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2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia frenata dalle fossili L’Italia, invece, continua ad accodarsi a politiche centrate su gas e petrolio. Pesa la forte influenza degli interessi petroliferi, a partire dall’azienda a controllo pubblico Eni, che orienta ancora le scelte strategiche del paese verso nuove infrastrutture fossili. È una scommessa sul passato. Il rischio è restare indietro nell’intero comparto industriale, nella ricerca e nell’innovazione di processo e di prodotto. I numeri mostrano il ritardo. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico italiano, 132,3 su 322,6 terawattora. Solare ed eolico hanno raggiunto 57 gigawatt installati, contro i 107,3 previsti al 2030 dal Piano nazionale per l’energia e il clima. Eppure, l’Italia ha uno dei potenziali solari ed eolici più alti del continente, è il terzo mercato manifatturiero d’Europa ed è tra i paesi più esposti agli effetti del riscaldamento. C’è anche una questione di giustizia verso chi verrà dopo. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. È il principio che il filosofo Hans Jonas aveva formulato come un nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Una politica energetica che rinvia la transizione per difendere le rendite fossili non rispetta questo principio.   IL PERCORSO: UN PIANO 100% RINNOVABILE AL 2045 L’Italia ha bisogno di un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045. L’obiettivo è più ambizioso di quello europeo, perché riguarda l’intero sistema energetico: elettricità, calore, trasporti, industria e agricoltura. Deve poggiare su una misura verificabile, la copertura rinnovabile dei consumi finali, con un controllo ora per ora che il sistema regga la domanda. Non basta che un combustibile sia rinnovabile sulla carta: deve esserlo lungo tutta la catena che lo produce. Il Piano che proponiamo si regge su cinque leve, da usare insieme: 1. Consumare meglio: riqualificare gli edifici, diffondere le pompe di calore, rendere efficienti i processi industriali e potenziare la mobilità collettiva. 2. Elettrificare: sostituire gli usi fossili con elettricità rinnovabile, riservando idrogeno verde e biocombustibili agli usi più difficili. 3. Produrre sul territorio: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico a terra e in mare, compatibili con paesaggio e comunità locali. 4. Rendere flessibile il sistema: reti digitali, batterie, pompaggi, interconnessioni e accumuli stagionali. 5. Governare la transizione: autorizzazioni con tempi certi, partecipazione locale, missioni pubbliche vincolanti per Enel, Eni ed Enea e un fondo nazionale dedicato. Il cammino si divide in tre fasi. Tra il 2027 e il 2029 si sbloccano le autorizzazioni, si recupera il ritardo sugli obiettivi 2030, si avviano le filiere industriali di batterie, elettrolizzatori, cavi e inverter e si proteggono le famiglie vulnerabili. Tra il 2030 e il 2035 si scala: espansione massiccia di solare ed eolico, pompe di calore, mobilità elettrica e primi corridoi industriali a idrogeno verde. Tra il 2036 e il 2045 si chiudono gli usi fossili residui e si verifica la tenuta del sistema su più anni. Ogni fase va verificata prima di passare alla successiva, come la Commissione europea farà ogni due anni. Se le verifiche lo consentono, il traguardo può e deve essere anticipato: ogni anno guadagnato vale importazioni evitate, aria più pulita e bollette più leggere. UN ASSE STRATEGICO PER IL PAESE Dotarsi di un Piano al 2045 non può restare un capitolo tecnico della politica energetica. Deve diventare il punto qualificante della strategia del Paese: energetica, certo, ma anche economica e sociale. È dal modo in cui produciamo e usiamo l’energia che dipendono il costo della vita delle famiglie, la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la salute dei territori. Per questo il Piano è prima di tutto uno strumento di giustizia sociale e ambientale. Gli effetti dell’inquinamento, degli eventi estremi e della povertà energetica colpiscono per primi i più vulnerabili, e ciò va contro il principio di uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione. Una transizione ben governata può invertire questa tendenza: bollette più basse, case più sane, lavoro qualificato distribuito anche nel Mezzogiorno e nelle aree interne, comunità energetiche che restituiscono valore ai territori. Un asse strategico di questa portata chiede una scelta politica chiara.  > In vista delle prossime elezioni politiche, tutte le forze in campo dovrebbero > confrontarsi apertamente sul Piano 100% rinnovabile al 2045 e prendere > posizione: con quali obiettivi, quali tappe, quali risorse e quale ruolo per > le grandi aziende energetiche pubbliche.  Lo stesso vale per eventuali primarie, che possono essere il primo banco di prova. Gli elettori hanno il diritto di sapere chi intende guidare il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare.   UNA SCELTA CHE CONVIENE La transizione non è un costo da sopportare. I benefici in importazioni evitate, salute pubblica e lavoro qualificato superano largamente i costi, mentre il rischio climatico non gestito diventa esso stesso un rischio per il debito sovrano. Un pozzo di petrolio si esaurisce; un impianto solare o eolico produce per trenta o quarant’anni con costi marginali vicini allo zero, e più la tecnologia si diffonde più i costi scendono. L’economista Amartya Sen ha scritto che lo sviluppo è «un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Una transizione che riduce la povertà energetica, rigenera i territori e distribuisce lavoro in modo più equo è sviluppo in questo senso pieno. Se l’Italia la realizzerà con decisione, il suo esempio potrà essere imitato e innescare un circolo virtuoso opposto all’effetto domino delle crisi di oggi. Il tempo per decidere, però, si sta esaurendo. ____ FEDERICO MARIA BUTERA (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. 1/ ITALIA 100% RINNOVABILE ENTRO IL 2045, UN OBIETTIVO INDIFFERIBILE, ANCHE PER LE PRIMARIE. «IL CLIMA STA PRECIPITANDO»   Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
1/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
La crisi climatica «non è un problema futuro, è un problema attuale». Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Nella modernità industriale «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Un effetto domino sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. Sotto l’influenza dell’Eni (che allunga a Meloni qualche mancetta che la gira per qualche mese agli automobilisti), l’Italia si accoda a politiche centrate su gas e petrolio. Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia deve arrivare a un sistema energetico alimentato al 100% da fonti rinnovabili entro il 2045, e dovrebbe provare a farlo prima. Non è più una scelta tra tante: è una priorità economica, sociale, industriale e geopolitica che nessun governo può permettersi di rinviare. Lo impongono i dati sul clima, che descrivono un sistema non più in lento peggioramento ma vicino a soglie oltre le quali precipita in una condizione diversa e non reversibile. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con +1,60 °C rispetto all’era preindustriale. Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati, e la media del triennio 2023-2025 ha superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata a Parigi. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Il Global Tipping Points Report 2025 conclude che le barriere coralline tropicali hanno già superato la prima soglia di cambiamento irreversibile, e che una ventina di altri sistemi, dall’Amazzonia alla circolazione atlantica, si avvicinano a soglie analoghe. Il ghiaccio marino antartico ha appena registrato il terzo picco invernale più basso dal 1979. Come ha detto la ricercatrice Ariaan Purich della Monash University, «non è un problema futuro, è un problema attuale». Anche l’economia paga il conto: nel 2025 i disastri naturali hanno causato danni per circa 224 miliardi di dollari, e le banche centrali stimano fino al 15% di Pil globale a rischio al 2050 in caso di inazione. UN TUNNEL GEOPOLITICO PERICOLOSO Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Le condizioni internazionali sono entrate in un tunnel pericoloso per l’economia globale, fatto di guerre, rotte di approvvigionamento contese e prezzi dell’energia sempre più volatili. I più esposti sono i paesi che importano gran parte dell’energia che consumano. L’Italia e l’Europa sono in prima fila. La dipendenza dai combustibili fossili trasferisce reddito verso i paesi produttori, alimenta conflitti per il controllo di giacimenti e rotte e scarica ogni shock sulle famiglie e sulle imprese più fragili. Ulrich Beck aveva descritto la modernità industriale avanzata come una società del rischio, in cui le crisi non restano confinate dove nascono ma si propagano e si intrecciano, al punto che «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Oggi quell’effetto domino è sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Le rinnovabili non cancellano ogni interdipendenza, perché servono materie prime, componenti e capitali. Ma cambiano la natura della vulnerabilità. Si passa da un combustibile da comprare ogni giorno sui mercati internazionali a un’infrastruttura durevole, riparabile e alimentata da risorse nazionali: il sole e il vento non si esauriscono e non si possono mettere sotto embargo. È questa la vera sovranità energetica, non l’autarchia.   LE FONTI RINNOVABILI AMBASCIATRICI DI PACE Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. La richiede per due ragioni. La prima è che occorre un accordo globale: tutti insieme, tutti i paesi del mondo, devono cessare le emissioni di gas serra, perché se qualcuno non lo fa l’obiettivo non viene raggiunto e sono danneggiati tutti. La seconda è che la guerra è una forte sorgente di gas serra: vengono emessi per costruire gli armamenti e per farli funzionare, per distruggerli e per ricostruirli, per distruggere edifici, ponti, strade e ricostruirli. Si stima che le forze armate mondiali, per il solo fatto di esistere, generino il 5,5% delle emissioni globali. Se si aggiungono le guerre in corso ci si avvicina al 6%. Se le forze armate fossero un paese, sarebbero il quarto emettitore, dopo Cina, Usa e India e prima della Russia. Pace e rinnovabili: un binomio inscindibile. LA LEZIONE DELLA GERMANIA Il 23 settembre 2026 il governo tedesco ha presentato una tabella di marcia per abbandonare petrolio, carbone e gas in energia, industria, edilizia e trasporti entro il 2045. La quota di rinnovabili nella produzione elettrica dovrà salire dal 55% all’80% già entro il 2030, con altri 12 GW di eolico a terra e 215 GW di solare. L’uscita dal carbone è confermata al 2038, con la possibilità di anticiparla al 2035. Dopo Francia e Paesi Bassi, la Germania è il terzo paese europeo a dotarsi di un piano nazionale di questo tipo. La scelta della principale economia europea chiama direttamente in causa l’Italia, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno. Berlino non accelera per idealismo, ma perché ha compreso che la competitività industriale dei prossimi decenni dipenderà dal costo e dalla sicurezza dell’energia pulita. I Paesi capaci di produrre elettricità rinnovabile a basso costo attireranno fabbriche, centri di ricerca e filiere tecnologiche innovative; quelli ancora dipendenti dalle fonti fossili importate sosterranno costi maggiori e avranno un peso economico e politico minore. Anche il quadro europeo procede nella stessa direzione. La nuova Legge europea sul clima, approvata dal Parlamento il 5 febbraio 2026, stabilisce una riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040. Restare fermi, come fa il governo Meloni, significa rischiare l’esclusione dal mercato unico dell’energia pulita che si sta formando. In questo scenario il governo punta sui piccoli reattori nucleari modulari, gli Smr, di cui non esiste un solo esemplare costruito in tutto il mondo occidentale, e quindi non si conoscono né costi né tempi di realizzazione. Sono uno scoperto tentativo di dare vita a una infrastruttura energetica nelle mani di pochi, replicando i modelli organizzativi del capitalismo fossile, che continua a battersi per non soccombere. (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
Forlì: la lotta dei cittadini contro l’impianto di accumulo elettrochimico
A Forlì i cittadini sono in mobilitazione contro il maxi impianto di accumulo elettrochimico (BESS) che potrebbe sorgere in località Malmissole. La struttura immagazzina l’energia elettrica in batterie ricaricabili, per una potenza massima di 100 MW, salvo poi rilasciarla all’occorrenza. I cittadini — riuniti nel Comitato di Poggio, Malmissole e Durazzanine — chiedono all’amministrazione comunale di abbandonare il progetto, avanzando una serie di criticità, a partire dai rischi geologici. I 3,5 ettari interessati dall’impianto rientrerebbero infatti in un’area di potenziale allagamento. A nemmeno due chilometri di distanza è già in programma la realizzazione di un altro impianto BESS, vicino alla stazione elettrica gestita da Terna, che vorrebbe farne il punto di arrivo della Dorsale Adriatica, un’infrastruttura energetica lunga 600km, da Foggia a Forlì. Quello che la RNE19 Srl ha in mente per Forlì, in località Malmissole, è un nuovo impianto di accumulo elettrochimico (BESS), in un’area di 3 ettari e mezzo dove realizzare 18 isole BESS, composte ciascuna da una stazione di ricarica e da 8 container di accumulo, da posizionare su basi di cemento armato. L’impianto BESS immagazzina infatti l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, rilasciandola quando la rete ne ha necessità. Per il momento, il progetto da 100 MW è fermo alla carta. L’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna (ARPAE) deve ancora esprimersi nel merito. Il Comitato di Poggio, Malmissole e Durazzanine ha deciso di giocare in anticipo, sollecitando l’ente tramite il deposito di un «Atto Unico di Opposizione Tecnica e Legale», trasmesso anche al Comune di Forlì e alle varie istituzioni coinvolte nella Conferenza dei Servizi. All’interno del documento, elaborato con il supporto di tecnici, vengono elencate le presunte criticità del progetto targato RNE19: dall’impatto ambientale ai rischi geologici. Quella scelta dal proponente — denuncia il comitato — è un’area a rischio idraulico e sismico. Dito puntato anche contro le prescrizioni anti-incendio previste dal progetto e ritenute insufficienti dai cittadini, perché prive di qualsiasi calcolo sullo sfogo della sovrapressione in caso di esplosione. Le critiche alla documentazione tecnica riguardano anche la classificazione, come rifiuti non pericolosi, dei container di accumulo esausti. Un capitolo a parte è dedicato alla questione urbanistica, a partire dai dubbi relativi alla viabilità. Il perimetro del progetto si inserisce in un’area di campagna, tra terreni agricoli e case coloniche, offrendo ai mezzi pesanti delle vie di collegamento inadeguate. Per mitigare l’impatto visivo delle barriere previste lungo il perimetro (alte cinque metri ed estese per quasi un chilometro), RNE19 ha previsto la piantumazione di alberi a ridosso della recinzione. Ma è una soluzione che non convince gli abitanti, i quali temono un crollo del valore immobiliare. A maggior ragione se si considera la presenza di esternalità negative già in essere, come il termovalorizzatore nella zona industriale di Coriano. A nemmeno due chilometri di distanza è stata già programmata un’altra struttura BESS, nei pressi della stazione elettrica gestita da Terna, che vorrebbe farne il capolinea della Dorsale Adriatica. Si tratta di un elettrodotto che dovrebbe trasportare energia da Foggia a Forlì, coprendo una distanza di circa 600km. Il Comitato di Poggio, Malmissole e Durazzanine si è detto pronto a impugnare eventuali autorizzazioni rilasciate dagli enti locali davanti al TAR, dando il via alla battaglia legale per il territorio. The post Forlì: la lotta dei cittadini contro l’impianto di accumulo elettrochimico appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Le nuove leggi sulle aree idonee in Toscana: che la transizione energetica non si trasformi in una deregulation del territorio
Dopo l’approvazione della legge statale n. 4/2026 sulle cosiddette “aree idonee” per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili, anche la Regione Toscana ha ripreso il percorso legislativo che si era interrotto a seguito della sentenza del TAR del Lazio. L’8 … Leggi tutto L'articolo Le nuove leggi sulle aree idonee in Toscana: che la transizione energetica non si trasformi in una deregulation del territorio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Bologna, 13-14 giugno: «Carovana Diritti e Rovesci»
di Manuela Foschi Gran finale per la Carovana sui temi ambientali e sociali Diritti e Rovesci di Reca Er e Amaser, la Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna e l’Assemblea dei Movimenti ambientalisti e sociali dell’Emilia Romagna composta da oltre 90 realtà ambientaliste. Partita da Piacenza l’11 aprile, è passata per tutti i capoluoghi e altre città emiliano romagnole sollevando temi ambientali e sociali per i quali
Ferrara, 6 giugno: la «Carovana» si prepara al…
… al gran finale del 13 e 14 giugno a Bologna. di Manuela Foschi E’ in dirittura di arrivo la Carovana sui temi ambientali e sociali Diritti e Rovesci di Reca – Er e Amaser, la Rete Emergenza Climatica e Ambientale – Emilia Romagna e l’Assemblea dei Movimenti ambientalisti e sociali dell’Emilia Romagna composta da oltre 90 realtà ambientaliste. Partita da Piacenza l’11 aprile, è
Un cavidotto dalla Tunisia al golfo di Follonica. Bene, ma quali precauzioni ambientali?
In questi giorni sulla costa toscana si è presentata una società privata, la Zhero , e sta illustrando in vari Comuni quello che sarà il suo progetto: portare in Italia via mare energia prodotta in Tunisia con impianti eolici e … Leggi tutto L'articolo Un cavidotto dalla Tunisia al golfo di Follonica. Bene, ma quali precauzioni ambientali? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Inizia martedi pomeriggio la tappa ravennate della carovana ecologista
Promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) ed AMAS-ER (Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia Romagna), che sta facendo tappa nei luoghi più significativi di criticità ecologica. Dopo gli appuntamenti dell’11 aprile a Piacenza, del 18 a Parma, del 9 maggio a Modena e del 10 a Reggio Emilia, del 15 maggio a Faenza e del 16 ad Imola, MARTEDI 19 MAGGIO alle ore 18, a Ravenna, in via D’Azeglio 42, presso la Galleria Dis-Ordine sarà inaugurata la mostra fotografica “Cattive acque/Dark waters”, che illustra in maniera comparativa le devastazioni che ENI e l’estrattivismo fossile hanno inferto a due aree del mondo lontane ma accomunate da un analogo destino. La mostra resterà aperta tutti i pomeriggi dal 19 al 23 in orario 17-19. Nel momento inaugurale, avremo la presenza della curatrice Giuditta Pellegrini, giornalista e ricercatrice, nonché la performance musicale del duo “Cessate il Fuoco”. LA MATTINA DI SABATO 23 MAGGIO, dalle 10, saremo presenti con un presidio a Punta Marina, di fronte alla skyline del rigassificatore (Viale Cristoforo Colombo, all’altezza di Via della Sirte), e a mezzogiorno a Casalborsetti, davanti alla Centrale turbogas, che come noto è anche il terminale dell’impianto di cattura e stoccaggio della CO2. La recente convenzione internazionale che si è svolta a Santa Marta, in Colombia, ha segnato un momento fondamentale di convergenza fra i movimenti e numerose realtà scientifiche, politiche, sindacali e anche statuali, sulla consapevolezza che, nell’estrema criticità climatico-ambientale in cui ci troviamo, non sia più sufficiente cercare di agire sulla gestione delle emissioni inquinanti e climalteranti, ma si debba con decisione, intraprendere la strada della loro progressiva eliminazione. Bisogna iniziare da subito il processo di fuoriuscita dal sistema imperniato sulle fonti fossili. Tutta la comunità scientifica da decenni va sostenendo (e letteralmente implorando ad una politica fino ad ora pressoché sorda) che l’uscita dal fossile è la conditio sine qua non per tentare di porre rimedio alla situazione, già disastrosa. Noi siamo in buona compagnia con gli studiosi più competenti, nella convinzione che ovunque, anche a Ravenna, si debba produrre più energia da rinnovabili, e contemporaneamente iniziare a ridurre con decisione il ricorso alle fonti fossili, cioè sostituire stabilmente il fossile con l’energia rinnovabile. Ad ogni Kilowatt in più. Prodotto da rinnovabili deve corrispondere un Kilowatt in meno di derivazione fossile. Invece, purtroppo, si continua ad affidare al mercato (cioè al profitto) la gestione dell’intero settore. Anche i poteri locali, fino ad ora, non hanno brillato per impegno nella transizione. Abbiamo anche scritto al Sindaco Barattoni, chiedendo che il Comune di Ravenna si aggreghi al movimento che si è creato a Santa Marta, e in questo senso sollecitiamo: 1. Che tutti gli edifici pubblici di Ravenna raggiungano rapidamente la completa autosufficienza energetica tramite fonti rinnovabili; 2. Che i trasporti pubblici e i mezzi di mobilità di proprietà del Comune siano definitivamente e completamente elettrificati; 3. Che si studi in tempi brevi un complessivo intervento di riconversione sostenibile del porto; 4. Che si tracci un percorso chiaro di abbandono dell’uso del fossile a Ravenna e della sua sostituzione, puntando sulla progressiva autosufficienza energetica di quartieri e frazioni, favorendo lo sviluppo delle comunità energetiche: 5. Che il Comune di Ravenna faccia pressione sulla Regione affinché in tempi rapidi vengano discusse e approvate le proposte di legge d’iniziativa popolare su questi temi, che giacciono da tre anni nei cassetti dell’Istituzione regionale; 6. Che assieme al mondo associativo e alla società civile si formulino le proposte più adeguate sulle le aree idonee ad ospitare gli impianti rinnovabili; 7. Che Eni e Snam cessino di essere interlocutori largamente privilegiati dell’Istituzione comunale, e divengano componenti della realtà sociale al pari di tutte le altre realtà imprenditoriali; 8. Che si dichiari la necessità che il settore dell’energia debba essere trasferito dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni. Aspettiamo tutte e tutti, MARTEDI 19 pomeriggio alla mostra alle 18, e SABATO 23 mattina al presidio a Punta Marina. Coordinamento ravennate Per il Clima- Fuori dal Fossile Info: fuoridalfossile.coordravenna@gmail.com Ravenna, 18 maggio 2026 Redazione Romagna
May 18, 2026
Pressenza
Conferenza di Santa Marta, il trattato sui combustibili fossili come nuova frontiera politica globale
Kumi Naidoo, attivista sudafricano per i diritti umani e la giustizia climatica, è presidente della campagna globale del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili. La sua visione nasce da un percorso che parte da lontano, inizia durante la lotta contro l’apartheid e prosegue nei movimenti globali per i diritti civili e la difesa del pianeta. Per lui, la battaglia climatica non è separata dalle altre lotte per la giustizia: tutte fanno parte di un unico percorso che riguarda dignità, equità e sopravvivenza collettiva. Le sue parole risuonano forti durante l’assemblea delle realtà afrodiscendenti che si è svolta nella seconda giornata della Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili presso il campus di Santa Marta dell’Università Cooperativa della Colombia. Nel contesto attuale, Naidoo osserva come il sistema globale sia ancora fortemente legato ai combustibili fossili, nonostante la consapevolezza diffusa dei loro effetti devastanti. Governi e grandi interessi economici continuano ad appoggiare un modello energetico insostenibile socialmente e ambientalmente e incompatibile con gli obiettivi climatici, pianificando una produzione futura ben oltre i limiti necessari per contenere il riscaldamento globale. Tuttavia, segnali di cambiamento stanno emergendo, anche grazie a nuove dinamiche politiche ed economiche. In questo scenario, Naidoo propone una lettura controintuitiva del ruolo di Donald Trump: pur avendo promosso politiche fortemente basate sui combustibili fossili, la sua azione potrebbe accelerarne indirettamente il declino. Il rafforzamento di posizioni estreme e negazioniste, infatti, ha contribuito a polarizzare il dibattito e a mobilitare una reazione più ampia a favore della riconversione ecologica. In questo senso, Trump diventa un “promotore accidentale” del superamento del modello fossile, perché le sue politiche evidenziano con maggiore chiarezza l’insostenibilità dell’attuale sistema. Parallelamente, cresce il peso delle iniziative internazionali che cercano di costruire alternative concrete. Tra queste, la campagna per un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili punta a fermare l’espansione di carbone, petrolio e gas e a gestire una riconversione equa verso le energie rinnovabili. L’idea si ispira ad accordi globali già esistenti e mira a creare un quadro vincolante che unisca giustizia climatica e cooperazione internazionale. Un elemento centrale nella riflessione di Naidoo riguarda i limiti dell’attivismo in questi anni. Per essere realmente efficaci – sostiene – le campagne devono saper parlare non solo alla mente, ma anche al cuore, al corpo e all’esperienza quotidiana delle persone. L’obiettivo non è soltanto informare, ma coinvolgere le comunità e i territori, trasformando il modo in cui le persone percepiscono la crisi climatica, rendendola concreta e vicina alle loro vite. Solo così si può costruire una reale desiderabilità sociale attorno a questo progetto, condizione indispensabile perché possa funzionare. In questo quadro, emerge con chiarezza anche la dimensione politica e strategica della riconversione. Circa l’86% dei fattori che causano il collasso climatico è direttamente legato alla dipendenza dai combustibili fossili: un dato – dice Naidoo – su cui la comunità scientifica è inequivocabile, ma che fatica ancora a tradursi in un dibattito pubblico proporzionato, a causa del ricatto esercitato dalle multinazionali. Nonostante le difficoltà, Naidoo rifiuta il pessimismo. Ritiene che, nella fase storica attuale, arrendersi sarebbe un lusso che non possiamo permetterci. L’urgenza della crisi, unita alla crescente mobilitazione globale e alla pressione delle nuove generazioni, può diventare una forza capace di produrre cambiamenti reali. Proprio per questo, iniziative come la Conferenza di Santa Marta rappresentano un passaggio cruciale non solo per discutere un possibile trattato di eliminazione dei combustibili fossili, ma per ampliare la coalizione di Paesi disposti a impegnarsi concretamente in una loro graduale uscita. L’obiettivo, dice, è costruire le condizioni politiche affinché entro il 2027 i Paesi più ambiziosi possano avviare negoziati per un accordo vincolante, basato su tempistiche differenziate a seconda del livello di dipendenza energetica di ciascuna nazione. Anche sul piano finanziario, le risorse necessarie sono già state individuate da tempo: l’impegno, preso nel 2009 a Copenaghen, di mobilitare 100 miliardi di euro all’anno per sostenere la riconversione nei “Paesi in via di sviluppo”, resta in gran parte disatteso. Alla fine, sottolinea Naidoo, non è la scienza a dover cambiare, ma la volontà politica, ed è proprio questa, pur con tutte le sue contraddizioni, a rappresentare una risorsa rinnovabile. In questo senso, il processo avviato con la Conferenza Internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili contribuisce a spostare una nuova frontiera politica, aprendo uno spazio concreto di speranza e azione per il presente e per il futuro. Francesca Palmi, Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale Redazione Italia
April 26, 2026
Pressenza
Riflessioni sulla crisi energetica
articoli di Nicolas Lozito, Gianluca Ruggieri, Stefania Del Bianco e delle redazioni di Kenergia e QualEnergia. A seguire notizie sulle conseguenze del blocco di Hormuz.   In questa piccola rassegna di articoli non troverete necessariamente posizioni politiche; tuttavia ci sono contenuti utili per farsi un quadro dello stato dell’arte e qualche esempio sul quale riflettere.   Miracolo spagnolo? di Nicolas