione ONU come
genocidio, si tradusse in 626 massacri compiuti da forze governative, violenze
sessuali sistematiche contro le donne Maya, l’infanticidio di migliaia di
bambini, lo sfollamento interno di quasi 1,5 milioni di persone e l’esilio per
oltre 150 mila guatemaltechi.
Una carica di responsabilità enorme per Arévalo il quale,nonostante abbia dovuto
affrontare fin dall’inizio il sabotaggio politico istituzionale, una difficile
situazione economica e un apparato giudiziario apertamente ostile, non ha mai
mostrato la capacità o, forse, la volontà di mettere in pratica quelle promesse
di cambiamento contenute nel suo programma di governo. Proprio per questo, a
meno di un anno dalle prossime elezioni generali (giugno 2027), il panorama
della nazione centroamericana appare sempre più complesso e si agitano i
fantasmi di un possibile golpe.
“Arévalo ha sicuramente trovato grossi ostacoli sul suo cammino, ciononostante è
apparso evidente quanto sia diverso proclamare lotte ideologiche da una
scrivania rispetto ad assumere la responsabilità della guida politica di un
Paese. L’incapacità mostrata sul campo nel coordinare azioni e strategie con i
movimenti e i settori che lo avevano sostenuto, insieme alla mancanza di volontà
nel dare protagonismo e partecipazione alle fasce storicamente più vulnerabili,
emarginate e discriminate, ha avuto effetti devastanti per il governo”, spiega a
Pagine Esteri il coordinatore del Consiglio Politico dei Sindacati Globali del
Guatemala, Francisco Mendoza.
Questa situazione ha alimentato il crescente malessere tra la popolazione e i
movimenti alleati. Parallelamente, l’esecutivo non è riuscito a incidere sulla
destrutturazione dei gruppi di potere – spesso legati al crimine organizzato –
che continuano a controllare l’apparato statale, economico e politico del Paese.
A questo quadro si aggiunge una complessa congiuntura internazionale, i cui
effetti economici gravano sulle nazioni centroamericane attraverso l’aumento del
costo dei carburanti e, quindi, dei beni di prima necessità. Uno scenario
ulteriormente esacerbato dagli impatti del cambiamento climatico e da una grave
siccità, di fronte ai quali il governo Arévalo si ritrova privo di strumenti
adeguati ad alleviare le ripercussioni sull’intera società. Le proteste degli
ultimi giorni sono state represse con vari arresti e il loro presunto legame con
il crimine organizzato, tesi ventilata dal capo di Stato, non regge.
“Il governo sta perdendo buona parte della sua credibilità e del sostegno
politico della popolazione, lasciando spazio a frustrazione e disincanto che
potrebbero allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica. Tale scenario
si inserisce in un contesto elettorale frammentato con oltre trenta opzioni
politiche – ma si parla addirittura di cinquanta –, i cosiddetti “partiti di
cartone”. La cosa più probabile, quindi, è un’offerta ampia ma sempre meno
significativa, a fronte di una partecipazione in costante calo, soprattutto tra
i giovani. Lo scenario perfetto per i gruppi di potere oligarchico per
riprendere il controllo assoluto del Paese”, sostiene Mendoza.
Secondo gli ultimi sondaggi, la percentuale di disapprovazione per il governo
Arévalo ha superato il 52%, mentre peggiora la situazione della sicurezza con un
aumento significativo delle morti violente, specialmente dei femminicidi,
dell’estorsione, furti di armamento militare e fughe dalle carceri.
Per Jubenal Quispe (Ollantay Itzamná), ricercatore, antropologo e attivista
sociale, lo scenario era ampiamente prevedibile. “Arévalo rispondeva agli
interessi dei democratici statunitensi e godeva del sostegno dell’OSA
(Organizzazione degli Stati Americani) e delle ONG finanziate dall’USAID.
Rappresentava la simulazione di un’alternativa progressista nel cuore del Centro
America, utile a disarticolare il movimento popolare e riportare il Guatemala,
quattro anni dopo, allo status quo precedente.Spero di sbagliarmi, ma le
prossime elezioni sanciranno proprio questo: un governo ancor più ancorato ai
gruppi di potere e schierato con la linea trumpista e filosionista dello Scudo
delle Americhe”, dichiara a Pagine Esteri.
Non tutto, però, è da scartare. Secondo l’analista, all’interno della macchina
governativa si muovono figure impegnate a dare segnali di svolta, specie in
termini di progetti sociali; sforzi che restano, tuttavia, una goccia d’acqua in
un oceano di continuismo.
“Basti guardare all’approccio geopolitico, in perfetta sintonia con il passato:
le porte spalancate alla penetrazione statunitense e israeliana, tanto sul piano
militare di reazione rapida quanto su quello degli investimenti strategici nella
logistica portuale, una mossa volta a frenare la crescente presenza cinese nel
settore, fino al sostegno politico e diplomatico delle rispettive posizioni
negli organismi multilaterali. Persino i fondi dell’USAID sono stati rimpiazzati
dalle risorse di Israele, sempre più attivo con progetti e finanziamenti, nel
riuscito intento di penetrare e controllare il tessuto sociale, disinnescandone
la conflittualità e le rivendicazioni”.
La conseguenza – spiega l’attivista – è la totale perdita di fiducia nelle
istituzioni: i cittadini sentono che lo Stato è assente, se non quando si tratta
di sfruttarli. “Diventa quindi impossibile anche solo pensare di costruire un
progetto politico in una situazione di dissociazione tra l’apparato
istituzionale e la società”. Una parabola che, conclude Quispe, è servita
unicamente a placare i settori popolari impegnati nella lotta contro-egemonica.
Fonte: Pagine Esteri
Giorgio Trucchi