1/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»

Pressenza - Friday, October 2, 2026

La crisi climatica «non è un problema futuro, è un problema attuale». Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Nella modernità industriale «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Un effetto domino sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. Sotto l’influenza dell’Eni (che allunga a Meloni qualche mancetta che la gira per qualche mese agli automobilisti), l’Italia si accoda a politiche centrate su gas e petrolio. Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]

 

L’Italia deve arrivare a un sistema energetico alimentato al 100% da fonti rinnovabili entro il 2045, e dovrebbe provare a farlo prima. Non è più una scelta tra tante: è una priorità economica, sociale, industriale e geopolitica che nessun governo può permettersi di rinviare. Lo impongono i dati sul clima, che descrivono un sistema non più in lento peggioramento ma vicino a soglie oltre le quali precipita in una condizione diversa e non reversibile. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con +1,60 °C rispetto all’era preindustriale. Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati, e la media del triennio 2023-2025 ha superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata a Parigi. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C.

Il Global Tipping Points Report 2025 conclude che le barriere coralline tropicali hanno già superato la prima soglia di cambiamento irreversibile, e che una ventina di altri sistemi, dall’Amazzonia alla circolazione atlantica, si avvicinano a soglie analoghe. Il ghiaccio marino antartico ha appena registrato il terzo picco invernale più basso dal 1979. Come ha detto la ricercatrice Ariaan Purich della Monash University, «non è un problema futuro, è un problema attuale». Anche l’economia paga il conto: nel 2025 i disastri naturali hanno causato danni per circa 224 miliardi di dollari, e le banche centrali stimano fino al 15% di Pil globale a rischio al 2050 in caso di inazione.

Un tunnel geopolitico pericoloso

Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Le condizioni internazionali sono entrate in un tunnel pericoloso per l’economia globale, fatto di guerre, rotte di approvvigionamento contese e prezzi dell’energia sempre più volatili. I più esposti sono i paesi che importano gran parte dell’energia che consumano. L’Italia e l’Europa sono in prima fila. La dipendenza dai combustibili fossili trasferisce reddito verso i paesi produttori, alimenta conflitti per il controllo di giacimenti e rotte e scarica ogni shock sulle famiglie e sulle imprese più fragili. Ulrich Beck aveva descritto la modernità industriale avanzata come una società del rischio, in cui le crisi non restano confinate dove nascono ma si propagano e si intrecciano, al punto che «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Oggi quell’effetto domino è sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Le rinnovabili non cancellano ogni interdipendenza, perché servono materie prime, componenti e capitali. Ma cambiano la natura della vulnerabilità. Si passa da un combustibile da comprare ogni giorno sui mercati internazionali a un’infrastruttura durevole, riparabile e alimentata da risorse nazionali: il sole e il vento non si esauriscono e non si possono mettere sotto embargo. È questa la vera sovranità energetica, non l’autarchia.

 

Le fonti rinnovabili ambasciatrici di pace

Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. La richiede per due ragioni. La prima è che occorre un accordo globale: tutti insieme, tutti i paesi del mondo, devono cessare le emissioni di gas serra, perché se qualcuno non lo fa l’obiettivo non viene raggiunto e sono danneggiati tutti. La seconda è che la guerra è una forte sorgente di gas serra: vengono emessi per costruire gli armamenti e per farli funzionare, per distruggerli e per ricostruirli, per distruggere edifici, ponti, strade e ricostruirli. Si stima che le forze armate mondiali, per il solo fatto di esistere, generino il 5,5% delle emissioni globali. Se si aggiungono le guerre in corso ci si avvicina al 6%. Se le forze armate fossero un paese, sarebbero il quarto emettitore, dopo Cina, Usa e India e prima della Russia. Pace e rinnovabili: un binomio inscindibile.

La lezione della Germania

Il 23 settembre 2026 il governo tedesco ha presentato una tabella di marcia per abbandonare petrolio, carbone e gas in energia, industria, edilizia e trasporti entro il 2045. La quota di rinnovabili nella produzione elettrica dovrà salire dal 55% all’80% già entro il 2030, con altri 12 GW di eolico a terra e 215 GW di solare. L’uscita dal carbone è confermata al 2038, con la possibilità di anticiparla al 2035. Dopo Francia e Paesi Bassi, la Germania è il terzo paese europeo a dotarsi di un piano nazionale di questo tipo. La scelta della principale economia europea chiama direttamente in causa l’Italia, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno. Berlino non accelera per idealismo, ma perché ha compreso che la competitività industriale dei prossimi decenni dipenderà dal costo e dalla sicurezza dell’energia pulita. I Paesi capaci di produrre elettricità rinnovabile a basso costo attireranno fabbriche, centri di ricerca e filiere tecnologiche innovative; quelli ancora dipendenti dalle fonti fossili importate sosterranno costi maggiori e avranno un peso economico e politico minore. Anche il quadro europeo procede nella stessa direzione. La nuova Legge europea sul clima, approvata dal Parlamento il 5 febbraio 2026, stabilisce una riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040. Restare fermi, come fa il governo Meloni, significa rischiare l’esclusione dal mercato unico dell’energia pulita che si sta formando. In questo scenario il governo punta sui piccoli reattori nucleari modulari, gli Smr, di cui non esiste un solo esemplare costruito in tutto il mondo occidentale, e quindi non si conoscono né costi né tempi di realizzazione. Sono uno scoperto tentativo di dare vita a una infrastruttura energetica nelle mani di pochi, replicando i modelli organizzativi del capitalismo fossile, che continua a battersi per non soccombere.

(*) Federico Maria Butera è un ingegnere italiano, professore emerito di fisica tecnica ambientale al Politecnico di Milano e dottore di ricerca honoris causa in Architettura all’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria. Si è laureato in ingegneria nucleare all’Università di Palermo, dove ha iniziato la sua carriera accademica. Nella seconda metà degli anni ‘70 è entrato a far parte di quel ristretto numero di ricercatori – una comunità internazionale aperta e innovativa fortemente sostenuta dalla International Energy Agency – il cui obiettivo era lo sviluppo di modelli di simulazione delle prestazioni energetiche e di comfort degli edifici. In questo quadro, fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 ha sviluppato uno dei primi codici di calcolo per la simulazione dettagliata, in regime dinamico, di ambienti caratterizzati da sistemi di riscaldamento/raffrescamento passivo. Negli stessi anni ha coordinato, all’interno del Progetto Finalizzato Energetica del Cnr, una ricerca in un campo nuovo e strategico: l’analisi e la pianificazione dei sistemi energetici territoriali.

Aurelio Angelini