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Mediterraneo Antirazzista a Palermo: “Riprendiamoci le strade”
Successo per Mediterraneo Antirazzista: a Palermo premiati anche Global Sumud Flotilla, centri sociali, scuole di frontiera e altre realtà  Per oltre un mese, i quartieri di Palermo sono stati attraversati dall’allegria, dalla socialità e dall’impegno del Mediterraneo Antirazzista. Sport, tornei, gare, eventi, dibattiti, presentazioni di libri, concerti hanno animato la città nel nome dell’antirazzismo e della solidarietà. Dopo gli incontri diffusi nei quartieri, dal centro alla periferia, le fasi finali dei tornei di calcio, basket, cricket e altri sport sono state disputate dentro il Velodromo Paolo Borsellino di Palermo. La Festa Antirazzista e il concerto di genere “Combat Folk” della mitica “Bandadarbò” in Piazza Magione, davanti a migliaia di giovani, hanno concluso, a metà Giugno, la XIX edizione di “Mediterraneo Antirazzista Palermo”. “È questa la nostra risposta a chi parla di città “sicure”! – spiegano gli organizzatori di Mediterraneo Antirazzista Palermo – Vogliamo costruire sicurezza attraverso pratiche educative, solidali, mutualistiche e di prossimità. Creare luoghi in cui incontrarsi, riconoscersi, organizzarsi e rivendicare diritti. Pretendere interventi concreti nei quartieri, accesso al welfare e opportunità per tutte e tutti. Volevamo che il palco della Festa Antirazzista avesse un significato profondamente politico. Per questo, con la consegna delle targhe, abbiamo voluto riconoscere quei gruppi, realtà e associazioni che ogni giorno costruiscono pratiche di solidarietà, mutualismo e partecipazione”. Dalla Global Sumud Flotilla (perseguitata dagli israeliani) alla Rete di accoglienza cittadina, dalla rete del Borgo Vecchio alla scuola dello Sperone, le targhe non sportive del Mediterraneo Antirazzista hanno premiato l’impegno sociale e civile. Ecco le motivazioni dei premi: La targa “On the road” alla Rete territoriale Borgo Vecchio. Centro Sociale Anomalia, Punto Insieme APS / Quarto Tempo, Parrocchia di Santa Lucia Per Esempio: per l’impegno a rendere le strade dei luoghi fatti di comunità e relazioni, attraverso il gioco e lo sport. La targa “Sport Popolare in spazio pubblico” all’ICS ” Sperone – Pertini” – Palermo che da tre anni decide di spostare un’intera popolazione scolastica sul pratone del Foro Italico per organizzare le SPERONIADI, le olimpiadi dei ragazzi e delle ragazze dello Sperone. La targa “Jibril Habib” alle operatrici e agli operatori dei Sai, a coloro che portano avanti un lavoro di cura, attenzione e responsabilità per fare sì che tutti e tutte le ragazze non perdano alcuna occasione. La targa “Luigi Carollo” consegnata dal Palermo pride a Non una di meno – Palermo che ogni giorno spinge pratiche di rottura, coi corpi, portando avanti una lotta inclusiva che rompe gli schemi. La targa “Mediterraneo Antirazzista 2026” va, senza alcun dubbio, alla Global Sumud Flotilla. Perché nessuna lotta ha senso se resta confinata entro i confini di una città. Perché c’è una sola parte da cui stare: dalla parte della Palestina, fino alla fine del genocidio e di ogni guerra… Non esisterà mai una liberazione collettiva senza la Palestina libera che libera tutte e tutti noi…” Una delle tappe ormai storiche del Mediterraneo Antirazzista è stata il rione Borgo Vecchio. Secondo il Centro Sociale Anomalia di Palermo, “Il Mediterraneo Antirazzista ci lascia una certezza: la comunità si costruisce. Si costruisce quando le persone si incontrano, condividono spazi, organizzano momenti di socialità e praticano uno sport libero, popolare e accessibile. Al Borgo Vecchio, con “Gioca la Strada”, abbiamo visto che un’altra idea di città è possibile: una città fatta di relazioni, partecipazione e spazi vissuti, non solo consumati. Perché il diritto alla città si esercita ogni giorno!”. Oltre al Borgo Vecchio, altre tappe del Mediterraneo Antirazzista sono state: la Zisa, il Cep, lo Sperone, lo Zen, la Kalsa. L’Officina del Popolo (situata in Via Giacomo del Duca 4) ha evidenziato l’esordio del quartiere della Zisa: “Giovedì 21 maggio si è tenuta per la prima a volta la tappa alla Zisa del Mediterraneo Antirazzista, un pomeriggio di sport, musica e merenda tutt3 insieme. In una città e un quartiere in cui sempre più spazi da gioco vengono privatizzati, e quelli pubblici (sempre meno) lasciati alla mercé del tempo e dell’usura senza alcuna traccia di manutenzione, ci riprendiamo le strade! NON LUOGO, NON GIOCO!”.           Pietro Scaglione
June 22, 2026
Pressenza
Nuova proposta del Parlamento UE sul Regolamento rimpatri: applausi sul cadavere dell’Unione europea
La maggioranza formata dai popolari con l’estrema destra, che ormai caratterizza tutte le decisioni del Parlamento europeo in materia di immigrazione ed asilo, ha accolto con applausi scroscianti l’approvazione della nuova bozza di Regolamento sui rimpatri che, apportando numerose modifiche peggiorative alla proposta originaria della Commissione europea, dovrà istituire un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare, abrogando la precedente direttiva 2008/115/CE. Adesso il nuovo testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio UE e pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea prima di entrare in vigore. Allo scopo dichiarato di dare effettività alle decisioni di rimpatrio, che oggi rimangono sulla carta nel 70-80 per cento dei casi, la proposta di Regolamento estende i casi di trattenimento per prevenire il rischio di fuga inventando nuovi obblighi di cooperazione a carico delle persone in condizione di ingresso o soggiorno irregolare, come se queste, in assenza di documenti e di mezzi economici, fossero libere di lasciare il territorio nazionale e ritornare nel paese di origine. Si prevede così, oltre all’obbligo di fornire i dati biometrici, il dovere di dare informazioni sui paesi terzi attraversati, il dovere di rimanere in un determinato luogo e a disposizione delle autorità durante l’intero corso delle procedure di rimpatrio, nonché il dovere di presentare richiesta alle autorità competenti dei paesi terzi al fine di ottenere un documento di viaggio valido ai fini del rimpatrio. La detenzione amministrativa, ma solo sulla base di provvedimenti che tengano conto di una “valutazione individuale” caso per caso, anche sulla base del mancato adempimento degli obblighi di cooperazione, potrà durare fino a 24 mesi con una possibile una proroga per altri sei mesi complessivi in caso di cambiamento delle circostanze, nuove informazioni o miglioramento della cooperazione con un paese terzo. L’ampliamento della discrezionalità di polizia nella valutazione del “rischio di fuga” sovverte il rapporto tra rimpatri con intimazione e rimpatri con accompagnamento fozato, generalizzando nei fatti, sempre che vi siano strutture sufficienti, che ad oggi mancano, il ricorso alla detenzione amministrativa. Le nuove norme consentiranno la possibilità di trasferimenti forzati, esclusi i minori non accompagnati, verso un Paese terzo che accetta di accogliere la persona (i cosiddetti hub di rimpatrio). Si prevedono quindi futuri accordi con paesi extra-UE in vista dei rimpatri, accordi che dovranno essere negoziati (e finanziati) dagli Stati membri al fine del trasferimento delle persone che verranno sottoposte alla giurisdizione del paese terzo. Gli Stati dovranno comunque informare la Commissione e gli altri paesi membri prima dell’entrata in applicazione di tali accordi. Questi nuovi accordi differiscono dunque radicalmente dal cd. modello Albania, nel quale le persone rimangono sottoposte alla giurisdizione italiana, su cui il governo rilancia la sua propaganda sostenendo che troverebbe adesso una base legale nel Regolamento europeo sui rimpatri che sta per entrare in vigore. Le autorità nazionali potranno svolgere specifiche misure investigative per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio, tra cui perquisizioni delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, soggette ad autorizzazione giudiziaria o amministrativa. Queste misure di polizia dovrebbero rispettare i diritti fondamentali della persona ed essere soggette alle garanzie e ai mezzi di ricorso previsti dal diritto dell’Unione e dalle norme interne, a partire dalle garanzie costituzionali. Una piccola ICE a scartamento ridotto è così prevista anche in Europa. Sarà questo l’aspetto che potrà coinvolgere maggiormente i cittadini europei e gli operatori della solidarietà. La presidente del Consiglio Meloni ha vantato il voto del Parlamento europeo come un successo della politica del suo governo, mentre la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) ha subito espresso profonda preoccupazione per il nuovo Regolamento che rischia di indebolire la tutela effettiva dei diritti fondamentali e della dignità delle persone migranti. Già prima delle ultime modifiche peggiorative, l’Agenzia europea per i diritti fondamentali ha ribadito come il fatto che i campi di detenzione, intesi come Hub per i rimpatri o centri Hotspot, eventualmente attivati in futuro in paesi terzi, per processare le domande di asilo, vengano costruiti al di fuori dell’Unione, non esonera dall’osservanza del vigente diritto euro-unionale, poiché gli Stati membri e Frontex rimarrebbero “responsabili delle violazioni dei diritti nei centri e durante qualsiasi trasferimento”. In base all‘art. 52 del Regolamento rimpatri, questo entra in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Tuttavia si aggiunge che l’articolo 1 (Oggetto), l’articolo 2 (Ambito di applicazione), paragrafi da 1 a 3, l’articolo 4 (Definizioni), paragrafo 3, l’articolo 5 (Diritti fondamentali), l’articolo 7 (Decisione di rimpatrio), paragrafi 8 e 9, e gli articoli 17 (Rimpatri nei paesi terzi) , 18 (Interesse superiore del minore), 19 (Accertamento età del minore), 36 (riammissione nei paesi di origine) , 37 bis (dimensione esterna e cooperazione con paesi terzi), 43 (autorità competenti), 45 (sostegno di frontex), 49 (procedura di comitato), 50 e 51( abrogazione di norme precedenti) si applicano a decorrere dalla data di entrata in vigore. Tutte le restanti disposizioni, in particolare quelle relative all’esecuzione delle misure di allontanamento, al concetto di rischio di fuga, alle misure investigative, al trattenimento amministrativo, alle alternative al trattenimento, ai mezzi di ricorso, ai loro effetti sospensivi, e al mutuo riconoscimento delle decisioni di rimpatrio, si applicano a decorrere dopo 12 mesi dalla data di entrata in vigore, quindi un anno dopo la data di pubblicazione del Regolamento rimpatri nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea. Sembra dunque che entrino subito in vigore, con la pubblicazione dell’atto, soltanto le norme che hanno rilevanza nei processi di esternalizzazione delle procedure di rimpatrio, sugli accordi da stipulare con i paesi terzi, mentre resteranno ancora in vigore per un anno tutte le vecchie norme sui trattenimenti e sui ricorsi, che rimangono direttamente applicabili sul piano del diritto interno. Sui principali assi del nuovo Regolamento, che attenta a principi cardine delle Costituzioni nazionali, della Carta dei diritti fondamentali e delle Convenzioni internazionali, si dovrà verificare il ruolo di controllo degli organi giurisdizionali interni e sovranazionali, che alcune prescrizioni contenute negli emendamenti più recenti approvati dal Parlamento tendono a sterilizzare, a favore dei poteri degli esecutivi e delle forze di polizia. Appaiono particolarmente preoccupanti la cancellazione quasi totale della sospensione dell’esecuzione delle decisioni di rimpatrio, i termini molto brevi per i ricorsi e il ruolo marginale lasciato ai controlli giurisdizionali. Per le persone migranti in condizione di irregolarità sarà davvero “stato di polizia”, con una svolta autoritaria che riguarderà anche i cittadini solidali e tutti coloro che presteranno assistenza. Si possono prevedere appena dopo la pubblicazione del Regolamento, quando sarà entrato almeno parzialmente in vigore, una serie di ricorsi per annullamento ex art. 263 del TFUE (Trattato di funzionamento dell’Unione europea), come si è già verificato in passato, in occasione di un Regolamento che riguardava l’agenzia Frontex, quando il Parlamento europeo non era ancora diventato un covo di razzisti, così come non si possono escludere azioni cautelari e risarcitorie delle vittime nei confronti della stessa agenzia e delle istituzioni nazionali che si rendono responsabili della violazione di diritti fondamentali della persona. Rimane anche in capo a qualsiasi organo giurisdizionale il potere di disapplicazione, nei casi di una norma o di una prassi nazionale in contrasto con un regolamento europeo che rimane ancora in vigore, come il Regolamento Frontex n.656/2014 per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne, che prevede espressamente la protezione dei diritti fondamentali e il principio di non respingimento (art.4). Fulvio Vassallo Paleologo
June 22, 2026
Pressenza
Solidarietà alla deputata Ouidad Bakkali, Il clima avvelenato alimentato dalla destra legittima odio e razzismo
Alleanza Verdi e Sinistra esprime piena solidarietà e vicinanza alla deputata Ouidad Bakkali, ancora una volta bersaglio di insulti e attacchi di matrice razzista. Quanto accaduto non è un episodio isolato. È il frutto di un clima sempre più avvelenato che, anche a livello nazionale, vede troppe volte il linguaggio dell’intolleranza, della paura e della contrapposizione prevalere sul rispetto delle persone e sul confronto democratico. Quando si alimentano quotidianamente narrazioni che individuano nell’origine, nel colore della pelle o nella provenienza delle persone un elemento di divisione, si finisce inevitabilmente per legittimare comportamenti e parole d’odio. Per questo non bastano prese di distanza generiche. Servono responsabilità e rispetto da parte di chi ricopre incarichi pubblici. Consideriamo intollerabili le affermazioni della consigliera comunale di Fratelli D’Italia Anna Greco e incompatibili con i valori costituzionali che devono sempre essere la bussola di chi rappresenta le istituzioni. Chiediamo quindi che la consigliera Greco si assuma le sue responsabilità e si dimetta dall’incarico che ricopre. Alleanza Verdi-Sinistra Ravenna Redazione Romagna
June 22, 2026
Pressenza
Il Parlamento Europeo condanna Cuba e si inginocchia a Trump: UE dalla parte sbagliata della storia
In piena campagna di aggressione USA contro Cuba, e nel momento della solidarietà internazionale e materiale, poco politica, con Cuba, il Parlamento Europeo approva una risoluzione con cui si condanna il “regime comunista di Cuba”, si chiede la libertà, la libertà per i prigionieri e a seguire la summa ideologica anticomunista a cui la destra è abituata e di sanzionare i politici cubani, in primis Diaz Canel. Il Parlamento Europeo (P.E.), è capace, inoltre, nella risoluzione approvata, a non condannare l’Embargo USA e ad attribuire al “regime comunista” il fallimento dell’isola e la responsabilità delle sofferenza del popolo. Naturalmente, la risoluzione parla di “aiuti umanitari materiali” che dovrebbero essere inviati a Cuba (un aiuto non si nega a nessuno…) ma, essendo la destra che governa il P.E. cosciente che la partita si vince sul piano politico “in casa propria”, cosa chiede con la sua risoluzione presentata dai gruppi PPE, Renew ed ECR? Chiede la fine dell’Accordo di Dialogo Politico e Cooperazione (PDCA) tra Cuba e Unione Europea, ignorando deliberatamente la natura giuridica di tale strumento, così come le competenze istituzionali all’interno dell’Unione Europea stessa. Il PDCA non è un accordo commerciale. Approvato nel 2017, si tratta di un accordo politico, globale e bilaterale che copre le aree del dialogo e della cooperazione politica e protegge le relazioni tra Cuba, l’Unione Europea e i suoi Stati membri, basati su principi di uguaglianza sovrana, reciprocità e rispetto reciproco. Proprio a causa della sua natura relativa alla politica estera della Comunità, il Parlamento Europeo non ha alcuna competenza su questo Accordo. Inoltre, una delle falsità che la destra attribuisce a Cuba è quella di fornire mercenari cubani alla Russia per la guerra in Ucraina. Falso. Cuba ha sempre combattuto contro i mercenari perché ha vissuto in “carne propria” le azioni dei mercenari organizzati dalla CIA – USA per compiere terrorismo all’interno dell’isola. Le istituzioni di Cuba, nel 2023, quando vennero a conoscenza che dall’estero si era attivato una operazione (extra legale) per reclutare cubani da inviare come mercenari in Russia, Cuba è intervenuta pesantemente con arresti (17) , processi e condanne smantellando la rete all’interno dell’isola (trovate gli articoli nei commenti della pagina Viva Cuba Libre) La sinistra del P.E. “The Left” ha presentato una risoluzione alternativa a quella della detra, scritta e proposta dal Movimento 5 Stelle, che riconosce a Cuba il diritto alla sovranità e alla libertà… che non è stata accolta. A margine del dibattito in Eurocamera, alcuni eurodeputati tra cui Ilaria Salis (Alleanza Verdi e Sinistra, Italia), Benedetta Scuderi (Europa Verde, Italia), Annalisa Corrado (Partito Democratico, Italia), Danilo Della Valle (Movimento 5 Stelle, Italia), insieme agli attivisti dell’associazione ‘Let Cuba Breathe’, hanno esposto un maxi tabellone ispirato al Monopoly, ribattezzato “Trumpoly”, per denunciare gli effetti dell’embargo statunitense contro Cuba. Ancora una volta la destra “guarda vanti” e gioca sul piano politico “in casa” la battaglia politica contro Cuba ben sapendo che se l’accordo “Accordo di Dialogo Politico e Cooperazione (PDCA)” dovesse essere sospeso o annullato per Cuba sarebbe un passo indietro incolmabile, ed è proprio questo quello che vuole la destra europea… (mentre parla di aiuti materiali per la popolazione cubana)… ricacciare Cuba indietro, portando l’aggressione imperialista USA contro Cuba all’interno dell’Europa. Serve una grande mobilitazione politica, oltre che materiale, che faccia crescere la solidarietà per Cuba e la sua Rivoluzione tra la cittadinanza, nelle scuole, nella fabbriche, nei mercati, insomma tra le gente che subisce la narrazione politica anticubana della destra, mediaticamente veicolata dalla stampa e dai media pro Washington. La solidarietà per Cuba deve trasformarsi in un movimento capace di parlare ai popoli di Europa dei valori della rivoluzione cubana, delle sue conquiste e dei sui valori. Cuba no està sola.   (da Viva Cuba Libre)   Risoluzione P.E.  https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/ 20260615IPR45408/cuba-meps-call-for-eu-sanctions-and-a-push-towards-transition   Redazione Italia
June 22, 2026
Pressenza
Roma Pride 2026: se i diritti non sono di tuttə non sono diritti
Non bisogna essere per forza neri per manifestare contro il razzismo, ne è necessario essere uno straniero clandestino per lottare contro chi minaccia la cosiddetta “emigrazione”, o donna per protestare contro i femminicidi, o rom per indignati contro la tziganofobia… si può essere quindi essere eterosessuali, cisgender, e scendere in piazza contro ogni forma di omofobia: basta non essere fascisti e/o stronzi (mi si scusi il francesismo). B Da anni infatti i Pride sono una grande festa di libertà di tutte e di tutti: un gioioso movimento di festa di popolo e soprattutto di giovani e giovanissimi che ripudiano il moralismo sessuofobo e clerical e fascista che per secoli ha dominato, a volte con ferocia, il nostro Paese, l’intero Occidente e gran parte del nostro pianeta. Tutt’ora ci sono Paesi in cui l’omosessualità è un reato, talvolta persino punito con la pena di morte al punto che non sono pochi i rifugiati che richiedo asilo in Italia per le persecuzioni che vive chi appartiene o si riconosce in una identità di genere non conforme. Sfilano i numerosi carri che sparano musica a tutto volume. Ricordo il primo Pride a cui ho partecipato nel 2000. La Chiesa Cattolica tentó in tutti i modi di bloccarlo considerandolo blasfemo nell’anno del giubileo. Questa ottusità provocó, come sempre accade in questo Paese quando la reazione tenta di imporsi spudoratamente, una partecipazione di massa. Ricordo Armando Cossutta in giacca e cravatta dietro lo striscione di Rifondazione Comunista e il mio amico don Gianni Novelli, che ci ha lasciato pochi mesi fa, direttore del Centro Interconfessionale per la Pace che sfilava con un folto gruppo di Cristiani contro l’omofobia. Credo che fu da allora che i Pride divennero sempre di più una festa di tutte, ma anche momento di lotta perché la reazione incalza è ci vuole poco a tornare indietro di decenni. Ho un ricordo particolarmente emozionante di un mio alunno che brividi dopo una decina di anni e quindi ormai ventenne che faceva parte del servizio d’ordine che apriva il corteo e che mi abvracció calorosamente visibilmente commosso. Per quanto tentino forze neoliberiste di appropiarsi di questa battaglia per i diritti individuali, in Italia queste posizioni di pink washing non trovano spazio. Da un lato vi sono i numerosi carri della Cgil, esprimono il fatto che i diritti umani sono una rete indivisibile che unisce quelli individuali a quelli sociali poiché senza una casa e un lavoro non esiste vera libertà. Dall’altro il Pride di Roma ha “scelto da che parte stare” e ha deciso che chi non condanna il genocidio in Palestina non può sfilare nel Pride come nulla fosse. I Pride in Italia espressione della vasta comunità LGBTQIA+ italiana credono nella intersezionalità delle lotte e quindi ripudiano la guerra è il militarismo e sostengono il popolo palestinese.   Del resto le giovani e giovanissime persone che sfilano Oggi sono in gran parte le stesse che sabato scorso hanno manifestato contro gli xenofobi e razzisti autori delle reimmigrazione, che hanno votato NO al referendum costituzionale e che hanno bloccato Roma e l’Italia in solidarietà con la Palestina. Lotte per la libertà che si intrecciano. Anni fa la partigiana comunista Tina Costa decise di accettare di essere la madrina di uno dei Pride romani. La giovane leader del movimento degli Studenti Palestinesi, Maia Issa, sta sul carro dell’Arci imbandierato con le bandiere palestinesi. Riusciremo ad unire queste lotte in un credibile e vincente progetto di alternativa di società? Difficile dirlo, “a sarà dura” dicono le compagne ed i compagni della Valsusa che da decenni si oppongono al TAV. Pressenza serve anche a questo. Mauro Carlo Zanella
June 20, 2026
Pressenza
No a informazioni distorte sui Cpr, no al tentativo di normalizzare dei lager
Pubblichiamo il Comunicato dell’Assemblea No CPR Macomer. Ci giunge notizia attraverso i quotidiani locali di una velina della questura di Oristano nella quale si tenta di normalizzare il Cpr attraverso una serie di informazioni distorte e tendenziose, tese a rappresentare questa struttura per quella che non è. Riteniamo necessario puntualizzare una serie di fatti, alfine di restituire una informazione corretta al pubblico riguardo che cosa è il Cpr e come mai ci si finisce dentro. Riteniamo tuttavia che dovrebbero essere i giornali a svolgere questo lavoro, la provenienza di una informazione da una questura non esime dal lavoro di elementare fact checking delle informazioni. 1. Nel Cpr non ci si finisce perché condannati per “violenza sessuale, furto e resistenza”, come per qualsiasi altro reato. Nel Cpr ci si finisce perché non si ha un permesso di soggiorno, a prescindere da qualsiasi altra cosa. La questura cerca di vendere al pubblico il fatto che in questi lager per migranti ci si finisca perché si è cattive persone, ma la verità è che può finirci chiunque, purché sia uno straniero privo di documenti di soggiorno. La persona in questione non è nel Cpr perché “pericolosa socialmente” ma perché sudanese. Un italiano che avesse la stessa storia criminale alle spalle non finirebbe mai in un Cpr, e nemmeno un cittadino comunitario, o uno straniero con i documenti di soggiorno in regola. Dobbiamo ricordare alla questura di Oristano che il luogo deputato alla detenzione delle persone per crimini passati in giudicato è il carcere, e solo il carcere. Sostenere che lo sia anche il Cpr è una pura e semplice menzogna. 2. Attraverso il concetto di “pericolosità sociale” si giustificano provvedimenti arbitrari della questura che avvengono in un quadro di lesione dello stato di diritto e delle garanzie giuridiche, e in particolare del diritto alla difesa. Questi provvedimenti inoltre sono in totale contrasto con la funzione costituzionale di rieducazione che viene assegnata alla pena. 3. Il Cpr funziona per legge come luogo deputato al riconoscimento e al rimpatrio delle persone soggette a un decreto di espulsione. La persona in oggetto è conosciuta alle forze dell’ordine e non può essere rimpatriata. Infatti il Sudan è nel pieno di una guerra civile ferocissima ed è il luogo della peggiore crisi umanitaria in corso oggi nel mondo. Il provvedimento in oggetto è quindi meramente punitivo e privo di qualsiasi logica apprezzabile. 4. Il Cpr è un luogo di tortura psicologica, di abusi fisici, di violazione dei diritti umani fondamentali. In cinque anni di lavoro abbiamo raccolto un’infinità di testimonianze e documenti relativi a quanto siano pessime e indegne di un essere umano le condizioni di vita nel Cpr. Testimonianze di pestaggi, abuso di psicofarmaci, cibo avariato, condizioni igienico-sanitarie precarie, violazioni del diritto alla salute e all’assistenza dell’avvocato, si sono susseguite invariate per anni. Da anni le istituzioni responsabili di questa situazione cercano di giustificare gli abusi con la giustificazione falsa che le loro vittime sono dei criminali. È ora di finirla. Chiunque siano le persone rinchiuse, fossero anche le peggiori al mondo, non c’è giustificazione per l’abominio rappresentato dai Cpr. TUTTI I CPR DEVONO CHIUDERE! COMINCIAMO DA MACOMER! 18 giugno 2026 Assemblea No CPR Macomer Movimento Antifascista Oristanese Campagna LasciateCIEntrare Associazione Amicizia Sardegna Palestina Redazione Sardigna
June 18, 2026
Pressenza
Villaggio delle Rose e Comune di Milano: dialogo, buon senso e buona volontà. Chi c’è l’ha e chi no.
Chi decidesse di fare una passeggiata nella periferia Sud di Milano potrebbe imbattersi in un grazioso quartiere di case di legno; noterebbe specchiate verande, aiuole ben curate e vialetti ordinati. Lo stile potrebbe forse ricordargli una certa edilizia tipica degli States o del Tirolo, ma mai e poi mai penserebbe di essere finito in un “campo di diseredati”. Non così la vede il Comune di Milano che, indossata la tuta del paladino del progresso e della dignità per tutti, pretende di applicare la politica del “superamento del campo” senza andar per il sottile e spazzare via il Villaggio delle Rose. Il caso è ben spiegato nell’articolo di Paolo Cagna Ninchi. Secondo i piani del Comune il 15 giugno la comunità rom che vive al civico 351 di via Chiesa Rossa avrebbe dovuto alzare le tende e spostarsi in alloggi temporanei (contratto da 2+2 anni), per poi, con facilitazione, entrare nelle liste richiedenti casa popolare. Il popolo rom, notoriamente pacifico e refrattario alla violenza, non è però stupido, e da oltre un anno gli interessati hanno avviato un tavolo di trattative con l’ente pubblico. Nel dialogo la comunità ha preso atto di una serie di passi necessari per regolarizzare la propria posizione abitativa e si è impegnata a cercare soluzioni concrete e presentare preventivi e garanzie. Il fulcro dell’idea è la creazione di una cooperativa che gestirebbe la situazione e collaborerebbe con gli enti pubblici preposti alla riqualificazione dell’area. Una proposta più che fattibile – con tutte le cooperative edili che ci sono sulla piazza perché non una rom? Diciamo dunque che da parte del cittadino i compiti a casa sono stati fatti. Vediamo ora l’amministrazione comunale. Come si diceva una volta “l’interrogato ha fatto scena muta”. Il Comune da tempo non risponde più, si nega ai propri cittadini e tace sul loro futuro. Costretta da tale atteggiamento e con un cappio al collo, il 15 giugno una piccola delegazione rom, guidata dall’attivista Dijana Pavlovic e sostenuta da Anpi Milano, Architetti senza Frontiere, Naga e personalità pubbliche come Moni Ovadia (che ha presenziato all’evento), ex assessori e altri intellettuali della sinistra milanese, si è presentata davanti a Palazzo Marino per chiedere conto della situazione al Consiglio Comunale. A causa dell’ennesimo litigio in aula, il Consiglio viene sospeso e alcuni consiglieri, Diana De Marchi, Simonetta D’amico, Alessandro Giungi e Bruno Ceccarelli accettano di uscire a incontrare il “popolo” (mi chiedo se senza l’imprevisto avrebbero trovato il tempo per due parole con le famiglie o se al termine dei lavori, stanchi, si sarebbero dileguati verso le loro case, di certo non in pericolo). Attorno si assiepa una piccola folla e anch’io cerco di farmi strada per ascoltare ciò che dicono – non c’è un microfono. Parla un uomo alto, dall’aspetto sportivo. Indossa una camicia bianca e nera, pantaloni corti bianchi e un berretto nero; potrebbe essere diretto a un campo di golf. È Aldo Deragna ma tutti lo conoscono come Iaio. Tiene in mano fogli e fotografie e parla della propria casa come fosse un componente della famiglia. Parla accorato, ma non sento livore nella sua voce, piuttosto amore e una certa commozione, che cerca di nascondere dietro gli occhiali scuri. Si rivolge ai messi: “Tornare a casa propria non è una delle cose più belle che ci siano? Puoi andare in vacanza nei posti più fantastici del mondo ma poi torni a casa e ti senti felice perché capisci che quello è il tuo posto, che lì c’è qualcosa di te che ti aspetta sempre, che ti riaccoglie ogni volta. Ma non è così anche per voi quando tornate a casa? Quando siete stanchi e sapete che solo lì riuscirete davvero a riposarvi? Ma guardatela quanto è bella! –  indica le fotografie – Ma davvero volete buttarla giù? Ma piuttosto datela a qualcun altro se proprio avete deciso che io devo vivere da un’altra parte”. Quale italiano non si riconosce in Iaio? Non siamo infatti famosi per essere il popolo che ama con passione il proprio nido? Che lo decora con gusto? Pronto a rinunce pur di pagare mutui pluriennali e poter dire con orgoglio “sono a casa mia”? E come si fa a rispondere a Iaio e ai suoi compagni “bisogna rispettare le normative”? Quando ogni italiano dai quattro anni in su sa che il nostro Paese straripa di abusi edilizi di ogni tipo, che lo stesso comune di Milano è invischiato in affari edilizi, di grande caratura quanto opachi, di cui deve dare conto alla magistratura. Oppure, con supponenza, spiegargli, come fosse un bambino, che, per variare le decisioni prese, tutta la maggioranza deve essere d’accordo. Mi verrebbe da urlare che loro sono i diretti interessati e che nessuno può decidere cose tanto fondamentali per la vita di un altro basandosi su un’alzata di mano; che loro sono parte della città e se si chiedesse agli altri milanesi, al tramviere, al professore, alla massaia, tutti capirebbero al volo il da farsi. Nella democrazia il dialogo è uno strumento fondamentale per risolvere conflitti e di pari diritto del voto, altrimenti queste maggioranze che votiamo ogni x anni diventano piccole forme di dittatura. È una questione di dialogo, di buon senso e di buona volontá; tre elementi fondamentali per un buon governo e una buona convivenza che oggi ho visto presente solo in una delle parti. Attorno a noi ci sono diversi bambini, forse non capiscono tutto ma sono attenti, ci ascoltano. Del resto molte cose faccio fatica anch’io a capirle. Com’è possibile che un’istituzione che si vanta di essere di sinistra e progressista è miope verso una realtà virtuosa qual è il Villaggio delle Rose e si ostina a perseguire un’ideologia? (Ma guai a farglielo notare.) E poi cosa c’è di sbagliato in un campo in sé? Ciò che è da contrastare e risolvere sono le situazioni di degrado – che qui non c’è. Ma se uno volesse vivere in una roulotte o su un albero dove starebbe il problema? Forse l’amministrazione comunale non sa che una nuova frontiera dell’abitare di lusso è il “glamping”. Chi ci dice che fra cinquant’anni non ci saranno intere città fatte di liane e su palafitte? E intanto dei cittadini avrebbero subito un sopruso: ad alcuni verrebbe tolta con forza la casa dei sogni mentre ad altri, quelli in lista per l’alloggio popolare, negata; e, in quanto rom, per la comunità sarebbe l’ennesima violenza alla sua cultura, le famiglie verrebbero infatti separate le une dalle altre. Ma più di tutto mi chiedo, ma secondo il Comune, visto che ravvisa nelle piazzuole di via Chiesa Rossa un campo nomade increscioso e non un decoroso quartiere residenziale, queste famiglie avrebbero dovuto vivere per ventisei anni in precarie condizioni? Non poteva dargliele prima le case popolari? Milla (Marina) Redazione Milano
June 16, 2026
Pressenza
Accademia delle Abilità: come trasformare formazione e inclusione in valore sociale
Celebrare le abilità. È con questo obiettivo che lo studio AndPartners ha ospitato, nella sede di Roma in via Adelaide Ristori 38, una cena allestita dalle ragazze e dai ragazzi dell’Accademia delle Abilità, il centro di formazione che accompagna i giovani con diverse abilità nel delicato passaggio dall’età scolare all’età adulta, trasformando il loro potenziale in professionalità e rendendo l’autonomia una pratica quotidiana. “Ogni persona – è il motto dell’Accademia – possiede un insieme unico di talenti, competenze e attitudini: il nostro compito è aiutarli a scoprirli, coltivarli ed accompagnarli nel mondo del lavoro”. È stato Pietro Bracco, socio di AndPartners, a fare gli onori di casa: «Una serata per stare insieme ai ragazzi, alla loro ottima cucina, insieme a quella del nostro chef Federico Mariottini, scambiare le nostre idee e imparare dalle loro abilità. Si tratta di una iniziativa che risponde perfettamente al nostro DNA, perché per noi è fondamentale condividere». Per Silvia De Mari, socia fondatrice dell’Accademia delle Abilità «i nostri ragazzi hanno dimostrato la loro grande capacità e competenza acquisita nel mondo della ristorazione ed è stata una serata bellissima vissuta in un luogo speciale come quello di AndPartners, una realtà ormai consolidata nel panorama delle “tax and law firm”, un punto di riferimento nel settore tributario e oltre. Un grazie speciale va rivolto ai nostri ragazzi: Patrizio Bonanni, Tommaso Filippini, Alessio Festa, Lorenzo Iannuzzi, Leonardo Fois, Valerio Micozzi, Burchielli Aisha, Andrea Di Luzio, Cammilli Stefania e al nostro chef Antonio Bruno, che ha saputo trasmettere la passione per la cucina ai nostri giovani. Abbiamo dato concretezza ad un sogno grazie al contributo di tutti i soci fondatori dell’Accademia: Giuseppe Iannuzzi, Elio Urbinati, Carolina Cabiati e Bruno Paonessa». «L’Accademia delle Abilità ha come obiettivo offrire indipendenza lavorativa, dignità sociale e inclusione produttiva nei settori della ristorazione, dell’hotellerie e dell’accoglienza. Le aziende con più di 35 dipendenti, come noto, sono soggette alle quote d’obbligo previste dalla Legge 68/99, ma spesso l’inserimento rappresenta una sfida logistica e formativa per l’imprenditore. Per le aziende e le istituzioni presenti, i nostri ragazzi non devono rappresentare solo un adempimento burocratico alla Legge 68/99. Sono risorse attive. Supportare i nostri progetti significa investire in futuri cittadini capaci di generare valore e non essere considerati peso sociale per la comunità», dice Giuseppe Iannuzzi, uno dei soci fondatori dell’Accademia. «Il lavoro è iniziato circa due anni fa e questo è il primo anno che, con iniziative come quella di questa sera, possiamo vedere i ragazzi all’opera. Hanno organizzato la Cena di Natale per la Lega del Filodoro, in diverse ambasciate e preparato cene aziendali. Si applicano con dedizione, attenzione e soprattutto molta motivazione. Esistono già delle intese, dei protocolli con diverse associazioni, con diverse aziende, per far sì che al termine del loro periodo di formazione possano essere inseriti nel mondo del lavoro e soprattutto essere considerati parte produttiva e non costo sociale, visto che purtroppo questa resta ancora oggi una mentalità difficile da eradicare. Il sentimento è di grande soddisfazione, di grande motivazione anche per noi. E quello che riceviamo in cambio dai ragazzi diventa anche per noi una spinta in più per andare avanti». A proposito di associazioni partner, Roberta Pepi, presidente di Roma più Bella, sostiene e accompagna l’Accademia delle Abilità: «Ci occupiamo dei locali del centro storico cercando da sempre di trovare dei punti di incontro sulla gestione del personale. Eventi come questo ci ricordano come l’inclusività sia un tema fondamentale per chi opera sul territorio. La formazione è fondamentale, anche perché il mondo del lavoro è spesso ostile. Invece questo meccanismo permette di aiutare le persone a uscire di casa, a mettersi in discussione e soprattutto non isolare dei ragazzi che poi mettono in campo le loro potenzialità». L’onorevole Maurizio Casasco, da politico e da medico, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana, è ben consapevole dei vantaggi che un’operazione del genere può portare: «È un tema molto interessante, perché anche qui parliamo soprattutto di formazione e inclusione, che si trasformano in un importante valore sociale, un indubbio guadagno per i ragazzi e per la nostra società». Serata che si è arricchita anche della presenza di molti politici, ai quali spetta da un lato il compito di legiferare, ma dall’altro anche quello di monitorare l’efficacia dei provvedimenti. Come nel caso di Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione Sociale e Servizi alla Persona della Regione Lazio. «Gli obiettivi prioritari per una persona che ha una difficoltà – dice Maselli – sono due: indipendenza abitativa e lavorativa. Perché altrimenti non esiste piena inclusione sociale. Si tratta, quindi, di un percorso importante che deve prevedere un’adeguata formazione per poi arrivare all’inclusione lavorativa. Non a caso abbiamo pubblicato una graduatoria importantissima per la realizzazione di dieci centri polivalenti, innovativi, che non solo accolgono e assistono le persone, ma le formano per guidarle verso una occupazione e quindi verso una vera inclusione sociale». E all’onorevole Luciano Ciocchetti il compito di tirare le somme della serata: «Iniziative come quella di oggi offrono un importante riconoscimento a questa operazione. E come dice il suo stesso nome, l’Accademia delle Abilità è il mezzo attraverso il quale si può completare un reale percorso di inclusione per le persone con disabilità. Nonché consente l’applicazione di una legge nazionale che non sempre viene rispettata al 100%. Avere pensato di creare un’accademia che è in grado di formare nuove abilità e personale che garantisca al mondo del lavoro competenze, capacità e abilità, è assolutamente da apprezzare e da valorizzare». Alla serata erano presenti anche Caterina Belletti (presidente APT Gorizia e neo presidente di FS International), Stella Coppi Fratini (presidente della Fondazione Ingenio), Giuseppe Inchingolo (Chief Corporate Affairs, Communication & Sustainability Officer), Nicola Maione (presidente uscente di MPS e ora membro del CdA), Franco Massi (segretario generale della Corte dei Conti), Tommaso Tanzilli (Presidente di FS), Francesco Ruben Crivella (dirigente USR Lazio) e Gerardina Fasano (dirigente scolastico IC Francesco Cilea). Testo e fotografia inviati alla Redazione da Matteo Spinelli Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Il mondiale dei respinti: per la FIFA è una festa, ma assomiglia sempre più a una frontiera armata
L’11 giugno non è iniziato solo un torneo. È iniziato il Mondiale più grande della storia. Quarantotto nazionali, tre Paesi ospitanti, miliardi di spettatori incollati agli schermi. La FIFA, dai suoi uffici specchiati di Zurigo, lo racconta così: la celebrazione universale del pallone@. Ti vendono il sogno di un prato verde dove tutti sono uguali. Ma la retorica si spegne dove finisce lo spettacolo e inizia il potere. Basta fare un passo indietro e guardare cosa succede ai controlli di frontiera. È lì, tra i passaporti respinti, i visti negati e i fili spinati invisibili della burocrazia, che la festa cambia faccia. È lì che capisci che il calcio è una cosa, ma le regole del mondo restano sempre le stesse: selettive, razziste. I giocatori dell’Uzbekistan, con il loro allenatore Cannavaro, vengono accolti a New York da metal detector, cani antidroga e perquisizioni bagaglio per bagaglio. I calciatori del Senegal sono costretti a togliersi le scarpe appena scesi dall’aereo, trattenuti per ore come sospetti qualsiasi. Ayman Hussein, stella della nazionale irachena, passa sette ore sotto interrogatorio. Tala Salah, fotografo ufficiale della squadra irachena, viene trattenuto per oltre dieci ore e poi espulso. Peggio ancora va a Omar Artan, il miglior arbitro africano del 2025. Passaporto diplomatico, convocazione ufficiale, tutte le autorizzazioni in regola. Non basta. Undici ore di interrogatorio sulla situazione politica della Somalia e sui rapporti con Al-Shabaab. Alla fine viene respinto. Fuori dal Mondiale. L’Iran si vede negare il visto a quindici membri della propria delegazione. Giornalisti africani e iraniani ricevono autorizzazioni che impediscono loro di seguire liberamente il torneo tra Stati Uniti, Canada e Messico. Tifosi bloccati, procedure arbitrarie, ostacoli burocratici costruiti apposta per scoraggiare la presenza di interi popoli. Il messaggio è chiaro: siete invitati, ma non siete benvenuti. In fondo, questo Mondiale racconta perfettamente il nostro tempo. Da una parte la retorica della globalizzazione felice. Dall’altra i confini che si chiudono. Da una parte gli slogan sull’universalità dello sport. Dall’altra i controlli selettivi che distinguono chi può passare e chi deve essere interrogato, perquisito, respinto. Il calcio dovrebbe servire a cancellare queste differenze. Invece il Mondiale del 2026 le sta esibendo tutte sotto i riflettori. La FIFA continua a chiamarla festa. Ma assomiglia sempre più a una frontiera armata. Redazione Italia
June 15, 2026
Pressenza
I lavoratori stranieri in Italia producono il 9% del PIL
Aodi: «No alla caccia allo straniero. Prima di dire “l’Italia agli italiani”, diciamo “l’Italia a chi ama l’Italia, la rispetta, lavora, paga le tasse e contribuisce ogni giorno alla sua crescita”. No all’immigrazione irregolare, sì alla buona immigrazione, qualificata, integrata e utile al Paese» ROMA, 15 GIUGNO 2026 – Le recenti polemiche politiche sull’immigrazione, gli episodi di intolleranza registrati negli ultimi giorni e il crescente utilizzo dei temi migratori e religiosi come strumenti di scontro politico stanno alimentando un clima di contrapposizione che rischia di allontanare il dibattito pubblico dalla realtà dei fatti e dai numeri. L’Italia è oggi uno dei Paesi europei più colpiti dall’inverno demografico, dall’invecchiamento della popolazione e dalla carenza di personale in numerosi comparti strategici. Dalla sanità all’assistenza agli anziani, dall’edilizia alla logistica, dall’agricoltura alla ristorazione, migliaia di professionisti e lavoratori di origine straniera contribuiscono quotidianamente al funzionamento del sistema economico e sociale nazionale. Secondo una accurata indagine condotta da AMSI-CO-MAI E UNITI PER UNIRE aggiornata al 30 aprile 2026, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori di origine straniera supera i 177 miliardi di euro e rappresenta oggi oltre il 9% del PIL italiano. A questo si aggiungono centinaia di migliaia di imprese guidate da cittadini di origine straniera e un contributo fiscale che continua a rappresentare una risorsa concreta per il Paese. Su questi temi riflettono l’AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali, l’UMEM – Unione Medica Euromediterranea, la Co-Mai – Comunità del Mondo Arabo in Italia, l’AISC NEWS – Agenzia Mondiale Senza Confini, il Movimento Internazionale Transculturale Uniti per Unire e il nuovo Comitato Politico Internazionale Uniti per Unire, che invitano ad affrontare il fenomeno migratorio con equilibrio, responsabilità e visione strategica, respingendo ogni forma di razzismo, islamofobia, antisemitismo e discriminazione. Interviene il professor Foad Aodi, medico fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO, docente dell’Università di Tor Vergata e fondatore del Movimento Internazionale Uniti per Unire. «Noi diciamo, oggi come in passato, con chiarezza, no all’immigrazione irregolare, allo sfruttamento, alla clandestinità e a ogni forma di illegalità. Ma diciamo con la stessa forza sì alla buona immigrazione, programmata, qualificata, integrata e rispettosa delle regole. È necessario uscire dalla logica degli slogan e tornare a guardare la realtà. L’Italia ha bisogno di professionalità, competenze e forza lavoro. Ha bisogno di persone che contribuiscano alla crescita economica e sociale del Paese», afferma Aodi. L’ITALIA È ANCHE DI CHI LA AMA E LA COSTRUISCE OGNI GIORNO Secondo la rete associativa, il dibattito pubblico dovrebbe partire da una considerazione semplice: milioni di persone di origine straniera vivono regolarmente in Italia, lavorano, pagano le tasse, crescono figli, creano imprese e contribuiscono al benessere collettivo. «Prima di dire “l’Italia agli italiani”, diciamo “l’Italia a chi ama l’Italia”. A chi vive nel nostro Paese, ne rispetta le leggi, lavora onestamente e contribuisce ogni giorno alla sua crescita. Non esiste alcun Paese moderno composto esclusivamente da persone nate nello stesso territorio. Viviamo in una società globale e multiculturale che richiede responsabilità, capacità di integrazione e rispetto reciproco», sottolinea Aodi. IL GRANDE CONTRIBUTO DEI PROFESSIONISTI DI ORIGINE STRANIERA Le associazioni ricordano che il contributo dei professionisti di origine straniera è ormai essenziale in numerosi settori. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari, farmacisti, ricercatori, ingegneri, architetti, imprenditori, lavoratori della logistica, dell’edilizia, della ristorazione, dell’agricoltura e dell’assistenza familiare rappresentano oggi una componente fondamentale del tessuto produttivo italiano. «Pensiamo alla sanità italiana che soffre una carenza cronica di personale. Pensiamo alle migliaia di professionisti sanitari di origine straniera che garantiscono ogni giorno continuità assistenziale negli ospedali, nei servizi territoriali e nelle strutture socio-sanitarie. Pensiamo inoltre al settore dell’assistenza agli anziani e alle persone fragili, dove migliaia di assistenti familiari provenienti dall’Est Europa, dalle Filippine, dal Sud America, dal Nord Africa e dall’Asia garantiscono ogni giorno un supporto fondamentale alle famiglie italiane. Senza questo contributo il sistema avrebbe enormi difficoltà a reggere», evidenzia Aodi. GUARDARE LA REALTÀ E NON GLI SLOGAN La rete associativa invita ad affrontare il tema dell’immigrazione con pragmatismo e senso di responsabilità. «La politica deve avere il coraggio di guardare la realtà per quella che è e non per come qualcuno vorrebbe raccontarla. In numerosi comparti produttivi le imprese faticano a reperire personale e il contributo dei lavoratori di origine straniera rappresenta oggi una componente essenziale della tenuta economica e sociale del Paese. Con il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione italiana, la programmazione dei flussi migratori qualificati rappresenta una necessità economica e sociale, non una scelta ideologica», afferma Aodi. GLI ITALIANI ALL’ESTERO MERITANO RISPETTO. LO STESSO RISPETTO VA GARANTITO A CHI LAVORA IN ITALIA La rete associativa richiama inoltre il valore dell’emigrazione italiana nel mondo. «Milioni di italiani lavorano all’estero, in Europa, nei Paesi del Golfo, nelle Americhe e in numerose altre realtà internazionali, contribuendo alla crescita economica dei Paesi che li ospitano. Nessuno accetta che vengano discriminati per la loro origine. Lo stesso principio deve valere per chi vive e lavora regolarmente in Italia. Serve coerenza, serve rispetto e serve una visione moderna della società», dichiara Aodi. RE-IMMIGRAZIONE E BUONA IMMIGRAZIONE: SERVONO CHIAREZZA E SENSO DI RESPONSABILITÀ Sul dibattito politico che negli ultimi giorni ha rilanciato il termine “re-immigrazione”, il professor Foad Aodi invita ad abbandonare slogan e parole d’ordine poco chiare per concentrarsi invece su proposte concrete e applicabili. «Chiediamo a chi utilizza il termine “re-immigrazione” di spiegare con precisione cosa significhi e quali sarebbero le novità rispetto alle norme già esistenti. Da anni sosteniamo che chi sbaglia deve pagare, che chi vive in Italia deve rispettare le leggi e che chi non possiede i requisiti previsti dalla normativa deve regolarizzare la propria posizione oppure rientrare nel proprio Paese, salvo i casi previsti dal diritto internazionale per rifugiati e persone perseguitate. Non stiamo quindi parlando di principi nuovi, ma di regole che esistono già e che devono essere applicate con equilibrio e responsabilità», afferma Aodi. «Da oltre vent’anni, attraverso il Manifesto per una Buona Immigrazione, sosteniamo un modello fondato su immigrazione programmata, integrazione, legalità, diritti e doveri. Per questo diciamo no all’immigrazione irregolare e allo sfruttamento, ma diciamo anche no agli slogan utilizzati esclusivamente per finalità elettorali o per alimentare scontri tra forze politiche. Il tema dell’immigrazione è troppo importante per essere ridotto a una battaglia di propaganda», prosegue Aodi. «Occorre lavorare per garantire i diritti di tutti, nel rispetto dei doveri di ciascuno. Bisogna affrontare la realtà con pragmatismo. Ridurre drasticamente la presenza dei lavoratori di origine straniera significherebbe mettere in difficoltà interi comparti produttivi che oggi dipendono dal loro contributo. Le conseguenze ricadrebbero sulle imprese, sui servizi, sull’assistenza alle persone fragili e sulla competitività del Paese. Per questo servono programmazione, serietà e visione strategica, non parole d’ordine che rischiano di creare ulteriore confusione». COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, INTEGRAZIONE E DIALOGO: SERVONO RISULTATI CONCRETI Secondo Aodi, il tema migratorio non può essere affrontato esclusivamente all’interno dei confini nazionali, ma richiede una strategia più ampia fondata sulla cooperazione internazionale e sul rispetto degli accordi esistenti. «Bisogna rispettare e rafforzare gli accordi bilaterali con i Paesi di origine, collaborando in modo serio e concreto con le istituzioni e le comunità locali. Aiutare i Paesi d’origine significa investire realmente nella cooperazione internazionale, nella formazione, nello sviluppo e nelle opportunità per i giovani, non limitarsi a slogan o dichiarazioni di principio. Solo così si possono affrontare le cause profonde delle migrazioni e costruire percorsi sostenibili e condivisi», afferma Aodi. «Purtroppo negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a molte dichiarazioni e a pochi risultati concreti sui grandi temi dell’integrazione. Non abbiamo registrato passi avanti significativi sul dialogo interculturale e interreligioso, sulla piena valorizzazione delle seconde generazioni, sulla cittadinanza e sulla costruzione di un modello stabile di convivenza e partecipazione. Troppo spesso questi argomenti tornano al centro del dibattito soltanto durante le campagne elettorali, per poi scomparire una volta concluse», prosegue Aodi. «L’Italia ha bisogno di una visione di lungo periodo che metta al centro inclusione, legalità, diritti, doveri, cooperazione internazionale e dialogo tra culture e religioni diverse. Continuare ad affrontare questi temi esclusivamente con approcci emergenziali o con slogan politici non aiuta né gli italiani né le comunità di origine straniera che vivono e lavorano regolarmente nel nostro Paese» DAL MANIFESTO PER UNA BUONA IMMIGRAZIONE AL MANIFESTO UNIONE PER L’ITALIA Le associazioni ricordano il lavoro portato avanti negli ultimi venticinque anni attraverso il Manifesto per una Buona Immigrazione, il Manifesto per una Buona Sanità Internazionale e, più recentemente, il Manifesto Unione per l’Italia creato dal nascente Comitato Politico Uniti per Unire. «Da anni lavoriamo per promuovere integrazione, legalità, sicurezza, programmazione dei flussi migratori, valorizzazione delle competenze e partecipazione attiva alla vita del Paese. La buona immigrazione è una risorsa. L’immigrazione irregolare e lo sfruttamento sono invece fenomeni che vanno contrastati con fermezza. Confondere questi due aspetti significa fare cattiva informazione e creare divisioni sociali», afferma Aodi. IL CONTRIBUTO DEI PROFESSIONISTI DI ORIGINE STRANIERA IERI COME OGGI «Il nostro appello è alla responsabilità. Basta campagne basate sulla paura. Basta contrapposizioni tra italiani e cittadini di origine straniera. Ribadiamo il nostro no all’islamofobia, all’antisemitismo, al razzismo e a qualsiasi forma di discriminazione religiosa, culturale o etnica. Lavoriamo insieme per un’Italia più forte, più sicura, più giusta e più competitiva. Un’Italia che sappia valorizzare tutte le sue energie migliori nell’interesse delle nuove generazioni e del bene comune. Questo è lo spirito del Manifesto Unione per l’Italia», conclude Aodi. Ufficio Stampa Congiunto redazione@aiscnews.it Centro Medico Iris Italia – Roma | Tel. 06 8862793 www.unitiperunire.org www.aiscnews.org www.facebook.com/foadaodi1 AMSI Associazione di Medici di Origine Straniera in Italia
June 15, 2026
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