La natura che non vediamo: il mondo vivo oltre le apparenze
Siamo abituati a osservare la natura per ciò che appare: un prato verde, un
albero, un fiore. Più difficile è riconoscere quello che si nasconde sotto la
superficie o comprendere le relazioni che legano gli organismi tra loro. Eppure,
proprio ciò che non vediamo sostiene gran parte degli equilibri da cui dipende
la vita. È anche da queste suggestioni che si può partire per guardare a
Orticolario, la manifestazione dedicata alla cultura del giardinaggio, al
paesaggio e al rapporto tra uomo e natura, che si svolge negli spazi di Villa
Erba, a Cernobbio, sulle rive del lago di Como. L’edizione 2026, in programma
dal 1° al 4 ottobre, ha scelto il tema en rêverie, il sogno a occhi aperti: un
invito a lasciarsi sorprendere dalla natura e a immaginare nuovi modi di entrare
in relazione con essa.
Tra le installazioni presentate, alcune offrono l’occasione per andare oltre la
bellezza immediata di un giardino e interrogarsi sulla complessità del mondo
vivente. Perché la natura non è soltanto ciò che vediamo e ammiriamo: è anche un
insieme di organismi, scambi e processi spesso invisibili, dai quali dipende la
salute degli ecosistemi. Il suolo, per esempio, viene spesso considerato una
semplice base su cui crescono le piante, uno spazio da coltivare o da mantenere
ordinato. In realtà è un ambiente complesso, abitato da una straordinaria
varietà di organismi. Batteri, funghi, alghe e altri microrganismi
contribuiscono alla trasformazione della materia organica, alla disponibilità
dei nutrienti e ai processi che rendono possibile la crescita delle piante. La
salute del terreno dipende anche da queste forme di vita, invisibili a occhio
nudo ma essenziali per il funzionamento degli ecosistemi.
È proprio su questa dimensione che si concentra Olobioma, progetto di Jonathan
Arnaboldi, architetto paesaggista di Cucciago, e Matteo Pellicanò, agrotecnico
di Tavernerio, entrambi nel Comasco, realizzato in collaborazione con il
dipartimento DeFENS dell’Università degli Studi di Milano. L’opera richiama
l’attenzione sulla comunità microscopica che vive nel suolo e sulle relazioni
che legano questi organismi al mondo vegetale. Pensare al terreno come a un
sistema vivo significa anche interrogarsi sul modo in cui lo trattiamo. Le
lavorazioni intensive, la perdita di materia organica e l’impiego inappropriato
di prodotti chimici possono compromettere, in condizioni diverse, la
biodiversità e i processi biologici del suolo. Un terreno non dovrebbe quindi
essere valutato soltanto per la sua capacità di sostenere una vegetazione
rigogliosa o per il suo aspetto ordinato, ma anche per la vita che ospita e per
la sua capacità di mantenere le proprie funzioni ecologiche.
Un’altra forma di invisibilità riguarda direttamente le piante. Ci accorgiamo
facilmente di un animale che si muove, mentre possiamo attraversare un giardino
senza soffermarci sulla varietà delle specie vegetali che lo abitano. Questa
tendenza è conosciuta come plant blindness: l’abitudine a non prestare
sufficiente attenzione alle piante, considerate spesso un semplice sfondo del
paesaggio anziché organismi viventi con caratteristiche e funzioni proprie.
A questa disattenzione si richiama Rorschach Plant, progetto dell’artista Aurora
Bresci, di Livorno, parte della sua ricerca La carne delle piante. L’opera
invita a interrogare il nostro modo di percepire il mondo vegetale e a mettere
in discussione l’abitudine a considerarlo familiare e, proprio per questo, quasi
invisibile. Eppure le piante non sono una semplice cornice della vita umana.
Costituiscono la base di numerose catene alimentari, offrono nutrimento e
rifugio a molte specie e partecipano ai cicli dell’acqua e dei nutrienti e alla
regolazione del clima. Anche negli ambienti urbani alberi, arbusti e aree verdi
possono contribuire a mitigare il calore e a offrire habitat per altre forme di
vita. Non conta, però, soltanto la quantità di verde: sono importanti anche la
varietà delle specie, la qualità degli ambienti e le relazioni ecologiche che
possono svilupparsi al loro interno. La biodiversità, infatti, non coincide con
una semplice collezione di specie. È fatta anche delle interazioni che le
collegano e che permettono agli ecosistemi di funzionare. La perdita di una
specie o il degrado di un habitat possono avere conseguenze che vanno oltre ciò
che appare nell’immediato, alterando equilibri costruiti nel corso del tempo.
Un cambio di prospettiva è suggerito anche da Frattura fertile, ideata da Ajadi
Bushaj, di Milano, e Pietro Frazzei, di Lecco. Una spaccatura nel prato diventa
l’occasione per immaginare un ecosistema rigoglioso: quello che potrebbe
apparire come una rottura dell’ordine rivela la possibilità di una nuova forma
di vita. L’immagine mette in discussione l’idea che la natura debba essere
sempre controllata, uniforme e priva di imperfezioni per essere considerata
bella.
È una riflessione che riguarda anche il nostro modo di progettare giardini e
spazi verdi. Lasciare spazio alle specie spontanee, scegliere piante adatte alle
condizioni locali e ridurre gli interventi non necessari possono contribuire, in
molti contesti, a favorire la biodiversità. Non si tratta di rinunciare alla
cura del paesaggio, ma di ripensarla: non imporre ovunque un ordine uniforme,
bensì riconoscere i processi naturali e trovare un equilibrio tra le esigenze
umane e quelle degli altri organismi. Forse è proprio questo l’invito più
interessante che emerge da queste opere: imparare a osservare senza fermarsi
alle apparenze. Un prato non è soltanto una superficie verde; un terreno non è
materia inerte; una pianta non è soltanto un elemento decorativo. Dietro
ciascuno di questi elementi si sviluppano processi e relazioni che ci ricordano
quanto gli esseri umani siano parte della natura, e non spettatori esterni.
Il tema del sogno può allora diventare un’occasione per immaginare un diverso
modo di abitare il mondo: meno orientato al controllo assoluto e più attento ai
ritmi, alle esigenze e alle interdipendenze del vivente. Conoscere ciò che
normalmente non vediamo è un primo passo per riconoscerne il valore. Proteggere
la natura non significa soltanto conservare paesaggi piacevoli da guardare.
Significa tutelare anche la vita microscopica del suolo, la varietà delle
piante, gli habitat e le relazioni ecologiche che rendono possibile la
continuità degli ecosistemi. In fondo, imparare a vedere meglio è già un modo
per cominciare a prenderci cura di ciò che ci circonda.
Tiziana Volta