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Mymovies. “Il sentiero azzurro”, viaggio in una vita secondo natura
“Il sentiero azzurro” di Gabriel Mascaro è la storia di un viaggio alla volta di una vita libera e secondo natura. Protagonista Tereza, (Denise Weinberg) una signora che a 77 anni viene “rottamata” dal governo perché inutile dal punto di vista produttivo e destinata a una colonia dove i vecchi vengono radunati. Spogliata dei suoi diritti, sotto tutela di una figlia che la priva delle sue libertà e dei suoi soldi, Tereza si ribella alla deportazione. Naviga lungo il Rio delle Amazzoni incontrando avventurieri, capitani di mare, suore non credenti, una donna anziana come lei e giramondo. Una fiaba ironica, bizzarra, paradossale, una metafora sulla capacità di ribellarsi e sulla resilienza umana, che esiste a prescindere dall’età. Il Paese in cui Tereza aveva vissuto è un Brasile di là da venire, governato da severissime leggi sulla terza età, nel quale gli anziani vengono presi per strada come cani randagi e sbattuti in furgoncini-prigione. Lei ha tirato avanti osservando le regole, da brava cittadina e da brava madre, guadagnandosi la vita col macello della carne di alligatore. Il film fa pensare al valore imprescindibile della vita secondo natura e senza costrizione, un viaggio attraverso un habitat incontaminato, fuori da categorie anagrafiche e sociali, un mondo che non conosce l’esistenza di uomini di serie B. “Il sentiero azzurro” è stato presentato al Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’Argento 2025. Il sentiero azzurro (2025) Un film di Gabriel Mascaro con Denise Weinberg, Rodrigo Santoro, Miriam Socarras, Adanilo Reis, Clarissa Pinheiro. Genere: Drammatico. Durata: 85 minuti. Produzione: Brasile, Messico, Paesi Bassi, Cile 2025. In streaming su Mymovies   Bruna Alasia
March 6, 2026
Pressenza
Paolo Virno: esodo e linguaggio
Paolo Virno e Franco “Bifo” Berardi sono stati militanti di Potere Operaio, uno a Roma l’altro a Bologna, entrambi in giro per l’Italia. Hanno vissuto, chi a Roma chi a Bologna, l’esplosione del Settantasette. A seguire, prima e durante la furia repressiva, hanno condiviso l’esperienza editoriale di “Metropoli”. Del Settantasette, allo stesso modo negli anni Ottanta e Novanta, hanno messo in rilievo un tratto decisivo: l’emergere in primo piano del marxiano general intellect, inteso però come lavoro vivo. Per dare conto del linguaggio messo al lavoro, del capitalismo digitale, le loro ricerche hanno percorso sentieri diversi: Wittgenstein e l’antropologia filosofica, il primo, Baudrillard e Guattari, la cybercultura, il secondo. Sempre sviluppando, entrambi, una proposta filosofica originale. Negli ultimi anni, seppur da prospettive diverse, tutte e due hanno riflettuto sul problema dell’impotenza (della moltitudine). In vista della giornata di sabato 7 febbraio a Esc, dedicata al ricordo di Paolo Virno, pubblichiamo un testo di Franco “Bifo” Berardi del 2013 – inedito nella lingua italiana e destinato, in inglese, ai lettori nordamericani – su Paolo Virno e la sua inconfondibile singolarità nella scena del pensiero contemporaneo. Franco “Bifo” Berardi, che ringraziamo per il regalo prezioso che ha fatto a DinamoPress e alle sue lettrici e ai suoi lettori, sarà anche lui presente e interverrà a Esc sabato 7 febbraio.  L’INVARIANTE BIOLOGICA Severo ed elegante, arcaico, ironico, a volte sferzante, a volte persino sprezzante è lo stile di Paolo Virno, pensatore che proviene da un’esperienza collettiva il cui punto di massima condensazione si trova nella breve vicenda politica di Potere Operaio, durante gli anni più intensi della lotta di classe in Italia, fra il 1969 e il 1973. Sebbene il lavoro teorico di Virno si iscriva a pieno titolo in quella tendenza che per consuetudine chiamiamo oggi post-operaismo, vi sono nel suo pensiero alcuni tratti distintivi, che arricchiscono la prospettiva complessiva e al tempo stesso sorprendono. Sorprendente è l’introduzione dei concetti di “natura umana” e di “storia naturale” nel lessico post-operaista e altrettanto sorprendente è l’esplicita riproposizione dell’invariante biologica come fattore di definizione dell’umano. Reintroducendo l’invariante biologica nella trama mutevole della storia, non si finisce forse per instaurare una forma di determinismo naturalistico che impoverisce il pensiero, la comprensione e di conseguenza l’azione stessa? È la domanda che mi feci quando Virno ripropose una discussione tra Noam Chomsky e Michel Foucault sul tema – per l’appunto – della natura umana. Introducendo la pubblicazione di questa discussione del 1972, Virno valorizza la posizione di Chomsky per prendere implicitamente le distanze dal post-strutturalismo e questa scelta mi lasciò interdetto proprio perché il pensiero di Chomsky mi è sempre parso ridurre l’azione linguistica a una grammatica innata e immutabile, a carattere fortemente deterministico. Ma seguendo l’intero svolgimento del pensiero di Virno l’equivoco si dissolve, non senza un effetto di arricchimento del panorama concettuale. Partiamo allora di qui, da un brano che si trova nel capitolo intitolato Storia naturale del libro Quando il verbo si fa carne: «L’invariante biologica che contraddistingue l’animale umano dal Cro-Magnon in poi è la dynamis o potenza: cioè la non specializzazione, la neotenia, la mancanza di un ambiente univoco. I quesiti con cui deve misurarsi la storia naturale suonano ora così: in quali frangenti sociopolitici affiora la non specializzazione biologica dell’Homo sapiens?» (p. 167). Leggendo questo testo, e seguendo l’intero svolgimento del ragionamento virniano a me torna alla mente un testo di Pico della Mirandola, umanista italiano e studioso della mistica ebraica il quale,nella sua Horatio de dignitate hominis scritta nel 1486 racconta come il Signore Iddio rimase privo di archetipi proprio nel momento doveva generare l’uomo, corona della sua creazione. Il Padre Eterno si vide perciò costretto a dar forma a un essere che non aveva forma e doveva (o poteva) di conseguenza inventare in ogni momento la propria esistenza. Una natura priva di determinazione, dunque. Anche Virno, come Pico, sottopone l’evento umano a una generazione metastorica, affermando il carattere naturale del linguaggio, per poi rivelare che questa naturalità non ha affatto i caratteri della necessità deterministica. Scrive infatti: «Si può senz’altro consentire con questa asserzione di Chomsky: il modo in cui noi ci sviluppiamo non riflette le proprietà dell’ambiente fisico, ma quelle della nostra natura essenziale. A condizione di aggiungere però che la nostra natura essenziale è caratterizzata in primo luogo dall’insussistenza di un ambiente determinato, e quindi da un duraturo disorientamento.” (p. 166). > Riproponendo la discussione tra Chomsky e Foucault che si svolse nella città > di Eindhoven nel 1972, Virno si distanzia del culturalismo radicale prevalente > nel campo del pensiero critico operaista e post-strutturalista, e afferma > l’imprescindibilità di una riflessione sulla natura umana, ma poi, subito dopo > si distanzia dallo stesso Noam Chomsky per riaffermare l’irriducibilità > dell’animale umano a qualsiasi determinismo naturalista. Nessun programma > politico e nessun destino si ricava dalla potenzialità della natura umana; e > il linguaggio, facoltà naturale che definisce l’animale umano, non è > determinante della lingua che parliamo né delle scelte comunicative che > andiamo compiendo. «Sprovvedutezza istintuale e cronica potenzialità: questi aspetti invarianti della natura umana, desumibili dalla facoltà di linguaggio, implicano l’illimitata variabilità dei rapporti di produzione e delle forme di vita, senza però suggerire alcun modello di società giusta» (p. 158). Facoltà di linguaggio e prassi vanno infatti distinte, contro la pretesa chomskiana di ridurre l’esecuzione linguistica allo svolgimento di una competenza grammaticale innata. «Biologica la facoltà, storica la lingua; innata la prima, acquisita la seconda, attinente alla mente individuale l’una, inconcepibile al di fuori del nesso sociale l’altra» (p. 160). Se Chomsky è servito a Virno per segnalare il suo interesse per un territorio concettuale che spiazza strategicamente le attese del culturalismo radicale, lo stesso Virno ci dice a chiare lettere che non è Chosmky il suo autore di riferimento, bensì Ludwig Wittgenstein, e più precisamente il Wittgenstein del Tractatus. Introducendo un altro dei suoi libri (Parole con Parole, del 1995) Virno scrive infatti: «…qui si interpella il Tractatus, come il libro delle domande giuste». LINGUAGGIO E POSTFORDISMO La mia esplorazione del complicato universo virniano comincia da questo punto che concerne la nozione di natura umana perché da qui e dalla precisazione sul carattere non deterministico di questa definizione partono molti dei fili che la sua riflessione è andata svolgendo nel corso degli anni su piani distanti come la linguistica, la teoria politica, la filosofia analitica, la critica dell’economia politica e l’azione sociale. > Virno afferma la centralità del linguaggio come facoltà naturale, ma poi > precisa che la prospettiva sociale definisce il linguaggio come prassi e > questa non si identifica né si riduce alla facoltà naturale. Non dunque una > grammatica, ma una prassi, è il linguaggio di cui ci parla Virno arricchendo > sia la prospettiva politica del pensiero sociale post-operaista, sia la > prospettiva scientifica della filosofia del linguaggio cui offre un contributo > del tutto originale. Nell’ambito del pensiero critico contemporaneo, e particolarmente nell’ambito del cosiddetto pensiero post-operaista, Paolo Virno si distingue per la vastità dei riferimenti bibliografici e delle suggestioni filosofiche, ma ancora più per la distanza, non ostentata ma evidente, dal culturalismo radicale del cosiddetto post-strutturalismo francese, che dagli anni ’70 in poi ha intrecciato concettualmente e politicamente il post-operaismo italiano. Autori come Deleuze, Guattari e Baudrillard non compaiono – se non di sfuggita e marginalmente – nei suoi scritti, e nelle sue preoccupazioni. E lo stesso Michel Foucault compare soltanto per essere messo in questione in maniera – se così posso dire – irrispettosa. Il versante su cui Paolo Virno si affaccia per costruire il suo edificio di pensiero è quello della filosofia analitica mentre la Teoria critica appare sullo sfondo come oggetto di interesse secondario, anche se negli anni della formazione Virno si è occupato in modo approfondito di Theodor Adorno dedicando al suo pensiero la sua tesi di laurea. La questione del linguaggio viene da lui affrontata come questione fondante, non come piano particolare del processo di soggettivazione o come aspetto connesso alla singolarizzazione psichica. Il linguaggio non è piano fra altri del processo di soggettivazione, ma tratto essenziale della natura umana, e solo partendo da qui una riflessione politica sui processi di soggettivazione può cominciare. Il tema del linguaggio e delle forme di vita, che Virno frequenta in compagnia di Wittgenstein, entra nella sfera dell’analisi sociale quando, a partire dal 1977, un movimento si fece carico di quelle questioni in modo consapevolmente politico, e quando la trasformazione post-fordista fece del linguaggio l’ambito principale della produzione capitalistica e la forma generale del lavoro produttivo. Alla fine di Grammatica della moltitudine, il libro forse più noto di Paolo Virno si trovano dieci tesi sul postfordismo. La prima recita: «Il postfordismo ha fatto la sua comparsa in Italia con le lotte sociali che per convenzioni sono ricordate come il movimento del ’77». Il movimento del ’77, di cui Paolo Virno è stato protagonista politico e interprete teorico, può essere considerato come l’episodio finale del ciclo di lotte sociali iniziato con l’esplosione studentesca del 1968: questo ciclo ebbe in Italia caratteri di continuità e di radicalità del tutto particolari. Nell’arco di quel decennio la composizione sociale e intellettuale del lavoro muta in parallelo con l’evoluzione dell’organizzazione del capitale. È da quell’evoluzione che trae motivo e argomenti l’evoluzione concettuale che porta il neo-marxismo italiano noto come “operaismo” a riconfigurarsi come post-operaismo. Mentre nel ’68 italiano e mondiale la classe operaia di fabbrica e gli studenti si presentano come figure separate che vanno verso un processo di unificazione politica e di ricomposizione sociale, la nuova realtà che si manifesta nel 1977 – dopo il dispiegarsi della crisi recessiva iniziata nel 1973 e in contemporanea con l’inizio del processo di de-industrializzazione (o post-industrializzazione) dell’Occidente, vede emergere sulla scena della rivolta una figura dai contorni ambigui, insieme lavoratore precario e studente, intellettuale in formazione e sperimentatore della comunicazione. > Questa evoluzione è l’effetto della pressione operaia contro lo sfruttamento, > dell’assenteismo e del sabotaggio, e al tempo stesso è l’effetto della potenza > inventiva del lavoro intellettuale che si presenta così duplicemente, come > alleato del rifiuto operaio del lavoro salariato e come alleato del > capitalista che intende aumentare la produttività e ridurre il peso della > insubordinazione operaia grazie all’innovazione tecnologica. È da questa ambiguità della nuova figura che trae origine la vitalità dei movimenti politici e delle trasformazioni tecniche e culturali che seguirono all’esplosione iniziale del 1977. Nell’evoluzione di quegli anni acquista rilievo analitico centrale un’opera di Marx che fino agli anni ’70 fino allorasconosciuta, i Grundrisse, e in particolare il capitolo noto come Frammento sulle macchine. Scrive in proposito Paolo Virno: «Il postfordismo è la realizzazione empirica del Frammento sulle macchine di Marx… Il sapere astratto – quello scientifico in primo luogo, ma non solo esso – si avvia a diventare niente di meno che la principale forza produttiva relegando il lavoro parcellizzato e ripetitivo in una posizioneresiduale.” (Grammatica della moltitudine, pp. 69-70). È proprio a partire dalla lettura di questo testo marxiano che Virno rivendica l’attualità propriamente sociale di autori che fino a quel momento erano rimasti oggetto di un’attenzione specialistica dei filosofi del linguaggio. L’iscrizione della riflessione sul linguaggio nella sfera del pensiero sociale non è una scelta astrattamente intellettuale, ma la via più adeguata per cogliere la specificità del postfordismo. «Il processo lavorativo non è più taciturno, ma loquace. L’agire comunicativo non ha più il suo terreno privilegiato, o addirittura esclusivo nelle relazioni etico-culturali e nella politica, esulando invece dall’ambito della riproduzione materiale della vita. Al contrario la parola dialogica si insedianel cuore stesso della produzione capitalistica. Per comprendere davvero la prassi lavorativa postfordista occorre rivolgersi in misura crescente a Saussure e Wittgenstein. È vero, questi autori si sono disinteressati dei rapporti sociali di produzione: tuttavia, poiché hanno riflettuto a fondo sull’esperienza linguistica, essi hanno da insegnare più cose sulla fabbrica loquace di quanto non possano gli economisti di professione» (pp. 76-77). Ecco emergere sulla scena quella figura sociale che Virno definisce “intellettualità di massa”: «Chiamo intellettualità di massa l’insieme del lavoro vivo postfordista (non già, si badi, qualche settore particolarmente qualificato del terziario) in quanto esso è depositario di competenze cognitive e comunicative non oggettivabili nel sistema di macchine.» (p. 77). Non si tratta più di proletarizzazione degli intellettuali, non si tratta di una perdita della funzione che il sapere e il suo portatore avevano avuto nella società borghese della modernità, non si tratta di un effetto di declassamento di alcuni settori della categoria privilegiata della borghesia intellettuale. Si tratta al contrario di una trasformazione generale del processo lavorativo, che porta il sapere al centro, al punto che le generiche facoltà linguistiche e cognitive dell’essere umano divengono l’essenziale forza produttiva della valorizzazione. Nell’anno 1977 parve possibile un mutamento davvero radicale: parve che il sapere potesse divenire consapevole forza di emancipazione dei lavoratori dal lavoro. Nell’ambito del pensiero autonomo si fece strada una visione del comunismo del tutto diversa da quella del comunismo storico novecentesco. La potenza dell’intelletto collettivo aumentava la produttività del lavoro rendendo possibile un’enorme liberazione di tempo di vita (di cura, di affetto, di educazione, di ricerca) dalm dominio del lavoro salariato. “Lavorare tutti ma pochissimo” divenne una formula realistica per il pieno dispiegamento della forza politica della soggettività sociale dei movimenti. Le teorie sociologiche sulla fine del lavoro proposte negli anni successivi da autori come André Gorz e Jeremy Rifkin si rivelarono utopie ideologiche perché non tenevano conto del fatto che l’emancipazione del tempo dalla schiavitù salariata non è un effetto lineare dello sviluppo tecnologico, ma l’effetto di un rapporto di forza tra capitale e lavoro. E in effetti, la controffensiva capitalistica che negli anni successivi prese il nome equivoco di Neoliberismo piegò il lavoro intellettuale a svolgere una funzione essenzialmente antiproduttiva, anti-emancipatoria, e puntò ad aumentare la produttività ma anche l’orario di lavoro così da ridurre il costo del lavoro destinando enormi quote di tempo sociale alla disoccupazione, alla precarietà, all’immiserimento. «L’iniziativa capitalistica orchestra a proprio beneficio precisamente quelle condizioni materiali e culturali che assicurerebbero un pacato realismo alla prospettiva comunista. Si pensi agli obiettivi che costituiscono il fulcro di tale prospettiva: abolizione di quello scandalo intollerabile che è la persistenza del lavoro salariato; estinzione dello stato in quanto industria della coercizione e monopolio della decisione politica; valorizzazione di tutto ciò che rende irripetibile la vita del singolo. Ebbene, nell’ultimo ventennio è stata messa in scena un’interpretazione capziosa e terribile di quegli stessi obiettivi. Anzitutto: l’irreversibile contrazione del tempo di lavoro socialmente necessario è andata di pari passo con l’aumento di orario per chi sta dentro e l’emarginazione per chi sta fuori» (p. 80). La controffensiva neoliberista viene interpretata qui come un’azione antiproduttiva del capitale, che punta essenzialmente a ridurre il costo del lavoro, anche se questo comporta una irragionevole e devastante separazione dei lavoratori tra una massa dispersa di precari e disoccupati, e un esercito di lavoratori industriali e cognitivi costretti a ritmi infernali, a orari interminabili, a bassi salari e umilianti condizioni di dipendenza. Invece di suddividere il tempo di lavoro necessario residuo permettendo alla società di godere del proprio tempo, il capitale ha imposto una prospettiva feroce e idiota: mentre si aumenta lo sfruttamento di una parte si costringe un’altra parte della forza lavoro a vivere la libertà come miseria disoccupata e come precarietà. La guerra tra dipendenza e autonomia si gioca tutta in questo paradosso che impone a tutti l’ansia di dominio e di profitto di una minoranza di psicopatici che detengono il potere finanziario e politico. Con la sconfitta dell’autonomia sociale inizia il tempo in cui «il lavoro salariato è divenuto disvalore e costo sociale eccedente, mentre la critica di esso si manifesta quale fattore di civilizzazione nonché eminente forza produttiva» (Convenzione e materialismo). Questo rovesciamento antiproduttivo e antiemancipatorio viene reso possibile da una controffensiva sociale che prende nome di Neoliberismo. Nell’anno stesso in cui Margareth Thatcher vince le elezioni in Gran Bretagna, in Italia quel processo viene avviato con una repressione poliziesca che punta a criminalizzare e mettere in silenzio il pensiero e le pratiche dell’autonomia sociale. PRODUZIONE INFORMAZIONE SIGNIFICATO Nel 1979 dunque le forze dell’oscurantismo capitalista scatenarono la vendetta contro l’autonomia sociale. Questo attacco si manifestò a livello globale nelle forme della deregulation, della riduzione del costo del lavoro e della spesa pubblica, della privatizzazione e dell’aumento dello sfruttamento: tutte quelle trasformazioni che presero nome di Neoliberismo e furono inaugurate in Gran Bretagna dal governo Thatcher, per poi diffondersi progressivamente nel mondo con una violenza crescente, fino all’attacco finale che si sta verificando nel secondo decennio del ventunesimo secolo nella forma di crisi finanziaria e di predazione generalizzata delle risorse sociali da parte della classe finanziaria. In Italia l’attacco neoliberista venne preparato dall’eliminazione dell’avanguardia operaia nelle fabbriche (licenziamenti di massa alla Fiat di Torino) e con la criminalizzazione della cultura anticapitalista. Paolo Virno fu oggetto di questa campagna di criminalizzazione e insieme a centinaia di operai, studenti, professori, giornalisti fu arrestato il 6 giugno del 1979 e detenuto per due anni prima di essere scarcerato e infine assolto dalle accuse di associazione sovversiva nel 1987. Nel frattempo, mentre le avanguardie del movimento si disperdevano, la trasformazione della società italiana seguiva linee non dissimili da quelle della generale trasformazione postfordista dell’Occidente, anche se la specificità italiana – che la miseria analitica della sinistra interpretava in termini di arretratezza – accentuava i caratteri nuovi dell’emergente capitalismo postfordista: corruzione mafiosa generalizzata, predominio della chiacchiera, menzogna pubblicitaria pervasiva, cialtroneria della macchina mediatica sempre più potente. Virno analizza questo passaggio degli anni ’80 in vari saggi, raccolti in un libro dal titolo Esercizi di esodo (2002) e nelle note su opportunismo e cinismo che troviamo in Grammatica della moltitudine. Questi “cattivi sentimenti” sono la modalità emotiva di una socializzazione lavorativa ed extra-lavorativa «sempre più segnata da svolte repentine, choc percettivi, innovazione permanente, cronica instabilità». È la precarizzazione del lavoro che va sgretolando la solidarietà sociale e colorando di ansia competitiva le relazioni tra persone e va preparando così la piena subordinazione neoliberale della vita sociale e dei saperi all’interesse privato d’impresa. La funzione capitalistica di valorizzazione assorbe e sottomette il lavoro dell’innovazione, il lavoro intellettuale e quella che un tempo era stata la dimensione marginale ed elitaria dell’industria culturale diviene il regime dell’info-produzione generalizzata. Non più settore merceologico particolare, ma paradigma della nuova forma di info-produzione. A questa trasformazione sono dedicate alcune pagine memorabili in cui Virno, ispirandosi a una riflessione di Hannah Arendt, si occupa del rapporto tra lavoro azione e intelletto, e sviluppa la metafora del virtuosismo, attività senza opera, che realizza l’esecuzione di uno spartito. «Il virtuosismo diventa lavoro massificato con la nascita dell’industria culturale. È lì che il virtuoso ha cominciato a timbrare il cartellino. Nell’industria culturale, infatti, l’attività senza opera, ossia l’attività comunicativa che ha in se stessa il proprio compimento è un elemento caratterizzante, centrale, necessario, ma proprio per questo motivo è anzitutto nell’industria culturale che la struttura del lavoro salariato ha coinciso con quella dell’azione politica.” (Grammatica, p. 32). L’intellettualizzazione del lavoro e la messa a salario del linguaggio comporta certamente un potenziamento della forza sociale, ma al tempo stesso comporta – entro le condizioni capitalistiche – un impoverimento straordinario. «Nessuno è così povero come colui che vede la propria relazione con la presenza altrui, ossia la propria facoltà comunicativa, il proprio aver-linguaggio ridotti a lavoro salariato.” (p. 32). Ugualmente nessun mondo è così misero quanto quello in cui il linguaggio finisce per essere ridotto a strumento subalterno di valorizzazione del capitale.«Il mondo sensibile come contesto in cui l’esperienza umana è ineludibilmente inscritta, senza però nmai aderirvi in modo pieno e univoco è consunto e dissolto dalla comunità teologico-linguistica» (Parole con parole, p. 85). Partendo dalla costatazione che il linguaggio diviene campo essenziale della produzione di valore e al tempo stesso viene sottomesso alla logica del simulacro, copia senza prototipo, ripetizione automatica dell’effetto di linguaggio Virno parla di “idolatria del linguaggio”: «Quando il linguaggio è raffigurato (nonché idolatrato) come illimitato autoriferimento che nulla lascia veramente sussistere al di fuori di sé, non è più in questione un ambito extralinguistico, né quindi la forma che esso eventualmente assume (contesto indeterminato o habitat prefissato). Si delinea piuttosto una situazione estrema: abrogata la materialità del mondo, è il linguaggio stesso a costituire ormai, con il suo inesauribile ritorno presso di sé, una sorta di ambiente immediato» (p. 85). La logica del simulacro si instaura quando l’enunciazione non fa più riferimento ad alcun prototipo o referente, ma si esercita unicamente come replicazione. Ritorna qui la critica dello spettacolo sviluppata dai situazionisti (cui Virno ha dedicato il saggio Cultura e produzione sul palcoscenico, uscito per le edizioni de Il Manifesto nel 2006). «La comunità spirituale della comunicazione si è realizzata storicamente nella società dello spettacolo: dunque nella società che fa della comunicazione generalizzata l’habitat di qualsiasi esperienza immediata: nella società che rende i codici linguistici uno sfondo seminaturale, molto simile alla foresta per l’orso o al fiume per l’alligatore; nella società in cui, venendo meno l’attrito tranlinguaggio e mondo, perdura l’impressione di un blocco o di un congelamento della storia (impressione che gli eredi postmoderni della comunità teologico-linguistica non si stancano diavallare e di agghindare)» (p. 86). L’ipertrofia della comunicazione annulla (ignora) l’attrito tra linguaggio e mondo, pretende di fare del mondo una banale estensione dell’effetto comunicativo del linguaggio, e riduce così il mondo a riproduzione in superficie sempre mutevole dello spettacolo, della proiezione mediatica di un linguaggio privato di profondità, di sfondo, di conflitto. Il discorso di Virno si avvicina qui alla critica che si sviluppa nell’ambito della cibercultura prevalentemente nordamericana, fino dai primi anni ’90, in contemporanea con la costruzione della macchina linguistica universale, la rete. In Data trash, un libro del 1993, Arthur Kroker e Robert Weinsstein elaborano un’idea che già dagli anni ’70 era emersa negli scritti di Jean Baudrillard: “more information less meaning”. Quanto più veloce è il ciclo dell’informazione tanto più tende a ridursi il tempo per l’elaborazione singolare del significato. Quando il lavoro diviene lavoro linguistico e il prodotto si manifesta essenzialmente come informazione, l’accelerazione del ciclo informativo diviene dimensione principale dell’incremento della produttività del lavoro, ma al tempo stesso sottrae il linguaggio alla sua autonomia di significazione. Si tratta della specifica manifestazione della contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio nella sfera del linguaggio, quando il linguaggio viene attratto nella sfera della comunicazione e là viene ridotto a performance produttiva. Ecco allora che, quanto più intensa diviene la produzione di info-merce, quanto più rapida è la esposizione e il consumo di unità informative da parte del destinatario consumatore, tanto meno è possibile un’elaborazione criticamente singolare dell’informazione. L’aumento della produttività del lavoro linguistico comporta infatti una accelerazione del flusso infosferico, e una riduzione del tempo di ricezione cui consegue necessariamente una riduzione della possibilità di elaborazione e di estrazione singolare di significato. L’elaborazione di significato comporta infatti un rallentamento che contraddice la logica della massima estrazione di valore dal ciclo infosferico. Il processo di astrazione che investe il lavoro in generale investe così anche quell’ambito particolare del lavoro che è la comunicazione. Quanto più il linguaggio è sussunto nella produzione di valore, tanto più la comunicazione si fa scambio astratto di info-merce. Per incrementare la produttività del lavoro linguistico si deve rendere più intensa la produzione di info-merce, e di conseguenza più rapido diviene l’info-flusso, più rapida l’esposizione, mentre si contrae il tempo di ricezione e di elaborazione. La comunicazione tende così a diventare mera stimolazione di un organismo privatodella sua autonomia e singolarità linguistica e sensibile, trasformato in appendice di un flussointegrato di informazione-valore di scambio. MOLTITUDINE INDIVIDUAZIONE ESODO Paolo Virno non usa il linguaggio socio-mediologico e ciberpunk con il quale ho cercato di interpretare il suo pensiero nelle righe precedenti. Il suo linguaggio è più rigoroso di quello del suo umile commentatore, perché, come ho detto all’inizio, lo stile di Virno è severo, non frivolo come credo sia il mio. Ma nella parabola del suo discorso sono anticipate e sintetizzate molte questioni che – certo su un piano differente – sono state elaborate dalla letteratura ciber-distopica alla cui fonte io mi sono forse troppo abbeverato. A questo punto, però si ripropone il problema di come si ricostituisca autonomia e singolarità quando il processo di valorizzazione capitalistico si è traferito dalla sfera della ripetizione a quello della differenza, dalla sfera della trasformazione materiale a quella della trasformazione informazionale e simbolica. Ritorna cioè il problema della soggettivazione politica entro la dimensione aperta dalla svolta linguistica. > Moltitudine, individuazione, esodo sono tre passaggi concettuali attraverso i > quali Virno rende possibile la riemergenza dell’autonomia nel panorama sociale > definito dalla sussunzione del linguaggio entro la sfera del valore. Come > uscire dal recinto in cui la sussunzione del linguaggio rinchiude la > soggettività? «Il punto d’onore del pensiero critico sta nell’esibire il carattere radicalmente finito della parola umana. Questo significa valorizzare gli aspetti non linguistici della nostra appartenenza al mondo, restituendo autonomia e rilevanza a ciò che resta opaco a ogni enunciazione». È così che la corporeità sociale ritorna nella scena, partendo da una rivendicazione filosofica dei limiti del linguaggio. «Dacché il moderno processo di produzione incorpora l’agire comunicativo come un lievito irrinunciabile, il linguaggio sembra davvero un Ens perfectissimum. L’espropriazione cui è soggettova di pari passo con l’apparente sua onnipotenza. L’ermeneutica e la filosofia analitica riflettonoquesta apparenza, e la rassodano. Presentando come un ideale della ragione ciò che è già realizzato in forma di dominio, i fautori di una comunità illimitata della comunicazione si mettono a loro agio nell’ordine sociale esistente. Viceversa, la svolta linguistica del materialismo produce una dissonanza proprio perché consiste innanzitutto nella rivendicazione dei limiti del linguaggio.” (Parole con parole, p. VIII). Lasciamo qui in sospeso la questione, cui torneremo nelle conclusioni, dei limiti del linguaggio come dinamica infinita di continua ricomposizione delle forme di vita, per riaprire la prospettiva che la sussunzione sembra avere chiuso (facendo del linguaggio un ente perfettissimo perché suggellato dal suo carattere di facoltà naturale e perché sussunto nella sfera della riproduzione economica). E apriamo una riflessione sui modi in cui Virno si avvicina alla questione della soggettività. Pur non essendovi nei testi virniani alcuna polemica o aperta divaricazione rispetto al modo in cuiToni Negri e Michael Hardt elaborano la nozione spinoziana di “moltitudine”, è evidente che il suo modo di proporre questo concetto è differente dal loro. Mentre nella trilogia di Negri-Hardt(dall’Impero alla moltitudine al bene comune) è implicita perfino nella forma un andamento dialettico e l’esaltazione del carattere attivamente soggettivo della moltitudine, nel modo in cui Virno parla di moltitudine non può rintracciarsi alcuna retorica della soggettività. Moltitudine per lui significa: «ciò che non si è acconciato a divenire popolo, quanto contraddice virtualmente il monopolio statale della decisione politica insomma un rigurgito dello stato di natura nella società civile» (Grammatica, p. 7). Come per Hobbes anche per Virno quello di “moltitudine” va considerato come un concetto negativo, anche se naturalmente Hobbes odia quella negatività come pericolo mentre in quella negatività Virno scorge la condizione per il processo di individuazione che ne permette un’evoluzione soggettiva. A partire da questa negatività, o meglio da questa irriducibilità che il concetto di moltitudine esprime, diventa poi necessario delineare il processo che Gilbert Simondon definisce col termine di “individuazione”. A Simondon – un autore che ha giocato un ruolo significativo nell’elaborazione di Deleuze e di altri pensatori contemporanei eppure rimane poco noto in Italia ma anche in Francia, Virno ha dedicato un’attenzione particolare, curando per l’editore Derive Approdi l’edizione italiana del suo libro più importante: L’individuation psichique et collective, Aubier, 1989. Riferendosi al pensiero di Simondon Virno scrive: «I molti devono essere pensati come individuazione dell’universale, del generico, del condiviso» (p. 9). Cosa è il condiviso? Condiviso è il linguaggio come facoltà naturale, come invariante. A partire da questa invariante condivisa, però, si sviluppa un processo di differenziazione che si manifesta attraverso l’enunciazione, attraverso quella che già Saussure definisce “parole” differenziandola dalla “langue”. E’ questo darsi contestualizzato differente storico e singolare dell’atto di linguaggio che Virno definisce, partendo dalla lettura di Simondon, come «individuazione». «Due tesi di Simondon sono particolarmente rilevanti per qualsivoglia discorso sulla soggettività nell’epoca della moltitudine. La prima tesi afferma che l’individuazione non è mai completa, che il preindividuale non si traduce mai del tutto in singolarità. Di conseguenza, secondo Simondon, il soggetto consiste nell’intreccio permanente tra elementi preindividuali e aspetti individuati; anzi, è questo intreccio. Esso è, invece, un composto: io ma anche “si”, unicità irripetibile ma anche universalità anonima» (p. 50). La dinamica che produce quell’esperienza collettiva che abitualmente chiamiamo “movimento” si trova qui illuminata in maniera particolarmente efficace: il movimento è in effetti la tensione tra singolarizzazione e dimensione condivisa dell’essere sociale. In questa dinamica le potenzialitàinscritte nella composizione sociale del lavoro si trasformano in forme di vita liberate dal lavoro, maal tempo stesso stimolano il capitale a trasformarsi e in questo modo innovano l’organizzazione stessa del lavoro. Questa dinamica si manifesta in maniera particolare quando parliamo della forma pienamente sviluppata del lavoro sociale nell’epoca postfordista, ovvero nell’epoca in cui l’intellettualizzazione del lavoro ha sospinto al suo limite estremo la tensione tra dominio ed emancipazione all’interno dell’organizzazione tecnologica stessa del capitale. Internet è l’esempio più pieno della dinamica dell’individuazione come differenziazione che si muove dalla dimensione strumentale e culturale condivisa per dar forma all’enunciazione singolare che però poi rientra nel flusso ininterrotto del divenire della rete. D’altra parte però Virno mostra che a questo punto, quando la cooperazione intellettuale diviene insieme fattore di valorizzazione e possibilità di emancipazione, quando la complessità e la velocità ndei flussi informativi innervano in maniera fittissima lo spazio dell’agire sociale, la forma stessa del potere muta, spostandosi dallo spazio della politica (sia democratico-rappresentativa che autoritaria) verso lo spazio dell’amministrazione. «L’amministrazione, non più il sistema politico-parlamentare, è il cuore della statualità: ma lo è, appunto, perché rappresenta una concrezione autoritaria del general intellect, il punto di fusione tra sapere e comando, l’immagine capovolta della cooperazione eccedente» (p. 43). Non è forse qui descritto il passaggio dalla forma governo, cioè un potere che si incarna nell’azione volontaria e personalizzata, alla forma impersonale e automatica della governance? Quella che Virno propone qui è in effetti la migliore spiegazione più adeguata di una parola che gli inetti esecutori del disegno criminale della classe finanziaria usano continuamente per giustificare la loro violenza e la loro arroganza, ma non spiegano mai per la semplice ragione che non ne comprendono essi stessi il significato. Governance significa infatti trasformazione del potere in una macchina astratta, concrezione autoritaria del general intellect. Il contenuto del lavoro del general intellect sfugge a coloro stessi che su quel lavoro lucrano, i capitalisti finanziari e i loro funzionari politici, ladri ignoranti del sapere altrui. Ma se ci poniamo dal punto di vista della vita e dell’intelligenza sfruttata, cioè dal punto di vista della società che cerca la sua autonomia per non sprofondare nell’abisso in cui il capitalismo finanziario la sta trascinando, ecco allora che ci rendiamo conto di una cosa: questa configurazione del potere non può essere sovvertita con le metodologie della dialettica, né con le strategie della politicarivoluzionaria volontarista del ventesimo secolo. Quella che ci occorre è una strategia di tipo sottrattivo. Potremmo descrivere la situazione in cui oggi ci troviamo in termini di rapporto tra forma e contenuto: il capitale è la forma, il codice semiotico che si sovrappone e si articola nella carne viva della società e nel cervello connettivo dell’intelletto generale, il suo contenuto cioè, che si trova incostante evoluzione. Il contenuto – i saperi, le competenze sociali proiettate verso un’autonoma creazione di forme di vita – è costretto entro la gabbia della governance, che sottopone la concretezza dell’attività utile al processo di astrazione che rende possibile la sua traduzione in valore. Non ha più alcuna efficacia l’idea di una rivoluzione che sovverta il potere, che si impadronisca delle leve della decisione – dal momento che quelle leve non esistono e la decisione non è prodotto di unavolontà personale ma replicazione di un algoritmo, di un’astrazione autoritaria del sapere, come dice Virno. Lo vediamo bene in questi anni della catastrofe europea: di fronte all’azione della Banca centrale e del ceto politico-finanziario che distrugge in maniera sistematica la democrazia e le strutture stesse della vita civile, i movimenti sono esplosi, si sono diffusi nella società, ma non hanno saputo con la loro protesta fermare né sovvertire l’azione del potere astratto che procede invece imperterrito verso la piena devastazione dell’Europa e delle infrastrutture della civiltà sociale. Soltanto una separazione attiva del contenuto dalla forma che lo necrotizza può rimettere in moto una dinamica di autonomia che svuoti la scatola mortale del capitalismo finanziario. Esodo è la parola con cui Paolo Virno ha definito il processo di autonomizzazione e di emancipazione (disentanglement, nel senso di sottrazione della potenza dall’effetto di astrazione che lo entangle). Gilles Deleuze aveva già detto che nella fuga non ci si limita affatto a fuggire. E aveva aggiunto che nella fuga prima di tutto si cercano nuove armi. Questa frase non va intesa (o non va intesa soltanto) in senso militare. Nella fuga si cercano e si costruiscono nuove forme che esprimano vitalmente quel contenuto che la forma capitale necrotizza. E Virno scrive: «Nulla è meno passivo di una fuga, di un esodo. La defezione modifica le condizioni entro cui la contesa ha luogo, anziché presupporle come un orizzonte inamovibile; cambia il contesto in cui è insorto un problema, invece di affrontarlo scegliendo l’una o l’atra delle alternative previste» (p. 46). Tornando alla triade lavoro intelletto azione, occorre che l’intelletto si separi dal lavoro (attività sottomessa alla ripetizione eteronoma) per assumere le movenze dell’azione (attività in variazione indipendente). IL LIMITE L’ECCESSO IL POSSIBILE La nozione di esodo è nodale nel pensiero di Virno perché lega insieme questioni di ordine politico (abbandono collettivo della dimensione totalizzante del capitale, autonomia della conoscenza dal suo destino subordinato, creazione di una sfera dell’intelletto collettivo libera dal dominio dellaproduzione di valore), e questioni di ordine filosofico e linguistico. Per capire il rilievo filosofico della nozione di esodo è opportuno riprendere il discorso, iniziato e sospeso, sui limiti del linguaggio. Per farlo leggiamo l’ultimo libro di Virno, E così via all’infinito. Il libro, sottotitolato Logica e antropologia si presenta come una riflessione sul regresso all’infinito e sulle strategie della sua interruzione che rendono possibile la decisione conoscitiva etica esistenzialepolitica. Fin dalla prima pagina Virno ci dce che l’animale umano è colui che possiede la capacità di negare, di immaginare il possibile e di risalire all’infinito verso il fondamento del sapere e dell’agire. È chiaro che un risalimento all’infinito paralizza la decisione, perciò Virno sottolinea, ancor più del regresso all’infinito, la capacità di esercitare tecniche che rendono possibile troncarlo o inibirlo, o metterlo tra parentesi per rendere possibile l’azione o l’asserzione, insomma la de-cisione. «I nostri discorsi e i nostri comportamenti si giovano in ogni momento di un basta così che, mettendo provvisoriamente al bando l’incertezza insita nell’e così via, garantisce loro pertinenza e appropriatezza» (p. 12). Se il linguaggio è una potenza illimitata, la sua efficacia discorsiva e la sua operatività pragmatica dipendono dal fatto che nell’esercizio della facoltà linguistica noi poniamo dei limiti. È propriamente in questo senso che Wittgenstein afferma, in uno dei passi più citati della sua opera che «i limiti delmio mondo sono i limiti del mio linguaggio». Ciò non va inteso soltanto nel senso negativo di una limitazione dell’esperienza possibile, ma anche nel senso dell’istituzione dello spazio dell’esperibile come spazio positivo. E al tempo stesso occorre ricordarsi che quando parliamo di limite parliamo di un’entità che non ha un solo versante, ma due: l’uno è quello che sta al di qua, e impedisce di vedere oltre – l’altro è quello che sta al di là e si affaccia sull’infinito delle possibilità di esperienza che non vediamo finché siamo da questa parte. È il tema dell’esodo che così si ripresenta, come sfondamento del limite e come eccesso istituente. «L’arresto dell’e così via è un dato di fatto. Ma un dato di fatto bifronte. Al pari di qualsiasi soglia o confine, il basta così può essere considerato tanto una via di uscita che una via di accesso… Un pensiero prensile e un’azione appropriata portano su di sé il segno di una cesura: non più e così via. Per altro verso, in quanto accesso a, l’interruzione è un principio euristico» (pp. 75-76). Su un piano differente, che non è quello logico ma quello psichico ed estetico, Félix Guattari offre lostesso panorama concettuale nel suo ultimo libro, Chaosmose. La caosmosi guattariana offre una visione simile: il caos (l’infinito virniano se volete) viene continuamente limitato dalle griglie di semiotizzazione linguistica, estetica, psichica. Ma l’eccesso desiderante rimette in questione la semiotizzazione presente, e apre a una nuova osmosi cosmica, ad una nuova semiotizzazione, a unnmnuovo provvisorio ordine percettivo. Il ritornello è l’equilibrio provvisorio che si stabilisce nel rapporto tra deriva singolare e caos. È la prospettiva del possibile, che qui si riapre. Possibile è la dimensione che sfugge all’enunciazione assertiva, ma che al tempo stesso si delinea oltre il suo orizzonte. La possibilità è l’inserzione dellan dimensione extra-linguistica (l’opacità insondabile dell’eventualità) nella prensile trama del linguaggio. «Con un filo di paradosso si potrebbe dire: il mondo è costituito linguisticamente da ciò che nel linguaggio manifesta l’incompletezza o limitazione del linguaggio rispetto al mondo»ı (p. 140). Da queste brevi note sulla questione del possibile ritorniamo all’inizio di questo tentativo di cartografare l’impervio e affascinante territorio del pensiero virniano. Torniamo alla questione dell’invariante biologica e del suo carattere non specificante, della natura linguistica dell’animale umano che non implica determinismo dell’esercizio di parola. Che l’animale linguistico disponga della modalità del possibile significa che il suo ambiente non è un ambiente univocamente determinante. «La mancanza di un habitat univoco fa sì che la cultura sia la prima natura dell’uomo come dice Gehlen…. La modalità del possibile coincide con l’eccesso pulsionale non finalizzato biologicamente, nonché con il carattere non specializzato dell’animale umano. Il regresso all’infinito esprime l’apertura al mondo come cronica incompletezza o anche, ma è lo stesso, come vana ricerca di quella proporzionalità tra pulsioni e comportamenti che è invece appannaggio di un ambientecircoscritto» (pp. 156-157). In questo modo Virno restituisce all’azione umana la sua dimensione di libertà, delineando i fondamenti di una teoria della possibilità. Possibilità non è data in condizioni di indeterminazione, ma in condizioni di parziale determinazione aperta. Il possibile è iscritto entro un campo determinato dalle condizioni sociali, come nel caso della stessa natura umana, il che significa che la possibilità è immanente a una realtà determinata. Ma questo campo non è specificato, anche se è plastico. Immanenza e possibilità sono in fin dei conti, le caratteristiche dell’azione umana, o prassi, e certamente emergono nel pensiero di Paolo Virno, che abbiamo cercato di ripercorrere in queste pagine. La foto di copertina è di Nora Porcu SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Paolo Virno: esodo e linguaggio proviene da DINAMOpress.
February 5, 2026
DINAMOpress
Gli spazi verdi come risorsa di salute pubblica
Numerose ricerche hanno dimostrato una notevole correlazione tra l’esposizione al verde esterno e interno e il miglioramento della salute mentale, compresa la riduzione dello stress, dell’ansia e della depressione. Il contatto con il verde è anche associato a miglioramenti della salute fisica, come riduzione della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca e dell’infiammazione, nonché miglioramento delle capacità cognitive, della concentrazione e del recupero generale. L’intreccio tra natura e salute pubblica rappresenta un’opportunità imprescindibile per costruire società più sane, resilienti e sostenibili. Ma la trasformazione culturale necessaria per riconnettere l’uomo con l’ambiente naturale deve tradursi in azioni concrete, a partire dalla valorizzazione degli spazi verdi urbani e dall’integrazione dei determinanti ecologici nei programmi di salute pubblica. Solo attraverso un approccio sistemico e integrato, che consideri l’ambiente un fattore chiave di benessere e non una risorsa secondaria, sarà possibile promuovere un miglioramento reale e duraturo della qualità della vita, riducendo le disuguaglianze e rafforzando la coesione sociale nelle nostre comunità Ma come cambiano il nostro benessere e la nostra salute quando viviamo, o torniamo a vivere, a contatto con la natura? A questa domanda risponde il nuovo manuale curato da TeFFIt-OE (https://teffit.it/), un’associazione di promozione sociale e un ente del terzo settore, che ha l’obiettivo di favorire l’inserimento delle terapie forestali nel contesto delle medicine integrative e della prevenzione, sia nei sistemi regionali che all’interno del sistema sanitario nazionale. Un manuale frutto del lavoro multidisciplinare coordinato da Raoul Fiordiponti, presidente dell’organizzazione. Il volume intitolato “Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura. Terapie forestali come medicina integrativa” a cura di Moira Ardente e Raoul Fiordiponti, affronta un tema di grande attualità: il rapporto tra natura, salute e benessere. La pubblicazione è la n. 99 della collana “Quaderni” di Cesvot (www.cesvot.it). Il manuale propone un cambio di sguardo: non considerare la salute come un bene da recuperare una volta compromesso, ma come una condizione da coltivare quotidianamente nella relazione con sé, con gli altri e con l’ambiente. Con un approccio scientifico e accessibile, il testo illustra le evidenze dei benefici psicofisici legati alla frequentazione regolare degli ambienti naturali, dalla semplice presenza di verde urbano fino alle foreste ad alta complessità ecologica. Al centro del volume c’è un modello che invita a pratiche di immersione progressiva e frequente nel verde, con tempi e modalità modulati in base ai bisogni della persona. Non è sufficiente, infatti, trascorrere qualche ora in natura occasionalmente: è la regolarità a generare un impatto profondo e duraturo sul benessere. Il manuale mette in dialogo saperi scientifici, ecologici, antropologici ed esperienziali, sottolineando l’importanza della biodiversità, della qualità degli ecosistemi, della gestione responsabile dei boschi e del ruolo dei parchi, dell’agricoltura sociale e delle aree protette. La natura non è solo un luogo percepito come “rigenerante”, ma un vero e proprio alleato della salute, un organismo vivo con cui instaurare una relazione consapevole. La proposta si estende oltre la dimensione individuale: invita a integrare la salute in natura nelle politiche pubbliche, nella medicina territoriale, nei percorsi educativi e nelle progettazioni partecipate delle comunità locali. Salute umana e salute degli ecosistemi, ricorda il manuale, sono parte di un’unica rete di interdipendenze. Il volume sottolinea come l’esposizione ad ambienti naturali non solo promuova il benessere psicofisico, ma contribuisca anche alla mitigazione di vari tipi di inquinamento ambientale. In particolare, la presenza di spazi verdi e naturali può ridurre l’inquinamento atmosferico acustico, termico e luminoso e aumentare il livello di esercizio fisico e di interazione sociale delle persone, tutti fattori correlati alla salute. Non mancano le iniziative già in atto per portare o riportare la natura in città, attraverso: le aree naturali urbane, i boschi di prossimità o l’agricoltura sociale come Orti urbani e Fattorie didattiche. Tuttavia, occorre dar vita ad un vero e proprio Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura per costruire società più sane, resilienti e sostenibili. “Il concetto di “Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura“, si legge nelle conclusioni di Moira Ardente, “nasce proprio da questa intuizione: che non basta andare nel verde ogni tanto per stare meglio. Serve una frequentazione regolare, modulata e crescente, che permetta alle persone di entrare in contatto progressivamente più profondo con la biodiversità e la biocomplessità degli ambienti naturali. Dai parchi urbani alle foreste, ogni spazio naturale può offrire benefici, ma è nella qualità della relazione che si attiva – più che nella quantità – che risiede il potenziale trasformativo. Abbiamo visto come le terapie forestali possano essere una risposta concreta per tanti, soprattutto per le persone più fragili, ma anche come possano costituire una straordinaria occasione di prevenzione, di educazione alla salute e di crescita personale per tutti. E abbiamo visto come tutto ciò non possa più prescindere da un cambio di paradigma culturale: uscire da una logica antropocentrica e utilitaristica per riscoprirci parte di una rete viva, complessa, interdipendente. Per questi motivi, il circolo virtuoso non è solo un modello terapeutico, ma anche una proposta di visione sistemica, in cui salute umana ed equilibrio ecologico si sostengono a vicenda. Una proposta che chiede di essere riconosciuta, protetta e integrata nelle politiche pubbliche, nella medicina territoriale, nella scuola, nei processi partecipativi delle comunità locali”. Qui per scaricare il Quaderno “Circolo virtuoso del benessere e della salute in natura”: https://www.cesvot.it/documentazione/pubblicazioni/circolo-virtuoso-del-benessere-e-della-salute-in-natura Giovanni Caprio
January 1, 2026
Pressenza
I folletti del bosco: senza utopia non esiste il futuro
Non mi permetto di giudicare la scelta di vita della famiglia felice nel bosco. Mi chiedo invece a cosa serve il clamore mediatico suscitato dell’affidamento transitorio dei tre bambini a una casa famiglia. Serve ad attaccare la magistratura per l’ennesima volta, delegittimare e criminalizzare i giudici in vista del referendum costituzionale. Cui prodest. I giudici applicano la legge e le leggi le fanno i politici. Gran parte degli affidamenti potrebbero essere evitati con misure di sostegno familiare. Allora il governo Meloni potrebbe cambiare la legge, invece di attaccare indiscriminatamente i magistrati. Vorrei proporvi alcuni ulteriori spunti di riflessione, con slanci di utopia indispensabile per il futuro. La poesia della vita non si può ridurre alla norma. Il bosco rappresenta una paura atavica contrapposta alla presunta civiltà, che distrugge la natura senza riconoscere l’essere umano come parte integrante dell’ambiente. Il progresso non consiste nel suicidio collettivo determinato dall’accettazione passiva dei cambiamenti climatici prodotti da un comportamento dissennato dell’umanità. Non si tratta di tornare al mondo delle caverne per salvarsi dal mondo fossile, ma di un ripensamento consapevole della norma. Il 29% degli americani soffre di problemi psicologici, così come il 20% circa dei nostri bambini. Il caso della famiglia felice nel bosco ci pone di fronte ad un dilemma esistenziale, non giuridico, che non ci compete, ma ci interroga sul tema di cosa sia giusto e chi lo decide per i bambini. Le ricerche dimostrano che il tempo dedicato al gioco in un ambiente naturale non è mai sprecato, anzi determina un migliore equilibrio psicologico dei bambini, mentre il tempo dedicato ai social produce disagio e dipendenza. Varoufakis afferma che stiamo diventando schiavi della gleba digitale nella nuova era del tecno-feudalesimo. Vi risulta che abbiamo scelto questo destino? Eppure siamo intrappolati per ore negli algoritmi, che sollecitano la nostra rabbia e le nostre paure per tenerci incollati agli smartphone. Guadagnare la consapevolezza che abbiamo bisogno di una natura incontaminata sarebbe un vero progresso per l’umanità. I saggi sanno bene che non è l’accumulo di oggetti di consumo a determinare la nostra felicità. Non vogliamo un mondo fossile e ingiusto. La concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi privilegiati è una patologia legata al potere. E l’anelito senza fine a un potere sempre più grande e prepotente dovrebbe essere trattato come una dipendenza irrazionale e criminale. La salute, il benessere, la prosperità come si raggiungono?  Con l’avidità, la sopraffazione, la guerra, la distruzione dell’ambiente, oppure con la costruzione di un nuovo orizzonte di umanità? Infine cito questo passo del libro “Walden, ovvero vita nei boschi”, di Henry David Thoreau, che fu tra l’altro un teorico della disubbidienza civile nonviolenta, come provocazione intellettuale per andare oltre i fatti di attualità e proporre altri spunti di riflessione. «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.»   Ray Man
November 24, 2025
Pressenza
Knud Rasmussen / La grande isola “inuit”
Che Trump rivendichi per sé e per i suoi onnipotenti USA la Groenlandia fa ridere, o piangere, e comunque è una boutade che fa scalpore e il giro del mondo, attirando biasimo e sberleffi in egual misura. Eppure, per quanto sia incredibile, non è una novità: lo status di quella che è l’isola più grande del mondo è rimasto a lungo indeterminato, incerto, e in epoca coloniale, prima che la Danimarca affermasse definitivamente (?) la propria sovranità su quelle terre scabre e affascinanti, gli Stati Uniti avevano già avanzato le loro pretese, fondandole su una scoperta che si sarebbe poi rivelata una clamorosa bufala storico-geografica: nel 1892 l’americano Robert Peary, figura discussa di esploratore artico (nel 1909 millantò di aver raggiunto per primo il Polo Nord, impresa messa in dubbio già dai suoi contemporanei e della quale non furono mai fornite le prove), si spinse nel nord della Groenlandia in una delle sue numerose spedizioni cartografiche e battezzò con il nome di “Independence Bay” un fiordo da lui scoperto (con tempismo perfino sospetto: disse che ciò era avvenuto il 4 luglio, il giorno dell’“Independence Day”) e che ancora porta quel nome. Ma Peary compì un errore, o forse fu un arbitrio deliberato: riferì che quel fiordo in realtà tagliava in due la costa settentrionale della Groenlandia, separandola di fatto in due isole, la seconda delle quali, quella che puntava verso l’Artico, ancora inesplorata e soggetta alle rivendicazioni territoriali di chi avesse piantato su di essa la propria bandiera. Rivendicazioni che non mancarono, da parte degli Stati Uniti: e fu proprio per mettere un argine a ogni possibile disputa che la Danimarca si mosse, organizzando una serie di spedizioni volte a dimostrare la fondatezza o meno delle rilevazioni di Peary. La storia racconta di numerose imprese che si succedettero all’inizio del Novecento, molte delle quali tragiche, tutte avventurose: l’introduzione di Bruno Berni a questo volume, di cui è anche l’ottimo traduttore, ne offre un sintetico ma appassionante compendio: basterà qui dire che fu solo nel 1912 che si arrivò a stabilire la verità, e grazie alla spedizione di Knud Rasmussen, della quale A nord di Thule è il dettagliato, quotidiano resoconto: il cosiddetto Canale di Peary non esisteva, il fiordo scoperto dall’esploratore americano si interrompeva dopo un centinaio di chilometri dalla sua imboccatura sull’Oceano Glaciale Artico e la Groenlandia era un’unica isola ininterrotta. Ma se la vicenda è appassionante fin dalle sue premesse, è il diario di Rasmussen, figura leggendaria di esploratore e naturalista danese, a rappresentare un vero gioiello: perché la sua cronaca non è affatto ancella delle motivazioni politiche che spingevano la Danimarca a sostenere e finanziare le spedizioni groenlandesi, mascherando di nobili intenti scientifici le proprie mire egemoniche, ma riferisce con vivida spontaneità la quotidianità di un’impresa condotta ai limiti della sopravvivenza, senza mai smarrire, tuttavia, la bussola dell’entusiasmo e la lucidità dello sguardo dello scienziato e dell’etnografo. La testimonianza di Rasmussen, in effetti, è esemplare e preziosa non soltanto per i dati di carattere geografico e naturalistico che offre, ma soprattutto per le notazioni di carattere etnografico, per la nitida raffigurazione delle popolazioni che abitavano quelle terre remote, coloro che lo stesso Rasmussen e gli imperialisti europei chiamarono a lungo “eschimesi” e che Berni correttamente traduce con inuit, adeguando in modo non arbitrario la loro oggi finalmente riconosciuta dignità alla lingua corrente, in un modo che lo stesso Rasmussen avrebbe certamente condiviso e apprezzato, lui che discendeva in parte da loro (se ne vedono i tratti sfocati nelle fotografie che ci sono tramandate di lui, alcune delle quali presenti in questo volume: giovane e bellissimo, o uomo un po’ più maturo, prima della morte che lo colse prematuramente a cinquantuno anni nel 1933). Un libro che vive, che vibra, che sa di frontiera e che, anche là dove il suo narratore sembra mancare di fiato, sopraffatto dalle distese desolate di una natura grandiosa e ostile, non dimentica mai di guardare all’umano.     L'articolo Knud Rasmussen / La grande isola “inuit” proviene da Pulp Magazine.
June 18, 2025
Pulp Magazine
Caccia selvaggia per legge
C’è un breve video che sta girando sui social network (l’originale è su tik tok) in cui Giovanni Storti, uno del terzetto Aldo, Giovanni e Giacomo, illustra la proposta sulla caccia del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Quel video non è solo un pezzo di grande bravura dell’attore, è soprattutto uno straziante atto di accusa senza alcuna indulgenza. La proposta di modifica della legge 157/92, avanzata dal ministro e sostenuta dalla maggioranza di governo, introduce cambiamenti radicali, prevedendo la licenza di uccidere praticamente sempre e dovunque, riducendo le restrizioni ambientali attualmente in vigore e mostrando profili di incostituzionalità e possibili violazioni delle direttive europee. Ma Lollobrigida va dritto per la sua strada e punta ad approvare il testo entro agosto, in tempo per l’apertura della prossima stagione venatoria. > La nuova legge, 18 articoli, afferma senza pudore né pietà che l’attività > venatoria è una pratica utile alla tutela della biodiversità e > dell’ecosistema, oltre che un’attività sportivo-motoria di rilevanza culturale > ed economica. Una reinterpretazione che fa rientrare dalla finestra quello che l’Europa e il referendum promosso da Verdi e radicali nel 1990, andato a vuoto per mancanza del quorum, volevano far uscire dalla porta. Addirittura dichiarando la caccia attività protetta dall’articolo 9 della Costituzione, dove si tutelano il paesaggio e il patrimonio naturale della nazione.  In sintesi, ecco le principali novità: si estendono enormemente le aree destinate alla caccia, riducendo e in alcuni casi azzerando, le regole e i divieti; le regioni sono obbligate a ridurre le aree protette se ritenute «eccessive», dando ampi poteri al ministero dell’Agricoltura nel definirle; vengono riaperti gli impianti di cattura dei richiami vivi e le specie catturabili per essere usate come richiamo passano da 7 a 47 e viene eliminato ogni limite nel possesso di uccelli da richiamo provenienti da allevamento. I controlli diventano sostanzialmente impossibili, favorendo il bracconaggio e il traffico di animali. Fin qui la “tutela” del patrimonio animale stabilito dalla Costituzione. > Passiamo ora a esaminare “il paesaggio”: viene consentita la caccia nelle aree > demaniali come spiagge, zone dunali, foreste, praterie, con enormi rischi per > escursionisti, villeggianti, ciclisti; è abolito ogni limite alla costruzione > di nuovi appostamenti fissi di caccia con enormi impatti sul turismo e > sull’inquinamento da piombo dei pallini. E arriviamo alle conseguenze pratiche per chi cacciatore non è: le gare di caccia con cani e fucili sono consentite anche di notte e nei periodi di nidificazione; nelle aree private la caccia potrà essere esercitata senza regole; la licenza di caccia è consentita anche ai cittadini stranieri e non è prevista alcuna formazione dei cacciatori stranieri sulle regole italiane; aumentano i periodi di caccia che vengono estesi oltre febbraio ,che era fino a oggi il periodo non consentito perché di migrazione prenuziale e nidificazione. Infine, la caccia sarà consentita anche dopo il tramonto, con l’impossibilità di distinguere le specie ed enormi pericoli per la pubblica incolumità. Però anche le guardie giurate di banche e supermercati potranno uccidere animali. > Infine, ciliegina: chi protesta contro le uccisioni di animali si becca multe > fino a 900 euro, ma il legislatore ha dimenticato di prevedere sanzioni per il > bracconaggio e il traffico di animali selvatici. Si potrebbe osservare che Lollobrigida avrebbe potuto dedicarsi a questioni ben più urgenti, invece di andare a sparacchiare in giro. Che so, avrebbe potuto legiferare sulla sicurezza alimentare, sulla sostenibilità ambientale, sugli effetti del cambiamento climatico e sulla necessità di adattamento alle nuove tecnologie. Ma se ha scelto di occuparsi di chi imbraccia un fucile, una ragione c’è: negli ultimi dieci anni in Italia il numero delle licenze di caccia è sceso dalle 775mila di due anni fa alle attuali 450/600mila. Se pensate che nel 1980 c’erano un milione e settecentomila cacciatori e che, oltretutto, c’è un lento ricambio generazionale, l’allarme, per uno come Lollobrigida, è più che giustificato. > Anche perché il giro d’affari dell’attività venatoria in Italia è stimato in > circa 8,5 miliardi di euro l’anno, incluse anche, per circa un miliardo, le > vendite di armi, munizioni, attrezzature da caccia. Un affaruccio che pesa per > lo 0,38% sul Pil italiano. In occasione del referendum del ’90 in vignettista Vauro disegnò il suo omino con un fucile in mano e una didascalia che diceva così: «Se proprio volete sparare a un uccello, sparate al vostro». Vignetta inelegante e un po’ grassoccia, senza dubbio, ma quell’adesivo fece in giro del Paese. Ora i tempi sono cambiati e pare non faccia scandalo più di tanto un disegno di legge del governo che scardina nel profondo i principi etici che sono alla base della Dichiarazione Universale dei diritti dell’animale che così recita: «Gli animali sono esseri senzienti che hanno il diritto di essere trattati con rispetto e dignità». Eppure, quel documento, privo di valore giuridico ma espressione di una forte evoluzione culturale sosteneva che il benessere degli animali può essere definito come «lo stato di completa sanità fisica e mentale che consente all’animale di vivere in armonia con il suo ambiente». La Dichiarazione venne sottoscritta a Parigi, nella sede Unesco, nel 1978. Un’altra epoca, un altro mondo, un’altra civiltà. Al momento, è la Lav(Lega Anti-Vivisezione) assieme al CADAPA (Comitato Antispecista Difesa Animali Protezione Ambiente) a raccogliere le firme per l’abrogazione di ogni legge sulla caccia: «È una situazione non più tollerabile, gli animali selvatici sono minacciati da una politica che li usa a fini elettorali per raccogliere il consenso tra agricoltori e allevatori, categorie che vorrebbero semplicemente l’estinzione di qualsiasi specie, vista come intralcio all’espansione delle attività umane e al dominio di qualsiasi territorio selvatico». Immagine di copertina di jacqueline macou da Pixabay SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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May 27, 2025
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