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La metanizzazione della Sardegna avanza, iniziano gli espropri
DI PAOLA MATOVA La possibile metanizzazione della Sardegna va avanti, sebbene a piccoli passi. Formalmente autorizzato dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del settembre 2025 nell’ambito del progetto di “decarbonizzazione” della Sardegna, il piano prevede l’arrivo del gas naturale liquefatto GNL attraverso nuovi punti di approvvigionamento. L’elemento principale è il terminale previsto a Oristano, collegato a una nave rigassificatrice (FSRU), cui fa da sponda e una seconda possibile entrata da Porto Torres, con l’ipotesi di un ulteriore impianto di rigassificazione. All’interno di questo disegno rientra anche il gasdotto del Centro-Sud Sardegna, infrastruttura destinata a distribuire il gas lungo una parte significativa del territorio sardo.    Con l’avvio delle procedure sugli espropri, datato 15 maggio, il progetto del gasdotto del Centro-Sud Sardegna è entrato nella sua fase più concreta. L’opera, promossa da Enura, società controllata da Snam, prevede la realizzazione di oltre 300 chilometri di gasdotto tra rete nazionale e rete regionale, attraversando decine di comuni dall’Oristanese fino a Cagliari, con una diramazione verso Iglesias e Carbonia. Dopo la scadenza dei termini per presentare osservazioni fissata lo scorso giugno, l’iter amministrativo prosegue ora verso l’imposizione delle servitù, le occupazioni temporanee e gli espropri dei terreni necessari alla costruzione dell’infrastruttura. Il provvedimento non indica un numero complessivo degli espropri, ma gli elenchi a disposizione comprendono centinaia di proprietari e un numero elevato di particelle catastali, entrambi elementi che confermano l’ampiezza dell’intervento. A sollevare le maggiori perplessità sono le modalità con cui i cittadini sono stati informati. La Regione ha scelto la procedura prevista per gli interventi che coinvolgono un numero elevato di destinatari e infatti l’avviso è stato pubblicato per venti giorni negli albi pretori dei Comuni interessati e sul sito istituzionale della Regione, senza una comunicazione diretta ai proprietari. Formalmente la procedura è conforme alla normativa, ma nella pratica molti cittadini potrebbero non essersi accorti in tempo che i propri terreni erano interessati, dovendo orientarsi in  pochi giorni tra lunghi elenchi catastali e una documentazione tecnica complessa per verificare la presenza delle proprie particelle ed eventualmente predisporre osservazioni.   E’ quanto mai singolare che si stia procedendo con l’acquisizione dei terreni mentre restano aperte le contestazioni sull’intero progetto di metanizzazione della Sardegna e sulla sua effettiva utilità alle comunità. Mentre il gasdotto procede verso una fase operativa, il quadro energetico e industriale che ne aveva sostenuto la pianificazione è profondamente cambiato. La prospettiva di utilizzare il gas come soluzione di transizione per accompagnare l’uscita dal carbone è oggi messa in discussione dalle nuove scelte nazionali in materia energetica (decreto bollette), che hanno modificato le tempistiche di dismissione delle centrali a carbone. Allo stesso tempo, diversi elementi indicano che la necessità futura di gas nell’isola potrebbe essere molto diverso da quello che ci dice Enura/Snam nel suo progetto. Un altro elemento controverso è proprio l’allacciamento previsto del gasdotto ad Eurallumina, che è ora oggetto di una specifica procedura di assoggettabilità alla Valutazione d’impatto Ambientale (VIA) sulla quale sono state presentate osservazioni critiche al Mase. Questa viene infatti valutata in un contesto in cui il principale utilizzatore industriale indicato da Enura/Snam come destinatario principale del gas è uno stabilimento fermo dal 2009. L’ipotesi di destinare una parte significativa della nuova infrastruttura al rilancio dell’impianto di produzione di Eurallumina appare estremamente rischioso. In tutto questo contesto Arera, l’autorità regolatrice dell’energia, ha recentemente espresso forti riserve sul piano di metanizzazione della Sardegna, chiedendo maggiore chiarezza su costi, benefici e prospettive di utilizzo delle infrastrutture previste. Arera ha evidenziato il rischio che nuovi investimenti possano risultare sovradimensionati rispetto alla futura domanda di gas, con conseguenti effetti sulle tariffe energetiche. Una valutazione che mette in forte discussione la necessità di realizzare nuove opere fossili
July 20, 2026
ReCommon
LA RIPRESA DELLA GUERRA USA ALL’IRAN SPINGE UNA NUOVA IMPENNATA DEI PREZZI
L’aggressione imperialista Usa all’Iran, ormai, è ripresa a tutti gli effetti. Il presidente Usa Trump lo ha annunciato anche al Congresso di Washington: “Colpiremo tutte le loro capacità che hanno a che fare con Hormuz” e presto anche “l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain”, ha detto davanti ai deputati. Il tycoon ha annunciato poi che giovedì sera, 16 luglio, terrà un discorso alla nazione. Dal Golfo, intanto, da Abu Dhabi comunicano che missili iraniani hanno colpito due petroliere emiratine nello Stretto, causando un morto e 8 feriti. Teheran, invece, afferma di aver colpito strutture militari statunitensi in Bahrein e Giordania. Amman afferma di aver abbattuto 4 missili iraniani nel propri spazio aereo. La ripresa della guerra imperialista sta già causando una nuova impennata dei prezzi che avrà, un’altra volta, pesanti ripercussioni sulle tasche di lavoratori e lavoratrici. Il future sul gas naturale scambiato ad Amsterdam sale del 3,16%, 52,9 euro al Megawattora, sui massimi degli ultimi tre mesi. Il metano è ai massimi da maggio. Sale di nuovo anche il petrolio. Nella serata di lunedì 13 luglio il greggio ha superato i 75 dollari al barile. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato con l’economista Francesco Schettino, docente all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ascolta o scarica
July 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza
La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora […] L'articolo Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza su Contropiano.
June 29, 2026
Contropiano
SARDEGNA: NUOVO ASSALTO FOSSILE
Espropri, occupazioni e servitù: la speculazione energetica che si muove silenziosa sull’isola-un appuntamento a Oristano Sono numerosissime le procedure per l’imposizione di occupazioni temporanee, servitù ed espropri avviate nei giorni scorsi per permettere la realizzazione di un lungo gasdotto che dovrà attraversare il Centro-Sud dell’isola. La comunicazione di queste procedure è avvenuta esclusivamente tramite la stampa locale e i portali
Vel-ENI e Venture Global: danni ambientali e pratiche controverse
Identikit del partner strategico di Eni. di Alessia Cesana (*) – Foto ripresa da ReCommon   ReCommon ha acceso una luce sulle controversie che riguardano Venture global, uno dei principali esportatori di gas “naturale” liquefatto (Gnl) degli Stati Uniti e partner di Eni da luglio 2025, quando hanno firmato un contratto ventennale per una fornitura totale di 40 milioni di
Venture Global,il marcio dietro il business del gas americano
Venture Global ha annunciato il 24/4/2026 che la sua filiale, Venture Global Calcasieu Pass, (“VGCP”) ha concluso un’emissione di obbligazioni per un importo nominale complessivo di 750.000.000 di dollari .Questa società fa parte del comparto del gas liquefatto (GLN)nordamericano che grazie anche alle conseguenze della guerra sta facendo enormi profitti. Ma la Venture Capital ha diverse criticità comuni alle società del settore del gas naturale liquefatto (GNL) statunitense e inoltre con ENI nel luglio del 2025 ha firmato un contratto ventennale per una fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL. Oltre ad essere un donatore milionario della campagna presidenziale di Trump e al centro di una serie di controversie legali, le attività di Venture global hanno avuto dei seri impatti socio-ambientali sulle coste della Louisiana: nell’agosto 2025 un grave incidente nel canale di accesso al terminal Calcasieu Pass ha contaminato pesci, ostriche e gamberi su un’ampia area, colpendo le comunità che vivono di pesca e acquacoltura. Eni ha stipulato un contratto ventennale con questa società estremamente controversa frutto di pressioni da parte dell’amministrazione Trump e della scelta europea di rinunciare al gas russo per rivolgersi a quello liquefatto nordamericano ,estratto con la pratica del fracking estremamente dannosa a causa degli effetti ambientali e l’utilizzo di tecniche invasive . Ne parliamo con Daniela Finamore di Recommon
April 27, 2026
Radio Blackout - Info
Centrale a carbone di Fiume Santo: svelati gli interessi fossili
Roma, 27 aprile 2026 – ReCommon lancia oggi la pubblicazione “Il miliardario ceco e Fiume Santo – gli interessi di EPH (e Snam) nel business del gas, dalla Repubblica Ceca alla Sardegna”. Il rapporto esce all’inizio degli Action Days contro EPH, giornate di mobilitazione internazionale promosse dalla rete Stop EPH dal 27 al 29 aprile, con azioni coordinate in diversi Paesi europei per denunciare il ruolo della multinazionale nell’espansione delle infrastrutture fossili, anche in Sardegna, dove opera tramite la controllata EP Produzione. La figura di Daniel Křetínský è poco conosciuta in Italia ma la sua compagnia, EPH, è tra le maggiori emettitrici di gas serra in Europa – nel 2022 era addirittura terza con 69 milioni di tonnellate CO2.  EPH è il quinto produttore di energia elettrica in Italia, con una capacità installata di circa 4,6 GW e una produzione annua di circa 13 TWh. Il rapporto rivela i molteplici interessi di Křetínský, che spaziano dal settore energetico all’editoria, ma soprattutto come per le centrali a carbone, gli impianti a gas e i progetti a biomasse siano segnati da controversie e foraggiati da abbondanti finanziamenti pubblici. L’impianto di Fiume Santo, nei pressi di Porto Torres, nel nord della Sardegna, è ancora alimentato a carbone e collocato in un’area SIN (sito d’interesse nazionale) a elevato impatto ambientale e sanitario. Nonostante il phase-out nazionale del carbone fosse previsto per la fine del 2025 (ma ora si è deciso di spostarlo al 2038), l’impianto continuerà a operare e bruciare carbone per produrre energia elettrica almeno fino al 2028, quando si prevede di convertirlo a gas. «La centrale di Fiume Santo è l’emblema delle strategie imprenditoriali di Křetínský: acquistare a prezzi bassi aziende in crisi, mantenere la proprietà per anni, senza spezzettarla ma senza nemmeno preoccuparsi di rilanciarla, sfruttando dove possibile l’erogazione di fondi pubblici. Il tutto per perpetuare un modello sempre più fallimentare, ma che i governi continuano a sussidiare. Basta pensare ai 1,75 miliardi di euro ricevuti da EPH dal governo tedesco come compensazioni per la graduale chiusura delle centrali a carbone in Germania, dove nel 2023 le miniere di proprietà di EPH hanno estratto oltre 50 milioni di tonnellate di carbone» ha dichiarato Paola Matova di ReCommon, autrice del rapporto. «Val la pena ricordare che il passaggio da carbone a gas rappresenta un tassello decisivo anche per Snam, che infatti fa dipendere proprio dalla conversione o meno di Fiume Santo la seconda fase della metanizzazione della Sardegna, inclusa la collocazione di una nave rigassificatrice a Porto Torres. Senza questa riconversione, l’intero investimento rischierebbe di perdere giustificazione e senso» ha concluso Matova. Sempre nell’ambito degli Action Days contro EHP, il 28 aprile dalle ore 9:00, nei pressi della centrale elettrica di Fiume Santo, si terranno un sit-in e una conferenza stampa. Il 29 di aprile alle ore 18:30 a Sassari, presso la sala Arci in Piazza Castello 11 piano A, si svolgerà un incontro-dibattito a cui parteciperà l’esponente di ReCommon Paola Matova.     Re: Common
April 27, 2026
Pressenza
Sul clima l’Italia è ferma, mentre il mondo corre.
Le rinnovabili frenano, le emissioni non calano e, nel frattempo, la dipendenza energetica cambia faccia — con l’arrivo degli USA tra GNL e petrolio — creando rischi nuovi, non solo climatici ma anche geopolitici. È questo il quadro che emerge dalla settima edizione dei 10 Key Trend sul clima, il rapporto annuale con cui Italy for Climate raccoglie e analizza i principali dati energetici e climatici dell’anno appena concluso per offrire uno sguardo complessivo sul percorso italiano verso la transizione, dalle sfide irrisolte agli obiettivi già raggiunti. Questi sono i 10 Key Trend sul clima 2025: 1. Crisi climatica: 13,6 °C è la temperatura media registrata nel 2025 in Italia. Secondo i dati dello European Severe Weather Database, gli eventi estremi registrati nel 2025 sono stati oltre 2.300, in calo rispetto all’anno precedente e il terzo valore più alto dal 2019: la morsa della crisi climatica rallenta temporaneamente, ma l’Italia resta un hotspot climatico, ovvero un’area particolarmente vulnerabile agli impatti della crisi climatica; 2. Emissioni di gas serra: +0,2% è la lieve crescita stimata da ISPRA, classificando il 2025 come un ulteriore anno perso per la decarbonizzazione del Paese; 3. Rinnovabili elettriche: +7,2 GW è la potenza installata dei nuovi impianti rinnovabili registrata nel 2025, in calo rispetto al 2024. Le rinnovabili erano tornate a crescere a partire dal 2022 e questa brusca frenata non è una buona notizia per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e di miglioramento della nostra autonomia energetica. L’Italia è ancora fanalino di coda in UE: la Germania ha installato oltre 23 GW, la Spagna quasi 11 GW, la Francia 8 GW; 4. Solare: +25% è la crescita di produzione elettrica da fotovoltaico nel 2025, un record che ha permesso di compensare il calo drastico dell’idroelettrico e che ha portato il fotovoltaico a diventare la seconda fonte per produrre elettricità dopo il gas. La produzione elettrica da rinnovabili nel complesso è rimasta sostanzialmente stabile e quindi ancora nel 2025 l’Italia si è fermata a circa il 48% della produzione totale, ad un passo dal superamento delle fonti fossili; 5. Dipendenza energetica: 74% è la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia di combustibili fossili, fra le più alte in UE, esponendoci ad enormi rischi in ambito sicurezza energetica e costi per l’approvvigionamento. La dipendenza energetica si sta riducendo, grazie alle rinnovabili, ma nel 2025 ha subito una battuta di arresto. Tutta questa dipendenza dai fossili ci è costata, secondo le stime dell’UNEM, 53 miliardi di € solo nel 2025. Sul fronte dei partner commerciali, gli USA sono la novità del 2025: in un solo anno sono balzati al 3° posto tra i Paesi da cui più dipendiamo per l’energia (dopo Algeria e Azerbaigian) e sono diventati anche l’unico Paese da cui dipendiamo per tutti i combustibili fossili (sia gas, sotto forma di GNL, che petrolio e carbone); 6. GAS: 33% è la quota di fabbisogno di gas che abbiamo coperto con il GNL, il gas in forma liquida, diventato in pochi anni un asset chiave per la nostra dipendenza da questo combustibile fossile (10 anni fa il suo contributo era sotto al 10%). Solo nel 2025 l’import di GNL è cresciuto del 42%, soprattutto da parte degli USA da cui abbiamo importato circa 10 miliardi di metri cubi, la metà di tutto il GNL consumato. Gli altri Paesi da cui importiamo GNL sono il Qatar (per cui le forniture sono oggi più a rischio a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz), da cui abbiamo iniziato nel 2015 ad importare circa 6 miliardi di metri cubi ogni anno), e l’Algeria; 7. Petrolio: 8 barili al secondo è il petrolio che abbiamo consumato per i trasporti nel 2025. Dopo la pandemia, i consumi di petrolio hanno smesso di ridursi e sono oggi a livelli più alti di 35 anni fa. I trasporti restano uno dei settori su cui la decarbonizzazione sta procedendo più lentamente e questo sta avendo oggi un impatto diretto anche sui rischi legati alla nostra dipendenza energetica per questa fonte, legata soprattutto a Libia, Azerbaigian, Kazakistan e Arabia Saudita e USA; 8. Carbone: 1% è il contributo del carbone alla domanda di elettricità nel 2025, un picco storico che segna la auspicata fine della fonte di energia più climalterante e più inquinante. La metà del carbone importato è arrivato dagli USA; 9. Elettrificazione: 6,2% è la quota di immatricolazioni delle auto elettriche nel 2025, cresciute molto nel 2025 (+44%) dopo il rallentamento del 2024. Il dato 2025 resta infatti ancora ben lontano dal 17% di media UE o dal 20% di Francia e Germania. Anche sul fronte delle pompe di calore, altra tecnologia elettrica chiave per la decarbonizzazione (in questo caso, per edifici e industria), il 2025 registra un segnale di ripresa rispetto al calo dello scorso anno, generalizzato in tutta l’UE: gli ultimi dati della European Heat Pumps Association mostrano vendite che in Italia hanno di nuovo superato le 400 mila unità e che ci posizionano al secondo posto in UE, dopo la Francia, per questo mercato; 10. Accumuli: 884 mila è il numero di sistemi di accumulo associati ad impianti fotovoltaici esistenti in Italia a fine 2025, erano appena 75 mila nel 2021, prima del conflitto Russia-Ucraina. È un dato particolarmente importante non solo perché le batterie consentono di compensare la non programmabilità del fotovoltaico, ma anche perché quando sono associate direttamente a un impianto di generazione da fotovoltaico massimizzano anche il risparmio economico per le famiglie e le imprese. Complessivamente si tratta di 5,5 GW di potenza installata di batterie, addirittura superiore a quella della tecnologia storica di accumulo in Italia, i pompaggi idroelettrici fermi a 4,4 GW di potenza installata. Proprio dai pompaggi arriva purtroppo la nota dolente: nel 2025 hanno contribuito al soddisfacimento della domanda con 1,6 TWh, leggermente meglio dell’anno precedente ma ancora lontanissimo dai reali potenziali di questa tecnologia, che a inizio del nuovo millennio era arrivata a sfiorare gli 8 TWh di produzione. > “Sul piano economico 53 miliardi di euro usciti dal Paese nel solo 2025 per > importare combustibili fossili, sottolinea Edo Ronchi, Presidente della > Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, una dipendenza dal GNL cresciuta del > 42% in un anno, con gli USA diventati in dodici mesi il nostro terzo fornitore > energetico, e le forniture dal Qatar che viaggiano attraverso uno Stretto di > Hormuz sempre più instabile. Sul piano competitivo, mentre l’Italia installava > 7,2 GW di nuove rinnovabili, la Germania ne installava 23, costruendo capacità > industriale, filiere, occupazione. Sul piano dell’occasione mancata, abbiamo > oltre 4 GW di pompaggi idroelettrici puri, batterie giganti già costruite > nelle nostre montagne, che nel 2025 hanno prodotto un quarto di quello che > potrebbero. L’infrastruttura esiste, è ammortizzata, non dipende da nessun > fornitore estero. Non utilizzarla appieno è la forma più pura di inerzia. > Restare fermi in una fase di trasformazione accelerata non è neutralità, è una > scelta. E le scelte hanno un prezzo — economico, strategico, di sicurezza > nazionale”. Qui il report: https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/I-10-key-trend-sul-clima-in-Italia-2025-i-costi-dellinerzia-Italy-for-Climate.pdf. Giovanni Caprio
April 27, 2026
Pressenza
Prigionieri del gas
La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran ha provocato, come era prevedibile, uno shock energetico con ripercussioni a livello globale. A pagarne direttamente le conseguenze sono famiglie e imprese che hanno visto schizzare in alto il costo delle bollette. La nuova crisi energetica, la più grave degli ultimi 40 anni secondo l’AD di Eni Claudio Descalzi, impone una riflessione sul perché l’Italia è tra i Paesi più colpiti in Europa. Quasi tutti gli analisti sono d’accordo (tranne il solito Tabarelli, sempre più schiacciato sulle posizioni di Eni e Snam) nell’attribuirne la causa all’eccessiva dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili e in particolare dal gas. Il problema che l’Italia ha di fronte non è la carenza di infrastrutture, che anzi sono in eccesso, ma la difficoltà a reperire la materia prima. Tant’è che Giorgia Meloni è volata in Algeria e Qatar per cercare nuovi acquisti di gas e Descalzi, a sorpresa, nei giorni scorsi ha chiesto di sospendere il bando sui contratti di GNL (gas naturale liquefatto) con la Russia, deciso dall’Unione Europea a partire dal 1° gennaio 2027. L’uscita di Descalzi, che ha creato imbarazzo nel Governo, ha messo a nudo una realtà da sempre sottaciuta: l’Italia è nella trappola delle fonti fossili e non solo non vuole uscirne ma continua addirittura ad investire risorse per rendere ancora più stringente la morsa di questa trappola. L’esempio virtuoso, diametralmente opposto a quello dell’Italia, ci viene dalla Spagna. Il governo Sanchez negli ultimi anni ha investito molto nello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico e idroelettrico) al punto che oggi nel Paese iberico il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è mediamente il 50 per cento inferiore rispetto all’Italia. Perché? La risposta sta nel fatto che i Paesi che dipendono di meno dalla generazione elettrica tramite gas sono meno colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità. A decidere sono soprattutto i picchi di prezzo nelle ore di punta della sera e del mattino. Spiega Ember, il think tank energetico indipendente, nel suo ultimo rapporto economico: “l’Italia rimane il Paese più esposto, con le centrali a gas che determinano il costo dell’elettricità nell’89 per cento delle ore nel 2026. Al contrario la Spagna ha raggiunto un disaccoppiamento strutturale, con il gas che influenza i prezzi solo nel 15 per cento delle ore grazie all’elevata penetrazione delle energie rinnovabili”. Facendo un confronto tra Spagna e Italia vediamo infatti che nel mix energetico la Spagna copre il fabbisogno di elettricità con il 56 per cento di rinnovabili, 25 per cento gas e 19 per cento nucleare. In Italia, invece, il gas incide per circa il 50 per cento, 34 per cento le rinnovabili, 13 per cento l’import dall’estero e 3 per cento il carbone. Per quanto riguarda l’apporto del nucleare, che attualmente contribuisce a tenere basso il prezzo dell’elettricità, il Governo spagnolo ha deciso di chiudere entro il 2035 le cinque centrali oggi attive e di puntare tutto sull’ulteriore sviluppo delle energie rinnovabili e sugli accumuli. Al contrario il Governo italiano – prima con Draghi e poi con Meloni –, prendendo come pretesto la guerra della Russia contro l’Ucraina, a partire dal 2022 ha varato un paradossale programma di sviluppo delle infrastrutture metanifere che mira ad aumentare di molto la dipendenza dell’Italia dal gas. Con grande soddisfazione, per l’incremento dei loro profitti, da parte delle multinazionali del fossile, in prima fila Eni e Snam. In questo programma, in parte già realizzato, rientrano i due nuovi rigassificatori di GNL a Piombino e Ravenna; il grande metanodotto Linea Adriatica di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO) con nuova centrale di compressione a Sulmona; il raddoppio del Tap dall’Azerbaigian; il nuovo metanodotto EastMed – Poseidon da Israele; tre nuovi rigassificatori a sud: Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto; la metanizzazione della Sardegna. Il Governo Meloni, inoltre, ha deciso di rimandare al 2038 la chiusura delle centrali a carbone, impianti fossili che hanno effetti climalteranti maggiori rispetto al metano. In più ha intrapreso la strada di un costoso e futuribile ritorno al nucleare, mentre resta ancora irrisolto il problema delle scorie delle centrali chiuse 40 anni fa, e mentre altri Paesi europei hanno deciso di dismetterlo.  Oggi l’Italia consuma 63 miliardi di metri cubi di gas, e va detto che tutti gli impianti risultano sottoutilizzati in quanto la capacità tecnica di importazione dall’estero (metanodotti e rigassificatori) supera i 100 miliardi di metri cubi. E questo escludendo le forniture dalla Russia. Qualora tutti i progetti in programma dovessero essere realizzati il nostro Paese avrebbe una disponibilità potenziale di gas superiore a 150 miliardi di metri cubi.  Se, finita la guerra in Ucraina, tornassimo al gas russo, la disponibilità tecnica salirebbe a 190 miliardi di metri cubi. Mentre i consumi al 2030 – ma probabilmente anche prima – scenderanno a meno di 60 miliardi, come prevede l’obiettivo del Pniec (piano nazionale energia e clima) e anche per rispettare il target di riduzione del 55 per cento di CO2 al 2030 fissato dall’UE. Questo esorbitante gap tra infrastrutture e consumi comporterà quattro pesanti conseguenze. In primo luogo, il costo dell’energia in Italia continuerà a dipendere dal gas con forti riflessi negativi sulle bollette.  In secondo luogo, le enormi somme investite nelle nuove infrastrutture, data la loro inutilità, diventeranno improduttive, ma dovranno comunque essere ammortizzate per i prossimi 40/50 anni, contribuendo così ad un ulteriore aumento del costo delle bollette.  In terzo luogo, le risorse spese per i nuovi impianti saranno sottratte allo sviluppo delle fonti pulite e rinnovabili che invece rappresentano l’unica strada virtuosa da percorrere.  Infine, questa folle bulimia fossile avrà come conseguenza un ulteriore peggioramento della crisi climatica e quindi un aumento degli eventi estremi con il suo inevitabile costo in termini di sfascio del territorio e di perdita di vite umane. Non c’è che dire. E’ proprio un bel frutto avvelenato che il nostro Governo sta facendo crescere per farlo digerire ai cittadini italiani e soprattutto alle future generazioni.                                                                                          Mario Pizzola
April 17, 2026
Pressenza