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Energia: la strategia di Israele e Usa
di Francesco Masi (*). Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Origini, cause ed obiettivi della strategia neocoloniale ed imperialista che vede USA e Israele imporre il tentativo di centralizzazione mondiale delle materie prime energetiche Siamo seduti su una enorme montagna di debiti. Gli economisti stimano che a livello mondiale siamo al massimo storico; si
ReCommon lancia la petizione: «Tassiamo gli extra-profitti delle multinazionali fossili»
ReCommon lancia una petizione per chiedere al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti delle multinazionali fossili, legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai cambiamenti climatici. Solo in questo modo ci si potrà affrancare delle molteplici crisi energetiche che si stanno accavallando anno dopo anno.   Dall’inizio del conflitto tra Iran e Stati Uniti e dal conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, l’Europa sta pagando 500 milioni di euro al giorno in più il suo conto per l’impiego dei combustibili fossili. Intanto i giganti fossili guadagnano 30 milioni di euro in più ogni ora, in base a uno studio pubblicato sul quotidiano britannico Guardian. Questo insieme di fattori ha determinato un forte aumento delle bollette dei cittadini, che in Italia è acuito dal costo già spropositato dell’elettricità: nel 2025 nel nostro Paese si sono pagati 116 €/Mwh, rispetto alla media dell’UE che si attesta a 85 €/Mwh.  Questo perché i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni ci hanno legato mani e piedi all’impiego dei combustibili fossili, a tutto vantaggio delle nostre grandi multinazionali, con in prima fila ENI, che hanno continuato ad accumulare profitti, ostacolando di fatto una reale ed efficace transizione energetica fuori dai fossili.   Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, Le famiglie italiane stanno pagando già 450 euro in più per il caro-energia in atto, tuttavia sempre gli esperti del Fondo prefigurano scenari con rincari fino a 2.270 euro. Come riportato da uno studio dell’organizzazione Transport & Environment, in Italia gli extra-profitti delle compagnie fossili saranno di almeno 4 miliardi di euro – in Europa il totale è 24 miliardi – e parliamo di una valutazione conservativa, perché copre solo il prezzo dei carburanti stradali e non ad esempio del gasolio e del gas metano per riscaldamento.   L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha fatto poco o nulla, se non dichiarazioni di facciata, per arginare questa deriva. Al fine di calmierare il prezzo dei carburanti alla pompa, il governo ha stanziato 1,8 miliardi di euro. Una misura puramente palliativa, pensata solo a brevissimo termine e che continua ignorare il nodo della questione: l’enorme dipendenza del nostro Paese dai combustibili fossili «Gli impatti dell’attuale crisi si faranno sentire per parecchio tempo. Per questo il governo deve agire subito e senza esitazioni, non ascoltando le obiezioni del comparto fossile italiano. L’esperienza della tassa straordinaria imposta dopo la prima crisi energetica del 2022 ci dice che si può fare molto di più e meglio al fine di raccogliere un gettito maggiore e in maniera trasparente e con una chiara destinazione sociale nell’ambito della transizione fuori dalle fonti fossili» hanno dichiarato Simone Ogno e Antonio Tricarico di ReCommon. Re: Common
June 4, 2026
Pressenza
[Trento, Italia]: Sabotato distributore ENI in occasione dello sciopero generale
> Da Il Rovescio, 30.05.26 Riceviamo da email anonima e diffondiamo: La notte fra giovedì 28 e venerdì 29 maggio è stato sabotato e messo fuori uso un distributore ENI a Trento. Nonostante la scelta di colpire ENI non sia casuale, viste le innumerevoli imprese del cane a sei zampe in Africa e, ultimamente, anche a largo di Gaza, la scelta di colpire un distributore di benzina riguarda anche il sempre più crescente carovita, che strozza i proletari e rende sempre più difficile arrivare a fine mese. Sappiamo bene chi si arricchisce sulle spalle dei proletari con l’aumento dei carburanti, con la loro tassazione, con l’aumento generalizzato dei prezzi, e contro di loro é rivolta questa piccola azione, che si inserisce nel contesto dello sciopero generale del 29 maggio. Contro guerra e carovita, non ci resta che il sabotaggio.
Roma. L’Eni è complice del genocidio e dell’ecocidio, blitz all’Eur
Questa mattina a Roma gli attivisti di Extinction Rebellion hanno tinto di verde l’acqua del laghetto dell’Eur a Roma, di fronte alla sede di Eni, e hanno appeso al ponte sul lago un enorme striscione con il logo dell’azienda che brucia la bandiera della Palestina e la scritta ‘Stop Ecocidio […] L'articolo Roma. L’Eni è complice del genocidio e dell’ecocidio, blitz all’Eur su Contropiano.
May 30, 2026
Contropiano
Extinction Rebellion tinge di verde il laghetto dell’EUR di fronte alla sede di ENI: comincia la settimana di proteste a Roma
Oggi pomeriggio, Extinction Rebellion ha tinto di verde le acque del laghetto dell’EUR di fronte alla sede dell’ENI in piazzale Enrico Mattei a Roma e appeso al ponte sovrastante un enorme striscione con il logo dell’azienda che brucia la bandiera della Palestina e la scritta “Stop Ecocidio – Stop Genocidio”. Si apre così la PrimaVera Democrazia, la settimana di proteste di Extinction Rebellion, che vuole evidenziare il legame tra crisi ecoclimatica, guerre e crisi della democrazia. Temi che, nella giornata dello sciopero generale convocato da Unione dei Sindacati di Base e da Giovani Palestinesi, sono trasversali alle proteste di sindacati, movimenti e associazioni che chiedono si fermino la guerra, il riarmo e il genocidio a Gaza e denunciano la deriva autoritaria dell’Italia. In particolare, l’azione simbolica all’EUR vuole denunciare le conseguenze sugli ecosistemi e sul clima delle scelte di politica energetica del Governo, delle attività di estrazione di gas e petrolio da parte di ENI, e degli intrecci con le guerre in corso e la corsa al riarmo. Il verde innaturale assunto dall’acqua grazie alla fluoresceina, un tracciante innocuo che si degrada e scompare in poche ore, simboleggia infatti la distruzione e la morte degli ecosistemi e degli esseri viventi da cui dipende la sopravvivenza stessa dell’umanità. “L’ecocidio di cui parliamo non é un fenomeno lontano o astratto: l’inquinamento del suolo, dell’aria e delle acque ha conseguenze dirette sulla vita umana e non” racconta Davide, una delle persone sul posto. “Le responsabilità dell’industria petrolchimica, e di ENI, in questo panorama, sono importanti, come testimonia l’inquinamento e l’incidenza di patologie sopra la media a Gela o Priolo, in Sicilia, o nel Delta del Niger. Responsabilità che emergono anche nel supporto a Israele che a Gaza sta perpetrando un ecocidio e un genocidio”. Il riferimento è al tentativo di ENI di collaborare con Israele per l’estrazione di gas e petrolio nelle acque territoriali palestinesi. L’azienda ha ora ritirato la proposta, ma resta valida la partnership nel Mare del Nord con il gruppo israeliano Delek, uno dei principali fornitori di combustibile dell’esercito israeliano, inserito nella lista nera delle Nazioni Unite. O al noto caso del Delta del Niger: ancora oggi, il 75% di tutte le fuoriuscite di petrolio avvenute nella regione tra il 2006 e il 2020 sono attribuite a Shell ed ENI. Inoltre report di organizzazioni non governative hanno segnalato che nel 2024 l’azienda ha esercitato pressione sul Mozambico per accettare condizioni svantaggiose per il paese nel contratto per lo sfruttamento del bacino del Rovuma. Il Mozambico è al momento teatro di un’insurrezione armata legata anche al fatto che i progetti estrattivi nella regione non hanno portato benefici alle popolazioni locali. “La distruzione degli ecosistemi e di intere popolazioni, l’ecocidio e il genocidio, sono gli effetti di un sistema costruito sul colonialismo, sul profitto e l’illusione della crescita infinita su un pianeta finito. La policrisi che stiamo vivendo – guerre, pandemie, caos climatico – è l’effetto di un’unica ideologia. È ora che i governi ascoltino chi porta queste critiche in tutta Europa e cambino rotta ” dichiara Carlotta. La protesta si inserisce infatti in una mobilitazione internazionale promossa da diversi gruppi europei di Extinction Rebellion, Stop Rearm Europe, Ende Gelände e altri movimenti climatici, sociali e antimilitaristi, che inizia questo weekend in Italia, in occasione dell’80 anniversario della Repubblica, e proseguirà con appuntamenti in diverse capitali europee, per culminare il 14 giugno a Bruxelles con una marcia e un presidio davanti al parlamento Europeo. Extinction Rebellion
May 29, 2026
Pressenza
GIUSTIZIA CLIMATICA: EXTINCTION REBELLION TINGE DI VERDE IL LAGHETTO DAVANTI ALLA SEDE CENTRALE DI ENI
Un enorme striscione con il logo di Eni che brucia la bandiera della Palestina, la scritta “Stop Ecocidio – Stop Genocidio”, e un laghetto tinto di verde proprio di fronte alla sede centrale di ENI: inizia così la settimana di proteste di Extinction Rebellion per “evidenziare il legame tra crisi ecoclimatica, guerre e crisi della democrazia”, come scrivono le-gli attivisti nel comunicato di indizione di PrimaVera Democrazia. L’iniziativa inizia oggi in Italia, a pochi giorni dall’80 “compleanno” della Repubblica, e continuerà insieme a diversi movimenti climatici, sociali e antimilitaristi europei come Stop Rearm Europe e Ende Gelände. Oggi è anche il giorno dello sciopero generale del sindacalismo ed è stato esposto uno striscione in cui Eni brucia simbolicamente la bandiera palestinese, “per denunciare il tentativo di Eni di collaborare con Israele per estrarre gas e petrolio nelle acque palestinesi”, e la sua collaborazione “nel Mare del Nord con il gruppo israeliano Delek, uno dei principali fornitori di combustibile dell’esercito israeliano”. “In particolare, l’azione simbolica all’EUR vuole denunciare le conseguenze sugli ecosistemi e sul clima delle scelte di politica energetica del Governo, delle attività di estrazione di gas e petrolio da parte di ENI, e degli intrecci con le guerre in corso e la corsa al riarmo”, scrive XR in un comunicato. “Il verde innaturale assunto dall’acqua grazie alla fluoresceina, un tracciante innocuo che si degrada e scompare in poche ore, simboleggia infatti la distruzione e la morte degli ecosistemi e degli esseri viventi da cui dipende la sopravvivenza stessa dell’umanità”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Lotta di XR ci racconta come è andata. Ascolta o scarica
May 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Greenpeace Italia e ReCommon, ricorso al TAR sul progetto “CCS Pianura Padana”
Il mega progetto di Eni e Snam per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio nell’Alto Adriatico della CO₂ presenta delle criticità molto serie; per questo Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al TAR Lazio-Roma per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del 30 gennaio scorso di valutazione positiva di impatto ambientale relativa al progetto di sviluppo delle infrastrutture del “CCS Pianura Padana” presentato da Snam, contestando in particolare il frazionamento dell’opera, attuato approfittando di un iter autorizzativo più “agile”. Il tutto con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico.   “CCS Pianura Padana” consiste nei primi cento chilometri di infrastrutture e gasdotti su terra per il potenziamento del già avviato progetto “Ravenna CCS”, a sua volta pietra angolare del “CCS Integrato Callisto”, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi a largo di Ravenna, e sviluppare la rete delle infrastrutture necessarie a costruire un mercato della CO₂ nel Mediterraneo. Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna CCS, che comprende sia le infrastrutture su terra del CCS Pianura Padana che quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO2.  I motivi del ricorso al TAR partono dalla scelta, secondo Greenpeace Italia e ReCommon illegittima, di frazionare un progetto unico iniziando la fase pilota dello stoccaggio in mare senza una valutazione complessiva di impatto ambientale dell’intero intervento.  L’unica parte sottoposta finora a un’effettiva valutazione di impatto ambientale è quella relativa alle infrastrutture su terra ferma, denominata per l’appunto CCS Pianura Padana. Ma è evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la Fase 2 e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di “Progetto di Interesse Comune” della Commissione europea. Nella fase industriale 2, che verrà presumibilmente avviata nel 2027, il progetto prevede di trasportare e stoccare nei giacimenti a largo di Ravenna anche una parte della CO₂ emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano, che verrebbe trasportata su nave e/o camion. Un progetto avveniristico, con un computo energetico importante, che non viene per niente considerato nella valutazione di impatto ambientale ministeriale, e la cui analisi costi e benefici richiesta da ReCommon alla Commissione europea non è stata tuttora divulgata pubblicamente.  Greenpeace Italia e ReCommon hanno partecipato alle fasi di consultazione pubblica nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto CCS Pianura Padana. Fra il settembre del 2024 e l’aprile del 2025, hanno presentato varie osservazioni e contro-osservazioni, buona parte delle quali non hanno trovato risposte adeguate da parte della società proponente. La procedura rientrava nell’ambito del  PNRR-PNIEC, ed era quella accelerata applicata a progetti definiti di “sicurezza energetica”, con tempi dimezzati per la consultazione pubblica.  Greenpeace Italia e ReCommon hanno riscontrato delle carenze della valutazione di incidenza (VINCA), in particolare rispetto agli impatti sulle 12 zone protette che dovrebbero essere direttamente o indirettamente impattate dal progetto Pianura Padana CCS. «Dalla documentazione del progetto emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della VIA in termini di sicurezza, ambiente ed impatto sulle aree protette. Per questo le associazioni hanno deciso di rivolgersi al TAR. Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto CCS Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo», hanno commentato gli avvocati Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti, legali delle associazioni ricorrenti.   «Inoltre nel ricorso sono state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo la regione Emilia Romagna» hanno aggiunto gli avvocati.  «Ma quale sicurezza energetica! Questo progetto punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura “permanente” della CO₂ tutta da provare. Questo si aggiunge alle criticità importanti che abbiamo rilevato non solo sulla costruzione ma anche sul funzionamento e il mantenimento del progetto, che potrebbero generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi» ha affermato Elena Gerebizza di ReCommon. «Il CCS Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla»  ha concluso Gerebizza.  «La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa si costruisce accelerando una vera transizione verso le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione, non investendo miliardi in false soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO₂. Per Greenpeace il CCS è soprattutto un modo per le industrie fossili di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica: promettere di catturare le emissioni domani per continuare oggi a garantirsi profitti da petrolio e gas e rallentare la transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno», ha dichiarato Simona Abbate, campaigner energia e clima di Greenpeace Italia. Re: Common
May 20, 2026
Pressenza
Romagna in movimento: 22 e 23 maggio…
… a Ravenna, Forlì, Rimini… Con il reportage di Manuela Foschi sulla manifestazione davanti al CNR di Faenza. Per il 22 maggio il Coordinamento Stop armi nel porto sta organizzando in zona Darsena un controfestival musicale per contrastare il mega evento portuale . Sempre il 22 maggio a Forlì la tappa della Carovana Ambientalista (*) si tiene in piazza Saffi:
Vel-ENI e Venture Global: danni ambientali e pratiche controverse
Identikit del partner strategico di Eni. di Alessia Cesana (*) – Foto ripresa da ReCommon   ReCommon ha acceso una luce sulle controversie che riguardano Venture global, uno dei principali esportatori di gas “naturale” liquefatto (Gnl) degli Stati Uniti e partner di Eni da luglio 2025, quando hanno firmato un contratto ventennale per una fornitura totale di 40 milioni di
ENI Coral North FLNG. ReCommon: «Soldi pubblici per l’ennesimo progetto fossile»
ReCommon denuncia il potenziale conflitto d’interesse all’interno dell’assicuratore pubblico italiano SACE, pronto a finanziare il progetto Coral North FLNG di ENI in Mozambico sebbene nel suo consiglio d’amministrazione sia presente anche un membro del CdA del Cane a sei zampe, Cristina Sgubin, appena confermata dall’assemblea degli azionisti svoltasi a porte chiuse lo scorso 6 maggio.   L’agenzia di credito all’export italiana negli ultimi giorni ha comunicato sul suo sito di aver ricevuto «domanda di copertura assicurativa per il progetto Coral North  Development, che riguarda la realizzazione e l’esercizio di un impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e l’esportazione di gas naturale (Floating Liquefied Natural Gas – FLNG)». La piattaforma galleggiante sorgerebbe al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da più di nove anni di un conflitto armato fra l’esercito di Maputo e insorti che si dichiarano affiliate allo Stato islamico.  L’infrastruttura è di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da novembre 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri l’una dall’altra. In merito a Coral South FLNG, nel marzo 2025 ReCommon aveva rivelato nel suo rapporto “Fiamme Nascoste” che l’impianto era stato protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022. Il tutto si evinceva dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, dati non adeguatamente riportati dalla compagnia petrolifera. Le analisi alimentano anche il sospetto che le immagini della piattaforma sul sito istituzionale di Eni possano essere state ritoccate per rimuovere le fiamme associate al flaring e conferire una veste “più green”.   Sempre a proposito di conflitto di interesse, la puntata della trasmissione della RAI Report dello scorso 10 maggio ha rivelato come l’operazione per l’acquisto da parte del Gruppo San Donato di una parte della sanità polacca, per un esborso di 600 milioni di euro, fosse segnata da una forte anomalia: era stata garantita dalla SACE, nonostante il Vice-presidente fosse all’epoca Ettore Sequi, figura apicale della fondazione che fa capo a Kamel Ghribi, “timoniere” proprio del Gruppo San Donato.    Va inoltre ricordato che lo scorso marzo esperti delle Nazioni Unite hanno fortemente criticato il sostegno finanziario di 150 milioni di dollari accordato al progetto Coral North FLNG dalla Banca africana di sviluppo, rimarcando che l’opera «rischia di aggravare le violazioni dei diritti  umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già  scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie  rinnovabili». Gli esperti hanno espresso la loro convinzione che l’opera possa esacerbare indirettamente le tensioni causate dal  settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. «Da tre anni SACE e il governo continuano a farsi gioco degli impegni internazionali, impegnando in questo lasso di tempo 3,97 miliardi di euro di soldi pubblici per progetti fossili che niente hanno a che fare con la sicurezza energetica italiana» ha commentato Simone Ogno di ReCommon. «Si fa sempre più forte il sospetto che l’operatività della principale agenzia pubblica italiana sia orientata alla sola tutela del profitto delle multinazionali, a scapito dei bisogni della collettività. È arrivato il momento che il Parlamento ponga fine a questo scempio» ha concluso Ogno. Re: Common
May 13, 2026
Pressenza