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A Roma protesta contro l’ENI: bloccato l’ingresso all’Auditorium
L’AZIONE DI ULTIMA GENERAZIONE IN UNA GIORNATA IN CUI CRESCE L’ONDA DELLA RABBIA SOCIALE E IL GOVERNO SCHIERA I DRONI ED ESERCITO CONTRO IL DIRITTO MANIFESTARE Il giorno dopo la trimestrale record di Eni, sponsor dell’Accademia di Santa Cecilia, 8 persone di Ultima Generazione si sono stese oggi sulla scalinata dell’ingresso dell’Auditorium della Pace. Erano le 14.30, poco prima della replica del Siegfried di Wagner con cui l’Accademia ha aperto la stagione sinfonica. Coperte da sudari in segno di lutto e da sacchi neri a simboleggiare il petrolio, hanno denunciato la sponsorizzazione di Eni, che ieri ha annunciato 2,8 miliardi di utile nel terzo trimestre, e la partnership con Cassa Depositi e Prestiti. Dopo 15 minuti sono arrivate le forze dell’ordine che hanno spostato le persone dalla scalinata di accesso portandole in questura. L’Accademia di Santa Cecilia è sponsorizzata da Eni e ha come partner Cassa Depositi e Prestiti che oltre alla cultura sponsorizzano gas e petrolio e si arricchiscono con la crisi del carburante. Anna, 21 anni, universitaria, ha dichiarato: “Sono una studentessa, il mio futuro lo stanno ammazzando! Mi stanno levando la voce, mi stanno facendo annegare. Io dovrei studiare, dovrei vivere, e voi dovreste sentirvi la responsabilità dei vostri figli. Questo governo, ENI e CDP dovrebbero sentirsi questa responsabilità. Un giorno io potrei avere dei figli come tutti voi, ma non me lo state dando questo futuro. I vostri soldi vengono usati per ammazzarci. Non è giusto, io combatto per il mio futuro e questo è quello che ci danno! Stiamo morendo, d’estate svengo dal caldo, vi sembra giusto tutto questo?” Bruno, 32 anni, pugliese, ha dichiarato: “Questi sudari simboleggiano il lutto degli autotrasportatori e degli agricoltori del sud che bloccano le strade perché il loro lavoro viene divorato dal caro carburante, il lutto – e la rabbia – delle studentesse e degli studenti e dei giovani delle periferie, lasciati abbandonati in presenza di disagio dinanzi ad un futuro ancora peggiore”. IL GREENWASHING MUSICALE DI ENI E DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI Eni e Cassa Depositi e Prestiti si fanno belli sponsorizzando eventi come questo; usano la cultura per farsi pubblicità. Non sappiamo quanto gli costano queste pubblicità. Sappiamo però che CDP ha finanziato con 650 milioni il gasdotto Mozambique LNG della Total , una di quelle opere che non dovremmo costruire se non vogliamo aggravare la crisi climatica. Sappiamo però quanto ha guadagnato Eni nell’ultimo trimestre: 2,3 miliardi, un miliardo in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Queste mentre gli autotrasportatori fanno la fame perché non riescono a pagare il carburante. La stessa crisi che affama gli uni fa ricchi gli azionisti e i manager del cane a sei zampe; la stessa dipendenza, quella dal gas e dal petrolio, che distrugge il clima e ci porta al collasso sociale, permette a Descalzi e ai suoi colleghi di farsi belli con i rendiconti trimestrali e di distribuire utili agli azionisti. Non è giusto, non è tollerabile. L’azione nonviolenta arriva in giorni di mobilitazione contro il riarmo e il caro prezzi . Il 16 ottobre gli studenti sono scesi in piazza in tutta Italia, 400 mila secondo gli organizzatori, al grido di “soldi alla scuola, non alla guerra”. Il 30 ottobre i portuali di oltre 40 porti europei e del Mediterraneo sciopereranno contro il traffico di armi, e anche gli studenti hanno annunciato la loro adesione. Il 20 novembre è previsto lo sciopero studentesco europeo contro la guerra. Ultima Generazione ci sarà. A SETTEMBRE E’ PARTITA LA NUOVA CAMPAGNA DI ULTIMA GENERAZIONE “Non con i nostri soldi” è la nostra campagna che invita a togliere conti e risparmi dalle banche che finanziano guerre, genocidio e fossili. Sono oltre 9.000 le persone che in pochi giorni hanno aderito a questa chiamata tramite appello. Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui PROSSIMI APPUNTAMENTI: * Online – Oct 25, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Attivati contro la finanza tossica! * Online- Oct 27, 2026, 7:00 pm – 8:30 pm Disinvestiamo dalla finanza tossica! * Cagliari – Oct 29, 2026, 6:00 pm – 7:30 pm Disinvestiamo dalle banche tossiche! * Roma – Nov 13, 2026, 7:00 pm – 9:00 pm Docu-film Come se non ci fosse un domani * Online – Nov 15, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Presentazione online – Non con i nostri soldi! Ultima Generazione
October 24, 2026
Pressenza
Nel pieno della crisi del carburante ENI segna profitti record: +70% in un anno
Mentre il caro energia erode il potere d’acquisto di famiglie e imprese, Eni chiude i primi nove mesi del 2026 con un utile netto rettificato di 6,4 miliardi di euro, il 70% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nel giorno dei risultati, l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha annunciato la proroga fino a dicembre del tetto ai prezzi di benzina e gasolio, lasciando però aperta la possibilità di aumentarne i livelli. Intanto, il gruppo partecipato dallo Stato rafforza la remunerazione degli azionisti. Uno scenario che alimenta lo scontro politico su extraprofitti, accise e prezzi, con le opposizioni che denunciano il contrasto tra l’impoverimento delle famiglie e la crescita dei profitti delle compagnie energetiche. Il colosso partecipato dallo Stato ha chiuso il terzo trimestre con 2,8 miliardi di utile rettificato, il 125% in più su base annua. L’utile netto fa ancora meglio: 7,6 miliardi nei nove mesi (+202%), di cui 3,2 nel solo trimestre estivo (+299%). Cifre sopra le attese degli analisti, con il titolo in rialzo del 5,8% a fine seduta. L’indebitamento finanziario netto, prima delle passività per leasing, è sceso di circa 2,8 miliardi rispetto a fine 2025, attestandosi a 6,7 miliardi. Il gearing pro forma, al 9%, è ai minimi storici. Riviste al rialzo anche le stime sulla produzione di petrolio e gas: crescita tra il 6 e il 7%, non più il 5%. Ne beneficeranno gli azionisti: a dicembre arriverà un dividendo straordinario da 0,46 euro per azione, pari a 1,3 miliardi complessivi, mentre il piano di riacquisto di azioni proprie sale a 3,8 miliardi. Il price cap, in vigore dal 28 settembre e nato come misura di un mese, fissa il gasolio a 2,25 euro al litro e la benzina a 1,99. Per il diesel il livello è più alto di sei centesimi rispetto a quello di partenza, dopo il mancato rinnovo dello sconto sulle accise da parte del governo. Secondo le stime di Eni, le politiche di contenimento dei prezzi, compreso il tetto ai carburanti, avranno un impatto di circa 700 milioni tra marzo e fine anno. Il tetto, però, potrebbe salire ancora: da febbraio, con il conflitto in Iran, gas e petrolio sono rincarati rispettivamente del 180% e del 66% e le quotazioni restano in rialzo. Ip, Q8 e Tamoil hanno seguito l’esempio, coprendo circa metà del mercato, mentre i distributori più piccoli non hanno le risorse per reggere il confronto: così si rafforzano le posizioni dominanti. Evidente il paradosso: i prezzi alla pompa restano alti e non calano in modo significativo, i profitti delle mega-imprese crescono e i salari reali si riducono, nel quadro di un’inflazione al 4,2% che dall’energia fossile si trasmette agli altri settori. Oltre due miliardi spesi per il taglio delle accise non hanno prodotto effetti duraturi sui prezzi. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, i rincari energetici registrati da fine febbraio hanno inciso sull’inflazione italiana più che su quella media dell’area euro, mentre le retribuzioni reali sono nove punti sotto il livello del 2020. Le opposizioni hanno contestato, con posizioni convergenti, una situazione in cui le famiglie faticano sempre più a sostenere il costo della vita mentre le società energetiche vedono aumentare i propri utili, chiedendo una tassa sugli extraprofitti, un tetto ai prezzi esteso all’intera rete e all’extrarete, un taglio effettivo delle accise e misure strutturali per difendere il potere d’acquisto. The post Nel pieno della crisi del carburante ENI segna profitti record: +70% in un anno appeared first on L'Indipendente.
October 24, 2026
L'INDIPENDENTE
CARO ENERGIA, CARO CARBURANTI… COSÌ ENI AUMENTA I PROFITTI DEL 70% IN NOVE MESI
Mentre, in Italia e in tutta Europa, crescono le lotte contro il carovita, il caro-carburanti e la situazione economica sempre più asfissiante per i lavoratori, le lavoratrici e in generale per le classi popolari, i colossi energetici festeggiano i loro extraprofitti. È il caso dell’italiana Eni, che ha reso note le entrate dei primi nove mesi dell’anno. In sostanza, il bilancio ci dice che Eni ha aumentato i propri profitti del 70% sullo stesso periodo dello scorso anno, il 2025. In questi primi nove mesi dell’anno, l’utile di Eni è stato di 6,4 miliardi di euro. Se si guarda soltanto al terzo trimestre, Eni ha aumentato i suoi utili del 125% rispetto all’anno scorso, superando addirittura anche gli altri colossi del fossile, che nell’ultimo anno hanno aumentato i propri guadagni “solo” del 75%, passando da 43 a 75 miliardi complessivi di utili. Su Radio Onda d’Urto abbiamo commentato la notizia con Eva Pastorelli di ReCommon, che nel giugno 2026 ha lanciato la petizione “Tassiamo gli extra-profitti delle multinazionali fossili” per chiedere al governo “misure concrete per avviare una vera transizione energetica”. Ascolta o scarica.
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto
ONDA ANOMALA: ITALIA CONTROCORRENTE SU RINNOVABILI E CONSUMO DEL SUOLO
“Onda Anomala” notizie eventi e movimenti dal clima che cambia, trasmissione quindicinale in onda il martedi alle 18.45 all’interno della “Cassetta degli attrezzi” e in replica il giorno seguente alle 6.30. Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo. Il 7 ottobre il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la proposta di Piano di ripristino della natura (Pnr). La bozza del piano, presentata in ritardo dal Ministero dell’Ambiente (MASE) alla Commissione Europea, ha subito pesanti modifiche: ben 15 delle 23 misure inizialmente proposte dall’ISPRA sono state completamente cancellate, con un drastico indebolimento dei vincoli ecologici, specialmente nelle aree urbane. Su questo abbiamo raccolto l’analisi di Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale al Politecnico di Milano ed editorialista di Altreconomia.Ascolta o scarica  Quali in particolare le modifiche contestate? L’analisi si concentra in particolare sull’Articolo 8, relativo al ripristino degli ecosistemi urbani: molte disposizioni vincolanti sono state declassate a semplici suggerimenti, trasformando i verbi legali da “devono” a “possono” o “si auspica”. Quello che era inizialmente una depavimentazione obbligatoria, vale a dire misure stringenti che miravano a rimuovere l’asfalto e il cemento per restituire suolo alla natura (ad esempio nei cortili scolastici) sono state ridotte a “deimpermeabilizzazioni” facoltative. Pileri evidenzia come questo forte ridimensionamento sia nato anche dal pressing dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e dei costruttori, preoccupati che l’introduzione di nuovi vincoli potesse bloccare i piani urbanistici esistenti e le trasformazioni edilizie già consolidate. Pileri definisce questa scelta “antistorica”. Senza misure vincolanti di depavimentazione e tutela del suolo, i 2.761 Comuni italiani coinvolti si troveranno privati di uno scudo legale per respingere le speculazioni dei privati e saranno esponenzialmente più vulnerabili ai danni economici e idrogeologici causati dagli eventi climatici estremi. Italia controcorrente anche sulle rinnovabili: mentre a livello globale aumentano i sussidi alle rinnovabili SACE alimenta gli extra-profitti fossili. Come? Ce lo spiega Simone Ogno di ReCommon. Ascolta o scarica  Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva uno studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil\&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese Total Energiese. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e anche Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. In sostanza invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti in atto. Onda Anomala: Italia controcorrente su rinnovabili e consumo del suolo Ascolta o scarica 
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
24 ottobre, mobilitiamoci contro il nucleare
di Ecoresistenze Il governo ha approvato la legge delega sul nucleare: fermiamoli! Mobilitiamoci su tutti i territori contro il ritorno del nucleare in Italia!   Nella Giornata Internazionale Contro i Cambiamenti Climatici, il 24 ottobre, affermiamo chiaro e tondo che IL NUCLEARE È INSOSTENIBILE! Il Governo ha appena convertito in legge il quadro normativo per la reintroduzione del nucleare in
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Vietato criticare ENI: la multinazionale diffida un avvocato per dei video su Instagram
Commentare sui social network le strategie commerciali di un colosso energetico può costare una richiesta di cancellazione dei contenuti e una rettifica da concordare con l’azienda. È quanto accaduto all’avvocato romano Riccardo Veli, raggiunto da una diffida di ENI dopo aver pubblicato sul proprio account Instagram tre video dedicati al tetto sui carburanti e allo sconto sulle bollette. La società denuncia argomentazioni diffamatorie, mentre Veli si difende rivendicando il diritto di critica e dicendo no alla rimozione dei video. La vicenda riporta al centro il rapporto tra potere economico e libertà di espressione: l’Italia ha appena recepito le norme europee contro le cause bavaglio, ma lo ha fatto con un provvedimento che escluderebbe nove casi su dieci. Nel primo video contestato, datato 26 settembre, Veli è partito dal price cap lanciato da ENI a fine settembre – con il tetto di 2,19 euro al litro per il gasolio e di 1,99 per la benzina e lo sconto del 30% su luce e gas – per parlare di scorte. «A fine 2025 ENI aveva in magazzino 3,8 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi», ha dichiarato l’avvocato, aggiungendo che in Italia devono essere garantite riserve pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette. Il prezzo alla pompa, ha sostenuto, non dipende solo dal petrolio del giorno, ma anche da contratti e forniture già programmati. «E qui arriva il trucco – ha detto nel video -, se alzano troppo il prezzo a un certo punto la gente consuma meno». Gli altri due filmati riguardano le bollette: dietro lo sconto, ipotizza l’avvocato, ci sarebbero il timore di perdere clienti e quello di un’imposta sugli extraprofitti. Come riferito da Veli, ENI ha risposto con una diffida, inviata all’avvocato tramite uno studio milanese, chiedendo di cancellare subito i contenuti e di pubblicare una rettifica da concordare in anticipo, annunciando altrimenti azioni giudiziarie, richiesta di risarcimento e un ricorso urgente per far rimuovere i contenuti. In merito alle scorte, ENI sostiene che «la riserva obbligatoria non può essere venduta»; i video sulle bollette, invece, conterrebbero «affermazioni false» diffuse «con il solo scopo di screditare l’operato della società», senza però dare ulteriori specifiche. Gli effetti negativi, causati in particolare dal filmato sul price cap, sarebbero secondo il colosso petrolifero già visibili, essendo apparso un cartello con la scritta «ENI! Non generosità ma farsa» fuori da una stazione Enilive di Massa, poi fatto rimuovere dai carabinieri. Il nesso causale con i video, tuttavia, è tutto da dimostrare. La società ha negato di monitorare sistematicamente i social: il primo filmato sarebbe apparso casualmente – forse per le combinazioni algoritmiche – a un suo addetto alla comunicazione. L’avvocato Veli, a ogni modo, non ha intenzione di rimuovere i contenuti non graditi ad ENI. «Non ho formulato accuse personali né intrapreso campagne contro l’azienda», ha spiegato, affermando di aver voluto solo rendere comprensibili dinamiche economiche assenti dalle comunicazioni della società. Attraverso il suo legale ha inoltre evidenziato di non aver mai attribuito a ENI un uso illecito delle scorte obbligatorie: la lettura della società sarebbe «estensiva», non corrispondendo al «tenore letterale del contenuto». Le sue parole sono, per la difesa, «espressione di opinione, commento e critica», tutelate dalla libertà di manifestazione del pensiero. La vicenda va in scena mentre l’Italia ha appena recepito, peraltro con enorme ritardo, la direttiva UE 2024/1069 contro le SLAPP, le azioni legali temerarie usate per intimidire giornalisti, attivisti e whistleblower. Il decreto però protegge solo i casi transfrontalieri e i procedimenti civili, lasciando fuori quelli domestici e quelli penali, inclusa la diffamazione. Quest’ultima rappresenta in Italia lo strumento più utilizzato per intimidire giornalisti, attivisti e cittadini impegnati nel dibattito pubblico (mentre in gran parte dei Paesi d’Europa è stata depenalizzata). Secondo il decreto, inoltre, basta che attore e convenuto siano domiciliati in Italia per escludere le tutele: in tal modo, anche una controversia con elementi sostanzialmente internazionali rischia di essere considerata non transfrontaliera se entrambe le parti risiedono in Italia. Secondo i dati raccolti da Case (Coalition Against Slapp in Europe) – coalizione di 17 organizzazioni della società civile – le SLAPP transfrontaliere censite rappresentano meno del 10% del totale europeo. I processi penali, invece, costituiscono circa un quinto delle azioni temerarie registrate fino alla fine del 2024. CASE ha fatto sapere che porterà la questione alla Commissione europea, mentre il 22 ottobre scenderà in piazza a Roma per chiedere maggiori tutele. The post Vietato criticare ENI: la multinazionale diffida un avvocato per dei video su Instagram appeared first on L'Indipendente.
October 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Eni, “sconti” sul carburante per coprire gli extraprofitti?
Ad Antonio Tricarico, autore di diversi articoli su Recommon, abbiamo chiesto un commento sugli extra profitti che Eni (ma anche altre Big Oil) hanno incassato negli ultimi mesi, nel bel pieno della crisi energetica. Come seconda cosa, gli abbiamo chiesto di commentare la scelta di Eni di stabilire un tetto al prezzo del carburante. Quali possono essere le promesse fatte dal governo per ottenere questa misura palliativa? Oltre all’aumento della quotazione in borsa e al guadagno d’immagine, cos’altro ha ottenuto Eni con questa mossa? Ascolta la diretta:
October 6, 2026
Radio Blackout - Info
2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia frenata dalle fossili L’Italia, invece, continua ad accodarsi a politiche centrate su gas e petrolio. Pesa la forte influenza degli interessi petroliferi, a partire dall’azienda a controllo pubblico Eni, che orienta ancora le scelte strategiche del paese verso nuove infrastrutture fossili. È una scommessa sul passato. Il rischio è restare indietro nell’intero comparto industriale, nella ricerca e nell’innovazione di processo e di prodotto. I numeri mostrano il ritardo. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico italiano, 132,3 su 322,6 terawattora. Solare ed eolico hanno raggiunto 57 gigawatt installati, contro i 107,3 previsti al 2030 dal Piano nazionale per l’energia e il clima. Eppure, l’Italia ha uno dei potenziali solari ed eolici più alti del continente, è il terzo mercato manifatturiero d’Europa ed è tra i paesi più esposti agli effetti del riscaldamento. C’è anche una questione di giustizia verso chi verrà dopo. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. È il principio che il filosofo Hans Jonas aveva formulato come un nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Una politica energetica che rinvia la transizione per difendere le rendite fossili non rispetta questo principio.   IL PERCORSO: UN PIANO 100% RINNOVABILE AL 2045 L’Italia ha bisogno di un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045. L’obiettivo è più ambizioso di quello europeo, perché riguarda l’intero sistema energetico: elettricità, calore, trasporti, industria e agricoltura. Deve poggiare su una misura verificabile, la copertura rinnovabile dei consumi finali, con un controllo ora per ora che il sistema regga la domanda. Non basta che un combustibile sia rinnovabile sulla carta: deve esserlo lungo tutta la catena che lo produce. Il Piano che proponiamo si regge su cinque leve, da usare insieme: 1. Consumare meglio: riqualificare gli edifici, diffondere le pompe di calore, rendere efficienti i processi industriali e potenziare la mobilità collettiva. 2. Elettrificare: sostituire gli usi fossili con elettricità rinnovabile, riservando idrogeno verde e biocombustibili agli usi più difficili. 3. Produrre sul territorio: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico a terra e in mare, compatibili con paesaggio e comunità locali. 4. Rendere flessibile il sistema: reti digitali, batterie, pompaggi, interconnessioni e accumuli stagionali. 5. Governare la transizione: autorizzazioni con tempi certi, partecipazione locale, missioni pubbliche vincolanti per Enel, Eni ed Enea e un fondo nazionale dedicato. Il cammino si divide in tre fasi. Tra il 2027 e il 2029 si sbloccano le autorizzazioni, si recupera il ritardo sugli obiettivi 2030, si avviano le filiere industriali di batterie, elettrolizzatori, cavi e inverter e si proteggono le famiglie vulnerabili. Tra il 2030 e il 2035 si scala: espansione massiccia di solare ed eolico, pompe di calore, mobilità elettrica e primi corridoi industriali a idrogeno verde. Tra il 2036 e il 2045 si chiudono gli usi fossili residui e si verifica la tenuta del sistema su più anni. Ogni fase va verificata prima di passare alla successiva, come la Commissione europea farà ogni due anni. Se le verifiche lo consentono, il traguardo può e deve essere anticipato: ogni anno guadagnato vale importazioni evitate, aria più pulita e bollette più leggere. UN ASSE STRATEGICO PER IL PAESE Dotarsi di un Piano al 2045 non può restare un capitolo tecnico della politica energetica. Deve diventare il punto qualificante della strategia del Paese: energetica, certo, ma anche economica e sociale. È dal modo in cui produciamo e usiamo l’energia che dipendono il costo della vita delle famiglie, la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la salute dei territori. Per questo il Piano è prima di tutto uno strumento di giustizia sociale e ambientale. Gli effetti dell’inquinamento, degli eventi estremi e della povertà energetica colpiscono per primi i più vulnerabili, e ciò va contro il principio di uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione. Una transizione ben governata può invertire questa tendenza: bollette più basse, case più sane, lavoro qualificato distribuito anche nel Mezzogiorno e nelle aree interne, comunità energetiche che restituiscono valore ai territori. Un asse strategico di questa portata chiede una scelta politica chiara.  > In vista delle prossime elezioni politiche, tutte le forze in campo dovrebbero > confrontarsi apertamente sul Piano 100% rinnovabile al 2045 e prendere > posizione: con quali obiettivi, quali tappe, quali risorse e quale ruolo per > le grandi aziende energetiche pubbliche.  Lo stesso vale per eventuali primarie, che possono essere il primo banco di prova. Gli elettori hanno il diritto di sapere chi intende guidare il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare.   UNA SCELTA CHE CONVIENE La transizione non è un costo da sopportare. I benefici in importazioni evitate, salute pubblica e lavoro qualificato superano largamente i costi, mentre il rischio climatico non gestito diventa esso stesso un rischio per il debito sovrano. Un pozzo di petrolio si esaurisce; un impianto solare o eolico produce per trenta o quarant’anni con costi marginali vicini allo zero, e più la tecnologia si diffonde più i costi scendono. L’economista Amartya Sen ha scritto che lo sviluppo è «un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Una transizione che riduce la povertà energetica, rigenera i territori e distribuisce lavoro in modo più equo è sviluppo in questo senso pieno. Se l’Italia la realizzerà con decisione, il suo esempio potrà essere imitato e innescare un circolo virtuoso opposto all’effetto domino delle crisi di oggi. Il tempo per decidere, però, si sta esaurendo. ____ FEDERICO MARIA BUTERA (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. 1/ ITALIA 100% RINNOVABILE ENTRO IL 2045, UN OBIETTIVO INDIFFERIBILE, ANCHE PER LE PRIMARIE. «IL CLIMA STA PRECIPITANDO»   Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
1/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
La crisi climatica «non è un problema futuro, è un problema attuale». Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Nella modernità industriale «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Un effetto domino sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. Sotto l’influenza dell’Eni (che allunga a Meloni qualche mancetta che la gira per qualche mese agli automobilisti), l’Italia si accoda a politiche centrate su gas e petrolio. Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia deve arrivare a un sistema energetico alimentato al 100% da fonti rinnovabili entro il 2045, e dovrebbe provare a farlo prima. Non è più una scelta tra tante: è una priorità economica, sociale, industriale e geopolitica che nessun governo può permettersi di rinviare. Lo impongono i dati sul clima, che descrivono un sistema non più in lento peggioramento ma vicino a soglie oltre le quali precipita in una condizione diversa e non reversibile. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con +1,60 °C rispetto all’era preindustriale. Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati, e la media del triennio 2023-2025 ha superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata a Parigi. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Il Global Tipping Points Report 2025 conclude che le barriere coralline tropicali hanno già superato la prima soglia di cambiamento irreversibile, e che una ventina di altri sistemi, dall’Amazzonia alla circolazione atlantica, si avvicinano a soglie analoghe. Il ghiaccio marino antartico ha appena registrato il terzo picco invernale più basso dal 1979. Come ha detto la ricercatrice Ariaan Purich della Monash University, «non è un problema futuro, è un problema attuale». Anche l’economia paga il conto: nel 2025 i disastri naturali hanno causato danni per circa 224 miliardi di dollari, e le banche centrali stimano fino al 15% di Pil globale a rischio al 2050 in caso di inazione. UN TUNNEL GEOPOLITICO PERICOLOSO Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Le condizioni internazionali sono entrate in un tunnel pericoloso per l’economia globale, fatto di guerre, rotte di approvvigionamento contese e prezzi dell’energia sempre più volatili. I più esposti sono i paesi che importano gran parte dell’energia che consumano. L’Italia e l’Europa sono in prima fila. La dipendenza dai combustibili fossili trasferisce reddito verso i paesi produttori, alimenta conflitti per il controllo di giacimenti e rotte e scarica ogni shock sulle famiglie e sulle imprese più fragili. Ulrich Beck aveva descritto la modernità industriale avanzata come una società del rischio, in cui le crisi non restano confinate dove nascono ma si propagano e si intrecciano, al punto che «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Oggi quell’effetto domino è sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Le rinnovabili non cancellano ogni interdipendenza, perché servono materie prime, componenti e capitali. Ma cambiano la natura della vulnerabilità. Si passa da un combustibile da comprare ogni giorno sui mercati internazionali a un’infrastruttura durevole, riparabile e alimentata da risorse nazionali: il sole e il vento non si esauriscono e non si possono mettere sotto embargo. È questa la vera sovranità energetica, non l’autarchia.   LE FONTI RINNOVABILI AMBASCIATRICI DI PACE Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. La richiede per due ragioni. La prima è che occorre un accordo globale: tutti insieme, tutti i paesi del mondo, devono cessare le emissioni di gas serra, perché se qualcuno non lo fa l’obiettivo non viene raggiunto e sono danneggiati tutti. La seconda è che la guerra è una forte sorgente di gas serra: vengono emessi per costruire gli armamenti e per farli funzionare, per distruggerli e per ricostruirli, per distruggere edifici, ponti, strade e ricostruirli. Si stima che le forze armate mondiali, per il solo fatto di esistere, generino il 5,5% delle emissioni globali. Se si aggiungono le guerre in corso ci si avvicina al 6%. Se le forze armate fossero un paese, sarebbero il quarto emettitore, dopo Cina, Usa e India e prima della Russia. Pace e rinnovabili: un binomio inscindibile. LA LEZIONE DELLA GERMANIA Il 23 settembre 2026 il governo tedesco ha presentato una tabella di marcia per abbandonare petrolio, carbone e gas in energia, industria, edilizia e trasporti entro il 2045. La quota di rinnovabili nella produzione elettrica dovrà salire dal 55% all’80% già entro il 2030, con altri 12 GW di eolico a terra e 215 GW di solare. L’uscita dal carbone è confermata al 2038, con la possibilità di anticiparla al 2035. Dopo Francia e Paesi Bassi, la Germania è il terzo paese europeo a dotarsi di un piano nazionale di questo tipo. La scelta della principale economia europea chiama direttamente in causa l’Italia, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno. Berlino non accelera per idealismo, ma perché ha compreso che la competitività industriale dei prossimi decenni dipenderà dal costo e dalla sicurezza dell’energia pulita. I Paesi capaci di produrre elettricità rinnovabile a basso costo attireranno fabbriche, centri di ricerca e filiere tecnologiche innovative; quelli ancora dipendenti dalle fonti fossili importate sosterranno costi maggiori e avranno un peso economico e politico minore. Anche il quadro europeo procede nella stessa direzione. La nuova Legge europea sul clima, approvata dal Parlamento il 5 febbraio 2026, stabilisce una riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040. Restare fermi, come fa il governo Meloni, significa rischiare l’esclusione dal mercato unico dell’energia pulita che si sta formando. In questo scenario il governo punta sui piccoli reattori nucleari modulari, gli Smr, di cui non esiste un solo esemplare costruito in tutto il mondo occidentale, e quindi non si conoscono né costi né tempi di realizzazione. Sono uno scoperto tentativo di dare vita a una infrastruttura energetica nelle mani di pochi, replicando i modelli organizzativi del capitalismo fossile, che continua a battersi per non soccombere. (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
Lo sconto di Eni cancella la tassa sugli extra-profitti?
Eni, e in rapida successione IP e Q8, hanno fissato un tetto temporaneo ai prezzi dei carburanti alla pompa. Secondo vari media è stata proprio la premier Giorgia Meloni a sollecitare l’ad di Eni, Claudio Descalzi, a fare qualcosa per alleviare il peso della crisi energetica sulle tasche dei cittadini. La mossa di Eni arriva in un momento topico per la discussione sull’imposizione di una tassa specifica sugli extra-profitti che le grandi società energetiche stanno accumulando in seguito all’aumento del prezzo di petrolio e gas sui mercati mondiali in seguito all’aggressione statunitense e israeliana di fine febbraio 2026. -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Profitti in eccesso generati non per la sapienza dei manager delle società ma semplicemente per fattori esogeni e non dovuti al loro operato, che nella letteratura economica anglosassone sono chiamati “windfall profits”. Dalla trimestrale del periodo aprile-giugno 2026, Eni ha riportato un raddoppio dell’utile netto su base annua. Facendo una proiezione a partire dai dati 2025, se la situazione di crisi permanesse fino a fine anno Eni potrebbe generare un utile netto di circa 10 miliardi di euro nell’anno in corso. Pur lasciando un margine di discrezione e ricordando che la stragrande maggioranza dei profitti della società sono ancora generati dal business dell’estrattivismo fossile, questo vorrebbe significare un extra-profitto di 4,5 miliardi di euro, che tassato al 33 per cento genererebbe un introito di 1,5 miliardi di euro. Ma nulla proibisce l’imposizione di un’aliquota maggiore. Quindi il “contributo di solidarietà” volontario di Eni è davvero poca roba rispetto a quello che lo Stato potrebbe riscuotere con una tassazione dei profitti generati in seguito alla crisi. Facendo due calcoli sulla base di dati pubblici, con lo “sconto alla pompa” Eni ci rimette circa 100 milioni di euro al mese. Essendo però un’azienda integrata che opera in ogni settore della filiera petrolifera, dall’estrazione alla vendita passando per la raffinazione, la società avrebbe ampi margini per compensare il mancato introito. Ad esempio, Eni vende anche il petrolio che va nelle raffinerie e i derivanti prodotti finiti. Senza considerare il trading finanziario dell’azienda che accompagna ogni passaggio lungo tutta la filiera degli idrocarburi. Non è un caso che chi critica la mossa di Eni da un punto di vista di mercato sono proprio i competitor che non hanno una presenza in tutti i segmenti della filiera. Si aggiunga che Eni si è già impegnata a dare un extra-dividendo ai suoi azionisti riguardo ai risultati del 2026 se il prezzo del greggio rimarrà sopra un certo livello. Situazione che continua a verificarsi, e quindi la decisione di Eni sul prezzo di vendita dei carburanti non impatta in ogni caso tale decisione, ne contrarierà alcun azionista. Questa presunta beneficenza va quindi rispedita al mittente, e chiesto con ancora maggiore forza al governo di prendersi le proprie responsabilità e tassare gli extra-profitti fossili di Eni e delle altre società energetiche italiane.
October 2, 2026
ReCommon