8,9 milioni di volte “no king!”
Il governo Meloni ha deciso di incoronare Claudio Descalzi con un quinto mandato
alla guida di ENI. Mai nessun manager è stato alla guida della più influente
multinazionale italiana così a lungo.
Un’incoronazione in piena regola, che però ha indotto “Re Claudio” a osare
troppo: appena rinominato ha dichiarato che bisogna ripensare la politica
europea e riprendere l’import dal gas russo. Ma non solo: ha chiesto un aumento
del suo salario del 23 per cento, per un totale di ben 8,9 milioni di euro, con
“un aumento fino al 38% a 15,4 milioni di euro in base a un livello aggiuntivo
di overperformance nel suo piano di incentivazione a lungo termine”, come
riportato da Tele Borsa. Uno schiaffo in faccia a famiglie e imprese che fanno
fatica a pagare le bollette ma anche al governo, che ha difficoltà a trovare i
fondi per intervenire sul caro bollette e benzina. Persino l’Iss, l’entità che
opera da consulente legale dei grandi fondi d’investimento, ha dato indicazione
di votare contro questo aumento, perché eccessivo.
La decisione sul salario di Descalzi sarà presa durante l’assemblea degli
azionisti, che avverrà ancora una volta a porte chiuse e senza azionisti così da
non disturbare il manovratore. Vedremo come si posizionerà il governo, che per
la verità sin dall’inizio della legislatura si è mostrato riverente e dipendente
dalla diplomazia del sistema Eni, in una fase storica in cui le politiche
energetiche globali sono molto rilevanti. Val la pena ricordare che il nuovo
piano di cooperazione Italia-Africa è stato intitolato al fondatore di ENI,
Enrico Mattei. Durante i turbolenti mesi della crisi energetica del 2022, in
seguito all’invasione russa dell’Ucraina, è stato proprio Descalzi ad
“acompagnare” la presidente Meloni in giro per l’Africa a stipulare nuovi e
rafforzare esistenti accordi energetici per l’import di gas in Italia.
E ancora, dopo la seconda elezione di Donald Trump, ENI ha subito agito in
linea con la presidente del Consiglio per stringere nuovi accordi di import di
gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Con la nuova crisi mediorientale e la
chiusura dello Stretto di Hormuz, è ENI ancora una volta a dettare la linea.
Va ammesso che la presidente Meloni sulla questione del gas russo ha predicato
cautela, ma chissà poi come andrà a finire. Le relazioni tra l’Orso russo e il
Cane a sei zampe hanno degli importanti precedenti. Con questa mossa, su cui la
stessa Meloni ha invitato alla cautela, il re ha mostrato in realtà di essere
già nudo.
È stata l’ENI di Paolo Scaroni, in cui Descalzi era il numero due e il vero
factotum della società, a renderci dipendenti dal gas russo ai tempi della
diplomazia filo-putiniana di Silvio Berlusconi. Quindi dal 2022 è stata ENI che
ci ha reso dipendenti da nuovi dittatori (al-Sisi in Egitto, Tebboune in
Algeria) e dalle monarchie del Golfo, pur di non iniziare finalmente una
transizione via dal gas. Poi è stato sempre il Cane a sei zampe a puntare sempre
più sul nuovo mercato del gas naturale liquefatto e rendere l’Italia più
dipendente dagli Usa. Ora che sono saltati il Qatar ed i suoi terminal di export
di gas nel mezzo dell’attacco di USA e Israele all’Iran, è ENI che ci vuole
riportare tra le grinfie di Putin, pur di mantenerci in scacco con la dipendenza
dal gas.
Il governo, quindi, ha premiato chi invece doveva essere bocciato, e così
dimostra tutta la sua debolezza e dipendenza dal sistema ENI, inclusi i lauti
dividendi dell’azienda.