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Urago Mella, Radici e Giardini: due weekend per tornare a guardare il territorio, la natura e la comunità
Dal 16 al 18 e dal 23 al 25 ottobre alla Pieve di Urago Mella una rassegna tra teatro, musica, incontri, libri, arte e memoria. Al centro il rapporto con i luoghi che abitiamo e con le comunità che li rendono vivi. «Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece una foglia ingiallita d’un ramo di ficus che sporgeva da un’inferriata, un gatto che si scaldava su un marciapiede, un tordo che s’innalzava sulle tegole, non gli sfuggivano mai.» Così scriveva Italo Calvino in Marcovaldo ovvero le stagioni in città. Ed è proprio da questo sguardo, capace di accorgersi di ciò che normalmente attraversiamo senza vedere, che prende forma Radici e Giardini, la rassegna organizzata da SomebodyTeatro alla Pieve di Urago Mella. Due weekend, dal 16 al 18 ottobre e dal 23 al 25 ottobre, dedicati alla natura, alla memoria, al territorio e alle persone che lo abitano. Un programma che attraversa teatro, musica, letteratura, fotografia, incontri e arte, ma che prima ancora vuole essere un invito a fermarsi e guardare più da vicino il luogo in cui viviamo. Perché abitare un quartiere non significa soltanto risiedervi. Significa riconoscerne le storie, le trasformazioni, le persone, gli alberi, gli spazi condivisi, le tracce del passato e le possibilità del futuro. È questo il senso profondo della rassegna: mettere in relazione le radici di un territorio con ciò che quel territorio può ancora diventare. UN QUARTIERE COME UN LIBRO DA LEGGERE Urago Mella, nella zona nord-occidentale di Brescia, è un quartiere dalla forte identità popolare e comunitaria, caratterizzato da una vivace rete associativa e da un rapporto particolare con l’ambiente naturale. Il fiume Mella, il Parco delle Colline, i campi, gli orti, i parchi e i giardini costituiscono una presenza concreta, quotidiana, che racconta un rapporto antico tra la città e la natura. È proprio questa identità che SomebodyTeatro ha scelto di ascoltare e attraversare. La Pieve diventa così un luogo di incontro e di riflessione, dove la memoria del quartiere incontra il presente e prova a interrogare il futuro. Non una rassegna calata dall’alto, ma un progetto che nasce dentro il territorio e che al territorio vuole restituire occasioni di partecipazione, confronto e immaginazione. Un quartiere può essere letto come un libro: ci sono pagine già scritte, altre che rischiano di andare perdute e altre ancora tutte da inventare. Le iniziative di Radici e Giardini provano a sfogliarle insieme. LE RADICI: MEMORIA, TERRITORIO, PERSONE Il primo fine settimana, Radici – abitare un luogo, conservare la memoria, sarà dedicato al rapporto con i luoghi, alle storie che custodiscono e alle relazioni che li attraversano. Si parte venerdì 16 ottobre alle 20.30 con la presentazione di Radici – Il cammino di Vavilov, il romanzo d’esordio di Simona Duci, che dialogherà con Tiberio Faedi. Il libro è un romanzo d’avventura ambientato in un mondo vicino al collasso ambientale. La storia segue quattro esploratori che attraversano terre selvagge e città blindate per decifrare un enigma legato alla sopravvivenza del pianeta, sfidando il potere di un oscuro antagonista. Narrativa, ecologia e mistero si intrecciano in un’avventura ispirata alla figura del grande botanico e genetista russo Nikolaj Vavilov, pioniere dello studio della biodiversità agricola e della conservazione dei semi, e a una spedizione scientifica in Kirghizistan alla quale l’autrice ha partecipato in prima persona. La serata sarà accompagnata dalla performance musicale del duo Molom, con Milena Berta e Alessandro Pedretti. Per tutta la durata della rassegna sarà inoltre visitabile alla Pieve la mostra fotografica Eden Forever. Racconto di viaggio, realizzata da Simona Duci, reportage della spedizione scientifica del 2022 in Kirghizistan, organizzata da UNIBS, Orti Botanici di Ome e Kaki Tree Project, alla ricerca del Malus sieversii, il melo selvatico all’origine del melo domestico. Duci ha partecipato alla missione come giornalista e documentarista, raccontandone il viaggio e la ricerca. Il tema della memoria e delle persone tornerà sabato 17 ottobre alle 20.30 con Pictures of You – Le storie, performance live con immagini fotografiche dedicate agli abitanti di Urago Mella, realizzata da SomebodyTeatro in collaborazione con il CDQ Urago Mella, con improvvisazioni musicali di Alessandro Adelio Rossi. Domenica 18 ottobre alle 18.00 sarà invece dedicata al rapporto tra città, mobilità e trasformazioni urbane, con un prologo affidato a Dario Balotta, ambientalista ed esperto di trasporti e infrastrutture, seguito da Attaccati al tram, azione di lettura collettiva curata da SomebodyTeatro e dal gruppo AltaVoce, a partire da Esercizi di stile di Raymond Queneau, nella traduzione di Umberto Eco. Durante il weekend, la Pieve ospiterà inoltre Il Salotto della Pieve, market di handmade e artigianato creativo, e momenti conviviali al Bar della Pieve. I GIARDINI: LA NATURA COME CURA Il secondo fine settimana, Giardini – la natura come cura, sposterà lo sguardo dalla memoria alla relazione con il mondo naturale. Venerdì 23 ottobre alle 19.30, Mani e canti proporrà una riflessione sul rapporto concreto e quotidiano con la terra: da una parte il lavoro e la cura del giardino con il giardiniere Alberto Gilberti, dall’altra la musica come possibilità di immaginare un mondo verde attraverso i tre album narrati da Giancarlo Turra, scrittore. Modera Tiberio Faedi. Sabato 24 ottobre alle 18.00, il professore Antonio Di Matola, curatore degli Orti Botanici di Ome, terrà la lectio La conoscenza della botanica come atto primario per un’etica profonda della natura: un invito a conoscere il mondo vegetale non come semplice sfondo della nostra vita, ma come parte fondamentale dell’ecosistema di cui siamo parte. Alle 20.30, Giardini, la cura dell’anima porterà invece il pubblico dentro la letteratura, da Omero alla poesia contemporanea, attraverso la lettura scenica di Beatrice Faedi e le tessiture sonore dei Minor Res, Bianca M. Sciarra e Diego Rinaldi. La rassegna si chiuderà domenica 25 ottobre alle 18.00 con Cenere, spettacolo teatrale prodotto da Spazio H.Vox Brescia, con la regia di Fabio Venturelli. Liberamente ispirato a Le Troiane di Euripide, lo spettacolo mette in relazione un testo antico più di duemila anni con la brutalità delle guerre contemporanee e con la condizione di chi, dopo la distruzione, si trova a dover ricostruire la propria vita. Anche in questo caso, dunque, il giardino non è soltanto un luogo fisico: è metafora di ciò che può essere distrutto, curato, ricostruito e fatto nuovamente crescere. UNA RASSEGNA CHE NASCE DAL TERRITORIO E TORNA ALLA COMUNITÀ A completare entrambe le giornate del secondo weekend ci sarà il Brocantage, dedicato al recupero, al riciclo e al riuso di abiti, oggetti e accessori, insieme agli appuntamenti conviviali al Bar della Pieve. La varietà delle proposte è parte integrante del progetto: non esiste un unico modo di entrare in relazione con un luogo. Lo si può fare attraverso un libro, una fotografia, una pianta, una canzone, uno spettacolo, una conversazione o semplicemente incontrando altre persone. «Ed è forse proprio qui – commenta la presidente di Someboby, Beatrice Faedi – che Radici e Giardini trova il suo significato più autentico: nel tentativo di ricostruire, attraverso l’arte e la cultura, una relazione più consapevole con i luoghi che abitiamo e con le persone con cui li condividiamo. Gli alberi possono essere una metafora potente di questo rapporto: hanno radici profonde, che li tengono legati alla terra e alla loro storia, ma crescono verso l’alto, cercando luce e spazio. Così anche una comunità: ha bisogno di conoscere le proprie radici per poter immaginare il proprio futuro. Radici e Giardini vuole essere, prima di tutto, questo: un’occasione per tornare a guardare. E per scoprire che, anche dentro un quartiere, ci sono ancora molte cose da vedere, da ascoltare e da raccontare». SOMEBODYTEATRO Beatrice Faedi, coordinamento artistico Elisa Lancini, organizzazione Francesca Lancelotti, Anna Tenchini, segreteria Tiberio Faedi, grafica e comunicazione Simona Duci, collaborazione e consulenza Andrea Pasotti, Stefania Vanoni, collaborazione progetto Pictures of You Per informazioni: hello@somebodyteatro.it – 339 3818207   Redazione Sebino Franciacorta
October 15, 2026
Pressenza
La natura che non vediamo: il mondo vivo oltre le apparenze
Siamo abituati a osservare la natura per ciò che appare: un prato verde, un albero, un fiore. Più difficile è riconoscere quello che si nasconde sotto la superficie o comprendere le relazioni che legano gli organismi tra loro. Eppure, proprio ciò che non vediamo sostiene gran parte degli equilibri da cui dipende la vita. È anche da queste suggestioni che si può partire per guardare a Orticolario, la manifestazione dedicata alla cultura del giardinaggio, al paesaggio e al rapporto tra uomo e natura, che si svolge negli spazi di Villa Erba, a Cernobbio, sulle rive del lago di Como. L’edizione 2026, in programma dal 1° al 4 ottobre, ha scelto il tema en rêverie, il sogno a occhi aperti: un invito a lasciarsi sorprendere dalla natura e a immaginare nuovi modi di entrare in relazione con essa. Tra le installazioni presentate, alcune offrono l’occasione per andare oltre la bellezza immediata di un giardino e interrogarsi sulla complessità del mondo vivente. Perché la natura non è soltanto ciò che vediamo e ammiriamo: è anche un insieme di organismi, scambi e processi spesso invisibili, dai quali dipende la salute degli ecosistemi. Il suolo, per esempio, viene spesso considerato una semplice base su cui crescono le piante, uno spazio da coltivare o da mantenere ordinato. In realtà è un ambiente complesso, abitato da una straordinaria varietà di organismi. Batteri, funghi, alghe e altri microrganismi contribuiscono alla trasformazione della materia organica, alla disponibilità dei nutrienti e ai processi che rendono possibile la crescita delle piante. La salute del terreno dipende anche da queste forme di vita, invisibili a occhio nudo ma essenziali per il funzionamento degli ecosistemi. È proprio su questa dimensione che si concentra Olobioma, progetto di Jonathan Arnaboldi, architetto paesaggista di Cucciago, e Matteo Pellicanò, agrotecnico di Tavernerio, entrambi nel Comasco, realizzato in collaborazione con il dipartimento DeFENS dell’Università degli Studi di Milano. L’opera richiama l’attenzione sulla comunità microscopica che vive nel suolo e sulle relazioni che legano questi organismi al mondo vegetale. Pensare al terreno come a un sistema vivo significa anche interrogarsi sul modo in cui lo trattiamo. Le lavorazioni intensive, la perdita di materia organica e l’impiego inappropriato di prodotti chimici possono compromettere, in condizioni diverse, la biodiversità e i processi biologici del suolo. Un terreno non dovrebbe quindi essere valutato soltanto per la sua capacità di sostenere una vegetazione rigogliosa o per il suo aspetto ordinato, ma anche per la vita che ospita e per la sua capacità di mantenere le proprie funzioni ecologiche. Un’altra forma di invisibilità riguarda direttamente le piante. Ci accorgiamo facilmente di un animale che si muove, mentre possiamo attraversare un giardino senza soffermarci sulla varietà delle specie vegetali che lo abitano. Questa tendenza è conosciuta come plant blindness: l’abitudine a non prestare sufficiente attenzione alle piante, considerate spesso un semplice sfondo del paesaggio anziché organismi viventi con caratteristiche e funzioni proprie. A questa disattenzione si richiama Rorschach Plant, progetto dell’artista Aurora Bresci, di Livorno, parte della sua ricerca La carne delle piante. L’opera invita a interrogare il nostro modo di percepire il mondo vegetale e a mettere in discussione l’abitudine a considerarlo familiare e, proprio per questo, quasi invisibile. Eppure le piante non sono una semplice cornice della vita umana. Costituiscono la base di numerose catene alimentari, offrono nutrimento e rifugio a molte specie e partecipano ai cicli dell’acqua e dei nutrienti e alla regolazione del clima. Anche negli ambienti urbani alberi, arbusti e aree verdi possono contribuire a mitigare il calore e a offrire habitat per altre forme di vita. Non conta, però, soltanto la quantità di verde: sono importanti anche la varietà delle specie, la qualità degli ambienti e le relazioni ecologiche che possono svilupparsi al loro interno. La biodiversità, infatti, non coincide con una semplice collezione di specie. È fatta anche delle interazioni che le collegano e che permettono agli ecosistemi di funzionare. La perdita di una specie o il degrado di un habitat possono avere conseguenze che vanno oltre ciò che appare nell’immediato, alterando equilibri costruiti nel corso del tempo. Un cambio di prospettiva è suggerito anche da Frattura fertile, ideata da Ajadi Bushaj, di Milano, e Pietro Frazzei, di Lecco. Una spaccatura nel prato diventa l’occasione per immaginare un ecosistema rigoglioso: quello che potrebbe apparire come una rottura dell’ordine rivela la possibilità di una nuova forma di vita. L’immagine mette in discussione l’idea che la natura debba essere sempre controllata, uniforme e priva di imperfezioni per essere considerata bella. È una riflessione che riguarda anche il nostro modo di progettare giardini e spazi verdi. Lasciare spazio alle specie spontanee, scegliere piante adatte alle condizioni locali e ridurre gli interventi non necessari possono contribuire, in molti contesti, a favorire la biodiversità. Non si tratta di rinunciare alla cura del paesaggio, ma di ripensarla: non imporre ovunque un ordine uniforme, bensì riconoscere i processi naturali e trovare un equilibrio tra le esigenze umane e quelle degli altri organismi. Forse è proprio questo l’invito più interessante che emerge da queste opere: imparare a osservare senza fermarsi alle apparenze. Un prato non è soltanto una superficie verde; un terreno non è materia inerte; una pianta non è soltanto un elemento decorativo. Dietro ciascuno di questi elementi si sviluppano processi e relazioni che ci ricordano quanto gli esseri umani siano parte della natura, e non spettatori esterni. Il tema del sogno può allora diventare un’occasione per immaginare un diverso modo di abitare il mondo: meno orientato al controllo assoluto e più attento ai ritmi, alle esigenze e alle interdipendenze del vivente. Conoscere ciò che normalmente non vediamo è un primo passo per riconoscerne il valore. Proteggere la natura non significa soltanto conservare paesaggi piacevoli da guardare. Significa tutelare anche la vita microscopica del suolo, la varietà delle piante, gli habitat e le relazioni ecologiche che rendono possibile la continuità degli ecosistemi. In fondo, imparare a vedere meglio è già un modo per cominciare a prenderci cura di ciò che ci circonda. Tiziana Volta
October 14, 2026
Pressenza
Urban Nature WWF il 3 e il 4 Ottobre “La Natura si fa cura” a Forlì e Cesena
Oggi più della metà della popolazione vive in aree urbane, in Italia oltre il 70%. Ma la natura è fondamentale per il nostro benessere, anche e soprattutto nelle città. Non è solo una questione di “quantità di natura”, è importante che ognuno di noi entri in contatto e sia vicino a uno spazio di natura ogni giorno. Per rendere le città dei luoghi più salubri e sicuri, torna con la sua X edizione Urban Nature, il festival della Natura in città, che coinvolge cittadini, scuole, istituzioni e comunità locali in un percorso di trasformazione e partecipazione culturale e ambientale a favore dell’incremento del verde urbano. L’evento di Urban Nature si svolgerà il 3 e 4 ottobre in tutta Italia. I volontari e le volontarie WWF saranno presenti in 100 piazze italiane con stand informativi per sensibilizzare il pubblico sull’importanza della Natura in città e raccontare il valore degli Spazi Natura WWF, che i cittadini potranno sostenere con una donazione, a fronte della quale riceveranno un vasetto di miele WWF. Inoltre, nei piccoli e medi centri, sarà possibile partecipare agli eventi organizzati da noi e dalle Associazioni Amiche, pensati per famiglie e ragazzi per riscoprire la bellezza e l’importanza della natura nei luoghi che abitiamo. A FORLI’ sabato 3 Ottobre, la sezione locale WWF FC, proporrà un banchetto Miele con raccolta fondi per gli Spazi Natura dalle ore 9:30 alle 12:30 in Piazza Saffi (lato Feltrinelli); a seguire, partendo dal Banchetto alle 10:30 “Impollinatori in città” una passeggiata lungo le vie del centro storico, osservando le aree verdi che caratterizzano il tessuto urbano e scoprendo il loro valore ecologico. Il percorso ci condurrà fino al suggestivoGiardino della Cocla, uno spazio verde curato dalle GEV di Forlì, autentico angolo di natura situato a pochi passi dai Musei di San Domenico. Immersi in questo splendido giardino, approfondiremo il tema degli insetti impollinatori, fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi e per la conservazione della biodiversità. Parleremo inoltre delle specie vegetali, dei fiori e delle piante più adatte per attirare e sostenere api, farfalle e altri preziosi impollinatori, scoprendo come anche i giardini, i balconi e gli spazi verdi cittadini possano trasformarsi in importanti rifugi per queste specie. Un’attività all’aria aperta per conoscere meglio la natura che ci circonda e imparare piccoli gesti concreti per rendere le nostre città più accoglienti per la biodiversità. A CESENA: sabato 3 Ottobre, la sezione locale WWF FC proporrà un Banchetto Miele con raccolta fondi per gli Spazi Natura WWF dalle 9:30 alle 12:30 in Piazza del Popolo sotto il Loggiato Comunale. Nel Pomeriggio al Parco Ippodromo con ritrovo alle ore 15:30, all’entrata Skate del Parco Ippodromo in Via Fasto Coppi, inaugurazione dell’area del nuovo Percorso Impollinatori di Cesena, un itinerario didattico pensato per far conoscere da vicino il mondo degli insetti impollinatori e sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della loro tutela. Il percorso sarà composto da circa dieci pannelli esplicativi dedicati alle principali specie di impollinatori, al loro ruolo fondamentale per gli ecosistemi e alle azioni concrete che ciascuno può adottare per contribuire alla loro salvaguardia. L’area sarà inoltre arricchita da diversi hotel per insetti e da due aiuole dedicate alle piante utili agli impollinatori. L’iniziativa sarà realizzata in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e con il Settore Verde Pubblico del Comune di Cesena. Chiara Bocchini, Presidente WWF FC Redazione Romagna
October 1, 2026
Pressenza
Il monito di Fidel Castro sui rischi di autodistruzione
«La specie umana è in pericolo di estinzione». Quando Fidel Castro pronunciò questo monito, nel celebre discorso del 17 novembre 2005 nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, molti lo considerarono un’esagerazione retorica. Oggi, davanti all’accelerazione della crisi climatica, alla devastazione degli ecosistemi, alle guerre permanenti e all’appropriazione privata delle risorse naturali, quelle […] L'articolo Il monito di Fidel Castro sui rischi di autodistruzione su Contropiano.
August 28, 2026
Contropiano
Per il ritorno della biodiversità basterebbe lasciar in pace la natura
Nel 2005, nel Norfolk settentrionale, la famiglia Sayer smise di coltivare colza in un campo di due ettari: il terreno era difficile da drenare e non ne valeva più la pena. Da allora su quella terra non è stato piantato un solo seme. Niente arature profonde, niente miscele commerciali di semi di fiori selvatici, niente rimozione del terriccio superficiale: i metodi standard con cui, in Europa, si prova a far rinascere un prato. Solo uno sfalcio l’anno, con il fieno portato via, come un secolo fa. Oggi quel campo, ribattezzato Sayer’s Meadow (il prato dei Sayer), ospita più di 150 specie vegetali e, in estate, migliaia di orchidee selvatiche che i residenti del villaggio raggiungono lungo un sentiero informale tracciato con i propri passi. A documentarlo è uno studio pubblicato su Restoration Ecology dal geografo Carl Sayer, dell’University College London, insieme al padre Derek, proprietario del terreno, e ai colleghi Peter Robinson e Jan Axmacher. Per undici anni, dal 2011 al 2022, il gruppo ha censito ogni due o tre stagioni le piante del campo, concentrandosi su alcune decine di parcelle di un metro quadrato. Risultato: il numero medio di specie per parcella è raddoppiato, da circa dieci a quasi venti. Dopo il primo decennio sono comparse specie localmente rare come l’orchide palustre meridionale, la carice a cespo e la centaurea comune, insieme alla cresta di gallo minore, pianta semiparassita che indebolisce le graminacee e apre spazio ai fiori più delicati: non a caso, in Inghilterra, la chiamano “meadow maker”, la pianta che fa il prato. Un dettaglio complica la lettura più rassicurante della vicenda: alcune specie rare non crescevano in nessun campo nel raggio di quasi cinque chilometri. I ricercatori ipotizzano che i semi siano arrivati incastrati negli zoccoli o nel pelo dei cervi di passaggio, un’ipotesi che dice più sulla dispersione della fauna selvatica che su qualunque piano di ripristino scritto a tavolino. Il punto che lo studio analizza riguarda le politiche di restauro ecologico che governi e agenzie ambientali finanziano in Europa. Il metodo standard prevede miscele di sementi commerciali, spesso non locali, capaci di produrre in fretta quelli che alcuni conservazionisti chiamano “McMeadow”, con un riferimento nemmeno troppo velato alla standardizzazione e alla scarsa qualità del McDonald’s: prati fioriti generici, dominati sempre dalle stesse margherite bianche e dallo stesso fiordaliso viola, identici dal Galles alla Slovenia. Il rischio, spiegano gli autori, è erodere proprio quella diversità genetica locale che la parola biodiversità dovrebbe proteggere. Sayer lo dice senza giri di parole: «Non dovremmo affidarci più spesso alla pazienza, invece che alla bustina di semi?». Nel Regno Unito i prati fioriti sono diminuiti di oltre il 90% dal secondo dopoguerra. Le superfici agricole abbandonate, però, non mancano, e da anni i governi le guardano come terreno di caccia per i piani di ripristino della biodiversità. Lo studio non dice che seminare sia sempre sbagliato: dove non esistono popolazioni di piante native nei dintorni, la natura da sola non basta. Ma prima di spendere in sementi e macchinari vale la pena chiedersi se un pezzo di terra lasciato in pace, con una gestione minima, non possa fare da solo gran parte del lavoro. Da quest’anno il campo ospita anche una coppia di barbagianni, che cacciano sopra l’erba alta. Sayer, che il progetto lo ha ereditato dal padre, non usa mezzi termini: «È la cosa di cui vado più fiero in tutta la mia vita». Il principio vale anche fuori scala, nel giardino di casa. Non serve un ettaro nel Norfolk: basta un angolo di prato non sfalciato ogni settimana, qualche pianta spontanea lasciata crescere invece che estirpata, foglie secche non sempre raccolte. Meno ordine e meno pesticidi significano più margine perché api, farfalle e piccola fauna trovino un rifugio. Non tutti i giardini diventeranno un santuario di orchidee, ma la logica è quella appena dimostrata: a volte il gesto più efficace, per la biodiversità, è non fare nulla, e avere la pazienza di aspettare. Foto di copertina: Joanna Atherton   The post Per il ritorno della biodiversità basterebbe lasciar in pace la natura appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Quando la Natura si ascolta: a Paspardo le “Cartoline Sonore” raccontano il lavoro silenzioso del CRAS dell’Adamello
Non tutti i paesaggi si guardano. Alcuni si ascoltano. È da questa intuizione, semplice solo in apparenza, che nasce “Il paesaggio sonoro della natura che cura: 5 frammenti di biodiversità”, l’iniziativa in programma domenica 7 giugno al Centro Faunistico del Parco dell’Adamello di Paspardo. Un appuntamento che va oltre la dimensione artistica e diventa occasione per accendere i riflettori su una delle realtà più preziose e meno conosciute della montagna bresciana: il Centro Recupero Animali Selvatici (CRAS), luogo in cui ogni anno decine di animali feriti, debilitati o in difficoltà trovano cure, assistenza e, quando possibile, una seconda possibilità di tornare liberi. Il progetto protagonista della giornata è quello delle “Cartoline Sonore”, realizzato dal duo Molom, formato dalla scultrice Milena Berta e dal sound artist Alessandro Pedretti, con le fotografie di Silvano Menolfi. Tra febbraio e marzo gli artisti hanno trascorso settimane all’interno del centro di Paspardo registrando suoni, respiri, movimenti e silenzi della fauna ospitata, utilizzando sofisticate tecnologie di rilevazione acustica. Ne è nata una collezione di cinque cartoline in edizione limitata che raccontano, attraverso l’ascolto, la straordinaria biodiversità custodita nel cuore dell’Adamello. Il volo delle poiane, il respiro delle cerve, le vocalizzazioni notturne del gufo, il risveglio del bosco all’alba e i suoni quasi impercettibili degli animali quando la presenza umana si ritrae diventano così strumenti di conoscenza e sensibilizzazione. Ma il valore dell’iniziativa risiede soprattutto nella sua capacità di restituire centralità a un patrimonio spesso invisibile. I CRAS rappresentano infatti un presidio fondamentale per la tutela della fauna selvatica. Non semplici strutture di ricovero, ma luoghi nei quali veterinari, tecnici, volontari ed educatori ambientali lavorano quotidianamente per garantire il recupero degli animali e, allo stesso tempo, promuovere una cultura del rispetto degli ecosistemi. In questo senso il Centro Faunistico del Parco dell’Adamello, gestito dall’associazione LOntànoVerde con il supporto del Parco dell’Adamello e del Comune di Paspardo, costituisce una delle esperienze più significative del territorio bresciano. Una realtà che coniuga assistenza, divulgazione scientifica ed educazione ambientale, permettendo ai visitatori di osservare da vicino esemplari non più reintroducibili in natura e di comprendere la complessità degli equilibri che regolano la vita alpina. Non è un caso che il progetto sia stato affidato ai Molom, Alessandro Pedretti e Milena Berta, duo già riconosciuto a livello nazionale per la capacità di intrecciare arte, paesaggio e ricerca. La loro presenza conferisce all’iniziativa una dimensione ulteriore: quella dell’ascolto come forma di consapevolezza. Perché proteggere la natura, suggeriscono queste cartoline, significa anzitutto imparare a percepirla. Non soltanto osservare un animale, ma coglierne la voce, i ritmi, le pause. Comprendere che ogni ecosistema possiede una propria colonna sonora e che la biodiversità non è fatta solo di immagini, ma anche di suoni. L’appuntamento è fissato per domenica pomeriggio nella località Fles di Paspardo, all’interno della rassegna “Estate nel Parco 2026”. Un’occasione per conoscere da vicino il lavoro del CRAS dell’Adamello e per ricordare che dietro ogni animale recuperato e curato esiste una rete di competenze, passione e volontariato che opera lontano dai riflettori, ma che rappresenta uno dei presìdi più importanti per la conservazione della fauna selvatica bresciana. Un lavoro silenzioso, appunto. Proprio come i suoni della natura che le Cartoline Sonore hanno deciso di raccontare. Per maggiori informazioni sulle attività del Cras e dell’associazione a questo link Simona Duci
June 4, 2026
Pressenza
L’Occidente dichiara guerra all’ambiente!
Una proposta di discussione per l’azione La fase storica che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale né una semplice somma di emergenze. È una crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, che investe simultaneamente il piano economico, sociale, militare e ambientale. Una crisi segnata da un’accentuata aggressività occidentale, che […] L'articolo L’Occidente dichiara guerra all’ambiente! su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
Stessa crisi, stessa rabbia
Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro Dalla fase imperialistica in avanti, il capitalismo si è caratterizzato per una tendenza alla propria generalizzazione su scala mondiale: apertura e conquista di nuovi mercati, mondializzazione della forza‑lavoro, delocalizzazione produttiva, intensificazione della circolazione globale delle merci. La fase attuale, per molti aspetti, si […] L'articolo Stessa crisi, stessa rabbia su Contropiano.
May 7, 2026
Contropiano
Mymovies. “Il sentiero azzurro”, viaggio in una vita secondo natura
“Il sentiero azzurro” di Gabriel Mascaro è la storia di un viaggio alla volta di una vita libera e secondo natura. Protagonista Tereza, (Denise Weinberg) una signora che a 77 anni viene “rottamata” dal governo perché inutile dal punto di vista produttivo e destinata a una colonia dove i vecchi vengono radunati. Spogliata dei suoi diritti, sotto tutela di una figlia che la priva delle sue libertà e dei suoi soldi, Tereza si ribella alla deportazione. Naviga lungo il Rio delle Amazzoni incontrando avventurieri, capitani di mare, suore non credenti, una donna anziana come lei e giramondo. Una fiaba ironica, bizzarra, paradossale, una metafora sulla capacità di ribellarsi e sulla resilienza umana, che esiste a prescindere dall’età. Il Paese in cui Tereza aveva vissuto è un Brasile di là da venire, governato da severissime leggi sulla terza età, nel quale gli anziani vengono presi per strada come cani randagi e sbattuti in furgoncini-prigione. Lei ha tirato avanti osservando le regole, da brava cittadina e da brava madre, guadagnandosi la vita col macello della carne di alligatore. Il film fa pensare al valore imprescindibile della vita secondo natura e senza costrizione, un viaggio attraverso un habitat incontaminato, fuori da categorie anagrafiche e sociali, un mondo che non conosce l’esistenza di uomini di serie B. “Il sentiero azzurro” è stato presentato al Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’Argento 2025. Il sentiero azzurro (2025) Un film di Gabriel Mascaro con Denise Weinberg, Rodrigo Santoro, Miriam Socarras, Adanilo Reis, Clarissa Pinheiro. Genere: Drammatico. Durata: 85 minuti. Produzione: Brasile, Messico, Paesi Bassi, Cile 2025. In streaming su Mymovies   Bruna Alasia
March 6, 2026
Pressenza
Paolo Virno: esodo e linguaggio
Paolo Virno e Franco “Bifo” Berardi sono stati militanti di Potere Operaio, uno a Roma l’altro a Bologna, entrambi in giro per l’Italia. Hanno vissuto, chi a Roma chi a Bologna, l’esplosione del Settantasette. A seguire, prima e durante la furia repressiva, hanno condiviso l’esperienza editoriale di “Metropoli”. Del Settantasette, allo stesso modo negli anni Ottanta e Novanta, hanno messo in rilievo un tratto decisivo: l’emergere in primo piano del marxiano general intellect, inteso però come lavoro vivo. Per dare conto del linguaggio messo al lavoro, del capitalismo digitale, le loro ricerche hanno percorso sentieri diversi: Wittgenstein e l’antropologia filosofica, il primo, Baudrillard e Guattari, la cybercultura, il secondo. Sempre sviluppando, entrambi, una proposta filosofica originale. Negli ultimi anni, seppur da prospettive diverse, tutte e due hanno riflettuto sul problema dell’impotenza (della moltitudine). In vista della giornata di sabato 7 febbraio a Esc, dedicata al ricordo di Paolo Virno, pubblichiamo un testo di Franco “Bifo” Berardi del 2013 – inedito nella lingua italiana e destinato, in inglese, ai lettori nordamericani – su Paolo Virno e la sua inconfondibile singolarità nella scena del pensiero contemporaneo. Franco “Bifo” Berardi, che ringraziamo per il regalo prezioso che ha fatto a DinamoPress e alle sue lettrici e ai suoi lettori, sarà anche lui presente e interverrà a Esc sabato 7 febbraio.  L’INVARIANTE BIOLOGICA Severo ed elegante, arcaico, ironico, a volte sferzante, a volte persino sprezzante è lo stile di Paolo Virno, pensatore che proviene da un’esperienza collettiva il cui punto di massima condensazione si trova nella breve vicenda politica di Potere Operaio, durante gli anni più intensi della lotta di classe in Italia, fra il 1969 e il 1973. Sebbene il lavoro teorico di Virno si iscriva a pieno titolo in quella tendenza che per consuetudine chiamiamo oggi post-operaismo, vi sono nel suo pensiero alcuni tratti distintivi, che arricchiscono la prospettiva complessiva e al tempo stesso sorprendono. Sorprendente è l’introduzione dei concetti di “natura umana” e di “storia naturale” nel lessico post-operaista e altrettanto sorprendente è l’esplicita riproposizione dell’invariante biologica come fattore di definizione dell’umano. Reintroducendo l’invariante biologica nella trama mutevole della storia, non si finisce forse per instaurare una forma di determinismo naturalistico che impoverisce il pensiero, la comprensione e di conseguenza l’azione stessa? È la domanda che mi feci quando Virno ripropose una discussione tra Noam Chomsky e Michel Foucault sul tema – per l’appunto – della natura umana. Introducendo la pubblicazione di questa discussione del 1972, Virno valorizza la posizione di Chomsky per prendere implicitamente le distanze dal post-strutturalismo e questa scelta mi lasciò interdetto proprio perché il pensiero di Chomsky mi è sempre parso ridurre l’azione linguistica a una grammatica innata e immutabile, a carattere fortemente deterministico. Ma seguendo l’intero svolgimento del pensiero di Virno l’equivoco si dissolve, non senza un effetto di arricchimento del panorama concettuale. Partiamo allora di qui, da un brano che si trova nel capitolo intitolato Storia naturale del libro Quando il verbo si fa carne: «L’invariante biologica che contraddistingue l’animale umano dal Cro-Magnon in poi è la dynamis o potenza: cioè la non specializzazione, la neotenia, la mancanza di un ambiente univoco. I quesiti con cui deve misurarsi la storia naturale suonano ora così: in quali frangenti sociopolitici affiora la non specializzazione biologica dell’Homo sapiens?» (p. 167). Leggendo questo testo, e seguendo l’intero svolgimento del ragionamento virniano a me torna alla mente un testo di Pico della Mirandola, umanista italiano e studioso della mistica ebraica il quale,nella sua Horatio de dignitate hominis scritta nel 1486 racconta come il Signore Iddio rimase privo di archetipi proprio nel momento doveva generare l’uomo, corona della sua creazione. Il Padre Eterno si vide perciò costretto a dar forma a un essere che non aveva forma e doveva (o poteva) di conseguenza inventare in ogni momento la propria esistenza. Una natura priva di determinazione, dunque. Anche Virno, come Pico, sottopone l’evento umano a una generazione metastorica, affermando il carattere naturale del linguaggio, per poi rivelare che questa naturalità non ha affatto i caratteri della necessità deterministica. Scrive infatti: «Si può senz’altro consentire con questa asserzione di Chomsky: il modo in cui noi ci sviluppiamo non riflette le proprietà dell’ambiente fisico, ma quelle della nostra natura essenziale. A condizione di aggiungere però che la nostra natura essenziale è caratterizzata in primo luogo dall’insussistenza di un ambiente determinato, e quindi da un duraturo disorientamento.” (p. 166). > Riproponendo la discussione tra Chomsky e Foucault che si svolse nella città > di Eindhoven nel 1972, Virno si distanzia del culturalismo radicale prevalente > nel campo del pensiero critico operaista e post-strutturalista, e afferma > l’imprescindibilità di una riflessione sulla natura umana, ma poi, subito dopo > si distanzia dallo stesso Noam Chomsky per riaffermare l’irriducibilità > dell’animale umano a qualsiasi determinismo naturalista. Nessun programma > politico e nessun destino si ricava dalla potenzialità della natura umana; e > il linguaggio, facoltà naturale che definisce l’animale umano, non è > determinante della lingua che parliamo né delle scelte comunicative che > andiamo compiendo. «Sprovvedutezza istintuale e cronica potenzialità: questi aspetti invarianti della natura umana, desumibili dalla facoltà di linguaggio, implicano l’illimitata variabilità dei rapporti di produzione e delle forme di vita, senza però suggerire alcun modello di società giusta» (p. 158). Facoltà di linguaggio e prassi vanno infatti distinte, contro la pretesa chomskiana di ridurre l’esecuzione linguistica allo svolgimento di una competenza grammaticale innata. «Biologica la facoltà, storica la lingua; innata la prima, acquisita la seconda, attinente alla mente individuale l’una, inconcepibile al di fuori del nesso sociale l’altra» (p. 160). Se Chomsky è servito a Virno per segnalare il suo interesse per un territorio concettuale che spiazza strategicamente le attese del culturalismo radicale, lo stesso Virno ci dice a chiare lettere che non è Chosmky il suo autore di riferimento, bensì Ludwig Wittgenstein, e più precisamente il Wittgenstein del Tractatus. Introducendo un altro dei suoi libri (Parole con Parole, del 1995) Virno scrive infatti: «…qui si interpella il Tractatus, come il libro delle domande giuste». LINGUAGGIO E POSTFORDISMO La mia esplorazione del complicato universo virniano comincia da questo punto che concerne la nozione di natura umana perché da qui e dalla precisazione sul carattere non deterministico di questa definizione partono molti dei fili che la sua riflessione è andata svolgendo nel corso degli anni su piani distanti come la linguistica, la teoria politica, la filosofia analitica, la critica dell’economia politica e l’azione sociale. > Virno afferma la centralità del linguaggio come facoltà naturale, ma poi > precisa che la prospettiva sociale definisce il linguaggio come prassi e > questa non si identifica né si riduce alla facoltà naturale. Non dunque una > grammatica, ma una prassi, è il linguaggio di cui ci parla Virno arricchendo > sia la prospettiva politica del pensiero sociale post-operaista, sia la > prospettiva scientifica della filosofia del linguaggio cui offre un contributo > del tutto originale. Nell’ambito del pensiero critico contemporaneo, e particolarmente nell’ambito del cosiddetto pensiero post-operaista, Paolo Virno si distingue per la vastità dei riferimenti bibliografici e delle suggestioni filosofiche, ma ancora più per la distanza, non ostentata ma evidente, dal culturalismo radicale del cosiddetto post-strutturalismo francese, che dagli anni ’70 in poi ha intrecciato concettualmente e politicamente il post-operaismo italiano. Autori come Deleuze, Guattari e Baudrillard non compaiono – se non di sfuggita e marginalmente – nei suoi scritti, e nelle sue preoccupazioni. E lo stesso Michel Foucault compare soltanto per essere messo in questione in maniera – se così posso dire – irrispettosa. Il versante su cui Paolo Virno si affaccia per costruire il suo edificio di pensiero è quello della filosofia analitica mentre la Teoria critica appare sullo sfondo come oggetto di interesse secondario, anche se negli anni della formazione Virno si è occupato in modo approfondito di Theodor Adorno dedicando al suo pensiero la sua tesi di laurea. La questione del linguaggio viene da lui affrontata come questione fondante, non come piano particolare del processo di soggettivazione o come aspetto connesso alla singolarizzazione psichica. Il linguaggio non è piano fra altri del processo di soggettivazione, ma tratto essenziale della natura umana, e solo partendo da qui una riflessione politica sui processi di soggettivazione può cominciare. Il tema del linguaggio e delle forme di vita, che Virno frequenta in compagnia di Wittgenstein, entra nella sfera dell’analisi sociale quando, a partire dal 1977, un movimento si fece carico di quelle questioni in modo consapevolmente politico, e quando la trasformazione post-fordista fece del linguaggio l’ambito principale della produzione capitalistica e la forma generale del lavoro produttivo. Alla fine di Grammatica della moltitudine, il libro forse più noto di Paolo Virno si trovano dieci tesi sul postfordismo. La prima recita: «Il postfordismo ha fatto la sua comparsa in Italia con le lotte sociali che per convenzioni sono ricordate come il movimento del ’77». Il movimento del ’77, di cui Paolo Virno è stato protagonista politico e interprete teorico, può essere considerato come l’episodio finale del ciclo di lotte sociali iniziato con l’esplosione studentesca del 1968: questo ciclo ebbe in Italia caratteri di continuità e di radicalità del tutto particolari. Nell’arco di quel decennio la composizione sociale e intellettuale del lavoro muta in parallelo con l’evoluzione dell’organizzazione del capitale. È da quell’evoluzione che trae motivo e argomenti l’evoluzione concettuale che porta il neo-marxismo italiano noto come “operaismo” a riconfigurarsi come post-operaismo. Mentre nel ’68 italiano e mondiale la classe operaia di fabbrica e gli studenti si presentano come figure separate che vanno verso un processo di unificazione politica e di ricomposizione sociale, la nuova realtà che si manifesta nel 1977 – dopo il dispiegarsi della crisi recessiva iniziata nel 1973 e in contemporanea con l’inizio del processo di de-industrializzazione (o post-industrializzazione) dell’Occidente, vede emergere sulla scena della rivolta una figura dai contorni ambigui, insieme lavoratore precario e studente, intellettuale in formazione e sperimentatore della comunicazione. > Questa evoluzione è l’effetto della pressione operaia contro lo sfruttamento, > dell’assenteismo e del sabotaggio, e al tempo stesso è l’effetto della potenza > inventiva del lavoro intellettuale che si presenta così duplicemente, come > alleato del rifiuto operaio del lavoro salariato e come alleato del > capitalista che intende aumentare la produttività e ridurre il peso della > insubordinazione operaia grazie all’innovazione tecnologica. È da questa ambiguità della nuova figura che trae origine la vitalità dei movimenti politici e delle trasformazioni tecniche e culturali che seguirono all’esplosione iniziale del 1977. Nell’evoluzione di quegli anni acquista rilievo analitico centrale un’opera di Marx che fino agli anni ’70 fino allorasconosciuta, i Grundrisse, e in particolare il capitolo noto come Frammento sulle macchine. Scrive in proposito Paolo Virno: «Il postfordismo è la realizzazione empirica del Frammento sulle macchine di Marx… Il sapere astratto – quello scientifico in primo luogo, ma non solo esso – si avvia a diventare niente di meno che la principale forza produttiva relegando il lavoro parcellizzato e ripetitivo in una posizioneresiduale.” (Grammatica della moltitudine, pp. 69-70). È proprio a partire dalla lettura di questo testo marxiano che Virno rivendica l’attualità propriamente sociale di autori che fino a quel momento erano rimasti oggetto di un’attenzione specialistica dei filosofi del linguaggio. L’iscrizione della riflessione sul linguaggio nella sfera del pensiero sociale non è una scelta astrattamente intellettuale, ma la via più adeguata per cogliere la specificità del postfordismo. «Il processo lavorativo non è più taciturno, ma loquace. L’agire comunicativo non ha più il suo terreno privilegiato, o addirittura esclusivo nelle relazioni etico-culturali e nella politica, esulando invece dall’ambito della riproduzione materiale della vita. Al contrario la parola dialogica si insedianel cuore stesso della produzione capitalistica. Per comprendere davvero la prassi lavorativa postfordista occorre rivolgersi in misura crescente a Saussure e Wittgenstein. È vero, questi autori si sono disinteressati dei rapporti sociali di produzione: tuttavia, poiché hanno riflettuto a fondo sull’esperienza linguistica, essi hanno da insegnare più cose sulla fabbrica loquace di quanto non possano gli economisti di professione» (pp. 76-77). Ecco emergere sulla scena quella figura sociale che Virno definisce “intellettualità di massa”: «Chiamo intellettualità di massa l’insieme del lavoro vivo postfordista (non già, si badi, qualche settore particolarmente qualificato del terziario) in quanto esso è depositario di competenze cognitive e comunicative non oggettivabili nel sistema di macchine.» (p. 77). Non si tratta più di proletarizzazione degli intellettuali, non si tratta di una perdita della funzione che il sapere e il suo portatore avevano avuto nella società borghese della modernità, non si tratta di un effetto di declassamento di alcuni settori della categoria privilegiata della borghesia intellettuale. Si tratta al contrario di una trasformazione generale del processo lavorativo, che porta il sapere al centro, al punto che le generiche facoltà linguistiche e cognitive dell’essere umano divengono l’essenziale forza produttiva della valorizzazione. Nell’anno 1977 parve possibile un mutamento davvero radicale: parve che il sapere potesse divenire consapevole forza di emancipazione dei lavoratori dal lavoro. Nell’ambito del pensiero autonomo si fece strada una visione del comunismo del tutto diversa da quella del comunismo storico novecentesco. La potenza dell’intelletto collettivo aumentava la produttività del lavoro rendendo possibile un’enorme liberazione di tempo di vita (di cura, di affetto, di educazione, di ricerca) dalm dominio del lavoro salariato. “Lavorare tutti ma pochissimo” divenne una formula realistica per il pieno dispiegamento della forza politica della soggettività sociale dei movimenti. Le teorie sociologiche sulla fine del lavoro proposte negli anni successivi da autori come André Gorz e Jeremy Rifkin si rivelarono utopie ideologiche perché non tenevano conto del fatto che l’emancipazione del tempo dalla schiavitù salariata non è un effetto lineare dello sviluppo tecnologico, ma l’effetto di un rapporto di forza tra capitale e lavoro. E in effetti, la controffensiva capitalistica che negli anni successivi prese il nome equivoco di Neoliberismo piegò il lavoro intellettuale a svolgere una funzione essenzialmente antiproduttiva, anti-emancipatoria, e puntò ad aumentare la produttività ma anche l’orario di lavoro così da ridurre il costo del lavoro destinando enormi quote di tempo sociale alla disoccupazione, alla precarietà, all’immiserimento. «L’iniziativa capitalistica orchestra a proprio beneficio precisamente quelle condizioni materiali e culturali che assicurerebbero un pacato realismo alla prospettiva comunista. Si pensi agli obiettivi che costituiscono il fulcro di tale prospettiva: abolizione di quello scandalo intollerabile che è la persistenza del lavoro salariato; estinzione dello stato in quanto industria della coercizione e monopolio della decisione politica; valorizzazione di tutto ciò che rende irripetibile la vita del singolo. Ebbene, nell’ultimo ventennio è stata messa in scena un’interpretazione capziosa e terribile di quegli stessi obiettivi. Anzitutto: l’irreversibile contrazione del tempo di lavoro socialmente necessario è andata di pari passo con l’aumento di orario per chi sta dentro e l’emarginazione per chi sta fuori» (p. 80). La controffensiva neoliberista viene interpretata qui come un’azione antiproduttiva del capitale, che punta essenzialmente a ridurre il costo del lavoro, anche se questo comporta una irragionevole e devastante separazione dei lavoratori tra una massa dispersa di precari e disoccupati, e un esercito di lavoratori industriali e cognitivi costretti a ritmi infernali, a orari interminabili, a bassi salari e umilianti condizioni di dipendenza. Invece di suddividere il tempo di lavoro necessario residuo permettendo alla società di godere del proprio tempo, il capitale ha imposto una prospettiva feroce e idiota: mentre si aumenta lo sfruttamento di una parte si costringe un’altra parte della forza lavoro a vivere la libertà come miseria disoccupata e come precarietà. La guerra tra dipendenza e autonomia si gioca tutta in questo paradosso che impone a tutti l’ansia di dominio e di profitto di una minoranza di psicopatici che detengono il potere finanziario e politico. Con la sconfitta dell’autonomia sociale inizia il tempo in cui «il lavoro salariato è divenuto disvalore e costo sociale eccedente, mentre la critica di esso si manifesta quale fattore di civilizzazione nonché eminente forza produttiva» (Convenzione e materialismo). Questo rovesciamento antiproduttivo e antiemancipatorio viene reso possibile da una controffensiva sociale che prende nome di Neoliberismo. Nell’anno stesso in cui Margareth Thatcher vince le elezioni in Gran Bretagna, in Italia quel processo viene avviato con una repressione poliziesca che punta a criminalizzare e mettere in silenzio il pensiero e le pratiche dell’autonomia sociale. PRODUZIONE INFORMAZIONE SIGNIFICATO Nel 1979 dunque le forze dell’oscurantismo capitalista scatenarono la vendetta contro l’autonomia sociale. Questo attacco si manifestò a livello globale nelle forme della deregulation, della riduzione del costo del lavoro e della spesa pubblica, della privatizzazione e dell’aumento dello sfruttamento: tutte quelle trasformazioni che presero nome di Neoliberismo e furono inaugurate in Gran Bretagna dal governo Thatcher, per poi diffondersi progressivamente nel mondo con una violenza crescente, fino all’attacco finale che si sta verificando nel secondo decennio del ventunesimo secolo nella forma di crisi finanziaria e di predazione generalizzata delle risorse sociali da parte della classe finanziaria. In Italia l’attacco neoliberista venne preparato dall’eliminazione dell’avanguardia operaia nelle fabbriche (licenziamenti di massa alla Fiat di Torino) e con la criminalizzazione della cultura anticapitalista. Paolo Virno fu oggetto di questa campagna di criminalizzazione e insieme a centinaia di operai, studenti, professori, giornalisti fu arrestato il 6 giugno del 1979 e detenuto per due anni prima di essere scarcerato e infine assolto dalle accuse di associazione sovversiva nel 1987. Nel frattempo, mentre le avanguardie del movimento si disperdevano, la trasformazione della società italiana seguiva linee non dissimili da quelle della generale trasformazione postfordista dell’Occidente, anche se la specificità italiana – che la miseria analitica della sinistra interpretava in termini di arretratezza – accentuava i caratteri nuovi dell’emergente capitalismo postfordista: corruzione mafiosa generalizzata, predominio della chiacchiera, menzogna pubblicitaria pervasiva, cialtroneria della macchina mediatica sempre più potente. Virno analizza questo passaggio degli anni ’80 in vari saggi, raccolti in un libro dal titolo Esercizi di esodo (2002) e nelle note su opportunismo e cinismo che troviamo in Grammatica della moltitudine. Questi “cattivi sentimenti” sono la modalità emotiva di una socializzazione lavorativa ed extra-lavorativa «sempre più segnata da svolte repentine, choc percettivi, innovazione permanente, cronica instabilità». È la precarizzazione del lavoro che va sgretolando la solidarietà sociale e colorando di ansia competitiva le relazioni tra persone e va preparando così la piena subordinazione neoliberale della vita sociale e dei saperi all’interesse privato d’impresa. La funzione capitalistica di valorizzazione assorbe e sottomette il lavoro dell’innovazione, il lavoro intellettuale e quella che un tempo era stata la dimensione marginale ed elitaria dell’industria culturale diviene il regime dell’info-produzione generalizzata. Non più settore merceologico particolare, ma paradigma della nuova forma di info-produzione. A questa trasformazione sono dedicate alcune pagine memorabili in cui Virno, ispirandosi a una riflessione di Hannah Arendt, si occupa del rapporto tra lavoro azione e intelletto, e sviluppa la metafora del virtuosismo, attività senza opera, che realizza l’esecuzione di uno spartito. «Il virtuosismo diventa lavoro massificato con la nascita dell’industria culturale. È lì che il virtuoso ha cominciato a timbrare il cartellino. Nell’industria culturale, infatti, l’attività senza opera, ossia l’attività comunicativa che ha in se stessa il proprio compimento è un elemento caratterizzante, centrale, necessario, ma proprio per questo motivo è anzitutto nell’industria culturale che la struttura del lavoro salariato ha coinciso con quella dell’azione politica.” (Grammatica, p. 32). L’intellettualizzazione del lavoro e la messa a salario del linguaggio comporta certamente un potenziamento della forza sociale, ma al tempo stesso comporta – entro le condizioni capitalistiche – un impoverimento straordinario. «Nessuno è così povero come colui che vede la propria relazione con la presenza altrui, ossia la propria facoltà comunicativa, il proprio aver-linguaggio ridotti a lavoro salariato.” (p. 32). Ugualmente nessun mondo è così misero quanto quello in cui il linguaggio finisce per essere ridotto a strumento subalterno di valorizzazione del capitale.«Il mondo sensibile come contesto in cui l’esperienza umana è ineludibilmente inscritta, senza però nmai aderirvi in modo pieno e univoco è consunto e dissolto dalla comunità teologico-linguistica» (Parole con parole, p. 85). Partendo dalla costatazione che il linguaggio diviene campo essenziale della produzione di valore e al tempo stesso viene sottomesso alla logica del simulacro, copia senza prototipo, ripetizione automatica dell’effetto di linguaggio Virno parla di “idolatria del linguaggio”: «Quando il linguaggio è raffigurato (nonché idolatrato) come illimitato autoriferimento che nulla lascia veramente sussistere al di fuori di sé, non è più in questione un ambito extralinguistico, né quindi la forma che esso eventualmente assume (contesto indeterminato o habitat prefissato). Si delinea piuttosto una situazione estrema: abrogata la materialità del mondo, è il linguaggio stesso a costituire ormai, con il suo inesauribile ritorno presso di sé, una sorta di ambiente immediato» (p. 85). La logica del simulacro si instaura quando l’enunciazione non fa più riferimento ad alcun prototipo o referente, ma si esercita unicamente come replicazione. Ritorna qui la critica dello spettacolo sviluppata dai situazionisti (cui Virno ha dedicato il saggio Cultura e produzione sul palcoscenico, uscito per le edizioni de Il Manifesto nel 2006). «La comunità spirituale della comunicazione si è realizzata storicamente nella società dello spettacolo: dunque nella società che fa della comunicazione generalizzata l’habitat di qualsiasi esperienza immediata: nella società che rende i codici linguistici uno sfondo seminaturale, molto simile alla foresta per l’orso o al fiume per l’alligatore; nella società in cui, venendo meno l’attrito tranlinguaggio e mondo, perdura l’impressione di un blocco o di un congelamento della storia (impressione che gli eredi postmoderni della comunità teologico-linguistica non si stancano diavallare e di agghindare)» (p. 86). L’ipertrofia della comunicazione annulla (ignora) l’attrito tra linguaggio e mondo, pretende di fare del mondo una banale estensione dell’effetto comunicativo del linguaggio, e riduce così il mondo a riproduzione in superficie sempre mutevole dello spettacolo, della proiezione mediatica di un linguaggio privato di profondità, di sfondo, di conflitto. Il discorso di Virno si avvicina qui alla critica che si sviluppa nell’ambito della cibercultura prevalentemente nordamericana, fino dai primi anni ’90, in contemporanea con la costruzione della macchina linguistica universale, la rete. In Data trash, un libro del 1993, Arthur Kroker e Robert Weinsstein elaborano un’idea che già dagli anni ’70 era emersa negli scritti di Jean Baudrillard: “more information less meaning”. Quanto più veloce è il ciclo dell’informazione tanto più tende a ridursi il tempo per l’elaborazione singolare del significato. Quando il lavoro diviene lavoro linguistico e il prodotto si manifesta essenzialmente come informazione, l’accelerazione del ciclo informativo diviene dimensione principale dell’incremento della produttività del lavoro, ma al tempo stesso sottrae il linguaggio alla sua autonomia di significazione. Si tratta della specifica manifestazione della contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio nella sfera del linguaggio, quando il linguaggio viene attratto nella sfera della comunicazione e là viene ridotto a performance produttiva. Ecco allora che, quanto più intensa diviene la produzione di info-merce, quanto più rapida è la esposizione e il consumo di unità informative da parte del destinatario consumatore, tanto meno è possibile un’elaborazione criticamente singolare dell’informazione. L’aumento della produttività del lavoro linguistico comporta infatti una accelerazione del flusso infosferico, e una riduzione del tempo di ricezione cui consegue necessariamente una riduzione della possibilità di elaborazione e di estrazione singolare di significato. L’elaborazione di significato comporta infatti un rallentamento che contraddice la logica della massima estrazione di valore dal ciclo infosferico. Il processo di astrazione che investe il lavoro in generale investe così anche quell’ambito particolare del lavoro che è la comunicazione. Quanto più il linguaggio è sussunto nella produzione di valore, tanto più la comunicazione si fa scambio astratto di info-merce. Per incrementare la produttività del lavoro linguistico si deve rendere più intensa la produzione di info-merce, e di conseguenza più rapido diviene l’info-flusso, più rapida l’esposizione, mentre si contrae il tempo di ricezione e di elaborazione. La comunicazione tende così a diventare mera stimolazione di un organismo privatodella sua autonomia e singolarità linguistica e sensibile, trasformato in appendice di un flussointegrato di informazione-valore di scambio. MOLTITUDINE INDIVIDUAZIONE ESODO Paolo Virno non usa il linguaggio socio-mediologico e ciberpunk con il quale ho cercato di interpretare il suo pensiero nelle righe precedenti. Il suo linguaggio è più rigoroso di quello del suo umile commentatore, perché, come ho detto all’inizio, lo stile di Virno è severo, non frivolo come credo sia il mio. Ma nella parabola del suo discorso sono anticipate e sintetizzate molte questioni che – certo su un piano differente – sono state elaborate dalla letteratura ciber-distopica alla cui fonte io mi sono forse troppo abbeverato. A questo punto, però si ripropone il problema di come si ricostituisca autonomia e singolarità quando il processo di valorizzazione capitalistico si è traferito dalla sfera della ripetizione a quello della differenza, dalla sfera della trasformazione materiale a quella della trasformazione informazionale e simbolica. Ritorna cioè il problema della soggettivazione politica entro la dimensione aperta dalla svolta linguistica. > Moltitudine, individuazione, esodo sono tre passaggi concettuali attraverso i > quali Virno rende possibile la riemergenza dell’autonomia nel panorama sociale > definito dalla sussunzione del linguaggio entro la sfera del valore. Come > uscire dal recinto in cui la sussunzione del linguaggio rinchiude la > soggettività? «Il punto d’onore del pensiero critico sta nell’esibire il carattere radicalmente finito della parola umana. Questo significa valorizzare gli aspetti non linguistici della nostra appartenenza al mondo, restituendo autonomia e rilevanza a ciò che resta opaco a ogni enunciazione». È così che la corporeità sociale ritorna nella scena, partendo da una rivendicazione filosofica dei limiti del linguaggio. «Dacché il moderno processo di produzione incorpora l’agire comunicativo come un lievito irrinunciabile, il linguaggio sembra davvero un Ens perfectissimum. L’espropriazione cui è soggettova di pari passo con l’apparente sua onnipotenza. L’ermeneutica e la filosofia analitica riflettonoquesta apparenza, e la rassodano. Presentando come un ideale della ragione ciò che è già realizzato in forma di dominio, i fautori di una comunità illimitata della comunicazione si mettono a loro agio nell’ordine sociale esistente. Viceversa, la svolta linguistica del materialismo produce una dissonanza proprio perché consiste innanzitutto nella rivendicazione dei limiti del linguaggio.” (Parole con parole, p. VIII). Lasciamo qui in sospeso la questione, cui torneremo nelle conclusioni, dei limiti del linguaggio come dinamica infinita di continua ricomposizione delle forme di vita, per riaprire la prospettiva che la sussunzione sembra avere chiuso (facendo del linguaggio un ente perfettissimo perché suggellato dal suo carattere di facoltà naturale e perché sussunto nella sfera della riproduzione economica). E apriamo una riflessione sui modi in cui Virno si avvicina alla questione della soggettività. Pur non essendovi nei testi virniani alcuna polemica o aperta divaricazione rispetto al modo in cuiToni Negri e Michael Hardt elaborano la nozione spinoziana di “moltitudine”, è evidente che il suo modo di proporre questo concetto è differente dal loro. Mentre nella trilogia di Negri-Hardt(dall’Impero alla moltitudine al bene comune) è implicita perfino nella forma un andamento dialettico e l’esaltazione del carattere attivamente soggettivo della moltitudine, nel modo in cui Virno parla di moltitudine non può rintracciarsi alcuna retorica della soggettività. Moltitudine per lui significa: «ciò che non si è acconciato a divenire popolo, quanto contraddice virtualmente il monopolio statale della decisione politica insomma un rigurgito dello stato di natura nella società civile» (Grammatica, p. 7). Come per Hobbes anche per Virno quello di “moltitudine” va considerato come un concetto negativo, anche se naturalmente Hobbes odia quella negatività come pericolo mentre in quella negatività Virno scorge la condizione per il processo di individuazione che ne permette un’evoluzione soggettiva. A partire da questa negatività, o meglio da questa irriducibilità che il concetto di moltitudine esprime, diventa poi necessario delineare il processo che Gilbert Simondon definisce col termine di “individuazione”. A Simondon – un autore che ha giocato un ruolo significativo nell’elaborazione di Deleuze e di altri pensatori contemporanei eppure rimane poco noto in Italia ma anche in Francia, Virno ha dedicato un’attenzione particolare, curando per l’editore Derive Approdi l’edizione italiana del suo libro più importante: L’individuation psichique et collective, Aubier, 1989. Riferendosi al pensiero di Simondon Virno scrive: «I molti devono essere pensati come individuazione dell’universale, del generico, del condiviso» (p. 9). Cosa è il condiviso? Condiviso è il linguaggio come facoltà naturale, come invariante. A partire da questa invariante condivisa, però, si sviluppa un processo di differenziazione che si manifesta attraverso l’enunciazione, attraverso quella che già Saussure definisce “parole” differenziandola dalla “langue”. E’ questo darsi contestualizzato differente storico e singolare dell’atto di linguaggio che Virno definisce, partendo dalla lettura di Simondon, come «individuazione». «Due tesi di Simondon sono particolarmente rilevanti per qualsivoglia discorso sulla soggettività nell’epoca della moltitudine. La prima tesi afferma che l’individuazione non è mai completa, che il preindividuale non si traduce mai del tutto in singolarità. Di conseguenza, secondo Simondon, il soggetto consiste nell’intreccio permanente tra elementi preindividuali e aspetti individuati; anzi, è questo intreccio. Esso è, invece, un composto: io ma anche “si”, unicità irripetibile ma anche universalità anonima» (p. 50). La dinamica che produce quell’esperienza collettiva che abitualmente chiamiamo “movimento” si trova qui illuminata in maniera particolarmente efficace: il movimento è in effetti la tensione tra singolarizzazione e dimensione condivisa dell’essere sociale. In questa dinamica le potenzialitàinscritte nella composizione sociale del lavoro si trasformano in forme di vita liberate dal lavoro, maal tempo stesso stimolano il capitale a trasformarsi e in questo modo innovano l’organizzazione stessa del lavoro. Questa dinamica si manifesta in maniera particolare quando parliamo della forma pienamente sviluppata del lavoro sociale nell’epoca postfordista, ovvero nell’epoca in cui l’intellettualizzazione del lavoro ha sospinto al suo limite estremo la tensione tra dominio ed emancipazione all’interno dell’organizzazione tecnologica stessa del capitale. Internet è l’esempio più pieno della dinamica dell’individuazione come differenziazione che si muove dalla dimensione strumentale e culturale condivisa per dar forma all’enunciazione singolare che però poi rientra nel flusso ininterrotto del divenire della rete. D’altra parte però Virno mostra che a questo punto, quando la cooperazione intellettuale diviene insieme fattore di valorizzazione e possibilità di emancipazione, quando la complessità e la velocità ndei flussi informativi innervano in maniera fittissima lo spazio dell’agire sociale, la forma stessa del potere muta, spostandosi dallo spazio della politica (sia democratico-rappresentativa che autoritaria) verso lo spazio dell’amministrazione. «L’amministrazione, non più il sistema politico-parlamentare, è il cuore della statualità: ma lo è, appunto, perché rappresenta una concrezione autoritaria del general intellect, il punto di fusione tra sapere e comando, l’immagine capovolta della cooperazione eccedente» (p. 43). Non è forse qui descritto il passaggio dalla forma governo, cioè un potere che si incarna nell’azione volontaria e personalizzata, alla forma impersonale e automatica della governance? Quella che Virno propone qui è in effetti la migliore spiegazione più adeguata di una parola che gli inetti esecutori del disegno criminale della classe finanziaria usano continuamente per giustificare la loro violenza e la loro arroganza, ma non spiegano mai per la semplice ragione che non ne comprendono essi stessi il significato. Governance significa infatti trasformazione del potere in una macchina astratta, concrezione autoritaria del general intellect. Il contenuto del lavoro del general intellect sfugge a coloro stessi che su quel lavoro lucrano, i capitalisti finanziari e i loro funzionari politici, ladri ignoranti del sapere altrui. Ma se ci poniamo dal punto di vista della vita e dell’intelligenza sfruttata, cioè dal punto di vista della società che cerca la sua autonomia per non sprofondare nell’abisso in cui il capitalismo finanziario la sta trascinando, ecco allora che ci rendiamo conto di una cosa: questa configurazione del potere non può essere sovvertita con le metodologie della dialettica, né con le strategie della politicarivoluzionaria volontarista del ventesimo secolo. Quella che ci occorre è una strategia di tipo sottrattivo. Potremmo descrivere la situazione in cui oggi ci troviamo in termini di rapporto tra forma e contenuto: il capitale è la forma, il codice semiotico che si sovrappone e si articola nella carne viva della società e nel cervello connettivo dell’intelletto generale, il suo contenuto cioè, che si trova incostante evoluzione. Il contenuto – i saperi, le competenze sociali proiettate verso un’autonoma creazione di forme di vita – è costretto entro la gabbia della governance, che sottopone la concretezza dell’attività utile al processo di astrazione che rende possibile la sua traduzione in valore. Non ha più alcuna efficacia l’idea di una rivoluzione che sovverta il potere, che si impadronisca delle leve della decisione – dal momento che quelle leve non esistono e la decisione non è prodotto di unavolontà personale ma replicazione di un algoritmo, di un’astrazione autoritaria del sapere, come dice Virno. Lo vediamo bene in questi anni della catastrofe europea: di fronte all’azione della Banca centrale e del ceto politico-finanziario che distrugge in maniera sistematica la democrazia e le strutture stesse della vita civile, i movimenti sono esplosi, si sono diffusi nella società, ma non hanno saputo con la loro protesta fermare né sovvertire l’azione del potere astratto che procede invece imperterrito verso la piena devastazione dell’Europa e delle infrastrutture della civiltà sociale. Soltanto una separazione attiva del contenuto dalla forma che lo necrotizza può rimettere in moto una dinamica di autonomia che svuoti la scatola mortale del capitalismo finanziario. Esodo è la parola con cui Paolo Virno ha definito il processo di autonomizzazione e di emancipazione (disentanglement, nel senso di sottrazione della potenza dall’effetto di astrazione che lo entangle). Gilles Deleuze aveva già detto che nella fuga non ci si limita affatto a fuggire. E aveva aggiunto che nella fuga prima di tutto si cercano nuove armi. Questa frase non va intesa (o non va intesa soltanto) in senso militare. Nella fuga si cercano e si costruiscono nuove forme che esprimano vitalmente quel contenuto che la forma capitale necrotizza. E Virno scrive: «Nulla è meno passivo di una fuga, di un esodo. La defezione modifica le condizioni entro cui la contesa ha luogo, anziché presupporle come un orizzonte inamovibile; cambia il contesto in cui è insorto un problema, invece di affrontarlo scegliendo l’una o l’atra delle alternative previste» (p. 46). Tornando alla triade lavoro intelletto azione, occorre che l’intelletto si separi dal lavoro (attività sottomessa alla ripetizione eteronoma) per assumere le movenze dell’azione (attività in variazione indipendente). IL LIMITE L’ECCESSO IL POSSIBILE La nozione di esodo è nodale nel pensiero di Virno perché lega insieme questioni di ordine politico (abbandono collettivo della dimensione totalizzante del capitale, autonomia della conoscenza dal suo destino subordinato, creazione di una sfera dell’intelletto collettivo libera dal dominio dellaproduzione di valore), e questioni di ordine filosofico e linguistico. Per capire il rilievo filosofico della nozione di esodo è opportuno riprendere il discorso, iniziato e sospeso, sui limiti del linguaggio. Per farlo leggiamo l’ultimo libro di Virno, E così via all’infinito. Il libro, sottotitolato Logica e antropologia si presenta come una riflessione sul regresso all’infinito e sulle strategie della sua interruzione che rendono possibile la decisione conoscitiva etica esistenzialepolitica. Fin dalla prima pagina Virno ci dce che l’animale umano è colui che possiede la capacità di negare, di immaginare il possibile e di risalire all’infinito verso il fondamento del sapere e dell’agire. È chiaro che un risalimento all’infinito paralizza la decisione, perciò Virno sottolinea, ancor più del regresso all’infinito, la capacità di esercitare tecniche che rendono possibile troncarlo o inibirlo, o metterlo tra parentesi per rendere possibile l’azione o l’asserzione, insomma la de-cisione. «I nostri discorsi e i nostri comportamenti si giovano in ogni momento di un basta così che, mettendo provvisoriamente al bando l’incertezza insita nell’e così via, garantisce loro pertinenza e appropriatezza» (p. 12). Se il linguaggio è una potenza illimitata, la sua efficacia discorsiva e la sua operatività pragmatica dipendono dal fatto che nell’esercizio della facoltà linguistica noi poniamo dei limiti. È propriamente in questo senso che Wittgenstein afferma, in uno dei passi più citati della sua opera che «i limiti delmio mondo sono i limiti del mio linguaggio». Ciò non va inteso soltanto nel senso negativo di una limitazione dell’esperienza possibile, ma anche nel senso dell’istituzione dello spazio dell’esperibile come spazio positivo. E al tempo stesso occorre ricordarsi che quando parliamo di limite parliamo di un’entità che non ha un solo versante, ma due: l’uno è quello che sta al di qua, e impedisce di vedere oltre – l’altro è quello che sta al di là e si affaccia sull’infinito delle possibilità di esperienza che non vediamo finché siamo da questa parte. È il tema dell’esodo che così si ripresenta, come sfondamento del limite e come eccesso istituente. «L’arresto dell’e così via è un dato di fatto. Ma un dato di fatto bifronte. Al pari di qualsiasi soglia o confine, il basta così può essere considerato tanto una via di uscita che una via di accesso… Un pensiero prensile e un’azione appropriata portano su di sé il segno di una cesura: non più e così via. Per altro verso, in quanto accesso a, l’interruzione è un principio euristico» (pp. 75-76). Su un piano differente, che non è quello logico ma quello psichico ed estetico, Félix Guattari offre lostesso panorama concettuale nel suo ultimo libro, Chaosmose. La caosmosi guattariana offre una visione simile: il caos (l’infinito virniano se volete) viene continuamente limitato dalle griglie di semiotizzazione linguistica, estetica, psichica. Ma l’eccesso desiderante rimette in questione la semiotizzazione presente, e apre a una nuova osmosi cosmica, ad una nuova semiotizzazione, a unnmnuovo provvisorio ordine percettivo. Il ritornello è l’equilibrio provvisorio che si stabilisce nel rapporto tra deriva singolare e caos. È la prospettiva del possibile, che qui si riapre. Possibile è la dimensione che sfugge all’enunciazione assertiva, ma che al tempo stesso si delinea oltre il suo orizzonte. La possibilità è l’inserzione dellan dimensione extra-linguistica (l’opacità insondabile dell’eventualità) nella prensile trama del linguaggio. «Con un filo di paradosso si potrebbe dire: il mondo è costituito linguisticamente da ciò che nel linguaggio manifesta l’incompletezza o limitazione del linguaggio rispetto al mondo»ı (p. 140). Da queste brevi note sulla questione del possibile ritorniamo all’inizio di questo tentativo di cartografare l’impervio e affascinante territorio del pensiero virniano. Torniamo alla questione dell’invariante biologica e del suo carattere non specificante, della natura linguistica dell’animale umano che non implica determinismo dell’esercizio di parola. Che l’animale linguistico disponga della modalità del possibile significa che il suo ambiente non è un ambiente univocamente determinante. «La mancanza di un habitat univoco fa sì che la cultura sia la prima natura dell’uomo come dice Gehlen…. La modalità del possibile coincide con l’eccesso pulsionale non finalizzato biologicamente, nonché con il carattere non specializzato dell’animale umano. Il regresso all’infinito esprime l’apertura al mondo come cronica incompletezza o anche, ma è lo stesso, come vana ricerca di quella proporzionalità tra pulsioni e comportamenti che è invece appannaggio di un ambientecircoscritto» (pp. 156-157). In questo modo Virno restituisce all’azione umana la sua dimensione di libertà, delineando i fondamenti di una teoria della possibilità. Possibilità non è data in condizioni di indeterminazione, ma in condizioni di parziale determinazione aperta. Il possibile è iscritto entro un campo determinato dalle condizioni sociali, come nel caso della stessa natura umana, il che significa che la possibilità è immanente a una realtà determinata. Ma questo campo non è specificato, anche se è plastico. Immanenza e possibilità sono in fin dei conti, le caratteristiche dell’azione umana, o prassi, e certamente emergono nel pensiero di Paolo Virno, che abbiamo cercato di ripercorrere in queste pagine. La foto di copertina è di Nora Porcu SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Paolo Virno: esodo e linguaggio proviene da DINAMOpress.
February 5, 2026
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