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ENI fa affari miliardari in Venezuela: concluso l’accordo sul maxi-giacimento
Venticinque anni di gestione esclusiva di un enorme giacimento petrolifero che contiene 35 miliardi di barili. È quanto ottenuto da ENI con un accordo firmato con la compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA, alla presenza della presidente incaricata Delcy Rodríguez. Il giacimento in questione è Junín 5, situato nella Fascia dell’Orinoco, una delle maggiori concentrazioni al mondo di greggio extrapesante. L’intesa si inserisce nel più ampio accordo raggiunto la scorsa settimana tra Stati Uniti e Venezuela, attraverso il quale Washington ha ottenuto la gestione di 17 giacimenti. Continua, insomma, il processo di sfruttamento delle risorse petrolifere venezuelane avviato dagli Stati Uniti dopo il rapimento del presidente Nicolás Maduro nel gennaio scorso. ENI è già al centro di diversi progetti nel Paese e si conferma uno dei principali partner del nuovo Venezuela governato dalla mano invisibile da Washington. Con la firma dell’accordo con PDVSA, ENI ottiene la responsabilità della gestione tecnica, finanziaria e commerciale del campo. Junín 5 è un giacimento di greggio pesante che contiene 35 miliardi di barili in posto certificati e attualmente produce circa 12 mila barili al giorno. L’accordo attribuisce a ENI il ruolo di operatore esclusivo per 25 anni, con possibilità di estensione. Parallelamente è stata siglata un’altra intesa, dal valore di oltre 7 miliardi di dollari, con la compagnia statunitense Chevron, che prevede lo sviluppo di due ulteriori aree petrolifere nella Fascia dell’Orinoco. Alla cerimonia erano presenti, oltre a Delcy Rodríguez e agli amministratori delegati delle compagnie, la ministra venezuelana degli Idrocarburi Paula Henao e il segretario all’Energia statunitense Chris Wright, in visita nel Paese. L’accordo tra ENI e PDVSA arriva ad appena una settimana dall’intesa siglata tra Stati Uniti e Venezuela, che garantisce a Washington il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane. L’accordo prevede una partnership tra il governo statunitense e la società privata NABEP, che manterrà il controllo operativo delle attività; Washington ottiene invece il diritto a una partecipazione del 35% nella società e l’accesso preferenziale al 20% della produzione. Nell’ambito dell’accordo, le autorità venezuelane hanno concesso a NABEP diritti di sfruttamento per cento anni su 17 giacimenti petroliferi. Il presidente statunitense ha definito l’intesa «il più grande accordo petrolifero della storia» e ha sostenuto che non comporterà costi per i contribuenti statunitensi; secondo Rodríguez, invece, gli ultimi accordi consentiranno al Venezuela di ricavare 209 miliardi di dollari di entrate fiscali nell’arco di 25 anni. L’intesa tra USA e Venezuela della scorsa settimana si colloca sulla scia di analoghi accordi siglati nel corso dei mesi successivi al rapimento di Maduro. Dopo il golpe morbido di gennaio, gli USA hanno imposto la propria linea politica al Venezuela, che nello stesso mese ha approvato una nuova legge quadro sullo sfruttamento degli idrocarburi, aprendo il mercato nazionale alla partecipazione dei colossi petroliferi esteri, con ENI in prima linea. A oggi, l’azienda italiana gestisce il giacimento Perla attraverso la società Cardón IV, partecipata pariteticamente con la spagnola Repsol. ENI detiene inoltre una partecipazione nella società mista PetroSucre (PDVSA 74%, ENI 26%), che opera il campo petrolifero offshore di Corocoro, e una partecipazione in Supermetanol, società petrolchimica attiva nella produzione di metanolo. The post ENI fa affari miliardari in Venezuela: concluso l’accordo sul maxi-giacimento appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
Nazionalizzare ENI: la proprietà privata è una tassa imposta a tutta la società
Il piccolo Comune abruzzese di Valle Castellana ha rilevato il controllo di un distributore di benzina che stava chiudendo, e che quindi ora è sotto il totale controllo pubblico (del Comune). Risultato: non dovendo conseguire alcun profitto, il distributore di benzina comunale può permettersi di abbassare il costo del carburante […] L'articolo Nazionalizzare ENI: la proprietà privata è una tassa imposta a tutta la società su Contropiano.
August 29, 2026
Contropiano
Sei Paesi UE chiedono tasse sugli extraprofitti delle big del petrolio: c’è anche l’Italia
«Le compagnie petrolifere stanno godendo di una redditività complessiva e di margini sui prodotti raffinati che superano l’aumento dei prezzi del petrolio greggio. Stiamo vivendo uno dei più grandi shock dell’offerta degli ultimi decenni e in tutto il mondo cresce il malcontento per l’aumento del costo della vita». È quanto si legge nella lettera che sei Paesi dell’Unione Europea, guidati dalla Germania, avrebbero inviato alla presidenza irlandese del Consiglio dell’UE per chiedere alle istituzioni comunitarie di introdurre una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Da quanto riportato, oltre alla Germania, la lettera è stata firmata da Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna. Il contenuto è stato anticipato dall’agenzia di stampa internazionale AFP e successivamente confermato da una nota della vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli. La richiesta arriva nel pieno della crisi energetica provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguenza della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, che ha fatto impennare i prezzi dei carburanti mentre le compagnie petrolifere continuano a registrare margini elevati. L’iniziativa tedesca mira a costruire un meccanismo europeo che consenta di redistribuire ai cittadini una parte dei profitti generati dalla crisi energetica: serve «un quadro a livello UE per la tassazione degli extraprofitti», si legge nella lettera, sul modello di quello introdotto nel 2022 dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. All’epoca, l’UE aveva introdotto un sistema temporaneo di tassazione degli utili eccedenti realizzati dalle grandi compagnie energetiche. «Abbiamo bisogno di un approccio congiunto che garantisca che coloro che traggono profitto dalla crisi facciano la loro parte nel ridurre l’onere per il pubblico in generale», scrivono i sei Paesi. La considerazione di fondo è semplice: l’aumento del costo delle materie prime non si riflette soltanto sul prezzo del carburante, ma si ripercuote sull’intera economia, dalla logistica ai costi di produzione, fino al prezzo dei beni di consumo e, di conseguenza, sui bilanci delle famiglie. La sfida più delicata sarà comprendere cosa debba essere considerato un extra-profitto e cosa no, e dunque quale quota dei maggiori utili possa essere effettivamente attribuita all’aumento straordinario dei prezzi determinato dalla guerra. Un altro nodo riguarda le raffinerie: bisogna assicurarsi, sostiene a più riprese il documento, che esse «non sfruttino l’attuale situazione energetica» a scapito dei cittadini; «gli eccessivi profitti derivanti dalla crisi devono essere restituiti ai consumatori». I ministri chiedono che l’iniziativa venga inserita all’ordine del giorno della prossima riunione dei ministri delle Finanze dell’UE, in programma a Dublino il 18 e 19 settembre. «Bene la richiesta dei Paesi europei, tra cui l’Italia, di una tassazione comunitaria degli extraprofitti per permetterci di arginare i prezzi della benzina. Il governo Meloni è in prima fila per sostenere gli italiani anche su questo fronte e lo fa con ogni mezzo necessario. Ora l’Europa ci ascolti», ha commentato Augusta Montaruli. La misura proposta punta a intervenire sul caro carburanti, sul quale il taglio delle accise disposto dal governo Meloni è riuscito finora a offrire soltanto un sollievo temporaneo. Tra le compagnie che hanno registrato una forte crescita dei profitti figura anche il colosso italiano Eni, che ha chiuso il primo semestre con utili in aumento del 43%; nonostante le difficoltà di approvvigionamento, anche la produzione di idrocarburi è aumentata, registrando un +8% nel secondo trimestre. The post Sei Paesi UE chiedono tasse sugli extraprofitti delle big del petrolio: c’è anche l’Italia appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 23, 2026
L'INDIPENDENTE
Le crisi internazionali fanno volare i conti di ENI, che registra profitti record
Il 29 luglio ENI ha comunicato i risultati dell’ultimo trimestre, confermando le voci degli ultimi giorni che parlavano di incrementi significativi negli utili del colosso fossile italiano. La fredda contabilità, al solito infarcita di termini tecnici, riporta che nel periodo aprile-giugno 2026 il cosiddetto ebit (Earnings Before Interest and Taxes) proforma adjusted è salito a 5,38 miliardi di euro, quasi raddoppiando rispetto allo stesso periodo del 2025 e segnando un progresso del 52% sul trimestre precedente. L’utile netto adjusted si è attestato a 2,3 miliardi, più che raddoppiato su base annua. Nel periodo in esame la produzione di idrocarburi è salita dell’8%, attestandosi a 1,79 milioni di barili al giorno. I prezzi del greggio alle stelle, determinati dalla situazione di profonda instabilità del contesto internazionale, e la grande e continua corsa del cane a sei zampe alla scoperta e allo sfruttamento di nuovi giacimenti di gas e petrolio sono una combinazione perfetta per il successo finanziario della società, a netto discapito del Pianeta e di chi lo abita, profondamente colpiti dagli effetti sempre più forti della crisi climatica dovuta all’uso dei combustibili fossili. Già si prospetta un possibile dividendo straordinario per gli azionisti e gli investitori come il ricchissimo fondo statunitense Blackrock, su cui il management dell’azienda prenderà una decisione il prossimo autunno. Dal momento che all’orizzonte non si intravedono spiragli positivi per la soluzione dei vari conflitti in atto, i quali si intrecciano in maniera molto netta con il tema della “sicurezza energetica” (ergo, con il perpetuare il modello estrattivista fossile), non rimane che ribadire quella che ormai è un’esigenza imprescindibile: bisogna tassare gli extra-profitti delle multinazionali fossili come ENI. Per questo ReCommon ha lanciato una petizione che chiede al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti fossili legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione  energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai  cambiamenti climatici e per aiutare le classi sociali più in difficoltà ad affrontarla. Il governo italiano, che ha molte limitazioni di finanza pubblica per poter intervenire nella crisi sociale in corso legata a quella energetica, dovrebbe coscienziosamente introdurre subito una tassa sugli extraprofitti fossili, senza lasciare la gran parte di questi ai grandi investitori internazionali. Altrimenti le prossime relazioni trimestrali di ENI continueranno a macinare record.
July 30, 2026
ReCommon
Greenwashing e sostegno al genocidio a Gaza: il curriculum perfetto di un alto dirigente della Vitol
Non è così impossibile individuare, anche all’interno di un quadro complicato di assetti societari opachi, le singole persone, con responsabilità dirigenziali o poteri di firma, implicate nelle triangolazioni dei traffici d’armi, di idrocarburi o peggio, come in questo caso, nel fiancheggiamento di fatto degli autori del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania. Abbiamo già avuto modo di conoscere le trame occulte e il cinismo imprenditoriale della multinazionale degli idrocarburi Vitol, impresa dall’assetto societario furbesco basato su quattrocento soci sparsi per il mondo e con varie sedi legali in Paesi fiscalmente “generosi”: insomma  un capolavoro di scatole cinesi finanziarie in cui è sempre molto difficile, ma appunto non impossibile, individuare il responsabile delle malefatte. Nell’articolo di Pressenza e soprattutto nel report a cui fa riferimento emerge la totale assenza di etica degli affari – sempre che questa possa mai esistere –  considerato che i profitti della Vitol, tramite triangolazioni che coinvolgono anche la Sardegna attraverso uno dei suoi petrolchimici più importanti, la Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, si accumulano alle spalle dei palestinesi,  legittimi proprietari dei giacimenti di gas di fronte alla striscia di Gaza. In pieno genocidio anche l’italianissima ENI fino a qualche mese fa era implicata in questo affare losco, ma molto strategico dopo il taglio del tubo del gas proveniente dalla Russia. Ciò che lascia ancora più sbalorditi, però, è la relazione pericolosa, in perfetto stile greenwashing, tra uno dei suoi più attivi e importanti dirigenti, il tunisino Mehdi Chennoufi e l’associazione no-profit Anonima Riforestazioni, con sede a Roma, che si occupa appunto di riforestazioni un po’ in tutto il mondo, compresa Stromboli, recentemente bruciata a causa di un incidente tanto inaspettato quanto paradossale, durante l’allestimento di un set cinematografico. L’impegno, sempre all’insegna del greenwashing, non finisce qui, perché durante i ritagli di tempo tra le sue numerose attività, di recente passate da Singapore alla ben più strategica Dubai, in veste di responsabile per il Medio Oriente della Vitol, Mehdi Chennoufi gestisce, sempre insieme ai vertici dell’associazione no-profit per le riforestazioni, anche un’iniziativa, questa volta 100% “profit”, con la Wanakaset SrL, impresa turistica specializzata in “glamping” (glamour camping) in aree naturalistiche incontaminate. Si tratta di un turismo ecocompatibile, un ossimoro, ma che piace molto a quei ricchi desiderosi di passare qualche giorno in un bungalow superluxe ma nel bel mezzo di una foresta tropicale incontaminata, con la convinzione di fare del bene alla natura circostante! Come spesso si riscontra tra i mega-dirigenti aziendali, una delle tipiche passioni status-symbol e quindi anche per il nostro manager della Vitol, è quella della vela, che ci offre l’opportunità di concludere questo articolo con il “botto finale”: la sua barca a vela, infatti, ormeggiata da anni a Tunisi, in un primo momento sembrava ufficialmente dovesse far parte della Global Sumud Flotilla che nel 2025, tra agosto e settembre, era in partenza da Augusta diretta a Gaza. La barca a vela in questione, però, invece di essere revisionata e riparata sul posto date le sue pessime condizioni, si è scoperto successivamente aver  lasciato il porto di Tunisi in tutta fretta, tanto che si dovette urgentemente fermare dopo poche miglia all’isola di Pantelleria, dove si trova ancora nel cantiere antistante il porto, dopo aver rischiato l’affondamento. La barca, in realtà – secondo alcune indiscrezioni – doveva assolutamente partire per non rischiare di coinvolgerlo in polemiche e accuse perché messa sotto sequestro dalle autorità tunisine, che già nel 2025 avevano messo sotto pressione l’organizzazione locale della Global Sumud Flotilla. Fin qui nulla di “anormale”, se non che la barca in questione è di proprietà, appunto, del nostro manager della Vitol, che però è anche fratello di Nabil Chennoufi, un esponente di spicco a livello locale dello steering committee della Global Sumud Flotilla, finito in carcere per sospetti di collegamenti occulti con le milizie di Hamas e dei suoi finanziatori, spesso palesemente pretestuosi. Un collegamento diretto che il manager della Vitol si guardò bene dal rendere palese.  La barca, quindi, si sarebbe dovuta mescolare all’interno della flottiglia e con ogni probabilità sarebbe finita sotto sequestro o affondata dalle truppe d’assalto dell’IDF. Abortita sul nascere l’avventura con la Global Sumud Flotilla ci fu, poco tempo dopo, anche un potenziale acquirente dell’imbarcazione, allettato dal suo prezzo apparentemente “stracciato” di 10.000 euro, lo stesso che fu proposto poco tempo prima ai responsabili della selezione e dell’acquisto delle imbarcazioni per la GSF. Anche in quel caso era in ballo un progetto sociale e no-profit, ma contemporaneamente anche sul fronte ecologico. Il progetto, come fu presentato all’armatore, era volto a sensibilizzare la popolazione intorno al problema del gas liquefatto trasportato nelle gasiere e poi rigassificato, secondo una trafila che nei vari passaggi rilascia tonnellate di metano nell’aria causando un effetto serra dieci volte più potente dell’anidride carbonica. “Meglio non parlare di questo obiettivo all’armatore – pare abbia detto l’intermediario alla vendita al potenziale compratore – lui col gas ci campa! Più che altro lui è contrario al carbone e ci sostiene nelle riforestazioni”. Quindi, ricapitolando, greenwashing a go go, con un approccio “profit” ma anche benefico, (sebbene non dichiarato ufficialmente) e complicità nel genocidio: insomma il curriculum perfetto dell’alto dirigente della Vitol, attualmente di stanza negli Emirati Arabi Uniti. Stefano Bertoldi
July 8, 2026
Pressenza
Le edicole dismesse tornano a parlare: affissioni in cinque città contro i rapporti tra Eni e Israele
Ieri, a Milano, Ravenna, Roma, Napoli e Salerno, decine di attivisti hanno realizzato una serie di affissioni su edicole dismesse per denunciare le relazioni economiche tra Eni e Israele. L’iniziativa si inserisce in una mobilitazione nazionale che, per la prima volta, ha coinvolto contemporaneamente cinque città italiane, portando nello spazio urbano una riflessione pubblica sul ruolo dell’azienda e sui suoi rapporti con Israele. L’azione è stata realizzata dal gruppo LIBERI, progetto artistico-editoriale nato a Napoli con l’obiettivo di riattivare le edicole abbandonate come luoghi di informazione e partecipazione. Attraverso queste installazioni le serrande abbassate vengono trasformate in spazi di racconto, confronto e dibattito pubblico. In questa occasione, il collettivo napoletano ha sostenuto la campagna di boicottaggio contro Eni promossa da BDS Italia, Ultima Generazione ed Extinction Rebellion, contribuendo a diffonderne i contenuti nelle strade delle cinque città italiane. Secondo i promotori della campagna di boicottaggio, nonostante il recente passo indietro di Eni rispetto al progetto di esplorazione al largo di Gaza, persistono elementi di continuità nelle relazioni industriali e nei flussi energetici riconducibili alla multinazionale che alimentano accuse di complicità con il sistema economico legato all’occupazione dei territori palestinesi e alle operazioni militari genocidarie di Israele nella Striscia di Gaza. Tra i casi segnalati vi è l’accordo societario della filiale britannica di Eni con Ithaca Energy, società controllata al 50,5% da Delek Group, inserita nella blacklist dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani per il coinvolgimento in attività economiche connesse alle colonie israeliane nei territori occupati. A ciò si aggiungono le segnalazioni relative a spedizioni di greggio partite dal terminal ENI di Taranto verso Israele: circa 30.000 tonnellate. «Il passo indietro di Eni è un risultato importante, ma non sufficiente», affermano i promotori della campagna. «Finché resteranno attivi rapporti economici e strategici con soggetti coinvolti nell’occupazione e nell’economia di guerra israeliana, continueremo a chiedere trasparenza, disimpegno e responsabilità. Boicottare, isolare e costringere al disimpegno resta, oggi, lo strumento più efficace per interrompere queste complicità». La denuncia delle complicità di Eni con il regime di occupazione israeliano trova così spazio oggi in luoghi dismessi, abbandonati. In questo modo, le edicole recuperate dal collettivo napoletano Liberi tornano a “parlare” riattivando lo spazio urbano come dispositivo di informazione critica, ma anche come strumento di pressione e mobilitazione collettiva, capace di trasformare luoghi dimenticati della città in presìdi di discussione pubblica e consapevolezza politica. Per informazioni: BDS ITALIA Email: bdscomunicazione@gmail.com sito:https://bdsitalia.org/ IG: https://www.instagram.com/bdsitalia/ LIBERI EDIZIONI Email: liberiedizioni@gmail.com sito: https://liberiedizioni.it/ IG: https://www.instagram.com/liberi_edizioni/ ULTIMA GENERAZIONE Telefono/Whatsapp: +39 379 188 6195 Email: stampa@ultima-generazione.it sito: https://ultima-generazione.com/ IG: https://www.instagram.com/ultima.generazione?utm_source=ultima-generazione.com BDSItalia
June 28, 2026
Pressenza
MANTOVA: INCENDIO AL POLO ENI-VERSALIS, “UNA ZONA POTENZIALMENTE DINAMITARDA”. RISCHIATA LA TRAGEDIA
Sono state domate le fiamme scaturite stamane da un incendio al magazzino di materiale plastico dell’azienda Eni-Versalis. Resta ancora una sparuta nume di fumo ma la situazione è sotto controllo. Le fiamme hanno causato una densa nube di fumo nero, visibile a chilometri di distanza, con gravi rischi per l’ambiente, che restano ancora da valutare. Gli operai sono stati immediatamente evacuati, uno è intossicato. Il presidio interno dei Vigili del fuoco, previsto per legge per questo tipo di aziende ad alto rischio, è prontamente intervenuto. Spostati dai binari della ferrovia Mantova – Monselice, chiusa, tre vagoni contenenti cloruro di titanio, a rischio esplosione. Si è rischiata una tragedia poiché in zona sono presenti numerose aziende del settore petrolchimico, tra le quali Eni Power, cui stabilimento è stato evacuato, l’ex raffineria Ies, che ancora stocca carburanti e la Sapio, che produce ossigeno e idrogeno. Da Mantova sentiamo Federico Chiavolelli, Segretario Organizzativo locale della Filctem-Cgil, che tra l’altro abita a 500 metri dalla zona nella quale è scoppiato l’incendio, che lo stesso Chiavolelli ha definito “potenzialmente dinamitarda”. Ascolta o scarica
June 12, 2026
Radio Onda d`Urto
«Male» Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
di Valentina Fabbri (*) Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione energetica”. Con un video. E domenica 14 giugno a Rimini appuntamento sui diritti della natura. In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole — dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si discute di
Energia: la strategia di Israele e Usa
di Francesco Masi (*). Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Origini, cause ed obiettivi della strategia neocoloniale ed imperialista che vede USA e Israele imporre il tentativo di centralizzazione mondiale delle materie prime energetiche Siamo seduti su una enorme montagna di debiti. Gli economisti stimano che a livello mondiale siamo al massimo storico; si
ReCommon lancia la petizione: «Tassiamo gli extra-profitti delle multinazionali fossili»
ReCommon lancia una petizione per chiedere al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti delle multinazionali fossili, legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai cambiamenti climatici. Solo in questo modo ci si potrà affrancare delle molteplici crisi energetiche che si stanno accavallando anno dopo anno.   Dall’inizio del conflitto tra Iran e Stati Uniti e dal conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, l’Europa sta pagando 500 milioni di euro al giorno in più il suo conto per l’impiego dei combustibili fossili. Intanto i giganti fossili guadagnano 30 milioni di euro in più ogni ora, in base a uno studio pubblicato sul quotidiano britannico Guardian. Questo insieme di fattori ha determinato un forte aumento delle bollette dei cittadini, che in Italia è acuito dal costo già spropositato dell’elettricità: nel 2025 nel nostro Paese si sono pagati 116 €/Mwh, rispetto alla media dell’UE che si attesta a 85 €/Mwh.  Questo perché i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni ci hanno legato mani e piedi all’impiego dei combustibili fossili, a tutto vantaggio delle nostre grandi multinazionali, con in prima fila ENI, che hanno continuato ad accumulare profitti, ostacolando di fatto una reale ed efficace transizione energetica fuori dai fossili.   Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, Le famiglie italiane stanno pagando già 450 euro in più per il caro-energia in atto, tuttavia sempre gli esperti del Fondo prefigurano scenari con rincari fino a 2.270 euro. Come riportato da uno studio dell’organizzazione Transport & Environment, in Italia gli extra-profitti delle compagnie fossili saranno di almeno 4 miliardi di euro – in Europa il totale è 24 miliardi – e parliamo di una valutazione conservativa, perché copre solo il prezzo dei carburanti stradali e non ad esempio del gasolio e del gas metano per riscaldamento.   L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha fatto poco o nulla, se non dichiarazioni di facciata, per arginare questa deriva. Al fine di calmierare il prezzo dei carburanti alla pompa, il governo ha stanziato 1,8 miliardi di euro. Una misura puramente palliativa, pensata solo a brevissimo termine e che continua ignorare il nodo della questione: l’enorme dipendenza del nostro Paese dai combustibili fossili «Gli impatti dell’attuale crisi si faranno sentire per parecchio tempo. Per questo il governo deve agire subito e senza esitazioni, non ascoltando le obiezioni del comparto fossile italiano. L’esperienza della tassa straordinaria imposta dopo la prima crisi energetica del 2022 ci dice che si può fare molto di più e meglio al fine di raccogliere un gettito maggiore e in maniera trasparente e con una chiara destinazione sociale nell’ambito della transizione fuori dalle fonti fossili» hanno dichiarato Simone Ogno e Antonio Tricarico di ReCommon. Re: Common
June 4, 2026
Pressenza