Il legame di Castelnuovo Don Bosco con Sebastia in Cisgiordania

Pressenza - Tuesday, September 22, 2026

Lo storico Ilan Pappé definisce Gaza e la Cisgiordania “le due più grandi prigioni del mondo”. La prima, la Striscia di Gaza, dopo il 7 ottobre 2023 è stata praticamente rasa al suolo. Secondo il progetto Tech for Palestine dopo 1075 giorni da quel drammatico giorno di ottobre nella Striscia di Gaza si sono registrate 74.712 persone uccise, di queste una su 4 è un minore. Nove edifici su dieci sono stati distrutti, il risultato sono circa 61 milioni di tonnellate di macerie che richiederanno anni per essere smaltite. L’inquinamento prodotto è inimmaginabile e sotto quelle macerie potrebbero essere ritrovati ulteriori morti.

In Cisgiordania invece, la seconda delle due prigioni, cosa sta avvenendo? Le notizie che arrivano sulla stampa tradizionale sottolineano spesso un aumento delle violenze perpetrate dai coloni ai danni della popolazione palestinese nella zona. Un aumento di violenza riconosciuto anche dall’Onu che nell’ Humanitarian Situation Report del 31 luglio 2026 scrive: “Questi incidenti si sono verificati in un contesto di crescente violenza legata ai coloni che colpisce le comunità palestinesi in tutto il West Bank”. Ma cosa vuol dire tutto questo nel concreto? Cosa sta accadendo?

Abbiamo chiesto a Peter Greenwood dell’associazione Castelnuovo per la Palestina, di aiutarci a capire meglio la situazione. Tramite Peter è stato possibile ascoltare il racconto diretto di Abu Yasser ex sindaco di Sebastia, un piccolo comune situato sulla collina di Nablus, nella zona C. Cosa significa zona C? Tutta la Cisgiordania è suddivisa in zone di controllo, A, B e C. La A completamente palestinese, la C israeliana e la B con amministrazione congiunta.

Sebastia vive preminentemente di agricoltura, in particolare olivicoltura, ma qui si trova anche un’area archeologica di grandissima importanza tanto da essere stata recentemente riconosciuta dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. La stessa area è stata però inserita anche nella lista del Patrimonio Mondiale in pericolo, e il motivo non è difficile da immaginare. Sono tante le similitudini che Peter sottolinea tra Sebastia e Castelnuovo Don Bosco: sono entrambi piccoli comuni, hanno entrambi una vocazione agricola e una sentita storia religiosa. A Sebastia infatti ha trovato sepoltura San Giovanni, mentre Castelnuovo è il paese natale di Don Bosco ma anche di Domenico Savio, Giuseppe Allamano e Giuseppe Cafasso. Però, come giustamente sottolinea Peter: “Tantissime similitudini superficiali… però la vita quotidiana per i cittadini di Sebastia non potrebbe essere più diversa…“

Castelnuovo per la Palestina collabora con Hafsa, un’associazione del Regno Unito che opera da più di un decennio per sostenere amicizia, aiuto e sostegno alla popolazione di Sebastia. Insieme organizzano mensilmente un collegamento diretto con Abu Yaser, l’ex sindaco di Sebastia, che racconta quanto lui e i suoi concittadini stanno vivendo e, soprattutto, di cosa hanno bisogno. Da qui si attiva una fattiva rete di solidarietà che possa rispondere, in parte almeno, a questi bisogni. Agli inizi del mese, ad esempio sono stati inviati fondi destinati all’acquisto del materiale scolastico – la scuola è stata riaperta il 6 settembre – in precedenza invece contribuirono alle spese per semi e piantine, rese di difficile reperibilità a causa dell’aumento delle aggressioni dei coloni.

Quelle riportate sono testimonianze dirette di Abu Yaser riferite al mese di settembre:

“Cari amici, volevo solo farvi sapere cosa succede qui stasera. Le forze israeliane stanno attualmente facendo irruzione a Sebastia, andando di casa in casa ed effettuando arresti. Il numero delle persone detenute è ancora in aumento e il raid non è ancora terminato.”

“È una notte molto tesa e spaventosa per noi. Per ora sono al sicuro, ma è difficile vedere che ciò accada di nuovo nel nostro villaggio. Volevo solo condividerlo con voi e farvi sapere cosa stiamo passando”.

“Le forze israeliane sono ancora nel villaggio. Hanno arrestato più di 50 persone e le stanno interrogando. Alcuni sono stati rilasciati, ma molti sono ancora detenuti. La situazione è in corso e rimane molto tesa”

“Oggi le forze di occupazione israeliane sono entrate nel villaggio e hanno raggiunto il centro cittadino. Hanno alzato le armi contro le auto che cercavano di passare e hanno trattenuto alcuni uomini per un certo periodo di tempo. Non sono riuscito nemmeno a raggiungere il centro del villaggio, anche se dista solo circa cinque minuti a piedi da casa mia. Tutto si è fermato per circa due ore. Poi i soldati si sono ritirati e la vita è tornata gradualmente alla normalità.”

“Come ho già detto, a causa della situazione attuale, le scuole normalmente funzionano solo tre giorni alla settimana. Oggi avrebbe dovuto essere uno dei giorni senza scuola, ma a Sabastiya, Burqa e Bazariya le scuole hanno deciso di tenere invece le lezioni oggi, perché ci sono state segnalazioni di coloni che si sarebbero radunati e avrebbero pianificato marce nella zona domani.”

E comunque: “Nonostante fosse giorno di scuola, questa mattina le forze di occupazione israeliane sono entrate a Sabastiya.

“C’era una giornata medica alla clinica di Sabastiya e molte delle persone presenti erano anziane. I soldati hanno raggiunto il centro del villaggio, e per qualche tempo hanno impedito il passaggio di persone e veicoli. Nello stesso momento, Samah e il suo team di lavoro si stavano recando a scuola. I soldati hanno alzato le armi verso di lei e le hanno ordinato di tornare indietro e di non continuare. Per noi queste cose sono diventate parte della vita quotidiana. Una visita alla clinica, andare al lavoro o semplicemente attraversare il villaggio in auto possono essere interrotti all’improvviso.”

“Una giornata normale inizia come tutte le altre — ci svegliamo e ci prepariamo per andare al lavoro. Ma prima di uscire di casa, dobbiamo verificare se i posti di blocco e i cancelli sono aperti e se è sicuro passare. A volte il posto che devo raggiungere è a soli cinque o dieci minuti da casa mia, ma prima devo comunque verificare la situazione”

La quotidianità descritta da Abu Yaser è una lenta tortura da parte di un potere che pretende la completa discrezionalità, piomba sulle teste della popolazione con una violenza capricciosa – a volte sono i coloni che aggrediscono, umiliano, incendiano, a volte sono i militari stessi che possono anche arrestare e trattenere chi decidono di arrestare e trattenere. Con le parole di Abu Yasser: “Lavoriamo, andiamo nella nostra terra, ci prendiamo cura delle nostre famiglie, incontriamo amici e vicini e cerchiamo di goderci le cose semplici della vita. Ma i nostri piani possono cambiare in qualsiasi momento a causa di un posto di blocco, di una strada chiusa, di un raid militare o della presenza di soldati o coloni. C’è sempre incertezza sulla possibilità di muoverci liberamente e su cosa potrebbe portare il domani.” Questa situazione parte da lontano, come scrive Pappé nel libro gia citato: “Furono costruiti centinaia di posti di blocco tra le aree A, B, C tra il nord e il sud della Striscia tra i territori Occupati e Israele… Le forze israeliane non avevano remore a violare i diritti fondamentali dei palestinesi e ad abusare dei diritti civili senza alcun motivo… Una vita normale era impossibile, tutto dipendeva dai capricci dei soldati di turno quel giorno al posto di blocco.”

Parte da lontano quindi ma Abu Yaser conferma che questa violenza è recentemente aumentata, rendendo tutto più fragile e instabile.

Ma come si affronta la durezza di questa situazione? Dove si trova la forza per farlo? Probabilmente una delle parole chiave per comprenderlo, o almeno provarci, è la parola Sumud. Il termine è entrato recentemente nel nostro linguaggio, anche grazie all’attivismo della Global Sumud Flotilla, ma cosa significa con precisione? Chi meglio di Abu Yaser può aiutarci a capire il senso di questa parola? Questa è la sua spiegazione: “Per me sumud significa restare sulla mia terra e a casa mia nonostante le difficoltà, l’oppressione e le difficili circostanze finanziarie che affrontiamo. Anche quando altrove potrebbero esserci opportunità migliori, scegliamo di restare. Questa è la nostra casa, la nostra terra e la nostra storia.

Sumud significa continuare a vivere e mantenere la propria terra e la propria comunità nonostante la paura e l’incertezza. A volte, semplicemente continuare con la propria vita è di per sé un atto di sumud. Restiamo perché ci rifiutiamo di andarcene e ci rifiutiamo di lasciare che l’occupazione decida il nostro futuro per noi“.

L’ulivo, uno dei simboli di questa terra e di questa resistenza è, suo malgrado, testimone silenzioso di quanto avviene qui da anni, di questo “movimento coloniale insediativo” messo in pratica da anni e che continua incessantemente. Non per nulla molti degli attacchi dei coloni avvengono ai danni di questi meravigliosi alberi, e non per nulla l’attività principale del paese è la coltivazione degli ulivi e momento cardine ne è la raccolta, che al momento non è ancora iniziata. “Di solito iniziamo intorno a ottobre, anche se il momento esatto dipende dal tempo e da come sono maturate le olive. La raccolta solitamente continua per tutto ottobre e novembre. Per noi la raccolta delle olive è molto più di un semplice lavoro agricolo. È un momento speciale in cui le famiglie si riuniscono, trascorrono lunghe giornate sulla loro terra e condividono il lavoro con parenti e vicini. È una parte importante della vita e del nostro legame con la terra.”

Per sostenere l’attività dell’associazione è possibile visitare la pagina instagram oppure partecipare alla presentazione che terranno il 4 ottobre ad Asti durante la festa dei popoli.

Alcuni video di Abu Yaser che documentano quanto sta avvenendo sono disponibili qui:

Sara Panarella