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Un no in difesa della costituzione democratica e per la pace
Sono già le sei di sera di sabato 7 marzo quando sotto le luci del Teatro Massimo a Palermo gli organizzatori della manifestazione nazionale per votare NO alla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo prossimi, in conclusione, lanciano un appello a tutti i partecipanti a mobilitarsi per convincere quante più persone possibile da qui all’appuntamento elettorale a sostenere la battaglia per la difesa della Costituzione e dei principi democratici che la ispirano. L’iniziativa di oggi è nata il 12 febbraio scorso con un appello sottoscritto da duemila cittadini e cittadine rivolto a “tutti coloro che hanno a cuore la democrazia invitandoli a dire NO a questa riforma autoritaria e a mobilitarsi in tutte le forme possibili, in tutti i territori, nei luoghi di lavoro, di studio e della vita quotidiana in difesa della nostra Costituzione democratica”. Per i sottoscrittori del documento “la separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole che conduce alla sottomissione della magistratura al potere politico, attentando alla sua indipendenza e autonomia” e che incide pesantemente sulle libertà di tutti alimentando una ancora più forte repressione del dissenso. Come punto di incontro e di avvio della manifestazione è stato individuato lo spiazzale adiacente al Palazzo di Giustizia, luogo doppiamente simbolico se si considera la stagione della lotta alla mafia a Palermo e in Sicilia che a partire dagli anni ‘80 ha fatto assurgere a simbolo proprio questo luogo. Tra la folla di partecipanti che numerosi si sono radunati in piazza, ha preso vita un flash mob con un gruppo di essi che ha formato con dei cartelli la frase “Palermo vota NO in difesa della Costituzione”; dopo è partito il corteo diretto verso il Teatro Massimo seguendo un percorso che ha interessato alcune vie del centro e che ha visto la partecipazione di circa cinquemila persone. L’iniziativa di oggi è stata preceduta in queste settimane da una serie di incontri, dibattiti, iniziative  a cui hanno preso parte esperti in ambito giudiziario, oltre a sindacalisti e rappresentanti di associazioni e della società civile che hanno evidenziato i pericoli di una riforma costituzionale che mette seriamente in discussione la separazione dei poteri ed è funzionale all’attribuzione di maggiori poteri all’esecutivo. Inoltre è stato significativo che in questi giorni in una città come Palermo, la quale ha vissuto la violenza stragista della mafia a cui è seguita la grande risposta della società civile degli anni ‘90, si siano visti i lenzuoli bianchi appesi alle ringhiere dei balconi dal centro alla periferia proprio come in quella stagione, con un grande NO scritto al centro per esprimere con forza il dissenso nei confronti di una riforma così pervasiva imposta a colpi di maggioranza. D’altro canto, il sentimento che oggi spinge così tante persone in piazza in queste ore a manifestare è animato anche dalla forte apprensione per i fronti di guerra aperti in Medio Oriente che rischiano di portarci ad una escalation incontrollabile del conflitto internazionale alimentato da democrazie occidentali che stanno assumendo sempre più i connotati di democrazie illiberali. Siamo di fronte a nuove forme di autoritarismo e di imperialismo che vengono messi in atto sul fronte interno con scelte politiche tendenti a comprimere sempre di più le libertà civili e sociali e a rendere sempre più assoluto il potere di chi governa, mentre sul fronte internazionale ad attuare un nuovo colonialismo funzionale al sistema capitalistico intenzionato ad accaparrarsi le risorse del pianeta a tutti i costi. Per questi motivi la battaglia di oggi a favore del No al referendum assume i contorni di una battaglia più generale per affermare l’intangibilità dei diritti delle persone ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della deriva autoritaria in cui sta cadendo il nostro Paese e gran parte delle democrazie occidentali: è un NO contro l’attacco alla nostra Costituzione ed in difesa della Pace e dei diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, come dimostrano le tante bandiere arcobaleno presenti alla manifestazione. Giunti in piazza, è stato il momento degli interventi, il primo dei quali è stato quello di uno degli instancabili organizzatori del Comitato per il NO, Gaspare Motta, il quale ha etichettato la riforma come “un attacco eversivo senza precedenti contro la nostra Costituzione democratica che dal 1948 ci ha tenuto al riparo da ogni deriva autoritaria”. A seguire, Mario Ridulfo, segretario della Cgil di Palermo, ha richiamato al dovere di andare a votare e di votare no, non cedendo alla rassegnazione ma andando strada per strada a convincere gli indecisi denunciando un piano eversivo che risale alla P2 di Gelli e che vuole trasformare la nostra democrazia in una democrazia illiberale. L’attore Gigi Borruso ha poi declamato il famoso discorso di Pericle sulla democrazia (“Qui ad Atene noi facciamo così”) che esalta la società che favorisce i molti e non i pochi, con leggi che assicurano una giustizia uguale per tutti, che accoglie gli stranieri. L’ultimo intervento è stato affidato a Monica Genovese in rappresentanza degli avvocati per il NO la quale, preoccupata anche per i modi con cui è stata portata avanti questa riforma, ne ha messo in evidenza i forti limiti a partire dal fatto che non migliora le condizioni dell’amministrazione della giustizia in Italia, oltre a sottolinearne in negativo gli aspetti legati alla nuova figura del pubblico ministero vista come autoreferenziale, alla sdoppiamento del CSM e all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.    foto di Fausta Ferruzza   Enzo Abbinanti
March 7, 2026
Pressenza
Cagliari: sit-in contro il Ddl Bongiorno. Senza consenso è stupro
Il consenso non si cancella e senza consenso è stupro! Realtà femministe e transfemministe, centri antiviolenza, collettivi e soggettività singole scenderanno in piazza con un sit-in contro il DDL Bongiorno, che interviene sulla definizione giuridica di violenza sessuale cancellando la parola consenso, che deve essere libero e attuale e introduce la formula del dissenso come “volontà contraria” della vittima. Non si tratta di una semplice variazione lessicale: è uno spostamento politico e giuridico che cambia il modo in cui la violenza sessuale viene riconosciuta. Il NO non deve essere “abbastanza chiaro”, ma è il SÌ a dover essere libero e volontario. Si torna indietro nel tempo, ai processi che interrogano la condotta delle donne, la loro reazione, la loro credibilità, la coerenza del loro racconto. Una cultura giuridica che giudica se la donna sia stata “abbastanza contraria”, “abbastanza resistente”. Sit-in contro il DDl Bongiorno, 9 marzo 2026, Ore 10:00 presso Consiglio Regionale, Via Roma 25 – Cagliari Organizza: Coordinamento femminista e transfemminista sardo Arestas Più info: https://associazioneliberas.org/sit-in-contro-il-ddl-bongiorno/ Redazione Cagliari
March 7, 2026
Pressenza
Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza?
Rilanciamo un ampio stralcio del contributo (linkato a piè di pagina) di Gianni Alioti – ripreso recentemente sulle pagine di sulatesta.net.- che fa riferimento all’ultimo numero della rivista Su la testa. Argomenti per la Rifondazione Comunista (n. 28/25), dedicata al Rapporto all’Onu di Francesca Albanese (la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati). Un intervento che smaschera il ruolo della Leonardo Spa, mettendo in risalto le numerose omissioni  e ammissioni di Roberto Cingolani, Chief Executive Officer (“cioè il massimo dirigente”, così come sottolineato dall’autore) del gruppo multinazionale[accì]    […] E complici di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu2 sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, definisce “economia del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie operanti nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero uno al mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo. Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2% delle azioni la Leonardo ha una significativa presenza interna zio  nale. Degli oltre 60 mila dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il 13% negli Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo tra cui 250 persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a Glance” contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il quinto “mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco. Dal 2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso nel “resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella. Nel momento che il portafoglio ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a gonfiarsi, spinti dalle politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente, le politiche di comunicazione aziendale si sono preoccupate di non dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferendo collocarsi in un generico mercato dual use  per l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza. Insistendo sul proprio profilo ‘sostenibile’. Ma non sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei fatti, come quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di 1,5 milioni di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin Gesù. L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un comunicato dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro produzione. Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato, utilizzando fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti di Spezia e montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti dal mare su Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile. Un quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo «Non si dicono bugie al Papa». Bugie e omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine settembre di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della Leonardo, dopo la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere l’azienda dagli sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti manifestazioni davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il genocidio a Gaza, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le accuse a Leonardo sono false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come Israele»3. È vera questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di Leonardo?   Cominciamo ad analizzare le prime ammissioni Roberto Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel genocidio’ di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai ministri Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale dʼarmamento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni – rilasciate prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto e dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma verso altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza, sia della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi organismi internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite. Si tratta del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di supporto logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i trenta M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a Varese). Il contratto per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu firmato nel 2012. È superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi simulatori di volo si sono addestrati e continuano a farlo i piloti dell’aviazione israeliana degli F-16 e F-35 che hanno bombardato e ancora bombardano Gaza.   Analizziamo ora le omissioni Roberto Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo Chief Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo. E, come tale, la sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto di vista geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate). Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla Agusta Westland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy aziendale coerente o no con il proprio Codice Etico. Diversa, e più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati nelle nuove corvette in costruzione. Eppure la Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro cannoni navali super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe Magen (tipo Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems. L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una cerimonia ufficiale presso la base navale di Haifa. Di questa commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori affari mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per un valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale d’armamento dall’Italia a Israele. L’arcano è presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati negli Usa e, questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato opaco delle armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90, la quale prevede che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza di esportazione rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo saranno installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la cui costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica illecita di triangolazione. La stessa pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania. L’ultima omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di Leonardo sulle bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la principale azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del controllo azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da Airbus Group e BAE Systems. Secondo un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39, prodotte da Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di essere guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400 milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.   E finiamo con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione imbarazzante Il fatto che Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al programma internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara) dei cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti elettronici, è innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei caccia-bombardieri F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi lotti per un totale di 14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024 Israele ha ordinato agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e partecipa) alla fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei bombardamenti su Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio una strumentalizzazione aver incluso la Leonardo, in quanto co-produttore degli F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate nell’economia del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto Onu sui territori palestinesi occupati.   * GIANNI ALIOTI È ATTIVISTA E RICERCATORE DI THE WEAPON WATCH – OSSERVATORIO SULLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Conflitti e mondo: quali sentieri possibili? Incontro di arteterapia sociale a Milano
Sabato 7 marzo 2026 dalle 15 alle 17 Casa per la pace, via Marco D’Agrate 11, Milano L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università promuove un laboratorio di arteterapia sociale che sarà condotto dall’attivista Elena Abate. L’obbiettivo del laboratorio creativo è quello di sensibilizzare cittadinanza, docenti, lavoratori e famiglie su quanto sta avvenendo nel nostro Paese riguardo alla militarizzazione e ai venti di guerra, utilizzando il linguaggio proprio dell’arte del disegno e del collage di diversi materiali. I prodotti artistici di ognuno/a alla fine del laboratorio saranno la base collettiva del lavoro svolto. Per prenotazioni entro il 6 marzo scrivere a osservatorionomili@gmail.com, mettendo come oggetto Laboratorio Arteterapia Sociale.   Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 5, 2026
Pressenza
Antonio Mazzeo: “Sigonella attiva dall’inizio dell’attacco all’Iran”. Qual è il ruolo dell’Italia?
Rilanciamo il servizio Radio Onda d’Urto sul pieno utilizzo della base-USA di Sigonella e della stazione-MOUS di Niscemi, con allegate le due importanti interviste all’attivista Federica del Movimento NoMuos e al giornalista-pacifista Antonio Mazzeo, raccolte dall’emittente radiofonica_    La base militare statunitense di Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sarebbe stata utilizzata attivamente fin dalle prime ore dell’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran, iniziato sabato 28 febbraio. “Abbiamo sicuramente due dati rilevanti che smentiscono assolutamente la posizione bonista del governo italiano che dichiara di non essere coinvolto nelle operazioni di guerra e di non essere, tra l’altro, neanche stato informato e di queste” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica. Il suo compito, secondo quanto riferito, sarebbe stato quello di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Sempre nelle ore precedenti, sarebbe atterrato a Sigonella un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. Non solo Sigonella: un ulteriore elemento riguarda il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi. Si tratta di una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. “Le guerre non si fanno soltanto lanciando missili” osserva Mazzeo. “Prima c’è un lavoro complesso di pianificazione, raccolta dati, individuazione degli obiettivi. È questo il ruolo degli aerei spia e dei droni che operano da Sigonella”.   L’INTERVISTA COMPLETA DI RADIO ONDA D’URTO A ANTONIO MAZZEO, GIORNALISTA, SCRITTORE E ATTIVISTA ANTIMILITARISTA. ASCOLTA O SCARICA. L’INTERVISTA A FEDERICA, NO MUOS. ASCOLTA O SCARICA. Redazione Sicilia
March 5, 2026
Pressenza
6 marzo 2026, 100 voci per il NO
Venerdì 6 marzo dalle ore 10, in diretta dalla Casa Internazionale delle Donne di Roma, prenderà il via “100 voci per il NO,” una grande maratona radio tv e social promossa dall’ANPI nazionale per sostenere le ragioni del NO al referendum sulla riforma Nordio. L’iniziativa sarà svolta con la collaborazione di Articolo21, del Comitato della società civile per il No, del Comitato degli Avvocati per il No, del Comitato dei 15 per il No, del Comitato Giusto dire No. Un’intera giornata di interventi, analisi, testimonianze che vedrà alternarsi ai microfoni artiste e artisti, magistrate e magistrati, giornaliste e giornalisti, sindache e sindaci, docenti universitari, rappresentanti di associazioni e organizzazioni sindacali. Tra le decine d’interventi già confermati (altri se ne aggiungono ogni giorno) quelli di Giovanni Bachelet, Gianfranco Pagliarulo, Rosy Bindi, Edmondo Bruti Liberati, Giuseppe Giulietti, Giuseppe Salmè, Roberto Gualtieri,  Paolo Berizzi, Emilio Ricci, Paolo Fresu, Emiliano Manfredonia, Matteo Lepore, Walter Massa, Armando Spataro, Silvia Albano, Gad Lerner, Vincenzo Vita, Vittorio Di Trapani, Gaetano Azzariti, Paolo Borrometi, Tomaso Montanari, Salvatore Borsellino, Alfredo Morvillo, Lorenza Ghidini, Chiara Gabrielli, Christian Ferrari, Benedetta Tobagi, Roberto Zaccaria, Carlo Guglielmi, Daniele Biacchessi,  Marino Sinibaldi, Maura Cossutta, Massimo Villone, Alfiero Grandi. La maratona sarà trasmessa dal vivo sul canale YouTube dell’ANPI nazionale https://m.youtube.com/@anpinazionalePartigiani, sui profili Facebook Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ANPI e Patria Indipendente, su www.collettiva.it, sui canali delle associazioni e organizzazioni sindacali partecipanti, sulle frequenze FM e web di varie radio, in streaming su www.RadioCom.tv e tramite le sue app per smartphone e PC. A condurre in studio la maratona saranno Altero Frigerio, Filippo Giuffrida Répaci, Roberta Lisi, Natalia Marino. Per un NO diffuso, consapevole e responsabile.   ANPI Nazionale
March 5, 2026
Pressenza
Dal 2 al 14 marzo: tutti gli incontri con la palestinese Shahd Khader
Si è inaugurato il 2 marzo alla Casa delle Donne di Milano, in dialogo con Elena Castellani (attivista di Assopace Palestina) e proseguirà fino al 14 marzo, con l’incontro conclusivo alla Casa delle Donne di Gallarate, il tour in Italia di Shahd Khader, giovane e preparatissima attivista della Working Women Society for Development. Un tour reso possibile dalla Rete Radiè Resch, miracolosamente scampato alla cancellazione di tutti i voli causa guerra in Medio Oriente e fittissimo di incontri e appuntamenti tra varie situazioni in Lombardia, Toscana, Veneto… sperando che lo spazio aereo possa tornare praticabile in tempo per il previsto ritorno a Ramallah, dove Shahd vive. Giovanissima (23 anni) Shahd ha raccontato ai tanti presenti all’incontro inaugurale del 2 marzo alla Casa delle Donne di Milano l’esperienza di estrema frammentazione, spossessamento, continuo assedio nei territori occupati. “Vivere sotto occupazione è la sola normalità che conosciamo. La strategia dell’occupazione è questa: rendere normale ciò che normale non è; farci digerire ciò che digeribile non è. L’umiliazione del continuo e pervasivo controllo a tutti i livelli, dai nostri spostamenti a tutto ciò che ci circonda: terre, proprietà, risorse, percorsi personali e professionali, tutto è costantemente sotto controllo – e di ogni cosa possiamo venir in ogni momento spossessati, senza alcuna accettabile motivazione. La nostra vita è totalmente nelle mani di chi ci occupa. Per questo è fondamentale il sostegno che ci arriva dalla Rete Radiè Resh, in termini di progetti, minime fonti di reddito che possono derivare per esempio da forme di lavoro cooperativo.” In queste condizioni di estrema difficoltà per tutti, la condizione delle donne è sempre più dura. “Il ruolo della donna nella vita e nella resistenza palestinese continua ad essere fondamentale, in situazioni rese ancor più precarie dall’assenza di lavoro per gli uomini. Quando non succede che vengano detenuti, in regime di cosiddetta ‘detenzione amministrativa’ che non richiede neppure un capo d’accusa, né prevede alcuna assistenza legale, e che può prolungarsi per mesi o anni senza alcun contatto con i familiari. Nei campi profughi la gente non ne può più, l’unico pensiero è come riuscire a sfamare i propri figli.” Alla violenza dell’occupazione si aggiunge dunque quella di sempre, di genere, patriarcale: difficoltà di vedere riconosciuti i più elementari diritti per esempio nei casi di successione patrimoniale; e non pochi gli episodi di violenza domestica, da parte di uomini, padri, compagni frustrati dalla cronica disoccupazione, oltre che dall’intollerabilità della situazione. Dopo gli incontri di Milano (2 marzo alla Casa delle Donne) e di Lecco (4 marzo, alla Casa sul Pozzo), il tour di Shahd Khader proseguirà tra: – Pisa, 5 Marzo, ore 21 al Circolo ARCI Alberone (Via Pasquale Pardi 199) – Molino di Quosa (PI) il 6 marzo, ore 18 al Magazzino di Antonio (P.zza Martiri della Romagna 26 – Quarrata (PT) il 7 marzo, ore 17 presso la Sala consiliare del Comune (Via Vittorio Veneto 2); – Udine, 9 marzo, ore 20.30, Circolo Nuovi Orizzonti (Via Brescia 3); – Verona, 12 marzo, ore 20.30 alla Sala Africa dei Missionari Comboniani (Vicolo Pozzo 1); – e infine Gallarate, 14 marzo, ore 18, alla Casa delle Donne (Via Torino 64). Per ulteriori informazioni o dettagli circa la possibilità di contribuire ai progetti di Rete Radiè Resh in Cisgiordania: https://reterr.it Daniela Bezzi
March 4, 2026
Pressenza
Presidio “Fermiamo la Battaggion SpA”– 5 marzo, Bergamo
Giovedì 5 marzo alle ore 18, in occasione della Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione, l’Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla promuove un  presidio pubblico a Bergamo davanti alla Battaggion SpA, in viale Pirovano 6N. Il luogo del presidio è altamente simbolico. Dallo stabilimento della Battaggion SpA partono tecnologie destinate al comparto militare, con esportazioni anche verso Israele.  Il presidio intende chiedere con forza la sospensione di tali forniture e una riconversione verso produzioni esclusivamente civili. L’iniziativa si inserisce in una mobilitazione diffusa su scala nazionale: in diverse città italiane si terranno azioni pubbliche davanti ai luoghi legati al business militare, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui temi del disarmo e contro il ripristino della leva. L’Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla invita la cittadinanza a partecipare e a diffondere l’appello. Ogni presenza contribuisce a rendere visibile una domanda pubblica di disarmo, trasparenza e responsabilità nelle scelte industriali. Appuntamento: Giovedì 5 marzo, ore 18:00 Viale Ernesto Pirovano 6, Bergamo  Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
L’urgenza di educare con il dialogo
Incontro con Pat Patfoort e le autrici del libro “Educare con il dialogo alla scuola primaria” Sabato 7 marzo 2026 alle 17,15 Biblioteca della Nonviolenza, Via Mazzali 5, Milano Già nei primi anni di vita, bambine e bambini sperimentano quotidianamente il confronto con i pari, imparano a riconoscere emozioni e bisogni propri e altrui, iniziano a costruire modalità per gestire e trasformare i conflitti. La scuola primaria è il luogo privilegiato in cui si gettano le basi delle competenze sociali e relazionali, una “esperienza di democrazia” in cui il dialogo non è oggetto di insegnamento, ma pratica quotidiana condivisa tra docenti, alunni e alunne. Le prime forme di educazione al dialogo prendono vita nei gesti e nelle parole: nel litigio per un posto, in una parola detta senza pensare, ma anche nelle lacrime trattenute, negli abbracci spontanei o nei gesti di rabbia. Il dialogo può essere una pratica concreta che si avvale anche di strumenti e dispositivi adeguati, per imparare a comunicare anche in tenera età, perché ogni giorno di scuola possa diventare un laboratorio di pace, favorendo un clima sereno e partecipativo e rafforzando il senso di comunità. Al contempo, imparare la nonviolenza non riguarda solo l’educazione di bambini e bambine: è una pratica quotidiana che riguarda le persone adulte, le relazioni, i contesti educativi, sociali e istituzionali. Conoscere e praticare la nonviolenza è una scelta consapevole e coraggiosa, oggi più che mai necessaria perché chi educa – genitori, insegnanti, adulti di riferimento, istituzioni – sia esempio e modello di riferimento. A ogni età, possiamo imparare a esprimere cosa si prova senza ferire, possiamo comprendere il punto di vista dell’altro/a e trasformare ogni possibile scontro in occasioni di riflessione e di incontro. L’approccio nonviolento e il dialogo sono sempre più urgenti e necessari per superare la cultura patriarcale e ogni tipo di discriminazione e disuguaglianza. Da questa consapevolezza e da una lunga esperienza sul campo nelle scuole che educano con la nonviolenza, nasce l’incontro aperto a tutti e tutte di sabato 7 marzo alle ore 17,15 presso la Biblioteca della Nonviolenza di via Mazzali 5 a Milano. Ospite speciale sarà Pat Patfoort, antropologa belga di fama internazionale, da anni impegnata nello studio dei conflitti, delle dinamiche di potere e delle alternative nonviolente nelle relazioni umane. Il suo contributo offrirà uno sguardo ampio e profondo su come la nonviolenza possa essere appresa, praticata e incarnata, anche e soprattutto, nel mondo adulto. Durante l’incontro verrà presentato il libro Educare con il dialogo alla scuola primaria. Attività e percorsi di nonviolenza (Erickson), un volume che unisce teoria e pratica e che nasce dalla lunga esperienza e condivisione delle autrici Annabella Coiro, Gabriella Fanara e Sabina Langer nel lavoro con bambine, bambini, docenti e genitori nelle scuole attraverso la rete EDUMANA. Sarà presente anche l’illustratrice Susanna Vincenzoni, che ha contribuito con il suo tocco artistico e personale a rendere ogni attività accessibile e viva. Il libro, la cui prefazione è stata scritta dalla stessa Pat Patfoort, propone percorsi, attività e riflessioni per portare la nonviolenza nelle classi della scuola primaria, ma parla anche delle persone adulte: invita a interrogarsi sul proprio modo di stare in relazione e di affrontare i conflitti, perché creare una cultura per la trasformazione costruttiva e nonviolenta dei conflitti è oltremodo urgente e necessario e può dare – secondo le parole dell’antropologa belga – “un contributo importante a una società e a un mondo più pacifici”. L’incontro si concluderà con un piccolo buffet, per continuare il confronto in modo informale.   Redazione Milano
March 4, 2026
Pressenza
Dal Mare Mostrum al Mare Nostrum: a Gallico si rompe il silenzio
Nell’ultimo di febbraio al CSOA ‘Angelina Cartella’ s’è chiusa la tappa finale della Carovana Migranti 2026 nel terzo anniversario della strage di Cutro. Dopo Crotone e Steccato di Cutro, la Carovana – accompagnata da familiari delle vittime e da attivisti della rotta balcanica – ha attraversato Riace, Caulonia, Roccella Jonica, Armo, per giungere infine a Reggio Calabria: “Un percorso di memoria e denuncia – scrive il quotidiano online reggino ‘Cult and Social’ -, ma anche di proposta concreta. Di seguito pubblichiamo un’estratto della cronaca di Marina Crisafi, che ha seguito l’evento: “Mare NMostrum. Rompere il silenzio sul genocidio e i migrantìcidi di Stato”[accì]    […] Gianfranco Crua di Carovana Migranti ha ripercorso oltre dieci anni di mobilitazioni lungo le rotte migratorie, dalla Sicilia alle Alpi. Se all’inizio l’attenzione era sui vivi in cammino, col tempo il lavoro si è spostato sull’assenza: gli scomparsi, i corpi senza nome, le famiglie che cercano risposte. «Non possiamo mollare, anche se i risultati si vedranno forse tra generazioni», ha affermato, rivendicando il valore di un lavoro lento di costruzione di empatia e consapevolezza. LA PROPOSTA: PROTOCOLLO INTERNAZIONALE E DIRITTO ALL’IDENTITÀ Uno degli obiettivi centrali della Carovana è la costruzione di un incontro internazionale con realtà come Caravana Abriendo Fronteras in Spagna e altre organizzazioni, per definire un protocollo condiviso sull’identificazione dei corpi e la ricerca degli scomparsi. Le richieste sono precise: creazione di una rete europea dei dati sugli scomparsi; procedure vincolanti per l’identificazione dei corpi; diritto dei familiari a partecipare a tutte le fasi, dall’identificazione alla sepoltura e al rimpatrio; visti temporanei per consentire la presenza nei processi e nelle ricerche. L’obiettivo dichiarato è vincolare le istituzioni nazionali ed europee ad attivarsi, riconoscendo come inalienabile il diritto delle famiglie a conoscere la sorte dei propri cari. LA “PIUMA” DI FRANCESCO PIOBBICHI: MEMORIA COME ATTO DI RIBELLIONE Al centro dell’incontro anche la proposta di Francesco Piobbichi, disegnatore sociale e operatore di Mediterranean Hope, che da anni lavora sul tema delle lapidi nei cimiteri di frontiera. La sua idea è un simbolo semplice e potente: una piuma di libertà cinta da filo spinato, da apporre sulle tombe senza nome. Un segno per affermare che quei morti non sono numeri, ma “martiri della libertà di movimento”, vittime di una politica delle frontiere che definisce necropolitica. Piobbichi ha raccontato l’origine di quel simbolo: il salvataggio di un giovane, Segen, leggero “come una piuma”, morto purtroppo poco dopo lo sbarco a Pozzallo. Da quella storia nasce la proposta di una memoria che non sia retorica istituzionale, ma presa in cura collettiva: mappatura del DNA delle vittime, dignità delle sepolture, rifiuto di lapidi anonime o disumanizzanti. Proposta che ha dato vita anche ad un’apposita petizione su Change.org (link per firmare). «La memoria è un atto di ribellione all’impotenza», ha sintetizzato, invitando istituzioni e società civile a prendersi cura delle tombe dei migranti nei cimiteri calabresi e siciliani. CAROVANA 2026: UN PERCORSO CHE UNISCE LE LOTTE A rappresentare la Carovana anche Alfonso De Stefano, dalla Sicilia, che ha ricordato come l’iniziativa nasca oltre dieci anni fa in Piemonte e in Val di Susa e attraversi da anni i territori di frontiera. L’anno scorso il percorso aveva toccato la costa tirrenica, quest’anno si è concentrato su Crotone, Cutro e l’area ionica, fino alla tappa finale di Gallico. «Viaggiano con noi quattro familiari delle vittime di Cutro», ha sottolineato, «e Sabina dal Montenegro. Il valore aggiunto della Carovana è coniugare la lotta al migranticidio con la resistenza al genocidio del popolo palestinese». Secondo De Stefano, non si tratta di temi distinti ma di una medesima logica di esclusione e violenza che attraversa confini diversi. Per questo, ha spiegato, il percorso guarda anche alla costruzione di nuove mobilitazioni nel Mediterraneo, coinvolgendo reti internazionali e società civile. L’obiettivo resta quello dichiarato fin dall’inizio: rompere il silenzio, trasformare la memoria in azione collettiva e rilanciare l’idea di una Calabria – e di un’Europa – aperta e solidale, capace di assumersi responsabilità concrete verso i vivi e verso i morti delle frontiere. RESTIAMO UMANI La serata si è chiusa nel segno dello slogan che accompagna l’intero percorso: “Restiamo umani”. Non solo memoria, dunque, ma proposta politica e culturale: costruire una Calabria aperta e solidale, reclamare verità e giustizia per Cutro e per tutte le stragi del Mediterraneo, pretendere procedure trasparenti per l’identificazione dei corpi, rivendicare il diritto universale alla dignità della sepoltura e alla conoscenza della sorte dei propri cari. Al Cartella ieri si è scelto di “rompere il silenzio”, con le parole dei familiari, con le storie delle rotte, con un simbolo leggero come una piuma e pesante come la memoria e la responsabilità collettiva.    Redazione Sicilia
March 3, 2026
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