Quelli che seminano vento…«Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi
territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la
guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di
terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore,
terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca.
Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo
nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV
in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il
cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25
luglio)». Così si apre il contributo di Marco Revelli (“pezzo” che ai nostri
sollecitiamo di leggere integralmente) pubblicato sulle pagine di “Volere la
Luna”, di cui Pressenza ripropone una versione ridotta, ritenendo l’intervento
dell’eminente politologo un’importante riflessione fuori dal coro del gran gioco
mediatico-politico, volto alla «stigmatizzazione indignata dei manifestanti
condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta»[accì]
Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il
conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a
ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni
volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente
bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”,
l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi
tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia)
fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi.
Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della
Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da
robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più
massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle
generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i
parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e
i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro
voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i
decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro
mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi
fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare
disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di
itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del
business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga
galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme
dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi,
via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la
cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola
dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione
violenta subita, quasi per legge naturale produce… So bene che il pensiero
dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo
cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in
nome di un presentismo totalizzante.
[..] Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà
mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo
finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio
di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche
qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la
Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali
contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto,
mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera
sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle
società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai
positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei
costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un
tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50
gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di
prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici…
Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle
proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il
disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia
locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di
quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori
dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro
(quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono
alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì)
del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro
redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule
parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le
fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre
2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un
memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore
del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in
quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e
onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da
nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della
Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un
“odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale
che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso
dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva
ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che
passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri
(cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro
pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai
giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a
rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito.
Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo
fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle
bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra
delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa
potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne
affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di
Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di
manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi
sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri – che solo una condivisa pratica
nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di
espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le
dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto
asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di
essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire
una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare.
[…] Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza
delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe
prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola,
scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’
andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di
ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti
che contano, Tribunali civili e penali … Chi possedeva di fatto il monopolio
della decisione non avrebbe ascoltato ragioni…Ampliando il controllo militare
dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato
in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i
movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere
in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra
cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari
con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie,
indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20
milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha
incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare,
dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del
dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi”
erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un
indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di
coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza
espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in
questo angolo di mondo lo spirito del tempo.
[…] Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro
incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per
la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo
alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o
eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che
i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché
autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore
tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben
orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che
tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i
pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione
che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue
“centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti
all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che
porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è
vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente
“ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di
provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a
ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto
che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere
blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua
indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di
Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere
da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare
all’assedio?
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Redazione Italia