
2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
Pressenza - Friday, October 2, 2026Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]
L’Italia frenata dalle fossili
L’Italia, invece, continua ad accodarsi a politiche centrate su gas e petrolio. Pesa la forte influenza degli interessi petroliferi, a partire dall’azienda a controllo pubblico Eni, che orienta ancora le scelte strategiche del paese verso nuove infrastrutture fossili. È una scommessa sul passato. Il rischio è restare indietro nell’intero comparto industriale, nella ricerca e nell’innovazione di processo e di prodotto. I numeri mostrano il ritardo. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico italiano, 132,3 su 322,6 terawattora. Solare ed eolico hanno raggiunto 57 gigawatt installati, contro i 107,3 previsti al 2030 dal Piano nazionale per l’energia e il clima. Eppure, l’Italia ha uno dei potenziali solari ed eolici più alti del continente, è il terzo mercato manifatturiero d’Europa ed è tra i paesi più esposti agli effetti del riscaldamento. C’è anche una questione di giustizia verso chi verrà dopo. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. È il principio che il filosofo Hans Jonas aveva formulato come un nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Una politica energetica che rinvia la transizione per difendere le rendite fossili non rispetta questo principio.
Il percorso: un Piano 100% rinnovabile al 2045
L’Italia ha bisogno di un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045. L’obiettivo è più ambizioso di quello europeo, perché riguarda l’intero sistema energetico: elettricità, calore, trasporti, industria e agricoltura. Deve poggiare su una misura verificabile, la copertura rinnovabile dei consumi finali, con un controllo ora per ora che il sistema regga la domanda. Non basta che un combustibile sia rinnovabile sulla carta: deve esserlo lungo tutta la catena che lo produce. Il Piano che proponiamo si regge su cinque leve, da usare insieme:
- Consumare meglio: riqualificare gli edifici, diffondere le pompe di calore, rendere efficienti i processi industriali e potenziare la mobilità collettiva.
- Elettrificare: sostituire gli usi fossili con elettricità rinnovabile, riservando idrogeno verde e biocombustibili agli usi più difficili.
- Produrre sul territorio: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico a terra e in mare, compatibili con paesaggio e comunità locali.
- Rendere flessibile il sistema: reti digitali, batterie, pompaggi, interconnessioni e accumuli stagionali.
- Governare la transizione: autorizzazioni con tempi certi, partecipazione locale, missioni pubbliche vincolanti per Enel, Eni ed Enea e un fondo nazionale dedicato.
Il cammino si divide in tre fasi. Tra il 2027 e il 2029 si sbloccano le autorizzazioni, si recupera il ritardo sugli obiettivi 2030, si avviano le filiere industriali di batterie, elettrolizzatori, cavi e inverter e si proteggono le famiglie vulnerabili. Tra il 2030 e il 2035 si scala: espansione massiccia di solare ed eolico, pompe di calore, mobilità elettrica e primi corridoi industriali a idrogeno verde. Tra il 2036 e il 2045 si chiudono gli usi fossili residui e si verifica la tenuta del sistema su più anni. Ogni fase va verificata prima di passare alla successiva, come la Commissione europea farà ogni due anni. Se le verifiche lo consentono, il traguardo può e deve essere anticipato: ogni anno guadagnato vale importazioni evitate, aria più pulita e bollette più leggere.
Un asse strategico per il Paese
Dotarsi di un Piano al 2045 non può restare un capitolo tecnico della politica energetica. Deve diventare il punto qualificante della strategia del Paese: energetica, certo, ma anche economica e sociale. È dal modo in cui produciamo e usiamo l’energia che dipendono il costo della vita delle famiglie, la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la salute dei territori. Per questo il Piano è prima di tutto uno strumento di giustizia sociale e ambientale. Gli effetti dell’inquinamento, degli eventi estremi e della povertà energetica colpiscono per primi i più vulnerabili, e ciò va contro il principio di uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione. Una transizione ben governata può invertire questa tendenza: bollette più basse, case più sane, lavoro qualificato distribuito anche nel Mezzogiorno e nelle aree interne, comunità energetiche che restituiscono valore ai territori. Un asse strategico di questa portata chiede una scelta politica chiara.
In vista delle prossime elezioni politiche, tutte le forze in campo dovrebbero confrontarsi apertamente sul Piano 100% rinnovabile al 2045 e prendere posizione: con quali obiettivi, quali tappe, quali risorse e quale ruolo per le grandi aziende energetiche pubbliche.
Lo stesso vale per eventuali primarie, che possono essere il primo banco di prova. Gli elettori hanno il diritto di sapere chi intende guidare il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare.
Una scelta che conviene
La transizione non è un costo da sopportare. I benefici in importazioni evitate, salute pubblica e lavoro qualificato superano largamente i costi, mentre il rischio climatico non gestito diventa esso stesso un rischio per il debito sovrano. Un pozzo di petrolio si esaurisce; un impianto solare o eolico produce per trenta o quarant’anni con costi marginali vicini allo zero, e più la tecnologia si diffonde più i costi scendono. L’economista Amartya Sen ha scritto che lo sviluppo è «un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Una transizione che riduce la povertà energetica, rigenera i territori e distribuisce lavoro in modo più equo è sviluppo in questo senso pieno. Se l’Italia la realizzerà con decisione, il suo esempio potrà essere imitato e innescare un circolo virtuoso opposto all’effetto domino delle crisi di oggi. Il tempo per decidere, però, si sta esaurendo.
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Federico Maria Butera
(*) Federico Maria Butera è un ingegnere italiano, professore emerito di fisica tecnica ambientale al Politecnico di Milano e dottore di ricerca honoris causa in Architettura all’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria. Si è laureato in ingegneria nucleare all’Università di Palermo, dove ha iniziato la sua carriera accademica. Nella seconda metà degli anni ‘70 è entrato a far parte di quel ristretto numero di ricercatori – una comunità internazionale aperta e innovativa fortemente sostenuta dalla International Energy Agency – il cui obiettivo era lo sviluppo di modelli di simulazione delle prestazioni energetiche e di comfort degli edifici. In questo quadro, fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 ha sviluppato uno dei primi codici di calcolo per la simulazione dettagliata, in regime dinamico, di ambienti caratterizzati da sistemi di riscaldamento/raffrescamento passivo. Negli stessi anni ha coordinato, all’interno del Progetto Finalizzato Energetica del Cnr, una ricerca in un campo nuovo e strategico: l’analisi e la pianificazione dei sistemi energetici territoriali.
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