La natura che non vediamo: il mondo vivo oltre le apparenze

Pressenza - Wednesday, October 14, 2026

Siamo abituati a osservare la natura per ciò che appare: un prato verde, un albero, un fiore. Più difficile è riconoscere quello che si nasconde sotto la superficie o comprendere le relazioni che legano gli organismi tra loro. Eppure, proprio ciò che non vediamo sostiene gran parte degli equilibri da cui dipende la vita. È anche da queste suggestioni che si può partire per guardare a Orticolario, la manifestazione dedicata alla cultura del giardinaggio, al paesaggio e al rapporto tra uomo e natura, che si svolge negli spazi di Villa Erba, a Cernobbio, sulle rive del lago di Como. L’edizione 2026, in programma dal 1° al 4 ottobre, ha scelto il tema en rêverie, il sogno a occhi aperti: un invito a lasciarsi sorprendere dalla natura e a immaginare nuovi modi di entrare in relazione con essa.

Tra le installazioni presentate, alcune offrono l’occasione per andare oltre la bellezza immediata di un giardino e interrogarsi sulla complessità del mondo vivente. Perché la natura non è soltanto ciò che vediamo e ammiriamo: è anche un insieme di organismi, scambi e processi spesso invisibili, dai quali dipende la salute degli ecosistemi. Il suolo, per esempio, viene spesso considerato una semplice base su cui crescono le piante, uno spazio da coltivare o da mantenere ordinato. In realtà è un ambiente complesso, abitato da una straordinaria varietà di organismi. Batteri, funghi, alghe e altri microrganismi contribuiscono alla trasformazione della materia organica, alla disponibilità dei nutrienti e ai processi che rendono possibile la crescita delle piante. La salute del terreno dipende anche da queste forme di vita, invisibili a occhio nudo ma essenziali per il funzionamento degli ecosistemi.

È proprio su questa dimensione che si concentra Olobioma, progetto di Jonathan Arnaboldi, architetto paesaggista di Cucciago, e Matteo Pellicanò, agrotecnico di Tavernerio, entrambi nel Comasco, realizzato in collaborazione con il dipartimento DeFENS dell’Università degli Studi di Milano. L’opera richiama l’attenzione sulla comunità microscopica che vive nel suolo e sulle relazioni che legano questi organismi al mondo vegetale. Pensare al terreno come a un sistema vivo significa anche interrogarsi sul modo in cui lo trattiamo. Le lavorazioni intensive, la perdita di materia organica e l’impiego inappropriato di prodotti chimici possono compromettere, in condizioni diverse, la biodiversità e i processi biologici del suolo. Un terreno non dovrebbe quindi essere valutato soltanto per la sua capacità di sostenere una vegetazione rigogliosa o per il suo aspetto ordinato, ma anche per la vita che ospita e per la sua capacità di mantenere le proprie funzioni ecologiche.

Un’altra forma di invisibilità riguarda direttamente le piante. Ci accorgiamo facilmente di un animale che si muove, mentre possiamo attraversare un giardino senza soffermarci sulla varietà delle specie vegetali che lo abitano. Questa tendenza è conosciuta come plant blindness: l’abitudine a non prestare sufficiente attenzione alle piante, considerate spesso un semplice sfondo del paesaggio anziché organismi viventi con caratteristiche e funzioni proprie.

A questa disattenzione si richiama Rorschach Plant, progetto dell’artista Aurora Bresci, di Livorno, parte della sua ricerca La carne delle piante. L’opera invita a interrogare il nostro modo di percepire il mondo vegetale e a mettere in discussione l’abitudine a considerarlo familiare e, proprio per questo, quasi invisibile. Eppure le piante non sono una semplice cornice della vita umana. Costituiscono la base di numerose catene alimentari, offrono nutrimento e rifugio a molte specie e partecipano ai cicli dell’acqua e dei nutrienti e alla regolazione del clima. Anche negli ambienti urbani alberi, arbusti e aree verdi possono contribuire a mitigare il calore e a offrire habitat per altre forme di vita. Non conta, però, soltanto la quantità di verde: sono importanti anche la varietà delle specie, la qualità degli ambienti e le relazioni ecologiche che possono svilupparsi al loro interno. La biodiversità, infatti, non coincide con una semplice collezione di specie. È fatta anche delle interazioni che le collegano e che permettono agli ecosistemi di funzionare. La perdita di una specie o il degrado di un habitat possono avere conseguenze che vanno oltre ciò che appare nell’immediato, alterando equilibri costruiti nel corso del tempo.

Un cambio di prospettiva è suggerito anche da Frattura fertile, ideata da Ajadi Bushaj, di Milano, e Pietro Frazzei, di Lecco. Una spaccatura nel prato diventa l’occasione per immaginare un ecosistema rigoglioso: quello che potrebbe apparire come una rottura dell’ordine rivela la possibilità di una nuova forma di vita. L’immagine mette in discussione l’idea che la natura debba essere sempre controllata, uniforme e priva di imperfezioni per essere considerata bella.

È una riflessione che riguarda anche il nostro modo di progettare giardini e spazi verdi. Lasciare spazio alle specie spontanee, scegliere piante adatte alle condizioni locali e ridurre gli interventi non necessari possono contribuire, in molti contesti, a favorire la biodiversità. Non si tratta di rinunciare alla cura del paesaggio, ma di ripensarla: non imporre ovunque un ordine uniforme, bensì riconoscere i processi naturali e trovare un equilibrio tra le esigenze umane e quelle degli altri organismi. Forse è proprio questo l’invito più interessante che emerge da queste opere: imparare a osservare senza fermarsi alle apparenze. Un prato non è soltanto una superficie verde; un terreno non è materia inerte; una pianta non è soltanto un elemento decorativo. Dietro ciascuno di questi elementi si sviluppano processi e relazioni che ci ricordano quanto gli esseri umani siano parte della natura, e non spettatori esterni.

Il tema del sogno può allora diventare un’occasione per immaginare un diverso modo di abitare il mondo: meno orientato al controllo assoluto e più attento ai ritmi, alle esigenze e alle interdipendenze del vivente. Conoscere ciò che normalmente non vediamo è un primo passo per riconoscerne il valore. Proteggere la natura non significa soltanto conservare paesaggi piacevoli da guardare. Significa tutelare anche la vita microscopica del suolo, la varietà delle piante, gli habitat e le relazioni ecologiche che rendono possibile la continuità degli ecosistemi. In fondo, imparare a vedere meglio è già un modo per cominciare a prenderci cura di ciò che ci circonda.

Tiziana Volta