Tag - non discriminazione

Messina, non c’è posto per i devastatori in riva allo stretto
Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore forza. In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo Sì ponte. In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione noi. Su tutto. Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché di più ci guadagneranno. Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo. In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo invivibile la nostra quotidianità. Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono interessati. E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo. Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, la chiusura della Stretto di Messina Spa. Redazione Sicilia
August 9, 2026
Pressenza
Non distogliamo lo sguardo
Succede a Senigallia che, in uno dei tanti ristoranti del centro, nella piazza del Foro Annonario, una donna migrante e incinta che vende braccialetti venga aggredita. Un cliente del ristorante, invece di rispondere alle offerte — più o meno insistenti, cambia poco —, le tira l’acqua del suo bicchiere. Un gesto orribile. In una Senigallia addobbata a festa per l’economia estiva e per chi può permettersela, la richiesta di comprare un braccialetto diviene il pretesto per una deprecabile condotta. In una Senigallia che corre verso l’obiettivo irraggiungibile di essere una “città da vip”, meta turistica di punta, un cameriere del ristorante cerca di rimediare alla reazione della donna — agitata e offesa — con uno schiaffo, tra tavoli pieni e aperitivi a mezz’aria. Succede a Senigallia, nella calura anomala e sconcertante che tenta di raccontarci qualcosa, che il titolare del locale spinga una donna sopraggiunta per soccorrere la persona aggredita, allontanandola bruscamente e inveendo contro entrambe. Succede che, nell’euforia del primo lunedì di agosto, il velo dell’indifferenza si sia strappato, mostrandoci cosa si nasconde dietro, pronto a uscire per ridefinirci culturalmente e umanamente. Decidiamo di prendere parola perché a tutto questo vogliamo resistere, ricordando che ostilità, rifiuto dell’altro/a e discriminazioni non fanno grande una comunità e non sono la chiave per confrontarci con la marginalità e il disagio sociale e psichico. L’aggressività generata da questi fatti, osservata da molte persone ferme ai tavoli, è l’indice che ogni modalità di cura si sta sfaldando, proprio nel momento del bisogno. In tempi come questi l’unico welfare possibile è il prodotto della resistenza attiva, della solidarietà e della costruzione di rete sociale. Lo ribadiamo: l’assenza di rispetto non ci salverà da questo lento incedere verso un futuro sempre più incerto, né tanto meno porterà la nostra piccola città in cima alla vetta. Di queste alture facciamo ampiamente a meno a favore di un’orizzontalità capace di annullare il razzismo e il sessismo, da sempre funzionali alla scalata. Il modello maschilista e autoritario, pronto a disumanizzare l’altro/a, si sta riproponendo attraverso stravolgimenti politici e culturali e attraverso la “guerra globale a pezzi”; esso non è altro che l’estrema barricata di paura di fronte a un cambiamento già in atto. La paura di perdere il privilegio globale, la paura di contaminarci con altre culture, la paura di dover condividere risorse e pezzi di terra agibili, la paura della povertà, la paura di far cadere i ruoli di genere, la paura che qualcuno/a ci rubi il lavoro, il diritto di nascita e il dominio conquistato dall’uomo bianco: questa paura, quella dell’uguaglianza, può permeare la società, stordirla, inferocirla, renderla vile e indifferente, fino a farle accettare la follia della guerra. Serve un contenimento coeso nei confronti di questa “pedagogia della crudeltà”. Servono denunce pubbliche affinché il velo del dicibile sia rammendato e la società possa essere non solo un luogo selvaggio di guadagno, affari e arrivismo, ma una maglia relazionale per affrontare collettivamente queste paure, discuterne, decostruirle, convertirle in lotta sociale, in consapevolezza e non sublimarle con comportamenti violenti e discriminatori. Come attiviste femministe e transfemministe delle realtà associative e dei collettivi di Senigallia sosteniamo da sempre che la società abbia un ruolo fondamentale, educante, ricostituente e conflittuale, soprattutto nei momenti in cui l’istituzione viene meno a quella visione pacifica e tollerante in cui i diritti possano ampliarsi e non comprimersi, alimentando ulteriormente le marginalità, l’isolamento dei più vulnerabili e la permeabilità all’odio, alla violenza e alla criminalità organizzata che da sempre, di tutto questo, sa come approfittarsi. L’inviolabilità della persona rimane un limite invalicabile, soprattutto se riguarda una persona portatrice di stigmi sociali dettati da etnia, classe e sesso; per questo, la gravità di quello che è successo non va taciuta. Succede a Senigallia che pochi uomini impauriti dimostrino odio, e che tante e tanti rispondano con rabbia e femminismo. Per queste ragioni, le nostre realtà associative rivolgono un accorato appello alla cittadinanza, alle istituzioni, agli operatori economici e al tessuto sociale di Senigallia affinché: 1. Si condanni ogni forma di prevaricazione. Non ci si volti dall’altra parte di fronte a gesti di odio, discriminazioni e violenza fisica e verbale nei confronti di tutti, in particolare nei confronti dei più vulnerabili e quindi minori, donne, persone in difficoltà economiche e sociali, anziani; 2. Si tuteli la dignità umana nello spazio pubblico. Riaffermare che Senigallia è e deve rimanere una comunità accogliente, plurale e antirazzista, dove il rispetto della persona viene prima di qualsiasi decoro di facciata. Libera Presidio di Senigallia Attilio Romanò Collettivo Transfemminista Ortica Rete Femminista Marche molto+di194 Centro Sociale Arvultura Coordinamento donne SPI CGIL di Senigallia FactoryZeroZero APS Ass. Dalla parte delle Donne GrlS Marche ARCI Senigallia APS Scuola di Pace “V. Buccelletti” Comune di Senigallia Rete per la Pace Subito Senigallia Domenica 9 agosto a partire dalle 18.30 Centro Sociale Arvultura, Collettivo Trasfemministra Ortica e Scuola di Italiano per stranieri Penny Wirton hanno indetto un presidio in una piazza del centro, Piazza Saffi   Redazione Marche
August 9, 2026
Pressenza
Sulla chiusura del centro islamico di Borgo Marina a Rimini
La chiusura del Centro islamico di Borgo Marina non è una vittoria delle regole, ma il fallimento discriminatorio di una politica che cancella i diritti fondamentali. Gridare al trionfo per la sospensione delle attività del centro culturale Al Tawhid svela la natura reazionaria e securitaria della destra riminese, incarnata da Gioenzo Renzi. Per 22 anni l’unica “battaglia” portata avanti da Fratelli d’Italia non è stata quella per garantire spazi dignitosi e sicuri a migliaia di cittadini di fede musulmana, ma una persecuzione burocratica e ideologica volta a escluderli dal tessuto sociale. Parlare di “incompatibilità” e sventolare controlli igienico-sanitari e verifiche dei Vigili del Fuoco è pura ipocrisia. Se una struttura di 130 metri quadrati era insufficiente a contenere centinaia di fedeli, il dovere di una politica inclusiva e civile era trovare una soluzione alternativa, non esultare per la sua scomparsa. La libertà di culto è un diritto garantito dalla Costituzione, ma a Rimini la destra preferisce calpestarlo pur di racimolare consenso elettorale, trasformando un problema di spazi in una caccia alle streghe contro la comunità bengalese. La “rigenerazione” e il “recupero dell’identità riminese” auspicati da Renzi sono sinonimi di gentrificazione ed epurazione culturale. Borgo Marina non tornerà alla “normale vivibilità”, ma diventerà un quartiere più povero, privato di un punto di riferimento sociale e spirituale che per anni ha garantito aggregazione. Questa non è la fine di una battaglia legittima: è una vergogna politica che priva la città della sua anima multiculturale e accogliente, lasciando spazio solo all’intolleranza. Ufficio stampa-Rimini EcoSocialista Redazione Romagna
August 7, 2026
Pressenza
Polizia senza legittimazione e crescita della devianza
L’anno in corso passerà alla storia per l’acutizzarsi delle criticità del rapporto tra polizia e cittadini. Dal caso di Rogoredo, col tentativo di manipolare le prove, alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna in seguito all’intervento delle forze dell’ordine, le cronache si riempiono di episodi tragici, che mettono in dubbio la credibilità delle forze dell’ordine sotto il profilo della tutela della legislazione e degli istituti dello Stato di diritto. Altri episodi, come l’uso dei lacrimogeni ad altezza uomo, che a Bologna, il 2 ottobre 2025, ha comportato la perdita dell’uso di un occhio per un’attivista pro Pal, mentre a febbraio, al Pilastro, nel corso delle manifestazioni “Mubasta”, solo per caso la tragedia è stata evitata, hanno portato a interrogarsi sull’operato delle forze dell’ordine_  Da molte parti si insiste sulla necessità di istituire protocolli e formazione adeguata per evitare queste degenerazioni. Dall’altro lato, i disordini avvenuti nei giorni scorsi a Bologna in occasione della manifestazione per Fakir, e in Val di Susa durante gli scontri tra No Tav e polizia, fanno affermare, al Governo e ai fautori di legge e ordine, che siamo di fronte a una nuova ondata di radicalizzazione violenta. Una tendenza che si accompagna all’aumento quantitativo e qualitativo di minacce all’ordine pubblico, proveniente sia dai movimenti che da migranti, rom e “maranza”, e renderebbe necessario un ulteriore giro di vite in senso repressivo. Alla luce delle tendenze in atto, si rende necessario compiere uno sforzo di lucidità, per analizzare le dinamiche della conflittualità e del divario sempre più ampio tra pubblico e forze dell’ordine nella sua complessità. All’interno della cornice neo-liberista, fondata sulla logica binaria tra inclusione ed esclusione, che mira al contenimento delle forze individuali e sociali che eccedono il discorso della competizione, la polizia, come principale interfaccia tra lo Stato e la società, svolge un ruolo fondamentale. Che, dall’altro lato, non può non tenere conto delle limitazioni vigenti a partire dalla Costituzione e dagli organi dello Stato di diritto. Una contraddizione acuta, che può essere meglio compresa facendo leva su tre strumenti concettuali. Il primo è quello dell’amplificazione della devianza, sviluppato da Stanley Cohen (1971). Il secondo aspetto, è quello della cultura della polizia, così come articolato da Robert Reiner (1985). Questi due ambiti, si tengono insieme attraverso la crisi di legittimità di cui parlava, nel 1977, Jurgen Habermas. Attraverso queste tre categorie concettuali, possiamo capire meglio la crisi del rapporto tra pubblico e polizia, e provare a delineare delle vie d’uscita. Partendo dal primo aspetto, Cohen proponeva una lettura transazionale del rapporto tra forze dell’ordine, come parte degli apparati di potere, e gruppi sociali marginali. Da una parte, l’etichettamento, la stigmatizzazione, la repressione di specifici individui gruppi sociali, comporta la loro marginalizzazione rispetto alla società ufficiale. Dall’altra parte, chi è oggetto di questo tipo di approccio, non subisce passivamente, ma agisce in modo conseguente. Sia alimentando e giustificando il proprio risentimento verso le forze dell’ordine e gli apparati statali, sia esprimendolo attraverso la messa in atto di comportamenti oppositivi, che, talvolta, possono sfociare in palesi violazioni della legge o in atteggiamenti minacciosi. Di solito, notava Cohen, basta un evento critico, alimentato dal panico morale e dai pregiudizi, per scatenare una repressione insensata e giustificare provvedimenti più drastici, che risultano in un’ulteriore marginalizzazione. Il sociologo-anglo sudafricano elaborò questo schema nel 1971, per analizzare la repressione di Mods and Rockers da parte della polizia inglese negli anni sessanta. Eppure sembra perfettamente aderente al contesto italiano odierno. Alle proteste politiche, al diffuso malessere sociale, alle rivendicazioni emancipative mosse dai migranti, si risponde coi decreti sicurezza, con la militarizzazione del territorio, con le zone rosse, con le tenute anti-sommossa. A cui si sommano gli episodi tragici sopraccitati. Da un contesto del genere, che altresì rifiuta a bella posta ogni possibilità di negoziazione e mediazione, ci sono forti probabilità che scaturiscano derive distruttive. All’interno della cornice della stigmatizzazione, accentuata dal neoliberismo contemporaneo, si pone però l’elemento soggettivo della cultura della polizia, ovvero del modo in cui le forze dell’ordine danno senso al loro operato. Reiner parlava di machismo, isolamento, cinismo, mission, conservatorismo politico nell’individuazione delle categorie che strutturavano le pratiche di polizia. In Italia esiste una variabile ulteriormente qualificante. Nel nostro paese ha preso piede, sin dall’Unità, il modello continentale di polizia. Ovvero l’idea, sviluppata da Napoleone III in Francia e da Bismarck in Germania, che le forze dell’ordine siano investite, in quanto articolazione dello Stato, di compiti di natura etica, orientati a scremare i comportamenti ammissibili da quelli deprecabili in un’ottica di educazione dei cittadini al rispetto delle regole, ispirato da una concezione che guarda con diffidenza le aggregazioni e la circolazione spontanea. È proprio questa concezione a ispirare l’esecutivo attuale, quando la premier proclama che criticare i poliziotti è pericoloso. Soprattutto, è una prospettiva che, tra le nostre forze di polizia, attinge a un humus storico di lunga durata. Che si snoda dai primi anni di vita dello Stato-Nazione attraverso il fascismo, il dopoguerra, Genova e arriva ai giorni nostri. Le lotte per la smilitarizzazione della polizia, l’apertura verso la società degli anni Settanta, avevano posto, in qualche modo, un argine a questa caratteristica. Ma, esauritesi le spinte innovatrici che le avevano generate e favorite, si è tornati al vecchio modello. È difficile parlare di formazione dei poliziotti; la legge contro la tortura, nel 2017, è stata approvata a fatica; non sé potuta insediare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova del luglio 2001, anche per la forte resistenza interna alle forze dell’ordine. Che si è saldata sia con le forze politiche che fanno di legge ed ordine la loro cifra, sia con chi, dall’altro lato dello spettro politico, declina l’idea della legalità in senso repressivo. La concezione etica dell’operato delle forze di polizia continua a predominare sia all’interno che all’esterno, pregiudicando ogni possibilità verso una riflessione che produca modelli alternativi di governo dell’ordine pubblico. Ogni discorso innovativo, riformatore, riesce difficile nel contesto socio-politico attuale. La sfera politica non riesce più, o non vuole più, intercettare, filtrare e canalizzare le domande provenienti dal basso. I tagli alla spesa pubblica, speculari all’individualismo e alla privatizzazione neoliberale, non lo consentono. Anche in conseguenza della pressione esercitata da attori esterni, privi di consenso politico. La povertà, il malessere, il disagio sociale, si diffondono, comportando una crescente alienazione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche. L’inquietudine si declina in due modi: uno è quello di produrre e attuare discorsi e pratiche oppositive che oggi, a differenza di quanto avveniva fino a pochi anni fa, non sono più filtrare da elaborazioni collettive. Ne consegue una rabbia sociale tanto immediata quanto, a volte, politicamente immatura, dannosa a lungo termine. Che finisce, in parte, per alimentare l’altra forma di inquietudine, ovvero il securitarismo, laddove il diritto alla sicurezza diventa un surrogato della sicurezza dei diritti. Per uno Stato sempre più delegittimato, svuotato delle sue prerogative, il ricorso a politiche repressive muscolari rappresenta l’unica forma rimasta per costruire e riprodurre consenso. Da qui la fortuna della destra in Europa e negli Usa. Che però si concreta nella creazione di un cortocircuito tra rabbia sociale e repressione che deborda nella restrizione delle libertà civili e politiche, oltre che nel rifiuto di progettare e attuare politiche sociali diverse. Viviamo in tempi grevi, avrebbe detto Leonardo Sciascia. Per questo è necessario non perdere la calma e ripartire dalle certezze che abbiamo. Poche ma buone e solide. Come la nostra Costituzione e l’accento che pone sui diritti. *PROFESSORE ASSOCIATO IN SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE Redazione Italia
August 7, 2026
Pressenza
Milano, multe per i cori in piazza
La Digos sanziona decine di manifestanti per “grida sediziose” durante il corteo del 13 maggio in solidarietà con le persone denunciate per il 22 settembre. L’assemblea delle persone colpite denuncia un precedente pericoloso: fino a 2.400 euro per slogan contro guerra, polizia e repressione_ Decine di sanzioni amministrative, ciascuna di diverse centinaia di euro, sono state notificate dalla Digos di Milano ad alcune delle persone che il 13 maggio avevano partecipato a un corteo spontaneo in solidarietà con le manifestanti e i manifestanti denunciati per la mobilitazione del 22 settembre. La contestazione è quella di avere pronunciato “grida sediziose”, una fattispecie di origine fascista oggi utilizzata per colpire slogan e cori scanditi durante una manifestazione politica. A denunciare quanto accaduto è l’assemblea delle persone multate, costituitasi per organizzare una risposta comune, sostenere i ricorsi e impedire che questa modalità repressiva si consolidi come prassi ordinaria. Secondo quanto riferito nel comunicato, nei verbali sono riportate espressioni quali «Resistiamo e sabotiamo le guerre dei potenti», «Il 22 settembre c’eravamo tuttx, blocchiamo tutto» e il coro francese «Tout le monde déteste la police». Frasi che fanno parte del linguaggio politico di numerose mobilitazioni e che, fino a oggi, non erano state normalmente trattate come il presupposto per sanzioni economiche tanto pesanti. La vicenda deve essere letta alla luce delle modifiche introdotte dall’ultimo decreto Sicurezza. La norma sulle grida sediziose, nata durante il fascismo e successivamente depenalizzata nel 1999, era già sopravvissuta nell’ordinamento come illecito amministrativo. Nel 2026 il governo ne ha però irrigidito il regime sanzionatorio, innalzando l’importo delle multe fino a 2.400 euro. Una disposizione apparentemente secondaria, quasi residuale, viene così recuperata e resa concretamente utilizzabile contro chi partecipa alle manifestazioni. Il problema non riguarda soltanto l’entità delle singole multe. Riguarda il cambiamento di strategia repressiva che esse rappresentano. Un procedimento penale richiede indagini, l’individuazione di responsabilità personali, il contraddittorio con la difesa e, infine, la decisione di un giudice. La sanzione amministrativa consente invece di produrre un effetto immediato, trasferendo sulla persona colpita l’onere economico e materiale di presentare ricorso. Anche quando la contestazione sarà successivamente annullata, il suo obiettivo intimidatorio può essere già stato raggiunto: costringere chi manifesta a dedicare tempo, denaro ed energie alla propria difesa e indurre altre persone a valutare il costo della partecipazione politica. La cosiddetta depenalizzazione non coincide quindi necessariamente con una diminuzione della pressione repressiva. Il passaggio dal penale all’amministrativo può rendere l’intervento più rapido, meno garantito e più facilmente ripetibile. È la stessa dinamica già osservata nell’applicazione del nuovo articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, attraverso il quale sono state comminate multe di migliaia di euro per manifestazioni non preavvisate, modifiche dei percorsi concordati o iniziative organizzate spontaneamente. In entrambi i casi, il ricatto economico diventa uno strumento per limitare concretamente l’esercizio del diritto di riunione e di espressione. Nel caso milanese, la contestazione appare particolarmente grave perché investe direttamente il contenuto politico della protesta. Non vengono sanzionati danneggiamenti, aggressioni o condotte materialmente pericolose, ma parole pronunciate collettivamente in piazza. La qualificazione di uno slogan come “sedizioso” affida alle autorità di pubblica sicurezza un ampio potere interpretativo sul confine tra critica politica lecita e discorso ritenuto pericoloso per l’ordine costituito. Il rischio è che la forza polemica di una manifestazione venga trattata come un illecito proprio perché capace di contestare le politiche del governo, la guerra, l’operato della polizia o la repressione delle lotte sociali. L’assemblea delle persone multate osserva che non sono quei cori a essere improvvisamente diventati più pericolosi. A essere cambiato è il contesto nel quale vengono pronunciati. In una fase segnata dal riarmo, dalla preparazione alla guerra e dalla crescente criminalizzazione delle mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, il governo mostra di considerare sempre meno tollerabili le forme di dissenso che sfuggono ai percorsi istituzionali e mettono in discussione le sue scelte politiche. La repressione non colpisce soltanto le condotte individuali eventualmente illecite, ma cerca di disciplinare il linguaggio, le relazioni e le pratiche collettive di chi scende in piazza. Le multe per “grida sediziose” si aggiungono così a un apparato già ampio: reati associativi utilizzati nelle indagini sui movimenti, fermi preventivi fino a dodici ore, fogli di via, sorveglianze speciali, sanzioni per le manifestazioni non preavvisate, arresto in flagranza differita e norme che rafforzano le tutele per gli appartenenti alle forze dell’ordine. Non si tratta di provvedimenti indipendenti, ma di strumenti che concorrono a spostare il confine tra libertà politica e controllo poliziesco, anticipando l’intervento repressivo e riducendo il ruolo del giudice. Il corteo del 13 maggio era nato per esprimere solidarietà alle persone denunciate per la grande mobilitazione milanese del 22 settembre. Colpire anche quella risposta collettiva significa tentare di interrompere la catena della solidarietà attraverso un meccanismo cumulativo: prima le denunce per la manifestazione originaria, poi le multe contro chi protesta in difesa delle persone denunciate. È un sistema che mira a isolare i singoli, separandoli dal contesto politico e umano nel quale hanno agito, e a trasformare ogni nuova iniziativa solidale in un’ulteriore occasione di sanzione. Per questa ragione l’assemblea ritiene essenziale impugnare i verbali e costruire una difesa comune. Non soltanto per evitare che le persone colpite debbano sostenere sanzioni ingiuste, ma per impedire che l’uso della norma sulle grida sediziose venga normalizzato e replicato in altre città. Lasciare incontestati questi provvedimenti significherebbe accettare che slogan abitualmente pronunciati nelle piazze possano essere selezionati dalla polizia e trasformati in illeciti sulla base del loro contenuto politico. La risposta annunciata parte quindi dalla solidarietà concreta e dalla consapevolezza degli strumenti di difesa disponibili. Il ricorso contro le sanzioni non è considerato un fatto individuale, ma parte della stessa battaglia per difendere il diritto di manifestare, esprimere conflitto e sostenere chi viene colpito dalla repressione. Perché quando lo Stato prova a rendere economicamente insostenibile il dissenso, nessuna persona multata può essere lasciata sola. https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/08/La-digos-di-milano-ha-spiccato-decine-di-multe-da-centinaia-euro-luna-per-grida-sediziose-o.mp4 Osservatorio Repressione
August 6, 2026
Pressenza
La repressione raccontata a mio figlio
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero_ In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano. In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio. Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze, pena la vittoria della destra. Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la realtà. C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire l’ascesa di Vannacci. La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno conflittuali e violente. La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che Vannacci arrivi davvero al potere. Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme. Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse stato così, oggi ci farebbe sorridere. Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e sfruttamento. La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di raccontare. Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio. Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le cose a chi finge di non capirle. C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi industriali dei settori energetico, militare e tecnologico. Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo vecchi per preoccuparsene davvero. Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro sono i buoni. Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine, delle loro infrastrutture e del loro potere. Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il proprio potere e diventano ancora più cattivi. Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi. Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine non c’è, lo inventa. Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro. Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme? Queste sono le domande politiche all’altezza del presente. Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili. Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa, legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto quando chi subisce decide di reagire. Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro, nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e la devastazione ambientale. Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare qualcosa di infinitamente più violento di loro. Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza. Redazione Italia
August 6, 2026
Pressenza
Morire disperati nei carceri della Sardegna
Ogni settimana in Sardegna, ma anche nel resto d’Italia, leggiamo di detenuti nei carceri che muoiono spesso suicidi, o con atti di grave autolesionismo, nel tentativo di attirare l’attenzione del Sistema reclusorio, che dovrebbe rispettare la nostra Costituzione, il quale prevede che il periodo detentivo si deve fare in modo che la persona venga seguita in un percorso di recupero alla vita sociale. Ma questa è fantasia o demagogia, sappiamo tutte/i del sovraffollamento negli Istituti dell’Isola, in particolare ad Uta e Bancali. L’ultimo episodio (ultimo?)  avvenuto nella Casa Circondariale ad Uta, è la morte di un giovane di 32 anni affetto da un grave disturbo mentale; non ci interessa il reato per il quale era recluso, ma non è possibile che una persona con problemi psichiatrici debba restare in una cella invece che in un Servizio della Sanità regionale. Varie associazioni quali Asarp e SDR hanno denunciato in questi anni e pure ultimamente, le carenze delle strutture, a partire dalla assistenza sanitaria e psichiatrica, fortemente carente e d’altronde la legge 81 impone allo Stato e alle Regioni di evitare la carcerazione di persone con disturbo mentale. Gli attuali Istituti penitenziari spesso non hanno neppure gli spazi adatti né tutte le figure professionali necessarie (psichiatri, psicologi, infermieri della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali e pensiamo anche a chi ha problemi di mobilità o non è autosufficiente) e non si può pensare di scaricare la responsabilità delle morti nel personale della Polizia Penitenziaria, che ha altri compiti. E neppure ci si può basare sui volontari che pure fanno un meraviglioso lavoro di assistenza psicologica. Il Ministro come sempre invierà degli ispettori. Cosa sta facendo o proponendo l’Amministrazione regionale? Quale assistenza sanitaria è prevista per gli istituti detentivi dell’Isola? Sono domande minime a cui una classe politica deve dare risposte alla società che le avanza. La situazione di Uta è gravissima: su 750 detenuti, molti di più del previsto, quasi 250 presenterebbero una doppia diagnosi, cioè la compresenza di una patologia psichiatrica e di una dipendenza. È di questi giorni un disegno di legge, già passato nella Commissione del Parlamento, sulla possibilità che le persone con diagnosi di patologie da dipendenza non debbano restare recluse ma inviate in strutture esterne. Il Ministro dichiara che ci sono 10.000 detenuti che potrebbero usufruirne. A questo proposito ci chiediamo perché le Colonie penali dell’Isola, vere aziende agrarie, siano in gran parte abbandonate, mentre potrebbero svolgere un’utile funzione di recupero, ma con personale adeguato. In Sardegna stanno per arrivare i detenuti del 41 bis che aggraveranno la situazione per la vigilanza e l’assistenza sanitaria. La Garante per i Diritti dei detenute/i regionale, Irene Testa, denuncia continuamente questo stato di cose, così come don Gaetano Galia, cappellano del carcere di Bancali che sui giornali ha dichiarato che nel 1978 la legge Basaglia (ottima legge mal applicata) ha chiuso i manicomi, ma in realtà sono stati spostati dentro le carceri. Così come Anna Cherchi, la Garante comunale di Sassari per i detenuti, ha dichiarato anche lei sui giornali che tante vite si potrebbero salvare, se si parlasse meno e si agisse di più; servono più strutture per i servizi psichiatrici. Non si può morire disperati nei Carceri Sardi. Giancarlo Nonis, presidente ARCADIA Sardegna ETS-OdV Redazione Sardigna
August 4, 2026
Pressenza
NASpI estesa a chi costretto a licenziarsi per sfuggire alla violenza
Il Messaggio INPS n. 2540 del 3 agosto 2026 riconosce il diritto all’indennità mensile di disoccupazione (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) alle lavoratrici e ai lavoratori costretti a dimettersi per sottrarsi a violenze o atti persecutori, anche quando questi provengono da soggetti estranei all’ambiente di lavoro, come un ex-partner o uno stalker.  La segretaria della CISL Romagna commenta: “un passo importante da tradurre in tutela concreta”. “Fino a oggi la tutela della disoccupazione involontaria restava ancorata quasi esclusivamente a fatti legati al posto di lavoro – ha dichiarato Elena Fiero – Con questo provvedimento l’INPS riconosce che anche una violenza subita fuori dall’azienda può giustificare le dimissioni per giusta causa, quando costringe una persona a lasciare il proprio impiego per tutelare la propria incolumità. Chi è costretto a dimettersi per mettersi in salvo non sta facendo una scelta libera, ma un atto di autodifesa, e come tale va sostenuto economicamente, non penalizzato”. Nel comunicato stampa CISL Romagna spiega: “Il provvedimento nasce da un confronto tra l’INPS e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ha richiamato anche la Raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2002 sulla protezione delle donne dalla violenza. La tutela, precisa il messaggio INPS, non è automatica: serve dimostrare, con elementi oggettivi e documentati, un collegamento tra la violenza subita e l’impossibilità di continuare a lavorare, ad esempio un impatto grave sull’equilibrio psicofisico della persona, oppure minacce e molestie legate al tragitto casa-lavoro”. “È una tutela reale, ma richiede di essere documentata con attenzione – osserva Elena Fiero – Ci rendiamo conto di quanto sia difficile trovarsi davanti a una scelta come questa: restare in un lavoro che non si riesce più a raggiungere in sicurezza, o dimettersi rischiando di perdere ogni tutela economica. Che questa condizione venga oggi riconosciuta per quello che non è non una scelta libera, bensì un atto di autodifesa, è un segnale importante.” La tutela economica è solo una parte della risposta, evidenzia Elena Fiero: “La NASpI può essere un sostegno importante nel momento più difficile, ma non risolve il problema alla radice. Bisogna agire in primis perché nessuna donna debba abbandonare il proprio posto di lavoro per paura per la propria incolumità. Lo ripetiamo da tempo: la violenza contro le donne si combatte innanzitutto con un salto culturale: serve un cambiamento profondo nel modo in cui la nostra società guarda ai rapporti tra uomini e donne, nei luoghi di lavoro come nelle famiglie e nelle scuole.. Le tutele economiche e normative sono necessarie, ma da sole non bastano se non sono accompagnate da un lavoro costante di educazione, prevenzione e sensibilizzazione, fin dalle nuove generazioni”. Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza
A Roma “per la libertà, per la speranza” delle donne afghane
In Afghanistan alle donne è vietato correre, così come praticare qualsiasi attività sportiva negli spazi pubblici. Un gesto semplice e quotidiano, che in molti Paesi rappresenta un momento di benessere e libertà, è diventato per loro un atto proibito e rischioso… Eppure correre significa molto più che fare sport. È un’espressione di libertà, autodeterminazione e resistenza. In un Paese in cui le restrizioni limitano fortemente la presenza femminile nello spazio pubblico, poter fare attività fisica, incontrarsi e sostenersi a vicenda assume un profondo valore simbolico e umano. Per questo Free to Run, organizzazione che promuove l’uguaglianza di genere attraverso lo sport, utilizza la corsa come strumento per rafforzare l’autonomia, il benessere psicologico e la leadership di ragazze e giovani donne che vivono in contesti di conflitto. Sabato 1° agosto, al Parco degli Acquedotti di Roma, Free to Run ha organizzato “Corri per la libertà, corri per la speranza”, una corsa e camminata solidale di 5 chilometri alla quale hanno aderito anche CISDA e l’Associazione Newroz. L’iniziativa è nata per sostenere le donne afghane, private del diritto allo sport, all’istruzione, alla libertà di movimento e, più in generale, dei loro diritti fondamentali. Attraverso questa camminata collettiva si è voluto dare voce alla loro resistenza e sostenere la speranza di chi, nonostante condizioni sempre più difficili, continua a creare spazi sicuri di incontro, benessere e solidarietà. L’iniziativa è stata anche un momento di condivisione e riflessione. Le giovani donne afghane che hanno promosso l’iniziativa hanno raccontato il dolore e le difficoltà che il loro Paese sta vivendo, invitando i partecipanti a trasformare una semplice corsa in un gesto concreto di vicinanza e sostegno. Cinque chilometri percorsi insieme per affermare un principio semplice ma fondamentale: nessuna donna dovrebbe essere privata della libertà di muoversi, studiare, fare sport e costruire il proprio futuro. Insieme abbiamo corso per la libertà, la dignità, il diritto all’istruzione, l’uguaglianza e contro l’apartheid di genere che oggi colpisce le donne e le ragazze afghane. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
August 4, 2026
Pressenza
Quelli che seminano vento…
«Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio)». Così si apre il contributo di Marco Revelli (“pezzo” che ai nostri sollecitiamo di leggere integralmente) pubblicato sulle pagine di  “Volere la Luna”, di cui Pressenza ripropone una versione ridotta, ritenendo l’intervento dell’eminente politologo un’importante riflessione fuori dal coro del gran gioco mediatico-politico, volto alla «stigmatizzazione indignata dei manifestanti condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta»[accì]   Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”, l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia) fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi. Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi, via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione violenta subita, quasi per legge naturale produce… So bene che il pensiero dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in nome di un presentismo totalizzante.  [..] Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto, mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50 gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici… Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro (quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì) del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre 2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un “odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri (cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito. Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri –  che solo una condivisa pratica nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare. […] Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola, scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’ andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti che contano, Tribunali civili e penali … Chi possedeva di fatto il monopolio della decisione non avrebbe ascoltato ragioni…Ampliando il controllo militare dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie, indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20 milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare, dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi” erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in questo angolo di mondo lo spirito del tempo. […] Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue “centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente “ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare all’assedio?   ARTICOLI CORRELATI NICOLETTA DOSIO, “TRA RESISTENZA E REPRESSIONE: LA CRONACA DEL CORTEO NO TAV RACCONTATA DA DENTRO” CONFERENZA STAMPA DEL MOVIMENTO NO TAV: “C’ERAVAMO, CI SIAMO E … VAL SUSA, VIOLENZA STRUTTURALE E VIOLENZA CONTRO LE COSE   Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza