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La Flotilla di Thousand Madleens in Calabria
Cetraro (Cosenza), 17-18 aprile 2026 – “Flotilla Artivista”: arte e impegno civile approdano sulle coste calabresi per la Palestina. Prosegue con intensità il calendario di eventi legati al sociale e alla pace che sta animando il litorale tirrenico. Dopo l’accoglienza delle barche di Thousand Madleens to Gaza dello scorso 15 aprile e l’intensa serata dedicata a “Arte e musica dal Mediterraneo orientale”, tenutasi ieri presso l’Officina Di Versi di Guardia Piemontese, il cuore delle attività si sposta ora sul porto di Cetraro. Oggi, 17 aprile dalle ore 16:00 alle ore 18:00, lo scalo cittadino si trasforma in un’agorà di confronto e sede di un importante concerto per la pace con l’incontro “Voci per la pace”. In un momento storico profondamente segnato dai conflitti, l’evento dà spazio a testimonianze e messaggi di speranza. L’iniziativa è curata con passione dalle ragazze e dai ragazzi dell’associazione Gianfrancesco Serio, del Punto Luce Save the Children di Scalea e della Scuola Media IC Cetraro. La manifestazione prosegue con un ricco programma musicale a cura delle studentesse e degli studenti della Scuola Media P. Borsellino di S.M. del Cedro: un emozionante concerto per la pace con la partecipazione di Irene Cantisani, Ciriaco Siniscalchi, Lèon Vulpitta Pantarei e Salvatore Cauteruccio. Il percorso di solidarietà e partecipazione vivrà il suo momento culminante domani, 18 aprile, con l’evento “Flotilla Artivista”, una serata dedicata alla Palestina per unire la comunità attraverso il linguaggio universale della creatività. Il programma di domani, 18 aprile: Ore 17:00: Saluti istituzionali del Sindaco di Cetraro. Dalle ore 17:30 fino alle 21:30: “Jam Artivista aperta”. Uno spazio libero e partecipato dove musica, pittura, disegno, poesia, danza e ogni forma d’arte si fonderanno in un unico abbraccio collettivo per la pace. “Flotilla Artivista” e “Voci per la pace” rappresentano un invito corale a riflettere e agire, trasformando il porto in un crocevia di culture, impegno civile e bellezza. La cittadinanza e i media sono invitati a partecipare e a farsi cassa di risonanza di questo messaggio di fratellanza. Thousand Madleens to Gaza   Redazione Italia
April 17, 2026
Pressenza
Arte e attivismo per Gaza si incontrano. Intervista a Giovanni Gaggia
“Com’è il cielo in Palestina?” è un’opera collettiva che ha già conosciuto diverse tappe. Come si è sviluppata nel tempo? “Com’è il cielo in Palestina?” è un progetto che nasce nell’autunno 2023 da una domanda semplice e diretta, come tale profondamente politica e nel contempo poetica. Mi interessava  superare la narrazione dominante senza essere didascalico: come artista non volevo riportare un disegno o una fotografia di Gaza, ma provare a costruire uno spazio di relazione attraverso lo scambio di scritti. Il cielo è un elemento universale e condiviso e rispecchia anche uno spazio di desideri: alzare lo sguardo su di esso con l’intenzione  di superare le limitazioni e attraversare confini. Con il passare del tempo il progetto è cresciuto evolvendosi. È passato dall’essere un gesto intimo a divenire un processo collettivo e politico, fatto di corrispondenze, fotografie, ricordi, ricami,  incontri, parole e azioni pubbliche. Ogni tappa ha lasciato una traccia ed essendo un momento a sé stante, spesso time e site specific, grazie alla costruzione comunitaria ha aperto nuove possibilità di relazione. Non è un progetto chiuso, ma un organismo vivo e pulsante, che si modifica con le persone che lo attraversano. Significa rinunciare al controllo totale dell’opera lasciando spazio all’altro e accettare l’imprevisto, pur muovendosi all’interno di uno scheletro che io ho progettato e che mi garantisce l’estetica desiderata.  È un modo di fare arte che mette al centro la relazione, non l’oggetto. E sì, credo abbia un valore profondamente politico, perché analizza le comunità in cui opero, crea legami,  costruendone così altre temporanee, in grado di realizzare qualcosa di nuovo anche nel momento in cui l’artista se ne sarà andato, mette in discussione le gerarchie tra artista e pubblico. È una pratica che si oppone all’isolamento e all’individualismo. A un certo punto il tuo progetto si è incontrato con quello della Global Sumud Flotilla. In che modo avete collaborato? L’incontro con la Global Sumud Flotilla è avvenuto grazie a Maria Elena Delia. La chiamai ad agosto 2025 e le raccontai il progetto: rimase colpita e mi chiese dove fossero le arti visive rispetto alle altre forme d’arte che si erano già espresse con forza. Mi invitò quindi a essere presente a Catania durante la manifestazione che accompagnava il primo viaggio verso Gaza. In quell’occasione ricamammo su coperte donate dalla Caritas parole che raccontavano di un cielo senza uccelli a causa del passaggio degli aerei militari. Quei ricami sono rimasti a Catania e sono stati poi completati all’interno di un liceo artistico. Nei mesi successivi le trame delle relazioni si sono infittite; durante un incontro pubblico, ho conosciuto Silvia Severini e Moni Ovadia, che, in modi diversi, sono entrati entrambi in questo lungo cammino. Tra tutti i ricami realizzati intorno al tema in questi tre anni, arrivati attraverso una corrispondenza con gli abitanti di Gaza, soltanto due riportano parole che non provengono direttamente da loro: uno con la risposta di Moni alla domanda “Com’è il cielo in Palestina?”, ossia “Sospeso” e l’altro con la famosa frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani.” Il ricamo ispirato alla risposta di Moni Ovadia è stato creato a Matera e resterà là come parte della collezione permanente del Museo della scultura contemporanea Matera. L’elemento che mi ha poi portato fisicamente dentro la flotta di terra è stato l’incontro con Silvia Severini, attivista anconetana che ha preso parte alla precedente spedizione umanitaria. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda, condividiamo la medesima filosofia: creare connessioni reali e non restare in silenzio. Dal dialogo siamo passati all’azione, iniziando a collaborare e intrecciando così attivismo e pratica artistica. Il progetto si è evoluto ulteriormente, diventando prima di tutto uno spazio di testimonianza e, di riflesso, di azione concreta. L’arte, in questo caso, non illustra, non descrive: è parte integrante di un movimento più ampio, che accompagna e sostiene. In aprile partirà una nuova missione della flotilla. Puoi spiegarci il contributo che darai insieme a tante altre persone? Per la missione di aprile il mio contributo, insieme a quello di tante altre persone, sarà proprio quello di portare questa dimensione relazionale all’interno dell’opera d’arte che salperà su tutte le imbarcazioni della flotta. Sarà uno dei modi per rendere visibile ciò che spesso viene oscurato, ma anche per costruire una memoria condivisa, base della Storia. Molteplici sono le città in cui si stanno svolgendo azioni di ricamo collettivo: Torino, Verbania (VB), Mondovì (CN) Venezia, Milano, Varese, Cremona Sondrio, Ancona, Urbino (PU), San Benedetto del Tronto (AP), Pescara, Teramo e Roma.   Abbiamo iniziato a issare le bandiere palestinesi il 22 marzo ad Ancona con la partenza della Zeineddin. La mia bandiera con la frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, salperà con l’ammiraglia. Tutte le 100 bandiere ricamate confluiranno nella partenza ufficiale prevista ad Augusta.  Bandiera palestinese ricamata sulla barca Zeineddin. Foto di Simona Bueffelli Anna Polo
March 31, 2026
Pressenza
Sesto San Giovanni (MI), 28 marzo: incontro di arteterapia sociale “Conflitti e mondo”
SABATO 28 MARZO, 15.00 – 17.00 CENTRO SOCIALE SILVIA BALDINA, SESTO SAN GIOVANNI (MI) L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università promuove un laboratorio di arteterapia sociale dal titolo “Conflitti e mondo: quali sentieri possibili”. L’incontro si svolgerà sabato 28 marzo 2026 dalle 15.00 alle 17.00 presso il Centro Sociale Silvia Baldina e sarà condotto da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio. L’obiettivo del laboratorio creativo è quello di sensibilizzare la cittadinanza, i docenti, le lavoratrici ed i lavoratori e le famiglie su quanto sta avvenendo nel nostro Paese riguardo la militarizzazione e i venti di guerra, utilizzando il linguaggio proprio dell’arte del disegno e del collage di diversi materiali. I prodotti artistici di ognuna e ognuno alla fine del laboratorio saranno il frutto collettivo del lavoro svolto. Per prenotarsi, scrivere entro il 27 marzo a osservatorionomili@gmail.com mettendo come oggetto: “LABORATORIO ARTETERAPIA SOCIALE”. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Com’è il cielo in Palestina? L’arte si unisce alla Global Sumud Flotilla
Il progetto di Giovanni Gaggia si unisce alla prossima missione. Cento bandiere salperanno ad aprile per Gaza. Il Global Movement to Gaza riunisce organizzatori e partecipanti della Marcia Globale verso Gaza, svoltasi in Egitto nel giugno 2025. Il movimento rappresenta uno dei bracci operativi della più ampia Global Sumud Flotilla, insieme alle delegazioni della Freedom Flotilla Coalition e del Convoglio Sumud, uniti in uno sforzo comune per porre fine all’assedio israeliano di Gaza e consegnare aiuti umanitari attraverso un’azione coordinata e nonviolenta. L’obiettivo è chiaro: rompere pacificamente il blocco imposto a Gaza e portare cibo e aiuti medici urgentemente necessari a una popolazione stremata. Dopo la prima missione del settembre 2025, ad aprile 2026 partirà una seconda missione civile e nonviolenta via mare: più partecipata, più determinata e ancora più imponente, diretta a Gaza. La missione è promossa dal Global Movement to Gaza e dalla Global Sumud Flotilla e partirà anche dall’Italia, dal porto di Augusta. Questa volta anche l’arte sarà parte integrante della traversata, con la grande opera collettiva di Giovanni Gaggia, “Com’è il cielo in Palestina?”: un progetto processuale tra memoria, attivismo e resistenza. L’iniziativa nasce dalla società civile e intende rompere il silenzio sull’assedio che da anni colpisce la popolazione palestinese, richiamando con forza il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. L’opera si compone di parole. È tempo di restituire importanza e peso alle parole che utilizziamo: parole che se scelte con responsabilità e umanità, lontano da pregiudizi, da logiche di convenienza e da meri interessi di parte, hanno il potere di cambiare la storia. L’arte, in questo caso, accoglie l’invito a sostenere la missione, seguendola, raccontandola, trasformandola e contribuendo a dare visibilità ai fatti e alla mobilitazione della società civile. Un’opera d’arte, così come ogni voce, in particolare quella della stampa, può fare la differenza nel mantenere alta l’attenzione sull’urgenza di difendere i diritti umani e la dignità della popolazione palestinese. In preparazione alla missione, il 21 marzo 2026 a Roma, dalle 15.00 presso il CSOA Ex SNIA (via Prenestina 173), si terrà una giornata di confronto con un’assemblea nazionale sulla Palestina, aperta a tutte le realtà solidali con la causa. Tra i promotori Thousand Madleens to Gaza Italia (che partiranno insieme a GSF). Molteplici sono le città in cui si stanno svolgendo momenti di ricamo collettivo: Torino, Verbania (VB), Mondovì (CN) Venezia, Milano, Varese, Sondrio, Ancona, Urbino (PU), San Benedetto del Tronto (AP), Pescara, Teramo, Roma. Le bandiere inizieranno a essere issate il 22 marzo ad Ancona; tra queste, il vessillo realizzato dall’artista con la frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, che salperà con l’ammiraglia il 29 marzo a Civitavecchia, per confluire tutte nella partenza ufficiale prevista ad Augusta.  Com’è il cielo in Palestina? è un’opera processuale nata nel 2023 nell’ambito di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, poi sviluppatasi in una grande installazione presentata alla Casa della Memoria di Milano. Il progetto ha quindi proseguito il suo percorso in forma diffusa in diverse città italiane — Nuoro, Catania e Jesi — coinvolgendo mostre, scuole e laboratori di arte partecipata e continua a crescere come pratica collettiva che attiva territori e comunità. L’intero percorso sarà raccontato in un saggio di prossima pubblicazione. Un cammino che non si interrompe e che contribuisce a mantenere viva l’attenzione su Gaza in un momento in cui l’interesse mediatico appare affievolito. Il lavoro di Gaggia invita a una presa di posizione contro l’inerzia e la rassegnazione: ogni coperta diventa bandiera e voce collettiva, capace di portare un messaggio di solidarietà. Le frasi ricamate, mantenute nella lingua originale, raccontano dolore e assedio, ma anche la speranza di un cielo condiviso oltre muri e confini. Un mantra di pace e comunanza pronto a viaggiare verso Gaza e oltre, per continuare a tessere resistenza e sostegno Il progetto si è progressivamente ampliato grazie al contributo di comunità di diverse città italiane, diventando un’opera collettiva e diffusa che può vivere anche senza la presenza diretta dell’artista: le testimonianze vengono “adottate” e ricamate dalle comunità. Questo processo partecipativo si è intrecciato con iniziative di solidarietà, tra cui il Global Movement to Gaza e la Global Sumud Flotilla. Per la nuova missione, un componimento ricevuto da Silvia Severini mentre si trovava a bordo della Global Sumud verrà suddiviso in 100 parti e ricamato su 100 bandiere della Palestina, che si imbarcheranno sulle navi della flottiglia. Sulla nave ammiraglia salperà invece la frase di Vittorio Arrigoni, “Restiamo umani”, ricamata da Giovanni Gaggia in occasione del quindicennale della sua morte, avvenuta proprio nella Striscia di Gaza. Il componimento è una voce da Gaza che accompagnerà la missione, una lettera che continua ad attraversare il mare: Alla mia cara amica che ora naviga verso di noi attraverso il mare, so che la distanza è grande e che non hai possibilità di comunicare con me, ma il mio cuore ti accompagna in ogni onda e in ogni brezza che spinge la tua nave verso le coste di Gaza. La tua presenza a bordo di questa flottiglia non è soltanto un viaggio: è un grande messaggio umanitario, una testimonianza che il mondo non ha dimenticato Gaza e i suoi bambini. Qui attendiamo il suono della sirena della tua nave come chi, assetato, attende una goccia d’acqua. Aspettiamo il tuo arrivo con un cuore colmo di speranza in mezzo al dolore. Voglio che tu sappia che il tuo coraggio ci dona a Gaza una forza raddoppiata e che un solo tuo sorriso al tuo arrivo vale per noi un’intera vita. Per quanto il tuo viaggio sia difficile e pericoloso, ci basta sapere che hai scelto di stare con noi, invece di guardarci da lontano. Che tu torni o rimanga, il tuo nome resterà inciso nei nostri cuori. Racconteremo ai nostri bambini che hai attraversato il mare per noi, portando luce in un momento di oscurità. Stammi bene, amica mia. Ti aspettiamo pregando, con le mani alzate al cielo perché tu possa arrivare sana e salva.  Khaled Informazioni https://www.cieloinpalestina.it/ https://www.globalsumudflotilla.org/ Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
La Scuola dell'Immagine
Martedì 24 marzo a Roma presso Aula Studio Ex Biblioteca di Architettura di Roma Tre, con la collaborazione del collettivo ARCHa Roma Tre, Donatella della Ratta, Noura Tafeche, introdotte da Agnese Trocchi, condurranno il workshop La Scuola dell'Immagine: Esercizi per leggere, disfare e rovesciare le immagini. INDICE * Cosa * Quando e dove * La Scuola dell’Immagine. Esercizi per leggere, disfare e rovesciare le immagini * Chi * Noura Tafeche * Donatella Della Ratta * Agnese Trocchi * ARCHa Roma3 COSA Viviamo immersi in un flusso incessante di immagini. Circolano più velocemente di quanto possiamo guardarle e comprenderle. La Scuola dell’Immagine nasce come proposta di rallentamento e di restituzione della collettività all’atto del vedere: uno spazio-tempo condiviso in cui riunirsi per guardare immagini insieme e leggerle collettivamente. Qui le immagini non vengono spiegate dall’alto, ma interrogate: da dove provengono, quali immaginari ereditano, dove circolano, cosa cancellano o contraddicono. Workshop con Donatella della Ratta e Noura Tafeche, introdotto da Agnese Trocchi. QUANDO E DOVE Martedì 24 Marzo | ore 17.00-20.00 Aula Studio Ex Biblioteca - Ingresso Largo G.B. Marzi 10 LA SCUOLA DELL’IMMAGINE. ESERCIZI PER LEGGERE, DISFARE E ROVESCIARE LE IMMAGINI di Donatella Della Ratta e Noura Tafeche Viviamo immersi in un flusso incessante di immagini: volti sintetici, rendering 3D, livestream, leak, sorveglianza, meme. Le immagini circolano più velocemente di quanto possiamo guardarle e comprenderle. Allo stesso tempo, assistiamo in tempo reale a rappresentazioni di violenza estrema, dominio e sopraffazione che entrano nei nostri dispositivi e nelle nostre vite: archivi disturbanti, guerre trasmesse in diretta, prove di abuso consumate individualmente ma elaborate collettivamente. Queste immagini ci coinvolgono, ci stremano, ci anestetizzano , e tuttavia ci chiedono interpretazione, responsabilità, risposta. Oggi lo sguardo è per lo più solitario, frammentato, accelerato: scrolliamo da soli, reagiamo da soli, archiviamo da soli. Questa condizione indebolisce la nostra capacità di pensare, sentire e agire insieme. La Scuola dell’Immagine nasce come proposta radicale di rallentamento e di restituzione della collettività all’atto del vedere. È uno spazio-tempo condiviso in cui le persone si riuniscono per guardare immagini insieme. Qui le immagini non vengono spiegate dall’alto: vengono lette collettivamente. Donatella e Noura selezionano e mettono in relazione le immagini, sollevano domande, attivano associazioni, tracciano genealogie: da dove un’immagine proviene, quali immaginari eredita, dove circola, cosa cancella o contraddice. L’enfasi è sulla co-presenza: sul pensare al visivo nella presenza degli altri. Il significato non è prodotto individualmente, ma emerge attraverso dialogo, frizione, ascolto e cura. In un’epoca di media sintetici e realtà destabilizzate, la Scuola sposta l’attenzione dall’autenticità alla relazione: non chiede se un’immagine sia vera o falsa, ma cosa faccia, a cosa si connetta, cosa richieda a chi la guarda. Contro la logica isolante dell’algoritmo, la Scuola dell’Immagine afferma un’idea semplice e radicale: vedere è un atto collettivo. Leggere insieme le immagini -sostenerle in comune, metterle in tensione con contro-immagini e assenze - significa restituire allo sguardo una dimensione politica e affettiva. La scuola diventa così uno spazio in cui le immagini non sono un punto di arrivo, ma l’inizio di un pensiero condiviso, di nuove forme di solidarietà e di possibilità di azione. CHI NOURA TAFECHE Visual artist, onomaturge, and independent researcher whose practice moves across installation, archival methodologies, experimental labs, videos, neologism creation, and miniature drawing. Her research explores visual culture and its techno-political entanglements, with a focus on digital militarism, online aesthetics, internet hyper-niches, non-anglophone meme culture. She is also engaged in language experimentation and the visual articulation of contemporary imaginaries. She holds a BA in New Technologies for Art from the Brera Academy, with a particular focus on the field of net.art but The Influencers Festival has been her real education. She has exhibited, lectured, and led laboratories at Aksioma (Ljubljana), transmediale (Berlin), Disruption Network Lab (Berlin), Aarhus Kunsthal (Aarhus), Fotomuseum Winterthur (Winterthur), Impakt (Utrecht), Foto Colectania (Barcelona), Design Museum (Helsinki), Tainan Art Museum (Tainan), Tomorrow Maybe (Hong Kong), Triennale Milano (Milano), Pirelli Hangar Bicocca (Milano), Almanac Inn (Turin), Mattatoio (Roma), Dutch Art Institute (Arnhem), Institute of Network Cultures (Amsterdam), and the European Union Representative Centre (Al Quds, Palestine). DONATELLA DELLA RATTA Scholar, performer, and curator specializing in networked technologies and generative AI. Currently Associate Professor of Communication at John Cabot University, she is a former Affiliate of the Berkman Klein Center for Internet and Society at Harvard University. From 2007 to 2013 she served as the Arab world community manager for the Silicon Valley-based international organization Creative Commons. She has curated several international art and film programs, including Syria Off Frame in collaboration with the Luciano Benetton Foundation, Venice, 2015. She is co-founder and board member of SyriaUntold, recipient of the Digital Communities Award at Ars Electronica 2014, and a member of the advisory board of the Cinema Futures initiative at Locarno International Film Festival. In 2025, GEN_, the documentary she has co-authored with Gianluca Matarrese, was selected in the international world doc competition at Sundance Film Festival. Donatella's research on Generative AI and speculative violence earned her the Italian Council award 2024-25 from Italy's Ministry of Culture. Her next monograph Speculative Violence will be out in Fall 2026. Her latest lecture performance on the topic, Ask me for those unborn promises that are unlikely to happen in the natural, has been featured at Aksioma; Locarno Film Festival; Romaeuropa Festival. AGNESE TROCCHI Agnese Trocchi proviene da un background di videoattivismo (CandidaTV, 1999/2003) e telematica sovversiva (AvANa BBS,1994). Ha esposto in esibizioni internazionali (SIGGRAPH, ISEA09, Manifesta7, Transmediale, Ars Electronica) anche insieme al gruppo cyberfemminista Identity_Runners. Nel 2017 ha co-fondato il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. per un approccio consapevole alla tecnologia. Esperta di comunicazione digitale e tecnologa, è autrice del libro Internet, Mon Amour. ARCHA ROMA3 Associazione studentesca de Dipartimento di Architettura Roma3, persegue finalità di carattere culturale, sportivo e ricreativo. Nasce nel 2018 e apre l'ex Biblioteca come Aula Studio autogestita in collaborazione con il Dipartimento di Architettura Roma3
March 11, 2026
Notizie da C.I.R.C.E.
È morto Federico Frusciante, comunista e critico cinematografico inferocito
Federico ci rappresentava. È morto Federico Frusciante, critico cinematografico inferocito. Federico aveva ben chiaro che cosa fosse il Cinema e cercava, nel modo più irriverente e schietto possibile, di trasmetterlo al grande pubblico al quale era arrivato tramite format e video sui social (il più importante e recente CRITICONI) che […] L'articolo È morto Federico Frusciante, comunista e critico cinematografico inferocito su Contropiano.
February 19, 2026
Contropiano
Sì, l’arte, quando vera arte, è “politica”
Due le affermazioni, di estetica prima ancora che di politica, rese da Wim Wenders, il grande cineasta tedesco, durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026. La prima, sul potere trasformativo del cinema e sulla capacità di trasfigurare che l’arte, in generale, porta con sé: “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita”, ha dichiarato, aggiungendo poi che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a “vivere la propria vita liberamente” e i governi “che hanno opinioni diverse”, e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”. La seconda, sul rapporto tra cinema e politica e, quindi, estensivamente, sul rapporto tra politica e arte: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.  Distinguere il lavoro delle persone da quello dei politici sembra riecheggiare una qualche poco lucida e mistificante forma di qualunquismo. Ritenere l’arte “l’opposto della politica” pare richiamare la “torre d’avorio”,  concezioni snob e aristocratiche di elitismo e intellettualismo. Si tratta di una posizione, discutibile come tutte le posizioni politiche, da respingere, perché riduce l’arte a ornamento, la creazione artistica a fatto decorativo anziché ad azione sociale, ma soprattutto vecchia, datata, ormai – si sarebbe portati a ritenere se non si dovesse ancora incappare in siffatti incidenti – superata. Anno 1947, un caso su tutti. Vittorini, replicando a Togliatti, difende le ragioni della cultura come distinte dalle ragioni della politica, invitando la sfera politica a entrare nella sfera culturale secondo le forme, i modi e i linguaggi propri della cultura (e non della politica) e rimarcando che politica e cultura “certo sono due attività, non un’attività sola; e quando l’una di esse è ridotta (per ragioni interne o esterne) a non avere il dinamismo suo proprio, e a svolgersi, a divenire, nel senso dell’altra, sul terreno dell’altra, come sussidiaria o come componente dell’altra, non si può non dire che lascia un vuoto nella storia”.  Togliatti, interloquendo con Vittorini, aveva sostenuto: “Troppo sommario il tuo giudizio, perché tra politica e cultura passano legami strettissimi di dipendenza reciproca, e tutte e due si muovono nella storia, quando si adeguino, s’intende, ai loro obiettivi. Altrettanto sommaria, e quindi non accettabile, mi sembra la tua distinzione tra i momenti in cui il politico opera o tende a operare trasformazioni solamente quantitative, e il momento in cui la sua azione incide sulla qualità. […] Credo che non ti sarà difficile vedere come anche la più radicale e profonda delle azioni rivoluzionarie rinnovatrici è stata preparata e ha il suo germe in un lavoro lungo, lento, tenace, che ha aspetti politici e aspetti culturali a un tempo. […] L’uomo politico, anzi, la corrente politica che noi siamo, ha tutto il diritto di collocarsi e muoversi con piena libertà, cioè sul piano dell’esame critico dei differenti indirizzi di cultura che si manifestano nel Paese. Sarebbe bella che dovessimo, poiché siamo uomini politici e corrente politica, disinteressarci di queste cose! Come se l’affermarsi o lo svilupparsi in un modo piuttosto che nell’altro di un determinato indirizzo di cultura non possa avere le più profonde ripercussioni sullo sviluppo più o meno rapido e persino sul successo di una corrente politica come la nostra!”.  È questo il punto: nella misura in cui gli indirizzi della cultura e la maturazione delle forme della cultura incidono, per dirla in termini contemporanei, sulla definizione degli immaginari collettivi e sulle modalità di costruzione della narrazione pubblica, del consenso, dell’egemonia, essi, quegli indirizzi culturali e quelle forme culturali, agiscono esattamente sul terreno della politica e interagiscono con i soggetti della politica nella costruzione di un orientamento generale e di un senso comune. Impossibile, allora, pensare  che la cultura, per riprendere Wenders, possa “restare fuori dalla politica”. L’arte assume, infatti, un’intrinseca caratura politica, sia, sotto il profilo euristico, come piano specifico di svolgimento di una comunicazione interpersonale orientata, sia, sotto il profilo ermeneutico, come griglia di lettura dei fenomeni sociali complessi e come strumento di azione nella società, in relazione ai suoi bisogni e alle sue aspirazioni, in riferimento alle sue tensioni e ai suoi conflitti. Rappresentando la tipicità delle figure sociali descritte, la totalità delle infinite, possibili, relazioni tra soggetto e oggetto nei loro rapporti storici, sociali, dialettici, e la tendenza verso le finalità, sociali, culturali, politiche, da perseguire, l’arte e, in generale, la cultura tutta prospettano una direzione e segnalano la funzione propriamente sociale della poiesis (ποíησις), della creazione.  Bene ha risposto, a Wenders, Arundhati Roy, scrittrice e intellettuale: “Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo. È un modo per chiudere ogni discussione su un crimine contro l’umanità che si sta consumando sotto i nostri occhi in tempo reale, mentre artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo. Lo dico chiaramente: ciò che è successo a Gaza, e che continua a succedere, è il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele sostenuto e finanziato dai governi degli Stati Uniti e della Germania, così come da diversi altri paesi europei, che si rendono complici del crimine. Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non sono in grado di alzarsi in piedi e dirlo, sappiano che la storia li giudicherà”.  Con esemplare chiarezza, tornando a quello stesso 1947, il concetto fu espresso da György Lukács, con Gramsci, il più grande filosofo marxista, e tra i più grandi contemporanei, in Occidente: «L’arte fa vedere la vita dolorosa e la vittoria finale del principio umano, della sua ingegnosità, e il carattere tipico della vita individuale. Questo principio generale umanistico fa sì che l’arte ha qualcosa di insostituibile nella nascita e nell’evoluzione dell’umanità ed è solo partendo da questi principi che si può fondare filosoficamente una presa di posizione marxista in favore del grande realismo (da Omero a Gorkij). Solo partendo da questi principi diventa possibile una valutazione esatta del passato e del presente. […] Ci troviamo così dinanzi a un duplice pericolo: da una parte, l’accademismo staccato dalla vita; dall’altra, la volgarizzazione […]. In particolare è necessario ricordarsi che la generalizzazione dei problemi non deve mai essere fatta a spese dell’analisi concreta dei fatti».  Riferimenti: Le dichiarazioni di Wim Wenders e le polemiche alla Berlinale 2026, Il Mitte, 16.02.2026: www.ilmitte.com/2026/02/cinema-politica-berlinale-2026-dibattito-dichiarazioni-regista  Fulvio Poletti, Berlinale, Gaza e il mito dell’arte neutrale, Naufraghi, 17.02.2026: https://naufraghi.ch/berlinale-gaza-e-il-mito-dellarte-neutrale-arundhati-roy-risponde-con-il-boicottaggio  Per una lettura critica della nota polemica Vittorini-Togliatti e la nota relazione di György Lukács del 1947 sia permesso rimandare a G. Pisa, “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”, Multimage, Firenze 2026.  Immagine:   Gianmarco Pisa
February 18, 2026
Pressenza
Arundhati Roy: “L’arte non può tacere su un genocidio”
Arundhati Roy ha scelto così di rinunciare alla Berlinale 2026. Arundhati Roy ha messo sotto accusa non solo dei governi, ma un’intera idea di arte: quella che si proclama “neutrale”, innocente, estranea al mondo mentre il mondo brucia. Denunciando il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele, reso possibile dal sostegno politico, militare ed economico di Stati Uniti e Germania, Roy non si è limitata a indicare i responsabili istituzionali. Ha chiamato in causa direttamente chi crea immagini, racconti, simboli: i cineasti, gli artisti, gli intellettuali che scelgono il silenzio come rifugio morale. Il bersaglio non è solo il potere, ma il linguaggio che lo protegge. Quel linguaggio rassicurante con cui il presidente di giuria Wim Wenders ha invitato la Berlinale a “restare fuori dalla politica”, presentando il cinema come un “contrappeso”, un territorio altro, separato, opposto al campo del potere. Parole che suonano moderate, persino nobili. Ma che, lette nel presente, rivelano la loro funzione reale: non prudenza, bensì rimozione. Un dispositivo per chiudere la discussione proprio mentre sotto i nostri occhi si consuma un crimine contro l’umanità e proprio mentre agli artisti spetterebbe il compito di fare tutto il possibile per fermarlo. L’illusione della neutralità e il giudizio della storia Durante la conferenza stampa, Wenders ha risposto a una domanda su Gaza sostenendo che l’arte debba “fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”, e che per questo debba restare fuori dalla politica. Ma è esattamente questa separazione a risuonare oggi come una forma di complicità silenziosa. IN UN TEMPO IN CUI LA VIOLENZA SISTEMICA VIENE NORMALIZZATA E LA CENSURA MORALE MASCHERATA DA EQUILIBRIO, L’INVOCAZIONE ALL’APOLITICITÀ NON È MAI NEUTRA. L’idea dell’arte come “contrappeso della politica” può apparire onesta, persino umanista, se intesa come difesa dell’autonomia creativa. Ma nella realtà concreta — quella delle bombe su Gaza, dei corpi carbonizzati, dei bambini sepolti sotto le macerie; quella dei governi che finanziano simultaneamente la guerra e i festival culturali come la Berlinale — questa posizione si svuota di innocenza. Dire che l’arte non dovrebbe parlare di politica equivale, nei fatti, a dire che debba tacere davanti al potere. La distanza che Wenders reclama non è un’assenza di posizione: è una presa di posizione a favore dello status quo. Roy coglie il punto essenziale: il silenzio dell’arte non è un rifiuto della politica, ma la sua resa. L’arte, nella sua forma più viva, non “fa il lavoro dei politici”; al contrario, ne smaschera le costruzioni, incrina le narrazioni ufficiali, apre spazi di linguaggio e di percezione che la propaganda tenta di sigillare. Quando un artista sceglie di non pronunciare la parola “genocidio” per difendere l’autonomia del cinema, finisce per .trasformare l’autonomia in isolamento, la bellezza in privilegio. In quella postura di equidistanza si consuma una rimozione profonda del nesso tra estetica e responsabilità. Wenders, come molti maestri del cinema europeo, ha costruito un linguaggio capace di raccontare la solitudine, la fragilità, la dignità dell’umano, ma è proprio questa umanità che oggi chiede di essere riconosciuta nei volti senza nome, nei corpi devastati, nelle vite palestinesi ridotte a danni collaterali. Quando l’arte smette di rispondere al reale, non è più un contrappeso alla politica: ne diventa l’eco. E se i più grandi cineasti del nostro tempo non riescono a dirlo chiaramente, allora non sarà l’estetica a salvarli. Sarà la storia a giudicarli.   Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza
Caroline Goodson, Ilaria Puri Purini, Martina Caruso, Raffaella Silvestri / Un archivio tra memoria e modernità
La American Academy in Rome è uno degli istituti di ricerca stranieri che sorsero a Roma sul finire del XIX secolo: riunivano studiosi internazionali, visitatori, ricchi aristocratici e aristocratiche che venivano in Italia a perfezionare i loro studi, e diedero stimolo alla professionalizzazione della ricerca e allo scambio accademico. Nell’autunno del 2025 l’Accademia ha ospitato una mostra di fotografie conservate nelle sue collezioni di cui Woman & ruins costituisce un agile ma denso catalogo. Le immagini sono state scattate da sei donne che, tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento, hanno scelto la fotografia per documentare le rovine del passato di Roma, gli scavi archeologici in corso, i cambiamenti del tessuto urbano e sociale della capitale e dei dintorni. Il testo, in italiano e inglese, ospita i contributi, oltre che della storica dell’arte Ilaria Puri Purini che è anche curatrice del volume, di Caroline Goodson (archeologa e storica), Martina Caruso (fotografa) e Raffaella Silvestri (scrittrice). A seguire, una selezione delle fotografie esposte, divise per temi e un elenco completo delle opere in mostra. Le sei donne erano appassionate di archeologia e in quegli anni i grandi progetti edilizi per la creazione di nuovi poli amministrativi, stazioni, ospedali, nuclei residenziali e per la modernizzazione di Roma (capitale nazionale dal 1870) avevano consentito di portare alla luce i resti su larga scala della città antica (in particolare, tra il 1889 e il 1925, ci furono gli scavi di Giacomo Boni nell’area del Foro). Gertrude Bell proveniva da una ricchissima famiglia inglese di industriali del carbone. Americane erano Esther Van Deman e Marion Blake e furono Fellow dell’Accademia, la prima nel 1901 (per svolgere ricerche sulla casa delle Vestali nel Foro romano), la seconda nel 1925 e studentessa della Van Deman. Incrociarono i loro percorsi con gli studiosi e archeologi maschi più celebri dell’epoca. Van Deman fu assistente di Thomas Ashby, direttore della British School at Rome, e studiando la casa delle vestali esaminò la documentazione degli scavi di Boni e di Rodolfo Lanciani, intraprendendo poi uno studio innovativo sulle tipologie murarie. Il “gruppo” è completato dalle sorelle britanniche Dora e Agnes Bulwer, molte fotografie delle quali furono incluse nel volume Passeggiate nella Campagna Romana di Lanciani, e da Maria Pasolini Ponti, ravennate, storica e restauratrice. Probabilmente si conobbero tutte l’un l’altra; è certo, ad esempio, che Bell frequentò il salotto della Pasolini Ponti, molto attiva nel dibattito sul rapporto tra monumenti e spazi verdi e sulla nuova estetica urbana; lavorarono insieme Van Deman e Blake, ed è nota una fotografia della prima con le sorelle Bulwer; si conobbero Van Deman e Bell, la prima descritta dalla seconda come “una simpatica piccola donna americana che studia la muratura in laterizio”. Alcune, come Gertrude Bell, vivranno una vita molto movimentata diventando celebri ben oltre il perimetro della disciplina archeologica, della fotografia e della storia dell’arte, mentre della vita di altre – e in particolare delle Bulwer – sappiamo pochissimo (non si conservano corrispondenza né diari né ritratti e spesso non si sa neppure quale delle due abbia scattato le foto). Le fotografie furono realizzate in parte per ragioni di studio, in parte commissionate, o per interesse personale, in molti casi semplicemente non lo sappiamo, così come non conosciamo le condizioni tecniche in cui operavano (sviluppavano le fotografie da sole o con l’aiuto di altri?). Nel catalogo non si parla purtroppo delle macchine fotografiche utilizzate (alcune delle quali erano invece esposte nella mostra). Considerare come un insieme delle persone accumunate principalmente dal fatto di essere donne è una operazione rischiosa perché sono sempre stati gli uomini, e la cultura patriarcale, a considerare le donne come un collettivo rispetto al quale costruire il positivo maschile. Pensare che esistano una visuale e un modo di vedere femminile (cosa che non si immagina mai con il maschile) non fa buon gioco alla emancipazione delle donne. L’operazione della mostra e del catalogo, in questo caso, risulta efficace non solo perché si tratta di donne convissute in uno spazio e in un tempo precisi ma perché ci restituisce sguardi laterali (per scelte di contenuti, stilistiche, di rappresentazione o negazione della rappresentazione del sé) come se l’essere donne, e quindi partire da una posizione diversa da quella degli uomini, avesse permesso loro una maggiore libertà espressiva. È chiaro che stiamo parlando di donne che potevano permettersi di uscire dallo spazio domestico, di viaggiare e frequentare gli ambienti accademici. Nessuna di loro è stata una fotografa professionista (mestiere che d’altra parte ancora non esisteva) e almeno alcune di loro, peraltro, come Bell, non avevano bisogno di esercitare una professione. Ma la fotografia sembra essere stata utilizzata non solo come documento dell’oggetto fotografato ma per rivendicare uno spazio da parte del soggetto fotografo; spazio che in questo caso costituisce anche una forma della narrazione storica. Scrive Puri Purini: “L’occupazione di paesaggi in rovina, fisici e metaforici, da parte di queste donne può aiutarci e ripensare e a mettere in discussione le circostanze storiche dell’esclusione e ad affermare il loro legittimo posto all’interno delle narrazioni dominanti del passato”. Maria Pasolini Ponti sceglie di fotografare l’architettura minore di Roma e dei suoi sobborghi, praticando quindi una fotografia sociale, sostenuta dalla volontà di preservare l’architettura minore. L’interesse per gli strati sociali bassi, in parte etnografico (erano stili di vita che si ipotizzava vicini a quelli delle società antiche) è evidente anche nelle sorelle Bulwer che ritraggono la semplicità dei villaggi delle campagne romane e di persone e bambini tra le rovine, con uno sguardo non suprematista ma orizzontale. Esther Van Deman intraprende lo studio delle tecniche murarie e dei loro cambiamenti nel corso del tempo, dando ai dettagli tecnici la stessa importanza di particolari decorativi e scultorei; il suo lavoro testimoniato dalle foto, da appunti e dalla corrispondenza, verrà rielaborato e pubblicato da Marion Blake, nel 1947. Il passaggio necessario dalla (presunta) storia collettiva a quella individuale è metaforicamente materializzato in alcune fotografie nelle quali una donna (la fotografa o un’altra) è rappresentata tra le rovine. In lontananza, piccola e solitaria, quasi sempre non riconoscibile. La figura umana in un paesaggio di rovine era un soggetto noto nella tradizione paesaggistica della pittura europea ma in questo caso, la donna “sembra indicare”, come scrive Martina Caruso a proposito delle fotografie delle Bulwer, “una collocazione deliberata della figura femminile in spazi precedentemente occupati dalla figura del romantico o dell’archeologo”. Se fotografarsi, come scrive Raffaella Silvestri, è “una ricerca di esistenza”, già solo l’inserimento della donna nel paesaggio mette in discussione le gerarchie ma ad essere eversivo è soprattutto il guardare senza presupporre – e voler imporre – un potere. Scrive ancora Silvestri: “Questa reciprocità tra chi scatta e chi posa è stata possibile anche perché – in quanto donne – il loro sguardo rifletteva quella marginalità strutturale di tutte le categorie oppresse. Erano libere dal cosiddetto male gaze”. Come se i resti del passato, e quei brani di presente destinati ad essere travolti dalla modernizzazione, fossero diventati per Bell, Van Deman, Blake, Bulwer e Pasolini Ponte, attraverso l’attività del fotografare, uno spazio del possibile – o una superficie ben delimitata di libertà, esperita fino all’ultimo centimetro possibile.     L'articolo Caroline Goodson, Ilaria Puri Purini, Martina Caruso, Raffaella Silvestri / Un archivio tra memoria e modernità proviene da Pulp Magazine.
February 14, 2026
Pulp Magazine
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
January 16, 2026
Pressenza