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La natura che non vediamo: il mondo vivo oltre le apparenze
Siamo abituati a osservare la natura per ciò che appare: un prato verde, un albero, un fiore. Più difficile è riconoscere quello che si nasconde sotto la superficie o comprendere le relazioni che legano gli organismi tra loro. Eppure, proprio ciò che non vediamo sostiene gran parte degli equilibri da cui dipende la vita. È anche da queste suggestioni che si può partire per guardare a Orticolario, la manifestazione dedicata alla cultura del giardinaggio, al paesaggio e al rapporto tra uomo e natura, che si svolge negli spazi di Villa Erba, a Cernobbio, sulle rive del lago di Como. L’edizione 2026, in programma dal 1° al 4 ottobre, ha scelto il tema en rêverie, il sogno a occhi aperti: un invito a lasciarsi sorprendere dalla natura e a immaginare nuovi modi di entrare in relazione con essa. Tra le installazioni presentate, alcune offrono l’occasione per andare oltre la bellezza immediata di un giardino e interrogarsi sulla complessità del mondo vivente. Perché la natura non è soltanto ciò che vediamo e ammiriamo: è anche un insieme di organismi, scambi e processi spesso invisibili, dai quali dipende la salute degli ecosistemi. Il suolo, per esempio, viene spesso considerato una semplice base su cui crescono le piante, uno spazio da coltivare o da mantenere ordinato. In realtà è un ambiente complesso, abitato da una straordinaria varietà di organismi. Batteri, funghi, alghe e altri microrganismi contribuiscono alla trasformazione della materia organica, alla disponibilità dei nutrienti e ai processi che rendono possibile la crescita delle piante. La salute del terreno dipende anche da queste forme di vita, invisibili a occhio nudo ma essenziali per il funzionamento degli ecosistemi. È proprio su questa dimensione che si concentra Olobioma, progetto di Jonathan Arnaboldi, architetto paesaggista di Cucciago, e Matteo Pellicanò, agrotecnico di Tavernerio, entrambi nel Comasco, realizzato in collaborazione con il dipartimento DeFENS dell’Università degli Studi di Milano. L’opera richiama l’attenzione sulla comunità microscopica che vive nel suolo e sulle relazioni che legano questi organismi al mondo vegetale. Pensare al terreno come a un sistema vivo significa anche interrogarsi sul modo in cui lo trattiamo. Le lavorazioni intensive, la perdita di materia organica e l’impiego inappropriato di prodotti chimici possono compromettere, in condizioni diverse, la biodiversità e i processi biologici del suolo. Un terreno non dovrebbe quindi essere valutato soltanto per la sua capacità di sostenere una vegetazione rigogliosa o per il suo aspetto ordinato, ma anche per la vita che ospita e per la sua capacità di mantenere le proprie funzioni ecologiche. Un’altra forma di invisibilità riguarda direttamente le piante. Ci accorgiamo facilmente di un animale che si muove, mentre possiamo attraversare un giardino senza soffermarci sulla varietà delle specie vegetali che lo abitano. Questa tendenza è conosciuta come plant blindness: l’abitudine a non prestare sufficiente attenzione alle piante, considerate spesso un semplice sfondo del paesaggio anziché organismi viventi con caratteristiche e funzioni proprie. A questa disattenzione si richiama Rorschach Plant, progetto dell’artista Aurora Bresci, di Livorno, parte della sua ricerca La carne delle piante. L’opera invita a interrogare il nostro modo di percepire il mondo vegetale e a mettere in discussione l’abitudine a considerarlo familiare e, proprio per questo, quasi invisibile. Eppure le piante non sono una semplice cornice della vita umana. Costituiscono la base di numerose catene alimentari, offrono nutrimento e rifugio a molte specie e partecipano ai cicli dell’acqua e dei nutrienti e alla regolazione del clima. Anche negli ambienti urbani alberi, arbusti e aree verdi possono contribuire a mitigare il calore e a offrire habitat per altre forme di vita. Non conta, però, soltanto la quantità di verde: sono importanti anche la varietà delle specie, la qualità degli ambienti e le relazioni ecologiche che possono svilupparsi al loro interno. La biodiversità, infatti, non coincide con una semplice collezione di specie. È fatta anche delle interazioni che le collegano e che permettono agli ecosistemi di funzionare. La perdita di una specie o il degrado di un habitat possono avere conseguenze che vanno oltre ciò che appare nell’immediato, alterando equilibri costruiti nel corso del tempo. Un cambio di prospettiva è suggerito anche da Frattura fertile, ideata da Ajadi Bushaj, di Milano, e Pietro Frazzei, di Lecco. Una spaccatura nel prato diventa l’occasione per immaginare un ecosistema rigoglioso: quello che potrebbe apparire come una rottura dell’ordine rivela la possibilità di una nuova forma di vita. L’immagine mette in discussione l’idea che la natura debba essere sempre controllata, uniforme e priva di imperfezioni per essere considerata bella. È una riflessione che riguarda anche il nostro modo di progettare giardini e spazi verdi. Lasciare spazio alle specie spontanee, scegliere piante adatte alle condizioni locali e ridurre gli interventi non necessari possono contribuire, in molti contesti, a favorire la biodiversità. Non si tratta di rinunciare alla cura del paesaggio, ma di ripensarla: non imporre ovunque un ordine uniforme, bensì riconoscere i processi naturali e trovare un equilibrio tra le esigenze umane e quelle degli altri organismi. Forse è proprio questo l’invito più interessante che emerge da queste opere: imparare a osservare senza fermarsi alle apparenze. Un prato non è soltanto una superficie verde; un terreno non è materia inerte; una pianta non è soltanto un elemento decorativo. Dietro ciascuno di questi elementi si sviluppano processi e relazioni che ci ricordano quanto gli esseri umani siano parte della natura, e non spettatori esterni. Il tema del sogno può allora diventare un’occasione per immaginare un diverso modo di abitare il mondo: meno orientato al controllo assoluto e più attento ai ritmi, alle esigenze e alle interdipendenze del vivente. Conoscere ciò che normalmente non vediamo è un primo passo per riconoscerne il valore. Proteggere la natura non significa soltanto conservare paesaggi piacevoli da guardare. Significa tutelare anche la vita microscopica del suolo, la varietà delle piante, gli habitat e le relazioni ecologiche che rendono possibile la continuità degli ecosistemi. In fondo, imparare a vedere meglio è già un modo per cominciare a prenderci cura di ciò che ci circonda. Tiziana Volta
October 14, 2026
Pressenza
Il libro bianco di Luigi Mazzarelli al MAN di Nuoro
Esposto per la prima volta il capolavoro di un genio dell’arte del Novecento. Sino al 15 novembre 2026 riprendiamo dal sito del MAN1 A 20 anni dalla morte dell’artista e a più di 40 anni dall’ultima esposizione in un’istituzione pubblica italiana, il MAN annuncia un doveroso omaggio a uno dei protagonisti della ricerca visiva isolana più radicali, affascinanti e complessi
Rage WITH the Machine
Articolo (testo e immagini) – in due parti – che fa parte del progetto Politics of Technology, tratto da una ricerca collaborativa su Network Feminisms and Convivial Technologies, condotta da Veda Popovici – ricerca, Ema Motea – digital art e Agnese Trocchi – consulenza tecnologica. Cutra, piattaforma rumena in cui le voci queer femministe si esprimono, ci ha coinvolto nel progetto Politics of Technology. Abbiamo così collaborato con l'artista Ema Motea e la ricercatrice/giornalista Veda Popovici per produrre una riflessione artistica e teorica sul tema dei Femminismi di rete e le tecnologie convivali. Il progetto Politics of Technology propone la creazione di uno spazio di ricerca e di riflessione critica su come la tecnologia influenza le attuali strutture affettive, culturali e socio-politiche. Il progetto ha inoltre condotto ricerche sui seguenti argomenti: Tecnologia globale e militarizzazione; Bid infrastrutture collettive digitali; Salute mentale e nuove tecnologie; AI e cultura del lavoro. Sul sito di CUTRA trovate la ricerca di Veda Popovici che contiene un'intervista con Agnese Trocchi. Le immagini che accompagnano il testo fanno parte dell’artwork digitale interattivo realizzato da Ema Motea, Network Feminisms & Convivial Technologies, che sarà presto ospitato su cutra.ro e spam-index.com ed esposto il 4 ottobre 2026, presso CNDB, Bucarest, in una mostra d’arte digitale. Qui la ricerca completa: https://cutra.ro/rage-with-the-machine-tehnologii-conviviale-si-feminisme-in-retea-in-prezentul-tehnofascist-partea-i/
September 30, 2026
Notizie da C.I.R.C.E.
[2026-09-26] Conch3 al aire - Picnic FLINTA @ Casa del Parco delle Energie
CONCH3 AL AIRE - PICNIC FLINTA Casa del Parco delle Energie - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (sabato, 26 settembre 11:00) Saturday 26 september From till sunset 📍 Parco delle energie (Pigneto) 11:30 transfeminist self defense lab by @elo_easy Dalle 14 arts&crafts - bring that project you've been meaning to finish🧶 with @lagnusee 16 Somatic practice by @smotproject 18 Workshop intro to tarot reading by @hebah_a @ancharnia 18 Saint DJ set @idiri.sofian Graze with the gays Bring snack to share, comfy shoes, instrument, ball, blanket, big spray, and any thing else you want! this is your space. Always FLINTA but we specify that the self defense lab is for real separte, not thought for cis men. Baci
September 21, 2026
Gancio de Roma
Festival del Fiume tra cultura, ecologia e musica
La quarta edizione dell’iniziativa coinvolge tre comuni della Valdisieve con un ricco programma di concerti, performance artistiche, spettacoli e laboratori. Dal 16 al 20 settembre 2026 torna il Festival del Fiume, l’evento gratuito che da quattro anni celebra l’acqua, … Leggi tutto L'articolo Festival del Fiume tra cultura, ecologia e musica sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
“Staycation”, vale a dire: “l’arte di essere qui”
È ormai acclarata, in letteratura, l’importanza della correlazione esistente tra la localizzazione spaziale e, più precisamente, un luogo (topografia, nel senso più ampio), le attività umane, nella loro valenza socio-economica e nella loro complessità ideologico-culturale, in senso relazionale, e i significati associati o associabili (vale a dire i “portati concettuali” di carattere culturale e ideologico), il cui insieme e la cui interazione definiscono un senso più significativo di spazio e caratterizzano in senso geo-umano i luoghi. Così, il modello di spazio delineato da Edward Relph, geografo, nel suo Place and Placelessness (1976) fornisce una serie di elementi per affrontare la nozione di spazio dal punto di vista dei rapporti sociali che vi si instaurano e dei significati culturali che ne derivano. Da un lato, un luogo fisico finisce per non avere alcun senso se non è associato ad attività umane che vi si svolgono; d’altra parte, un’attività sociale di qualsiasi natura esiste solo se è associata a un posto, che può essere, alternativamente, un luogo fisico o concettuale. Analogamente, una memoria del passato o un’azione volta al futuro è leggibile solo se è connessa a un luogo. Se scegliamo di ignorare questo aspetto e permettere alle forze dello spaesamento di continuare indisturbate, allora il passato diviene difficile da «memorializzare» e il futuro rischia di ridursi a un ambiente sterile, una waste land, desolata, in cui i luoghi finiscono per non avere più alcuna importanza. L’identità dei luoghi è così espressa da tre componenti: il contesto fisico del luogo; le sue attività, situazioni ed eventi; e i significati individuali e collettivi creati attraverso le esperienze e le interazioni delle persone in relazione al luogo. L’esperienza soggettiva dei luoghi è dunque il fattore determinante. I luoghi sono i “centri significativi delle nostre esperienze immediate del mondo” (Relph 1976, p. 141) e quindi occorre un linguaggio che ci permetta di identificare le esperienze di un luogo in termini di intensità di significati che una persona e un luogo nutrono l’uno per l’altro. Il nucleo di questa esperienza umana è l’identità con il luogo, che Relph definisce attraverso il concetto di appartenenza, il grado di relazione, coinvolgimento e interesse che una persona o un gruppo nutre per un luogo specifico. Un autentico senso del luogo è «un’esperienza diretta e genuina dell’intero complesso dell’identità dei luoghi, non mediata o distorta da una serie di mode sociali e intellettuali arbitrarie su come tale esperienza dovrebbe essere, né conforme a convenzioni stereotipate» (Relph 1976, p. 64). In particolare, nella modernità, un autentico senso del luogo è gradualmente oscurato da un atteggiamento meno autentico definito come “assenza di luogo”: «l’eliminazione casuale di luoghi distintivi e la creazione di paesaggi standardizzati che deriva da un’insensibilità al significato del luogo» (Relph 1976). In termini più familiari, maggiormente entrati nel lessico comune, si tratta di “non-luoghi” (Augé 1992), spazi fisici di mero transito o consumo, privi di storie, relazioni, identità, significati autentici o legami con le culture locali.  Ben più delle contingenze del presente, è questo lo sfondo concettuale di una straordinaria mostra, ospitata, sino al prossimo dicembre, presso la WAG, Winnipeg Art Gallery – Qaumajuq, dal titolo “Staycation – L’arte di essere qui”, che impone, attraverso la galleria delle opere esposte, esattamente questo interrogativo, precisamente questa inquietudine: quale nuovo, rilevante, significato offre lo stare nei luoghi, abitare e attraversare luoghi consueti, prossimi? E in generale, quale valore hanno i luoghi in relazione alle condizioni del nostro abitare, vivere, relazionarci, agire, riflettere, produrre, consumare?  Come indicano le didascalie, il titolo “Staycation” riflette sia lo spirito concettuale della mostra sia il momento culturale attuale. Nell’attuale clima politico ed economico, caratterizzato da crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, continue controversie tariffarie (è di pochi giorni fa la notizia della nuova “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Canada) e dibattiti sulla sovranità culturale, il Canada sta vivendo una rinnovata attenzione ai propri ecosistemi creativi e culturali. Una svolta concretamente visibile, che forse non riguarda solo il Canada: i viaggi interni sono in aumento e gli investimenti culturali enfatizzano i contenuti locali, la rappresentazione regionale e la forza delle istituzioni provinciali radicate nella comunità. In altri termini, in un momento in cui le forze globali e locali sono in costante dialogo e tensione, la mostra di Winnipeg invita a fermarsi e riflettere su cosa significhi “luogo”, sentirsi a casa, attraverso paesaggi condivisi, rituali quotidiani o collettivi, esperienze culturali. Piuttosto che ritirarsi in sé stessi, la mostra esplora la nostra comprensione del/dei luogo/luoghi, ispirando curiosità e connessione al di là del nostro ambiente immediato. Sollecita, al tempo stesso, una riflessione sui significati (sociali e culturali) associabili ai luoghi.   Queste tensioni attraversano la stessa istituzione ospitante: per la WAG-Qaumajuq, la connessione con il luogo è al tempo stesso significativa e complessa, plasmata dalle realtà di una storia coloniale e dalle continue responsabilità della riconciliazione. Impegnata in un dialogo con le comunità a livello locale e globale, riconoscendo le storie e le relazioni stratificate che esistono e si diramano nella quotidianità, la mostra si chiede: cosa possiamo scoprire quando smettiamo di cercare la “distanza” e riflettiamo viceversa sulla “prossimità”, in senso sia spaziale sia temporale, sulla dimensione regionale e sugli ambienti che abitiamo? Risulta così estremamente intrigante la connessione del concetto della mostra con la ricerca-azione sui luoghi memoriali portata avanti dal nostro progetto, H.E.R.M.E.S. (Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing), per Corpi Civili di Pace nei territori della ex Jugoslavia. La costellazione di quei luoghi definisce vere e proprie topografie della memoria; le geografie sono le mappe che creiamo per comprendere i luoghi fisici, emotivi e immaginari, segnando non solo i contorni dei paesaggi, ma anche le connessioni tra luoghi, memorie, eventi, storie ed esperienze personali. Il luogo, cioè, è più di una posizione: è una costellazione di fatti, ricordi, esperienze. Una stanza, un angolo di strada, una prateria possono caricarsi di significato, portando tracce del nostro passato e plasmando il nostro senso di appartenenza.  Per questo la memoria dei luoghi ha tanta importanza: i luoghi sono anche siti di storie collettive, plasmati da migrazioni, insediamenti e spostamenti, stratificati con le storie di coloro che li abitano e li attraversano. Queste narrazioni sovrapposte possono creare armonia e generare tensioni, e ancora la mostra di Winnipeg ha il grande merito di esplorare la complessa relazione tra ambienti esterni e psicologie umane, mostrando quanto profondamente le identità delle persone siano radicate negli spazi che chiamiamo “luogo”. La presentazione della mostra è qui: https://www.wag.ca/exhibitions/staycation Un’altra mostra particolarmente significativa è qui: https://www.wag.ca/exhibitions/ruben  Sull’analisi di Edward Relph, cfr. Seamon, David; Sowers, Jacob. 2008. Place and Placelessness, Edward Relph. DOI:10.4135/9781446213742.n5.  Il sito del progetto H.E.R.M.E.S. è qui: https://corpicivilidipace.com  Inoltre, su Pressenza, il reportage sui “Paesaggi Balcanici”, qui: https://www.pressenza.com/it/tag/paesaggi-balcanici    Gianmarco Pisa
August 25, 2026
Pressenza
Perù: perché l’arte non si controlla: abrogazione della Legge N° 32645
Oggi finalmente, i gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, Ahora Nación (AN) e Juntos por el Perú (JP), hanno presentato la proposta di legge che abroga la Legge N° 32645 che istituisce il Collegio Professionale degli Artisti del Perù (CPAP). Il progetto mira ad abrogarla “perché attenterebbe al diritto alla libertà di creazione culturale e trasgredirebbe il principio di uguaglianza, in quanto promuove l’esclusione degli artisti che non possiedono un titolo universitario e svolgono le loro attività in modo autodidatta o attraverso saperi ancestrali” (Art. Unico). Dalla sua promulgazione, la Legge N° 32645 ha ottenuto il rifiuto massiccio di istituzioni e collettivi del settore, poiché escludeva migliaia di artisti autodidatti e portatori di saperi ancestrali e popolari che creano e mantengono una cultura viva nel Paese, avrebbe compromesso la libertà di creazione e di lavoro; e inoltre perché disponeva che gli inabilitati a esercitare una funzione pubblica non possono far parte dei collegi professionali, in chiaro riferimento alla carica ricoperta dall’attuale decana del CAL, Delia Espinoza. Va segnalato che, lo scorso 7 agosto, la deputata Rossana Alayza Maccera insieme ai deputati coautori del gruppo Buen Gobierno (BN), ha presentato anch’essa il Progetto di Legge N° 00012-2026-2031-CD con lo stesso obiettivo: abrogare la Legge N° 32645, evidenziando la domanda sociale e la sua tempestiva rappresentanza da parte dei deputati di opposizione. “ANCHE L’ARTE SI ORGANIZZA” D’altro canto, parallelamente alla presentazione dei progetti di legge per abrogare la Legge N° 32645, la popolazione si sta organizzando “per i diritti culturali della popolazione peruviana” affermano alcuni collettivi. Così, questo mercoledì 12 agosto alle 6 p.m., nel café bar del Museo del Giocattolo, nella città di Trujillo, dipartimento di La Libertad nel nord del Paese, si terrà un Incontro in presenza denominato “Chi decide chi è artista?”, in uno spazio di dialogo in cui confluiranno artisti, collettivi, operatori culturali, docenti e studenti; così come lavoratori dell’arte e popolazione in generale. Inoltre, domenica 16 agosto prossimo, a Lima Sur, si organizzerà una Giornata Creativa & Conversatorio a Lima Sur, “uno spazio per condividere le nostre esperienze, esprimere le nostre preoccupazioni e pensare insieme a come difendere la libertà di creazione e il diritto a fare arte”. Ciò di fronte alle “proposte che cercano di regolamentare l’esercizio artistico e che hanno generato preoccupazione tra artisti e collettivi culturali. Ci incontriamo per creare, informarci e conversare su ciò che è in gioco” indicano gli organizzatori. “Perché l’arte non si controlla: si vive, si crea e ci si organizza!” hanno aggiunto. Redacción Perú
August 12, 2026
Pressenza
La geografia della materia: viaggio concettuale nell’opera dell’argentino Gabriel Manzo
Nell’ecosistema dell’arte contemporanea argentina, pochi nomi condensano con tanta organicità la pratica del laboratorio, l’itineranza europea e il prestigio accademico come il marplatense Gabriel Manzo. Con una traiettoria che supera ormai i tre decenni, Manzo ha edificato un idioletto visivo in cui l’installazione, la scultura e la pittura operano come vasi comunicanti con la storia, la letteratura e l’ambiente geografico. Rilevante per la sua figura, tuttavia, va oltre la mera potenza formale delle sue mostre; risiede in un profondo rispetto intellettuale consolidatosi nelle aule universitarie e istituzionali su entrambe le sponde dell’oceano. Lontano dall’autocompiacimento, l’artista suole sottolineare che il mettere in discussione e la critica sono i veri motori che convalidano il valore di una proposta nei tempi attuali. Il rumore della sua stessa fama gli provoca più pudore che orgoglio; forse perché comprende, come ama ironizzare, che «un uomo senza detrattori non sarebbe degno di abitare questo mondo». Sostiene che l’elogio accarezza la schiena, ma che nei tempi che corrono vale la pena metterne in dubbio il suo reale valore. Nella sua figura abita un mistero di chiaroscuri: possiede una sensibilità che graffia la fragilità, una delicatezza quasi traslucida che si scontra frontalmente con la verità della sua stessa geografia corporea. È lo stesso uomo robusto capace di sollevare alberi con le braccia o di logorarsi per sedici ore sotto il sole, con le mani screpolate, strappando alle cortecce la memoria della loro trama per incorporarla sulla tela. A differenza delle tendenze d’epoca che danno priorità all’immediatezza o all’effettismo visivo autoreferenziale, la sua produzione è sostenuta da una formazione esigente che legittima il suo status di docente. Diplomato come Professore Superiore in Disegno, Pittura, Incisione e Scultura presso la Scuola di Arti Visive Martín A. Malharro di Mar del Plata, in Argentina, Manzo ha compreso precocemente che l’arte è, fondamentalmente, un campo di ricerca teorica e che si sarebbe trasformata nel mezzo di ciò che intende dire, anche se disturba. Questa convinzione lo ha spinto a convalidare il suo percorso in Europa, dove ha conseguito la Laurea in Belle Arti e, successivamente, il Master in Educazione Artistica presso l’Università dell’Estremadura nel 2009. Le sue ricerche sulla sinestesia del colore al Círculo de Bellas Artes di Madrid, unite alla sua residenza curata dalla celebre artista Soledad Sevilla e da Simón Zabell a Santander, hanno ampliato i suoi strumenti metodologici. Di ritorno in Argentina, questo bagaglio concettuale si è tradotto in una prassi pedagogica molto stimata da studenti e colleghi, che riconoscono in lui un «maestro» capace di legare il mestiere tecnico alle teorie estetiche più complesse. La biografia personale e la mappa creativa dell’artista si sono alterate in modo definitivo durante la sua estesa residenza nel vecchio continente. Stabilitosi a Cáceres, durante gli anni duemila Manzo ha abitato per sette anni le terre dell’Estremadura. La pianura, la severità dei colori aridi e le reminiscenze araldiche della regione hanno modificato la sua tavolozza e il suo rapporto con il volume, imprimendo alla sua opera una monumentalità distintiva. Quella fu una tappa di decantazione e di riconoscimento pubblico; le sue mostre personali gli aprirono le porte del circuito europeo, incorporando in varie occasioni opere di sua paternità nel patrimonio permanente del Comune di Cáceres, così come nel Centro d’Arte e Conoscenza “Aldealab”. Installazioni di grandi dimensioni come Fuente e Puentes sono alcuni di questi esempi. Allo stesso modo, la sua versatilità lo ha portato a dialogare con le arti sceniche d’avanguardia, collaborando al design dei costumi e della scenografia con la prestigiosa compagnia Karlik Danza Teatro e l’iconico gruppo catalano La Fura dels Baus. Il suo periplo vitale è proseguito verso l’Italia, un’esperienza che ha funzionato come un processo di sedimentazione estetica. A Roma si è impregnato dell’eredità classica e del dramma barocco, trasferendo quel senso teatrale e compositivo nei suoi progetti del momento come La macchina del fango. Il suo soggiorno a Venezia ha operato come la chiusura di questo diario di bordo transatlantico. L’atmosfera acquatica, la luce diffusa dei canali e lo schiacciante carico della memoria storica hanno apportato una nuova sensibilità ai suoi studi su texture e velature. Questo viaggio attraverso le capitali artistiche non è stato un mero detour cosmopolita: ha costituito la materia prima spirituale e intellettuale della sua produzione matura, sebbene ogni volta che parli di quei luoghi il suo legame profondo sia con quei personaggi —molti dei quali legati a loro volta all’arte— con cui ha condiviso e continua a condividere l’arte e la vita. Nessuno dei ritorni nelle sue amate Roma e Venezia è un evento turistico: sostiene che i suoi ritorni ogni anno nel vecchio mondo siano una modalità di resurrezione. Nelle sue radici italiane pulsa un’eredità profonda, un legame invisibile che diventa carezza sensibile quando le sue mani accarezzano la pietra scolpita da quei popoli medievali. Dice di percorrere con magica angoscia le strade di Duronia, dove nacquero i suoi antenati. Di ritorno in Argentina, quell’arsenale concettuale rinnovato ha avuto un impatto immediato sul circuito nazionale. Progetti intermedi come la sua celebre “Re di Cuore” già davano conto di questa transizione fondamentale. In essa, Manzo ha iniziato a decostruire l’iconografia del potere, il caso e la vulnerabilità umana, utilizzando la simbologia del ricordo per esplorare i fili invisibili che muovono gli affetti e le strutture sociali. Qui si permette di mostre con strazio i substrati di memoria che conformano la storia umana. Questa serie ha funzionato come preludio a una maturità concettuale che sarebbe esplosa nei suoi progetti successivi. In precedenza, proposte come “La macchina del fango” —ispirata alle cronache di Roberto Saviano— avevano dimostrato la sua capacità di trasmutare la critica politica e sociale in un’esperienza tridimensionale sublime, dove il disegno e l’oggetto assemblato si fondevano in un’armonia perturbante. Tuttavia, è la sua recente serie “Versus ovvero la tregua delle passioni” —patrocinata dal Consolato Generale d’Italia e allestita nelle sale del MUMART e successivamente nel Foyer del Teatro Auditorium— a ratificare in modo inappellabile l’attualità e la densità della sua proposta. In essa, Manzo confronta lo spettatore con gli opposti essenziali della trama sociale: le luci e le ombre di una società che lo opprime, l’antagonismo e la conciliazione. Lo spessore concettuale di Versus: Dall’Inferno alla Delizia Versus non è solo un dispiegamento oggettuale, ma un vero e proprio trattato filosofico visivo che si nutre direttamente delle grandi pietre miliari del pensiero e dell’arte europea. Nelle sue composizioni, la tensione drammatica evoca direttamente l’architettura morale e la discesa psicologica dell’Inferno della Divina Commedia di Dante. Manzo trascina lo spettatore attraverso una topografia di passioni umane e punizioni contemporanee, costruendo una cartografia del dolore e della redenzione. Questa densità letteraria dialoga, a livello pittorico e compositivo, con la complessità morale e il brulicare di figure de Il giardino delle delizie di Bosch. Come il maestro fiammingo, Manzo edifica mondi simultaneamente apocalittici e paradisiaci, dove l’ibridazione della materia, lo scarto e il sacro convivono sulla stessa superficie, ricordandoci l’eterna dualità e fragilità dell’esperienza umana. Questa ambizione concettuale si completa con un’ossessione tecnica di carattere analogico. Nelle complesse trame tessili che fanno da spina dorsale alla mostra, si indovina una rigorosa citazione e reverenza verso Jan Van Eyck. Manzo recupera la minuziosità, il peso e la dignità che il maestro del Rinascimento nordico conferiva ai panneggi e ai tessuti; ma qui, le pieghe e le stoffe non vestono corpi divini, bensì vengono lavorate e ibridate con legni policromi per incarnare le pieghe stesse della storia collettiva, le ferite del tessuto sociale e il residuo dei legami umani. Versus si articola sotto una premessa che definisce l’etica estetica dell’artista: Manzo sostiene di non proporre ciò che gli piace, ma di mostrare ciò che il mondo gli scaraventa addosso. Questa dichiarazione lo posiziona non come un mero esteta, ma come un ricettore critico della realtà sociologica contemporanea. La sua opera si alimenta del residuo della storia, convertendo le tensioni collettive nella forza motrice dei suoi allestimenti. Di fronte all’ambizione monumentale di quest’ultima esposizione, la proposta stupisce per una duplice condizione. Da un lato, una sovranità e una prodezza tecnica implacabile: in un’epoca segnata dalla produzione smaterializzata, dalla virtualità o da laboratori ipertrofici pieni di assistenti, Manzo rivendica un’etica artigianale quasi estinta. Ognuno degli imponenti moduli, i legni di grande formato e le complesse trame tessili sono stati ideati, tagliati, assemblati e policromati nell’assoluta solitudine del suo laboratorio. Questa resistenza fisica e ingegneristica nel sollevare strutture monumentali senza aiuti esterni costituisce, in sé stessa, una dichiarazione politica sull’autonomia del creatore. Dall’altro lato, questa monumentalità fisica convive con una poetica profonda della contraddizione. Al di là del colossale dispiegamento fisico, Versus commuove per la finezza del suo lirismo. Attraverso il gioco analogico e la sovrapposizione di trame aspre, Manzo elabora un saggio visivo sulla condizione umana, dove la violenza sociale si trasmutano in una tregua estetica di sublime bellezza filosofica. Gabriel Manzo si erige, in questo modo, come un anello fondamentale dell’arte argentina attuale: l’esempio dell’artista globale che non perde le sue radici atlantiche, del creatore la cui maturità tecnica è supportata dalla teoria, e la cui opera continua a richiedere allo spettatore l’atto, oggi rivoluzionario, di fermarsi a pensare. Redacción Argentina
June 26, 2026
Pressenza
Marina Abramović / In tutte le Venezie del mondo
Marina Abramović a Venezia, una mostra inaugurata di recente in occasione della Biennale, alle Gallerie dell’Accademia, dunque Marina esiste qui nella città lagunare, esistendo l’artista ovunque nel mondo e ovunque la libertà unita a curiosità e desiderio l’abbiano spinta verso la gente, quel particolare tipo di gente in grado d’essere sfiorata – e colpita – in modo leggendario. Mentre si passeggia nei percorsi mistici delle isole si può leggere (o rileggere), durante una sosta, il memoir che torna in mezzo a noi “attraversando i muri”, ancora e sempre capaci di commuoverci come si commuove l’artista uscendo dalla stazione di Santa Lucia – di colpo immersa in un sogno totale, immersi neuroni e coscienza in un profondo di incredulità e meraviglia. E in effetti è davvero accaduto. In anni così lontani così vicini. Il viaggio sublime di Abramović inizia dalla ex Jugoslavia, sempre in compagnia di qualcuno, perché i muri non si attraversano da soli, quel loro spessore non dà modo di conoscere la vita. Dalla carenza di ogni cosa, nel luogo oscuro della Jugoslavia postbellica, però con genitori che avevano combattuto i nazisti, la ragazza Marina si presenta come viaggiatrice con pensieri dominanti di libertà, e prime prove pittoriche che bramano soltanto d’ispirarsi a tutt’altro. Ora lo sappiamo, ora la biografia evoca e fa tornare indietro nel tempo in un via vai di avvenimenti e circostanze, amori pressoché eterni (come quello con Ulay), entrando e uscendo dai deserti mondiali fino alla Grande Muraglia cinese. Dentro alla storia, performance centrate su The Artist Is Present, il dolore in primo piano, il sangue originale e indotto, la marcia personale che costringe alla marcia sia i visitatori che raggiungono la sacerdotessa balcanica sia i lettori di Attraversare i muri – e sempre, in primo piano, la carne, ma mai privata dalla concentrazione che, al dunque, salva la vita. Per questo, e con molti altri luoghi di stupori, Abramović accoglie col proprio corpo anche attraverso le pagine del memoir. È il suo ordine vivente, che parla con la stella incisa sulla sua pancia, con la volontà resistente sui blocchi di ghiaccio di un’altra performance. Gli anni sono passati, continuano a passare mentre il mondo è mutato in un kaos che disprezza gli artisti e le Venezie, nonostante artisti e Venezie non smettano di amare coloro che ne percorrono sentieri e calli, inseguendo “guarigioni”. Poiché ferite sono ben presenti, cosa resta se non richiamare il senso di chi lo ha avuto – per nostra cara fortuna – e resiste sintonizzando bellezze carnali e petrose? Leggere questa Abramović, oggi, consente d’essere guaritori di un naufragio, da lei sospinti e influenzati, testimoni di un’arte estrema che ha sempre avuto sotto gli occhi le estreme architetture mondiali, come le pietre della Grande Muraglia e, più di tutte, le Pietre di Venezia.   L'articolo Marina Abramović / In tutte le Venezie del mondo proviene da Pulp Magazine.
June 21, 2026
Pulp Magazine
Spunti didattici: la primaria “G. Stancati” di Rende (CS) realizza Jina, cortometraggio su Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini
Alla primaria “Giuseppe Stancati” di Rende (Cosenza), le insegnanti Serena Criscuolo, Giulia Falcone e Alessandra Lanzillotti, partendo da un racconto illustrato ispirato alla vita di Maysoon Majidi e Jina Mahsa Amini, hanno accompagnato le loro classi nella realizzazione del cortometraggio Jina, una fiaba che attraversa il Mediterraneo e che racconta l’incontro spirituale tra due giovani curdo-iraniane. La narrazione affronta temi come il viaggio, l’oppressione, la solitudine ma anche la fiducia e la solidarietà. È pensata per parlare a tutti, anche ai più piccoli, per ricordare l’importanza di credere in sé stessi e nella giustizia e non stancarsi mai di difendere i diritti inviolabili. Il cortometraggio è l’opera di due classi seconde e il percorso è parte di un progetto più ampio che include un albo illustrato gigante (50/times 70 cm) disegnato (inchiostro di china e 14 tavole ad acquerello) da Serena Criscuolo e Pietro Barone e realizzato presso la “Stamperia artigiana senza pressa” di Cosenza. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pubblichiamo con entusiamo il cortometraggio e i materiali ricevuti affinché possano essere spunti su più livelli per chi ci legge. Vediamo infatti in questo progetto un esempio di manifestazione artistica dell’essere insegnante. E non solo per via della settima arte, ma per la capacità e l’emozione con cui esperienze di migrazione, patriarcato e violazione dei diritti umani sono state intrecciate e rese fruibili (e vincibili!) per bambine e bambini di 8 anni. Dopo il video, potete scaricare la descrizione dell’unità didattica. Ringraziando le colleghe per questa meraviglia, auspichiamo presto di ricevere altre “segnalazioni” così. Perché quando ci affermiamo con una didattica alternativa e creatrice di pace, ci troviamo a contrastare la militarizzazione in un modo “indiretto” ma altrettanto efficace… Se non di più. Buona visione. Descrizione dell’unità didattica: Jina.dal.racconto.al.cortometraggioDownload Fotografia del librone illustrato: Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly