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Il cambiamento tradito di Arévalo
La vittoria elettorale di Bernardo Arévalo e del suo Movimiento Semilla nel giugno del 2023 aveva risvegliato in buona parte della popolazione la speranza che un Guatemala meno diseguale fosse possibile. Al suo fianco si era mobilitata gran parte della popolazione urbana e rurale per difendere una vittoria che il cosiddetto “patto dei corrotti” voleva frenare a tutti i costi. Quest’ultimo è un’alleanza informale, trasversale e impunita di potere politico, economico, giudiziario e militare, il cui obiettivo è la cooptazione delle istituzioni, il controllo del Paese e l’arricchimento tramite fondi pubblici. Per circa 100 giorni, strutture di governo originarie comunitarie – come quella dei 48 Cantoni di Totonicapán, i municipi di Sololá e Sacapulas, e settori dei popoli Ixil, Ch’orti’, Xinka, Mam e Garifuna –, insieme a organizzazioni contadine e indigene, erano scese in piazza contro i tentativi degli organi di giustizia di annullare le elezioni e dichiarare illegale il movimento/partito di Arévalo. Giustizia sociale, sviluppo inclusivo, lotta alla corruzione e ripristino delle istituzioni democratiche erano i cavalli di battaglia del programma elettorale del neopresidente. Temi che avevano fatto breccia e che lo avevano portato a vincere ampiamente il ballottaggio (agosto 2023), nonostante la bassa affluenza alle urne (45%, con una riduzione del 16% rispetto al primo turno). Una boccata di ossigeno per una nazione segnata da sanguinosi conflitti armati, profonde divisioni razziali e un modello economico imposto dalle classi dominanti (ladinos). Un sistema fortemente neoliberista, estrattivista, agro-esportatore e oligarchico che, pur garantendo una grande stabilità macroeconomica, genera una profonda disuguaglianza sociale. Quasi il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (Indagine Nazionale sulle Condizioni di Vita – Encovi 2023), una percentuale che sale al 75% tra la popolazione indigena e che tocca picchi del 90% in dipartimenti come l’Alta Verapaz (Istituto Nazionale di Statistica 2024). A questi quadro si aggiunge un tasso di lavoro informale che supera il 70%, una grave situazione di malnutrizione cronica infantile che colpisce circa il 44% dei bambini sotto i cinque anni e una forte dipendenza delle famiglie guatemalteche dalle rimesse inviate dai migranti. Nel 2026, queste ultime hanno raggiunto la cifra record di quasi 18 miliardi di dollari, sostenendo quasi da sole il consumo interno. Una situazione che, tuttavia, potrebbe progressivamente deteriorarsi a causa delle restrizioni migratorie degli Stati Uniti: durante i primi otto mesi dell’anno, infatti, le deportazioni verso il Guatemala sono aumentate del 47,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un totale di oltre 46 mila persone rimpatriate. La profonda dipendenza strutturale dagli Stati Uniti – basti pensare che il 73% delle esportazioni verso questa nazione gode di “zero dazi”, legando a doppio filo la competitività agraria e industriale guatemalteca alle politiche di Washington – va di pari passo con la politica diplomatica impostata dal presidente Arévalo, volta a consolidare il Guatemala come un socio affidabile e un alleato strategico di Washington. Si tratta indubbiamente di un’enorme Spada di Damocle a stelle e strisce che pende minacciosamente sul destino del Paese. Nel frattempo, mentre le grandi aziende godono di enormi esenzioni fiscali, lo Stato rimane uno dei più deboli del continente. Con una pressione fiscale di appena l’11-12% del PIL – tra le più basse al mondo –, le istituzioni pubbliche affrontano enormi difficoltà nel finanziare politiche sociali e investimenti strutturali a beneficio della popolazione. Democratizzare le istituzioni e saldare l’enorme debito dello Stato in termini di memoria e diritti umani era un’altra delle grandi aspettative riposte nel nuovo governo. Quando si parla di Guatemala, infatti, la memoria corre immediatamente alle oltre 200 mila vittime del cosiddetto “conflitto armato interno” – con più di 45 mila desaparecidos –, l’85% delle quali di etnia Maya (Rapporto“Nunca Más” del progetto interdiocesano REMHI del 1998; “Guatemala: Memoria del Silencio” della Commissione per il Chiarimento Storico delle Nazioni Unite del 1999). La politica della “terra bruciata”, classificata dalla Commissione ONU come genocidio, si tradusse in 626 massacri compiuti da forze governative, violenze sessuali sistematiche contro le donne Maya, l’infanticidio di migliaia di bambini, lo sfollamento interno di quasi 1,5 milioni di persone e l’esilio per oltre 150 mila guatemaltechi. Una carica di responsabilità enorme per Arévalo il quale,nonostante abbia dovuto affrontare fin dall’inizio il sabotaggio politico istituzionale, una difficile situazione economica e un apparato giudiziario apertamente ostile, non ha mai mostrato la capacità o, forse, la volontà di mettere in pratica quelle promesse di cambiamento contenute nel suo programma di governo. Proprio per questo, a meno di un anno dalle prossime elezioni generali (giugno 2027), il panorama della nazione centroamericana appare sempre più complesso e si agitano i fantasmi di un possibile golpe. “Arévalo ha sicuramente trovato grossi ostacoli sul suo cammino, ciononostante è apparso evidente quanto sia diverso proclamare lotte ideologiche da una scrivania rispetto ad assumere la responsabilità della guida politica di un Paese. L’incapacità mostrata sul campo nel coordinare azioni e strategie con i movimenti e i settori che lo avevano sostenuto, insieme alla mancanza di volontà nel dare protagonismo e partecipazione alle fasce storicamente più vulnerabili, emarginate e discriminate, ha avuto effetti devastanti per il governo”, spiega a Pagine Esteri il coordinatore del Consiglio Politico dei Sindacati Globali del Guatemala, Francisco Mendoza. Questa situazione ha alimentato il crescente malessere tra la popolazione e i movimenti alleati. Parallelamente, l’esecutivo non è riuscito a incidere sulla destrutturazione dei gruppi di potere – spesso legati al crimine organizzato – che continuano a controllare l’apparato statale, economico e politico del Paese. A questo quadro si aggiunge una complessa congiuntura internazionale, i cui effetti economici gravano sulle nazioni centroamericane attraverso l’aumento del costo dei carburanti e, quindi, dei beni di prima necessità. Uno scenario ulteriormente esacerbato dagli impatti del cambiamento climatico e da una grave siccità, di fronte ai quali il governo Arévalo si ritrova privo di strumenti adeguati ad alleviare le ripercussioni sull’intera società. Le proteste degli ultimi giorni sono state represse con vari arresti e il loro presunto legame con il crimine organizzato, tesi ventilata dal capo di Stato, non regge. “Il governo sta perdendo buona parte della sua credibilità e del sostegno politico della popolazione, lasciando spazio a frustrazione e disincanto che potrebbero allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica. Tale scenario si inserisce in un contesto elettorale frammentato con oltre trenta opzioni politiche – ma si parla addirittura di cinquanta –, i cosiddetti “partiti di cartone”. La cosa più probabile, quindi, è un’offerta ampia ma sempre meno significativa, a fronte di una partecipazione in costante calo, soprattutto tra i giovani. Lo scenario perfetto per i gruppi di potere oligarchico per riprendere il controllo assoluto del Paese”, sostiene Mendoza. Secondo gli ultimi sondaggi, la percentuale di disapprovazione per il governo Arévalo ha superato il 52%, mentre peggiora la situazione della sicurezza con un aumento significativo delle morti violente, specialmente dei femminicidi, dell’estorsione, furti di armamento militare e fughe dalle carceri. Per Jubenal Quispe (Ollantay Itzamná), ricercatore, antropologo e attivista sociale, lo scenario era ampiamente prevedibile. “Arévalo rispondeva agli interessi dei democratici statunitensi e godeva del sostegno dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e delle ONG finanziate dall’USAID. Rappresentava la simulazione di un’alternativa progressista nel cuore del Centro America, utile a disarticolare il movimento popolare e riportare il Guatemala, quattro anni dopo, allo status quo precedente.Spero di sbagliarmi, ma le prossime elezioni sanciranno proprio questo: un governo ancor più ancorato ai gruppi di potere e schierato con la linea trumpista e filosionista dello Scudo delle Americhe”, dichiara a Pagine Esteri. Non tutto, però, è da scartare. Secondo l’analista, all’interno della macchina governativa si muovono figure impegnate a dare segnali di svolta, specie in termini di progetti sociali; sforzi che restano, tuttavia, una goccia d’acqua in un oceano di continuismo. “Basti guardare all’approccio geopolitico, in perfetta sintonia con il passato: le porte spalancate alla penetrazione statunitense e israeliana, tanto sul piano militare di reazione rapida quanto su quello degli investimenti strategici nella logistica portuale, una mossa volta a frenare la crescente presenza cinese nel settore, fino al sostegno politico e diplomatico delle rispettive posizioni negli organismi multilaterali. Persino i fondi dell’USAID sono stati rimpiazzati dalle risorse di Israele, sempre più attivo con progetti e finanziamenti, nel riuscito intento di penetrare e controllare il tessuto sociale, disinnescandone la conflittualità e le rivendicazioni”. La conseguenza – spiega l’attivista – è la totale perdita di fiducia nelle istituzioni: i cittadini sentono che lo Stato è assente, se non quando si tratta di sfruttarli. “Diventa quindi impossibile anche solo pensare di costruire un progetto politico in una situazione di dissociazione tra l’apparato istituzionale e la società”. Una parabola che, conclude Quispe, è servita unicamente a placare i settori popolari impegnati nella lotta contro-egemonica. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
September 28, 2026
Pressenza
Torino è contro il riarmo: un inizio di mobilitazione verso e oltre il corteo contro il riarmo del O#24
Pubblichiamo il comunicato Aska47 – Csa Murazzi, in merito alla due giorni tenutasi  ai giardini Pozzo, in vista del corteo contro il riamo previsto per il prossimo 24 ottobre. Incontri che – così come scrivono gli organizzatori – sono stati ricchi di contenuti, musica, dibattiti e socialità: “Abbiamo condiviso ragionamenti che vengono direttamente dalle lotte portate avanti in città con l’obiettivo di elaborare una strategia collettiva capace di opporsi al riarmo a partire dalla nostra città”[accì]   ______________________ Sabato 19 settembre con Elena Basile e Giorgio Monestarolo abbiamo condiviso un’analisi sulle responsabilità delle élite europee e del nostro governo nella guerra in Europa, della crisi profonda che viviamo e della assurda posizione suicida di questi governi nel voler protrarre la guerra in Ucraina e prepararsi alla guerra alla Russia, giustificandolo con il mantra della “difesa”. In tutto questo il genocidio a Gaza va avanti, ma la Palestina ci ha insegnato a lottare anche qui da noi. Non sarà trasformando Torino, né qualsiasi altro territorio, in hub del riarmo che si uscirà da questa crisi. Abbiamo bisogno di maggiore coordinamento, abbiamo bisogno di mezzi informativi capaci di portare il nostro discorso chiaro in tutti gli ambiti in cui viviamo e lottiamo. La giornata di domenica 20 settembre è stata un primo tentativo di risposta a questo interrogativo: come contrapporci a tutto questo? A partire dal territorio, passando per la formazione e la sanità, sino al lavoro è fondamentale individuare le contraddizioni che nella nostra città e nella nostra regione vediamo in modo da aprire spazi di contrapposizione alla deriva bellica. > SOLO UNENDO LE NOSTRE INTELLIGENZE, CAPACITÀ E PUNTI DI VISTA POSSIAMO FARLO Per continuare questo lavoro ci incontreremo ancora in un tour di assemblee in vari luoghi della città: lo faremo per approfondire il discorso che vogliamo costruire e per coinvolgere sempre più persone in questa mobilitazione. Il 24 ottobre il corteo contro il riarmo sarà un’ulteriore tappa, già raccolta dalle scuole, dai comitati e dalle università. Due giorni passati insieme sotto gli alberi dei giardini Pozzo, accompagnati da ottima musica grazie a Omini Giorgio Nieloud e Murubutu special Guest. Grazie a chi ha cucinato la polentata popolare, a chi ha spostato panche, a chi ha ascoltato, a chi ha dato fiducia a una nuova possibilità. A presto per il calendario con il tour di assemblee e le prossime tappe di avvicinamento! Torino è partigiana! Redazione Italia
September 26, 2026
Pressenza
Fuori dalla nostra scuola c’è uno striscione nuovo
Capita che nelle scuole si discuta di cosa accade del mondo, ad esempio di cosa dice l’ultimo decreto scuola di cui tanto si parla in tv. Capita di condividere domande, paure, opinioni, ma anche letture, come il testo dell’articolo 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti…”. “Una bambina, con le lacrime agli occhi, ha detto: «Maestra, possiamo usare un’altra parola, “straniero” non mi piace»… – racconta Cinzia Pennati da Genova – Da oggi, fuori dalla nostra scuola, c’è uno striscione nuovo, deciso dalle insegnanti insieme alle famiglie, scritto in più lingue…”. La Digos ha rimosso lo striscione, genitori e insegnanti della scuola Daneo hanno protestato e la scuola lo ha riappeso. Intanto, un altro striscione simile è apparso nella Don Milani Qualche giorno fa un bambino è entrato in classe chiedendoci se avessimo sentito il discorso della presidente Meloni sulle alunne e gli alunni stranieri. Come insegnanti siamo abituate a rispondere sempre alle loro domande, e così in classe si è aperta spontaneamente una discussione. Le mie colleghe hanno chiesto: «Chi definiamo straniero?». Un bambino ha alzato la mano e ha risposto: «È considerato straniero chi ha i genitori che non sono nati in Italia». Un’altra bambina ha subito obiettato: «Ma tutti e due i genitori?». Perché nella nostra classe ci sono parecchi bambini che hanno un genitore italiano e uno che arriva da un altro paese. A un certo punto una bambina di un’altra nazionalità, con le lacrime agli occhi, ha detto: «Maestra, possiamo usare un’altra parola, “straniero” non mi piace». Una mia collega, anche per rassicurarla, ha detto: «Per me una persona straniera è quella che non conosco. Quando voi siete arrivati in prima, eravate stranieri, ma quando ci siamo conosciuti è cambiato tutto». Poi abbiamo chiesto: «Quanti di voi sono nati in Italia ma hanno i genitori nati all’estero?». Molti hanno alzato la mano. Successivamente abbiamo domandato quanti avessero almeno un genitore nato fuori dai confini. Alla fine abbiamo fatto, forse, l’unica domanda possibile: «Chi si sente italiano?». Si sono guardati negli occhi, si sono cercati, e si sono quasi tutti alzati. Alcuni non sapevano bene cosa fare. Una ha detto: «Io mi sento italiana, ma mi sento anche di un’altra nazione». Ma un bambino le ha risposto: « Infatti, siamo compagni e da dove veniamo non dovrebbe interessare a nessuno» Il più “matematico” del gruppo ha fatto i conti: «Se in classe siamo in 20 e in ogni classe ci dovrebbe essere solo il 30% di bambini stranieri, vorrebbe dire che solo sei potrebbero rimanere. Ma siccome i bambini di origini straniere sono molti di più, dovremmo cacciare via la maggior parte di noi!». Si sono cercati ancora con gli occhi per rassicurarsi. Giovedì 24 settembre è stato approvato un decreto scuola che sa tanto di mera propaganda politica. In questi giorni abbiamo riascoltato il discorso del presidente Mattarella, in classe abbiamo riletto l’articolo 34 della Costituzione. “La scuola è aperta a tutti…”. I miei bambini frequentano la quinta elementare, e sono cinque anni che leggiamo articoli della Costituzione, ripetiamo che la Costituzione è la nostra legge fondamentale: ora, come glielo spieghiamo? Come spieghiamo che pur essendo tutti unici e diversi hanno gli stessi diritti? Che la giustizia non è una questione di percentuali, confini o luoghi di nascita, ma di dignità e di futuro. E che la scuola, quella vera, continuerà a essere il posto dove si impara a stringersi la mano, a guardarsi negli occhi e a riconoscersi parte dello stesso domani, senza lasciare indietro nessuno. Da oggi, fuori dalla nostra scuola, c’è uno striscione nuovo, deciso dalle insegnanti insieme alle famiglie, scritto in più lingue. Inclusivo in tutto, anche nel linguaggio. Il coraggio pedagogico insieme ai dettami della costituzione ci fanno gridare a gran voce che qui, nel nostro paese, nel nostre scuole, nessuno è straniero. Comune-info
September 26, 2026
Pressenza
Dai libri sottratti alle macerie è nata la Biblioteca della Tenda di Gaza
16esima puntata di Questo popolo ha sette anime: Raccogliendo libri da sotto le macerie… Nevin Al-Gharabli fonda la Biblioteca della Tenda per salvare le menti di Gaza   In un periodo in cui l’aggressione genocidaria israeliana aveva devastato la Striscia di Gaza, un’iniziativa unica è nata tra le tende degli sfollati, guidata dalla rifugiata palestinese Nevin al-Gharabli e da suo marito, Raouf al-Gharabli. L’iniziativa è nata con la ricerca quotidiana di legna da ardere per cucinare e riscaldarsi, ed è culminata nella creazione di una “biblioteca di tende”, per recuperare i libri rimasti sepolti sotto le macerie. La passione di Nevin per la lettura, che risaliva a prima dell’invasione, è stata la forza trainante del progetto. La donna palestinese afferma che la guerra ha divorato ogni cosa, comprese le biblioteche pubbliche e universitarie, spiegando che la biblioteca improvvisata è nata dalla sofferenza quotidiana dello sfollamento: lei trovava libri tra le macerie, li raccoglieva, li puliva, li riparava da bruciature, strappi o danni e li conservava, a differenza di altri che li usavano come combustibile alternativo alla scarsa legna da ardere. La fondatrice dell’iniziativa aggiunge di aver raccolto libri insieme alla legna da ardere e che, non appena raggiungeva la sua tenda, iniziava a leggere tutto ciò che riusciva a trovare. Decise quindi di conservarli e di trasformarli in una biblioteca all’interno della tenda, affinché altri potessero beneficiarne. Nivin afferma che, attraverso i suoi sforzi, sta gettando le basi per la lotta contro l’ignoranza di una generazione che ha subito il genocidio e sta crescendo sotto assedio, senza un’istruzione adeguata, in scuole e università distrutte. “La guerra attuale va oltre la distruzione degli edifici e l’uccisione dei corpi;  distrugge le menti”, afferma. La fondatrice ha catalogato i libri in base all’argomento: informatica, medicina, comportamento e psicologia, letteratura, saggistica e altri ancora. Compagno dell’iniziativa è suo marito, Raouf al-Gharabli, che ha condiviso la passione per i libri e il suo interesse per la loro conservazione ed esposizione. Abdul Raouf ricorda i viaggi che lui e sua moglie facevano per raccogliere legna da ardere e trovare libri per strada o tra le case distrutte. Decisero di portarli nella loro tenda senza pensare al peso di doverli conservare o trasportare durante i loro ripetuti sfollamenti. “Scaffali improvvisati nella tenda di plastica, che accolgono libri di ogni interesse, dalla letteratura, alla saggistica, dai volumi scientifici alle fiabe per bambini. Li abbiamo puliti, sistemati e messi in mostra (…) in modo che le persone possano venire, prenderli e leggerli”, ha spiegato Abdul Raouf con un sorriso di soddisfazione. “Non sono libri in vendita. È un servizio per la cultura. Il lettore porta un libro e ne sceglie un altro della biblioteca. Quello che deve prevalere è lo spirito della condivisione e non del possesso. Per chi non ha libri nella sua tenda, c’è una sedia dove può leggere qui quel che gli interessa”.   ANBAMED
September 26, 2026
Pressenza
Serata e cena con Cuba e per Cuba
Martedì 22 settembre 2026 alla Casa del Popolo di Solaio (Pietrasanta) si è svolto un incontro seguito da cena solidale, organizzato dal Forum per la Pace Versilia, dall’Associazione di amicizia Italia-Cuba e dal Cospe, con la presenza di Greta Tofanelli Picchi, progettista socio-culturale e cooperante internazionale appena tornata da Cuba. In apertura Maria Luisa Zender del Forum sottolinea che recentemente il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione di condanna e sospensione accordi UE-Cuba a causa del suo modello politico-economico che la sta portando al fallimento. I governi si voltano dall’altra parte, rimangono le popolazioni e associazioni a sostegno, quando sensibilizzate da eventi come questo. Perché è  il bloqueo (misura molto più totale e penalizzante di un embargo) in essere da decenni ma divenuto ferreo da due anni, era trumpiana, che sta strangolando il popolo, non il governo. Due milioni di cittadini se ne sono andati, per motivi economici, non ideologici: si contano oggi 9 milioni di cubani. La mortalità infantile, che era a livello europeo, è più che raddoppiata arrivando all’1% per mancanza di strumentazioni e farmaci, paradossalmente in una società dove ricerca e pratica medica sono fiore all’occhiello e la stagione Covid ne è stata testimone. Ma senza energia nulla si può fare. I black out sono continui e prolungati, i centri ospedalieri rimangono senza corrente e così le abitazioni, le strade; le auto sono senza benzina. Per la strada ti chiedono l’eparina, il Rochefin, farmaci di emergenza quotidiana che non riescono a essere prodotti nè importati salvo i corridoi umanitari che la società civile internazionale riesce a effettuare. Come alimentazione un pasto al giorno è la media quando va bene, quindi grande denutrizione. E’ stato fatto l’errore della svalutazione della moneta locale, il cambio arriva a 800 pesos per un dollaro, i pacchi alimentari governativi sono ridotti all’osso, lo stipendio statale è del tutto insufficiente al costo della vita. In questo quadro il governo ha deciso di aprire al privato nel campo dell’energia e del turismo approvando riforme strutturali e introducendo elementi di liberismo economico pur mantenendo formale fedeltà al modello socialista. Le imprese (Mipymes) commerciano liberamente senza passare dallo Stato e senza essere sottoposte al bloqueo. Ma i beni che producono sono troppo cari, si genera un enorme divario tra chi è assunto nel privato e chi rimane nel settore statale. Si grida ancora viva Castro! ma la lotta per la sopravvivenza è ciò che prevale. E’ una situazione ibrida e instabile nella quale chi è sensibile e di buona volontà può fare una sola cosa: AIUTARE! Allora ecco i progetti illustrati da Giovanni Tomagnini (circolo versiliese di Italia-Cuba), Maurizio Gioli (agronomo, progetti di medicina naturale, circolo di Pisa) e Giorgio Menchini (Cospe): illuminiamo Cuba! I pannelli fotovoltaici sono la soluzione alla crisi energetica, affiancandosi nel piccolo ai megaprogetti cinesi di grandi parchi solari. Si inviano kit per le aree rurali, ancora più povere delle città. Si sostengono anche mense, case di riposo, strutture per l’infanzia e centri antiviolenza. Si preparano container di medicinali da inviare in occasione delle prossime spedizioni, la prima delle quali sarà a dicembre. Comunque vadano le cose si sta a fianco del popolo che resiste per non essere ingoiato dalle fauci del turbocapitalismo statunitense. Con questo spirito i presenti, nel numero di 130, hanno gustato un’ottima cena solidale caraibica che ha fruttato un bel gruzzolo per gli amici cubani. Redazione Toscana
September 26, 2026
Pressenza
Sanzioni USA, Big Tech e potere: chi controlla la rete?
Alcune centinaia di persone si sono ritrovate a Piazza Santi Apostoli, a Roma, per protestare contro le sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Al microfono si sono alternati attivisti, associazioni, movimenti e rappresentanti politici. Nelle stesse ore un’altra iniziativa si è tenuta a Firenze, davanti al consolato statunitense. Al centro delle mobilitazioni c’erano vicende concrete: quella di Autistici/Inventati, le sanzioni contro Francesca Albanese e contro esponenti della Corte penale internazionale e, più in generale, la possibilità che decisioni prese a Washington producano conseguenze anche nei confronti di persone e organizzazioni che operano fuori dagli Stati Uniti. Considerare tutto questo soltanto una questione di politica estera sarebbe riduttivo. Se una decisione presa da un governo straniero può limitare anche in Europa l’accesso a servizi finanziari e tecnologici, il problema riguarda la libertà, la democrazia e il controllo delle infrastrutture dalle quali dipende una parte crescente della nostra vita. Il caso di Autistici/Inventati lo dimostra concretamente. Il progetto, che da circa venticinque anni offre servizi digitali indipendenti ad associazioni, movimenti e attivisti, nell’agosto scorso è stato inserito dall’amministrazione statunitense nelle liste sanzionatorie dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control), l’ufficio del Dipartimento del Tesoro che gestisce le sanzioni economiche e finanziarie statunitensi. Washington accusa Autistici/Inventati di aver fornito infrastrutture, strumenti e servizi tecnologici anche a organizzazioni considerate terroristiche dagli Stati Uniti e ha disposto la sanzione nell’ambito della normativa antiterrorismo. Gli effetti sono arrivati anche in Italia. Banca Etica ha spiegato di aver dovuto innalzare il profilo di rischio dell’associazione e sospendere temporaneamente l’operatività del conto, contestando quello che considera un utilizzo improprio degli strumenti antiterrorismo e chiedendo una risposta delle istituzioni italiane ed europee. Un conto corrente, un server, un dominio, un servizio cloud o un sistema di pagamento non sono più semplici strumenti tecnici. Senza di essi un’associazione, un giornale o un movimento possono continuare formalmente a esistere, ma diventa molto più difficile svolgere la propria attività. Il potere non passa più soltanto dalle leggi e dai divieti: passa anche dal controllo delle infrastrutture. Anche la censura ha cambiato forma. Non occorre necessariamente chiudere un giornale o vietare una manifestazione. Si può rendere più difficile essere ascoltati, rendere irraggiungibile un sito, privare un’organizzazione degli strumenti necessari per funzionare. Gli stessi algoritmi delle piattaforme incidono sulla circolazione dei contenuti e quindi sulle condizioni nelle quali si forma l’opinione pubblica. Internet aveva promesso di rendere l’informazione più libera e, in parte, lo ha fatto. Ma nel frattempo la rete è cambiata. Una parte enorme delle nostre comunicazioni passa attraverso poche piattaforme; pochi operatori controllano quote rilevanti dei servizi cloud, mentre sistemi operativi, app store, motori di ricerca e circuiti di pagamento sono fortemente concentrati. Una rete nata per essere decentralizzata convive oggi con enormi concentrazioni di potere economico. E sarebbe sbagliato pensare che sorveglianza e controllo digitale riguardino soltanto regimi autoritari lontani da noi. European Digital Rights ha documentato l’impiego di spyware commerciali in almeno 14 Stati dell’Unione europea. Amnesty International ha denunciato nel 2025 casi relativi allo spyware Graphite che hanno coinvolto giornalisti e difensori dei diritti umani in Italia. Il V-Dem Institute dell’Università di Göteborg registra nel rapporto 2026 un arretramento della libertà di espressione e degli spazi della società civile nei Paesi interessati da processi di autocratizzazione, un fenomeno che coinvolge anche democrazie europee e nordamericane. È un dato che assume un peso particolare mentre in molte parti del mondo crescono destre autoritarie e nazionaliste. L’ondata nera, infatti, non riguarda soltanto quello che accade nelle urne: riguarda anche il restringimento degli spazi nei quali possono vivere informazione indipendente, movimenti e conflitto sociale. La libertà, quindi, non può essere soltanto formale. Le Costituzioni garantiscono il diritto di esprimersi, associarsi e partecipare alla vita politica, ma servono anche le condizioni materiali per esercitare questi diritti. Se posso parlare ma non ho gli strumenti per raggiungere gli altri, il mio diritto rimane sulla carta ma diventa più fragile nella realtà. Questo non significa chiedere zone franche dalla legge. Chi commette un reato deve risponderne davanti a un giudice, con accuse precise, prove, diritto alla difesa e possibilità di ricorso. Una decisione di un governo straniero o di un soggetto privato non dovrebbe invece produrre conseguenze così pesanti sulla vita civile e politica senza adeguate garanzie. Su un piano diverso, lo stesso problema emerge dalle sanzioni contro Francesca Albanese e contro esponenti della Corte penale internazionale. Chi esercita un mandato nell’ambito delle Nazioni Unite o della giustizia internazionale deve poterlo svolgere senza che la pressione economica di una grande potenza finisca per condizionare l’indipendenza delle istituzioni internazionali. Non occorre immaginare un’unica regia che tenga insieme governi, banche e multinazionali tecnologiche. Il punto è un altro: la crescita di culture politiche che tendono a considerare il dissenso come qualcosa da contenere si intreccia con la concentrazione nelle mani di pochi degli strumenti attraverso i quali ci informiamo, comunichiamo e ci organizziamo. Le sanzioni statunitensi mostrano inoltre la dipendenza europea da infrastrutture tecnologiche e finanziarie controllate in larga parte da grandi gruppi privati, molti dei quali statunitensi. Ma invocare semplicemente una maggiore “autonomia europea” non risolve il problema. Una multinazionale europea con lo stesso potere di una statunitense non rende la rete più democratica. La questione vera è chi possiede e controlla le infrastrutture dalle quali dipende la nostra vita collettiva. Qui entrano in gioco mercato e proprietà. Quando miliardi di persone utilizzano le stesse piattaforme, amministrazioni e imprese dipendono dagli stessi servizi cloud e gran parte dei pagamenti passa attraverso pochi circuiti, non siamo più davanti a un mercato come gli altri. Chi possiede queste infrastrutture dispone di un potere che non è soltanto economico. È uno dei paradossi del capitalismo digitale. Una rete nata per essere decentralizzata è diventata anche il terreno sul quale sono cresciuti alcuni dei più grandi monopoli della nostra epoca. Per questo l’alternativa non può essere un nazionalismo tecnologico europeo o la semplice sostituzione di multinazionali americane con multinazionali europee. Occorre ricostruire uno spazio pubblico anche nella rete: infrastrutture pubbliche e indipendenti, standard aperti, interoperabilità, software libero, protezione dei dati, sostegno alle esperienze cooperative e non commerciali. Se acqua, energia, trasporti e sanità sono troppo importanti per essere affidati interamente al mercato, dobbiamo porci lo stesso problema per le infrastrutture digitali. Anche per questo Autistici/Inventati non è soltanto un singolo caso: riguarda la possibilità che nella rete continuino a esistere spazi indipendenti e non commerciali. Le persone presenti a Piazza Santi Apostoli protestavano contro sanzioni precise. Ma Roma e Firenze hanno sollevato una questione più grande: vogliamo che gli strumenti attraverso i quali comunichiamo, ci informiamo e ci organizziamo rimangano concentrati nelle mani di poche multinazionali e governati soprattutto dalla logica del profitto? Per chi voglia interrogarsi davvero su dove risiede oggi il potere, questa non è una questione per specialisti. Riguarda la libertà concreta delle persone. Perché avere il diritto di parlare non basta. Bisogna avere anche gli strumenti per organizzarsi e farsi ascoltare. Giovanni Barbera
September 26, 2026
Pressenza
“Nel Mirino”, manifestazione a Firenze contro le sanzioni Usa: le foto
Come a Roma anche a Firenze  manifestazione  davanti al consolato americano e corteo attraverso la città ieri pomeriggio,  per protestare contro l’inserimento nelle liste OFAC  del collettivo informatico Autistici/Inventati . Un provvedimento che definendo terroristica l’attività di A/I  di fornire servizi digitali per  internet fuori dai canoni commerciali e di profitto  che dominano di fatto la rete, disciplina   e domina a proprio piacimento gli scambi monetari e di informazione digitale. Di fatto  gli USA  possono bloccare i conti correnti di qualsiasi cittadino ed introdursi nella  privata di ciascuno  sanzionandola . Un atto che  rientra nell’ambito  della lotta ” Antifa” scatenata  dall’amministrazione trampiana che non agisce solo sul territorio americano  ma in senso globale intaccando le  sovranità nazionali  mondiali. Silenzio totale  del governo italiano in completa subordinazione. Foto di Cesare Dagliana autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze autistici-inventati, Firenze Redazione Toscana
September 26, 2026
Pressenza
10 Ottobre: solleviamoci uniti per una Palestina libera
La Rete Palestina Anima Mundi risponde unita alla giornata mondiale di mobilitazione indetta per il 10 Ottobre per la difesa del popolo Palestinese. Solleviamoci contro ogni censura e contro ogni complicità. Lottiamo insieme contro l’occupazione illegale della Palestina. L’onda siamo noi. Il Diritto Internazionale, come le costituzioni antifasciste, sono la prima barriera che protegge i popoli dallo strapotere di gruppi finanziari e fanatici irresponsabili. Da un secolo oramai, in Palestina, vediamo questa barriera violata: l’occupazione, l’Apartheid, un modello che il sionismo sta già esportando altrove. Se questa barriera cadrà, cadrà per tutti i popoli. In Italia ci vogliono zittire per legge, con il DDL 1004 ci vogliono togliere il diritto di criticare Israele. Pretendiamo il rispetto del Diritto Internazionale la fine di ogni relazione politica, economica e militare con Israele sanzioni, embargo e la fine di ogni complicità libertà di parola e manifestazione garantite a tutti e tutte. Tutti e tutte ancora uniti il 10 ottobre. #palestinalibera Redazione Italia
September 25, 2026
Pressenza
In Cammino verso il 10 ottobre: unisciti all’Onda
In Cammino verso il 10 Ottobre. Solleviamoci uniti per una PALESTINA LIBERA Il Presidio per la Palestina di Cagliari risponde unito alla Giornata mondiale di mobilitazione indetta per il 10 Ottobre per la difesa del popolo Palestinese e per il diritto di criticare il Governo Israeliano rispetto all’attuale genocidio in atto. Si propongono per questo incontri di informazione e di dissenso. Solleviamoci contro ogni censura e Lottiamo insieme contro l’occupazione illegale della Palestina. Solleviamoci ancora tutti e tutte e partecipiamo alla marcia del 10 ottobre.  – 25 settembre ore 19:00 – Piazza Yenne       Il presidio per la Palestina si imbavaglia CONTRO il DDL 1004 Antisemitismo  – 29 settembre ore19:00 – Piazza Yenne       Il presidio per la Palestina ed Emergency CONTRO il genocidio in Palestina – 4 ottobre ore 19.00 – Piazza Yenne       Letture e dialoghi sulla Palestina       Noi ci autodenunciamo – 10 ottobre ore 16:00 – Piazza Costituzione       Mobilitazione globale per la Palestina Cagliari, 24 settembre 2026 Presidio Palestina Cagliari   Redazione Cagliari
September 25, 2026
Pressenza
Le Ferrari non sono un fallimento. I bambini stranieri non sono un problema
«Definire la scuola Ferrari di Borgo Marina “un fallimento dell’integrazione” è un’affermazione grave. Ancora più grave è costruire questo giudizio partendo dal numero degli alunni stranieri», afferma Marcella D’Angelo, segretaria generale della FLC CGIL. «Prima di tutto, respingiamo la rappresentazione di una scuola caratterizzata da una presenza abnorme di bambini stranieri. I numeri vanno verificati, contestualizzati e letti correttamente, non utilizzati per costruire una narrazione allarmistica. Ma voglio essere ancora più chiara: anche se in una scuola la presenza di alunni di origine straniera fosse particolarmente elevata, non sarebbero quei bambini il problema.» Una scuola non vale di meno perché accoglie studenti nati altrove o figli di famiglie provenienti da altri Paesi e  l’integrazione non può essere considerata riuscita, soltanto quando gli alunni stranieri sono pochi e distribuiti in percentuali considerate “accettabili”. Le parole hanno un peso. Parlare di “fallimento”, di famiglie che “scappano” e descrivere un quartiere attraverso l’origine di chi lo abita, significa consegnare all’opinione pubblica un messaggio pericoloso: che una scuola diventi meno desiderabile quando aumenta il numero dei bambini stranieri. È esattamente questa idea che va respinta. Parliamo piuttosto dell’offerta formativa, degli investimenti, degli organici, degli spazi, dei servizi, delle politiche del Comune e dello Stato. Parliamo delle condizioni nelle quali lavorano insegnanti e personale Ata, ma non trasformiamo i bambini nel problema da risolvere. La scuola pubblica ha precisamente il compito opposto: mettere insieme differenze sociali, culturali e linguistiche e garantire a tutti le stesse opportunità. È uno dei pochi luoghi nei quali una comunità può ancora costruirsi davvero. Per questo le Ferrari non devono essere marchiate come una scuola “fallita”. Una dichiarazione del genere rischia anzi di produrre proprio il danno che denuncia: screditare la scuola, spaventare le famiglie e favorirne l’allontanamento. Chi ha responsabilità pubbliche dovrebbe chiedersi come sostenere e rafforzare una scuola, non come attribuirle un’etichetta. Difendere le Ferrari significa difendere chi ci studia e chi ci lavora. Significa soprattutto affermare un principio molto semplice: non esistono bambini che, per la loro provenienza, rendono peggiore una scuola. Esistono scuole pubbliche che devono essere messe nelle condizioni di garantire a tutti un’istruzione di qualità. E questo vale per le Ferrari come per ogni scuola del nostro Paese. La discussione nazionale di questi giorni sulla presenza degli alunni stranieri non può ridurre una questione educativa e sociale a una percentuale. La conoscenza della lingua italiana è certamente uno degli strumenti fondamentali dell’inclusione e proprio per questo servono risorse, professionalità e interventi adeguati. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato in questi giorni un principio che dovrebbe essere il punto di partenza di ogni discussione: la scuola è aperta a tutti ed è una delle più importanti leve di integrazione e di coesione sociale. È da qui che occorre partire. Non da quanti bambini stranieri possano stare in una classe, ma da quali condizioni la Repubblica debba garantire perché ogni bambino possa imparare, partecipare e crescere insieme agli altri. Le scuole non diventano ghetti perché accolgono le differenze. Il rischio di creare ghetti nasce quando alle scuole si lasciano solo le difficoltà e poi si attribuisce agli alunni la responsabilità di quelle difficoltà. Questo vale a Rimini come in ogni altra parte d’Italia. Ed è su questo terreno che la FLC CGIL continuerà a difendere la scuola pubblica, inclusiva e costituzionale e a ringraziare docenti e personale Ata che ogni giorno si spendono per formare  cittadine  e cittadini  italiani.   Francesca Lilla Parco                                            Marcella D’Angelo Segretaria generale CGIL Rimini                Segretaria generale Flc Cgil Rimini Redazione Romagna
September 24, 2026
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