Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storiciI livelli di stoccaggio di gas dei Paesi europei hanno raggiunto un minimo
storico, attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i
depositi dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Lo
attestano i dati di AGSI+ (Aggregated Gas Storage Inventory), gestiti da Gas
Infrastructure Europe, che comprendono il 100% del mercato dello stoccaggio di
gas nel territorio dell’UE. I principali fattori che hanno portato a una carenza
in termini di scorte energetiche sono l’attuale blocco dello Stretto di Hormuz,
da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio globale e il 30%
di quello commerciato via mare, e la prevista fine totale delle importazioni di
gas russo dal 2027. Le conseguenze di questo scenario sono un forte aumento dei
prezzi del gas che non farebbe altro che alimentare l’inflazione nei Paesi
europei.
Tuttavia, il livello di stoccaggio varia tra le diverse nazioni europee e, tra
quelle che presentano i livelli più alti di scorte, al primo posto troviamo la
Polonia (con i depositi riempiti all’83,3%) seguita da Portogallo (82,9%) e
Italia (74,6%). A seguire compaiono poi Spagna, Danimarca e Austria. La
Germania, invece – cuore economico dell’Ue – si posiziona verso la fine della
lista con una disponibilità di gas che si ferma al momento al 46,3% dello
stoccaggio complessivo. I Paesi con i più bassi livelli di scorte, invece, sono
Paesi Bassi (35,7%), Belgio (32,5%) e Svezia (11,5%). In questo scenario,
l’Italia vanta un buon livello di stoccaggio soprattutto grazie alla capacità di
rigassificazione della Penisola, resa possibile dai numerosi terminali gestiti
da Snam, primo operatore europeo nel trasporto di gas naturale. Tuttavia, anche
per l’Italia resta alto il rischio dell’aumento dei prezzi energetici, come ha
sottolineato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Quest’ultimo ha
anche posto l’accento sullo stop definitivo al gas russo che, secondo lui, potrà
comportare problemi di approvvigionamento: «Nel momento in cui ci sarà più
freddo, a gennaio, non solo non ci saranno i metri cubi russi, ma anche quelli
stoccati saranno inferiori», ha affermato recentemente Descalzi.
Secondo un’analisi di Wood Mackenzie – gruppo globale di ricerca e consulenza
che fornisce dati – anche nell’ipotesi del “miglior scenario”, quello in cui il
Qatar riuscisse a tornare alla piena capacità operativa a settembre, la
percentuale di riempimento dei depositi di gas nell’Ue toccherebbe il 75 per
cento il primo novembre. Negli scorsi anni, invece, in quel periodo, il
riempimento medio degli stoccaggi era del 90%. Se, al contrario, ciò non
accadesse e lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, la percentuale scenderebbe
sotto il 70 per cento. In tal caso sarebbe inevitabile un forte aumento dei
prezzi del gas: già recentemente, le quotazioni spot del gas europeo sono
aumentate di oltre il 50% rispetto ai minimi registrati a metà giugno, superando
la soglia dei 60 euro per megawattora. Secondo gli analisti, questo andamento
evidenzia come oggi il gas sia diventato persino più sensibile del petrolio alle
crisi geopolitiche. In questo contesto, secondo Mackenzie, nemmeno il GNL (gas
naturale liquefatto) potrebbe fornire un aiuto immediato, in quanto non sarebbe
in grado di migliorare in modo significativo la situazione europea prima del
2028.
Secondo Massimo Di Odoardo, vicepresidente Gas and Lng Research di Wood
Mackenzie, sono tre i fattori che contribuiranno a tenere alte le quotazioni del
gas nei prossimi mesi: le basse scorte europee, la domanda asiatica ancora
robusta e una crescita limitata della nuova capacità mondiale di esportazione di
gas naturale liquefatto. Una combinazione che potrebbe dispiegare i suoi effetti
negativi sui prezzi almeno fino al 2027. A questo si aggiunge il divieto totale
di importazione di gas russo: dal 18 marzo scorso, infatti, Bruxelles ha messo
al bando i contratti, sia a breve che a lungo termine, con le società russe
conclusi o modificati dopo il 17 giugno 2025. L’amministratore delegato di ENI
ha definito questa situazione «una preoccupazione per tutta l’Europa». I Paesi
europei, infatti, saranno privati dei principali canali di approvvigionamento
energetico e i maggiori fornitori del Continente di gas rimarranno USA e
Norvegia. Anche la potenza a stelle e strisce però sta registrando un aumento
dei costi per il carburante e potrebbe limitare le esportazioni per far fronte
alla domanda interna.
L’Ue si ritrova, dunque, con un significativo problema di sicurezza energetica,
aggravato anche dall’avere escluso completamente il gas russo in un momento in
cui si ritrova ad affrontare quella che secondo il Fondo Monetario
Internazionale e l’Agenzia internazionale per l’energia potrebbe diventare la
peggiore crisi energetica della storia recente.
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